Archivi per il mese di: gennaio, 2018

Il mondo è grande! Dove andiamo? Quale parte del mondo visiteremo?

Dai, si parte!!!!

 

 

Riporto un bell’articolo di Repubblica , con qualche mio commento, sulle roboanti promesse elettorali. La più costosa è la carta dell’abolizione della riforma pensionistica che porta la firma Monti-Fornero, capace di scatenare un ammanco sui conti pubblici a regime (nel 2025) di circa 80 miliardi. Ma anche l’introduzione di una “flat tax” – ovvero di un’aliquota unica sui redditi Irpef – ha un peso non da poco, che oscilla tra i 30 miliardi del “modello Berlusconi” ai 40 miliardi della proposta targata Lega. Al valzer delle promesse che sta caratterizzando questa campagna elettorale in vista del voto del 4 marzo non si è sottratto neppure il Pd di Matteo Renzi, che ha tentato la sortita a effetto con l’abolizione del canone Rai: vale 1,8 miliardi.

Da questa baraonda non si sono sottratti neppure i Cinquestelle, con il loro pallino del rddito di cittadinanza con copertura inesistente e con il rischio di scatenare una guerra fra chi ha una pensione alta (indipendentemente dagli anni di contributi) e chi ha una pensione bassa (indipendentamente dagli anni di contributi) Ecco la tabella, in continuo aggiornamento, delle promesse avanzate dai partiti in vista delle urne e del loro costo per il bilancio pubblico, qualora dovessero diventare leggi del nuovo Parlamento. Ricordo che lo Stato italiano, ogni anno, prima ancora di tirare furori un euro per finanziare qualsiasi cosa, deve trovare 80 miliardi di euro per finanziare gli interessi da pagare sul debito pubblico. Da qui l’evidente impossibilità del mantenimento delle promesse.

Addirittura, i vescovi italiani hanno definito «immorale» un tale modo di agire, il quadro si fa ancor più chiaro. E, meno male che l’ultimo sondaggio SWG ci dice che solo il 25% degli italiani crede a queste promesse.

Il rischio è che si allontani ancra di più la distanza fra i cittadini e i partiti con una colossale autodelegittimazione da parte di questi ultimi.

I PROGRAMMI A CONFRONTO: PROPOSTE E COSTI
Le promesse in campagna elettorale Chi avanza la proposta? Quanto costa alle casse dello Stato?
TASSE
Introduzione flat tax Berlusconi e Lega 40 miliardi nella versione Lega, circa 30 nel modello Berlusconi. Da Notare che sarebbe anche incostituzionale perché non informata a criteri di progressività, come detta la costituzione. La Flat tax significa che i poveri continano a pagare (fino al 20 %o 23% secondo le varie versoni) quello che pagavano prima. I ricchi, la cui aliquota è ore quasi del 50% pagherebbero la metà (sempre il 20 o il 23%). Secondo i promotori, i soldi liberati andrebbero a finanziare nuovi posti di lavoro. Secondo me prenderebbero la via delle isole Cayman.
Abolizione Irap Berlusconi 23 miliardi. Il gettito è sceso nettamente dopo il 2015, con gli sconti inseriti nella legge di Stabilità di allora (prima si era sui 30 miliardi)
Abolizione tasse su successioni e donazioni Berlusconi Oltre 720 milioni di gettito nel 2016, in crescita del 6% fino a novembre del 2017
No-Tax area elevata Cinque stelle Elevare l’esenzione dalle tasse da 8.100 a 10.000 euro (circa 2,7 milioni di contribuenti con oltre 20 miliardi di redditi). Il programma prevede anche la riduzione delle aliquote Irpef e abolizione di studi di settore, spesometro, split payment ed Equitalia
PENSIONI e WELFARE
Abolizione Fornero Lega e Berlusconi 80 miliardi a regime nel 2025. Le semplici correzioni degli “effetti deleteri” come da intesa di Arcore (esenzione precoci e congelamento a 67 anni), circa 12 miliardi
Pensione alzata fino a 1.000 euro per tutti, casalinghe incluse Berlusconi 7 miliardi
Pensione minima a 780 euro Cinque stelle Da finanziare con i tagli alle pensioni sopra 5mila euro (componente retributiva). Anche se molti, troppi economisti per non dar loro ascolto, hanno giurato e spergiurato che anche tagliando a zero le (poche) pensioni sopra i 5.000 euro non si riuscirebbe a coprire la spesa. Verrebbe poi in essere una guerra sociale fra chi ha la pensione bassa perché ha pochi anni di contributi versati (baby pensionati) o perché (quando si poteva) è andato in pensione con 20 anni di contributi e chi, lavorando per oltre 42 anni, ha un apensione alta perché se la è guadagnata (quando vigeva il il sistema retributivo) e non se la è rubata.
Quota 100 e 41 di contributi Cinque stelle (e Forza Italia in parte) Pensionamento bloccato: significa 59 anni di età e 41 di contributi. Spesa molto alta
Introduzione redditi anti-povertà Berlusconi
Cinque stelle
Il reddito di dignità di Berlusconi costerebbe 29 miliardi e investirebbe 2 milioni di famiglie. Stesso costo per il reddito di cittadinanza di M5S che tuttavia contesta le stime e si attesta a 15 miliardi
FAMIGLIA E FIGLI
Assegno universale Renzi Pd Assegno collegato ai figli: parte da 250 euro netti mensile fino a 2 anni e scende a 100 euro da 18 a 25 anni. L’assegno universale si riduce gradualmente dopo i 55 mila euro.

Verrebbero aboliti gli attuali assegni familiari e le detrazioni per i figli a carico, oltre ai vari bonus. Costo da finanziare: 9-10 miliardi

Quoziente familiare Cenni in Forza Italia, Cinque Stelle, Lorenzin Il sistema francese abbatte l’imponibile familiare in base ai componenti. Costo: 30 miliardi
Natalità Cinque Stelle Iva agevolata per i prodotti neonatali e più detrazioni per assumere colf e badanti (con 17 miliardi di risorse sul piatto)
Asili nido gratis Meloni, Grasso, Cinque stelle, Lorenzin 300 milioni
VARIE
Abolizione canone Rai Renzi Pd 1,8 miliardi per 20 milioni di utenti che pagano 90 euro l’anno
Abolizione tasse universitarie Grasso LeU 1,9 miliardi per 1,6 milioni di studenti
Abolizione bollo prima auto Berlusconi 3 miliardi per 20 milioni di proprietari auto

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha di nuovo bacchettato l’Italia sulle quote latte. Le “quote latte” erano state introdotte nel 1984 dall’Unione europea come un tributo che le imprese produttrici di latte avrebbero dovuto pagare in caso di sforamento della quota stabilita per non inflazionare il mercato con il latte prodotto e conseguente discesa dei prezzi.

Secondo la normativa europea, richiamata dalla Corte, sono i singoli produttori a dover pagare il tributo in proporzione al sovrappiù di latte prodotto.

L’Italia non si è adeguata e l’Unione europea chiese il conto. Negli anni della contesa, la Lega Nord, allora al Governo e “patrona” degli allevatori, si oppose con ogni mezzo (vi ricordate i blocchi e le marce dei trattori?) finché con un dubbio provvedimento l’Italia pagò, ma con i soldi dei contribuenti.

Ora la Corte ritiene inadempiente l’Italia perché non ha applicato il principio del “paga chi sbaglia”, nonostante siano passati tanti anni e non si sia dotata di un provvedimento normativo, richiesto dall’UE, per esigere il tributo dagli allevatori.
Ritorna quindi attuale la querelle che l’allora ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, esponente di spicco della Lega dichiarò chiusa nel 2009.

Cosa succederà ora? O l’Italia farà pagare agli allevatori quanto da loro dovuto, restituendo alla fiscalità generale quanto “anticipato” all’Unione europea, oppure, se il nostro Paese si ostinerà a non adempiere, l’Italia sarà condannata dalla Corte di Giustizia con conseguente grossa multa che, essendo comminata al nostro Paese, pagheremo noi tutti contribuenti con le nostre tasse. Due volte bastonati per non far pagare il tributo a chi doveva pagarlo.

Il 4 marzo si vota. Pensate che un Governo a forte componente leghista andrà dagli allevatori ad esigere il tributo?

 

Vi trascrivo – sull’argomento – un esauriente articolo pubblicato oggi da La Stampa a firma Emanuele Bonini:

“Adesso è ufficiale: sulle quote latte l’Italia ha violato le norme comunitarie. E’ inadempiente, e deve mettersi in regole. Le penalità per l’eccesso di produzione tra il 1995 e il 2009 sono state fatte pagare a tutti gli italiani e non ai singoli responsabili, come richiesto dalle normative dell’Unione europea. La Corte di giustizia dell’Ue ha accertato l’irregolarità italiana, e chiesto esplicitamente che il costo dello sforamento delle quote «sia effettivamente imputato ai produttori che hanno contribuito a ciascun superamento del livello consentito di produzione». Non sarà facile, perché dal 1995 a oggi molti allevatori sono usciti dal mercato, e rivalersi su di loro potrebbe risultare impossibile. Ma l’Italia deve sanare la situazione, o la Commissione nei prossimi mesi potrà avviare una nuova causa con cui chiedere multe.

All’Italia non si contesta il pagamento delle penalità, ma il modo in cui sono state versate all’Unione. La Commissione critica il mancato recupero di 1,3 miliardi di euro, cifra che le autorità nazionali hanno pagato all’Ue, ma senza procedere al successivo recupero a livello locale. I giudici di Lussemburgo riconoscono le ragioni dell’esecutivo comunitario: l’Italia non ha applicato il principio per cui «paga chi sbaglia». Ciò è frutto dell’assenza di un sistema che assicuri la riscossione. Dalla Corte di giustizia dell’Ue viene rimproverato «il non avere predisposto, in un lungo arco temporale (oltre 12 anni), i mezzi legislativi ed amministrativi idonei ad assicurare il regolare recupero del prelievo supplementare dai produttori responsabili della sovrapproduzione».

Non è vero quindi che l’Italia ha risolto la questione delle quote latte, come pure assicurò Luca Zaia nel 2009, quando ricopriva l’incarico di ministro per le Politiche agricole. E’ vero che a partire dall’1 gennaio di quell’anno l’Italia ottenne dall’Ue la fine del regime delle quote latte per l’Italia, ma non venne affrontato il nodo degli «splafonatori», come riconosciuto dai giudici di Lussemburgo”.

Stiamo assistendo, in questa prima fase della campagna elettorale a mirabolanti promesse dal costo talmente stratosferico che anche un bambino sa che non potranno mai esser realizzate.

Molte di queste promesse sono incentrate sulle pensioni e vanno dalla diminuzione dell’età pensionabile alla totale abolizione della cd. Legge Fornero, il D.L. 6 dicembre 2011, n. 201

Non potrà mai essere. La riforma delle pensioni è il principale caposaldo su cui si regge la residua fiducia che l’Unione europea, la nostra principale creditrice, ancora ripone nel nostro Paese. Torniamo allo stato pre-Fornero e la Troika ci piomberà addosso. E non sarà tenera. Nessuno ha fornito una copertura plausibile.

Quello che accumuna tutte le promesse strampalate fatte fin ora è una netta nuova spesa o una netta minore entrata. Lo scopo dichiarato di tutte queste promesse è aumentare la propensione al consumo, ora stagnante. Più soldi la gente ha in tasca, più spende, più aumenta la produzione, più aumenta il PIL. Quindi l’obbiettivo è anche quello di promettere soldi che non siano tesaurizzati, bensì spesi.

Mi permetto di entrare anche io nell’agone delle promesse con una proposta che ha il pregio di non essere una nuova spesa o una minore entrata, bensì solo l’anticipazione di una spesa già liquida e certa che lo Stato si rifiuta di erogare in tempi brevi. Il costo, quindi è solo dei minori interessi che lo Stato guadagna differendo la spesa.

Mi riferisco alla cd. liquidazione, che per i privati prende il nome di TFR (trattamento di fine rapporto) e per i dipendenti dello Stato prende il nome di TFS (Trattamento di fine servizio).

E’ un istituto tutto italiano, una retribuzione differita che il datore di lavoro tiene da parte per il dipendente e gliela eroga al termine del rapporto di lavoro. Per i dipendenti pubblici il TFS ha anche una natura previdenziale, in quanto il dipendente versa il 2,5% dei contributi, al contrario del dipendente privato i cui contributi sono versati per intero dal datore di lavoro.

Per tradizione, la liquidazione, visto che – in genere – arriva in tarda età, è spesa quasi subito, immettendo denaro liquido nel sistema economico. La spesa principe di chi riceve la liquidazione è l’acquisto, totale o parziale della abitazione per i figli, o la ristrutturazione della propria abitazione, o l’acquisto di un’auto nuova. Tutto denaro fresco che, speso, innesca una spirale virtuosa nella produzione.

Invece lo Stato che fa? Per i suoi dipendenti se la tiene stretta e la eroga con molto ritardo. Ritardo consentito da leggi dello Stato.

 

Per dimostrarlo devo raccontare una storia non breve e un po’ tecnica, ma se vi fidate, potete saltare tranquillamente alle conclusioni.

 

Si iniziò con il  D.L. 28/03/1997, n. 79   (1° Governo  Prodi) che dispose (art.3) che il trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici che avessero cessato il rapporto prima del raggiungimento dell’età massima (non c’era ancora la legge Fornero) , fosse erogato dopo 24 mesi dalla cessazione del servizio. Quindi chi rimaneva fino all’età massima riceveva tutta la liquidazione dopo 12 mesi, chi andava prima riceveva tutta la liquidazione dopo 24 mesi.

Ci si mise poi il D.L. 31/05/2010, n. 78 (Governo Berlusconi IV)  che intervenne (art. 7) stabilendo nuovi criteri, sempre per i dipendenti pubblici. La liquidazione viene corrisposta:

  1. in un unico importo annuale se l’ammontare complessivo della prestazione, al lordo delle relative trattenute fiscali, è complessivamente pari o inferiore a 90.000 euro;
  2. in due importi annuali se l’ammontare complessivo della prestazione, al lordo delle relative trattenute fiscali, è complessivamente superiore a 90.000 euro ma inferiore a 150.000 euro. In tal caso il primo importo annuale è pari a 90.000 euro e il secondo importo annuale è pari all’ammontare residuo;
  3. in tre importi annuali se l’ammontare complessivo della prestazione, al lordo delle relative trattenute fiscali, è complessivamente uguale o superiore a 150.000 euro, in tal caso il primo importo annuale è pari a 90.000 euro, il secondo importo annuale è pari a 60.000 euro e il terzo importo annuale è pari all’ammontare residuo.

Ovviamente restò fermo quanto previsto dalla normativa allora vigente in materia di determinazione della prima scadenza utile per la erogazione, ovvero del primo importo annuale, con conseguente riconoscimento del secondo e del terzo importo annuale, rispettivamente, dopo dodici mesi e ventiquattro mesi dal riconoscimento del primo importo annuale.

 

Infine, l’ultima norma, il Comma 484 della legge. 27/12/2013, n. 147, “legge di stabilità 2014” (Governo Letta I) che dispone la riduzione degli importi erogabili. Non più “subito” 90.000 euro, bensì solo 50.000.

 

Ora, indipendentemente dal giudizio su liquidazioni oltre i 150.000 euro che, comunque, devono essere corrisposte perché “guadagnate” seguendo le leggi attuali e non “rubate”, la situazione è questa: un Dirigente dello Stato che vuol andare via per lasciare il posto ad un giovane disoccupato usufruendo della possibilità concessa dall’articolo 24, comma 10, della già citata legge Fornero (ossia andare in pensione con 62 anni di età e avendo versato più di 42 anni e 10 mesi di contributi, ma dal 2019 saranno 43 anni e un mese di contributi) riceverà la sua liquidazione che, ricordo, non è un regalo, ma una retribuzione differita alla quale ha partecipato versando il 2,5%, secondo questo schema:

  1. dopo 24 mesi dal collocamento in pensione: 50.000 euro
  2. dopo 36 mesi dal collocamento in pensione il 50% del rimanente
  3. dopo 48 mesi dal collocamento in pensione il rimanente 50%.

Quindi i soldi messi in salvadanaio verranno riscossi interamente dopo 4 anni, a meno di non far guadagnare le banche cedendo il credito.

 

Visto che queste somme sono già contabilizzate come debiti certi ed inseriti nel bilancio dello Stato perché non erogarle subito? Non si tratta di nuove spese, ma solo di spese ritardate. Pensate quante case potrebbero essere compravendute, quante auto comprate e prodotte, quale impulso all’economia potrebbe essere fornito eliminando questo folle e colpevole ritardo nell’erogazione delle liquidazioni.

 

La vicenda, una fra le tante di questa stupida campagna elettorale, è nota.

Il Leader dei CinqueStelle, Luigi Di Maio, afferma che Gentiloni, entrando in campagna elettorale, viene meno al suo ruolo di garanzia e dovrebbe dimettersi da Presidente del Consiglio.

E perché? Il Presidente del Consiglio è espressione di un partito, o di una coalizione di partiti, quindi è “naturalmente” di parte. Non esercita funzioni di garanzia, anzi, Egli è chiamato proprio ad attuare  la politica scelta da qualla parte dello schieramento parlamentare che gli ha conferito la fiducia. E’, per definizione, un politico di parte.

Diverso è il caso del Presidente della Repubblica, supremo garante delle istituzioni che, certo, di parte non può essere. Oppure dei Presidenti di Camera e Senato che funzioni di garanzia ne hanno. Forse Di Maio doveva dirigere il tiro verso Grasso o la Boldrini … o verso se stesso, visto che è tutt’ora Vice Presidente della Camera dei Deputati.

 

 

Il trasporto pubblico locale è una delle esigenze più sentite dalla popolazione. Spostarsi velocemente, ridurre i tempi morti degli spostamenti casa-lavoro sono fra gli obiettivi di tutte le Amministrazioni comunali.

Eppure… eppure a Roma tanta gente spera che una importante opera pubblica non vada avanti, ovvero – più esattamente – entri in funzione solo quando sarà completa.

Mi riferisco alla tanto vituperata Linea C della Metropolitana di Roma.

E’ un opera iniziata negli anni ’90 e non si sa quando finirà. Il percorso originario doveva essere da Monte Compatri a Grottarossa, passando per il centro della Capitale.

Doveva esser completa per il Giubileo del 2000, forse sarà pronta nel 2024, ma un bel tratto non è neppure finanziato.

Oggi la linea C, verso il Centro si ferma a Piazzale Lodi da dove dovrebbe proseguire per Piazza San Giovanni, poi per il Colosseo, Piazza Venezia, Largo Goldoni (ma è stata soppressa la fermata, forse la più utile), poi piazza del Popolo, Piazza Mazzini, Piazzale Clodio e Grottarossa.

La Talpa di scavo, un paio di mesi fa è stata calata a via Sannio, dopo San Giovanni, per scavare verso i Fori imperiali che chissà quando raggiungerà.

Ora la Sindaca Raggi sta premendo per la rapida apertura della Stazione in cui la Metro C a San Giovanni incrocia la linea A della Metropolitana. E qui cominciano i guai. Non è certo colpa dei grillini il mostruoso ritardo nell’esecuzione dell’opera, ma aprire la stazione di San Giovanni ora è un delitto. Noi che abitiamo in zona ce ne siamo resi conto da tempo; i mezzi di informazione, come il Fatto Quotidiano, notoriamente vicino ai grillini, se ne rende conto ora con questo articolo.

 

La situazione della linea A della Metropolitana di Roma alla Stazione di San Giovanni – che frequento due volte al giorno per andare e tornare dal lavoro –  non è espandibile ad ulteriori utenti per le queste ovvie ragioni:

  1. nelle ore di punta – se i macchinisti non trovano difetti nei convogli – la frequenza verso il Cenro di Roma è di un convoglio ogni minuto/minuto e mezzo, ossia quando un convoglio si ferma a San Giovanni, quello precedente è a fermo alla successiva stazione di MANZONI e quello successivo è alla precedente stazione di RE DI ROMA. Non è quindi possibile accelerare la corsa dei convogli.
  2. Il convoglio occupa tutta la banchina; non è, quindi, possibile aggiungere altre carrozze a meno di non far rimanere quelle estreme in galleria

 

Nelle ora di punta, nella Stazione di San Giovanni è quasi impossibile entrare nelle carrozze, se non nella prima e nell’ultima, sfruttando l’effetto gregge degli utenti che si fermano alle uscite delle scale mobili, poste in corrispondenza del centro del convoglio. Certo anche a Tokio la metro, nelle ore di punta, è super affollata.

Insomma, sto dicendo che, nelle ore di punta, la linea A della Metropolitana di Roma è al limite delle sue capacità. E queste capacità non sono espandibili.

Cosa succederà se, alla situazione appena descritta, si aggiungeranno migliaia e migliaia di passeggeri provenienti dalla linea C e diretti, come quelli della linea A, verso il Centro di Roma?.

Gli abitanti della zona nord est di Roma, Casilina, Prenestina, etc. che ogni mattina prendono la Metro C per andare al lavoro costituiscono una buona fetta del milione e duecentomila romani che ogni giorno si spostano per lavoro. Ora si fermano a Piazzale Lodi. Domani si aggiungeranno, a San Giovanni, a quelli della linea A, già sovraccarica.

La soluzione più pragmatica sarebbe quella di aprire la stazione Metro di San Giovanni solo quando la linea C raggiungerà Piazza Venezia, ossia un luogo “ambìto” di destinazione sia dagli utenti della linea A , sia da quelli della linea C, permettendo, quindi, un adeguato interscambio di utenti fra linea A e linea C a San Giovanni.

Ma i politici odierni non sono statisti, ossia si preoccupano dei nastri che possono tagliare nel corso del loro mandato, disinteressandosi del futuro.

Per quel che mi riguarda, dal giorno dell’apertura della stazione ella Metro C di San Giovanni eviterò la Metro. Mi muoverò a piedi, in bicicletta, col motorino. Io alla vita ci tengo.

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