Archivi per la categoria: cose brutte a Roma

Il Governo si ci è messo di punta: ha anche approvato un “decreto semplificazione” per diminuire la burocrazia che ci affligge.

Fra l’altro, ha costruito una unica piattaforma informatica, con tanto di App dove effettuare i pagamenti, chiamata “PagoPA”. Tutto bene? Forse, ma ci sono gli effetti perversi. Le Pubbliche amministrazioni, anche i Comuni, forse perché a loro conviene stanno convergendo su tale piattaforma.

Oggi mi arriva dal Comune di Roma una bella letterina che mi avverte che la prossima rata della Tassa sui Rifiuti solidi Urbani (TaRi) sarà riscossa mediante PagoPA e mi invita a disdire la modalità di pagamento automatico (RID o SEPA) che ho in banca sulla quale ho domiciliato in via permanente le bollette.

A parte il fatto che la letterina rinvia alla prossima bolletta l’esplicitazione delle modalità di pagamento (poteva farlo subito, no?), mi vado a vedere l’App “io” da cui effettuare i pagamenti a “PagoPA”.

App “io”

E’ una normale App che accetta, per ora i pagamenti solo da Carta di Credito, probabilmente leggendo il Qr Code dalla bolletta. C’è l’avvertenza he ogni pagamento comporta l’applicazione di una commissione (bontà loro) non superiore ad 1,5 euro.

Il passaggio descritto comporta – per l’utente cittadino – una notevole complicazione. Vediamo le fasi “prima e dopo”:

PRIMA: ho le bollette domiciliate, posso anche scordarmele, posso andare in viaggio senza guardare la cassetta della posta. La banca, GRATIS, mi paga la bolletta l’ultimo giorno disponibile.

DOPO: Devo stare con l’occhio alla cassetta postale, sempre che il postino arrivi (spesso “salta”), se vado fuori per un periodo lungo mi devo preoccupare perché bolletta e scadenza potrebbero arrivare durante la mia assenza; quando arriva la bolletta devo scansionare il QRCode, dare disposizioni di pagamento con la carta di credito, il che – come ogni utente sa – dopo le ultime direttive UE non è proprio semplice con l’impronta biometrica o con lo SPID o con altre diavolerie. Oltretutto devo pagare una commissione (non superiore a) di 1,50 euro.

Vi pare una semplificazione?

L’Amministrazione comunale di Roma non cessa di stupire, in peggio ovviamente.

Il Comune di Roma ha messo su un complesso sistema di segnlazione magagne, chiamato pomposamente “Roma Segnala” accessibile all’indirizzo: https://www.comune.roma.it/web/it/di-la-tua-segnala.page

Non è una pagina qualsiasi: bisogna registrarsi ed autenticarsi con SPID in modo che l’Amministrazione sia certa di chi protesta.

Il form è complesso: bisogna specificare il luogo, la data dove si è verificato il problema e proporre una completa descrizione.

Beh, penso io, è un sintomo di serietà.

Manco per sogno.

Dopo qualche giorno ti arriva una stringata Email che ti informa che “la sua segnalazione è stata chiusa in data odierna dall’Ufficio……..”.

Ma chiusa come? In che modo? Quali provvedimenti sono stati adottati? il problema denunciato è stato risolto?

Forse la segnalazione è stata chiusa in un cassetto è lì dimenticata?

Roma sempre più in basso!!!! Manica di buffoni!!!

Nemmeno un servizio serio di segnalazione riescono a fare!

Sono due giorni che la linea mobile dentro le mura di casa è imprendibile. Telefono, l’utente chiamato risponde, dopo un minuto la linea cade e sul display appare la scritta “linea mobile assente” oppure “linea mobile debole, chiamata interrotta”.

Fino a due giorni fa andava tutto bene.

Non dipende certo dal mio telefonino perché

  1. Ho due telefonini TIM che hanno lo stesso problema con la rete;
  2. Ambo i telefonini, 100 metri fuori casa, funzionano alla perfezione;
  3. Altri utenti TIM del palazzo lamentano lo stesso problema
  4. Anche in terrazza (quindi senza ostacolo di muri, il problema permane.

Cerco di contattare la TIM, il 119. Da casa è impossibile, la linea cade prima che finiscano le musichette cretine di pubblicità-

Da sito web non vedo come si possa inviar e una segnalazione.

Sco di casa e telefono al 119. A 100 metri da casa il telefono funziona e l’operatore continua far domande se ho configurato bene la SIM, se h provato a mettere la SIM su un altro telefonino. Alla fine, forse si convince che il problema dipende da loro e dice che “apre una segnalazione” senza darmi il codice.

Torno a casa e la TIM cominci a inondarmi di SMS con le stesse domande:  ”ha provato a mettere la SIM in un altro telefono. Altri utenti SIM della zona hanno gli stessi problemi. Ha configurato bene il telefonino? Tattiche dilatorie per non assumersi responsabilità

Insomma, in Italia il Customer care NON esiste!!!

Delle nefandezze che si commette sui social di internet si è detto molto. Ci sono gli odiatori di professione che raggiungono orgasmi multipli riempendo di contumelie veri o presunti avversari. Godono pigiando sulla tastiera quei tasti che compongono le parole più abiette, gli auspici più nefasti verso i loro nemici.
Ci sono gli stalker digitali che hanno amplessi digitali vergando sulla tastiera le frasi, a loro modo di pensare, più lussuriose all’indirizzo delle loro “prede”.
Ci sono gli (o le) esibizionisti che postano, convinti di essere strafighi) le loro foto in atteggiamenti più o meno conturbanti.
Potrei citare altre categorie come quelle dei fideisti fino alla morte, convintissimi a sostenere, contro ogni evidenza, il loro leader politico, le scie chimiche o la pericolosità dei vaccini o la forma piatta della terra.
La spinta di ognuna di queste categorie è la medesima: convinti di essere fra i pochi partecipi ad un segreto, tentano di uscire fuori dalla massa, sostenendo una tesi di minoranza, al fine di avere un momento, un solo momento sotto i riflettori.
Ma, se ce ne siete accorti, da un po’ di tempo c’è una nuova categoria di matti sui social di internet.
Io li chiamo “statusquoisti”. Il loro scopo è contestare le giuste (o meno giuste) lamentazioni o rimostranze del prossimo.
Se un tizio, incazzato nero, posta una foto di cassonetti stracolmi cirrcondati da una corona di sacchetti dell’immondizia pieni, inveendo contro la mancata raccolta dei rifiuti, lo statuquoista inveisce contro il tizio, sostenendo che la colpa non è dell’Azienda preposta alla raccolta rifiuti, bensì del cittadino che lascia i sacchetti fuori posto.
Oppure se un pellegrino del Cammino dii Santiago segnala su FB che un albergo è sporco, con le cimici e pieno di mosche, salta su lo statusquoista che ribatte che la segnalazione diffama la locanda, che le cimici sono state senz’altro portate dal pellegrino e che le mosche sono entrate perché il pellegrino ha lasciato la finestra aperta.
Se Caio si lamenta perché gli avventori del bar sotto la sua finestra schiamazzano fino alle ore piccole privandolo del sonno, lo statuquoista di turno lo redarguisce della sua scada tolleranza e della sua mancanza di socializzazione.
Insomma gli statusquoisti, senza posa, si adoperano affinché la vita scorra così come scorre; si adoperano affinché gli abusi non vadano puniti perché la punizione scalfirebbe lo status quo.
Mi piacerebbe sapere se ci avete fatto caso e se, sui social, lì avete incontrati anche voi.

Sicuramente tutti sapete cosa è successo poco più di un mese fa in Kashmir, la regione al nord dell’India che confina con il Pakistan.

Un po’ di storia: Nel 1949 l’impero britannico lasciò l’India e vi fu quella che gli indiani chiamarono “la partizione”. A est e ad ovet due stati a maggioranza musulmana: il Pakistan occidentale (attuale Pakistan) e a est il Pakistan orientale (attuale Bangladesh). Al centro il continente indiano a maggioranza indù.

Milioni di persone si mossero per andare nei luoghi “assegnati” per la loro religione. Migliaia morirono in conflitti interetnici. Particolarmente tesa la situazione fra India e Pakistan, con tre guerre di cui non è stato mai firmato il trattato di pace. Ed ancor più tesa la situazione in Kashmir, sede del principato Mugul a cui fu lasciata la scelta se andare con i Pakistan o con l’India. Il sovrano Mugul dell’epoca decise che il suo territorio, a maggioranza musulmana, sarebbe rimasto quasi tutto in India.

Fin ora il Kashmir indiano era parte dello Stato Jammu & Kashmir all’interno della federazione indiana e comprendeva anche il territorio del Ladakh, a maggioranza buddista.

Per preservare la maggioranza musulmana il Kashmir aveva uno statuto speciale: i non nativi non potevano acquistare immobili e non potevano assumere cariche pubbliche.

In Kashmir, da anni, con la scusa di possibili sconfinamenti e ripresa della guerra indo-pakistana erano stanziati migliaia e migliaia di soldati indiani, ovviamente non kashmiri e visti dalla popolazione locale quasi come forza di occupazione.

Poco più di un mese fa, il premier indiano, l’ultranazionalista indù Narendra Modi, (campione di democratura) ha tolto al Kashmir lo statuto speciale   con il rischio di scatenare una nuova guerra. Solo misure drastiche come la chiusura di internet, di tutti i mezzi di informazione, della stampa, della TV, dei movimenti delle persone, del coprifuoco ha fin ora scongiurato l’esplodere delle violenze.

Voglio qui lasciare spazio ad un “reportage” di due amici esperti e frequentatori del Kashmir, attualmente in Ladakh che, con mezzi di fortuna, hanno fatto uscire questo racconto allucinante:

La vita qui in Ladakh continua come se niente accadesse in Kashmir. Le nostre frequenti richieste di opinioni sulle conseguenze di quanto successo i primi giorni di agosto e sulla tragica situazione che attanaglia da allora Srinagar e il Kashmir, ottengono risposte  quasi sempre vaghe. Li sollecitiamo con i nostri timori sulla indeterminatezza del futuro del Ladakh nella nuova veste amministrativa di Territorio dell’Unione dipendente direttamente dal governo centrale di Delhi. Li provochiamo esprimendo sdegno per le sorti della popolazione kashmira che è ancora oggi, dopo 25 giorni, bloccata dal coprifuoco e isolata dall’assenza di comunicazioni telefoniche e internet, e per i 2300 arresti preventivi ( cifra da fonti estere, credibile visto che li Times of India ne ammette ufficialmente 500 sulle sue pagine) di tutti i politici o comunque impegnati in attività di contrasto all’ occupazione militare indiana, religiosi compresi. Le leggi di polizia consentono l’arresto preventivo fino a 2 anni per motivi di ordine pubblico e ciò ha consentito di riempire,senza giudizi preventivi, carceri e luoghi a tal fine adattati non solo in Kashmir ma a prestito anche carceri di altri stati indiani. Noi non nascondiamo ad ogni confronto il nostro sconcerto e chiediamo provocatoriamente se considerino tutto questo un prezzo equo per l’autonomia dal Kashmir che il Ladakh otterrà formalmente dal 1 ottobre 2019. Anche le persone che conosciamo più superficialmente non riescono a nascondere un po’ di imbarazzo nel rispondere, ma alla fine il ritornello è: era da 70 anni che aspettavamo questa separazione ed ora è realtà. Solo le persone di cui conosciamo l’intelligenza e l’ integrità non possono tacere una forte preoccupazione per quanto succede in Kashmir e per le ripercussioni che quelle sorti avranno qui. Pensano a tutta la comunità ladakha musulmana, da sempre vicina di casa, e a come reagiranno nel caso di uno conflitto aperto fra i loro fratelli Kashmiri e la comunità buddista in quanto ormai, per forza di cose, alleata del partito hindu di Modi. Osservano con preoccupazione la drastica diminuzione dei commerci kashmiri che sostengono  la povera economia agricola dei queste valli pietrose per tutti i mesi estivi e che ora, con il coprifuoco, costringe i ladakhi a comprare merci che arrivano dall’unica  altra strada di collegamento con le pianure indiane, quella da Manali. Il percorso è più lungo e accidentato ed i prezzi delle merci sono ovviamente aumentati.

Anche il turismo vive questa paura. Nelle ultime settimane l’eco di questa destabilizzazione ha scoraggiato alcune agenzie soprattutto indiane ed i cambi obbligati all’ultimo momento degli itinerari che comprendevano Srinagar ed il Kashmir non ha certo favorito nuovi arrivi. La dfferenza con lo stesso periodo dello scorso anno è palese.

La tv locale, negli unici telegiornali a noi accessibili perché con qualche titolo in inglese, in alcuni pseudo spot che loro chiamano News, citano la ripresa della normalità di scuole e collegamenti  con immagini sempre identiche, di repertorio. Poi approfondendo nei discorsi  scopri che si riferiscono sempre a singole zone limitate soprattutto nell’area di Jammu, cioè la parte hindu e lontana da Srinagar. Coloro che ci tornano per lavoro o per rivedere le loro famiglie riportano scene sempre identiche :

la città con scuole, uffici, moschee e negozi chiusi, permesso di circolazione, nei pressi dell’abitazione solo nelle prime ore del mattino per procurarsi il cibo, e circolazione veicoli  dall’esterno solo nelle ore notturne. Gli ospedali funzionano solo per i casi gravi ed urgenti, le medicine ormai scarseggiano ovunque perché le farmacie non hanno più gli approvvigionamenti. La chiusura della città vale anche per i parlamentari di Delhi, quelli dell’opposizione a Modi. Qualche giorno fa Rahul Gandhi e altri componenti del partito del Congresso, arrivati all’aeroporto di Srinagar per una visita nella zona, si sono visti sbarrare le porte in uscita e sono stati obbligati a riprendere un volo per Delhi: motivi di sicurezza !!!! Mica male  per un paese con un regime parlamentare democratico!

La stampa poi, mi riferisco al Times of India, testata nazionale, nel sostanziale silenzio sulla realtà dei fatti, pubblica in prima pagina articoli che  alimentano la paura e la diffidenza verso il Pakisthan: stato di allerta sulle coste del Gujarat per notizie dai servizi segreti di barche provenienti dalle coste pakistane con terroristi pronti ad azioni violente; rapimenti e matrimoni forzati a danno di ragazze di religione sikh nel Punjab pakistano da parte di famiglie musulmane; rifiuto di Modi verso la proposta di mediazione da parte di Trump per le ricomporre il conflitto con il Pakistan sul Kashmir con la motivazione che queste possono essere risolte bilateralmente e che lui non vuole “creare problemi a nessun’altra nazione”!!!

Solo qualche piccola testata indipendente kashmira, rintracciabile in un unico rivenditore di Leh, fornisce dati e dettagli che fanno rabbrividire: di oggi il numero di 4500 degli arrestati dal 5 di agosto grazie alla nuova legge sugli arresti preventivi per motivi di sicurezza pubblica.

Quali siano i prossimi passi della strategia di Modi è difficile da immaginare  per noi. Tuttavia un dubbio ci coglie inevitabilmente riguardo un possibile obiettivo della sua smisurata ambizione, anche osservando la progressione dei movimenti di uomini, mezzi e armi pesanti  in queste settimane. (Nella zona sembra siano ora presenti circa 500 mila soldati).Nel 1947, tre mesi dopo l’indipendenza dall’Inghilterra e la partition fra India e Pakistan , a fronte di un tentativo del Pakistan di invadere l’allora piccolo regno indipendente del Jammu e Kashmir, anche per vendicare un eccidio di massa sui musulmani nella zona di Jammu, l’India inviò il suo esercito, fermò  le  incursioni dello nuovo stato islamico e quale ricompensa per l’aiuto ottenne dal Re Hari Singh il consenso all’ annessione del suo regno alla neonata confederazione indiana, [sempre contestato dal Pakistan]. Il Primo Ministro Modi nei suoi discorsi proclama di voler ricostruire “un’unica India con un unica Costituzione” ma quali sono i confini  che ha in mente? Ogni supposizione espansionistica sarebbe in perfetta sintonia con la megalomania del personaggio.”

Nel nostro mondo, già così poco sicuro, è una bomba (nucleare, visto che sia India, sia Pakistan la posseggono) pronta a scoppiare.

Qui, assorti nella fine del governo gialloverde, nella possibile nascita di un novo governo giallorosso, siamo distratti. Queste notizie non arrivano o arrivano attutite. eppure se il conflitto esplode ne pagheremo le conseguenze tutti noi. Spero di sbagliarmi……

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