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Aridaje, come si dice a Roma. Sei de’ coccio. Come si dice a Roma. Ti hanno sbugiardato le stesse categorie interessate e tu ci riprovi! Ma chi ti ha messo al Governo?

Scusate l’incipit un po’ duro, ma quasto ci riprova. Di Maio, evidentemente a disagio nella veste di Ministro degli esteri, ritorna con un vecchio cavallo di battaglia dei Cinquestelle.

Bisogna tutelare i lavoratori: quindi: la domenica si chiude!!! Il problema esiste; da una parte i dipendenti che spesso mal pagati devono rinunciare al riposo settimanale; dall’altro la domenica è il miglior giorno per l’incontro fra la domanda e l’offerta commerciale con evidenti vantaggi per il consumo (stagnante) e per il PIL.

La soluzione non è facile, anche se sono tante le categorie che lavorano, pe rnecessità o per piacere la domenica: poliziotti, vigili del fuoco, camerieri, operatori dello spettacolo, alberghi, bar, etc. etc.

Si tratta di trovare una soluzione in un contratto collettivo come quello dei rider, i poveri cristi che, con ogni tempo ti portano la pizza a casa.

Ma. si sa. che sia giallo verde o giallo rosso, Di Maio ha la soluzione fcile facile, quella che non impegna il cervello. Solo chele soluzioni facili hanno sbocchi MOLTO DIFFICILI, come insegna l’odierna vicenda dell’ILVA

Per contestare questo modo “facile” di governare con l’accetta non c’è neppure bisogno di scrivere un nuovo articolo. Basta riproporne uno vecchio, di qualche mese fa:

Questo Governo dimostra sempre di più la sua incapacità di governare e di voler perseguire solo la strada del facile consenso.
Un Governo che si rispetti cerca soluzioni complete ai problemi che incontra, rifuggendo la via facile della pseudosoluzioni ad effetto.
Governare è difficilissimo. Serve preparazione ed esperienza e la corsa alle soluzioni facili è pericolosa. E non solo. La soluzione facile per accontentare il vento del consenso può essere un boomerang, vista la volatilità del consenso stesso.
La soluzione deve essere una risposta globale al problema
Vorrei fornire tre esempi con la soluzione scelta (o apparentemente scelta) dal Governo e le sue conseguenze.
Cominciamo con le cd “aperture domenicali” dei negozi.
Il problema indubbiamente esiste. In una situazione di ampia disoccupazione, per la grande distribuzione si aprono ampie praterie per contratti capestro che violano l’obbligo di riposo settimanale.
Oggi, tante categorie di lavoratori prestano la loro opera la domenica e le “feste comandate”. Alcuni per servizi essenziali: polizia, pompieri, addetti alle centrali elettriche, addetti ai trasporti etc. Altri addetti a quei servizi non essenziali che, proprio la domenica, sfruttando il giorno libero di tanti lavoratori, hanno in forte incremento: ristoranti, cinema, bar, night club, stabilimenti balneari etc.
Ora, tutte queste categorie di lavoratori, salvo patologie penalmente perseguibili, hanno trovato nei contratti collettivi ad hoc la soluzione che contempla l’adeguata distribuzione di oneri e profitti fra datori e prestatori di lavoro.
Oggi fra queste categorie rientra anche la “grandissima distribuzione”, i centri commerciali, insomma. La soluzione più logica, ma non la più facile, sarebbe stata quella di incidere nel settore dei contratti collettivi, mediando fra opposti interessi.
Invece si è preferito accontentare le lobbies dei piccoli commercianti, con scuse riprese anche dal cattolico riposo domenicale, abborracciando un testo (fortunatamente non ancora definitivo) in cui di interviene con l’accetta: si chiudono i negozi una domenica sì e una no. Poi si ci ricorda che la Costituzione assegna non allo Stato, ma a Regioni ed enti locali, la competenza sugli orari di apertura dei negozi e si ci impantana aggiungendo la toppa, peggiore del buco, dell’esenzione della chiusura per le “località turistiche” in un Paese in cui tutte le località sono turistiche.
Una ulteriore riflessione: da tempo si piange per una crisi dei consumi. Chiudendo la grande distribuzione la domenica sì deprime il necessario incontro fra domanda e offerta, non si aiutano i piccoli negozi dall’ancora più piccolo assortimento e dagli orari 09.00/13.30-16.30/19.39 mutuati dal secolo scorso. Si fa solo un immenso regalo ad Amazon e soci, dai prezzi invitanti, dagli orari infiniti, dal reso facile facile e dallo sterminato assortimento.
Certo, mediare su un contratto collettivo è difficile, ma su questo si valuta un Governo.
Secondo esempio: reddito di cittadinanza. In sè non è una idea malvagia. Ma come è stato presentato è una cosa molto diversa da come, fin ora è stato attuato.
Prima di tutto è stato presentato non come una misura assistenziale, bensì come quasi un presalario in attese del non rifiutabile lavoro (max tre offerte, poi la decadenza). Ebbene, fin ora, si è scelta la via facile. In deficit, spostando la spesa sulle future generazioni, fin ora, a fini puramente elettorali (e neppure poi raccolti, visto il flop dei Cinquestelle), si sono solo erogati i soldi. E non i 750 euro promessi, ma una media di 300/400 euro. Il resto, come l’intendenza di napoleonica memoria, seguirà. Forse. Perché i nodi stanno venendo al pettine. I tutor non ci sono, e, visti i ricorsi già vinti dagli esclusi, non ci saranno per un pezzo. I posti di lavoro non si sono ancora visti e già le Regioni stanno ricorrendo contro la arbitraria invasione di campo del Governo nella loro competenza sull’avviamento al lavoro.
Non sarebbe stato meglio garantire alle imprese che assumano, con contratto almeno quinquennale, un disoccupato, un consistente sgravio fiscale?
Ultimo esempio: il salario minimo. Non si può guadagnare meno di 9 euro l’ora.
Soluzione facile e draconiana. Ma ingiusta.
L’ora del muratore è uguale a quella dell’operaio?
Otto ore di un commesso possono essere retribuite nello stesso modo di otto ore alla catena di montaggio?
Anche qui la soluzione più giusta, ma anche la più difficile sarebbe stata quella di incidere nei contratti collettivi, mettendo mano anche alle cosiddette “gabbie salariali”: è indubbio che con una salario di 1000euro si comprano molte più cose Catania o Salerno che a Milano o Lecco

Ecco, questo Governo persegue sempre la via APPARENTEMENTE più facile, salvo poi a trovarsi avviluppato dai tentacoli di tanta facilità.

Oggi, 2 novembre, è decorso il termine per notificare alla Libia la disdetta del Memorandum Italia – Libia del 2 febbraio 2017 che, in assenza di tale notifica, si intende tacitamente rinnovato per altri tre anni a decorrere dal 3 febbraio 2020. Sui media se ne parla molto. Ha senza dubbio ridotto gli arrivi, ma ha consegnato molti migranti alle milizie libiche che, oltre a farsi reciprocamente la guerra, ignorano totalmente il concetto dei diritti umani.

Non pare che questa disdetta sia stata inviata. Da notizie della stampa sembra solo che l’Italia abbia chiesto alla Libia, ai sensi dell’articolo 3 del memorandum, di riunire la commissione congiunta dei due paesi e, ai sensi dell’articolo 7, di modificare l’intesa sul contrasto all’immigrazione clandestina. Pare che il nostro Presidente del Consiglio abbia sostenuto che ci sono contatti in corso con l’Unione europea per la creazione di hot spot in Libia. L’Unione europea ha seccamente smentito.

Riporto i due articoli in questione.

Articolo 3

Al fine di conseguire gli obiettivi di cui al presente Memorandum, le parti si impegnano a istituire un comitato misto composto da un numero di membri uguale tra le parti, per individuare le priorità d’azione, identificare strumenti di finanziamento, attuazione e monitoraggio degli impegni assunti.

Articolo 7

Il presente Memorandum d’intesa può essere modificato a richiesta di una delle Parti, con uno scambio di note, durante il periodo della sua validità.

Qualche dubbio di facile modifica subito appare.

L’articolo 3 si riferisce ad un comitato misto costituito per individuare le priorità di azione del Memorandum, non per concordarne le modifiche.

L’articolo 7 è un obbrobrio giuridico-diplomatico: un accordo diplomatico si modifica di comune accordo con “lo scambio di note”, ma quando la nota è unilaterale non può essere che di “denuncia dell’accordo”.

È vero che quando le parti vogliono, tutto si può fare, disdire, rifare…… ma qualche dubbio sorge. Infatti la Libia ha risposto oggi che, quando riceverà le proposte italiane, le valuterà secondo gli interessi libici. (forse dipenderà da quanti soldi metterà l’Italia nel piatto)

Le modifiche, principalmente fondate sul rispetto dei diritti umani, saranno illustrate in Parlamento mercoledì 6 novembre prossimo.

Quando il Memorandum fu firmato da Gentiloni e Al Serraj pareva che la Libia fosse avviata ad una plausibile normalità, quasi uno Stato sovrano con qualche problema interno. Ora, verosimilmente, appare un non-Stato in preda a lotte di bande armate che si contendono i pezzi di territorio. E’ ancora plausibile che uno Stato come l’Italia si impegni ancora con un non-Stato? Con un non-Stato che tortura i migranti ad esso affidati?

Un non-Stato che alle Ong “interessate a collaborare nella ricerca e salvataggio marittimo” impone ora, dal 14 settembre, di presentare una preventiva domanda di autorizzazione alle autorità libiche a cui sono obbligate “a fornire periodicamente tutte le informazioni necessarie, anche tecniche – relative al loro intervento”. Ed ecco le condizioni che vengono imposte alle navi umanitarie: “lavorare sotto il principio di collaborazione e supporto [libico], non bloccare le operazioni di ricerca e salvataggio marittimo esercitato dalle autorità autorizzate [libiche] dentro l’area [SAR libica] e lasciare la precedenza d’intervento [alle autorità libiche]”. “Le Ong si limitano all’esecuzione delle istruzioni del centro e si impegnano a informarlo preventivamente su qualsiasi iniziativa anche se è considerata necessaria e urgente”. E poi gli articoli che più preoccupano le Ong perché preludono ad un intervento di tipo poliziesco e autorizzano la Guardia costiera libica a salire a bordo delle navi. “Il personale del dispositivo è autorizzato a salire a bordo delle unità marittime ad ogni richiesta e per tutto il tempo valutato necessario, per motivi legali e di sicurezza, senza compromettere l’attività umana e professionale di competenza del paese di cui la nave porta la bandiera”.

Sul merito dell’accordo Gentiloni-Al Serraj è stato già detto tutto, dai soprusi sui migranti, alle torture, agli spari sulle ONG, al trafficante Bija  (clicca qui e qui che, pare, sia stato ricevuto in colloqui ufficiali in Sicilia e a Roma in qualità di capo della Guardia Costiera libica).

Vorrei qui parlare – per una informazione più completa – della lunga storia degli accordi Italia – Libia che non riguardano, però, solo l’immigrazione. (i testi sono linkati)

Partiamo da 13 dicembre 2000. A Roma fu stipulato l’accordo Accordo tra il Governo della Repubblica  italiana  e la  Grande Giamahiriya Araba  Libica Popolare Socialista, per la collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico illegale di stupefacenti e di sostanze psicotrope ed all’immigrazione clandestina.

L’accordo può essere rinvenuto sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana a questo link:

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2003/05/15/111/so/78/sg/pdf  (pag.53)

Poche e scarne le disposizioni sull’immigrazione illegale (punto D):

D- Lotta all’immigrazione illegale.

1. Scambio di informazioni sui flussi di immigrazione illegale, nonché sulle organizzazioni criminali che li favoriscono, sui modus operandi e sugli itinerari seguiti.

2 Scambio di informazioni sulle organizzazioni specializzate nella falsificazione di documenti e di passaporti.

Reciproca assistenza e cooperazione nella lotta contro l’immigrazione illegale.

Più pregnante l’accordo sottoscritto alla fine del 2007 fra Giuliano Amato ed il suo omologo libico

I punti salienti dell’accordo: L’accordo prevede, in particolare, l’organizzazione di pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche. In questo modo sarà possibile contrastare efficacemente la partenza dei natanti e bloccare il tragico traffico degli esseri umani. Il Governo italiano si impegna, altresì, a «sostenere con l’Unione europea i programmi di cooperazione con la Libia, con particolare riferimento ai controlli sull’immigrazione clandestina Ecco i principali punti dell’accordo tra Italia e Libia: PATTUGLIAMENTI MISTI COSTE LIBICHE: Queste unità navali effettueranno le operazioni di controllo, di ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporti di immigrati clandestini, sia in acque territoriali libiche che internazionali. L’Italia si impegna a cooperare con l’Unione Europea per la fornitura, con finanziamento a carico del bilancio comunitario, di un sistema di controllo per le frontiere terrestri e marittime libiche, al fine di fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, da realizzare secondo le esigenze rappresentate dalla parte libica alla delegazione della missione Frontex.

L’Italia, inoltre, farà ogni sforzo perché si giunga nel più breve tempo possibile all’adozione dell’Accordo quadro fra l’Unione Europea e la Grande Giamahiria. Per l’esecuzione dell’attività di pattugliamento, [protocollo aggiuntivo] il governo italiano si impegna a cedere temporaneamente alla Libia 6 unità navali della Guardia di Finanza, di cui 3 guardacoste classe «Bigliani» e 3 vedette classe «V.5000», per l’esecuzione di attività di pattugliamento.

Per garantire una efficace direzione e coordinamento delle attività addestrative ed operative di pattugliamento marittimo, Italia e Libia «hanno convenuto di istituire, presso una idonea struttura che sarà individuata a cura della Parte libica, per l’intera durata del Protocollo di Cooperazione, un Comando Operativo Interforze», con il compito di: disporre l’attuazione quotidiana delle crociere addestrative e di pattugliamento; individuare, nell’area di pattugliamento, zone di specifico approfondimento, sulla base degli elementi informativi nel frattempo acquisiti; raccogliere le informazioni operative acquisite dalle unità operative; impartire le direttive di servizio necessarie in caso di avvistamento e/o fermo di natanti con clandestini a bordo; svolgere compiti di punto di contatto con le omologhe strutture italiane.

In tal senso, l’intesa firmata tra Italia e Libia prevede che il Comando avrà la «facoltà di richiedere l’intervento e/o l’ausilio delle unità navali italiane ordinariamente rischierate presso l’isola di Lampedusa per le attività antiimmigrazione». Responsabile del menzionato Comando Operativo Interforze sarà «un qualificato rappresentante designato dalle autorità libiche, che si avvale di un Vice Comandante, designato dal Governo italiano, anche con compiti di consulenza in favore del Comandate del Comando Operativo Interforze, oltre che di raccordo con le competenti strutture italiane». Al Centro è assegnato personale italiano con compiti di staff in favore del Vice Comandante. [Da “La Stampa”]

Il testo completo lo trovate qui:

https://elabora.fondazionenigrizia.it/public/1/pdf_documenti/protocollo_base_italia_libia_2007.pdf

Collaborazione e pattugliamenti misti, quindi.

Seguendo cronologicamente lo scorrere del tempo, e degli accordi, nel 2008 fu sottoscritto il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008 fra l’allora Primo ministro Silvio Berlusconi e Muahammar Al Gheddafi. L’accordo, a differenza di quello di Amato, fu ratificato con legge 6 febbraio 2009, n.7.

Nella relazione illustrativa del Disegno di legge di autorizzazione alla ratifica potete trovare il testo:

http://leg16.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00339065.pdf

              Interessante leggerne il testo: parla di tutto, soprattutto di soldi. Dell’impegno dell’Italia di investire il Libia di 5 miliardi di dollari americani in 20 anni (art.8) in infrastrutture, ma i fondi sono sempre e comunque gestiti dalla parte italiana. Le infrastrutture saranno realizzate solo da aziende italiane scelte “a trattativa diretta” dalla Libia. Le imprese prescelte si impegnano “secondo le consuetudini esistenti, contribuiscono, in maniera volontaria, alle opere sociali e alla bonifica ambientale delle zone ove verranno realizzati i progetti (art. 9).

              Quindi, la Libia sceglie senza vincolo di gara [ovviamente su consiglio italiano] le imprese appaltatrici; l’Italia le paga, secondo i prezzi risultanti dagli accordi con le autorità libiche, e le imprese “volontariamente e secondo le consuetudini locali” [mazzette] oltre le infrastrutture concordate contribuiscono ad opere sociali.

              La lettura del trattato fornisce altre “perle” che lascio alla volontà del lettore.

Interessante notare che di immigrazione si parla solo all’art. 19, richiamando l’attuazione degli accordi del 2000 e del 2007 [vedi sopra]. Quindi, in pratica, l’accordo non aggiunge nulla di nuovo.

Lo riporto:

Articolo 19. Collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina.

  1. Le due parti intensificano la collaborazione in atto nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina, in conformità a quanto previsto dall’accordo firmato a Roma il 13.12.2000 e dalle successive intese tecniche, tra cui, in particolare, per quanto concernente la lotta all’immigrazione clandestina, i protocolli di cooperazione firmati a Tripoli il 29 dicembre 2007. [vedi sopra; quelli sottoscritti da Amato].
  2. Sempre in tema di lotta all’immigrazione clandestina, le due parti promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche. Il Governo italiano sosterrà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% le due parti chiederanno all’Unione europea di farsene carico, tenuto conto delle intese a suo tempo intervenute tra la Grande Giamahiria e la Commissione europea.
  3. le due parti collaborano alla definizione di iniziative sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell’immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi.

Questo è l’unico articolo dell’accordo che parla di lotta all’immigrazione clandestina, ma parla anche di soldi, soldi che andranno alle imprese italiane per realizzare il sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche. Forse per questo, tale articolo è stato richiamato anche dall’accordo Gentiloni- Al Sarraj.

E arriviamo al 2 febbraio 2017: il primo ministro italiano Paolo Gentiloni ed il Primo ministro libico Fayez Mustafa Al Sarraj si incontrano e sottoscrivono un memorandum di intesa che impegna la Libia a contrastare il traffico illecito dei migranti e l’Italia ad un opera di assistenza, fornitura ed istruzione della polizia libica.

L’accordo richiama – al fine della loro piena attuazione – i precedenti accordi firmati fra i due Paesi, come il Trattato di  Amicizia, partenariato e cooperazione firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 (ratificato con legge 6 febbraio 2009 n. 7), e prevede il finanziamento italiano per la predisposizione di campi di accoglienza per migranti in territorio libico sotto l’esclusivo controllo del ministero dell’interno libico, nonché il finanziamento, sempre italiano, per la predisposizione di sistemi di controllo della frontiere fra la Libia ed il Niger al fine di arrestare gli arrivi irregolari.

I dubbi sull’efficacia del memorandum sono molti e si appuntano sulla reale autorità di Al Sarraj che, pare, controlli bene solo l’area portuale dove ha sede il suo Governo, non certo tutta Tripoli e le sue coste da dove partono i “refugee boat”, figuriamoci il Fezzan ed il confine meridionale del Paese che si estende anche sotto la Cirenaica, controllata dal Governo di Tobruk e dal Generale Haftar, benedetti da Putin.

Già con l’attentato all’ambasciata italiana del 20 gennaio 2017, attribuito a milizie fedeli ad Haftar si è visto quanto difficile sia la situazione per l’Italia in Libia.

E, ancora, i tribunali libici hanno impugnato l’accordo per carenza di potere del firmatario libico e la stessa posizione di al Sarraj non è più stabile neppure nella nuova forma di Governo ipotizzata in Libia in quanto il Comitato di pacificazione sta progettando una riorganizzazione dell’architettura istituzionale: il capo supremo della difesa non sarà più il presidente del consiglio presidenziale.

In effetti, l’accordo Gentiloni-Al Sarraj i frutti li ha dati. Se nel maggio 2017 le persone sbarcate in Italia erano 22.993, nel maggio 2018 (ultimo mese del Governo Gentiloni) le persone sbarcate sono drasticamente scese a 3.963.

Poi è arrivato il Governo gialloverde e la storia, fatta di decreti sicurezza, abolizione dello SPRAR, abolizione del permesso di soggiorno umanitario, lotta alle ONG è cosa nota.

Per completezza riporto tutto il testo del Memorandum:

Memorandum Italia – Libia del 2 febbraio 2017

Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana Il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia e il Governo della Repubblica Italiana qui di seguito denominate ‘Le Parti’,

Sono determinati a lavorare per affrontare tutte le sfide che si ripercuotono negativamente sulla pace, la sicurezza e la stabilità nei due paesi, e nella regione del Mediterraneo in generale.

Nella consapevolezza della sensibilità dell’attuale fase di transizione in Libia, e della necessità di continuare a sostenere gli sforzi miranti alla riconciliazione nazionale, in vista di una stabilizzazione che permetta l’edificazione di uno Stato civile e democratico.

Nel riconoscere che il comune patrimonio storico e culturale e il forte legame di amicizia tra i due popoli costituiscono la base per affrontare i problemi derivanti dai continui ed elevati flussi di migranti clandestini.

Riaffermando i principi di sovranità, indipendenza, integrità territoriale e unità nazionale della Libia, nonché di non ingerenza negli affari interni.

Al fine di attuare gli accordi sottoscritti tra le Parti in merito, tra cui il Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione firmato a Bengasi il 30/08/2008, ed in particolare l’articolo 19 dello stesso Trattato, la Dichiarazione di Tripoli del 21 gennaio 2012 e altri accordi e memorandum sottoscritti in materia.

Le Parti hanno preso atto dell’impegno che l’Italia ha posto per rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie, che ha portato all’istituzione del “Fondo per l’Africa”.

Tenendo conto delle iniziative che sono state messe in atto dalla parte italiana in attuazione degli accordi e dei memorandum di intesa bilaterali precedenti, nonché il sostegno assicurato alla rivoluzione del 17 febbraio.

Al fine di raggiungere soluzioni relative ad alcune questioni che influiscono negativamente sulle Parti, tra cui il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il suo impatto, la lotta contro il terrorismo, la tratta degli esseri umani e il contrabbando di carburante.

Riaffermando la ferma determinazione di cooperare per individuare soluzioni urgenti alla questione dei migranti clandestini che attraversano la Libia per recarsi in Europa via mare, attraverso la predisposizione dei campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico, in attesa del rimpatrio o del rientro volontario nei paesi di origine, lavorando al tempo stesso affinché i paesi di origine accettino i propri cittadini ovvero sottoscrivendo con questi paesi accordi in merito.

Riconoscendo che le misure e le iniziative intraprese per risolvere la situazione dei migranti illegali ai sensi di questo Memorandum, non devono intaccare in alcun modo il tessuto sociale libico o minacciare l’equilibrio demografico del Paese o la situazione economica e le condizioni di sicurezza dei cittadini libici.

Sottolineando l’importanza del controllo e della sicurezza dei confini libici, terrestri e marittimi, per garantire la riduzione dei flussi migratori illegali, la lotta contro il traffico di esseri umani e il contrabbando di carburante, e sottolineando altresì l’importanza di usufruire dell’esperienza delle istituzioni coinvolte nella lotta contro l’immigrazione clandestina e il controllo dei confini.

Tenuto conto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale consuetudinario e dagli accordi che vincolano le Parti, tra cui l’adesione dell’Italia all’Unione Europea, nell’ambito degli ordinamenti vigenti nei due Paesi, le due parti confermano il desiderio di cooperare per attuare le disposizioni e gli obiettivi di questo Memorandum, e concordano quanto segue:

Articolo 1

Le Parti si impegnano a:

  1. avviare iniziative di cooperazione in conformità con i programmi e le attività adottati dal Consiglio Presidenziale e dal Governo di Accordo Nazionale dello Stato della Libia, con riferimento al sostegno alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti, in sintonia con quanto previsto dal Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione sottoscritto tra i due paesi, e dagli accordi e memorandum d’intesa sottoscritti dalle Parti.
  2. la parte italiana fornisce sostegno e finanziamento a programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale, in settori diversi, quali le energie rinnovabili, le infrastrutture, la sanità, i trasporti, lo sviluppo delle risorse umane, l’insegnamento, la formazione del personale e la ricerca scientifica.
  3. la parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno.

Articolo 2

Le Parti si impegnano altresì a intraprendere azioni nei seguenti settori:

  1. completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia, secondo quanto previsto dall’articolo 19 del Trattato summenzionato.
  2. adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza summenzionati già attivi nel rispetto delle norme pertinenti, usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e di finanziamenti dell’Unione Europea. La parte italiana contribuisce, attraverso la fornitura di medicinali e attrezzature mediche per i centri sanitari di accoglienza, a soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria dei migranti illegali, per il trattamento delle malattie trasmissibili e croniche gravi.
  3. la formazione del personale libico all’interno dei centri di accoglienza summenzionati per far fronte alle condizioni dei migranti illegali, sostenendo i centri di ricerca libici che operano in questo settore, in modo che possano contribuire all’individuazione dei metodi più adeguati per affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani.
  4. Le Parti collaborano per proporre, entro tre mesi dalla firma di questo memorandum, una visione di cooperazione euro-africana più completa e ampia, per eliminare le cause dell’immigrazione clandestina, al fine di sostenere i paesi d’origine dell’immigrazione nell’attuazione di progetti strategici di sviluppo, innalzare il livello dei settori di servizi migliorando così il tenore di vita e le condizioni sanitarie, e contribuire alla riduzione della povertà e della disoccupazione.
  5. sostegno alle organizzazioni internazionali presenti e che operano in Libia nel campo delle migrazioni a proseguire gli sforzi mirati anche al rientro dei migranti nei propri paesi d’origine, compreso il rientro volontario. 6) avvio di programmi di sviluppo, attraverso iniziative di job creation adeguate, nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione illegale, traffico di esseri umani e contrabbando, in funzione di “sostituzione del reddito”.

Articolo 3

Al fine di conseguire gli obiettivi di cui al presente Memorandum, le parti si impegnano a istituire un comitato misto composto da un numero di membri uguale tra le parti, per individuare le priorità d’azione, identificare strumenti di finanziamento, attuazione e monitoraggio degli impegni assunti.

Articolo 4

La parte italiana provvede al finanziamento delle iniziative menzionate in questo Memorandum o di quelle proposte dal comitato misto indicato nell’articolo precedente senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato italiano rispetto agli stanziamenti già previsti, nonché avvalendosi di fondi disponibili dall’Unione Europea, nel rispetto delle leggi in vigore nei due paesi.

Articolo 5

Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente Memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte.

Articolo 6

Le controversie tra le Parti relative all’interpretazione o all’applicazione del presente Memorandum saranno trattate amichevolmente per via diplomatica.

Articolo 7

Il presente Memorandum d’intesa può essere modificato a richiesta di una delle Parti, con uno scambio di note, durante il periodo della sua validità.

Articolo 8

Il presente Memorandum entra in vigore al momento della firma. Ha validità triennale e sarà tacitamente rinnovato alla scadenza per un periodo equivalente, salvo notifica per iscritto di una delle due Parti contraenti, almeno tre mesi prima della scadenza del periodo di validità.

Elaborato e sottoscritto a Roma il 2 febbraio 2017 in due copie originali, ciascuna in lingua araba e italiana, tutti i testi facenti egualmente fede.

Per il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia Fayez Mustafa Serraj

Presidente del Consiglio Presidenziale per il Governo della Repubblica Italiana Paolo Gentiloni Presidente del Consiglio dei Ministri

Questi i fatti fino ad ora.

Vediamo che accade. Ho parlato solo di immigrazione, ma è indubbio che centri molto altro, a cominciare dal petrolio.

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Delle nefandezze che si commette sui social di internet si è detto molto. Ci sono gli odiatori di professione che raggiungono orgasmi multipli riempendo di contumelie veri o presunti avversari. Godono pigiando sulla tastiera quei tasti che compongono le parole più abiette, gli auspici più nefasti verso i loro nemici.
Ci sono gli stalker digitali che hanno amplessi digitali vergando sulla tastiera le frasi, a loro modo di pensare, più lussuriose all’indirizzo delle loro “prede”.
Ci sono gli (o le) esibizionisti che postano, convinti di essere strafighi) le loro foto in atteggiamenti più o meno conturbanti.
Potrei citare altre categorie come quelle dei fideisti fino alla morte, convintissimi a sostenere, contro ogni evidenza, il loro leader politico, le scie chimiche o la pericolosità dei vaccini o la forma piatta della terra.
La spinta di ognuna di queste categorie è la medesima: convinti di essere fra i pochi partecipi ad un segreto, tentano di uscire fuori dalla massa, sostenendo una tesi di minoranza, al fine di avere un momento, un solo momento sotto i riflettori.
Ma, se ce ne siete accorti, da un po’ di tempo c’è una nuova categoria di matti sui social di internet.
Io li chiamo “statusquoisti”. Il loro scopo è contestare le giuste (o meno giuste) lamentazioni o rimostranze del prossimo.
Se un tizio, incazzato nero, posta una foto di cassonetti stracolmi cirrcondati da una corona di sacchetti dell’immondizia pieni, inveendo contro la mancata raccolta dei rifiuti, lo statuquoista inveisce contro il tizio, sostenendo che la colpa non è dell’Azienda preposta alla raccolta rifiuti, bensì del cittadino che lascia i sacchetti fuori posto.
Oppure se un pellegrino del Cammino dii Santiago segnala su FB che un albergo è sporco, con le cimici e pieno di mosche, salta su lo statusquoista che ribatte che la segnalazione diffama la locanda, che le cimici sono state senz’altro portate dal pellegrino e che le mosche sono entrate perché il pellegrino ha lasciato la finestra aperta.
Se Caio si lamenta perché gli avventori del bar sotto la sua finestra schiamazzano fino alle ore piccole privandolo del sonno, lo statuquoista di turno lo redarguisce della sua scada tolleranza e della sua mancanza di socializzazione.
Insomma gli statusquoisti, senza posa, si adoperano affinché la vita scorra così come scorre; si adoperano affinché gli abusi non vadano puniti perché la punizione scalfirebbe lo status quo.
Mi piacerebbe sapere se ci avete fatto caso e se, sui social, lì avete incontrati anche voi.

Sicuramente tutti sapete cosa è successo poco più di un mese fa in Kashmir, la regione al nord dell’India che confina con il Pakistan.

Un po’ di storia: Nel 1949 l’impero britannico lasciò l’India e vi fu quella che gli indiani chiamarono “la partizione”. A est e ad ovet due stati a maggioranza musulmana: il Pakistan occidentale (attuale Pakistan) e a est il Pakistan orientale (attuale Bangladesh). Al centro il continente indiano a maggioranza indù.

Milioni di persone si mossero per andare nei luoghi “assegnati” per la loro religione. Migliaia morirono in conflitti interetnici. Particolarmente tesa la situazione fra India e Pakistan, con tre guerre di cui non è stato mai firmato il trattato di pace. Ed ancor più tesa la situazione in Kashmir, sede del principato Mugul a cui fu lasciata la scelta se andare con i Pakistan o con l’India. Il sovrano Mugul dell’epoca decise che il suo territorio, a maggioranza musulmana, sarebbe rimasto quasi tutto in India.

Fin ora il Kashmir indiano era parte dello Stato Jammu & Kashmir all’interno della federazione indiana e comprendeva anche il territorio del Ladakh, a maggioranza buddista.

Per preservare la maggioranza musulmana il Kashmir aveva uno statuto speciale: i non nativi non potevano acquistare immobili e non potevano assumere cariche pubbliche.

In Kashmir, da anni, con la scusa di possibili sconfinamenti e ripresa della guerra indo-pakistana erano stanziati migliaia e migliaia di soldati indiani, ovviamente non kashmiri e visti dalla popolazione locale quasi come forza di occupazione.

Poco più di un mese fa, il premier indiano, l’ultranazionalista indù Narendra Modi, (campione di democratura) ha tolto al Kashmir lo statuto speciale   con il rischio di scatenare una nuova guerra. Solo misure drastiche come la chiusura di internet, di tutti i mezzi di informazione, della stampa, della TV, dei movimenti delle persone, del coprifuoco ha fin ora scongiurato l’esplodere delle violenze.

Voglio qui lasciare spazio ad un “reportage” di due amici esperti e frequentatori del Kashmir, attualmente in Ladakh che, con mezzi di fortuna, hanno fatto uscire questo racconto allucinante:

La vita qui in Ladakh continua come se niente accadesse in Kashmir. Le nostre frequenti richieste di opinioni sulle conseguenze di quanto successo i primi giorni di agosto e sulla tragica situazione che attanaglia da allora Srinagar e il Kashmir, ottengono risposte  quasi sempre vaghe. Li sollecitiamo con i nostri timori sulla indeterminatezza del futuro del Ladakh nella nuova veste amministrativa di Territorio dell’Unione dipendente direttamente dal governo centrale di Delhi. Li provochiamo esprimendo sdegno per le sorti della popolazione kashmira che è ancora oggi, dopo 25 giorni, bloccata dal coprifuoco e isolata dall’assenza di comunicazioni telefoniche e internet, e per i 2300 arresti preventivi ( cifra da fonti estere, credibile visto che li Times of India ne ammette ufficialmente 500 sulle sue pagine) di tutti i politici o comunque impegnati in attività di contrasto all’ occupazione militare indiana, religiosi compresi. Le leggi di polizia consentono l’arresto preventivo fino a 2 anni per motivi di ordine pubblico e ciò ha consentito di riempire,senza giudizi preventivi, carceri e luoghi a tal fine adattati non solo in Kashmir ma a prestito anche carceri di altri stati indiani. Noi non nascondiamo ad ogni confronto il nostro sconcerto e chiediamo provocatoriamente se considerino tutto questo un prezzo equo per l’autonomia dal Kashmir che il Ladakh otterrà formalmente dal 1 ottobre 2019. Anche le persone che conosciamo più superficialmente non riescono a nascondere un po’ di imbarazzo nel rispondere, ma alla fine il ritornello è: era da 70 anni che aspettavamo questa separazione ed ora è realtà. Solo le persone di cui conosciamo l’intelligenza e l’ integrità non possono tacere una forte preoccupazione per quanto succede in Kashmir e per le ripercussioni che quelle sorti avranno qui. Pensano a tutta la comunità ladakha musulmana, da sempre vicina di casa, e a come reagiranno nel caso di uno conflitto aperto fra i loro fratelli Kashmiri e la comunità buddista in quanto ormai, per forza di cose, alleata del partito hindu di Modi. Osservano con preoccupazione la drastica diminuzione dei commerci kashmiri che sostengono  la povera economia agricola dei queste valli pietrose per tutti i mesi estivi e che ora, con il coprifuoco, costringe i ladakhi a comprare merci che arrivano dall’unica  altra strada di collegamento con le pianure indiane, quella da Manali. Il percorso è più lungo e accidentato ed i prezzi delle merci sono ovviamente aumentati.

Anche il turismo vive questa paura. Nelle ultime settimane l’eco di questa destabilizzazione ha scoraggiato alcune agenzie soprattutto indiane ed i cambi obbligati all’ultimo momento degli itinerari che comprendevano Srinagar ed il Kashmir non ha certo favorito nuovi arrivi. La dfferenza con lo stesso periodo dello scorso anno è palese.

La tv locale, negli unici telegiornali a noi accessibili perché con qualche titolo in inglese, in alcuni pseudo spot che loro chiamano News, citano la ripresa della normalità di scuole e collegamenti  con immagini sempre identiche, di repertorio. Poi approfondendo nei discorsi  scopri che si riferiscono sempre a singole zone limitate soprattutto nell’area di Jammu, cioè la parte hindu e lontana da Srinagar. Coloro che ci tornano per lavoro o per rivedere le loro famiglie riportano scene sempre identiche :

la città con scuole, uffici, moschee e negozi chiusi, permesso di circolazione, nei pressi dell’abitazione solo nelle prime ore del mattino per procurarsi il cibo, e circolazione veicoli  dall’esterno solo nelle ore notturne. Gli ospedali funzionano solo per i casi gravi ed urgenti, le medicine ormai scarseggiano ovunque perché le farmacie non hanno più gli approvvigionamenti. La chiusura della città vale anche per i parlamentari di Delhi, quelli dell’opposizione a Modi. Qualche giorno fa Rahul Gandhi e altri componenti del partito del Congresso, arrivati all’aeroporto di Srinagar per una visita nella zona, si sono visti sbarrare le porte in uscita e sono stati obbligati a riprendere un volo per Delhi: motivi di sicurezza !!!! Mica male  per un paese con un regime parlamentare democratico!

La stampa poi, mi riferisco al Times of India, testata nazionale, nel sostanziale silenzio sulla realtà dei fatti, pubblica in prima pagina articoli che  alimentano la paura e la diffidenza verso il Pakisthan: stato di allerta sulle coste del Gujarat per notizie dai servizi segreti di barche provenienti dalle coste pakistane con terroristi pronti ad azioni violente; rapimenti e matrimoni forzati a danno di ragazze di religione sikh nel Punjab pakistano da parte di famiglie musulmane; rifiuto di Modi verso la proposta di mediazione da parte di Trump per le ricomporre il conflitto con il Pakistan sul Kashmir con la motivazione che queste possono essere risolte bilateralmente e che lui non vuole “creare problemi a nessun’altra nazione”!!!

Solo qualche piccola testata indipendente kashmira, rintracciabile in un unico rivenditore di Leh, fornisce dati e dettagli che fanno rabbrividire: di oggi il numero di 4500 degli arrestati dal 5 di agosto grazie alla nuova legge sugli arresti preventivi per motivi di sicurezza pubblica.

Quali siano i prossimi passi della strategia di Modi è difficile da immaginare  per noi. Tuttavia un dubbio ci coglie inevitabilmente riguardo un possibile obiettivo della sua smisurata ambizione, anche osservando la progressione dei movimenti di uomini, mezzi e armi pesanti  in queste settimane. (Nella zona sembra siano ora presenti circa 500 mila soldati).Nel 1947, tre mesi dopo l’indipendenza dall’Inghilterra e la partition fra India e Pakistan , a fronte di un tentativo del Pakistan di invadere l’allora piccolo regno indipendente del Jammu e Kashmir, anche per vendicare un eccidio di massa sui musulmani nella zona di Jammu, l’India inviò il suo esercito, fermò  le  incursioni dello nuovo stato islamico e quale ricompensa per l’aiuto ottenne dal Re Hari Singh il consenso all’ annessione del suo regno alla neonata confederazione indiana, [sempre contestato dal Pakistan]. Il Primo Ministro Modi nei suoi discorsi proclama di voler ricostruire “un’unica India con un unica Costituzione” ma quali sono i confini  che ha in mente? Ogni supposizione espansionistica sarebbe in perfetta sintonia con la megalomania del personaggio.”

Nel nostro mondo, già così poco sicuro, è una bomba (nucleare, visto che sia India, sia Pakistan la posseggono) pronta a scoppiare.

Qui, assorti nella fine del governo gialloverde, nella possibile nascita di un novo governo giallorosso, siamo distratti. Queste notizie non arrivano o arrivano attutite. eppure se il conflitto esplode ne pagheremo le conseguenze tutti noi. Spero di sbagliarmi……

Volete sapere perché, e in base a quali norme internazionali, è stato possibile impedire alle navi delle ONG di attraccare ai porti italiani e di non far sbarcare i “naufraghi”? Volete sapere perché, invece, sono stati assistiti e sbarcati minori e persone malate? Volete sapere perché gli altri Stati membri dell’Unione europea possono tranquillamente non accogliere i “naufraghi” sbarcati in Italia? Volete sapere perché sarà molto molto difficile cambiare il “Regolamento di Dublino”? Queste ed altre risposte potrete trovarle nel libro.Ma non solo la cronaca. Senza andare indietro nel tempo, senza ricordare come tutto questo cominciò, con il Vertice di Tampere del 1999, senza capire come sono state negoziate le Direttive e i Regolamenti europei in materia di immigrazione ed asilo, senza conoscere come e perché l’Europa volle dare assistenza anche a chi non rientrava nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati, senza ricordare quello che successe nella tragica estate del 2015 quando milioni di profughi attraversarono l’Europa, senza conoscere quali norme, probabilmente molto più restrittive, sono ora sul tavolo dei negoziatori a Bruxelles, in attesa di una loro approvazione o modifica dopo la ricostituzione della Commissione europea conseguente alle elezioni del maggio 2019, senza tutto questo non è possibile dare un giudizio sereno e complessivo sul fenomeno migratorio e sull’azione dell’Unione Europea.Sono stato per anni dentro la materia, come sherpa e coinvolto nella attuazione delle Direttive e Regolamenti europei e ho cercato di raccontare tutto questo nel libro.Purtroppo abbiamo la memoria corta e, spesso, non ricordiamo quello che è successo appena tre o quattro anni addietro.Mi rendo conto che questo libro, oltre ad essere di estrema attualità, comincia ad essere, per alcune parti, un libro di storia, una pagina di quello che accadde quasi venti anni fa. Visto che – ormai – anche l’attualità è manipolata in maniera quasi “orwelliana”, non nuoce mettere un punto fermo nella storia recente dell’immigrazione e dell’asilo. Il libro è realizzato in due versioni, identiche nel contenuto, una come Ebook e una cartacea. La versione Ebook è quasi un ipertesto con decine e decine di link che rinviano direttamente ai documenti citati o agli argomenti trattati. Nella versione cartacea, i link sono sostituiti da note a piè pagina.

Sia in versione Ebook (0,99 Euro) sia in versione Cartacea (7, 24 Euro) è disponibile su Amazon all’indirizzo:

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Oggi Salvini, dopo che ieri sera a Pescara aveva invocato dal suo popolo “i pieni poteri”, ha presentato al Senato una mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Già è strano che un membro del Governo presenti una mozione di sfiducia al proprio Presidente (che, se approvata, travolge tutto il Governo quindi, masochisticamente, anche sé stesso), ma lo scopo qual è?

Probabilmente, visto che Conte non intende dimettersi senza “parlamentizzare” la crisi, ossia senza un ritiro esplicito della fiducia che il Parlamento gli diede il 5 e 6 giugno 2018, Salvini intende impegnare il Parlamento a tale revoca.

Quasi sicuramente ci riuscirà, visto che, sommando i voti dei suoi senatori con quelli dell’opposizione che ha sempre chiesto le dimissioni del Governo, i numeri ce li ha.

Ma questo lo leggete sui giornali.

Vorrei solo attirare la vostra attenzione su alcuni aspetti fin ora trascurati.

Le c.d. opposizioni fin ora hanno sempre votato contro il Governo, non contro Conte. In particolare il PD (51 senatori) e alcuni del Misto (15 senatori) a Questi numeri bisogna ovviamente aggiungere i 107 senatori del Movimento Cinquestelle.

Giuseppe Conte ha un alto grado di popolarità e fiducia, (58%) ben superiore a quello del più strutturato Salvini (54%) e del più sprovveduto Di Maio (34%). Insomma, il Carneade Conte, pian piano, si è conquistato un posto rilevante, oserei dire bipartisan, nella fiducia degli italiani.

Un altro fatto da considerare è la comprensibile voglia dei parlamentari di non andare a casa. Con la previsione di una mezza rivoluzione, solo i parlamentari leghisti sarebbero abbastanza sicuri di una loro rielezione. Non penso proprio che i senatori voteranno a cuor leggero una sfiducia che aprirebbe le porte alle elezioni e al loro addio al Parlamento.

Bisogna considerare anche la situazione di due ex-grandi partiti, il PD e Forza Italia che, ad onta delle bellicose dichiarazioni dei leader, certo non sono pronti ad una campagna elettorale, dilaniati l’uno da una scissione in fieri, l’altro da una scissione conclamata: per ambedue i partiti le elezioni anticipate saranno un tragico appuntamento.

Berlusconi è poi così sicuro che Salvini lo vorrà come partner di Governo?

Che dire dei Cinquestelle? Sanno perfettamente che un passaggio elettorale sarà un taglio pesantissimo alla loro compagine parlamentare.

Analogo discorso si può fare per le schegge della sinistra che i sondaggi condannano senza appello ad un risultato inferiore alla soglia di sbarramento.

Salvini comincia a fare paura con le sue dichiarazioni razziste e fomentatrici d’odio, per i suoi comportamenti che ricordano ormai troppo da vicino quelli di un leader della prima metà del secolo scorso, per i suoi programmi anti europei e anti euro, per i suoi “supposti” amici di Visegrad. Dico supposti perché mai gli hanno dato una mano.

Beh, avrete capito dove voglio andare a parare: visto che il Governo giallo verde non c’è più, potrebbe essere possibile una “santa alleanza” contro Salvini. I numeri ci sarebbero.

Risultato: un Conte-bis, sostenuto dai volenterosi che avrebbe una vita molto lunga, visto che se il 9 settembre viene approvata definitivamente la legge costituzionale sul taglio dei parlamentari (clicca qui per saperne di più) di elezioni, complice il possibile referendum confermativo, prima del 20 agosto 2020, non se ne potrà parlare e, fino ad allora….. è come buttare il pallone in tribuna.

Qui sotto i numeri dei gruppi parlamentari di Senato e Camera: divertitevi a fare un po’ di conti.

Ah, intanto lo Spread vola: alle 12.30 del 9 agosto è balzato a 238 punti, 25 in più di ieri sera e stasera attendiamo il giudizio dell’agenzia di rating FITCH. La  Borsa è a -2,38%

Senato
Camera
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