Archivi per il mese di: agosto, 2023

Vi ricordate il divertente film del 2010 di Luca Miniero “Benvenuti al sud”? Narra del solito equivoco Nord-Sud, con il nuovo direttore dell’Ufficio Postale di un paesino del Sud, lui milanesissimo e attaccatissimo agli usi meneghini, alle prese con una realtà nuova, prima disprezzata, poi amata. Da qui il detto “Chi viene al sud piange due volte, quando arriva e quando deve andar via!”.

In una scena, il protagonista, Claudio Bisio, è a casa di un suo impiegato dell’Ufficio Postale, Alessandro Siani, eterno mammone che non si decide a lasciare il nido materno. Ad un certo punto, in risposta ad un grido che viene dalla strada, Alessandro Siani prende un nero sacco della spazzatura e lo lancia dalla finestra.

Bisio non dice niente, ma sulla sua faccia si legge il profondo disprezzo per un gesto ritenuto barbaro e incivile.

Qualche scena dopo, Claudio Bisio, nella casa che ha preso in affitto nel paesino, ode un grido dalla strada che gli sembra simile o uguale a quello sentito in casa di Siani. Preso dalla rabbia che ancora gli provoca il trasferimento al Sud, prende il sacco della spazzatura e lo lancia fuori dalla finestra.

Per tutta risposta alla porta si presenta il vigile urbano che gli eleva una contravvenzione per sversamento di rifiuti. L’arcano si svela: Siani abita a piano terra, al grido dello spazzino, lancia il sacco [dell’organico, precisa] direttamente sul carretto che raccoglie l’immondizia. Bisio abita ad un piano più elevato ed aveva equivocato [ah, i dialetti!] sul significato del grido udito che era tutt’altro che il richiamo dello spazzino. Si svela che il paesino del Sud ha un efficiente sistema di raccolta di rifiuti porta a porta, diviso per giorni e materiali raccolti.

Acerno è così. Almeno sulla carta è ben organizzato. Sul sito di Facebook del Comune sono ben evidenziati, per tutto l’anno, i giorni di apertura festiva dei negozi di beni essenziali

, delle disinfestazioni a cura della ASL locale

e, ovviamente, il calendario settimanale della raccolta dei rifiuti solidi urbani.

Il relativo manifesto, distribuito anche in tutte le case è multicolore e ricco di spiegazioni su cosa può essere “conferito” in quel determinato giorno.

Contiene però un particolare di non immediata comprensione, pur essendo grammaticalmente e logicamente esatto. Forse perché tutti noi consideriamo ovvio che i sacchetti dei rifiuti vanno depositati (vedremo poi dove) la sera.

Se ingrandiamo un pochino una porzione del manifesto notiamo, da sinistra a destra, il primo riquadro che indica la categoria del conferimento del rifiuto, il secondo riquadro che indica il giorno e il terzo riquadro che indica, in particolare, cosa si intende compreso nella categoria generale.

Ad una visione superficiale dell’immagine qui sopra appare che l’umido/organico va “conferito” il martedì, il giovedì e il sabato, mentre il multimateriale (plastica/metalli) il giovedì.

ERRORE!!!!!

Bisogna leggere tutto, anche le scritte in caratteri più piccoli: l’organico va conferito dalle ore 21:00 del giorno precedente quello indicato fino alle ore 05:00 del giorno indicato. Quindi, l’organico/umido andrà conferito dalle ore 21:00 del lunedì, del mercoledì e de venerdì, fino alle ore 05:00 del martedì, del giovedì e del sabato.

Pertanto a meno di non svegliarsi prima dell’alba, i rifiuti di questo genere andranno depositati il giorno (la sera) prima di quanto indicato in grassetto e in carattere più grande del manifesto.

Ovviamente questo si ripete per ogni categoria di rifiuti. Beh, colpa nostra che non leggiamo tutto quello che c’è scritto sul manifesto. Ci serva da lezione quando andremo a stipulare un contratto di assicurazione con le sue clausole a carattere piccolissimo..

C’è ancora una particolarità da raccontare: nelle città ogni condominio ha un bidone in cui raccoglie i sacchetti che, in quel giorno, verranno raccolti meccanicamente da un autocarro.

Acerno è un paesino, i condomini sono davvero pochi. Ogni portoncino corrisponde ad uno/due appartamenti. Le strade spesso sono molto strette e non tutte permettono il passaggio di un autocarro. I rifiuti, proprio come nel film “Benvenuti al Sud”, vengono raccolti con un carretto a mano o con un motociclo a tre ruote.

Che fare, allora? Lasciare i sacchetti per terra? No, non si può: Acerno è piena di mandrie di vacche e greggi di pecore o capre portati al pascolo da cani pastore. E, si sa, i cani si riproducono con una frequenza abbastanza rapida. Per non parlare degli onnipresenti gatti. I sacchetti posti a terra costituirebbero una ambita meta per questi animali sempre affamati; i residui fuoriusciti dai sacchetti lacerati sono richiamo per mosche, formiche, blatte e, comunque, pericolo per l’igiene pubblica.

Così ogni appartamento, ficcato nel muro, avvitato al cancello, incastrato nel portone, ha un gancio al quale viene appeso ad una certa altezza (circa un metro e mezzo) il sacchetto del giorno (o della sera), posto così a debita distanza dalle fauci di cani e gatti e relativamente facile da prendere per gli addetti alla nettezza urbana.

Paesi che vai, usanze che trovi

C’era una volta. C’era una volta ….. e ora non c’è più.

Una volta, anni ’50-’60 del secolo scorso, Acerno era per i salernitani e per i napoletani un luogo alla moda, una località ideale per quella che allora si chiamava villeggiatura: un tempo abbastanza lungo, dai quindici giorni ad un mese da trascorrere in una amena località per sfuggire al caldo agostano.

Le famiglie meno abbienti fittavano una casa dagli abitanti locali. Poi c’erano gli alberghi, dal centralissimo Zi’ Vito all’esclusivo “Castello dei Sogni” del Barone D’Elia. E di quest’ultimo vorrei scrivere, anche se da scrivere c’è poco.

Un albergo alla moda fino agli anni ’60 del secolo scorso, poi il lento declino e la fine con il terremoto del 23 novembre 1980  che qui fece una dozzina di morti e squassò il tessuto urbano.

Il “Castello dei Sogni” ebbe gravissimi danni e un po’ per l’incuria della proprietà, un po’ per l’arrogante speculazione edilizia, quello che tentarono di ricostruire niente aveva a che fare con un albergo di pregio.

Anzi, quello che fu ricostruito era totalmente abusivo, riconosciuto tale – a detta degli abitanti della zona – anche in Cassazione.

Risultato: uno scheletro in cemento armato si erge da oltre 35 anni dove sorgeva il “Castello”. Nessuno lo butta giù. Nessuno ha convenienza, vista la tremenda discesa del paese come meta turistica, ad investire per ricostruire.

E il “Castello”, proprio come un sogno, svanisce anche dalla memoria dei locali e dei turisti che ci andarono. Tanto la memoria è labile che anche il più efficace “trovaroba” del web, ossia Google, alla stringa di ricerca “Castello dei Sogni di Acerno” non fornisce altro che pagine di cartoline d’epoca da collezione e nulla più. Nulla di storia, nulla della lunga agonia, nulla delle traversie giudiziarie; tutte scarne notizie ricavate dagli abitanti della zona, sempre molto restii a parlare, come tutti i montanari.

Il bello che nella profonda opera di distruzione antecedente al tentativo abusivo di ricostruzione sono statti lasciati, a mo’ di memoria storica, alcuni reperti dell’antico splendore, ormai avvinghiati, come le rovine di Angkor Watt in Cambogia dalla forza soverchiante delle piante rampicanti: vendetta della natura.

Non ho più notizie da darvi, anzi se qualcuno dei miei lettori ne sa di più, me lo scriva; sarò lieto di fare un’aggiunta.

Per ora il post prosegue con le foto delle cartoline che mostrano come era il “Castello dei sogni” e le foto, fatte da me, che mostrano quello che ne resta:

Come inizio non c’è male: una naiade che invita ad andare in piscina in un due pezzi che richiama l’epoca in cui fu scattata la foto. C’è anche il trampolino

Ma la piscina e il trampolino o, meglio, i loro scheletri, ci sono ancora, avvinghiati come Laocoonte e figli dalla natura che si è presa la rivincita:

in fondo, a metà del lato corto della piscina, si intravede lo scheletro del trampolino.

E, della piscina, come fantasmi, spuntano altri particolari, come lo “spogliatoio per signore”

Oppure il locale docce maiolicato in multicolore:

Questi alberghi alla moda avevano un luogo per ballare; di solito un gazebo metallico con filari di rampicanti e luci multicolori, dove – in quei tempi un po’ puritani – ragazze e giovanotti facevano conoscenza ballando un fox-trot, un Twist, un rock and Roll, fino ad arrivare, in tarda serata, quando molti ospiti erano andati a dormire, ai languidi lenti guancia a guncia, spesso prodromici ad altri più profondi contatti.

In questa foto si vede ancora il gazebo, dietro il trampolino della piscina:

purtroppo ora ne è erimasto ben poco come di vede dalla foto qui sotto:

Era bello il castello dei Sogni ed era usanza inviare ai propri cari una cartolina del bel luogo ove si trascorreva la villeggiatura. Eccone un paio di esempi:

e questa con dedica:

Facile immaginare quali fossero “i più cari pensieri”…….. da quello che, davvero, sembrava un castello

Anche gli interni erano curati: qui la sala da pranzo con vista sul gazebo da ballo e sulla piscina:

Purtroppo ormai rimane poco, solo ruderi, piloni di cemento che son lì fermi da quasi quaranta anni, ultimi testimoni di un bel tempo che fu.

Quelle qui sotto sono le cucine presso il ristorante, il gazebo e la piscina,

E così Acerno non ha più alberghi (anche Zì Vito è chiuso).

Da località turistica alla moda è tornato ad essere un semplice paese, sempre fresco di estate, ma con zero attrazioni. Mi dicono che c’è una piscina, bella e pronta, ma anche essa chiusa, forse per beghe di paese.

Forse la verità è semplice: agli acernesi va bene così. Vivere un pochino di gente, pochi turisti, molti emigrati di ritorno per qualche giorno di estte e poi richiudersi nel sonno.

Spero che questo posto possa risvegliare la memoria agli antichi fasti.

Il libro da cui è stato estratto questo capitolo è qui:

https://www.amazon.it/dp/B0CHL16C11/

Oggi è venerdì e ad Acerno è giorno di mercato. Sì, forse lo abbiamo dimenticato. Una volta, nei piccoli centri, non c’erano negozi idonei a soddisfare ogni bisogno della popolazione, numericamente troppo ridotta per giustificare l’investimento di un negozio. Allora, come oggi ancora ad Acerno, sono i negozi che si spostano verso i potenziali consumatori. C’è un giorno alla settimana in cui un’area del paese viene occupata da bancarelle itineranti che, nel corso della settimana, coprono almeno sei paesi del circondario per rifornirli di quanto serve alla popolazione.

Stamattina ci ho fatto un giro. Preponderanti i banchi di vestiario e di scarpe. Tanto assortimento, qualità non eccelsa, ma prezzi modici. Specialmente intimo: mutande, reggiseni, maglie intime, calze, calzini. Ma anche coltelli, attrezzi per l’orto e l’agricoltura; articoli per la casa, lenzuola, tende per la doccia, spugne, detersivi.

I venditori appellano i possibili compratori invitandoli alla spesa: si conoscono tutti, si chiamano per nome a questo appuntamento settimanale e chiedono notizie degli accadimenti dei giorni precedenti “Ehi, Maria, come sta zia Giuseppina?”, “Ehi Anna, sei andata a farti sistemare la dentiera?”. Ovviamente tutto quello che vendono è speciale, nulla a che vedere con quello che vendevano la settimana scorsa: “oggi le pesche sono stratosferiche!”, “le lenzuola sono di un lino mai visto!”. Ma, proprio perché si conoscono tutti, non ci sono le consuete grida da mercato. La merce è magnificata senza troppi decibel.

Poi ci sono gli articoli stagionali: oggi c’erano due banchi che offrivano agli acquirenti tutto ciò che può servire per le conserve di pomodoro. La Campania è zona di produzione di pomodoro, una volta i San Marzano, ora gli pseudo San Marzano, l’oro rosso! I bei pomodori oblunghi, rossi rossi. Quindi tappi, bottiglie, tritapomodori, bidoni metallici per cuocere l’ortaggio nelle bottiglie, boccacci, etc. Sì, qui è ancora viva la tradizione di sbollentare i pomodori oblunghi, pelarsi fino a scottarsi le dita, frullarli, metterli nelle bottiglie con un po’ di basilico e sale, tapparle e bollirle in grandi contenitori. Salsa pronta fino all’estate successiva per condire spaghetti e non solo. Tutta la famiglia o, meglio, le donne della famiglia, partecipa alla “funzione”, macchiata di rosso sangue dei pomodori, magari cantando antiche nenie. Vi assicuro che i barattoli di pelati di pomodoro, anche delle migliori marche, non reggono il confronto con queste bottiglie piene di oro rosso confezionate a mano.

Nel precedente post vi ho raccontato dei preparativi per la festa del Santo Patrono San Donato, in programma lunedì 7 agosto. Attorno a questa festa, nei giorni antecedenti e successivi, si concentrano le iniziative estive che approfittano del pubblico dei villeggianti (pochi) e degli emigrati che qui tornano in vacanza (molti). Ieri sera, in un palchetto sito proprio sotto le mie finestre, una filodrammatica locale “il Forum dei giovani di Acerno” composta da ragazzi sotto i venti anni ha rappresentato “lo scarfalietto”, commedia in due atti di Eduardo Scarpetta [padre non ufficiale dei fratelli Eduardo, Peppino e Titina De Filippo].

Anche se hanno ancora molto da imparare, bisogna dare atto a questi ragazzi di un commendevole coraggio e intraprendenza. Lo spettacolo, a dispetto di inconvenienti tecnici all’audio e alle luci, è risultato piacevole e, soprattutto, molto seguito dal pubblico che si a è assiepato anche oltre le file di sedie tutte occupate.

Ah, lo scarfalietto [scaldaletto] è quell’attrezzo composto da due “padelle” incernierate al cui interno si ponevano le braci e veniva posto fra le lenzuola per riscaldare il letto nelle giornate rigide e umide. Allora i termosifoni non c’erano. Se siete curiosi di conoscere la trama cliccate qui. E’ la consueta trama della commedia degli equivoci dove ciò che è non appare e ciò che appare non è: Il primo atto si svolge nella casa di Amalia e Felice Sciosciammocca, giovani sposi, i quali, a seguito di continui litigi, che vedono coinvolti anche i loro camerieri, Michele e Rosella, decidono di separarsi chiamando in causa i loro avvocati Anselmo e Antonio. Nella lite viene coinvolto anche il malcapitato Gaetano Papocchia, uomo curioso e dal carattere singolare, che si rivolge ai coniugi per prendere in fitto una casa di loro proprietà nella quale sistemare la sua giovane amante, la ballerina Emma Cartcioff.

La scena del secondo atto è ambientata dietro le quinte del teatro dove lavora Emma, nel quale fervono i preparativi per il nuovo spettacolo. Qui si reca spesso Don Gaetano, che ricopre di gentilezze la ragazza, non sapendo che la stessa ballerina è amata anche da Antonio. E qui capitano anche Felice e Amalia, che pretendono a tutti i costi che Gaetano diventi loro testimone nella causa di separazione. Nella confusione generale si inserisce anche Dorotea, moglie di Gaetano, che, venuta a sapere della storia di suo marito con la ballerina, è decisa a chiedere giustizia.

Il terzo atto è ambientato in un’aula di tribunale, dove convengono tutti i personaggi della commedia e dove, dopo le testimonianze e le arringhe degli avvocati, la giuria potrebbe proclamare il verdetto finale. Ma nell’atmosfera esagerata e inverosimile delle storie di Scarpetta, tutto è possibile…

Non ce la faccio a seguire tutti e due gli atti, mezzanotte si appropinqua e “mi sento” la fine della commedia dal mio letto. Con trapuntina, ovviamente, perché qui la notte fa freschino.

Proseguo dopo la prima puntata di “Cronache Paesane

La casetta che occupo è proprio di fianco alla chiesa. Ci deve esser stato un accordo fra sindaco e parroco: le campane suonano ogni ora con rintocco ogni 15 minuti, ma solo dalle sette della mattina. In tre giorni ci si abitua: si scopre la vita come era prima degli ultraorologi da polso, il tempo scandito dal campanile. Bong, bong, bong, bing, bing: sono le tre e mezzo, di pomeriggio, si intende.

Fervono i preparativi per la festa del Santo Patrono, San Donato, il 7 agosto. Nella via principale un negozio sfitto è adibito a sede del Comitato festeggiamenti con tanto di lotteria per ricavare fondi: primo premio una crociera nel Mediterraneo. Nel manifesto celebrazioni civili e laiche si mescolano: alla fine del programma religioso sono annunciate le “acerniadi di San Donato”, giochi a sorpresa per Bambini, Giovani e Adulti (fino a 99 anni!!!) con, al termine, “anguria fresca per tutti”.

Il programma civile prevede l’esibizione di famose stelle TV come “The Black ‘n White”, Anna Tatangelo, Daniele Ciniglio e i “Made in Italy”; a seguire spettacolo pirotecnico a cura della Ditta Mansi di Maiori!!!

Ma, nel frattempo, già ieri sera, su un palchetto a latere spettacolino di cabaret autoprodotto.

Il Paese comincia a riempirsi. La ricorrenza di San Donato è un richiamo per i tanti emigrati: le case aprono le persiane, il corso principale la sera si anima. Tutto un vociare di saluti, di “paesani” che si ritrovano, si abbracciano. Una quantità enorme di passeggini: Acerno non pare toccato dalla crisi demografica. Alle 21:00 la famosa (e ottima) pasticceria “Lucia” chiude; rimangono aperti fino a notte inoltrata i locali con i cornetti caldi alla cioccolata, il bar Jolly con la sua famosa cremolata di fragole alla panna. Si attende con ansia l’arrivo del caldarrostaro: sì, Acerno è circondato da boschi di castagni e riescono a cuocere le caldarroste che rimangono morbide e saporite. Ovviamente, il golfino è d’obbligo dopo le 20:00, fa freschino.

Come dappertutto non si contano le “vasche” serali avanti e indietro per il Corso, divenuto di sera isola pedonale: dalla “Piazza” alla Cattedrale con il suo portale di bronzo con bassorilievi di Santi, ma sovrastati dalla riproduzione del monte “Accellica” che domina il Paese.

C’è attesa, ma non ansia, per la festa. E’ un rito che si ripete ogni anno: noto, invece molta serenità: come la festa di compleanno o il Natale, feste che, se non ci si mette la sfiga, ritorneranno uguali gli anni prossimi. I bambini ora in carrozzino, cammineranno, le mamme un capello bianco in più, i padri – forse – qualche centimetro di pancia in più; ma – bene o male – saranno tutti ancora presenti per un altro San Donato.

Non vedo la leopardiana

Or la squilla dà segno

Della festa che viene;

Ed a quel suon diresti

Che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

Su la piazzuola in frotta,

E qua e là saltando,

Fanno un lieto romore.

E, ritengo, passata la festa che le fanciulle non ricorderanno quanto scriveva il poeta recanatese:

Questo dì fu solenne: or da’ trastulli

prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

piacquero a te: non io, non già ch’io speri,

al pensier ti ricorro.

Vedo molta più serenità e voglia di divertirsi: per parlare del destino c’è tempo e un altro San Donato verrà.

Dal 1950 al 1954 Ray Bradbury scrisse una serie di racconti di fantascienza raccolti nel libro “Cronache marziane”. I racconti sono legati fra loro dal tema comune della futura esplorazione e colonizzazione del pianeta Marte. Anche se opera di pura fantasia, non entrando l’autore nei dettagli tecnici del lontano futuro, essa appare più rivolta alla descrizione del genere umano che al suo futuro modo di vivere. La definizione di ciclo di fantascienza, com’era intesa all’epoca, risulta quindi stretta per quest’opera, che si è imposta per meriti che vanno al di là di un genere. Cronache marziane ha infatti legato il suo successo a un sentimento di nostalgia nei confronti di una vita più vicina alla natura, sebbene incorniciata da un panorama futuristico, e al mito della frontiera e dell’esplorazione.

E veniamo a me.

Quest’anno, come lo scorso anno, per sfuggire al bollente Caronte, per non intrupparmi nel mainstream delle Dolomiti-VIP, ho affittato una piccola casetta in un paesino in provincia di Salerno a 730 mt,. di altezza (Acerno) e con 2.500 abitanti.

Anche io – proveniente dalla putrescente Roma Capitale – sono ansioso di riscoprire una vita più vicina alla natura e con rapporti interpersonali più “umani”. Poi, siccome mi piace condividere, ho deciso di tenere buona nota delle scoperte che sto facendo e delle esperienze che vivrò. Pensando a Ray Bradbury non potevo non intitolare la serie di post che verrà “Cronache paesane”! Lo spirito di scoperta e di conoscenza è il medesimo.

Non so se questo sarà il primo e unico post oppure se a questo ne seguiranno altri e quanti. Vedremo. L’affitto della casetta scade il 31 agosto.

Prima osservazione abbastanza scontata: qui si conoscono tutti: non c’è bisogno di agenzie o di telefono. Era iniziata l’ultima decade di luglio e ancora non avevo una sistemazione. Domenica pomeriggio, ore 19, vado in piazza con una amica con ascendenze locali. Il passaparola è veloce: sono tutti lì in piazza, l’alloggio è trovato in 10 minuti.

Seconda osservazione: qui i canoni che regolano gli affitti delle case per vacanza sono ben diversi dalla capitale o, meglio, non esistono affatto. Il proprietario della casa non era in cerca di un turista a cui affittare la casa, era un immobile tenuto a disposizione. Mi ha fatto un favore, e gliene sono molto grato perché la casa è bella e funzionale, o – piuttosto – ha fatto un favore ad un amico della mia amica locale.

La gentilezza, come la calma e la pacatezza, qui sono di casa. Ho fatto presente che non c’era il pentolame e il tubo del gas perdeva e ho chiesto che almeno per queste incombenze, provvedesse lui. Il Proprietario non ha battuto ciglio: tubo del gas sostituito e padella, pentola e pentolino acquistati all’istante. Super gentile.

La casetta, una stanza da letto, soggiornino, piccola cucina, bagno e bagnetto, è proprio al centro del paese e, cosa molto simpatica, i due “balconi” di soggiornino e cucina danno proprio sull’orto, accessibile con tre gradini, amorevolmente curato dal proprietario. Finora ho assaggiato i cetrioli appena staccati dalla pianta. Vi assicuro che la differenza con quelli acquistati al mercato si sente.

Il piccolo numero di abitanti, poi, costituisce un formidabile controllo sociale. In tre giorni tutti mi conoscono, sanno chi sono dove abito e, anche, quali sono i miei gusti. Io sono un po’ distratto, mi stupisce la quantità di saluti che ricevo per strada da perfetti sconosciuti e ho iniziato a salutare per primo ogni persona che incontro. Noto che la cosa è apprezzata.

Per oggi basta. Ma ho già tante cose da raccontare: la quantità di bimbi che – beati loro – giocano ancora per strada, i preparativi per la “grande festa del Santo Patrono” dove sono attese star della TV, i prezzi ridotti del 50% di bar e ristoranti rispetto a Roma [un esempio: caffè e brioche nel miglior bar/pasticceria solo due euro],

Vi racconterò non solo cose belle ma anche tante potenzialità inespresse.

Alla prossima.

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