Archivi per la categoria: cose brutte a Roma

Ma è possibile che la Capitale di un importante Paese europeo, per un po’ di pioggia e vento riporti un bollettino da Caporetto come l’articolo di Repubblica qui di seguito? http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/04/09/news/maltempo_a_roma_albero_su_auto_crolli_sul_litorale-193389729

Quello che fa impressione è il numero di alberi caduti, alberi con centinaia di anni che ben altre avversità hanno sopportato. Significa quindi che è cessata la manutenzione. Che al Comune più nulla importa di questo diffuso polmone di verde.

E la caduta degli alberi è anche intenzionale. Vedete cosa succede allo inizio di via Appia Nuova, sempre a Roma. Stanno abbattendo tutti i pini secolari. Sì, sotto ci passa la Metro A, ma ci passa dal Febbraio del 1980. Son 38 anni e mai un pino aveva dato segni di cedimento. Ora, tutto ad un tratto, si devono abbattere. Sono malati, dicono gli operai, ma i tronchi tagliati non mostrano alcun segno di malattia.

Che dire, poi, delle buche? Un po’ di pioggia e via Nazionale trasformata in torrente fangoso con acqua schizzata sui poveri passanti dalle ruote delle auto.

Non sono romano, ma Roma mi.piaceva. Ora non più. Forse è tempo di andar via.

Il trasporto pubblico locale è una delle esigenze più sentite dalla popolazione. Spostarsi velocemente, ridurre i tempi morti degli spostamenti casa-lavoro sono fra gli obiettivi di tutte le Amministrazioni comunali.

Eppure… eppure a Roma tanta gente spera che una importante opera pubblica non vada avanti, ovvero – più esattamente – entri in funzione solo quando sarà completa.

Mi riferisco alla tanto vituperata Linea C della Metropolitana di Roma.

E’ un opera iniziata negli anni ’90 e non si sa quando finirà. Il percorso originario doveva essere da Monte Compatri a Grottarossa, passando per il centro della Capitale.

Doveva esser completa per il Giubileo del 2000, forse sarà pronta nel 2024, ma un bel tratto non è neppure finanziato.

Oggi la linea C, verso il Centro si ferma a Piazzale Lodi da dove dovrebbe proseguire per Piazza San Giovanni, poi per il Colosseo, Piazza Venezia, Largo Goldoni (ma è stata soppressa la fermata, forse la più utile), poi piazza del Popolo, Piazza Mazzini, Piazzale Clodio e Grottarossa.

La Talpa di scavo, un paio di mesi fa è stata calata a via Sannio, dopo San Giovanni, per scavare verso i Fori imperiali che chissà quando raggiungerà.

Ora la Sindaca Raggi sta premendo per la rapida apertura della Stazione in cui la Metro C a San Giovanni incrocia la linea A della Metropolitana. E qui cominciano i guai. Non è certo colpa dei grillini il mostruoso ritardo nell’esecuzione dell’opera, ma aprire la stazione di San Giovanni ora è un delitto. Noi che abitiamo in zona ce ne siamo resi conto da tempo; i mezzi di informazione, come il Fatto Quotidiano, notoriamente vicino ai grillini, se ne rende conto ora con questo articolo.

 

La situazione della linea A della Metropolitana di Roma alla Stazione di San Giovanni – che frequento due volte al giorno per andare e tornare dal lavoro –  non è espandibile ad ulteriori utenti per le queste ovvie ragioni:

  1. nelle ore di punta – se i macchinisti non trovano difetti nei convogli – la frequenza verso il Cenro di Roma è di un convoglio ogni minuto/minuto e mezzo, ossia quando un convoglio si ferma a San Giovanni, quello precedente è a fermo alla successiva stazione di MANZONI e quello successivo è alla precedente stazione di RE DI ROMA. Non è quindi possibile accelerare la corsa dei convogli.
  2. Il convoglio occupa tutta la banchina; non è, quindi, possibile aggiungere altre carrozze a meno di non far rimanere quelle estreme in galleria

 

Nelle ora di punta, nella Stazione di San Giovanni è quasi impossibile entrare nelle carrozze, se non nella prima e nell’ultima, sfruttando l’effetto gregge degli utenti che si fermano alle uscite delle scale mobili, poste in corrispondenza del centro del convoglio. Certo anche a Tokio la metro, nelle ore di punta, è super affollata.

Insomma, sto dicendo che, nelle ore di punta, la linea A della Metropolitana di Roma è al limite delle sue capacità. E queste capacità non sono espandibili.

Cosa succederà se, alla situazione appena descritta, si aggiungeranno migliaia e migliaia di passeggeri provenienti dalla linea C e diretti, come quelli della linea A, verso il Centro di Roma?.

Gli abitanti della zona nord est di Roma, Casilina, Prenestina, etc. che ogni mattina prendono la Metro C per andare al lavoro costituiscono una buona fetta del milione e duecentomila romani che ogni giorno si spostano per lavoro. Ora si fermano a Piazzale Lodi. Domani si aggiungeranno, a San Giovanni, a quelli della linea A, già sovraccarica.

La soluzione più pragmatica sarebbe quella di aprire la stazione Metro di San Giovanni solo quando la linea C raggiungerà Piazza Venezia, ossia un luogo “ambìto” di destinazione sia dagli utenti della linea A , sia da quelli della linea C, permettendo, quindi, un adeguato interscambio di utenti fra linea A e linea C a San Giovanni.

Ma i politici odierni non sono statisti, ossia si preoccupano dei nastri che possono tagliare nel corso del loro mandato, disinteressandosi del futuro.

Per quel che mi riguarda, dal giorno dell’apertura della stazione ella Metro C di San Giovanni eviterò la Metro. Mi muoverò a piedi, in bicicletta, col motorino. Io alla vita ci tengo.

Bella scoperta, lo dice anche il calendario. Ma è il modo di dirlo che è diverso. Ben pochi lo dicono con subitanea nostalgia di qualcosa di bello che è appena passato e che tornerà sì, ma fra una anno.

Tanti, troppi, lo dicono con una espressione di sollievo, come l’essersi sgravati di un peso. Come essere appena usciti da una serie di doveri. I doveri dei regali, sempre più belli, sempre più costosi, sempre più esclusivi e sorprendenti. Doveri dell’abbigliamento, con l’obbligo di seguire i dettami della moda, sempre più costosa, sempre più pazza ed aliena da quello che vorremmo indossare ogni giorno. Doveri del cibo, stretti  fra quello ormai anche quello snaturato dall’uso fattone in TV dagli pseudo chef ultra star che ti impongono microscopici piatti, ma pieni dei più disparati ingredienti che devi girare tre giorni per trovarli tutti, e quello tradizionale, di pochi ingredienti, ma in quantità pantagrueliche. Doveri del divertimento ad ogno costo ache quando si vorrebbe star solo stesi sul divano a leggere un buon libro. Tutti doveri indotti, non piaceri. Quasi quasi il 27 dicembre, giorno lavorativo, è accolto con piacere.

E, intanto, anche se l’anno non è ancora finito, si cominciano non solo a fare i bilanci, ma a cercare di scoprire cosa ci porterà il domani, che si chiami 2018 o futuro prossimo.

E qui tutti concordi. Trovare un ottimista è una impresa. Non mi riferisco ai grandi temi, come i disastri di Trump e del suo compare nordcoreano, alla dissoluzione dell’Unione europea, al cambiamento climatico.

Mi riferisco alle cose più piccole, ma molto vicine a noi. Fra qualche mese la Democrazia andrà in scena con il suo massimo show, le elezioni. Ma si avverte una atmosfera da cupio dissolvi della politica che si sta suicidando in beghe interne in cui non si parla di lavoro o di industrie ma se fare il presepe sia etico o meno e che, se i sondagi ci azzeccano, porterà tutto  fuorché un governo.

E, ancora, al profondo degrado in ui versa la nostra capitale, dai rifiuti in strada alla sciatteria e alla manutenzione non eseguita: Purtroppo, nonostante i suoi monumenti ed il suo passato, la nostra Capitale, per il presente non è consideata un buon testimonial. E’ di oggi la notizia che è andata deserta l’asta per la pubblicità sugli autobus e sui tram di Roma.

Gli ialiani questo lo sentono, eccome. Molti dei figli dei miei cugini vivono già all’estero o si preparano a farlo: fuggire per non morire. E non solo il giovani. Migliaia di pensionati vivono meglio all’esero che in Italia, finanche in Bulgaria o Romania.

Anche io ci sto facendo un pensierino….

palloncino cinese

Il nuovo albero di Natale

Ovviamente dal cassonetto di cui al post precedente, in via Alfredo Baccarini, civ. 9) non è stato tolto il sacchetto di rifiuti penzoloni

cassonetto 9 dicembre

E, ancora, sempre in via Alfredo Baccarini, angolo via Michele Amari, il 1° dicembre scorso, si è aperta una grossa buca, pericolosa e di intralcio alla circolazione. L’unico provvedimento del Comune è la recinzione con la solita rete rossa. Di operai e lavori, nulla. E siamo al 9 dicembre.

buca in via alfredo Baccarini

Da un paio di anni ai cassonetti blu (plastica), bianchi (carta), grigio scuro (indifferenziata) e campane verdi per il vetro , si sono aggiunti i cassonetti marroni ove i romani devono conferire, in appositi sacchetti, i rifiuti organici, ossia quelli più deperibili, quelli che fermentano subito. Si dovrebbe supporre che siano i primi in lista per lo svuotamento. Invece no. Guardate le tre fotografie che seguono: ritraggono lo stesso cassonetto marrone, posto davanti al civico 9 di via Alfredo Baccarini, rione Pontelungo (Municipio VII). Ebbene, sono state scattate il 26 ottobre 2017, il 23 novembre 2017 e il 4 dicembre 2017. Dal cassonetto pende sempre lo stess sacchetto, segno inequivocabile che non viene mai svuotato. Vi assicuro che stamattina, 7 dicembre il sacchetto pendulo era ancora lì. Nulla segnala che il cassonetto “è fuori uso”.

E ora l’AMA parla di fantascientifiche “raccolte differenziate” con sacchetti con microchip o codice a barre. Basterebbe raccogliere la spazzatura nei cassonetti esistenti.

26 ottobre

 

23 novembre 2017

 

 

4 dicembre 2017

Forse l’amministrazione comunale di Roma vuole ispirarsi a Christo, l’artista che “impacchetta” ogni cosa.

Più di un mese fa la fontana posta sulla piazza comunale antistante il Ministero dell’interno fu circondata dalla rete rossa che segnala “lavori in corso”. Non ho mai visto un operaio, eppure ci passo ogni giorno.

fontana innanzi il Viminale

 

E non è l’unico esempio: quasi due mesi fa sulla centralissima via Nazionale, all’altezza dell’incrocio con via XXIV maggio, son cadute poche piccole pietre (non più di una dozzina) dal sovrastante muro di recinzione di Villa Aldobrandini. Subito la solita rete rossa, ma da allora, le pietre sono ancora lì. Operai non ne ho visti. Eppure ci passo più volte alla settimana.

via Nazionale

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