Archivio degli articoli con tag: democratura

Leggo e ascolto quello che sta succedendo in Libia. Guerra, come al solito. Al Serraj contro Haftar, come al solito, milizie contro milizie, tribù contro tribù.

Non c’è niente di sicuro tranne il competo fallimento dell’occidente di esportare la Democrazia (sì quella sul modello ateniese) sulla punta delle baionette.

Noi occidentali siamo fermamente convinti (nonostante le attuali prove contrarie in Turchia, Russia, Polonia, Ungheria,) che il nostro modello di Stato unitario governato democraticamente(!) da un Parlamento con la divisione di poteri eccetera eccetera, sia il miglior modo di condurre i popoli verso il futuro.

Ebbene abbiamo gli occhi foderati di prosciutto. Il nostro modello ci viene dall’antica Grecia di cui noi tutti occidentali siamo figli. Ma non è detto che sia l’unico e il migliore. Tante popolazioni sono abituate ad autogovernarsi con sistemi diversi: consiglio tribale, consiglio dei saggi e a risolvere le questioni fra differenti gruppi con la guerra. Noi abbiamo ripudiato la guerra circa 71 anni fa, ma, fino ad allora, il ministro della Difesa si chiamava Ministro della Guerra. E la guerra era uno strumento accettato e accettabile per risolvere i conflitti fra i diversi gruppi, tribù, etnie.

L’occidente ha campato a lungo sull’ordine imposto con la forza da Dittatori come Saddam Hussein e Gheddafi. Una volta rimossi, ecco il caos.

Non sarebbe meglio un ripensamento? Lasciare ai popoli la libertà di scegliere il loro modo di governarsi? Consiglio tribale, Consiglio di tribù, etc?

L’occidente potrebbe imporre il suo peso accettando nei contatti fra Unione europea, organizzazioni internazionali, Stati sovrani solo quelli condivisi da un organo locale deputato ai rapporti esterni. Penso, per fare un esempio, alla deliberazione di un Consiglio dei Saggi, alla deliberazione di una assemblea di capi tribù, alle determinazioni di un rappresentante unico delle diverse etnie?

Sarebbe una sorta di autodeterminazione dei popoli.

Non dobbiamo essere troppo presuntuosi: il nostro modo di governo potrebbe non essere universalmente accettato. Vedi in India, dove il nazionalista Modi ha introdotto una contestatissima legge sulla cittadinanza che favorisce gli indù e discrimina i musulmani. Oppure in Myanmar o Birmania dove la odissea dei Rohinga è sacrificata alla unità del Paese ed al ripristino di un tantino di democrazia.

Dobbiamo convincerci che i percorsi ed i cammini possono essere diversi da quelli che noi riteniamo scontati.

Ovviamente non ho soluzioni, né “consigli”. Sono, come voi, tanto impregnato del concetto di democrazia ateniese che non riesco ad esser lucido considerando altri modelli.

 

Discorso agli ateniesi 461 a.c. Pericle –

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso,

la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così

 

 

Sicuramente tutti sapete cosa è successo poco più di un mese fa in Kashmir, la regione al nord dell’India che confina con il Pakistan.

Un po’ di storia: Nel 1949 l’impero britannico lasciò l’India e vi fu quella che gli indiani chiamarono “la partizione”. A est e ad ovet due stati a maggioranza musulmana: il Pakistan occidentale (attuale Pakistan) e a est il Pakistan orientale (attuale Bangladesh). Al centro il continente indiano a maggioranza indù.

Milioni di persone si mossero per andare nei luoghi “assegnati” per la loro religione. Migliaia morirono in conflitti interetnici. Particolarmente tesa la situazione fra India e Pakistan, con tre guerre di cui non è stato mai firmato il trattato di pace. Ed ancor più tesa la situazione in Kashmir, sede del principato Mugul a cui fu lasciata la scelta se andare con i Pakistan o con l’India. Il sovrano Mugul dell’epoca decise che il suo territorio, a maggioranza musulmana, sarebbe rimasto quasi tutto in India.

Fin ora il Kashmir indiano era parte dello Stato Jammu & Kashmir all’interno della federazione indiana e comprendeva anche il territorio del Ladakh, a maggioranza buddista.

Per preservare la maggioranza musulmana il Kashmir aveva uno statuto speciale: i non nativi non potevano acquistare immobili e non potevano assumere cariche pubbliche.

In Kashmir, da anni, con la scusa di possibili sconfinamenti e ripresa della guerra indo-pakistana erano stanziati migliaia e migliaia di soldati indiani, ovviamente non kashmiri e visti dalla popolazione locale quasi come forza di occupazione.

Poco più di un mese fa, il premier indiano, l’ultranazionalista indù Narendra Modi, (campione di democratura) ha tolto al Kashmir lo statuto speciale   con il rischio di scatenare una nuova guerra. Solo misure drastiche come la chiusura di internet, di tutti i mezzi di informazione, della stampa, della TV, dei movimenti delle persone, del coprifuoco ha fin ora scongiurato l’esplodere delle violenze.

Voglio qui lasciare spazio ad un “reportage” di due amici esperti e frequentatori del Kashmir, attualmente in Ladakh che, con mezzi di fortuna, hanno fatto uscire questo racconto allucinante:

La vita qui in Ladakh continua come se niente accadesse in Kashmir. Le nostre frequenti richieste di opinioni sulle conseguenze di quanto successo i primi giorni di agosto e sulla tragica situazione che attanaglia da allora Srinagar e il Kashmir, ottengono risposte  quasi sempre vaghe. Li sollecitiamo con i nostri timori sulla indeterminatezza del futuro del Ladakh nella nuova veste amministrativa di Territorio dell’Unione dipendente direttamente dal governo centrale di Delhi. Li provochiamo esprimendo sdegno per le sorti della popolazione kashmira che è ancora oggi, dopo 25 giorni, bloccata dal coprifuoco e isolata dall’assenza di comunicazioni telefoniche e internet, e per i 2300 arresti preventivi ( cifra da fonti estere, credibile visto che li Times of India ne ammette ufficialmente 500 sulle sue pagine) di tutti i politici o comunque impegnati in attività di contrasto all’ occupazione militare indiana, religiosi compresi. Le leggi di polizia consentono l’arresto preventivo fino a 2 anni per motivi di ordine pubblico e ciò ha consentito di riempire,senza giudizi preventivi, carceri e luoghi a tal fine adattati non solo in Kashmir ma a prestito anche carceri di altri stati indiani. Noi non nascondiamo ad ogni confronto il nostro sconcerto e chiediamo provocatoriamente se considerino tutto questo un prezzo equo per l’autonomia dal Kashmir che il Ladakh otterrà formalmente dal 1 ottobre 2019. Anche le persone che conosciamo più superficialmente non riescono a nascondere un po’ di imbarazzo nel rispondere, ma alla fine il ritornello è: era da 70 anni che aspettavamo questa separazione ed ora è realtà. Solo le persone di cui conosciamo l’intelligenza e l’ integrità non possono tacere una forte preoccupazione per quanto succede in Kashmir e per le ripercussioni che quelle sorti avranno qui. Pensano a tutta la comunità ladakha musulmana, da sempre vicina di casa, e a come reagiranno nel caso di uno conflitto aperto fra i loro fratelli Kashmiri e la comunità buddista in quanto ormai, per forza di cose, alleata del partito hindu di Modi. Osservano con preoccupazione la drastica diminuzione dei commerci kashmiri che sostengono  la povera economia agricola dei queste valli pietrose per tutti i mesi estivi e che ora, con il coprifuoco, costringe i ladakhi a comprare merci che arrivano dall’unica  altra strada di collegamento con le pianure indiane, quella da Manali. Il percorso è più lungo e accidentato ed i prezzi delle merci sono ovviamente aumentati.

Anche il turismo vive questa paura. Nelle ultime settimane l’eco di questa destabilizzazione ha scoraggiato alcune agenzie soprattutto indiane ed i cambi obbligati all’ultimo momento degli itinerari che comprendevano Srinagar ed il Kashmir non ha certo favorito nuovi arrivi. La dfferenza con lo stesso periodo dello scorso anno è palese.

La tv locale, negli unici telegiornali a noi accessibili perché con qualche titolo in inglese, in alcuni pseudo spot che loro chiamano News, citano la ripresa della normalità di scuole e collegamenti  con immagini sempre identiche, di repertorio. Poi approfondendo nei discorsi  scopri che si riferiscono sempre a singole zone limitate soprattutto nell’area di Jammu, cioè la parte hindu e lontana da Srinagar. Coloro che ci tornano per lavoro o per rivedere le loro famiglie riportano scene sempre identiche :

la città con scuole, uffici, moschee e negozi chiusi, permesso di circolazione, nei pressi dell’abitazione solo nelle prime ore del mattino per procurarsi il cibo, e circolazione veicoli  dall’esterno solo nelle ore notturne. Gli ospedali funzionano solo per i casi gravi ed urgenti, le medicine ormai scarseggiano ovunque perché le farmacie non hanno più gli approvvigionamenti. La chiusura della città vale anche per i parlamentari di Delhi, quelli dell’opposizione a Modi. Qualche giorno fa Rahul Gandhi e altri componenti del partito del Congresso, arrivati all’aeroporto di Srinagar per una visita nella zona, si sono visti sbarrare le porte in uscita e sono stati obbligati a riprendere un volo per Delhi: motivi di sicurezza !!!! Mica male  per un paese con un regime parlamentare democratico!

La stampa poi, mi riferisco al Times of India, testata nazionale, nel sostanziale silenzio sulla realtà dei fatti, pubblica in prima pagina articoli che  alimentano la paura e la diffidenza verso il Pakisthan: stato di allerta sulle coste del Gujarat per notizie dai servizi segreti di barche provenienti dalle coste pakistane con terroristi pronti ad azioni violente; rapimenti e matrimoni forzati a danno di ragazze di religione sikh nel Punjab pakistano da parte di famiglie musulmane; rifiuto di Modi verso la proposta di mediazione da parte di Trump per le ricomporre il conflitto con il Pakistan sul Kashmir con la motivazione che queste possono essere risolte bilateralmente e che lui non vuole “creare problemi a nessun’altra nazione”!!!

Solo qualche piccola testata indipendente kashmira, rintracciabile in un unico rivenditore di Leh, fornisce dati e dettagli che fanno rabbrividire: di oggi il numero di 4500 degli arrestati dal 5 di agosto grazie alla nuova legge sugli arresti preventivi per motivi di sicurezza pubblica.

Quali siano i prossimi passi della strategia di Modi è difficile da immaginare  per noi. Tuttavia un dubbio ci coglie inevitabilmente riguardo un possibile obiettivo della sua smisurata ambizione, anche osservando la progressione dei movimenti di uomini, mezzi e armi pesanti  in queste settimane. (Nella zona sembra siano ora presenti circa 500 mila soldati).Nel 1947, tre mesi dopo l’indipendenza dall’Inghilterra e la partition fra India e Pakistan , a fronte di un tentativo del Pakistan di invadere l’allora piccolo regno indipendente del Jammu e Kashmir, anche per vendicare un eccidio di massa sui musulmani nella zona di Jammu, l’India inviò il suo esercito, fermò  le  incursioni dello nuovo stato islamico e quale ricompensa per l’aiuto ottenne dal Re Hari Singh il consenso all’ annessione del suo regno alla neonata confederazione indiana, [sempre contestato dal Pakistan]. Il Primo Ministro Modi nei suoi discorsi proclama di voler ricostruire “un’unica India con un unica Costituzione” ma quali sono i confini  che ha in mente? Ogni supposizione espansionistica sarebbe in perfetta sintonia con la megalomania del personaggio.”

Nel nostro mondo, già così poco sicuro, è una bomba (nucleare, visto che sia India, sia Pakistan la posseggono) pronta a scoppiare.

Qui, assorti nella fine del governo gialloverde, nella possibile nascita di un novo governo giallorosso, siamo distratti. Queste notizie non arrivano o arrivano attutite. eppure se il conflitto esplode ne pagheremo le conseguenze tutti noi. Spero di sbagliarmi……

Io ricordo che quando eravamo al liceo mangiavamo pane e politica. Io ricordo che allora – parlo dei primissimi anni ’70 – il personale era politico. Il fuoco era dentro di noi. Che Guevara e Almirante erano i fari delle opposte fazioni. Non passava avvenimento che, nelle scuole, e poi nelle università, non si discutesse in infinite assemblee anche se si trattava di fatti lontanissimi. Ricordo di aver preso una “nota” perché partecipai ad una manifestazione in favore della scarcerazione della attivista nera Angela Davis. Chi ricorda più ora chi era Angela Davis? Eppure anche a lei si deve se i neri americani oggi hanno più diritti.

Io ricordo che sentivamo come nostro dovere comprendere la realtà politica che ci circondava e, parimenti, nostro dovere, dire la nostra, a favore o contro.

Io ricordo che partecipavamo alle battaglie per i diritti civili. Manifestazioni per il divorzio, per l’aborto per i diritti degli omosessuali erano pane quotidiano. C’era chi militava in un campo, chi militava in un altro, ma tutti pervasi dallo stesso fervore di essere presenti, di tenere il punto, di far sentire la nostra opinione.

Io ricordo che gli appuntamenti elettorali erano un momento topico, nel quale convincere anche una sola persona dell’altra parte alle proprie idee era una battaglia, una vittoria, una sconfitta.

Io ricordo che facevamo le pulci ad ogni provvedimento legislativo, stigmatizzando quelle norme che, a nostro parere, erano contro le nostre idee.

Poi…. Poi qualcosa è andato storto.

Io vedo ora una rana bollita a poco a poco, insensibile alle compressioni delle libertà, insensibile alle violazioni dei diritti umani.

Io vedo ora una massa di gente attaccata al telefonino, il cui unico scopo è porre un like ad un argomento che interessa. Al massimo un cuoricino se l’argomento interessa un po’ di più.

Io vedo ora una massa che plaude ad una idea sol perché riportata su tre titoli di giornali o quattro retweet o che porta un centinaio di like. Ovviamente il plauso è completamente avulso da una qualsiasi attività del proprio cervello.

Io vedo ora passare nel silenzio generale avvenimenti che anni fa avrebbero suscitato un putiferio: vedo nel silenzio passare un ministro dell’interno che arroga competenze di altri ministri, vedo ora un “capo politico”, vice presidente del Consiglio, quindi personalità di spicco del Governo, offrire solidarietà e aiuto (su piattaforma telematica gestita da privati) ad un movimento violento straniero che ha l’unica caratteristica di essere anti-governativa.

Io vedo ora lo sport preferito da poltrona; no non è la playstation: protetti dall’anonimato è sparare  cavolate, insulti, dileggi, calunnie da codice penale contro bersagli ritenuti di parte avversa. La cosa, purtroppo,  viene giudicata normale.

Io vedo ora quello che fu il principale partito di governo, dibattersi, da un anno, in una lotta fratricida che ne erode ogni giorno di più il consenso, pensando solo a lotte intestine che al bene della nazione.

Io vedo ora partiti nati dalla scissione di quello che fu il principale partito di Governo, beccarsi al loro interno come i capponi di Renzo e scindersi vieppiù, forse attratti dall’imitare la particella elementare.

Sì, sono incazzato nero per l’apatia generale. Spero di ricevere numerosi insulti; almeno così, significa che qualche coscienza si è risvegliata. Ma ci spero poco.

 

I giornali di questi giorni riportano i nuovi annunci dei dioscuri sul ponte di comando della nostra italietta: ridurre il numero dei parlamentari, ridurre il loro stipendio!!!! Questa è la parola d’ordine, quasi pensando al Parlamento come l’aula sorda e grigia di mussoliniana memoria.  Il fine promesso è quello, molto sentito dalle masse e foriero di consensi elettorali, di ridurre i costi della politica e di dare un altro colpo alla casta.

Purtroppo non è così. Riducendo il numero dei parlamentari non si dà un colpo alla casta, ma un forte colpo alla democrazia.

Vi spiego, in autorevole compagnia con il Post, perché.

L’Italia cambia spesso il sistema elettorale, dal 2006 abbiamo le liste bloccate, quindi candidati scelti dalle segreterie dei partiti, ma non è uesto il peggio. Andiamo con ordine. Facciamo il discoro per la Camera dei Deputati. Per il Senato è analogo.

Dal sito del Ministero dell’interno, si scopre che l’Italia,  è divisa in ventisette circoscrizioni più la Val d’Aosta. Queste circoscrizioni comprendono  46.505.350 elettori. Di questi, il 4 marzo 2018, si sono recati alle urne 33.923.321 persone, pari al 72,94% del corpo elettorale. Facendo un conto spannometrico – visto che la Camera è composta da 630 deputati, si fa presto il conto che è eletto un deputato ogni 73.818 elettori.

Per farsi eleggere, quindi, ogni candidato, imposto o meno dai partiti, deve farsi conoscere – in media – da oltre 70.000 persone, impresa titanica, visto che i comizi la forma di propaganda più economica, i comizi, non si usano più. Il candidato, ammesso che l’elettore possa scegliere fra le liste bloccate, deve spender soldi per una campagna sui social, per una campagna sui media televisivi e radiofonici etc.. Hmmm, se non hai un partito forte alle spalle che ti finanzia, col cavolo che ce la fai.

Vediamo che succede se si riduce il numero dei Deputati.

La legge elettorale dovrà necessariamente cambiare. Se invece di 630 deputati si eleggono, poniamo, 400 deputati, o si deve allargare l’estensione territoriale delle circoscrizioni o se ne deve diminuire il numero. In ogni caso, fermo restando il numero degli elettori – se si devono eleggere, poniamo, 400 deputati – ogni candidato dovrà spiegare il suo programma e farsi conoscere non più da poco più di 73.000 elettori, bensì da 116.263 elettori. Capite bene che le possibilità di farsi conoscere, di spiegare il proprio programma, di convincere il frettoloso elettore a votare per lui, diminuiscono drasticamente.

Senza un forte partito alle spalle, che ti finanzia la campagna elettorale, le tue possibilità di farti conoscere, di spiegare il tuo programma sono ridotte al lumicino. A fronte di un irrisorio risparmio, ma solo sugli stipendi di 230 deputati, perché i costi degli apparati rimarrebbero identici, si darebbe un fiero colpo alla democrazia rappresentativa voluta dalla nostra Costituzione per elevare a regola lo strapotere dei partiti che scelgono e finanziano i candidati.

Corre l’obbligo di spendere due parole sull’obiezione più comune dei fautori della riduzione del numero dei parlamentari: il nostro è uno dei parlamenti più numerosi al mondo. Il Congresso degli Stati uniti d’America è composto da un numero di membri assai minore: la Camera dei Rappresentanti da 435 membri, il Senato da soli 100 membri a fronte di una popolazione USA di 325 milioni di persone, ben superiore a quella italiana di poco più di 60 milioni di abitanti.

Il paragone non è pertinente. Non si possono confrontare i cavoli con le mele, diceva la mia maestra di scuola elementare. Gli Usa sono uno Stato federale. Negli USA il 90% delle questioni e delle competenze è di pertinenza del parlamento dei singoli Stati e del Governatore. Al Congresso appartiene una competenza alta e residuale su affari che interessano l’intera nazione o affari di politica estera o di difesa dello Stato federale.

Chi difende la fantasia della riduzione dei numero dei parlamentari in Italia, poi, non vi dice, o non conosce, il lavoro, nascosto e duro, delle Commissioni parlamentari, divise per materi, che sbozzano e danno forma compiuta ai progetti di legge da portare all’Assemblea  (Aula). Se si riducono i parlamentari, si riduce anche l’efficienza delle Commissioni con la inevitabile conseguenza di rendere le leggi sempre più oscure e criptiche, buone per essere interpretate secondo il volere del Governo.

Volete un esempio: la legge di bilancio 2019,  (LEGGE 30 dicembre 2018, n. 145 Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021. (18G00172) (GU n.302 del 31-12-2018 – Suppl. Ordinario n. 62 )   approvata dal Parlamento senza passare per le Commissioni. Ci capite qualcosa?  Vi sfido.

Quindi, attenzione a chi vi dice che diminuendo i parlamentari si riducono le spese per la politica. Il prezzo è ben più alto: la riduzione della democrazia e l’aumento della partitocrazia.

Se il mio discorso vi convince, diffondete e condividete: siamo in un periodo pericoloso per la democrazia, pronti ad affiancarci a Paesi come l’Ungheria e la Turchia dove la democrazia è stata sostituita dalla democratura.

Sono molto preoccupato per una frase che sta tornando di moda: io sono eletto dal popolo e, quindi, sono superiore a qualsiasi carica non elettiva.

La mia memoria di vecchietto va a Craxi e Berlusconi che, pure, adottavano una tattica simile.

Salvini, come eletto dal popolo, diffida i magistrati, non eletti, ad indagare su di lui. Di Maio, di fronte ai warning delle agenzie di rating, pomposamente afferma che lui, fra le agenzie di rating e gli italiani, sta con gli italiani che lo hanno eletto; Maurizio Belpietro – a Otto e mezzo  del 13 settembre scorso – giudica offensivo il richiamo di Draghi, non eletto, al Governo italiano, eletto dal popolo. E, ancora, L’Europa non può giudicare le Nazioni, a proposito del voto del Parlamento europeo sull’operato del Governo Orban.

Se io sono eletto e ho il consenso – questo è il senso – sono al di sopra delle regole e posso fare quello che voglio.

Ragionamento molto pericoloso perché ci sono regole poste proprio affinché chi ha il potere non infranga le regole del gioco democratico. E queste regole sono state poste non da terzi, ma dagli stessi attori della democrazia, in atti o Trattati di rango superiore come la Costituzione.

Bene ha fatto Mattarella a ricordare che è stata la Costituzione a volere che i magistrati non siano eletti, proprio per non essere costretti a promettere o schierarsi in competizioni elettorali.

I Capi di Stato e di Governo, loro eletti e rappresentanti del popolo, sottoscrissero il Trattato dell’Unione europea che stabilisce le modalità di nomina del Presidente della Banca Centrale europea e i suoi compiti, compiti che oggi Mario Draghi ha esercitato richiamando l’Italia all’osservanza delle regole imposte da quel Trattato liberamente sottoscritto e accettato.

Lo stesso Trattato con le sue regole che l’Ungheria ha accettato quando, per sua richiesta ha voluto entrare nell’Unione europea. Ben ha fatto, quindi, il Parlamento europeo, organo anch’esso eletto direttamente dal popolo europeo, a stigmatizzare il distacco del governo di Orban da quelle regole.

Se entri nel gioco politico democratico devi accettarne le regole, se non le rispetti, entri nella pericolosa deriva che porta forse alla democratura, forse alla dittatura e, certamente, non potrai pretendere il rispetto degli altri partner che con tali regole ancora giocano.

Gli esponenti di spicco di questo Governo, poi, pretendono la sudditanza in nome della loro elezione da parte del “popolo sovrano”. Ma – forse – non considerano una cosa, una cosa importantissima. Salvini e Di Maio sono stati eletti sì, ma sono stati eletti come parlamentari al pari di Brunetta, di Renzi, della Bonino, della Gelmini. Nessun elettore ha dato loro l’investitura per governare così come lo stanno facendo. anzi, a voler essere onesti l’elettore leghista ha dato il suo consenso a Salvini perché mai governasse con Di Maio. L’elettore cinquestelle ha dato il suo consenso a Di Maio perché mai governasse con Salvini. L’attuale Governo ha dunque tradito gli elettori che hanno votato i singoli parlamentari e si regge su un programma ben diverso da quello presentato agli elettri PRIMA delle elezioni ed, in molte parti, con esso contrastante.

PRIMA delle elezioni i cinquestelle tuonavano contro la flat tax e i leghisti contro il reddito di cittadinanza.

Forse proprio loro non dovrebbero parlare di legittimazione popolare.

Due questioni tengono banco in questi giorni: l’immigrazione con la questione della nave Diciotti e la supposta abolizione dei vitalizi.

Secondo me sono due meravigliosi colpi di genio, non so se di Salvini e di Di Maio o del loro mentore, la “Casaleggio associati”. Due colpi di genio che aumenteranno, e non di poco il consenso dei partiti che guidano.

Sono mezzi comunicativi utilizzati in modo splendido e a costo zero con una utilità marginale altissima.

Cominciamo con la questione immigrazione. Piccolo rewind: una nave civile, la Vos Thalassa raccoglie 60 migranti in mare. Dove non ha importanza. L’importante è che li raccolga. Salvini si arrabbia e giura e spergiura che quei sessanta clandestini non sbarcheranno mai in Italia. Toninelli, ministro dei trasporti e delle infrastrutture, per risolvere la situazione, afferma che sula Vos Thalassa è stata una rivolta (poi smentita dagli armatori) e, quindi per ragioni di ordine pubblico (invadendo la sfera di competenza di Salvini) invia una sua nave della Capitaneria di porto, Nave Diciotti, a prelevare i 60 profughi. Salvini ancor più imbufalito, giura e spergiura che mai la Diciotti sbarcherà i clandestini in Italia. Poi, sempre più imbufalito assegna alla Diciotti il porto di Trapani come approdo, ma giura e spergiura che i 60 clandestini non scenderanno a terra se non preceduti dai fomentatori della rivolta in manette (invadendo con la competenza della magistratura). Stallo. Mattarella chiama il desaparecido Conte e lo invita a compiere i suoi doveri sanciti dall’articolo 95 della Costituzione. Conte si sveglia e decide che i sessanta profughi possono scendere, ovviamente senza manette perché l’arresto per i reati contestati è consentito solo in flagranza di reato. Come ha accertato la polizia salita a bordo, non si tratta di rivolta ma, al massimo, di violenza privata per cui i colpevoli saranno indagati. Salvini, prima esprime “stupore” per l’ingerenza di Mattarella, ma poi si dice contento “prima scendono e prima verranno interrogati e prima la magistratura li condannerà”. Di Maio dice che bisogna rispettare il Presidente della Repubblica.

Ma volete che Salvini non sappia di aver fatto il passo più lungo della gamba? E se non lo sapeva (probabile) al ministero dell’interno c’è un fior di Ufficio legislativo che gli avrà spiegato la insensatezza delle sue dichiarazioni.

Ma Salvini le ha fatte lo stesso. Perché? Perché – purtroppo – parla al popolo di Facebook che si fa un vanto di informarsi su Facebook. Il senso del messaggio mediatico che passa è questo: “vedete, io volevo fermarli, ma i poteri forti, la casta, i magistrati me lo hanno impedito. Datemi un aiuto a zittirli e a ridurli al silenzio!!”

Questo anche per coprire gli scarsi risultati del vertice di Innsbruck che, come riunione informale non poteva prendere alcuna decisione, e barattando come successo lo “stop ai clandestini” concordato con il ministro dell’interno tedesco (che non ha alcuna competenza in merito, perché la delega è stata trattenuta dalla Merkel) e con quello austriaco. Solo che “stop ai clandestini” viene inteso in maniera diversa da Salvini e dagli altri due che per “stop ai clandestini” intendono che quelli arrivati in Italia, in Italia rimangono. Per Salvini non si sa, basta lo slogan “stop ai clandestini”!!! Tanto – comunque – può vendere lo pseudo accordo e la sua volontà di non far sbarcare i clandestini della Diciotti, fermata solo dai “poteri forti” al solito indicati come nemico.

Serve tenere alta la tensione, serve inoculare la paura, specialmente in un momento come questo, in cui da oltre un anno, e per 12 mesi consecutivi (Salvini è al governo da un mese) gli sbarchi sono diminuiti dell’80% come testimoniano i dati reperibili sul sito del Ministero dell’interno stesso.

Passiamo ai vitalizi. Come tutti sappiamo, ma Di Maio finge di ignorare, i vitalizi furono aboliti da Monti che, correttamente trasformò i vitalizi in normali pensioni calcolate con il metodo contributivo. Restavano le posizioni pregresse che, per orientamento costante della Corte Costituzionale, possono esser toccate solo in casi eccezionali e per periodo di tempo limitato.

Ma pensate veramente che Di Maio non sappia che la Delibera Fico è talmente fragile che sarà sicuramente cassata non solo dalla Corte Costituzionale, ma anche dal Giudice del lavoro, come stamattina ha detto a Radio anch’io un ex presidente della Corte costituzionale?

Di Maio lo sa benissimo, anzi spera vivamente che venga cassata. Così avrà un altro argomento per battere la grancassa contro i poteri forti. Avrà ancora le prime pagine dei giornali che i giornalisti servili gli concederanno. Come Salvini indicherà un nuovo nemico “vedete, io volevo eliminare i vitalizi, ma la Casta della Corte costituzionale e dei magistrati me lo hanno impedito” e aizzerà ancora il popolo di Facebook, i “leoni della tastiera”, i “forconi” contro le istituzioni dello Stato, dimenticando una cosa importantissima: se aizza il popolo contro lo Stato, taglia il ramo su cui è seduto PERCHE’ OGGI LO STATO SONO I CINQUESTELLE E LA LEGA e se arrivano i forconi infilzano loro, mica il fantasma del PD.

Ma uno scopo lo raggiungeranno, come vuole la Casaleggio. Noi siamo uno Stato di DIRITTO, in cui il DIRITTO è indipendente dalla parte politica che governa. Lega e Cinquestelle stanno compiendo un percorso pericolosissimo. Il Diritto è flessibile e si piega alla maggioranza che governa.

Ho paura che ci stiamo avviando verso la “democratura” che va tanto di moda in Turchia, in Russia, in Ungheria, in Polonia e, perché no, in USA.

Ah, da ultimo, tutto questo per nascondere anche la totale inattività del Parlamento che no riesce neppure a discutere i due decreti legge di merito di questo Governo: lo spostamento del tribunale di Bari e il cd Decreto Dignità che, forse, oggi sarà pubblicato sula Gazzetta ufficiale.

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