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Era una domenica sera. In casa. Selezionavo alcune diapositive nella mia cameretta. La radio, una stazione locale,  trasmetteva musica. D’un tratto il conduttore gridò, un forte rumore coprì quel grido. Tutto cominciò a muoversi velocemente. Saltò la luce. Nel buio sento i parenti gridare e pregare nel soggiorno. Facemmo la cosa sbagliata: terrorizzato ci precipitammo per le scale. Un minuto dopo eravamo nel lungomare di fronte casa.
Il piacere di ritrovarsi tutti vivi, l’ansia di capire cosa e dove fosse successo. Le sirene. I calcinacci per terra. Le prime notizie dalla radiolina.
L’adrenalina ci spinse a tornare su a casa a prendere il necessario.
Dopo tre ore mi trovo con la tenda da campeggio montata sull’aiuola e il fornello o da campo su cui bolliva latte e cacao. Ne offrii un bicchiere ad un passante dagli occhi sbarrati “Vengo da Balvano” disse, e andò via. Notte insonne, fra nuove paure, notizie tremende, la consapevolezza che la mia città era stata colpita leggermente, ma tutt’intorno era disastro.
La mattina presto una parvenza di normalità fu l’odore dei cornetti dal forno vicino.
Sarebbe stata lunga tornare alla normalità.

Io non capisco, non capisco proprio. I dati sul Coronavirus oggi sono da tragedia: 37.809 nuovi casi, 446 morti, terapie intensive al collasso. Malati messi fra i banchi delle chiese. Molto peggio della scorsa primavera.

Eppure le Regioni continuano a battagliare contro il Governo. Proprio le stesse Regioni che, meno di un anno fa pretendevano l’autonomia più completa e differenziata, ora, in barba alla legge sul Servizio Sanitario nazionale, pretendono che sia il Governo centrale a prendere le odiose decisioni di chiusura. Non solo questo, le Regioni pretendono che, a fronte di situazioni oggettivamente diverse fra le Regioni, il Governo debba attuare misure omogenee, uguali per tutte le regioni, in modo da non poter distinguere fra Regioni “buone” o “cattive”.

A me sembra troppo. Sembra una speculazione politica sulla pelle di noi cittadini. Una battaglia che, in questo momento di tragedia, non ha alcun fondamento.

Ovviamente Lega e Fratelli d’Italia soffiano sul fuoco. Senza fare proposte concrete, bombardano il governo di accuse assurde. Lo hanno dileggiato durante tutta l’estate al grido “IL COVID è clinicamente morto!”, “Basta Stato di emergenza” e, ora, accusano il Governo di non prendere misure univoche e stringenti.

Maledetta sia la riforma del Titolo V della Costituzione che, con la modifica dell’art. 117 dà allo Stato e alle Regioni la competenza concorrente in materia sanitaria. Oggi le Regioni se ne approfittano per pretendere autonomia quando fa loro comodo e per scaricare sul Governo centrale le responsabilità quando si tratta di prendere decisioni impopolari.

È un balletto che deve finire. Quando la pandemia sarà finita, bisognerà porre mano alla nuova riforma dell’art. 117 della Costituzione e porre un punto fermo alla competenza fra Stato e Regioni per evitare questi orrendi balletti.

Invito tutti i lettori a riconsiderare chi votare alle prossime elezioni regionali. Di questi buffoni ne abbiamo piene le tasche.

In questa ultima parte, dopo la storia del numero dei parlamentari nella Costituzione, delle ragioni addotte (e smentite) dai promotori sull’asserito risparmio, e del presunto troppo elevato numero di parlamentari italiani rispetto agli altri Paesi descritti nei post precedenti, cercherò di spiegare i “guasti nascosti” che la riduzione dei parlamentari porterebbe al sistema costituzionale italiano.

Il primo problema che la riforma proposta porta al sistema è l’aumento del deficit di rappresentatività. Se in Italia gli elettori alla data del referendum sono 51.559.898 (fonte Viminale) significa che ora c’è un deputato per ogni 81.000 elettori e un senatore per ogni 163.000 elettori. Se dovesse vincere il Sì ci sarà un deputato per ogni 128.000 elettore e un senatore per ogni 257.000 elettori. Questo è un dato di fatto. La nostra è una democrazia rappresentativa che si rispecchia nel Parlamento e, con la possibile vittoria del SI’, il Parlamento sarebbe molto meno rappresentativo del corpo elettorale. Tenete a mente questi numeri perché ci torneremo.

Molti studi hanno dimostrato che non cambiando il sistema elettorale (infatti il referendum cambia solo il numero dei parlamentari) ci sarebbero molte distorsioni all’interno delle circoscrizioni e dei collegi con regioni che eleggeranno un numero di parlamentari, in rapporto all’elettorato, inferiore a quello eletto in altre regioni. Per farla facile, ci sarebbero regioni che conteranno più di altre regioni. Bisognerebbe correggere subito questa distorsione: non è possibile che lo stesso numero di elettori di una regione elegga un minor numero di rappresentanti. Non entro nel merito di questi tecnicismi, pur importanti, ma voglio evidenziare un altro aspetto, secondo me, molto più grave.

In Italia, in pratica, non c’è un sistema elettorale o, meglio, cambia ad ogni consultazione: Mattarellum, porcellum, rosatellum ed, ora, un innominato sistema proporzionale con sbarramento che, comunque, stenta a vedere la luce e giace, come proposta indefinita presso le Commissioni parlamentari.

Tutti questi sistemi elettorali hanno un punto in comune e neppure quello in gestazione se ne differenzia: le liste sono bloccate, ossia l’elettore deve supinamente votare la scheda che gli sottopone il partito, non può scegliere il candidato che verrà eletto a seconda dei voti ricevuti dal partito in ragione del posto in lista ricevuto sempre dal partito. In pratica noi votiamo il partito e, in seconda battuta, i candidati scelti dai Segretari dei partiti. Per questo si dice che, da noi, i parlamentari sono nominati e non scelti dall’elettorato. Quindi, non solo i candidati vengono scelti dai partiti, ma anche le chances di elezione sono determinate dal posto in lista e non dalle preferenze ricevute. Quindi la diminuzione dei parlamentari non è affatto una garanzia di avere un Parlamento formato da Deputati e Senatori più competenti e seri.

Non ti riconosci nella lista: fattene una tu, vien detto. Pare facile, ma già ora, per diventare deputato, bisogna farsi conoscere da 81.000 elettori. Se dovesse vincere il SI’, per essere eletti bisognerebbe farsi conoscere da 128.000 elettori. Sempre più difficile, quasi impossibile, senza il contributo della macchina organizzativa del partito.

Ma non è finita. C’è un altro aspetto, forse ancora più grave. Una volta eletti – ora – i parlamentari sono “ostaggi” dei partiti, non avendo – come abbiamo visto – alcuna possibilità di farsi eleggere senza l’aiuto di questi ultimi. Il ricatto l’abbiamo visto più volte: il Segretario di partito dice al deputato: “o voti come ti dico o non ti ricandido”. Su 630 deputati e 315 senatori abbiamo assistito talvolta a fiere ribellioni di parlamentari che anteponevano la loro coscienza alla disciplina di partito. Su 400 deputati e 200 senatori tale possibilità sarà molto, molto più difficile: i ribelli saranno emarginati, non avranno la possibilità di costituire gruppi autonomi  (i Regolamenti di Camera e Senato non sono oggetto del Referendum) e saranno “dimenticati” alle successive elezioni.

Aumenterà a dismisura il potere delle Segreterie dei partiti. Un piccolo manipolo di potenti, senza problemi, potrà governare una Assemblea ridotta di numeri e, quindi, di potere.

Dalla democrazia rappresentativa passeremo ad una oligarchia di Segretari di partito di cui il Parlamento sarà solo il coro. E i “paletti”, le riforme di contorno promesse, la riforma dei Regolamenti parlamentari, la riforma elettorale? Boh, forse, dico forse, ci penseranno. Dopo. Chissà. Forse…

Senza contare che, in assenza di riforme concorrenti, il peso dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica (tre per regione) aumenta di molto rispetto a quello dei Parlamentari “ridotto” dalla legge tagliaparlamentari in aperto spregio al “peso” voluto dall’articolo 83 della Costitzione.

E questi sono pericoli che non voglio correre.

Alla fine di questa disamina, abbiamo visto:

  • che il numero dei Parlamentari, più o meno, è sempre quello fissato dai Padri costituenti,
  • che il risparmio può essere assimilato ad ogni legislatura ad una tazza di caffè per ogni italiano (salvo che per la prima, dove il risparmio se lo è già mangiato il costo del Referendum),
  • che il taglio lineare dei parlamentari non produce, di per sé una maggiore efficienza del Parlamento, le cui cause sono da ricercarsi altrove e che, anzi, il taglio dei parlamentari potrebbe accentuare le disfunzioni;
  • che il numero dei parlamentari è in linea con le democrazie più simili alla nostra in Europa e nel mondo
  • che la riduzione dei parlamentari potrebbe produrre gravissime disfunzioni alla rappresentatività dell’elettorato, delle Regioni e produrrebbe sicuramente un amento del peso dei Delegati regionali rispetto al Parlamento nell’elezione del Presidente della Repubblica.

E, allora, perché dovremmo votare Sì? Solo per compiacere un partito che sta scomparendo, fa queste battaglie contro la casta solo per sentirsi vivo, solo per riempire qualche minuto dei telegiornali?

Avete visto in questi ultimi giorni che gli altri partiti si disinteressano molto del problema, non perché sia un problema poco interessante o poco importante, ma non possono dire “votate NO” così, dopo che, per calcoli politici assolutamente differenti nelle 4 votazioni al disegno di legge costituzionale hanno votato prima no o poi sì o prima Sì e poi No.

Spero che il corpo elettorale, come sempre succede, si riveli più intelligente dei politici che li governano.

L’Amministrazione comunale di Roma non cessa di stupire, in peggio ovviamente.

Il Comune di Roma ha messo su un complesso sistema di segnlazione magagne, chiamato pomposamente “Roma Segnala” accessibile all’indirizzo: https://www.comune.roma.it/web/it/di-la-tua-segnala.page

Non è una pagina qualsiasi: bisogna registrarsi ed autenticarsi con SPID in modo che l’Amministrazione sia certa di chi protesta.

Il form è complesso: bisogna specificare il luogo, la data dove si è verificato il problema e proporre una completa descrizione.

Beh, penso io, è un sintomo di serietà.

Manco per sogno.

Dopo qualche giorno ti arriva una stringata Email che ti informa che “la sua segnalazione è stata chiusa in data odierna dall’Ufficio……..”.

Ma chiusa come? In che modo? Quali provvedimenti sono stati adottati? il problema denunciato è stato risolto?

Forse la segnalazione è stata chiusa in un cassetto è lì dimenticata?

Roma sempre più in basso!!!! Manica di buffoni!!!

Nemmeno un servizio serio di segnalazione riescono a fare!

L’Italia sembra sempre di più il finale di Otto e mezzo di Fellini.  Non lo avrei mai creduto. Siamo stati i primi in occidente colpiti dal Coronavirus, questo virus sconosciuto. Primi in Occidente a fare qualcosa di veramente nuovo: il lock down, imitato da tutti i Paesi europei, anche da quelli che, dapprima, avevano irriso, e poi si sono adeguati.

Ottima performance nella fase uno.

Orgoglioso del mio Governo.

Poi…. Poi, quando la morsa dell’economia disastrata è stata più dolorosa del dolore per i morti portati via dai camion militari, è successo qualcosa di nuovo e di deprecabile. Ci siamo sbracati.

Succube della nuova e dura Confindustria, il Governo ha perso la bussola che lo aveva guidato fin allora.

Liberi tutti … ma con cautela. Vi ricordate Antonio Ferrer nei “Promessi sposi”? “Adelante, Pedro, cum judicio”, ossia avanti, ma non troppo.

Assembramenti, movide, calca, tutto tornato come prima, più di prima, regole nei ristoranti ignorate.  Raccomandazioni a voce. Fatti zero.  Manifestazioni politiche a Roma e a Milano, feste di piazza, funerali, esplosioni di gioia per avvenimenti sportivi, biasimati, ma non proibiti o contrastati. E i risultati si vedono. I contagi risalgono. Mondragone, Bartolini, Porto Empedocle, San Raffaele, ma la parola d’ordine è minimizzare, diluire, rassicurare: sono asintomatici, sono “cluster” delimitati. Ma i numeri non mentono: a giugno il numero di positivi risale. In Germania hanno avuto il coraggio di richiudere. In Italia no.

Ormai la Confindustria detta legge: tutto aperto perché l’economia deve riprendere vigore. E se queste riaperture portano una nuova risalita dei casi?

Ma non è solo la situazione sanitaria. Si sono evidenziate le divisioni fra i cd. scienziati. Manifesti firmati da una parte che afferma che la pandemia è finita; altri medici illustri che dicono di stare attenti, che il virus non è mutato, gettando nella confusione gli italiani che pensavano che la scienza fosse indenne da prese di posizione politiche. Lite continua fra gli scienziati su qualcosa di sconosciuto, su qualcosa che fino a cinque mesi fa non era neppure citato sulle riviste scientifiche. E il numero di casi risale non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Ma la stampa ufficiale dice che è finita: via con i consumi, via con le movide, via con lo stare azzeccati, perché tanto “il virus ha perso forza, al massimo vi prendete una influenza”. Gilet gialli e arancioni, saldati con i sovranisti, manifestano urlando che il COVID1 è una invenzione di Bill Gates che viaggia sui 5G e il Governo tace.

Il Governo? Imbalsamato nella impossibile convivenza fra PD e Cinquestelle, lavorato ai fianchi dal fuoco amico di Renzi e Calenda. Un Governo che si regge solo sul concetto del “male minore”: se andiamo via arrivano i sovranisti di Salvini e Meloni. Quanto può durare?

L’Unione europea, la vituperata Unione europea, ha messo in campo una serie di interventi mai visti: MES senza condizioni, SURE e Recovery Fund, ma il Governo fa lo schizzinoso. Stiamo con le pezze al culo e chiediamo soldi a fondo perduto, neppure la condizione di restituirli al tasso dello 0,1% vogliamo. Il MES?  Un prestito con le uniche condizionalità della restituzione e dell’uso per la sanità, un prestito al tasso dello 0,1%. No, non lo vogliamo: vogliamo il recovery Fund a gratis. E – badate – del Recovery Fund c’è solo il nome, per ora. Non si sa neppure di quanti soldi si tratta e a quali condizioni verranno erogati.

Ci hanno detto che i soldi del Recovery Fund possiamo utilizzarli per qualsiasi investimento vogliamo, basta che non lo usiamo per sussidi o interventi elettorali a pioggia. E il Governo che fa? Lo useremo per abbassare l’IVA, dice Conte. Una mancia ai commercianti, vietato dall’essenza stessa del Recovery Fund.

Le opposizioni? Follia anche per loro. Le loro proposte: flat tax e soldi a pioggia, quando il Vice presidente della Commissione europea ci ha detto chiaramente di usare quei soldi, come moltiplicatore, per investimenti “cocenti”: ILVA, Alta velocità, ristrutturazione completa della giustizia.

E’ proprio vero: gli Dei accecano chi vogliono perdere.

E vi stupite se il flusso dei miliardi che ogni giorno lascia il nostro Paese aumenta?

L’orologio del destino avanza, il tempo passa e l’Italia è ferma.

La morte di George Floyd ad opera di un poliziotto di Minneapolis ha scatenato, oltre ad incidenti e saccheggi, una specie di rimozione di simboli che richiamano personaggi o avvenimenti o espressioni che possano in qualche modo richiamare il concetto di razzismo.

Gli esempi sono molti: la piattaforma di video in streaming HBO Max ha rimosso temporaneamente Via col vento per i suoi contenuti razzisti. BBC, per motivi simili, ha tolto dalla sua piattaforma di streaming la serie tv comica Little Britain; a Richmond, in Virginia, è stata abbattuto un monumento dedicato a Cristoforo Colombo, abbattute anche statue di eroi sudisti della guerra di secessione americana. Finanche la statua di Winston Churchill, come altre di persone giudicate coinvolte nello schiavismo, non è uscita indenne da questa ondata di follia della rimozione della memoria, di fantasmi da cancellare.

Comprendo che la folla, quando è infuriata, è capace di tutto, ma queste manifestazioni mi sembrano connotate da una vena follia.

Parliamo di schiavismo: dalle origini della nostra civiltà, dall’aulica Ellade, alla splendida Roma dei Cesari, al Medio Evo, alla secessione americana, fino a Lincoln è sempre esistito, specialmente nei confronti di altri da noi, di appartenenti – si diceva una volta – ad una razza diversa. Schiavismo e razzismo sono intimamente connessi. Da sempre, il vincitore sottomette il vinto lo tiene come schiavo.

Ricordiamoci che il tentativo di Abramo Lincoln di abolire la schiavitù fu fortemente osteggiato e solo nel 1862 una legge sancì tale abolizione. Abolizione dello schiavismo, ma non delle differenze fra bianchi e neri. Lo stesso Lincoln, nel 1858 ebbe a dichiarare: «Non sono, e non sono mai stato, favorevole a una qualsiasi realizzazione della parità sociale e politica tra la razza bianca e quella nera; esiste una differenza fisica tra le due che credo che ciò impedirà per sempre una convivenza in termini di parità. E poiché esse non possono convivere in questa maniera, finché rimangono assieme ci dovrà essere la posizione superiore e inferiore e io, al pari di chiunque altro, sono favorevole a che la posizione superiore venga assegnata alla razza bianca» [cit. Wikipedia]. Nessuno è indenne dallo spirito del tempo, per cui non si possono impiegare acquisizioni culturali recenti per giudicare uomini dell’Ottocento.

Dovremmo esser felici, oggi, di aver acquisito quella cultura sui rapporti fra umani che mancava dall’antichità fino a meno di 200 anni fa e dovremmo evitare di giudicare con la nostra cultura persone del passato che trovavano razzismo e schiavismo come concetti perfettamente naturali e connessi al modo di vivere del loro tempo.

Ma non è finita. Chi ha i capelli bianchi come me ricorda perfettamente che il concetto di politically correct è stato ignorato fino a poco tempo fa ed espressioni che oggi riteniamo “razziste” erano perfettamente lecite. Leggevo tranquillamente fumetti americani di Disney in cui Paperino apostrofava il suo carceriere con espressioni di “sporco negro” o tentava, per dileggio di strappare i velo ad una musulmana, o zio Paperone definiva pulciosi gli indiani d’America. Oltre al link precedente, questa pagina di Facebook ne raccoglie altre.

D’altronde anche la nostra cultura è impregnata di concetti che, a guardar bene, possono ben essere definiti razzisti. Quante mamme cantano, ancor oggi, ai loro bimbi la famosa ninna nanna “Questo bimbo a chi lo dò. Lo darò all’uomo nero che lo tenga un anno intero.”

Non si può giudicare il passato con gli occhi di oggi e le azioni di altri dall’alto delle raggiunte conquiste sociali odierne.

Ripeto, dobbiamo essere orgogliosi di avere – oggi – una concezione dei diritti umani radicalmente diversa da quella di appena poche decine di anni fa, di aver compreso che la differenza di colore della pelle non fa differenza di razza, che un uomo ha diritti inviolabili che nessun uomo o istituzione statuale può alienargli. Giustamente, oggi, condanniamo, contestiamo e biasimiamo chi oggi discrimina in base al colore della pelle o chi ritiene un uomo, solo perché nato con certe caratteristiche, possa essere ritenuto inferiore a chi è nato con caratteristiche diverse. Questo è lo spirito del nostro tempo. Questo è lo spirito che noi, oggi, riteniamo giusto e che riteniamo debba essere universalmente posto alla base dei rapporti interpersonali.

Abbattere le statue di eroi di altri tempi, come Winston Churchill o stigmatizzare frasi di Abramo Lincoln e bollarli come “razzisti” significa dimenticare in che epoca vivevano e rinnegare i loro indubbi meriti per i quali sono ricordati. Non penso che esista una statua che sia stata eretta per meriti “razzisti” o “schiavistici”.

Oltretutto – così facendo – si compie quell’opera di modifica della storia così ben descritta da George Orwell in 1984. La Storia è una sola, non può essere modificata e manipolata per adattarla al pensiero corrente, abbattendo simulacri di persone che vanno giudicate contestualizzandole nel tempo in cui vivevano.

Se posso concludere con un esempio, posso citare la storia dell’omosessualità nell’antica Roma. Con gli occhi di oggi posso tranquillamente affermare [ovviamente senza alcun giudizio di valore] sia che gli antichi romani erano tutti omosessuali, sia che gli antichi romani erano tutti estremamente virili. Sembrano due affermazioni antitetiche, ma solo perché espresse secondo lo spirito di questo tempo, senza contestualizzare i costumi di allora e senza conoscere che, ai nostri antenati, era peraltro completamente sconosciuta anche la dicotomia del concetto moderno tra un’esclusiva omosessualità e un’altrettanta esclusiva eterosessualità.

Per scoprire il mistero soccorre il solito collegamento con Wikipedia.

Non giudichiamo ieri con gli occhi di oggi.

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