Archivio degli articoli con tag: Green Pass

Dal 6 agosto si comincia. Se vuoi andare a cinema, al ristorante (al chiuso), in piscina, nei musei, a fare visita ai tuoi cari in ospedale, devi mostrare la tua “certificazione verde COVID-19” o, terra terra, il tuo GreenPass.
Poche volte un provvedimento fu più divisivo. Subito a Torino, ieri in tutta Italia, mercoledì in pompa magna a Roma, manifestazioni contro la dittatura sanitaria, contro Big Pharma, contro il governo, accusato di “nazismo”.
Peccato, stiamo perdendo una occasione.
Un argomento prettamente medico, tecnico, è stato preso a pretesto dalle fazioni politiche, di destra e di sinistra con argomenti, da ambo le parti, pretestuosi e svianti. Insomma la caccia al voto è aperta con buona pace di quello che dovrebbe essere la base della discussione, ossia la scienza.
Visto che le evidenze sulla bontà e sull’efficacia del vaccino sono sotto gli occhi di tutti e sono incontestabili, il dibattito si è spostato non sul vaccino in sè, ma sulla libertà di vaccinarsi e sulle limitazioni a chi vaccinato non è, ossia sul Green Pass.


I miei quattro lettori (ah, scusa, Manzoni) sanno che io sono un provax, che mi sono convintamente vaccinato appena ho potuto, come barriera contro il virus.
Eppure, stavolta, non posso concordare del tutto con l’azione del Governo e non sono del tutto d’accordo con le limitazioni associate al possesso o meno del Green Pass.
Andiamo per ordine.
Lo dico subito. Avrei preferito che il Governo, viste le evidenze scientifiche, le evidenze sul campo, gli effetti sui casi gravi e sui decessi in Gran Bretagna e in Israele, avesse deciso per un obbligo vaccinale.
Non si scaldino gli scettici, i novax e i bohwax che si fermano sempre alla prima parte degli articoli della Costituzione. Sì, lo articolo 32 della Costituzione solennemente afferma che “nessuno può essere sottoposto a un determinato trattamento sanitario”, ma prosegue “se non per disposizione di legge” facendo il paio con un altro articolo sempre citato dai contestatori, l’articolo 16 che vieta di limitare la libertà di movimento, ma “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”.
Abbiamo appurato che un obbligo vaccinale non è contrario alla Costituzione. Un obbligo vaccinale che già esiste, per esempio contro la pertosse e altre malattie dell’infanzia. Oppure un obbligo vaccinale temporaneo, come quello che fu istituito nel 1973 in alcune regioni (io c’ero) contro l’epidemia di colera. E ricordo che, anche allora ci furono manifestazioni, ma per avere subito il vaccino, non contro di esso.
Un obbligo vaccinale sarebbe giustificato dalla esigenza di ridurre al massimo gli spazi di contagio, di ridurre il il pericolo di varianti, di proteggere chi per proprie patologie, non può vaccinarsi. Sono situazioni in cui l’interesse individuale cede di fronte all’interesse collettivo.
Una decisione di obbligare tutta la popolazione a vaccinarsi sarebbe stata pesante in termini politici ma più semplice, schietta e trasparente di quella presa dal Governo, non solo italiano, ma di tutta Europa.


Spiego le motivazioni del mio dissenso.
I governi europei lasciano intatta la libertà ai singoli cittadini di vaccinarsi o meno, ma limitano le loro facoltà di socializzazione in base al loro essere vaccinati o meno.
Non è un gioco pulito.
Vediamo nello specifico. Un non vaccinato non è un untore. Anzi se io vaccinato sono vicino ad un non vaccinato, chi è in una situazione più pericolosa è quest’ultimo. Lui non vaccinato ha poche possibilità di essere infetto asintomatico, se si becca il Sars-COV2 lo si vede e…povero lui!
Il vaccinato, secondo le ultime stime, ha solo il 5% di beccarsi il virus e, nella metà dei casi, è asintomatico, potrebbe (poco) infettare chi gli sta vicino. Quindi chi rischia di brutto è il non vaccinato.
Per cui, io vaccinato, devo aver poca paura di un close encouter con un non vaccinato.
Questa storia del Greenpass rischia di creare solo problemi.
Ai gestori, obbligati allo pseudo controllo con l’App “VerificaC19”. Dico pseudo controllo perché se ci vuole un attimo con quell’App a scansionare il QR code, chi ti dice che il QrCode scansionato sia veramente della persona che lo esibisce? Basta andare sui canali di Telegram per trovare annunci a iosa di vendita di QrCode “garantiti” a poco più di 100 euro..
Problemi per chi, lo stiamo vedendo in questi giorni, ha avuto l’infezione e, seguendo le prescrizioni del Ministero della Salute ha fatto solo una dose di vaccino e non riesce ad avere il Greenpass.
Problemi per chi, specialmente i giovani, con tutta la buona volontà, non è riuscito ancora a vaccinarsi.
Insomma, quest’obbligo di Green Pass mi sembra un po’ aggirare il problema. Non essere tacciato di “eccesso di potere” mantenendo la la libertà di vaccinarsi o meno e, nel contempo, limitare l’esercizio di tale libertà.
Mi rendo conto che il problema non è di facile soluzione perché se obblighi a vaccinarsi, devi, nel contempo, assicurare a tutti – subito – la dose di vaccino per assolvere l’obbligo.
D’altra parte, in Italia come in Francia, il solo annuncio delle limitazioni connesse al green pass, ha portato ad un positivo improvviso ed imponente aumento delle prenotazioni che dimostra, ad onta delle manifestazioni di piazza, che lo scetticismo verso la vaccinazione non è poi sorretto da incrollabili motivazioni ideologiche, forse più da pigrizia o attendismo.
Anche il “permesso” di sedersi al ristorante con una sola dose di vaccino non è sorretto da alcuna evidenza scientifica, stante la ormai dominante “Variante delta” che riduce l’efficacia della prima dose al 30-40%. Questa facilitazione è prettamente politica volta ad incentivare l’approccio al vaccino (tanto se ti fai la prima dose, poi la seconda te la fai).
Purtroppo così facendo, adottiamo proprio la condotta sconsigliata dalla scienza, ossia “inseguire” e non “precedere” il virus. Questa politica dei piccoli passi, oggi prescrivo come necessaria solo la prima dose, domani prescriverò anche la seconda; oggi obbligo solo per ristoranti o musei al chiuso, domani anche per quelli all’aperto, se da un lato ha il pregio di non irritare troppi gli scettici al vaccino, dall’altro ha il pericolosissimo difetto di dare al virus tutto il tempo di diffondersi, trovando ancora, per mesi, portoni aperti per replicarsi
Chiudo con un pensiero ottimista. Dalla lettura dei giornali odierni e dall’ascolto dei notiziari, pare che nelle manifestazioni contro il Green Pass mancassero del tutto i giovani; e che il boom di prenotazioni post annuncio di Green pass sia trainato dai giovanissimi (15-18enni). Ascoltati, questi giovani, senza ideologia, alternativi alle masse ululanti della movida, vanno sul pratico: il vaccino mi garantisce libertà, quindi mi vaccino il prima possibile.
Forse non è persa l’ultima speranza.

Spenti i clamori della vittoria italiana agli europei di calcio con le inevitabili code polemiche per la sfilata degli azzurri per le vie di Roma con tanto di assembramenti, voluta ed ottenuta da Bonucci e Chiellini contro il parere delle Forze dell’Ordine (resa dello Stato), mi piace ricordare un articolo del New York Times dell’11 luglio a firma di Jason Horowitz.

Il giornalista, partendo proprio dalla vittoria ai campionati europei, sostiene che il calcio è stata proprio la ciliegina sulla torta della rinascita italiana dopo il Covid.

Nella stessa domenica, Matteo Berrettini è stato il primo italiano a conquistare la finale del torneo di tennis di Wimbledon e, contro Jokovic, non ci ha fatto una brutta figura; le atlete e gli atleti italiani under 23 hanno brillato ai campionati di atletica di Tallin; Papa Francesco, all’Angelus dalla finestra del Gemelli ha magnificato il sistema sanitario italiano. A questi eventi dell’ultima domenica, Horowitz aggiunge la vittoria dei Maneskin alla competizione canora europea ed il fenomeno di Khaby Lame che raggiunto una notorietà planetaria.

Tutto ciò in una cornice di rilancio economico (le previsioni di crescita sono le più alte dell’Eurozona) e di simpatia de partner europei e delle istituzioni comunitarie che, tutti – compresi gli scozzesi e i gallesi – hanno tifato Italia alla finale di Wembley.

Siamo, insomma, circondati da una vasta atmosfera di viva simpatia e curiosità (gli articoli che parlano dell’Italia sulla stampa estera sono aumentati di molto e, nella maggior parte sono positivi) dovuti – forse – al cambio di passo che ha segnato la fine della lunga agonia del Governo Conte II e l’inizio sprint dell’attuale Governo guidato Mario Draghi, la figura italiana più apprezzata nei palazzi europei e mondiali che contano. Pochi si aspettavano gli ultimi dati positivi dell’economia e l’ottimo andamento della campagna vaccinale, a dispetto della continua carenza di dosi di vaccino e i salti acrobatici della comunicazione sul vaccino di Astra Zeneca.

Non sempre i giornalisti sono così teneri con una Nazione. Per esempio, Barney Ronay, sull’inglese Guardian stigmatizza la pessima reazione inglese alla sconfitta. «L’Inghilterra come nazione, non come squadra, deve guardarsi dentro». Perché, scrive Ronay, è successo di nuovo: «I cancelli di Wembley sono stati sfondati, gli inni fischiati, gli steward spintonati, i murales sfigurati (quello di Manchester dedicato a Marcus Rashford, uno dei tre ad aver sbagliato il rigore, ndr), il razzismo messo in mostra sui social media». Più un vario contorno di vandalismi e violenza contro chi o cosa sapeva d’Italia.

Non sarà stata una bella scena nemmeno quella dei calciatori inglesi che si sfilavano la medaglia dal collo come se scottasse più della sconfitta, ma una parte dei loro tifosi ha fatto decisamente di peggio. «C’è un’ovvia conclusione da trarre — scrive Ronay — dai meschini insulti verso i giocatori inglesi di colore. Chiaramente c’è un gruppo di persone, in questo paese, che deve essere identificato, censurato e costretto, a meno di qualche illuminazione divina, a tacere». Ronay è convinto che i signori delle piattaforme social potrebbero farlo senza troppa fatica, se soltanto volessero. Ma questo è soltanto un lato del problema. L’altro è la necessità di «fare un inventario onesto e completo di un Paese in cui il razzismo e il teppismo sono ormai normalizzati per tanta gente».

Certo, Ronay ammette che «è sempre stata un’idea sbagliata che la giovane e bella squadra di Southgate potesse in qualche modo “unire” una nazione che ha profonde divisioni strutturali e sociali. Il calcio è soltanto calcio. Vincere delle partite non è una scorciatoia per l’educazione, la decenza e una leadership adeguata altrove». Ma il mondo del calcio, a suo avviso, sta facendo troppo poco e la politica sa facendo troppo, ma in male. È quasi impossibile trovare un giornalista del Guardian che non detesti Boris Johnson e Ronay non fa eccezione: «Un primo ministro che ha fatto più di ogni altra persona in Gran Bretagna per generare divisione e stupidità, ha spedito un messaggio per condannare la divisione e la stupidità. Una ministra dell’Interno (Priti Patel, ndr) che usa una retorica cinica e divisiva si dice “disgustata” che qualcuno l’abbia presa sul serio».

Insomma, come Italia, stiamo vivendo un periodo “up”, vediamo di non sprecarlo. Siamo attesi a sfide molto difficili: la spendita dei soldi del Recovery Fund, la lotta alla Pandemia del Coronavirus, la ripresa dell’economia e quella dei licenziamenti via Email.

Invece la politica si dilunga in sterili polemiche sull’agonia di una partito che, pure, fu maggioritario nel 2018 oppure su argomenti-bandiera, di elevatissimo valore ideale, ma di scarso appeal sulla gran parte della popolazione.

E’ di oggi l’ultima polemica sul Green Pass dopo la presa di posizione del Presidente francese Macron. Sinistra e Forza Italia si dicono favorevoli a limitare l’accesso ai servizi (treni, ristoranti, cinema) ai soli titolari di un documento che attesti la loro vaccinazione o, comunque, la loro negatività al virus. La destra sovranista e novax, ovviamente è contraria: per loro deve essere tutto aperto e non si può andare contro gli interessi degli esercenti e ristoratori; non si rendono conto che – passata la sbornia della riapertura – prevarrà, nei clienti, la paura di trovarsi accanto un positivo asintomatico con conseguente calo delle presenza e degli incassi.

Abbiamo già passato, esattamente un anno fa questo periodo; potevamo farne tesoro, invece l’abbiamo sprecato al grido di “NON CE N’E’ COVIDDI!!” e ci siamo ritrovati tutti più chiusi e più poveri.

Speriamo di non dover ripetere, ancora una volta, “Quem Iuppiter vult perdere dementat prius!

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