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Dal 6 agosto si comincia. Se vuoi andare a cinema, al ristorante (al chiuso), in piscina, nei musei, a fare visita ai tuoi cari in ospedale, devi mostrare la tua “certificazione verde COVID-19” o, terra terra, il tuo GreenPass.
Poche volte un provvedimento fu più divisivo. Subito a Torino, ieri in tutta Italia, mercoledì in pompa magna a Roma, manifestazioni contro la dittatura sanitaria, contro Big Pharma, contro il governo, accusato di “nazismo”.
Peccato, stiamo perdendo una occasione.
Un argomento prettamente medico, tecnico, è stato preso a pretesto dalle fazioni politiche, di destra e di sinistra con argomenti, da ambo le parti, pretestuosi e svianti. Insomma la caccia al voto è aperta con buona pace di quello che dovrebbe essere la base della discussione, ossia la scienza.
Visto che le evidenze sulla bontà e sull’efficacia del vaccino sono sotto gli occhi di tutti e sono incontestabili, il dibattito si è spostato non sul vaccino in sè, ma sulla libertà di vaccinarsi e sulle limitazioni a chi vaccinato non è, ossia sul Green Pass.


I miei quattro lettori (ah, scusa, Manzoni) sanno che io sono un provax, che mi sono convintamente vaccinato appena ho potuto, come barriera contro il virus.
Eppure, stavolta, non posso concordare del tutto con l’azione del Governo e non sono del tutto d’accordo con le limitazioni associate al possesso o meno del Green Pass.
Andiamo per ordine.
Lo dico subito. Avrei preferito che il Governo, viste le evidenze scientifiche, le evidenze sul campo, gli effetti sui casi gravi e sui decessi in Gran Bretagna e in Israele, avesse deciso per un obbligo vaccinale.
Non si scaldino gli scettici, i novax e i bohwax che si fermano sempre alla prima parte degli articoli della Costituzione. Sì, lo articolo 32 della Costituzione solennemente afferma che “nessuno può essere sottoposto a un determinato trattamento sanitario”, ma prosegue “se non per disposizione di legge” facendo il paio con un altro articolo sempre citato dai contestatori, l’articolo 16 che vieta di limitare la libertà di movimento, ma “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”.
Abbiamo appurato che un obbligo vaccinale non è contrario alla Costituzione. Un obbligo vaccinale che già esiste, per esempio contro la pertosse e altre malattie dell’infanzia. Oppure un obbligo vaccinale temporaneo, come quello che fu istituito nel 1973 in alcune regioni (io c’ero) contro l’epidemia di colera. E ricordo che, anche allora ci furono manifestazioni, ma per avere subito il vaccino, non contro di esso.
Un obbligo vaccinale sarebbe giustificato dalla esigenza di ridurre al massimo gli spazi di contagio, di ridurre il il pericolo di varianti, di proteggere chi per proprie patologie, non può vaccinarsi. Sono situazioni in cui l’interesse individuale cede di fronte all’interesse collettivo.
Una decisione di obbligare tutta la popolazione a vaccinarsi sarebbe stata pesante in termini politici ma più semplice, schietta e trasparente di quella presa dal Governo, non solo italiano, ma di tutta Europa.


Spiego le motivazioni del mio dissenso.
I governi europei lasciano intatta la libertà ai singoli cittadini di vaccinarsi o meno, ma limitano le loro facoltà di socializzazione in base al loro essere vaccinati o meno.
Non è un gioco pulito.
Vediamo nello specifico. Un non vaccinato non è un untore. Anzi se io vaccinato sono vicino ad un non vaccinato, chi è in una situazione più pericolosa è quest’ultimo. Lui non vaccinato ha poche possibilità di essere infetto asintomatico, se si becca il Sars-COV2 lo si vede e…povero lui!
Il vaccinato, secondo le ultime stime, ha solo il 5% di beccarsi il virus e, nella metà dei casi, è asintomatico, potrebbe (poco) infettare chi gli sta vicino. Quindi chi rischia di brutto è il non vaccinato.
Per cui, io vaccinato, devo aver poca paura di un close encouter con un non vaccinato.
Questa storia del Greenpass rischia di creare solo problemi.
Ai gestori, obbligati allo pseudo controllo con l’App “VerificaC19”. Dico pseudo controllo perché se ci vuole un attimo con quell’App a scansionare il QR code, chi ti dice che il QrCode scansionato sia veramente della persona che lo esibisce? Basta andare sui canali di Telegram per trovare annunci a iosa di vendita di QrCode “garantiti” a poco più di 100 euro..
Problemi per chi, lo stiamo vedendo in questi giorni, ha avuto l’infezione e, seguendo le prescrizioni del Ministero della Salute ha fatto solo una dose di vaccino e non riesce ad avere il Greenpass.
Problemi per chi, specialmente i giovani, con tutta la buona volontà, non è riuscito ancora a vaccinarsi.
Insomma, quest’obbligo di Green Pass mi sembra un po’ aggirare il problema. Non essere tacciato di “eccesso di potere” mantenendo la la libertà di vaccinarsi o meno e, nel contempo, limitare l’esercizio di tale libertà.
Mi rendo conto che il problema non è di facile soluzione perché se obblighi a vaccinarsi, devi, nel contempo, assicurare a tutti – subito – la dose di vaccino per assolvere l’obbligo.
D’altra parte, in Italia come in Francia, il solo annuncio delle limitazioni connesse al green pass, ha portato ad un positivo improvviso ed imponente aumento delle prenotazioni che dimostra, ad onta delle manifestazioni di piazza, che lo scetticismo verso la vaccinazione non è poi sorretto da incrollabili motivazioni ideologiche, forse più da pigrizia o attendismo.
Anche il “permesso” di sedersi al ristorante con una sola dose di vaccino non è sorretto da alcuna evidenza scientifica, stante la ormai dominante “Variante delta” che riduce l’efficacia della prima dose al 30-40%. Questa facilitazione è prettamente politica volta ad incentivare l’approccio al vaccino (tanto se ti fai la prima dose, poi la seconda te la fai).
Purtroppo così facendo, adottiamo proprio la condotta sconsigliata dalla scienza, ossia “inseguire” e non “precedere” il virus. Questa politica dei piccoli passi, oggi prescrivo come necessaria solo la prima dose, domani prescriverò anche la seconda; oggi obbligo solo per ristoranti o musei al chiuso, domani anche per quelli all’aperto, se da un lato ha il pregio di non irritare troppi gli scettici al vaccino, dall’altro ha il pericolosissimo difetto di dare al virus tutto il tempo di diffondersi, trovando ancora, per mesi, portoni aperti per replicarsi
Chiudo con un pensiero ottimista. Dalla lettura dei giornali odierni e dall’ascolto dei notiziari, pare che nelle manifestazioni contro il Green Pass mancassero del tutto i giovani; e che il boom di prenotazioni post annuncio di Green pass sia trainato dai giovanissimi (15-18enni). Ascoltati, questi giovani, senza ideologia, alternativi alle masse ululanti della movida, vanno sul pratico: il vaccino mi garantisce libertà, quindi mi vaccino il prima possibile.
Forse non è persa l’ultima speranza.

L’altro giorno leggevo un articolo dell’opinionista CHARLES M. BLOW, pubblicato sul New York Times del 19 maggio scorso, dal titolo “esplosivo” “History Can Be Erased. It Often Has Been” e che potete trovare qui: https://www.nytimes.com/2021/05/19/opinion/capitol-riot-tulsa-massacre.html?action=click&module=Opinion&pgtype=Homepage

Una “traduzione grezza” in italiano è in fondo a questo post

Il tema mi ha sempre appassionato: la STORIA. La Storia è una sola o sono tante quante sono le persone che la raccontano? La Storia è unica o può essere manipolata o, addirittura, cancellata?

Mr. Blow prende lo spunto dalla recente Commissione, costituita al Congresso, per indagare sulle cause e sui fatti dell’assalto del 6 gennaio 2021 al Campidoglio. (Qui in inglese dove si dice che la “discussione non è ancora conclusa”).

Orbene, Mr. Blow teme che i tentativi del Partito Repubblicano di dilazionare i tempi sia voluto per confondere i ricordi, accumunare le violenze del 6 gennaio a quelle accadute durante le manifestazioni per “Black Live Matter”, per appiattire tutto nelle nebbie del tempo, poter manipolare i fatti accaduti e, in sostanza, cancellare la Storia.

Senza dubbio ciò è avvenuto molte volte. Non a caso esiste il proverbio “La Storia viene scritta dai vincitori”. Solo dopo molto tempo si scoprirà che quella storia, scritta dai vincitori, potrebbe essere manipolata o, addirittura, inventata.

Mr. Blow racconta che mancano poche settimane al centesimo anniversario del massacro di Tulsa, quando nel 1921, i cittadini bianchi di quella città – aiutati dalla Guardia Nazionale – distrussero la sezione di Greenwood di quella città, una comunità nera prospera e autosufficiente nota come Black Wall Street, uccidendo fino a 300 persone e lasciando 8.000 senzatetto.

Le autorità fecero di tutto per nascondere e far dimenticare quel massacro, per cancellarlo dalla Storia, per cancellarlo dai documenti pubblici della Città, facendo scomparire i registri della Polizia, seppellendo le vittime in tombe anonime. Il tentativo di modificare la Storia riuscì fino a che Scott Elsworth ne scrisse la storia nel 1982, costringendo i Governanti ad una Commissione di inchiesta che, nel 1992, ristabilì la verità storica.

Fino a questo punto, l’articolo di Charles M.Blow mi trova pienamente d’accordo: Non bisogna cancellare i crimini, non solo per evitare di punire i colpevoli, ma soprattutto per insegnare ai giovani quello che di brutto è successo nel passato e che bisogna assolutamente evitare di ripetere.

Se si cancellassero le tracce dell’Olocausto, o del Nazismo, o del Fascismo, questi orrendi crimini – dimenticati dopo 100 anni dalla gente e senza più testimoni in vita – potrebbero ripetersi. Se si mantiene viva la memoria di questi crimini, l’orrore che hanno provocato impedirà che si ripetano.

Poi, nel prosieguo dell’articolo, Mr. Blow comincia a parlare dei simboli e qui – forse per la mia scarsa conoscenza della lingua inglese – non riesco più a capire il senso di quello che intende sostenere.

Afferma, giustamente, che le statue sono simboli, erette per ricordare grandi uomini o grandi accadimenti. Ma afferma anche che una statua di una persona che ha commesso crimini può fuorviare la memoria; Anche per questo i monumenti sono spesso usati come strumenti di propaganda, perché hanno contribuito a creare false narrazioni che alterano la memoria collettiva e che molti monumenti dai confederati furono eretti proprio a tale scopo.

Riprende, poi, il discorso dell’abbattimento delle Statue (ne ho già parlato qui: https://sergioferraiolo.com/2020/06/10/non-guardiamo-ieri-con-gli-occhi-di-oggi/), della falsa fama data a Cristoforo Colombo che, in realtà era uno schiavista, dei falsi trattati stipulati con i nativi. Afferma, infine, che, anche quando registriamo le cose, per iscritto, o con la fotografia o anche con il video, qualcosa si perde nel trasferimento: il rigore, la solennità, l’impatto.

Qui – se la mia scarsa capacità di comprendere la lingua inglese -non mi tirato un brutto scherzo, comincio a non esser più totalmente d’accordo come prima perché – se non ho sbagliato a capire – Mr. Blow non fa nessuna distinzione: i simboli sono buoni o cattivi, senza via di mezzo. Se una persona ha avuto grandi meriti come navigatore o come politico, ma ha avuto schiavi, deve essere cancellata, cancellando anche i suoi meriti

Bisogna distinguere. La percezione dei fatti varia con il tempo e ogni fatto accaduto va contestualizzato nell’tempo in cui esso è avvenuto.

E’ ovvio che se una statua è stata eretta al solo scopo di esaltare le gesta criminali di un anonimo assassino, essa può essere distrutta senza grande danno per la memoria collettiva e per quella di nasce molti anni dopo.

Il discorso si fa molto più complicato per statue di persone che hanno grandi meriti ed anche demeriti.

Prendiamo proprio l’esempio di Cristoforo Colombo citato da Mr. Blow. Se si pensa a Cristoforo Colombo, si pensa allo scopritore dell’America e non certo al fatto che fosse uno schiavista. Anche perché lo schiavismo, nel 1492, era ampiamente permesso e legale. Chi commerciava in schiavi, dal tempo degli antichi egizi, fino a 250 anni fa non commetteva crimini.

Del resto anche George Washington e Thomas Jefferson avevano schiavi, ma nessuno pensa a togliere la loro effige dalle banconote da 1 e 2 dollari.

Vogliamo abbattere il Colosseo e le piramidi egiziane perché furono costruite da schiavi?

Ma mi spingerò anche oltre. Io non abbatterei una statua di Hitler: io metterei sotto di essa una targa che ricordi ai posteri i crimini commessi da quell’uomo.

A Roma, in Italia, dove la ricostituzione e l’inneggiamento al fascismo sono crimini puniti dalla legge, in una piazza, vicino al Centro sportivo Nazionale, frequentato dai giovani, esiste ancora un obelisco con la scritta “Mussolini DUX”. È rimasto lì a perenne memoria dei crimini di quell’uomo, a perenne monito per i giovani di oggi a non imitarlo, per ricordare le tragedie che il Fascismo ha portato all’Italia.

I simboli sono simboli. Ci sono simboli positivi e simboli negativi. Spesso il simbolo positivo di oggi potrebbe diventare un simbolo negativo domani. La Storia, come dice giustamente Mr. Blow, non si cancella,  ma si racconta e si spiega, soprattutto ai giovani.

Vedi, quella statua fu eretta per confondere la memoria, celebrando una persona che, nella sua vita, non ha fatto altro che uccidere gente di colore e noi, oggi siamo orgogliosi di aver compreso che il razzismo è un crimine, e quella statua sta lì a ricordacelo” – “Vedi, quella è la statua di un grande navigatore che, contro le convinzioni dell’epoca, tracciò una nuova rotta e congiunse l’America all’Europa. Ma questo grande navigatore era anche uno schiavista perché, a quel tempo, lo schiavismo era permesso e noi, oggi, siamo orgogliosi di aver compreso che lo schiavismo è un crimine

La Storia si evolve, cambiano i sentimenti, cambiano gli ideali e cambiano i giudizi sui fatti del passato. Ma quei fatti rimangono intatti, non si possono e non si devono cancellare perché la Storia non è solo il presente o il futuro; la Storia è anche – e soprattutto – il passato. Il passato dal quale dobbiamo trarre gli insegnamenti, evitando di ripeterne gli errori e cercando di emulare chi, nel passato, ci ha dato grandi prove. Dobbiamo, forse, cancellare Socrate o Alessandro Magno perché nell’antica Grecia era consuetudine avere approcci sessuali con bambini? Condanniamo, certo, gli atteggiamenti che, oggi, riteniamo negativi, ma salviamo e celebriamo la sapienza del filosofo o il coraggio di un condottiero che ha aperto la via dell’Oriente al mondo antico.

Togliere i simboli della Storia, positivi o negativi, significa riempire il cervello con la nebbia dell’ignoranza

At a Tulsa, Okla., Red Cross hospital in 1921, survivors of the Tulsa Massacre recovered from their wounds.

Traduzione (bozza) dell’articolo di Charles M.Blow

Mercoledì, la Camera ha votato per creare una Commissione per esaminare l’insurrezione del 6 gennaio.

Trentacinque repubblicani si sono uniti ai Democratici per approvarlo, ma lo hanno fatto nonostante le obiezioni del leader della minoranza alla Camera, Kevin McCarthy, che si è opposto al disegno di legge. Il leader della minoranza al Senato, Mitch McConnell, si è unito a lui all’opposizione.

La leadership repubblicana al Congresso sembra essere impegnata in uno sforzo coordinato per ridurre e minimizzare l’attacco al Campidoglio degli Stati Uniti, o addirittura cancellarlo tutto insieme.

Una delle ragioni per opporsi alla Commissione è che sarebbe ridondante del lavoro già svolto dal Dipartimento di Giustizia e dallo stesso Congresso.

Ma un altro, usato da McCarthy, era specificamente per confondere l’acqua ampliando l’inchiesta per includere indagini su antifascisti e Black Lives Matter. Era un chiaro tentativo di stabilire un’equivalenza, per ridurre la natura storica dell’insurrezione sollevando contemporaneamente i problemi con altri gruppi.

Vogliono appiattire tutto questo in un’unica massa di cose accadute durante la pandemia, nessuna migliore o peggiore dell’altra, cose che accadono sia a destra che a sinistra ideologica.

Ma queste cose non sono uguali … affatto. Lo sanno. Ma è così che nasce la propaganda e la storia è sepolta. È incredibilmente facile da fare ed è stato fatto spesso.

Mancano poche settimane al 100 ° anniversario del massacro di Tulsa, quando nel 1921, i cittadini bianchi di quella città – aiutati dalla Guardia Nazionale, va notato – distrussero la sezione di Greenwood di quella città, una comunità prospera e autosufficiente noto come Black Wall Street, uccidendo fino a 300 persone e lasciando 8.000 senzatetto.

Una delle cose più notevoli di quel massacro fu lo sforzo concertato della città per cancellarlo dalla storia e quanto fosse efficace quella campagna.

Ora, per essere sicuri, quel massacro è avvenuto prima dei tempi della televisione, di Internet, dei social media e dei cellulari. Ma c’erano immagini, per non parlare delle decine di famiglie che hanno perso i propri cari. C’erano delle tombe.

Come ha riportato il New York Times:

“Dopo il massacro, i funzionari hanno deciso di cancellarlo dai documenti storici della città. Le vittime sono state sepolte in tombe anonime. I registri della polizia sono scomparsi. Gli articoli provocatori del Tulsa Tribune sono stati tagliati prima che i giornali fossero trasferiti su microfilm “.

Il Times continuò: “I funzionari della città ripulirono i libri di storia così a fondo che quando Nancy Feldman, un avvocato dell’Illinois, iniziò a insegnare ai suoi studenti dell’Università di Tulsa sul massacro alla fine degli anni Quaranta, non le credettero”.

A volte sottovalutiamo gli impulsi umani e la natura umana quando presumiamo semplicemente che il ricordo di una cosa, una cosa orribile, durerà per sempre.

Spesso gli autori del reato vogliono disperatamente lasciare che lo stigma svanisca e la vittima esita a trasmettere il dolore ai bambini e alla famiglia. Tutti aspettano il potere curativo del tempo, come la roccia frastagliata lanciata nel fiume che alla fine diventa pietra liscia.

È successo a Tulsa. La prima storia completa del massacro non fu scritta fino al 1982, quando Scott Ellsworth scrisse “Morte in una terra promessa”, e una commissione per studiare a fondo cosa accadde a Tulsa non fu istituita fino al 1997. Il suo rapporto fu pubblicato nel 2001.

Abbiamo la tendenza ad allontanarci dalla pienezza della storia anche quando la verità non è attivamente soppressa. Pensa a cose come quanto fosse orribile Cristoforo Colombo in realtà, o ai massacri dei nativi e a tutti i trattati infranti che hanno contribuito a far crescere la geografia di questo paese, o quanti dei pionieri dei diritti dei gay erano persone trans e drag queen.

Siamo orribili trasmettitori della verità. Siamo anche orribili recettori. È come il gioco che facevi da bambino quando qualcosa veniva sussurrato di bambino in bambino, e ciò che l’ultimo bambino sente non ha alcuna somiglianza con ciò che ha detto il primo bambino.

Anche quando registriamo le cose, per iscritto, o con la fotografia o anche con il video, qualcosa si perde nel trasferimento: il rigore, la solennità, l’impatto.

Questo è il motivo per cui memoriali e monumenti sono importanti nella società, per aiutare la memoria e la riflessione collettiva. Anche per questo i monumenti sono spesso usati come strumenti di propaganda, perché hanno contribuito a creare false narrazioni che alterano la memoria collettiva. Molti monumenti confederati furono eretti proprio a questo scopo.

Quindi, quando vedo i repubblicani che cercano di alterare la nostra percezione dell’insurrezione, non lo prendo alla leggera. Non c’è niente di sciocco o banale al riguardo. La memoria è malleabile. Questa tattica potrebbe ora fallire su 50 e funzionare su cinque, ma tra anni potrebbe essere il rapporto inverso.

Assorbiamo le storie che ci vengono raccontate, troppo spesso senza circospezione, impregnandole dell’autorità del racconto. Quindi, quando le autorità dicono una bugia o sminuiscono qualcosa, molte persone lo accetteranno come detto.

Uno dei casini più grossi dell’Italia – l’abbiamo viso durante la pandemia – è l’arcano del riparto delle competenze fra Stato e Regioni disposto (ma sarebbe meglio dire lasciato nell’indisposto) dalla riforma del “titolo quinto della Costituzione” voluto dalle leggi 1/1999 e 3/2001 che riformano l’ambito di competenza fra Stato e Regioni.

Leggi sciagurate, volute da un Governo di Sinistra per scongiurare i colpi del federalismo d Bossi e di quello che , allora, era la Lega, che hanno creato un immenso contenzioso su conflitti di competenza davanti alla Corte Costituzionale lasciando il sistema normativo italiano nel limbo dell’imponderabile.

Ricordiamo tutti il conflitto (o lo scaricabarile) fra Stato centrale e Regione Lombardia sulla competenza a chiudere in “zona rossa” i comuni della bergamasca nel marzo del 2020.

Ricordiamo tutti i continui conflitti fra le Regioni  (del nord a trazione leghista) che vogliono – attente agli interessi  degli imprenditori – aprire le attività economiche e il Ministro della Salute che- invece – tende a chiudere per evitare contagi.

Sappiamo bene che – spesso – la richiesta aperturista delle Regioni è solo di facciata, per acquisire consensi, ma – dietro le quinte- è una richiesta di chiusura.

Sappiamo bene che la Corte Costituzionale, unico Organo titolato ad esprimersi – manca di coraggio e non ha mai dato una interpretazione univoca e definitiva sul confine delle competenze fra Stato e Regioni.

Però….però.. qualcosa si muove. Bisogna guardare nelle “premesse” e non nel Dispositivo, ma la Corte Costituzionale, nel merito si è pronunciata.

Con Ordinanza n. 4 del 14 gennaio 2021, la Corte costituzionale – nel conflitto fra un provvedimento di chiusura di esercizi pubblici per evitare contagi di Coronavirus  e l’impugnativa della Regione Val d’Aosta – accoglie le ragioni dell’avvocatura di Stato e che fa proprie e ritiene:

  • che infatti la pandemia in corso ha richiesto e richiede interventi rientranti nella materia della profilassi internazionale di competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera q), Cost.;
  • che sussiste altresì «il rischio di un grave e irreparabile pregiudizio all’interesse pubblico» nonché «il rischio di un pregiudizio grave e irreparabile per i diritti dei cittadini» (art. 35 della legge n. 87 del 1953);
  • che difatti la legge regionale impugnata, sovrapponendosi alla normativa statale, dettata nell’esercizio della predetta competenza esclusiva, espone di per sé stessa al concreto e attuale rischio che il contagio possa accelerare di intensità, per il fatto di consentire misure che possono caratterizzarsi per minor rigore; il che prescinde dal contenuto delle ordinanze in concreto adottate;

Anche se non nel dispositivo, la Corte Costituzionale si è pronunciata nel senso di attribuire – per tutto ciò che riguarda la pandemia causata dal Coronavirus – allo Stato la competenza predominante per gli atti e le norme volte a contrastare la pandemia stessa.

Se ben sfruttata, questa ordinanza è un viatico per il Governo nazionale ad essere più deciso nella sua azione ed uno stop alle Regioni per il loro sporco gioco di essere aperturisti di facciata e prudenti nel privato.

Dall’otto dicembre dello scorso anno è stato attivato il cosiddetto cash back di Stato. Una iniziativa a metà fra la lotteria ed il rimborso spese per la quale, fino al giugno 2022 sono stati stanziati oltre quattro miliardi di euro.
Come tutti sappiamo, per partecipare, bisogna registrarsi tramite SPID o “carta d’identità digitale” (CIE) sulla piattaforma IO e relativa App. Poi è necessario inserire il numero delle carte di credito che si intende usare e anche  del Bancomat (questo due volte se la carta di debito è anche abbinata ad un circuito di carte di credito come Maestro o simili).
Dopo qualche incertezza iniziale ora il sistema funziona bene, ma lo scopo di questo post è capire se ne vale la pena.
Innanzitutto io ritengo che il cash back (peraltro ideato molto prima della pandemia) non è un incentivo a spendere tour court, bensì un incentivo a mutare il sistema di pagamento: dal contante alla carta di credito.
Indubbiamente è una cosa positiva: i pagamenti sono tracciabili, si diminuisce l’evasione fiscale e, una volta al mese, l’estratto conto spietatamente ti rinfaccia tutte le spese, utili e inutili che siano.
Altro effetto utile, anche se “collaterale” è l’impennata di italiani registrati al Sistema di identità digitale (SPID) ormai indispensabile per accedere a numerosi siti della pubblica amministrazione.
Questi i lati sicuramente positivi.
Ma la maggior parte si è registrata su IO per il cash back non tanto per quello che ho scritto sopra, bensì per il “vil denaro” da guadagnare.
Che, riflettendoci, non è poi tanto quanto si potrebbe immaginare.
Se si oltrepassa lo sbandierato slogan della restituzione del 10% di quanto speso, i soldini che si vedranno saranno pochini.
Il meccanismo del rimborso ha un doppio paletto.
Primo: su ogni spesa il rimborso sarà del 10%, ma solo fino ad una spesa di 150 euro. In altre parole, se fai un acquisto di 150 euro o di 850 euro, al massimo ti saranno accreditati 15 euro.
Secondo paletto: per ogni semestre di riferimento, il massimo rimborso non potrà superare, nel totale, 150 euro. In altre parole, se – ne semestre – hai totalizzato 10 acquisti da 150 euro ciascuno, hai già totalizzato il massimo del rimborso. Oltre non puoi andare. E, comunque, per avere anche un minimo rimborso, devi effettuare, nel semestre, almeno 50 transazioni “fisiche” (quelle on line, su Amazon o simili, non valgono).
C’è anche il Supercashback, che premia con 1.500 euro i primi 100.000 utenti che, nel semestre, abbiano totalizzato il maggior numero di transazioni, indipendentemente dal loro importo.
1500 euro sono una bella cifra e, all’apparenza, 100.000 premiati al semestre sembra un numero abbastanza semplice da raggiungere.
Non ne sarei tanto sicuro.
Io uso, in media, la carta di credito (o bancomat) più di una volta al giorno, ma l’app IO mi dice che davanti a me ho oltre 1.350.000 utenti che l’hanno usata più volte di me. (Come hanno fatto non so, forse – d’accordo con gli esercenti – spezzettano gli acquisti.) Quindi anche usando la carta di credito quasi due volte al giorno nessuna possibilità di prendere il premio di 1500 euro.
Insomma bisognerà accontentarsi di 150 euro a semestre (450 euro in tutto, più quello che si è riuscito a totalizzare con il cash back di Natale).
Basta non farsi prendere dalla “fregola” di salire ad ogni costo in classifica facendo acquisti inutili che vanificano il massimo rimborso di 150 euro a semestre.

Il link alle “istruzioni ministeriali” è qui:
https://io.italia.it/cashback/


Sempre che il “concorso” continui. Pare che lo interromperanno a fine giugno 2021 per destinare i fondi dei due semestri successivi ai “ristori” per le categorie danneggiate dai provvedimenti restrittivi per contenere la pandemia da Covid-19.

Sinceramente non l’ho capito. È più di un mese che Renzi dà cornate a Conte, non al Governo.
Ieri chiedeva il Mes sanitario; forse opportuno, ma non indispensabile, visto che il risparmio si aggira sui 250 milioni a fronte dei miliardi che stiamo spendendo con gli scostamenti di bilancio. L’altro ieri chiedeva che Conte dismettesse la delega sui Servizi Segreti; perché, visto che la legge la attribuisce proprio al Presidente del Consiglio? La delega ad un sottosegretario è solo una opzione. Oggi chiede che il programma per lo utilizzo del Recovery Fund sia totalmente cambiato. Ma Renzi e i suoi ministri non sono su un altro pianeta. Fanno parte del Governo Conte fin dal suo inizio, anzi il buon Renzi lo ha tenuto a battesimo. Cosa hanno fatto i suoi ministri fin’ora? Hanno giocato alla Play Station?
Non penso che la follia di Renzi si spinga alle elezioni anticipate. Sarebbe un suicidio, visto che il suo partito, Italia Viva, è accreditato di un misero 2%. Con la riduzione dei parlamentari scomparirebbe dall’orizzonte.
E, allora? Un semplice rimpasto? Un Conte ter? A che pro?
Secondo me, quello che rode a Renzi è non essere rappresentato nella cabina di regia che dovrà distribuire i soldi del Recovery Fund. Non lo può dire ma lo pensa.
Insomma questa storia è solo una storia di soldi che si risolverà, al solito, all’italiana, con il classico aumento di poltrone. Un “aggiungi un posto a tavola“.

Oggi è il secondo giorno dell’anno, il secondo giorno di gennaio. Le “feste” son passate ma non del tutto. Lo strascico si sente e, poi, deve ancora venire la befana. Questi primissimi giorni di gennaio li ho sempre chiamati “giorni bianchi“.

Bianchi perché non hanno una loro precisa definizione.

Bianchi perché sono come una intera pagina ancora da scrivere.

Bianchi perché, in genere non si hanno programmi, vanno come vengono.

Bianchi perché arrivano dopo una settimana di feste e precedono l’ultima che tutte porta via.

Bianchi perché, dai tempi della scuola, sono giorni liberi, forse vuoti. 

Bianchi perché, se lavori, tendi a prenderli come ferie, non per fare qualcosa, come a ferragosto, ma per stare. Per stare a casa, per stare con i parenti, per stare senza far niente.

Quest’anno sono bianchi bianchi. Si è aggiunto il Covid, zona rossa, hanno detto. Niente cenoni, niente veglioni. Una fugace visita, Un ospite forse illegale, una rapida presenza.

Solo, “ho rimasto solo” come il titolo di una canzone degli anni sessanta. Prendi un libro, ma poi pensi. Pensi a te stesso, pensi a quello che avresti potuto fare e non hai fatto, non perché piove, ma perché…..

Allora ripieghi sulle piccole cose, vai a rivedere quella ricetta che non ti è chiara, ma che non farai mai; prepari un piatto diverso dai soliti croccantini per il tuo gatto.

Rivedi persino le istruzioni della lavatrice che hai comprato sei anni fa e non hai mai letto; o il ponderoso libretto esplicativo dei due flash che hai comprato per la macro fotografia alla quale sai che mai ti applicherai.

C’è la TV, c’è internet, pallidi palliativi per riempire la noia di questi giorni bianchi. Anche il tran tran dei giorni gialli, arancioni e rossi sembra più eccitante.

Il 7 gennaio arriverà presto. Il tuo calendario interno ricomincerà ad essere in sincrono con quello appeso al muro e la vita ricomincerà a correre, lasciando ai giorni bianchi solo la nostalgia per un tempo di cui potevi appropriarti e non l’hai fatto.

sergioferraiolo

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