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Non ci facciamo fregare! Non diamo retta;

Non siamo nati ieri.

Né, tantomeno, siamo dei creduloni.

Vorrei sapere perché.

Vorrei sapere a che gioco stanno giocando.

Sì, i partiti che promettono, in cambio del voto, prestazioni mirabolanti in ogni campo.

Abolizione del bollo auto, abolizione della tassa di successione (fa molto comodo ai ricchi), via l’IRAP. E, ancora, l’abominio della flat tax, la tassa che piace ai ricchi, introdotta nei Paesi dell’Europa orientale che, ora, stanno facendo rapidamente marcia indietro man mano che diminuiscono i contributi UE, oppure la abolizione delle tasse universitarie.

E una promessa che arriva dritta dritta alla pancia della gente: manderemo via subito tutti i clandestini

Uno specchietto riassuntivo di tutte le balle sparate in vista delle prossime elezioni lo trovate qui.

La Repubblica  e La Stampa da giorni mettono sotto la lente i programmi dei partiti smontandone le false coperture.

Ma è forse un esercizio simpatico, ma non indispensabile.

Sapete tutti che chiunque vincerà (se qualcuno vincerà) non potrà spendere un euro. No, neppure uno.

Sono anni, ormai, che le leggi di bilancio di tutti i Paesi Ue sono passate al vaglio della Commissione europea che vi appone la sua certificazione e, senza la certificazione UE, si va in infrazione  e son dolori.

Già ora, prima delle elezioni, sappiamo che la Commissione europea non validerà la legge di stabilità 2018, imponendoci, a maggio, una manovra correttiva da 3-5 miliardi.

Figuriamoci per il futuro con le promesse elettorali da 200 miliardi e passa.

Usciamo dall’Europa, dirà qualcuno. A parte che ora ci siamo e anche se volessimo uscire, devono passare due anni di negoziati durante i quali rimaniamo dentro a pieno titolo. Ma dove andiamo? Uscire dall’Europa non è né facile, né conveniente. La Gran Bretagna sta faticando tanto e non ha il nostro spaventoso debito pubblico. Per Londra, solo il costo monetario dell’uscita si aggira sui 40/50 miliardi di Euro, senza contare che, una volta uscita i prezzi delle merci importate dall’UE saranno maggiorate da dazi vari.

Quindi, nessuna promessa che comporta una spesa sarà mantenuta, ne siamo certi.

Ieri, 6 febbraio, a Radio anch’io su Radio 1 (qui il podcast della trasmissione) è stata dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

È intervenuta Emma Bonino che ha detto cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le ha rimproverato di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa ha detto di tanto trasgressivo Emma Bonino? Ha detto la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, pur senza dare i numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (200.000 nel 2017).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369 (fonte: Ministero dell’interno)

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 un numero di poco inferiore. Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato posto rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali (il concorso si sta concludendo in questi giorni), istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, nel 2017, hanno visto diminuire di oltre il 25% gli sbarchi.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano oltre il 60% delle domande. Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti propongono appello, in quanto ciò, fino ad ora, gli assicurava almeno altri 18/24 mesi di permanenza “legale” in Italia

Molti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza.

Ma anche se io conosco nome e nazionalità di uno straniero da rimpatriare, non posso rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

 

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi ha detto a “Radio anch’io” Emma Bonino. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono cn le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

 

Se la Destra di Berlusconi e Salvini sa fare di meglio, si accomodi. Certo, durante il periodo di governo della Destra, il numero di clandestini calò in modo impressionante, ma non certo per le espulsioni.

Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri.

 

 

Il 10 gennaio scorso ho avuto la fortuna di assistere alla presentazione della riedizione di “Moniti all’Europa” di Thomas Mann, arricchito da una presentazione di Giorgio Napolitano.

Si parlava del grande scrittore tedesco, fuggito all’estero durante il nazismo; si parlava delle sue opere, dei suoi discorsi radiofonici ai tedeschi per metterli in guardia contro gli eccessi del nazismo. Si parlava di Germania, della Repubblica di Weimar, del nazismo, ma si intendeva Italia e prossime elezioni politiche del 4 marzo.

L’età media dei relatori e della platea era di circa ottanta anni, ma che piacere ascoltare un lucidissimo Sergio Zavoli (95 anni) un arcicompetente Paolo Mieli, uno stimolante Massimo Cacciari, un chiarissimo Giorgio Napolitano che spazia, nonostante i 92 anni, da Weimar al concetto di borghesia e di classe operaia; delle differenze di traduzione di dei Romanzi Thomas Mann al suo chiamarsi fuori dal nazismo, ma senza rinnegare le sue precedenti convinzioni.

Ecco, questa è la cultura, due ore di interventi “pesanti”, al di là della cronaca e della storia, ma che affondavano nelle cause e nei perché, volate via come se fossero cinque minuti, pura goduria delle orecchie e del cervello. Ma anche rimpianto perché queste menti, incommensurabilmente superiori a quelle di politici odierni, ben poco potranno fare ancora per il nostro Paese, ormai in balia di semplici mestieranti.

Etica della politica di Mann, o etica della responsabilità, come ricordato da Cacciari: “la politica deve essere realistica e indicare i mezzi per raggiungere gli scopi che ogni partito di prefigge”, se no son chiacchiere.

Meraviglioso e quasi godurioso il duetto fra Napolitano e Cacciari sulla “alleanza fra borghesia classe operaia” unite dal comune scopo di far progredire la nazione, la prima con il cervello la seconda con le braccia. Ambedue scomparse.

 

Ma la cosa che ricordo di più dell’incontro – forse per le similitudini con l’oggi – è il ricordo dello “anno orribile” 1923, quando, in Germania, in piena Repubblica di Weimar, ad agosto, il Governo formato da Gustav Stresemann sembrò risollevare il Paese e porre un argine al nazismo e alle forze populiste che lo sostenevano, ultimo baluardo della legalità democratica. Era un governo di coalizione con il Zentrum e i socialisti.  Ma una scissione della sinistra – e qui ho visto gli occhi dei relatori arrossarsi per lacrime represse – nel novembre dello stesso 1923 portò alla caduta del Governo. Da qui iniziò la caduta libera della Germania verso forze populiste e dittatoriali che fece sprofondare l’Europa nell’olocausto della II Guerra mondiale.

 

Purtroppo i segni, anche oggi, sono evidenti e senza neppure riandare alla Repubblica di Weimar e a Thomas Mann.

Infatti, nell’incontro, è stato evocato anche Max Weber e i suoi discorsi contro l’Uomo forte (allora Bismarck) che esautorava la centralità del Parlamento. Il Parlamento deve essere, invece, un luogo fondamentale della democrazia. Il Parlamento è il luogo deputato a fare emergere le élite: gli uomini migliori si faranno in parlamento. La centralità del parlamento deve essere assoluta: qui si deve svolgere la lotta (pacifica), qui deve venir fuori il leader (il parlamento non è affatto antitetico al carisma). Il parlamento è utile perché, una volta selezionato il leader carismatico, pone comunque i limiti della legalità costituzionale, funzione di controllo del parlamento.

Purtroppo Il popolo è portato affettivamente a sottomettersi al carisma del signore, il quale è dotato di virtù soprannaturali (eroismo, ecc.) che non sono mai esistite se non nella sua autoconvinzione e pubblicità. La sottomissione avviene in maniera emozionale e non razionale. Appena perde le sue qualità, il popolo non obbedisce più all’eroe carismatico che perde di colpo il suo potere; se le masse non percepiscono più come tale il suo potere, questo “duce” cade immediatamente. Viene così meno il concetto razionale della competenza e della democrazia, ossia associarsi attorno ad una idea (vedi articolo 49 della nostra Costituzione) e non attorno al carisma di uomo.

E quanti esempi abbiamo avuto di questa tesi di Max Weber. Da Mussolini a Hitler, fino a Berlusconi e Renzi, senza tralasciare uomini politici che hanno fatto del “carisma personale” il loro biglietto da visita, Grillo prima di tutto, senza altra garanzia che mirabolanti promesse, senza alcuna base giuridica.

 

Questo il quadro politico attuale in cui, per ripicche personali si ci divide e divisi si va alle elezioni con la matematica sicurezza di perdere, contro avversari che, messe da parti le naturali divergenze sulle marginalità, fanno gruppo unico e compatto di fronte all’elettore.

Quale sarà il destino dell’Italia? Weimar o una “democratura”?

Comunque vada, come disse qualcuno più competente di me “prepariamoci alla notte gelida che ci attende”.

Moniti all’Europa

Sia con il vecchio “porcellum”, sia con la nuova legge elettorale avremo un parlamento di nominati e non di eletti. L’elettore avrà ben poche possibilità di incidere con il suo voto sulla scelta dei candidati. Anche il 4 marzo il segno sulla scheda sarà unico. Con una sola croce “sceglieremo” (sic!) sia il candidato del collegio uninominale, sia la lista proporzionale del medesimo partito. In altre parole, se nel nostro collegio uninominale il partito giallo ha presentato una eminente personalità, ma a lui è collegata una lista proporzionale di persone poco dabbene, se vogliamo “scegliere” l’eminente personalità, il nostro voto andrà anche alle persone poco dabbene.

I sistemi elettorali nel mondo sono i più vari, nessuno è perfetto e non me ne voglio occupare. Piuttosto perché non attuiamo finalmente una norma della nostra Costituzione che dorme da 70 anni?

Se i candidati sono scelti dai partiti politici è necessario che questi siano organizzazioni trasparenti per indirizzar ei cittadini al voto.

L’articolo 49 della nostra Costituzione (mai attuato)  afferma che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ma da nessuna parte troviamo una regolamentazione dei partiti politici. Ognuno come gli pare – si dice – saranno gli elettori a scegliere.

Abbiamo un variegato mondo di forme di partito, da quelli i cui vertici sono scelti da democratici congressi ai quali la base invia i propri rappresentanti, a quelli in cui domina e sceglie chi finanzia il partito, a quelli in cui domina e sceglie il guru fondatore.

L’alibi della politica alla mancata attuazione della regolamentazione dei partiti politici è sempre stato quello di garantire la piena libertà di associazione, senza vincoli dello Stato, salvo quelli relativi alla spendita del denaro pubblico derivante da finanziamenti o “rimborsi elettorali”.

Eppure la necessità di una regolamentazione è sentita, proprio per garantire i cittadini. Tanto sentita che, almeno per le elezioni del Parlamento europeo, l’Unione europea ha sentito il bisogno di dettare alcune regole. Solo i partiti che le rispettano potranno presentarsi alla competizione elettorale. Le regola sono abbastanza recenti e contenute nel Regolamento  n. 1141/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2014 , relativo allo statuto e al finanziamento dei partiti politici europei e delle fondazioni politiche europee.

Il Regolamento parte dalla funzione, non molto diversa da quella prevista dalla nostra Costituzione, assegnata dai Trattati ai partiti “che i partiti politici a livello europeo contribuiscono a formare una coscienza politica europea e a esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione”.

Ma, subito, distingue fra “partiti politici” e fondazioni politiche”. I primi, senza scopo di lucro che persegue fini politici, le seconde con funzioni, diciamo cos’, di “supporto”.

L’aspetto fondamentale è che per esistere e svolgere i propri compiti di aggregazione ed indirizzo partiti politici e fondazioni devono essere registrati presso un apposito registro istituito presso l’Unione. E, per registrarsi deve dimostrare di avere numerosi requisiti, fra i quali, importanti quelli di democrazia e trasparenza. Sono tanti, ma mi piace riportare alcuni di quelli previsti dall’articolo 4. Devono esser specificati: le modalità per l’ammissione, le dimissioni e l’esclusione dei suoi membri, e l’elenco dei partiti che ne fanno parte; i diritti e i doveri connessi con tutti i tipi di partecipazione e i diritti di voto corrispondenti; i poteri, le responsabilità e la composizione dei suoi organi direttivi, specificando per ciascuno di essi i criteri di selezione dei candidati e le modalità della loro nomina e della loro revoca dall’incarico; i suoi processi decisionali interni, in particolare le procedure di voto e i requisiti in materia di quorum; la sua concezione della trasparenza, in particolare per quanto riguarda contabilità, conti e donazioni, il rispetto della vita privata e la protezione dei dati personali; la procedura interna di modifica del suo statuto.

Già questo è importante, ma non basta.

Il Regolamento prevede l’istituzione di una Autorità indipendente di controllo “ai fini della loro registrazione, del loro controllo e dell’irrogazione di sanzioni a essi applicabili a norma del presente regolamento”.

I Partiti sono soggetti ad obblighi di bilancio e rendicontazione presso l’Autorità e devono indicare i finanziamenti ricevuti e da chi sono stati erogati.

In mancanza, l’Autorità indipendente ha il potere di cancellare il partito politico dal registro.

Perché  non lo copiamo anche in Italia?

 

Oggi il “candidato premier” dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, con forza, ribadisce un vecchio mantra dei grillini: “multa pesante per chi cambia partito nel corso della legislatura“. Il vecchio mantra è anche una vecchia “fake news”. Non hanno imparato nulla nel corso dei 5 anni di legislatura. Anche se sottoscritto dal candidato, l’irrogzione di una multa (più correttamente una penale, trattandosi di un contratto privato) E’ NULLA, NON VALE NIENTE perché è contraria alla legge e alla Costituzione. Infatti, l’articolo 67 della nostra Carta costituzionale recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato“.

Quindi anche se l’eletto Cinquestelle che ha sottoscritto la volontà di sottoporsi alla “multa” se cambia partito nulla dovrà ai Cinquestelle.

Poi Di Maio sembra, forse, rendersene conto e afferma che, quando saranno al Governo, proporranno l’abolizione del vincolo di mandato. A parte il fatto che dovranno far passare una legge di riforma costituzionale, cerchiamo di capire perché i nostri padri costituenti non hanno voluto il vincolo di mandato.

Se il vincolo di mandato fosse vigente, il Parlamento sarebbe inutile e sarebbe inutile anche il Governo, perché ogni parlamentare dovrebbe votare solo ed unicamente le leggi proposte dal suo partito con il quale ha il vincolo di mandato. Al posto del Parlamento, basterebbe una piccola riunione dei segretari di partito per definire quali leggi i loro “nominati” devono votare. Anche oggi abbiamo un Parlamento di nominati ma, almeno, essi non hanno l’obbligo giuridico di votare secondo il volere del segretario del Partito. Non voglio vivere in un Paese in cui lla Carta fondamentale sancisce lo strapotere dei Partiti

Ricordo, infine, che l‘unica norma costituzionale che riguarda direttamente i partiti politici è l’articolo 49, secondo il quale tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere “con metodo democratico” a determinare la politica nazionale.

Se siete d’accordo, condividete…

 

Bella scoperta, lo dice anche il calendario. Ma è il modo di dirlo che è diverso. Ben pochi lo dicono con subitanea nostalgia di qualcosa di bello che è appena passato e che tornerà sì, ma fra una anno.

Tanti, troppi, lo dicono con una espressione di sollievo, come l’essersi sgravati di un peso. Come essere appena usciti da una serie di doveri. I doveri dei regali, sempre più belli, sempre più costosi, sempre più esclusivi e sorprendenti. Doveri dell’abbigliamento, con l’obbligo di seguire i dettami della moda, sempre più costosa, sempre più pazza ed aliena da quello che vorremmo indossare ogni giorno. Doveri del cibo, stretti  fra quello ormai anche quello snaturato dall’uso fattone in TV dagli pseudo chef ultra star che ti impongono microscopici piatti, ma pieni dei più disparati ingredienti che devi girare tre giorni per trovarli tutti, e quello tradizionale, di pochi ingredienti, ma in quantità pantagrueliche. Doveri del divertimento ad ogno costo ache quando si vorrebbe star solo stesi sul divano a leggere un buon libro. Tutti doveri indotti, non piaceri. Quasi quasi il 27 dicembre, giorno lavorativo, è accolto con piacere.

E, intanto, anche se l’anno non è ancora finito, si cominciano non solo a fare i bilanci, ma a cercare di scoprire cosa ci porterà il domani, che si chiami 2018 o futuro prossimo.

E qui tutti concordi. Trovare un ottimista è una impresa. Non mi riferisco ai grandi temi, come i disastri di Trump e del suo compare nordcoreano, alla dissoluzione dell’Unione europea, al cambiamento climatico.

Mi riferisco alle cose più piccole, ma molto vicine a noi. Fra qualche mese la Democrazia andrà in scena con il suo massimo show, le elezioni. Ma si avverte una atmosfera da cupio dissolvi della politica che si sta suicidando in beghe interne in cui non si parla di lavoro o di industrie ma se fare il presepe sia etico o meno e che, se i sondagi ci azzeccano, porterà tutto  fuorché un governo.

E, ancora, al profondo degrado in ui versa la nostra capitale, dai rifiuti in strada alla sciatteria e alla manutenzione non eseguita: Purtroppo, nonostante i suoi monumenti ed il suo passato, la nostra Capitale, per il presente non è consideata un buon testimonial. E’ di oggi la notizia che è andata deserta l’asta per la pubblicità sugli autobus e sui tram di Roma.

Gli ialiani questo lo sentono, eccome. Molti dei figli dei miei cugini vivono già all’estero o si preparano a farlo: fuggire per non morire. E non solo il giovani. Migliaia di pensionati vivono meglio all’esero che in Italia, finanche in Bulgaria o Romania.

Anche io ci sto facendo un pensierino….

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