Archivi per la categoria: cose brutte a Roma

Ieri io c’ero. Ho sentito il dovere civico di andare alla manifestazione #romadicebasta. Come ha detto l’attore Massimo Ghini, “datemi un solo morivo per non esserci”. Chi non vive a Roma non sa qual è il nostro quotidiano.

Eravamo tanti, non so quantificare il numero. Vi dico solo che la piazza del Campidoglio era strapiena da non poter andare da una parte all’altra. Del pari la scalinata: strapiena. Ad un certo punto si è diffusa la voce che la polizia – per comprensibili motivi di sicurezza – aveva chiuso l’accesso alla piazza.

Manifestazione sponsorizzata dai partiti? Forse, può darsi. Ma mi chiedo, può un partito organizzato compiere un errore così madornale di non pensare all’impianto di amplificazione e alla scaletta? Infatti c’erano solo due altoparlanti a terra e, a 20 metri, complice il chiacchiericcio, non si sentiva alcunché. Anche la scaletta sembrava improvvisata denotando l’assenza di una regia di un partito politico organizzato.

Eravamo in tanti. Spero che saremo ancora di più, perché qui, o voi non romani, la situazione è parecchio grave. Certo non imputo alla giunta Raggi i mali che affliggono Roma ab urbe condita, ma alle ultime elezioni, due anni e mezzo fa (sono arrivati ormai a metà mandato) si erano proposti come taumaturgici salvatori della capitale dopo i guasti di Alemanno.

Beh, chiunque viva a Roma sa che la situazione invece di migliorare, o almeno, di stabilizzarsi, è peggiorata.

Buche stradali, cantieri infiniti o che, al contrario, mai aperti, rifiuti per strada, erbacce alte, giardini diventati savane, ignoranza del termine “manutenzione” sono la regola.

Non basta certo una consiliatura per riportare Roma all’eccellenza, ma – dopo due anni e mezzo – qualche bozza di inizio dovrebbe vedersi. Non si vede.

In Piazza del Campidoglio ieri ho visto tanta gente comune lamentarsi del degrado in cui sta – sempre più velocemente – sprofondando Roma.

E’ normale che i cittadini protestino pacificamente. E’ la politica. Ed è dovere dell’Amministrazione e del Sindaco ascoltarli. Che fa la #Raggi? Non solo non si fa vedere, ma la sera, su Facebook (che ora ha sostituito i comunicati ufficiali) attacca in un post pieno di rancore e di rabbia chi legittimamente ha protestato.

Se lo leggete è surreale. Ne riporto qualche stralcio: “Dalle immagini li ho riconosciuti subito. Non era difficile. Erano gli stessi volti provati e stanchi, le stesse chiome bianche della precedente disastrosa manifestazione di rilancio del Pd in piazza del Popolo. Gli stessi volti che non abbiamo mai visto in periferia. Gli stessi volti bastonati di chi è scomparso alle ultime elezioni. Ho visto vecchi politici che rivogliono la poltrona e rappresentano soltanto se stessi: il partito con uno zoccolo duro al centro di Roma e ormai scomparso nel resto della città. Hanno nascosto le bandiere di partito, forse perché ormai gli stessi sostenitori del Pd hanno un certo imbarazzo a dire che sono del Pd. Quindi con il loro giornale volevano far credere che in piazza fosse scesa la società civile. Invece, hanno provato semplicemente a strumentalizzare i cittadini per fini partitici. Anche stavolta li abbiamo scoperti. Quelli del Pd erano riconoscibilissimi: signore con borse firmate da mille euro indossate come fossero magliette di Che Guevara e – accessorio immancabile – i barboncini a guinzaglio (ovviamente con pedigree). 

I più audaci hanno osato una maglietta “No cordoli” che evidentemente li schiera a favore dei suv in doppia fila e contro le corsie preferenziali per i mezzi pubblici. La società civile siamo noi, altro che quelli dello stop alle preferenziali!”.

Vi rendete conto che qui siamo ben oltre a “donne sull’orlo di una crisi di nervi”. L’orlo è passato da un pezzo. Un attacco verboso, cattivo, rancoroso contro chi la pensa diversamente da te. Da te che hai giurato di essere il sindaco di tutti i romani.

Io mi sento offeso e ho chiesto (senza speranza) a Facebook di rimuovere il post come incitamento all’odio.

Il ribrezzo e lo schifo della reazione della Raggi mi spinge ad andare indietro con la memoria su Roma. Ogni memoria è diversa per ogni romano e, così, come al solito, metto i paletti del mio post oltre i quali non posso e non voglio andare. Non sono romano. Arrivai a Roma il 20 giugno 1988, sugli ultimi scampoli di mandato di Nicola Signorello e ci son rimasto fin’ora. Provenivo da Venezia con il vantaggio di risiedere a Mestre (terraferma) e di lavorare (dalla 8 alle 20) a Venezia. Due realtà diverse ma ottime da vivere.  A Roma ho sempre vissuto nella zona di Piazza Re di Roma/Pontelungo. Della vita delle altre zone non so.

Ho avuto modo di assistere a quello che ritenevo la peggior bassezza politica nelle elezioni comunali del 1989. Vox populi era che il sindaco sarebbe stato Franco Carraro. Le dichiarazioni ufficiali smentivano. “sarà sindaco chi riceverà più voti” dicevano. E il più votato fu un tal Garaci (Il signor nessuno per chi ha la mia età:140.000 preferenze), ma il sindaco fu, ovviamente Carraro. La pagina più buia? No, ce ne sarebbero state delle altre.

L’esperienza Carraro si concluse il 20 aprile 1993. Ben due Commissari Straordinari si susseguirono dopo Carraro: Alessandro Voci dal21 aprile all’8 novembre 1993 e Aldo Camporota dal 9 novembre al 4 dicembre 1993.

Poi arrivò, il 5 dicembre 1993, Francesco Rutelli, il primo sindaco ad elezione diretta, al quale -dopo un interregno del Commissario governativo Enzo Mosino, subentrò, il 28 maggio 2001, Valter Veltroni che governò fino al 13 febbraio 2008

Alemanno, Marino e Raggi son storia troppo recente perché la ricordi.

Mi son fatto spesso una domanda. Qual è stato il periodo in cui tu, non romano, hai più apprezzato il vivere a Roma?

Non c’è dubbio, dal 1995 al 2005. Roma era viva, l’estate romana non era, come oggi una ostensione di bancarelle da fiera paesana. Dalla mia casa (molto semi)centrale mi sentivo partecipe del cuore di Roma. Teatri, manifestazioni, cose da fare ce ne erano senza fine. Non so dove buttassero rifiuti, ma le strade erano pulite e senza buche. Abbiamo superato il Giubileo del 2000 senza l’assedio del pullman turistici e senza le gomitate per farsi strada nei luoghi nevralgici. Ero felice di vivere a Roma. Ora non più.

Qualcosa pur significherà. Forse c’era (ma c’è ancora) la mafia. Forse Buzzi e Carminati comandavano (altri lo faranno ora) ma si viveva meglio. Mai avuto problemi nel tornare a casa in ore notturne, Non c’erano le Apps che ti dicevano che l’87 sarebbe passato fra 3 minuti e, invece, lo aspettavi per 25 minuti. Non c’era l’App “tu passi” che ti mostra che il primo appuntamento disponibile per una Carta di identità elettronica è fra quattro mesi e per una autentica è di nove giorni. Andavi in Circoscrizione e facevi tutto in giornata.

I giardini erano più curati, gli alberi venivano manutenuti e non tagliati. Insomma , vivere a Roma era più facile. Ero un privilegiato a vivere nella Capitale.

Oggi, invece, per una cosa dò ragione alla Raggi quando dice, nel famigerato post su Facebook “Erano gli stessi volti provati e stanchi..”. Certo… provati e stanchi dalla difficoltà di vivere a Roma. Vedi, Virginia, come ci hai ridotti?

Il simbolo del sindaco Raggi

Io vivo a Roma. E, questo, si sa, per lo smaltimento dei rifiuti è un grosso dramma.

Io sono single e come tutti i single spesso non mangio a casa. E questo, forse non si sa, per lo smaltimento rifiuti è un piccolo dramma.

Per i non romani ricapitolo la situazione nella Capitale. Tranne che in poche parti del centro storico, non c’è la raccolta differenziata porta a porta, ma i cassonetti per le strade.

Quello marrone per l’organico, con l’obbligo dei sacchetti superbiodegradabili; quello bianco per la carta; quello blu per la plastica (non tutta) e il metallo; quello grigio per i rifiuti non riciclabili; la campana verde per il vetro.

Sorvolo sullo scempio e sui cumuli di immondizia attorno ai cassonetti non svuotati per intrattenervi sul dramma del single (ossia una persona sola) che deve dividere i suoi (pochi) rifiuti ogni giorno in cinque sacchetti diversi. Eh, sì, ogni giorno: ho una casa molto piccola e non posso tenermi i sacchetti aperti, pena l’intervento dei Vigili del fuoco per la puzza che, dopo il primo giorno, promanerebbe.

Cominciamo dal facile.

Decido di prepararmi per cena una pasta con il sugo e un hamburger vegetale. A pranzo ero fuori, ho risolto con un tramezzino per i cui rifiuti se la vedrà il bar.

Allora, prendo il pentolino per il sugo, ci metto un po’ d’olio e uno spicchio d’aglio. Le parti scartate dell’aglio mi fanno aprire un sacchetto per l’organico biodegradabile.  Mi accorgo di aver messo, forse, un po’ troppo olio e non so dove buttarlo. Nel lavello? Nel gabinetto? Pare sia vietato; bisognerebbe “conferirlo al consorzio obbligatorio olio esausto”. La legge vieta di smaltirlo nelle fogne. Ma a Roma non è previsto alcun servizio. Sono costretto a trasgredire. Apro un barattolo di pomodori pelati. Beh, il contenitore è metallo, facile, apro un sacchetto per i rifiuti metallici, Sciacquo il contenitore (acqua sprecata) e ce lo metto dentro. Vorrei condire il sugo con un po’ di capperi e di alici, così finisco quei due barattolini in vetro che ho nel frigo. Sì, li svuoto, e cerco di smaltirli. In quello che conteneva le alici c’è rimasto un dito d’olio. Non è fritto. Posso buttarlo nelle fogne? Chissà. Tutti e due son di vetro ma hanno l’etichetta di carta che dovrei staccare. Passo i due barattolini sotto l’acqua (che spreco!), ma l’etichetta sembra attaccata con una super colla. CI rinuncio e li metto in un altro sacchetto per i rifiuti in vetro.

La parta. L’acqua bolle e svuoto il pacco nella pentola. Mi rimane in mano una confezione vuota in plastica. Altro sacchetto, per la plastica. Ma sarà plastica riciclabile? Chissà.

Passo all’hamburger vegetale, prodotto biologico chiuso in una bolla di plastica rigida, a sua volta contenuta un involucro di carta. La carta va nella busta di carta che raccoglie altra carta. Poi, la solita domanda, la confezione a bolla di plastica dove va smaltita? Nella plastica riciclabile o nell’indifferenziata? Le scritte sulla confezione si dilungano sulle proprietà nutritive, sulle kilocalorie, ma non dicono dove gettarla.

Finisco di cenare e mi ricordo che l’indomani devo consegnare delle foto e dei documenti che ho sul computer ad un amico. Ho comprato una minuscola pennetta USB per la bisogna. Osservo la confezione: la pennetta sarà tre centimetri per uno. Ma è “affogata” in una bolla di plastica dura, a sua volta incollata su un cartoncino dove, perdipiù sono stampate, in minuscoli caratteri, le istruzioni d’uso. Quindi aprendo – con le forbici, con le mani non ce la faccio – la confezione perdo le istruzioni. Poco male, so come si usa la pennetta USB. Peccato, però, mi perdo l’indirizzo web del produttore che, leggo sui resti, mi avrebbe fatto scaricare gratuitamente un programmino per le immagini. Ma non divaghiamo. Ho fra le mani un rifiuto misto: resti della bolla di plastica saldamente incollati al cartoncino. Dove li butto? Uso la monetina?

Bel dilemma. Ci bevo sopra l’ultimo sorso di una bottiglia di vino che avevo in casa. Anche qui il problema di togliere l’etichetta di carta prima di smaltirla.

Sono stato solo due ore in casa e ho aperto cinque contenitori: per la plastica, per l’indifferenziata, per la carta, per il vetro, per l’organico e ho sempre il dubbio di aver diviso bene e il rimorso per l’olio fritto nello scarico. I sacchetti di plastica che ho usato per i rifiuti, secondo me contengono più plastica del contenuto, forse no perché ho usato una busta di carta per i rifiuti cartacei e una busta di mais per quelli organici, forse sì perché le altre buste son grosse, non ne ho altre. I sacchetti per l’immondizia sono ancora più grandi.  Insomma, spesso mi sembra – fra acqua sprecata e sacchetti per i rifiuti – di inquinare più dei rifiuti che produco.

Ma non c’è un altro modo? Una differenziazione a valle, per esempio? Si stanno spendendo un sacco di soldi per lo smaltimento dei rifiuti, ma – presumo – senza esito, visto che le strade sono sempre più invase dai sacchetti di immondizia e le tariffe della tassa sullo smaltimento dei rifiuti è ogni anno più pesante

Roma, ormai, è quasi come Kabul. Le auto non esplodono, ma vengono incendiate.

La storia si ripete spesso nel mio quartiere, Pontelungo Ponte della Ranocchia, prima periferia romana oltre S.Giovanni.

Abito qui da oltre 10 anni e gli episodi incendiari si susseguono con cadenza periodica.

Un pazzo? Vendette personali? Semplice vandalismo? Non lo so. So che, a questo punto, preferisco spendere i soldi di un posto auto/moto in un garage pubblico che lasciare il mio veicolo sula pubblica via.

Quello che mi fa riflettere sul degrado della città è che gli episodi incendiari nella zona si susseguono con regolarità da quando son venuto ad abitare nella zona, ma il colpevole non è stato trovato (è stato cercato?) e agisce ancora impunito da oltre 10 anni.

Le immagini sono degli ultimi due episodi, in via Gaspare Finali e in via Antonio degli Effetti.

davsdr

Penso sia tempo di migrare.

 

Sarà il tempo, sarà il degrado, sarà l’incuria, ma – fra poco – davanti alla Basilica di S.Croce in Gerusalemme – andremo a mietere il grano.

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Oggi sono andato a fare un giro nella nuova stazione della Metro C di San Giovanni a Roma, inaugurata ieri con circa sette anni di ritardo, che fa arrivare la linea C sulla linea A.

Ne avevo già parlato (clicca qui) esprimendo alcuni dubbi sulle capacità di trasporto e, soprattutto sul timore del maggior affollamento dei vagoni causato dalle migliaia di passeggeri che, dalla linea C, si sarebbero riversati sulla già strapiena linea A.

La conferma, o la smentita, la avremo domattina, all’ora di punta.

Per la esplorazione cerco di iniziare dalla stazione limitrofa “Lodi”. Scendo le scale. Fortunatamente gli architetti hanno abbandonato le pareti rivestite di travertino della linea A, caratteristiche ma porose e attira sporco. Le scale scendono fra due pareti di plastica traslucida grigio/celestino non molto modaiole.

Dopo i tornelli scendo ancora più giù e arrivo alle gallerie dei treni che scorrono parallele come sulla linea A. Qui due sorprese.

La prima: l’alveo delle rotaie non è accessibile, come nelle metropolitane più moderne la banchina finisce contro una parete di vetro che rende impossibili cadute sui binari. Ci sono porte scorrevoli che si aprono in corrispondenza di quelle dei vagoni, una volta che il treno si ferma in stazione.

La seconda: sulle altre linee della Metro i treni corrono nelle gallerie parallele uno in un senso verso un capolinea e l’altro nel senso inverso verso il capolinea opposto.

Qui no, non c’è un verso: i treni (forse perché non c’è un incrocio per scambiare i treni) vanno avanti e indietro su ogni linea. Quindi, su ogni banchina, si può prendere il treno sia per l’attuale capolinea di S.Giovanni, sia per l’opposto capolinea di Pantano/Monte Compatri. Bisogna stare attenti agli avvisi dati dall’altoparlante o sul tabellone (tabellino) luminoso.

Forse perché solo da ieri la stazione “Lodi” non è più il capolinea, su tutte e due le banchine campeggia ancora in grande la scritta “Direzione Pantano/Monte Compatri”, generando non poca confusione.

La frequenza delle corse non è veloce, fra i 12 e i 14 minuti. Prendo il convoglio sperando di non sbagliare direzione ed in tre minuti arrivo alla nuova stazione di San Giovanni. Esco, la banchina è un po’ stretta per la folla e cerco la scala mobile dell’uscita. Il piano dei treni è veramente basso. Trenta metri sotto il livello del suolo. Le pareti sono rivestite di pannelli che ricordano la storia di Roma ed il livello a cui si ci trova.

Trovo l’uscita e le scale. Beh, l’ampiezza del vano scale è occupato per oltre due terzi dai gradini e per il rimanente (poco) spazio da una sottile scala mobile che difficilmente permette la salita in fila per due. E sono 30 metri da salire.

Arrivo al piano stazione e ammiro la parte museale con le teche che espongono il materiale ritrovato durante gli scavi. Suggestivo, non c’è che dire.

Al piano stazione un’altra sorpresa: si esce dai tornelli e per prendere la linea A bisogna riattraversare i tornelli, ma con lo stesso biglietto.

Pare che la disposizione di non permettere l’accesso diretto sia dovuta al timore di eccessivo affollamento sulle banchine.

Per una stazione dalla così lunga gestazione, mi sarei aspettato di più.

Vedremo le prossime, ma non tanto presto. La “talpa” di scavo è stata da poco attivata vicino al mercato di via Sannio e, vicino al Colosseo c’è questo cartello inequivocabile: per costruire le due prossime stazioni, e relative gallerie, sono stati previsti ben 83 mesi, circa 7 anni. Ricordo che il Colosseo fu costruito in otto anni.

Bah…

Per due stazioni ci vogliono 83 mesi.

POST SCRIPTUM DEL 14 MAGGIO 2018 (il giorno dopo)

Mi ero ripromesso di verificare oggi di persona. Non ci sono andato.

Riporto comunque un articolo di Repubblica.it (clicca qui) di Cecilia Gentile: “Regge lo scambio tra C ed A alla nuova stazione San Giovanni inaugurata sabato scorso. Questa mattina la vera prova del fuoco. Per fronteggiarla Atac ha dispiegato un esercito tra personale di stazione e vigilanti. I convogli della A passano ogni 2-3 minuti. La linea C arriva ogni 12 riversando in banchina folle oceaniche. Effetto imbuto ai tornelli per la A dai quali per il momento è necessario ripassare. La ressa defluisce in tre minuti. Ma alle 8.20, orario caldissimo, ci vogliono tre convogli successivi per liberare la banchina della A. In superficie invece il 77 che deve collegare direttamente la C con la A senza attraversare Termini passa al ralenti“.

Non c’ero, non commento, ma – da frequentatore abituale della linea A, anche della stazione di S.Giovanni – mi sento di poter dire che nella famigerata ora di punta, dalle 7.45 alle 8.45, la banchina del Metro A, direzione Battistini, non è MAI vuota, altro che tre convogli.

Proverò di persona fra qualche giorno, quando i riflettori, e l’assistenza dell’ATAC, saranno spenti.

 

Ma è possibile che la Capitale di un importante Paese europeo, per un po’ di pioggia e vento riporti un bollettino da Caporetto come l’articolo di Repubblica qui di seguito? http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/04/09/news/maltempo_a_roma_albero_su_auto_crolli_sul_litorale-193389729

Quello che fa impressione è il numero di alberi caduti, alberi con centinaia di anni che ben altre avversità hanno sopportato. Significa quindi che è cessata la manutenzione. Che al Comune più nulla importa di questo diffuso polmone di verde.

E la caduta degli alberi è anche intenzionale. Vedete cosa succede allo inizio di via Appia Nuova, sempre a Roma. Stanno abbattendo tutti i pini secolari. Sì, sotto ci passa la Metro A, ma ci passa dal Febbraio del 1980. Son 38 anni e mai un pino aveva dato segni di cedimento. Ora, tutto ad un tratto, si devono abbattere. Sono malati, dicono gli operai, ma i tronchi tagliati non mostrano alcun segno di malattia.

Che dire, poi, delle buche? Un po’ di pioggia e via Nazionale trasformata in torrente fangoso con acqua schizzata sui poveri passanti dalle ruote delle auto.

Non sono romano, ma Roma mi.piaceva. Ora non più. Forse è tempo di andar via.

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