Archivio degli articoli con tag: reddito di cittadinanza

Aridaje, come si dice a Roma. Sei de’ coccio. Come si dice a Roma. Ti hanno sbugiardato le stesse categorie interessate e tu ci riprovi! Ma chi ti ha messo al Governo?

Scusate l’incipit un po’ duro, ma quasto ci riprova. Di Maio, evidentemente a disagio nella veste di Ministro degli esteri, ritorna con un vecchio cavallo di battaglia dei Cinquestelle.

Bisogna tutelare i lavoratori: quindi: la domenica si chiude!!! Il problema esiste; da una parte i dipendenti che spesso mal pagati devono rinunciare al riposo settimanale; dall’altro la domenica è il miglior giorno per l’incontro fra la domanda e l’offerta commerciale con evidenti vantaggi per il consumo (stagnante) e per il PIL.

La soluzione non è facile, anche se sono tante le categorie che lavorano, pe rnecessità o per piacere la domenica: poliziotti, vigili del fuoco, camerieri, operatori dello spettacolo, alberghi, bar, etc. etc.

Si tratta di trovare una soluzione in un contratto collettivo come quello dei rider, i poveri cristi che, con ogni tempo ti portano la pizza a casa.

Ma. si sa. che sia giallo verde o giallo rosso, Di Maio ha la soluzione fcile facile, quella che non impegna il cervello. Solo chele soluzioni facili hanno sbocchi MOLTO DIFFICILI, come insegna l’odierna vicenda dell’ILVA

Per contestare questo modo “facile” di governare con l’accetta non c’è neppure bisogno di scrivere un nuovo articolo. Basta riproporne uno vecchio, di qualche mese fa:

Questo Governo dimostra sempre di più la sua incapacità di governare e di voler perseguire solo la strada del facile consenso.
Un Governo che si rispetti cerca soluzioni complete ai problemi che incontra, rifuggendo la via facile della pseudosoluzioni ad effetto.
Governare è difficilissimo. Serve preparazione ed esperienza e la corsa alle soluzioni facili è pericolosa. E non solo. La soluzione facile per accontentare il vento del consenso può essere un boomerang, vista la volatilità del consenso stesso.
La soluzione deve essere una risposta globale al problema
Vorrei fornire tre esempi con la soluzione scelta (o apparentemente scelta) dal Governo e le sue conseguenze.
Cominciamo con le cd “aperture domenicali” dei negozi.
Il problema indubbiamente esiste. In una situazione di ampia disoccupazione, per la grande distribuzione si aprono ampie praterie per contratti capestro che violano l’obbligo di riposo settimanale.
Oggi, tante categorie di lavoratori prestano la loro opera la domenica e le “feste comandate”. Alcuni per servizi essenziali: polizia, pompieri, addetti alle centrali elettriche, addetti ai trasporti etc. Altri addetti a quei servizi non essenziali che, proprio la domenica, sfruttando il giorno libero di tanti lavoratori, hanno in forte incremento: ristoranti, cinema, bar, night club, stabilimenti balneari etc.
Ora, tutte queste categorie di lavoratori, salvo patologie penalmente perseguibili, hanno trovato nei contratti collettivi ad hoc la soluzione che contempla l’adeguata distribuzione di oneri e profitti fra datori e prestatori di lavoro.
Oggi fra queste categorie rientra anche la “grandissima distribuzione”, i centri commerciali, insomma. La soluzione più logica, ma non la più facile, sarebbe stata quella di incidere nel settore dei contratti collettivi, mediando fra opposti interessi.
Invece si è preferito accontentare le lobbies dei piccoli commercianti, con scuse riprese anche dal cattolico riposo domenicale, abborracciando un testo (fortunatamente non ancora definitivo) in cui di interviene con l’accetta: si chiudono i negozi una domenica sì e una no. Poi si ci ricorda che la Costituzione assegna non allo Stato, ma a Regioni ed enti locali, la competenza sugli orari di apertura dei negozi e si ci impantana aggiungendo la toppa, peggiore del buco, dell’esenzione della chiusura per le “località turistiche” in un Paese in cui tutte le località sono turistiche.
Una ulteriore riflessione: da tempo si piange per una crisi dei consumi. Chiudendo la grande distribuzione la domenica sì deprime il necessario incontro fra domanda e offerta, non si aiutano i piccoli negozi dall’ancora più piccolo assortimento e dagli orari 09.00/13.30-16.30/19.39 mutuati dal secolo scorso. Si fa solo un immenso regalo ad Amazon e soci, dai prezzi invitanti, dagli orari infiniti, dal reso facile facile e dallo sterminato assortimento.
Certo, mediare su un contratto collettivo è difficile, ma su questo si valuta un Governo.
Secondo esempio: reddito di cittadinanza. In sè non è una idea malvagia. Ma come è stato presentato è una cosa molto diversa da come, fin ora è stato attuato.
Prima di tutto è stato presentato non come una misura assistenziale, bensì come quasi un presalario in attese del non rifiutabile lavoro (max tre offerte, poi la decadenza). Ebbene, fin ora, si è scelta la via facile. In deficit, spostando la spesa sulle future generazioni, fin ora, a fini puramente elettorali (e neppure poi raccolti, visto il flop dei Cinquestelle), si sono solo erogati i soldi. E non i 750 euro promessi, ma una media di 300/400 euro. Il resto, come l’intendenza di napoleonica memoria, seguirà. Forse. Perché i nodi stanno venendo al pettine. I tutor non ci sono, e, visti i ricorsi già vinti dagli esclusi, non ci saranno per un pezzo. I posti di lavoro non si sono ancora visti e già le Regioni stanno ricorrendo contro la arbitraria invasione di campo del Governo nella loro competenza sull’avviamento al lavoro.
Non sarebbe stato meglio garantire alle imprese che assumano, con contratto almeno quinquennale, un disoccupato, un consistente sgravio fiscale?
Ultimo esempio: il salario minimo. Non si può guadagnare meno di 9 euro l’ora.
Soluzione facile e draconiana. Ma ingiusta.
L’ora del muratore è uguale a quella dell’operaio?
Otto ore di un commesso possono essere retribuite nello stesso modo di otto ore alla catena di montaggio?
Anche qui la soluzione più giusta, ma anche la più difficile sarebbe stata quella di incidere nei contratti collettivi, mettendo mano anche alle cosiddette “gabbie salariali”: è indubbio che con una salario di 1000euro si comprano molte più cose Catania o Salerno che a Milano o Lecco

Ecco, questo Governo persegue sempre la via APPARENTEMENTE più facile, salvo poi a trovarsi avviluppato dai tentacoli di tanta facilità.

Questo Governo dimostra sempre di più la sua incapacità di governare e di voler perseguire solo la strada del facile consenso.
Un Governo che si rispetti cerca soluzioni complete ai problemi che incontra, rifuggendo la via facile della pseudosoluzioni ad effetto.
Governare è difficilissimo. Serve preparazione ed esperienza e la corsa alle soluzioni facili è pericolosa. E non solo. La soluzione facile per accontentare il vento del consenso può essere un boomerang, vista la volatilità del consenso stesso.
La soluzione deve essere una risposta globale al problema
Vorrei fornire tre esempi con la soluzione scelta (o apparentemente scelta) dal Governo e le sue conseguenze.
Cominciamo con le cd “aperture domenicali” dei negozi.
Il problema indubbiamente esiste. In una situazione di ampia disoccupazione, per la grande distribuzione si aprono ampie praterie per contratti capestro che violano l’obbligo di riposo settimanale.
Oggi, tante categorie di lavoratori prestano la loro opera la domenica e le “feste comandate”. Alcuni per servizi essenziali: polizia, pompieri, addetti alle centrali elettriche, addetti ai trasporti etc. Altri addetti a quei servizi non essenziali che, proprio la domenica, sfruttando il giorno libero di tanti lavoratori, hanno in forte incremento: ristoranti, cinema, bar, night club, stabilimenti balneari etc.
Ora, tutte queste categorie di lavoratori, salvo patologie penalmente perseguibili, hanno trovato nei contratti collettivi ad hoc la soluzione che contempla l’adeguata distribuzione di oneri e profitti fra datori e prestatori di lavoro.
Oggi fra queste categorie rientra anche la “grandissima distribuzione”, i centri commerciali, insomma. La soluzione più logica, ma non la più facile, sarebbe stata quella di incidere nel settore dei contratti collettivi, mediando fra opposti interessi.
Invece si è preferito accontentare le lobbies dei piccoli commercianti, con scuse riprese anche dal cattolico riposo domenicale, abborracciando un testo (fortunatamente non ancora definitivo) in cui di interviene con l’accetta: si chiudono i negozi una domenica sì e una no. Poi si ci ricorda che la Costituzione assegna non allo Stato, ma a Regioni ed enti locali, la competenza sugli orari di apertura dei negozi e si ci impantana aggiungendo la toppa, peggiore del buco, dell’esenzione della chiusura per le “località turistiche” in un Paese in cui tutte le località sono turistiche.
Una ulteriore riflessione: da tempo si piange per una crisi dei consumi. Chiudendo la grande distribuzione la domenica sì deprime il necessario incontro fra domanda e offerta, non si aiutano i piccoli negozi dall’ancora più piccolo assortimento e dagli orari 09.00/13.30-16.30/19.39 mutuati dal secolo scorso. Si fa solo un immenso regalo ad Amazon e soci, dai prezzi invitanti, dagli orari infiniti, dal reso facile facile e dallo sterminato assortimento.
Certo, mediare su un contratto collettivo è difficile, ma su questo si valuta un Governo.
Secondo esempio: reddito di cittadinanza. In sè non è una idea malvagia. Ma come è stato presentato è una cosa molto diversa da come, fin ora è stato attuato.
Prima di tutto è stato presentato non come una misura assistenziale, bensì come quasi un presalario in attese del non rifiutabile lavoro (max tre offerte, poi la decadenza). Ebbene, fin ora, si è scelta la via facile. In deficit, spostando la spesa sulle future generazioni, fin ora, a fini puramente elettorali (e neppure poi raccolti, visto il flop dei Cinquestelle), si sono solo erogati i soldi. E non i 750 euro promessi, ma una media di 300/400 euro. Il resto, come l’intendenza di napoleonica memoria, seguirà. Forse. Perché i nodi stanno venendo al pettine. I tutor non ci sono, e, visti i ricorsi già vinti dagli esclusi, non ci saranno per un pezzo. I posti di lavoro non si sono ancora visti e già le Regioni stanno ricorrendo contro la arbitraria invasione di campo del Governo nella loro competenza sull’avviamento al lavoro.
Non sarebbe stato meglio garantire alle imprese che assumano, con contratto almeno quinquennale, un disoccupato, un consistente sgravio fiscale?
Ultimo esempio: il salario minimo. Non si può guadagnare meno di 9 euro l’ora.
Soluzione facile e draconiana. Ma ingiusta.
L’ora del muratore è uguale a quella dell’operaio?
Otto ore di un commesso possono essere retribuite nello stesso modo di otto ore alla catena di montaggio?
Anche qui la soluzione più giusta, ma anche la più difficile sarebbe stata quella di incidere nei contratti collettivi, mettendo mano anche alle cosiddette “gabbie salariali”: è indubbio che con una salario di 1000euro si comprano molte più cose Catania o Salerno che a Milano o Lecco

Ecco, questo Governo persegue sempre la via APPARENTEMENTE più facile, salvo poi a trovarsi avviluppato dai tentacoli di tanta facilità.

Gli organi di informazione danno ormai per scontata la nomina di Pasquale Tridico alla guida dell’INPS al posto di Tito Boeri.

Ma sapete chi è costui? Non lo conoscevo affatto, era un semplice Carneade, quando sobbalzai sulla sedia leggendo un suo articolo sul “blog delle stelle”, sì il blog, organo quasi ufficiale dei Cinquestelle. Mi fece talmente sobbalzare per le castronerie contenute sul “reddito di cittadinanza” che lo pubblicai, quasi senza commenti sul questo blog il 13 marzo del 2018 a questo link: https://sergioferraiolo.com/2018/03/13/reddito-di-cittadinanza-le-spiegazioni-del-prof-tridico/) che, poi non era altro che la trascrizione di quanto lo stesso Tridico affermava nel “blog delle stelle”. Vedi qui: ((https://www.ilblogdellestelle.it/2018/03/il_lavoro_di_cui_ha_bisogno_litalia.html). Parole del “prof.” Tridico, mica le mie. Corroborate anche da un articolo de “Il Fatto Quotidiano”. Riporto qui, il resto potete leggerle cliccando sul link (qui per l’articolo di Tridico e qui per il mio articolo):

1) il reddito di cittadinanza, – parole criptiche di Tridico – che è tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo. Lo Stato sosterrà economicamente chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro, purché siano eque e vicine al luogo di residenza. Il Fatto Quotidiano ha da poco riproposto un mio articolo in cui spiego come il reddito di cittadinanza possa essere finanziato attraverso maggior deficit in termini assoluti ma senza aumentare il rapporto deficit/Pil e senza sforare la soglia del 3%. In sintesi il meccanismo è questo: grazie alla nostra misura almeno 1 milione di persone che attualmente non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (i cosiddetti ‘inattivi’ e scoraggiati) verranno spinti alla ricerca del lavoro attraverso l’iscrizione ai Centri per l’Impiego e andranno così ad aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati nelle statistiche Istat. Se aumenta il Pil potenziale possiamo mantenere lo stesso rapporto deficit/Pil potenziale, cioè il cosiddetto ‘deficit strutturale’, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi. Il reddito di cittadinanza costa 17 miliardi complessivi, compresi i 2,1 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego, e potrebbe quindi finanziarsi interamente grazie ai suoi effetti sul tasso di partecipazione della forza lavoro.”

Capite qualcosa?

Cioè, se ho capito bene, l’ingresso nell’area di chi cerca lavoro di oltre 1 milione di inattivi (oggi non conteggiati dalle statistiche ISTAT) andrà ad aumentare il “tasso di partecipazione della forza lavoro” (ossia il numero di disoccupati, dico io). Quindi, l’ingresso di un milione di disoccupati “ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, perché avremo un milione di persone in più che saranno conteggiate come in ricerca di lavoro” e così “il reddito di cittadinanza si autofinanzierebbe”.

Sono alieno ai magheggi dell’alta finanza. A parte che non ho capito un fico secco di quello che Tridico dice, so solo che, oggi come oggi, i fortunati che riceveranno il reddito di cittadinanza avranno una paga equivalente a quella dei loro coetanei che si fanno un culo così nei lavori precari. Tanto i tutor non ci saranno mai (le regioni dicono che è di loro competenza e hanno già posto la pregiudiziale costituzionale) e voi pensate che, specialmente nel meridione, ad ogni fruitore del reddito di cittadinanza potranno essere offerti tre lavori “congrui” e vicino a casa?

E’ chiaramente un sussidio senza contropartita, una manovra elettorale che durerà solo un anno. Solo un anno?  Certo. Raschiando il fondo del barile, facendo partire l’erogazione del reddito di cittadinanza da aprile (un mese prima delle elezioni europee, guarda un po’), ponendo una grossa ipoteca sull’aumento dell’IVA dal 2020, facendo salire il debito pubblico con il rialzo dello spread (è un fatto che con il Governo Gentiloni lo spread era 100 punti più sotto), non so dove troveranno i soldi per rifinanziare il reddito di cittadinanza per i prossimi anni se non imponendo più tasse. Quindi, più tasse a chi lavora e reddito di cittadinanza a chi nulla fa. Questi sono i Cinquestelle.

Meditate, riflettete e diffondete perchè qui è in gioco la tenuta dell’Italia.

Oggi Lega e Cinquestelle si sono incontrati per mettere a punto il “Contratto di Governo”. Prima i programmi e poi le persone, dicono i due leader.

Le indiscrezioni non mancano. Pare che dentro ci siano tutte le promesse fatte durante la campagna elettorale (clicca qui).

Sarebbe un Paese bellissimo se riuscissero a mantenerle tutte: abolizione della Fornero con tutti in pensione prima, flat tax con tutti che pagheranno tante tasse in meno, reddito di cittadinanza con soldi che arrivano senza lavorare, blocco dell’immigrazione, rivisitazione del conflitto di interesse.

Che bello!!!!

Ma perché nessuno ci ha pensato prima?

Ovvio, perché tutte queste meravigliose riforme costano.

Costa abolire la legge Fornero (clicca qui)

Costa la flat tax (clicca qui)

Costa il reddito di cittadinanza (clicca qui)

Dubbie sono le possibilità di fermare i richiedenti asilo (clicca qui e clicca qui)

Con Berlusconi che fa l’ago della bilancia con il voto determinante della sua piccola pattuglia, ritengo difficile che venga fuori una legge seria sul conflitto di interessi.

A ciò si aggiungono i debiti pregressi come trovare subito i miliardi occorrenti per sterilizzare l’aumento dell’IVA e rispondere alla Commissione UE che chiederà a giorni il conto dei miliardi mancanti nella legge di stabilità dello scorso anno (clicca qui).

Non riusciranno a mantenere tutto, è certo. Allora troveranno un nemico che non ha loro consentito di mantenere le promesse. Facile immaginare quale sarà il bersaglio: l’Europa e l’Euro (clicca qui).

Forse i due neofiti del potere non sanno che in Europa ogni dossier è collegato all’altro: noi accettiamo di prenderci i migranti e la Commissione e la famigerata troika chiude un occhio sui nostri conti disastrati accontentandosi di darci un po’ di soldi per i migranti e di leggi manifesto che, solo sulla carta, correggono il debito pubblico.

Se cominciano ad approvare leggi in deficit e a stringere sui migranti la vedo nera con Bruxelles e, purtroppo, oggi comanda più Bruxelles che i Parlamenti nazionali.

Già la borsa perde e lo spread rialza la testa e il quantitative easing (clicca qui) che fin’ora ci ha protetto è agli sgoccioli.

La mezzanotte non è ancora arrivata. Prepariamoci alla notte gelida che ci attende.

Leggo l’intervista di Di Maio a Repubblica di oggi e non capisco. Forse son stupido io e i miei lunghi anni passati accanto a politici e “alti papaveri” non mi hanno insegnato niente. Forse i miei schemi di ragionamento sono diversi (e, infatti, non ho fatto una carriera politica brillante come quella del Cinquestelle passato in pochi anni da steward in uno stadio calcistico ad aspirante premier).

Io penso che Di Maio, dopo la sibillina dichiarazione dopo le consultazioni con il Capo dello Stato (clicca qui) abbia tutto l’interesse di spiegare anche in sedi non ufficiali il pensiero attuale dei Cinquestelle. Dico attuale, perché cambia più velocemente delle forme e dei colori in un caleidoscopio. Vedi le dichiarazioni sulla fedeltà all’Europa, all’Euro e ai principi vincolistici di rapporto deficit/pil enunciate appena uscito dalle consultazioni. Principi spesso negati fino a qualche mese fa.

Peccato che Repubblica non abbia pubblicato sul suo sito web l’intervista di Annalisa Cuzzocrea, ma cercherò di riportare le domande e le risposte perché sia chiaro, se non il pensiero di Di Maio, almeno il mio pensiero.

Premetto che, comunque, alle risposte di Di Maio faccio la tara, perché so che, spesso, i giornalisti, volutamente, travisano.

L’immagine generale che ho recepito dall’intervista dall’intervista è quella di una cartolina leziosa di un borgo padano avvolto nella nebbia.

Più che chiarimenti ed indicazioni su ciò che i Cinquestelle vogliono perseguire SE andranno al governo ho trovato una immensa elasticità, un trionfo del maanchismo.

Riporto alcune delle risposte che francamente mi hanno sconcertato.

 

Domanda: “Ma come può pensare di andare al governo con chi è per i vaccini e chi è contro; con chi sostiene la Russia e con chi ne espelle i diplomatici; con chi è pronto ad uscire dall’Euro e chi non ci ha mai pensato?”

Risposta:” Non mi risulta che le posizioni delle due parti [Lega e PD ndr.] siano queste. Il Governo si fa per risolvere i bisogni della gente.”

Commento: non mi risulta? Informati o, almeno, leggi i giornali.

 

D: “Crede che le posizioni sull’immigrazione di Lega e PD siano interscambiabili?”

R: “il punto non è questo. Ci sediamo attorno ad un tavolo e troviamo una soluzione”.

Commento: OK, ma i Cinquestelle, primo partito, che propone? Qual è la sua idea?

 

D: ”Cosa ritiene irrinunciabile in questo “contratto” che propone indifferentemente a PD e alla Lega?”

R: lotta alla povertà e alla corruzione, il lavoro, le pensioni, un fisco più leggero, una pubblica amministrazione che agevola e non ostacola il cittadino. E, poi, sostegno alle famiglie, lotta agli sprechi e ai privilegi della politica..”

Commento: Questi sono gli obiettivi ideali di ogni governo in ogni parte del mondo. Mi farebbe molto piacere conoscere COME i Cinquestelle vorrebbero raggiungere questi obbiettivi e come si porrebbero di fronte alle strade, spesso inconciliabili di Lega e PD.

 

D: Il reddito di cittadinanza è diventato più genericamente “misure contro la povertà”. Avete rinunciato?

R: Il reddito di cittadinanza tiene insieme strumenti per la lotta alla povertà, ma anche per la lotta alla disoccupazione e per rimettere in moto il lavoro, partendo dai centri per l’impiego”.

Commento: forse si sono resi conto delle castronerie enunciate sulla copertura del reddito di cittadinanza, ipotizzate con l’aumento della platea dei lavoratori potenziali, così come enunciato dal Prof. Tridico, loro ministro del lavoro designato (clicca qui).

 

D: Siete il primo partito, ma non avete i numeri per governare. Sarebbe disposto ad un passo indietro se fosse questa l’unica strada per formare un governo?

R: La Merkel governa con il 32%, in Francia Macron con il 24%. Noi siamo la prima forza politica e gli 11 milioni di elettori che ci hanno votato non permetterebbero che mi faccia da parte.

Commento: bel presuntuoso! Non governa il primo partito, quello che ha la maggioranza relativa, bensì chi riesce a formare attorno a sé una maggioranza, anche di coalizione, che sia assoluta. Spiegateglielo!!!

 

D: Si è detto che il limite dei due mandati per i parlamentari Cinquestelle potrebbe soffrire una eccezione in caso di ritorno al voto.

R: non è all’ordine del giorno

Commento: quindi uno dei principi cardine dei Cinquestelle potrebbe soffrire eccezioni. Un’altra giravolta dei duri e puri.

 

D: cosa pensa delle sanzioni alla Russia e dei Dazi di Trump?

R: “Ora è il momento in cui tutti sentiamo una responsabilità più grande. Sono certo che le posizioni di tutti potranno essere volte alla cooperazione tra nazioni su ogni decisione. Il protezionismo ideologico non è una soluzione che ci interessa, ma qualche intervento selettivo e temporaneo può servire per proteggere lavoratori e imprese dai costi della globalizzazione. Ci muoveremo con pragmatismo a seconda del contesto internazionale”.

Commento: a parte il trionfo del Maanchismo (clicca qui), non riesco assolutamente a capire cosa voglia dire e quale sia la posizione dei Cinquestelle.

 

D: Voi siete legati indissolubilmente alla Casaleggio associati, società privata con fini di lucro che gestisce la piattaforma Russeau che, in pratica, gestisce il partito. E nessuno ha eletto Casaleggio, che ricopre nel Movimento una posizione centrale e non contendibile. Come fa a dire che non c’è conflitto di interessi?

R: Davide Casaleggio non prende decisioni politiche.

Commento: forse non le prende direttamente, ma manovra i fili, visto ce dalla piattaforma Russeau escono i candidati eleggibili e ogni altra decisione del partito.

 

 

Alla fine della lettura dell’intervista sono ancora più confuso e ne so ancora meno di questo Movimento/partito che si arroga il diritto di governare con chiunque, purché il suo Capo politico vada nella stanza dei bottoni. Attento, Di Maio, e se poi scopri che sulla scrivania di Palazzo Chigi i bottoni da premere non ci sono?

 

Ieri si è chiuso il primo ciclo di consultazioni al Colle. Risultato ZERO. Posizioni, almeno quelle espresse, inconciliabili.

Quello che ha stupito molti è stata la lunga dichiarazione di Di Maio sul “contratto” offerto a PD e alla Lega, in alternativa. Non a Forza Italia perché lì c’è l’uomo nero con cui non si parla, anche se, in un sistema elettorale basato su coalizioni, mi pare eufemisticamente presuntuoso dire che “non riconosco una parte della coalizione” che, in pratica, ha vinto e tutti i suoi eletti nella parte “maggioritaria” erano candidati comuni di Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e “quarta gamba”

A parte la follia di offrire a due partiti, PD e Lega, fra loro inconciliabili, una base comune di accordo, l’offerta non mi stupisce. E’ la versione riveduta e corretta di quanto affermato in campagna elettorale dai grillini. Se non avremo la maggioranza assoluta, andremo come Governo in Parlamento e governeremo con chi ci sta.

Poi, forse, qualcuno ha spiegato a Di Maio la differenza fra “vincere” ed “essere il partito più votato”, nonché l’impossibilità, per il presidente della Repubblica di conferire un incarico a chi non dispone di una maggioranza in parlamento, sia pur di coalizione.

Sui contenuti del “contratto” neppure una parola, neppure una proposta, se non quelle ripetutamente espresse fino alla noia in campagna elettorale, tipo, onestà, chiarezza, serietà e…quel. reddito di cittadinanza basato sui “lavoratori potenziali” (parole del prof. Tridico, loro candidato al Ministero del lavoro: clicca qui).

Posto che indizi di come far mangiare lo stesso piatto ad un carnivoro e ad un vegetariano, faccio qualche breve ipotesi:

  • Se il contratto è lo stesso, esso NON può essere sottoposto indifferentemente a Lega o a PD. Troppo diversi. Cosa propongono i Cinquestelle, per esempio, sullo ius soli (clicca qui), sulla flat tax (clicca qui), sui nostri impegni con l’Europa (clicca qui) e sull’Euro (clicca qui)? Su questi argomenti Lega e PD hanno opinioni diametralmente opposte.
  • Se il contratto non è lo stesso, proposto indifferentemente a Lega o PD, esso deve essere adattato all’interlocutore che ci sta. Ma questo significa che i Cinquestelle sono disposti ad un triplice salto mortale sui contenuti pur di andare al Governo.
  • Il contratto è già pronto e scritto. Di Maio, in sostanza ha detto: queste sono le nostre posizioni, chi le accetta in toto avrà qualche poltrona…. Ovviamente né Lega, né PD potranno mai accettare di essere, non dico la stampella, ma una zeppa del Governo grillino, dando i loro voti senza poter avere voce in capitolo. Sarebbe la fine del partito che accetta. Ricordiamoci che, quando si cammina male la colpa è della stampella, quando si cammina bene, la stampella si butta.

 

Quindi, forse, nessuna delle ipotesi è quella giusta, tranne forse la seconda: non importa il programma, purché si vada a Palazzo Chigi. Bell’esempio di onestà e di responsabilità.

 

P.S. Di Maio ha anche detto che non riconosce un pezzo della coalizione che ha avuto più voti perché con Berlusconi non si parla e che non ha nessuna intenzione di dividere il PD.

Ovvio, se il PD si divide, con mezzo PD i Cinquestelle non arrivano alla maggioranza, il PD gli serve intero. Invece con la Lega, anche senza Forza Italia, ci arrivano alla maggioranza.

 

Pensate un po’ se davvero Di Maio, in qualche modo, riesce ad arrivare a Palazzo Chigi. Altro che vitalizi, altro che reddito di cittadinanza: dovrà trovare i soldi per vitare l’incremento dell’Iva e delle accise, nonché fronteggiare la manovra economica che a maggio sarà chiesta dall’Unione europea (clicca qui). Auguri!!!

 

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