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Tavolini e dehors. È un incubo! Io capisco che i ristoratori durante il Covid abbiano avuto seri danni e potrei anche essere d’accordo che, con i tavolini per strada, la città possa guadagnare in allegria.
Ma a tutto c’è un limite. Come a Roma, anche le strade di Salerno, mia città di origine, si sono trasformate in una unica distesa di tavolini, intralciare il normale scorrimento pedonale.


Queste sono due fotografie del vicolo di Santa Maria de domno, vicolo stretto, ma importante perché mette in comunicazione la parte bassa (lungomare) di Salerno con la parte alta (centro storico). Come si vede, non si riesce neppure a camminare. E c’è di peggio: le fotografie non rendono l’inquinamento acustico derivante dalla musica a palla diffusa (chissà perché) dai gestori dei ristoranti. Anche il riposo notturno è precluso.

Vi siete accorti che lo slogan di questa campagna elettorale è GRATIS?
Sì, tutto è gratis. La diminuzione delle tasse è gratis perché si autofinanzia da sola. Se vi volete rifare la casa è gratis perché noi non vi diamo il 100%, bensì il 110%. Vi facciamo andare in pensione prima ed è gratis perché i costi saranno sostenuti dalla maggiore (?) occupazione. Le pensioni minime saranno aumentate a 1000 euro ed è gratis perché i maggiori costi saranno compensati dalle maggiori spese che i pensionati faranno con questo maggiore introito.

E, poi, c’è la madre di tutte le coperture: il maggiore introito derivante dalla strenua lotta all’evasione fiscale!
Tutto gratis. I soldi basta sotterrarli che cresceranno sugli alberi, come in Pinocchio.
Il reddito di cittadinanza non costa nulla perché i percettori di tale reddito lo spendono e così il PIL aumenta.
Ci crediamo tutti, vero?
Direi di sì. Ormai è dalla discesa in campo dell’uomo di Arcore che, come babbei, abbocchiamo all’amo.

https://www.amazon.it/dp/B0B9CHBCQ6/

Ormai “ridurre i consumi di energia” è il mantra che si sente ogni giorno. Ridurre la dipendenza di gas dalla Russia. Consumare di meno per sfuggire alla speculazione, anche essa responsabile dell’impennata dei prezzi delle bollette, ormai poco sostenibili.

Mettere un tetto al prezzo del gas contraddicendo tutta la filosofia mercantilistica dell’Unione europea?

Razionare il gas o l’energia elettrica?

L’Unica “certezza” che trapela da Palazzo Chigi è la riduzione della temperatura a 19 gradi negli uffici pubblici e nelle abitazioni private, nonché la riduzione di un’ora sul massimo dell’accensione dei termosifoni e, anche negli appartamenti privati, la riduzione di uno – due gradi. Inoltre è ipotizzato una diminuzione della illuminazione pubblica (stradale, vetrine, insegne)

Secondo il Governo, attuando queste misure, l’impatto della carenza di gas (e, conseguentemente di elettricità) potrà essere mitigato a livelli più sostenibili.

Badate che la questione è più seria del solito. Non si tratta solo caro prezzi. Se così fosse chi ha soldi paga, chi non ha soldi non si riscalda o ha sussidi dal Governo.

In questo caso si tratta di carenza di materia prima. Non siamo più in un sistema a risorse infinite. Se l’anno scorso abbiamo consumato, poniamo, 100, quest’anno dobbiamo acconciarci a consumare 60. Consumare 61 non sarà possibile, perché la torta è finita: c’è solo il razionamento.

Ma queste misure saranno effettivamente applicate? Potranno esserci controlli? Secondo me, no.

Quali sono le norme attuali?

Come è noto, il territorio nazionale è suddiviso in sei zone in funzione delle temperature medie annue: si va dalla zona A, più mite, fino alla zona F, dove è possibile tenere accesi i riscaldamenti anche per tutto l’anno. Per conoscere date e fasce orarie in cui è possibile accendere gli impianti termici in relazione alla propria zona climatica di appartenenza, ci si riferisce ai dati della tabella A allegata al D.P.R. n. 412/’93. Una volta individuata la lettera di appartenenza, nel rispetto della legge vigente, ci si dovrà attenere alle relative date di messa in funzione degli impianti. In base alla propria zona climatica, si provvederà alla relativa manutenzione in tempo per l’accensione degli impianti termici.

orari di accensione per zone climatiche

Per sapere a quali località corrispondono le zone climatiche cliccare qui: https://www.pmi.it/pubblica-amministrazione/riforma-pa/181442/confedilizia-online-orari-per-riscaldamenti.html

E, all’interno di ogni fascia, non possono essere superati i 20 gradi centigradi.

Questa è la teoria. Passiamo ora alla pratica.

  La prima obiezione è che non esiste un termostato in ogni stanza per verificare la temperatura. Nella maggior parte dei casi la temperatura potrà essere rilevata all’origine, con parecchia diminuzione della temperatura stessa nelle ultime stanze servite.

termosifoni

Andiamo con ordine: uffici pubblici. Nella mia vita lavorativa ne ho frequentati parecchi. In situazioni normali la differenza di temperatura fra i vari ambienti è notevole e ben superiore ai due gradi. C’è sempre la stanza più fredda in cui nessuno vuol lavorare e quella troppo calda dove si suda e non si lavora.

Un impianto termico immette acqua calda in tubi di un edificio che può avere anche centinaia di elementi radianti. Ovviamente il primo elemento radiante riceverà acqua appena uscita da brucatore e, quindi, molto calda. Gli ultimi riceveranno acqua pressoché tiepida perché posti alla estremità opposta della colonna montante rispetto al bruciatore.

Quale temperatura rilevare? Obbligo di spegnimento preventivo dei radiatori posti più vicino al bruciatore? Estensione dell’orario per quelli posti più lontano? Qualcuno sarà addetto al controllo?

Nei condomini privati con impianto centralizzato la situazione è analoga. Ognuno di noi è testimone delle liti in assemblea perché il calore non arriva oppure ne arriva troppo.

Per esperienza personale, poso dire che i miei termosifoni (secondo piano) sono pienamente caldi quasi due ore dopo l’accensione del bruciatore posto sulla sommità del palazzo (cinque piani). Quindi io ho già due ore in meno di riscalamento giornaliero rispetto a chi abita al quinto piano, proprio sotto il bruciatore.

La situazione è mutata qualche anno fa con l’introduzione dei contabilizzatori di calore posti su ogni elemento radiante. I contabilizzatori di calore sono apparecchietti che registrano il reale consumo energetico, in questo modo consente a ogni unità immobiliare collegata all’impianto centralizzato di pagare soltanto la quantità di energia utilizzata. Le valvole termostatiche, invece, permettono di gestire la temperatura, usando un’apposita manopola per impostare un valore da 1 a 5 per aumentare o diminuire il calore trasmesso dal termosifone.

termometro

Ma non ci siamo con le direttive del Governo: anche i contabilizzatori di calore possono incidere in modo approssimativo sulla temperatura (cosa diversa dalla quantità di calore). Abito a Roma: vi assicuro che i 20 gradi  (visualizzati da un termometro mio estraneo all’impianto che non ne possiede di suo) vengono raggiunti  solo dopo ore di accensione  con la manopola a 5.

I numeri da 1 a 5 sulla manopola servono a poco: con 1 o 2 o 3 sono appena tiepidi e ben lontani dai 19 gradi previsti.

Per gli impianti autonomi negli appartamenti, ovviamente, il rispetto della temperatura e degli orari è rimessa solo al buon senso del proprietario. Non mi risulta che vengono fatti controlli con termometro negli appartamenti.

Passiamo all’illuminazione pubblica. Gli ultimi giorni sono stati pieni di investimenti di pedoni e ciclisti sulle strade per diminuire ulteriormente il livello dell’illuminazione pubblica.

Poi, non facciamo di ogni erba un fascio: ci sono città già risparmiose che hanno sostituito tutta l’illuminazione pubblica con lampade a LED, notoriamente pochissimo voraci di energia. E ci sono città che mantengono la vorace illuminazione con lampade al sodio o a addirittura a incandescenza, specialmente nei centri storici.

Il taglio orario e di intensità riguarderà tutti i sistemi indiscriminatamente?

Insegne pubbliche o vetrine: sì consumano, ma contribuiscono efficacemente alla carenza dell’illuminazione pubblica, spesso nascosta dalle fronde degli alberi e aumentano la sicurezza dei passanti.

L’unica norma con qualche efficacia sarebbe l’obbligo, per i negozi, di tenere la porta chiusa per evitare dispersioni di calore. Norma osteggiata dagli esercenti, sia per areazione anti-Covid sia per non far sembrare il negozio chiuso.

Con queste premesse ritengo, purtroppo, che le misure annunciate dal Governo siano la solita legge manifesto senza conseguenze pratiche.

Prepariamoci al gelido inverno che ci attende, senza dimenticare la crisi idrica.

La polemica sulla opportunità di rimuovere o meno i simboli di un passato negativo non è solo in America (ne ho scritto diverse volte: “La storia non può essere cancellata”, ”C’era una volta l’America”, “Non guardiamo ieri con gli occhi di oggi”) ma, complici le elezioni politiche del 25 settembre 2022 che – a dire di alcuni – potrebbero riportare il fascismo in Italia, è approdato  anche nel nostro Paese.

Crescono i fautori della cancellazione dei simboli di quel ventennio oscuro di dittatura, come se i simboli, da soli, potessero decidere l’orientamento politico italiano o la sopravvivenza o meno della nostra democrazia.

Ci pensavo ieri, durante una passeggiata in montagna, in Campania, fra Montella e Acerno c’è una cascata, una chiusa e un ponte che chiaramente riporta ancora le insegne dei fasci littori. Più precisamente si tratta del “Sentiero dello Scorzella a Montella” che parte dal Km.40,800 della S.S: 164 (sentiero CAI 141) e corre – dopo la chiusa – lungo un torrente che, in estate, si percorre con scarpette da fiume e costume da bagno. Ieri il tempo era pessimo, ma in una bella giornata estiva, piena di sole, il percorso in acqua, ombroso, è molto invitante.

Vicino alla chiusa si trova un ponte, costruito chiaramente durante il ventennio fascista, come si vede chiaramente dai fasci littori ai lati e dalla scritta A. XVII (ossia anno 17° dell’era fascista)

ponte di epoca fascista vicino Montella (AV)
Chiusa e ponte di epoca fascista

È un quadro magnifico di un’opera idraulica costruita in Italia fra il 28 ottobre 1938-e il 27 ottobre 1939. E’ datata secondo un calendario diverso da quello consueto (per noi) che parte dalla (presunta) nascita di Cristo. Ci sono tanti calendari sulla terra.

Ma, ovviamente, il punto non è questo. Il punto è che – secondo alcuni – quei simboli debbono essere rimossi.

Mi domando se quei simboli debbano scontare una colpa per il solo fatto di esser nati, ossia di esser stati scolpiti. Mi domando se quei simboli abbiano davvero il magico potere di influenzare il corso della politica italiana, di riportarci verso il fascismo o di favorirne la rinascita.

Per me è solo un ponte che, come il Colosseo o la Basilica di San Pietro porta su di sé i segni dell’epoca in cui fu edificato. Togliere quei simboli vorrebbe dire deturpare inutilmente un manufatto che ha un suo indubbio fascino del tutto indipendente dal periodo politico in cui fu costruito.

Scommetto che pochissimi fra i lettori di questo post ne conosce l’esistenza e che nessuno verrebbe influenzato da tale opera nell’espressione del voto.

Ma in Italia di simboli che richiamano quel periodo buio ce ne sono a bizzeffe e che solo le persone che ragionano per ideologia e non con razionalità vorrebbero abbattere.

Ne voglio citare due esempi, uno eclatante e famosissimo e un altro diffusissimo per quantità ma completamente sconosciuto nella specifica particolarità.

Partiamo da un obelisco. Roma è la città degli obelischi, moti trasportati dall’Egitto, altri edificati ai tempi dell’Impero. Uno, famosissimo, si trova al Foro Italico proprio vicinissimo allo Stadio Olimpico e per tutta la sua lunghezza, oltre 17 metri, porta incisa, in caratteri cubitali, la scritta “MUSSOLINI DUX”. È lì da 1932; talvolta qualcuno, da ultimo Laura Boldrini, quando era Presidente della Camera, propose di togliere via la “frase incriminata”. Non ci fu seguito dopo le giuste obiezioni di storici ed architetti. Posso citare lo storico Vittorio Vidotto che non può essere certo tacciato di vicinanza al Fascismo.

Vidotto, in una intervista al quotidiano “il Foglio”, spiega perché non bisogna abbatterei simboli della nostra Storia, buona o cattiva che sia, e che non sono i simboli a fare la storia, tanto che il Partito Comunista Italiano celebrò proprio al Foro italico, sotto quell’obelisco, la festa per il ritorno all’attività politica di Palmiro Togliatti dopo l’attentato, dimostrando che le scritte del ventennio, di cui Roma è piena, non smuovono voti.

obelisco del Foro italico

L’obelisco, poi, entra anche nel campo dell’esoterismo. Due studiosi, Bettina Reitz-Joosse dell’università di Groninga e Han Lamers dell’università di Lovanio hanno rivelato qualche anno fa, come riporta questo articolo di Repubblica, che hanno studiato e tradotto il cosiddetto “Codex Fori Mussolini” sepolto sotto la base dell’obelisco. Gli studiosi, prendendo dati e scritti da altre fonti, hanno rivelato un messaggio non diretto ai contemporanei, bensì una specie di “capsula del tempo” destinata a raccontare la Genesi del Foro italico e del fascismo una volta che l’obelisco, e quindi il Regime, fosse stato abbattuto.

obelisco al Foro italico

L’altro esempio è sotto i nostri occhi, da anni ed anni ed anni; ci camminiamo letteralmente sopra. Fateci caso, allora: quando mettete i piedi su una delle pesanti chiuse in ghisa dei tombini stradali:  quanti di essi hanno , sopra, simboli fascisti? Tanti, ve lo assicuro. Nessuno ha mai pensato di buttare via i soldi per sostituire quelle chiuse finché svolgono il loro dovere. Ma non solo tombini, anche fontane, come i celebri “nasoni” di Roma.

chiusa di tombino a Pomezia
“nasone” con fascio littorio
chiusa di tombino

Secondo voi la permanenza di queste chiuse o di queste fontane può spostare voti o indirizzare la nostra democrazia verso il ritorno del fascismo?

Ritengo proprio di no. La democrazia l’hanno riconquistata i nostri padri e i nostri nonni e tocca noi, a noi persone, difenderla. I simboli sono innocenti, a meno di non fare come nel celeberrimo romanzo di George Orwell, 1984, in cui la Storia veniva continuamente riscritta per adattarla alle contingenze del regime.

I simboli sono parte di noi, della storia della nazione, dell’umanità. Fungono da ricordi, perché il ricordo di quanto è accaduto serva da esempio se buono, da monito se cattivo.

Stiamo già assistendo ad una profonda manipolazione della Storia (sì, con la S maiuscola) e non ce ne accorgiamo. Quando non sappiamo qualcosa, ci rivolgiamo ad internet ed alla sua sterminata memoria e non ci accorgiamo che, se non sono copie e/o riproduzioni, su internet la grandissima massa di documenti non è più anziano del 1991, perché, prima, internet era appannaggio solo delle università e di un ristretto numero di professori, studenti e ricercatori.

Pochi sanno che il prefisso www. (= world wide web) che, ora, Google ha anche tolto di mezzo nelle ricerche perché si dà per scontato, era solo uno – ed il più recente – prefisso degli indirizzi di internet. Parole come Gopher, Archie, WAIS , Veronica e BBS sono nomi che agli attuali utilizzatori di internet dicono poco e nulla, eppure essi erano internet prima dell’avvento del web.

Se a questa carenza aggiungiamo anche l’abolizione di simboli che ci ricordano il nostro passato, allora avremo un eterno presente in cui una esperienza passata viene subito dimenticata e non potrà poi servire al progresso dell’umanità che proprio sulle esperienze si basa.

Se un simbolo ricorda una esperienza negativa (negativa per l’epoca attuale, per quella passata non lo era, per quella futura non si sa), basta citarla, basta contestualizzarla, come, per esempio ponendo una targa che ricordi quanti crimini furono allora commessi e come siamo orgogliosi di aver superato quell’epoca.

Vengono stravolte anche parole neutre che mai avremmo pensato avessero una connotazione negativa.

Fino a pochi anni fa, in corretto italiano, una persona dalla pelle scura era detto “negro” senza alcuna connotazione negativa. Parola neutra. Oggi, dall’altra parte dell’Atlantico, da quell’America impazzita ci vien detto che, da loro, la corrispondente parola inglese “nigger” è una parola vietata perché razzista e neppure noi dobbiamo usarla.

Si rischia il ridicolo come in quella partita internazionale in cui al “quarto uomo” dell’UEFA, un rumeno fu chiesto chi avesse commesso il fallo. Lui , innocentemente rispose, in rumeno rispose ,” quello lì col numero x, quello negro”, senza alcuna connotazione razzista. L’hanno sospeso.

Come dico spesso, cerchiamo di ragionale con la testa e non con la pancia, di pensare col nostro cervello prima di parlare e non scimmiottare i post interessati dei social.

Io la penso come Umberto Eco:

Umberto Eco e i social

I simboli non spostano voti.

Sì, va tutto bene.

Sono solo quei quattro pennivendoli di Repubblica, Corriere, Sole24ore, La Stampa, Open, La Nazione, Avvenire e Osservatore Romano che lanciano allarmi a vanvera.

Questa mania della sinistra (sì, è solo la sinistra che vede sempre nero per mettere più tasse) di essere pessimista per rovinarci le vacanze è veramente di pessimo gusto.

Ma di che si dovrebbe preoccupare la gente? È tutto già scritto e preordinato: il banchiere cattivo che non voleva sentirne di scostamenti di bilancio è stato cacciato. Finalmente il popolo sovrano potrà esprimersi liberamente nelle urne (beh, proprio liberamente no, troppa libertà fa male, meglio non lasciargli scegliere i candidati, troppo stress, meglio dargli il pacchetto già chiuso con le liste bloccate. Vuoi mettere? Gli togliamo l’ansia del dover scegliere, di doversi informare su chi sono i candidati etc. etc).

La campagna elettorale sarà sotto l’ombrellone, gente allegramente in spiaggia o in montagna. Che non leggerà i giornali, che non vedrà neppure i talk show politici. Tanto ci sono sempre le stesse facce. Gli togliamo anche questo stress.

Poi la TV e la radio e i giornali, da sempre in mano a quei contafrottole della sinistra, è meglio leggerli il meno possibile: si ci rovina l’umore e l’appetito.

Sempre le solite notizie spaventevoli: le agenzie di rating relegano i nostri btp a spazzatura, il debito pubblico è in veloce risalita, le bollette del gas e dell’elettricità triplicano, l’inflazione e quasi al 10% e si mangerà i nostri risparmi, ma li abbiamo già spesi, quindi di che ci preoccupiamo? È cosa di niente

La siccità ha prosciugato il Po e mandato in malora coltivazioni e allevamenti? Ma ora piove, di che preoccuparsi? Forse piove un pochino troppo e con violenza, provocando frane e allagamenti, ma, via, non sottiliziamo: volevamo la pioggia e la pioggia è arrivata. Troppa? È cosa di niente.

Sì, è meglio che gli italiani non leggano queste brutte notizie

La verità è le belle notizie gliele diamo noi. Li avete visti i programmi dei partiti che vinceranno le elezioni, cioè noi?

Niente più mascherine, niente più vaccini (i giovani se la cavano con tre giorni di febbre, i vecchi hanno già fatto la loro vita, morire è cosa di niente), mai più green pass. E, poi, vogliamo affrontare i grandi temi economici? Via il reddito di cittadinanza che ha prodotto solo sfaccendati; perché lavorare fino a 67 anni? Tutti in pensione a 60 anni, o anche a 59 per chi si fa raccomandare.

La sinistra cattivona vuole finanziare il lavoro dei giovani con una tassa sulle grandi successioni. Che porcata! Basta abbassare tutte le tasse, anzi lasciarne una sola al 15% oppure al 22% secondo l’umore di chi la propone. Così i ricchi pagheranno meno tasse e potranno reinvestire quanto non pagato in nuovi posti di lavoro. I poveracci pagheranno un pochino di più, ma non c’è da preoccuparsi: tanto neppure prima avevano soldi. È cosa di niente.

Sì, vabbè, l’unione europea farà la voce grossa, minaccerà sfracelli, ma ci sarà un nuovo whatever it takes che ci salva. Ah, no? Le regole sono cambiate? L’ombrello protettivo si apre solo per chi ha i conti in ordine?

Di che preoccuparci? Minacceremo di andarcene dalla UE e cambieranno registro. Ah, no? Non c’è da preoccuparci. Ce ne andremo davvero da euro e Unione. Come, prima di andar via dovremo restituire tutti i prestiti avuti, da ultimo i 200 miliardi del Recovery Fund? E che vuoi che sia, non li restituiamo e ce ne andremo sbattendo la porta.

Cosa? La sinistra cattivona dice che così facendo ci isoletebbero peggio di Putin? E che vuoi che sia? A parte che Putin, il grande stratega, anzi Putin il grande (sia lode a lui) sta benissimo e in ottima forma, la autarchia l’abbiamo già sperimentata. È cosa di niente!

Non abbiamo gas per riscaldarci e cucinare? Ma metteremo un maglione in più e mangeremo dietetiche insalate; le docce fredde, poi, tonificano il corpo. Freddo? È cosa di niente.

Non abbiamo petrolio per le auto? Saremo tutti atleti correndo a piedi.

Utilizzeremo piacevolmente il tempo libero coltivando un piccolo orticello sul balcone. Vedete che va tutto bene?

Vi mandiamoun caro ed affettuoso saluto dal nostro scranno del Parlamento dove voi ci avete eletti e da dove possiamo guardare, con tutti i privilegi connessi, con sereno distacco alla vita quotidiana di voi poveri servi che vi bevete ogni frottola come se fosse un bicchiere d’acqua.

Ciao, va tutto bene!

Tutti sappiamo che il giornalista che scrive un articolo non ne scrive il titolo, riservato a quella figura a metà fra il pubblicitario e l’affabulatore, chiamato “titolista”.
Egli ha il solo scopo di attirare, con un titolo ad effetto, l’attenzione del lettore sull’articolo.
Per far ciò ricorre ad ogni mezzo, compreso quello di falsare completamente il contenuto dell’articolo.
Ad esempio, prendiamo l’articolo pubblicato oggi sul sito web di Repubblica.it.
https://milano.repubblica.it/cronaca/2022/07/26/news/greta_curti_morta_21_anni_incidente_stradale_appiano_gentile-359247327/?ref=RHTP-BH-I359028054-P3-S3-T1
L’articolo racconta della tragica morte in un incidente stradale di una giovane ragazza che rientrava a casa in auto con un amico, alle 4 di notte, dopo aver terminato il turno di lavoro.
Poverina, ma la notizia, in sè, non è eclatante, non attira l’attenzione.
Ed ecco il titolista all’opera: sulla prima pagina di Repubblica.it compare questo titolo che rimanda all’articolo suddetto:”Accetta un passaggio all’alba dopo il turno di lavoro in un bar: morta a 21 anni”.
Ecco creato il “gancio”. Con un titolo del genere il lettore è autorizzato a pensare di tutto, dallo stupro, alla violanza di un sadico, alla presenza di un mostro in quella località.
Una triste e banale storia trasformata in un giallo!!

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