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Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C.

Pericle
Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C. (*)

Tratto da Tucidide, Storie, II, 34-36

(*) Errata corrige: inizialmente era stata indicata la data del 461 a.C., riportata da diverse fonti, ma in realtà il discorso, secondo Tucidide, è stato pronunciato all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C. – 404 a.C.)

In Iran continuano le proteste, anzi quasi una rivoluzione, che ha costretto gli Ayatollah e i funghetti (come lì chiamano i monaci sciiti: fra gli sciiti, a differenza de sunniti esiste il clero) a sondare (pagando) un esilio dorato in America latina. Chissà, forse fra poco assisteremo alla caduta del regime degli Ayatollah, chiamato proprio dagli iraniani per frenare la corruzione dello Shah Reza Palevi. La situazione si è fatta insostenibile: il regime non sopporta più il dissenso. Impicca chi manifesta.

Negli anni ci sono state altre proteste ma ora è diverso, come mi spiegava una attivista iraniana. Le proteste erano state sempre portate avanti dalle donne che, forti di una piena scolarizzazione, mal sopportavano la condizione di sottomissione al maschio imposta dagli ayatollah. Le proteste precedenti sono fallite perché ai corti delle donne non si univano i cortei di protesta dei maschi, che non subivano vessazioni dal regime. Ora è diverso: anche i maschi hanno preso piena coscienza dello stato di sottomissione in cui viene tenuto il popolo, eclatante ai mondiali di calcio del Qatar il non cantare l’inno nazionale, protesta poi rientrata per le minacce trasversali del Regime alle famiglie dei calciatori.

Insomma il popolo ora è unito e, forse, nonostante la ritrosia occidentale, timorosa di perdere le forniture di petrolio, siamo arrivati allo showdown: il forte orgoglio iraniano, pari forse solo a quello argentino non permetterà ulteriori esecuzioni.

La causa scatenante è stata l’arresto, e la susseguente esecuzione di Masa Amini, ragazza curdo-irachena accusata, pensate un po’, di non portare correttamente il velo. Vedete le foto di questo posto e ditemi chi porta correttamente il chador.

Lì mi dicevano che , in genere, non ci facevano caso, ma se un Basij che magari ha litigato con la fidanzata ed è incavolato vede una coppia che si tiene per mano, scatta la repressione. I giovan iraniani delle città, Teherana, Esfahan, Tabriz, Schiraz in nulla si differenziano dai ragazzi europei ed americani: ascoltano la stessa musica, mangiano lo stesso cibo, vestono in jeans e cmicia, nel 30% dei casi – per le donne – coperti dal Chador. Ma portato in modo molto sportivo. Il Cahador integrale, in Iran, sopravvive solo nei piccoli paesi montani, come mostrato nel bellissimo film “Gli orsi non esistono” del regista dissidente (e imprigionato) Jafan Panahi.

In Iran e autorità temono molto le donne, perché più ribelli alle rigide regole islamiche. Da loro partirà (ed è partita) la rivoluzione contro il regime teocratico.

Ricordo un episodio a QOM, la città santa. Chiunque arrivi a QOM ha diritto ad una guida gratuita che spiega la religione e i simboli della stessa. Ci fu assegnato un “funghetto” (come lì chiamano i monaci) che cominciò ad urlare perché la parte femminile del nostro gruppo si era messa a parlare (e scambiare informazioni) con le donne iraniane, Grande pericolo la commistione!!!! Per i “funghetti” potevano essere scambiate informazioni pericolose per il regime teocratico. “Questa è QOM, la città sacra, non si parla, si prega”, era l’urlo del regime.

A questo punto mi piace ripubblicare un aricolo dle 2018, scritto proprio i Iran, durante un viaggio di piacere. Ve lo consiglio, Andate in Iran: avrete sorprese su sorprese:

  1. Se li chiamare arabi si offendono, Sono iraniani, parlano la lingua farsi.
  2. Non c’è niente di arabo: tutto pulitissimo, L’insalata si mangia senza lavalrla, cos’ come i denti,
  3. Il popolo è pronto al confronto; ti cerca, uno sguardo alla donna in chador non è declinati, bensì è un invito.
  4. Gli schemi mentali sono quelli nostri.

Mi piace ripubblicare un articolo del 2018, scritto mentre ero in Iran dove ho incontrato un Grande Popolo, soprattutto le donne.

Kerman. IRAN, novembre 2018 Scrivo da Kerman, in Iran. Sono in vacanza con un gruppo di Avventure nel mondo e caso ha voluto che, per i previsti lunghi voli e tragitti in bus, fra gli altri Ebook, mi sia portato l’ultimo libro di Federico Rampini “Quando inizia la nostra storia” preso da Amazon il giorno prima di partire. Ho usato un po’ il primo capitolo, dedicato all’Iran, come guida.

Forse perché Rampini è giornalista ed è anche americano, all’aeroporto le formalità del visto in arrivo (Teheran) sono state per molto più veloci, non più di 5 minuti: l’addetto al quale abbiamo mostrato la Email di riscontro della richiesta di visto in arrivo ha stampato il “visto” e ci ha restituito il mucchietto di fogli insieme ai passaporti senza neppure accoppiarli.

La gentilissima addetta alla assicurazione sanitaria ci ha chiesto se la avevamo e, alla nostra risposta positiva, non ha voluto neppure guardarle.

Polizia quasi inesistente.

Cambio. Confermo che sia all’aeroporto, sia nelle banche non siamo riusciti a cambiare i nostri Euro con i Ryals al cambio ufficiale di 47.000 Ryals per Euro. Più che di mercato “nero” (ossia nascosto) della valuta, parlerei di mercato “parallelo”. Sulle vie di Teheran ci sono, alla luce del sole, negozi di cambio che espongono, sui display elettronici, il tasso praticato: siamo sui 163.000 Ryals per euro. (Dopo 15 gg a Shiraz era circa 150.000 Ryals per euro) Il gasolio 3.000 Ryals, la benzina 10.000 Ryals.


Una abbondante cena per 7 in un buon ristorante ci viene sui 4 milioni di Ryals. Una camera doppia in un albergo 3 stelle sui 12 euro 25 euro se l’albergo era quattro stelle.

La rivoluzione partirà dalle donne e non solo da quanti centimetri di capelli lascia scoperto il jihab. A Teheran e a Eshfan ormai lo portano solo sulla nuca o appeso allo chignon alto.

Sono le donne ad avvicinarci a chiedere e a voler avere contatti. Spinto da questa novità, ho provato un gesto che mai avevo tentato in un paese musulmano, anche tollerante, come il Ladakh o il Kashmir: sorridendo ho guardato fisso negli occhi ogni donna. Nessuna ha abbassato lo sguardo. Quelle con il chador (30%) magari rispondevano solo ricambiando il sorriso. Quelle vestite normalmente, solo con il foulard, rispondevano (rispondono, visto che sono ancora in Iran) al sorriso e allo sguardo diretto. Come fosse un segnale, la maggior parte si fermava per un saluto, per una foto, per un selfie, per un semplice “da dove venite?”.





E il clero ha paura delle donne. A Qom la guida obbligatoria (il funghetto, così chiamano lì gli esponenti del clero) ci stava radunando ed aspettava con impazienza che due donne del nostro gruppo si avvicinassero. Appena ha compreso che si stavano scambiando i biglietti di visita con alcune ragazza iraniane, è andato su tutte le furie ed è corso a rincorrerle riportandole indietro bofonchiando ad alta voce “Questo è un luogo sacro, non un posto per scambiarsi informazioni!”. Non ci ha più lasciati e, dopo una visita frettolosa della moschea ci ha negato il permesso di rimanere da soli all’ interno, quasi cacciandoci fuori. Non ha avuto paura di trasgredire le regole che vietavano di fotografare all’interno della moschea (ci ha permesso di usare le nostre reflex), ma ha avuto paura del contatto fra una iraniana e una forestiera. Non ho trovato uguale curiosità per l’occidente nei maschi iraniani.

Sì, la rivoluzione verrà dalle donne.

Anche la nostra guida, una iraniana di un quarantina d’anni, pur svicolando con un sorriso, le domande più scabrose sullo Stato teocratico, non ha avuto alcuna esitazione a illustrare i rapporti omosessuali e le libagioni nei dipinti della residenza dello Scià a Esfahan.



Ci ha detto che un insegnante guadagna 13 milioni di Ryals, un alto dirigente il doppio e che le sanzioni hanno portato una quadruplicazione dei prezzi.

Ci ha raccontato che nei paesi se un ragazzo e una ragazza si parlano, subito i genitori si incontrano e il matrimonio non combinato si celebrerà non oltre due settimane. A Teheran e a Esfahan o a Shiraz la situazione è molto simile alla nostra con fidanzamento e libere frequentazioni (sempre che un religioso non li prenda di mira) . Per la crisi economica l’età del matrimonio si è spostata in avanti: 25/28 anni per le donne, oltre i 30 per gli uomini. Bisogna pur mettere i soldi da parte per la casa…

Ci ha anche raccontato che a Teheran e Esfahan esistono diversi casi di convivenza more uxorio, ma sono molto malvisti.



Vige l’aurea regola “dell’occhio non vede, cuore non duole”.

Purtroppo le rigide regole sussistono ma sono sempre meno applicate. Ma, purtroppo, qualche guardiano della rivoluzione o guardiano della fede quando litiga con la moglie o con il capo, magari ha voglia di rifarsi con una povera coppia che si tiene per mano.

Bello il ponte dei poeti dove ci hanno invitato a cantare, sfruttando la perfetta acustica delle arcate, “o sole mio”. Peccato che il fiume non c’è più, deviato per portare le sue acque ai campi agricoli riarsi.

Di Trump e delle sanzioni ho parlato con un ex-dipendente ENI (faceva lo interprete inglese/farsi),.Era molto preoccupato perché la Europa è debole e non osa contraddire Trump. Fra l’America e l’Iran, sosteneva, l’Europa preferisce sempre l’America. Era informatissimo. Ho parlato con lui il giorno dopo le elezioni di midterm. Era molto deluso del risultato non brillantissimo dei democratici, ma fiducioso che fra due anni Trump vada a casa. “Intanto il petrolio lo venderemo alla Cina, anche se non ci piace.

Per le strade la polizia praticamente non si vede, solo qualche militare nei bazar.

Un po’ asfissianti i controlli sulle strade, non per noi, però: ogni 50/100 km. Il nostro autista deve fermarsi e portare i suoi documenti alla stazione di polizia. Sul nostro bus privato non è mai salito un poliziotto.



Gli iraniani ci coccolano e sono il popolo più affettuoso che abbia mai visto; e di popoli ne ho visti tanti.

La pulizia regna sovrana. Primo paese dell’oriente (medio o estremo) dove si beve l’acqua del rubinetto e si mangia tranquillamente la verdura cruda.

Le strade, almeno quelle di grande comunicazione, fanno invidia alle nostre migliori.

Storia e siti archeologici stupendi.

Ma lasciatemi qualcosa per la prossima volta.

Un video sul mio viaggio potete trovarlo qui:

https://www.youtube.com/watch?v=VU98DOlHl7s

Con l’appellativo di Maschio Alfa si designa, in ogni comunità, che sia animale o umana, il maschio dominante, il leader, il capobranco. Tutti devono stare ai suoi ordini, lui comanda e gli altri obbediscono.
Negli animali la cosa è più marcata. [Per migliorare la razza] tutte le femmine tendono ad accoppiarsi con il Maschio Alfa che diventa, così, il padre di tutta la comunità.


Senza arrivare a questi casi limite il modello si riproduce anche fra gli umani che declinano l’appellativo anche in altri modi come “pesce pilota” o, ultimamente, “influencer”. Insomma, negli umani, il Maschio Alfa, uomo o donna che sia, detta la linea, è sempre sotto i riflettori, ogni sua mossa è vista al microscopio, attira fortemente [e sessualmente] le componenti del gruppo di genere complementare, in breve, è il capo riconosciuto.


Ma….
Ma ci sono risvolti più che negativi.
Nei gruppi animali, come in quelli umani, il Maschio Alfa è continuamente soggetto alle sfide di altri aspiranti Alfa che ne vogliono prendere il posto. E, per mantenere l’ascendente, non può rifiutare la sfida. E dai oggi e dai domani, dopo un po’ perde e un altro Maschio Alfa si insedia. Negli animali è un fatto solo fisico, negli umani entrano sentimenti come l’invidia, le campagne di fango, gli interessi di chi punta sul ricambio.
Sia fra gli animali sia fra gli umani i Maschi Alfa devono perdere tempo e denaro per curare il loro aspetto esteriore.


Negli animali il Maschio Alfa ha anche la funzione di difesa avanzata del branco: a lui tocca sia battersi contro nemici esterni sia contro altri Maschi Alfa che vogliono sottomettere il branco.

Al Maschio Alfa tocca anche condurre il branco fuori dai pericoli, che siano carestia, siccità, eventi atmosferici. Negli umani, nei momenti di crisi, ai maschi Alfa è imputato ogni genere di colpa è di responsabilità.
Insomma non è facile né comodo essere un maschio Alfa.


La scienza, gli etologi, stanno ora puntando l’obiettivo sul Maschio Omega, ossia chi, nel branco, non manifesta alcuna intenzione di prendere il posto del Maschio Alfa.
Posizione comoda: usufruisce dei vantaggi della protezione del Maschio Alfa di cui gode una certa benevolenza perché “giudicato inoffensivo”, consola tutti gli esemplari di genere complementare rifiutati dal Maschio Alfa, non ha l’ansia del dovere perché nessuno si aspetta qualcosa da lui, non è mai sotto i riflettori.
Vita grama? Macchè? Ha tempo per pensare, per elaborare strategie, per migliorare il suo pensiero e quello del gruppo, riuscendo spesso a migliorare lo status della collettività.
È un po’ come la differenza fra i soldato eroi al fronte che si coprono di medaglie, ma, spesso, muoiono e di cui sopravvive la memoria nei libri e sulle targhe stradali e gli oscuri strateghi, di cui nessuno conosce il nome, ma che riescono, manovrando le truppe, a vincere non la singola battaglia, ma la guerra.
Ecco, ritengo che la figura del Maschio Alfa sia come il bersaglio che serve ad attirare gli strali lasciando più liberi e sereni i Maschi Omega di pensare per il bene comune.


Poveri Maschi Alfa, io, Maschio Omega, non li invidio proprio.

Chi frequenta internet lo sa benissimo. Quasi tutti le edizioni online dei quotidiani hanno (o avevano) una graduale forma di fruizione: Potevi leggere gratis un certo numero limitato di articoli, praticamente tutti i titoli della cronaca o di gossip; ma, spesso, dopo il titolo e quattro/cinque righe, ti appariva la scritta “contenuto riservato agli abbonati”; potevi – pagando un certo canone (sui 9 euro al mese) – aver accesso ad un maggior numero di articoli online; infine, pagando una cifra superiore, potevi aver accesso all’intero quotidiano in versione integrale e in formato .pdf.

Non dimentichiamo che la visione gratuita di qualche articolo è gratuita per il lettore, ma remunerativa per il giornale che riceve il canone per le numerosissime (ed invasive) inserzioni pubblicitarie presenti sulle pagine online e sugli articoli cd. “clickbait” veri e propri articoli esca pieni zeppi di pubblicità. Numerosi siti (anche di informazione, come Open e Il Post) si reggono solo su questi introiti.

Tanto e vero che Repubblica.it, pagando una ulteriore somma aggiuntiva al canone di abbonamento, ti fa “sparire” la pubblicità, ma non gli articoli clickbait.

Tutto ciò fino a pochi giorni fa.

Da un paio di giorni appena apri il sito di Repubblica.it, o de La Stampa.it o del Corriere.it, subito un “cartello” ti impedisce di leggere i contenuti.

Il cartello dice:

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Fuori da linguaggio “accattivante”, cosa significa questo?

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Quindi, altro che giornale gratis. Il prezzo sei tu, la tua vita, le tue abitudini, la tua vita privata: se vai su un sito porno, lo sapranno, se vai sui siti di una squadra di calcio, conosceranno i tuoi interessi da tifoso, se vai su un sito di un certo partito, conosceranno i tuoi orientamenti politici, con tutti gli errori che ne conseguono. Se vai con frequenza sui siti di una certa religione, sei un fanatico, uno studioso, o un agente della polizia postale?

Avrei preferito un atteggiamento più limpido da parte degli editori: “il mio giornale è online solo a pagamento e senza cookie, io ti fornisco un servizio che tu paghi”.

Oppure, è il caso di Open e de “Il Post”, ti consentono di leggere gratuitamente il sito reggendosi solo sulle inserzioni pubblicitarie.

Non a caso oggi è obbligatorio per i siti che usano cookie indicare, oltre i tasti “accetto” o “non accetto” anche il tasto dove cliccare “continua senza accettare”.

Ho segnalato la cosa al Garante della Privacy,  che (vedi qui) si è già attivato per esaminare questa iniziativa denominata “cookie wall”.

Questo il comunicato del Garante della privacy:

Negli ultimi giorni diverse testate giornalistiche on line, siti web e aziende operanti su Internet nel settore televisivo, hanno messo in campo sistemi e filtri, che condizionano l’accesso ai contenuti alla sottoscrizione di un abbonamento (il cosiddetto paywall) o, in alternativa, al rilascio del consenso da parte degli utenti all’installazione di cookie e altri strumenti di tracciamento dei dati personali (il cosiddetto cookie wall).

L’Autorità, anche a seguito di alcune segnalazioni, sta esaminando tali iniziative alla luce del quadro normativo attuale, anche al fine di valutare l’adozione di eventuali interventi in materia.

Roma, 18 ottobre 2022

Attendiamo sviluppi. E, attenzione, di questa questione non leggerete mai nulla sui giornali e nulla sarà detto in TV. Visto che è una cosa voluta dagli editori (quasi tutti gli editori), nessun TG o giornale di proprietà di questi editori (o di editori amici: cane non mangia cane) ne parlerà mai.

P.S.: spesso mi chiamano “rompipalle” o, peggio, “cacacazzo”, ma sono del parere che il cittadino deve rimanere vigile di fronte ai soprusi. I mezzi ci sono, le Autorità di controllo, spesso imposte dall’Unione europea, ci sono, basta tampinarle un poco. E’ un piccolo sforzo, ma i risultati li dà. Posta certificata e firma digitale sono le armi del cittadino che vigila e denuncia. La posta certificata (PEC) deve essere obbligatoriamente messa a protocollo dalle autorità preposte che, se no provvede, se ne assume la responsabilità.

Non facciamo come la rana messa in pentola in acqua fredda che pian piano sale di temperatura, non se ne accorge e rimane lessa senza protestare. Protestiamo: facciamo argine ai soprusi.

Oggi voglio tornare sul tema dei rifiuti solidi urbani. Sono stato qualche mese lontano da Roma e mi è sembrato che, altrove, il problema sia un po’ meno un problema.

Ma il ritorno nella Capitale ripropone il tema in tutta la sua attualità.

Le città – in un modo o nell’altro – si organizzano, ma il tema è sempre quello: a noi cittadini vengono imposti paletti ed incombenze, ma il costo della tassa su rifiuti continua a salire.

Ci sono città che hanno ancora il sistema di raccolta a cassonetti, altre sono passate al “porta a porta” seppur non sempre con le medesime modalità.

Ogni metodo di raccolta ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Ne scriverò poi.

Ma vediamo, nella pratica come si svolge la vita di un cittadino rispettoso delle norme e che “tiene a cuore” l’ecologia e la vita del pianeta.

Io vivo a Roma. E, questo, si sa, per lo smaltimento dei rifiuti è un grosso dramma.

Io sono single e come tutti i single spesso non mangio a casa. E questo, forse non si sa, per lo smaltimento rifiuti è un piccolo dramma.

Per i non romani ricapitolo la situazione nella Capitale. Tranne che in poche parti del centro storico, non c’è la raccolta differenziata porta a porta, ma i cassonetti per le strade.

Quello marrone per l’organico, con l’obbligo dei sacchetti superbiodegradabili; quello bianco per la carta; quello blu per la plastica (non tutta) e il metallo; quello grigio per i rifiuti non riciclabili; la campana verde per il vetro (ricordatevi di non mettere anche il sacchetto nella campana).

Sorvolo sullo scempio e sui cumuli di immondizia attorno ai cassonetti non svuotati per intrattenervi sul dramma del single (ossia una persona sola) che deve dividere i suoi (pochi) rifiuti ogni giorno in cinque sacchetti diversi. Eh, sì, ogni giorno: ho una casa molto piccola e non posso tenermi i sacchetti aperti, pena l’intervento dei Vigili del fuoco per la puzza che, dopo il primo giorno, promanerebbe, spargendosi per il quartiere.

Cominciamo dal facile.

Decido di prepararmi per cena una pasta con il sugo e un hamburger vegetale. A pranzo ero fuori, ho risolto con un tramezzino per i cui rifiuti se la vedrà il bar.

Allora, prendo il pentolino per il sugo, ci metto un po’ d’olio e uno spicchio d’aglio. Le parti scartate dell’aglio mi fanno aprire un sacchetto per l’organico biodegradabile.  Mi accorgo di aver messo, forse, un po’ troppo olio e non so dove buttarlo. Nel lavello? Nel gabinetto? Pare sia vietato; bisognerebbe “conferirlo al consorzio obbligatorio olio esausto”. La legge vieta di smaltirlo nelle fogne. Ma a Roma non è previsto alcun servizio. Sono costretto a trasgredire.

Apro un barattolo di pomodori pelati. Beh, il contenitore è metallo, facile, apro un sacchetto per i rifiuti metallici, sciacquo il contenitore (acqua sprecata) e ce lo metto dentro. Vorrei condire il sugo con un po’ di capperi e di alici, così finisco quei due barattolini in vetro che ho nel frigo. Sì, li svuoto, e cerco di smaltirli. In quello che conteneva le alici c’è rimasto un dito d’olio. Non è fritto. Posso buttarlo nelle fogne? Chissà. Tutti e due son di vetro ma hanno l’etichetta di carta che dovrei staccare. Passo i due barattolini sotto l’acqua (che spreco!), ma l’etichetta sembra attaccata con una super colla. Ci rinuncio e li metto in un altro sacchetto per i rifiuti in vetro.

La pasta. L’acqua bolle e svuoto il pacco nella pentola. Mi rimane in mano una confezione vuota in plastica. Altro sacchetto, per la plastica. Ma sarà plastica riciclabile? Chissà.

Passo all’hamburger vegetale, prodotto biologico chiuso in una bolla di plastica rigida, a sua volta contenuta un involucro di carta. La carta va nella busta di carta che raccoglie altra carta. Poi, la solita domanda, la confezione a bolla di plastica dove va smaltita? Nella plastica riciclabile o nell’indifferenziata? Le scritte sulla confezione si dilungano sulle proprietà nutritive, sulle kilocalorie, ma non dicono dove gettarla.

Finisco di cenare e mi ricordo che l’indomani devo consegnare delle foto e dei documenti che ho sul computer ad un amico. Ho comprato una minuscola pennetta USB per la bisogna. Osservo la confezione: la pennetta sarà tre centimetri per uno. Ma è “affogata” in una bolla di plastica dura, a sua volta incollata su un cartoncino dove, per di più sono stampate, in minuscoli caratteri, le istruzioni d’uso. Quindi aprendo – con le forbici, con le mani non ce la faccio – la confezione perdo le istruzioni. Poco male, so come si usa la pennetta USB. Peccato, però, mi perdo l’indirizzo web del produttore che, leggo sui resti, mi avrebbe fatto scaricare gratuitamente un programmino per le immagini. Ma non divaghiamo. Ho fra le mani un rifiuto misto: resti della bolla di plastica saldamente incollati al cartoncino. Dove li butto? Uso la monetina?

Bel dilemma. Ci bevo sopra l’ultimo sorso di una bottiglia di vino che avevo in casa. Anche qui il problema di togliere l’etichetta di carta prima di smaltirla.

Sono stato solo due ore in casa e ho aperto cinque contenitori: per la plastica, per l’indifferenziata, per la carta, per il vetro, per l’organico e ho sempre il dubbio di aver diviso bene e il rimorso per l’olio fritto nello scarico.

I sacchetti di plastica che ho usato per i rifiuti, secondo me, contengono più plastica del contenuto, forse no perché ho usato una busta di carta per i rifiuti cartacei e una busta di mais per quelli organici, forse sì perché le altre buste son grosse, non ne ho altre. I sacchetti per l’immondizia sono ancora più grandi.  Insomma, spesso mi sembra – fra acqua sprecata e sacchetti per i rifiuti – di inquinare più dei rifiuti che produco. Senza contare che i sacchetti per l’organico, come si dice a Roma sono una sòla. Sono fatti di amido di mais e non reggono a tutti i rifiuti organici: provate a metterci dei limoni spremuti o avanzi di pesce o di salsa di pomodoro: dopo poco tempo si squagliano letteralmente diffondendo i rifiuti nel bidoncino domestico. Se la tua città ha ancora i cassonetti, ti sbrighi e lo butti nel cassonetto dell’organic, ma se vivi in una città che raccoglie l’organico ogni 2/3 giorni non puoi usare i sacchetti di mais, pena l’impestamento di tutta la tua casa.

Ora i sacchetti sono pieni. Bisogna smaltirli. Il come dipende dalla tua città.

Se è attiva la raccolta porta a porta, dovrai portare al portone o mettere nel secchione condominiale il sacchetto corrispondente alla raccolta di quel giorno e tenerti gli altri sacchetti in casa “in attesa che venga quel giorno” in cui saranno raccolti. Devi avere almeno un balconcino dove accumularli, specialmente se sei una famiglia numerosa. Sacchetti ben chiusi, mi raccomando, perché la plastica, la carta con residui di cibo puzza. E puzza tanto.

Se invece ci sono ancora i cassonetti, devi scendere con due tre sacchetti e gettarli nel cassonetto corrispondente.

Ho scritto prima che ambedue i sistemi hanno pregi e difetti.

La raccolta porta a porta ha – come ho già scritto – il grave difetto di non permetterti di svuotare tutti i rifiuti nello stesso giorno e ti impone di possedere uno spazio per lo stoccaggio dei rifiuti in attesa che arrivi il giorno giusto. Non sia mai che, nel giorno dedicato ai rifiuti organici tu debba partire dopo pranzo: il sacchetto dove e quando lo getti? Rimarrà a casa tua fino al prossimo turno. Un po’ come, nel Monopoli, andare in prigione senza passare dal via. I cassonetti sono senz’altro più comodi, a patto che vengano svuotati e vengano svuotati da autocompattatori che rispettino la destinazione specifica dei rifiuti.

Vi racconto “una cosa di Roma”. Fino a qualche anno fa, gli autocompattatori erano autocarri con un equipaggio di tre persone: uno alla guida e due che posizionavano i cassonetti, provvedendo anche al “carico” dei sacchetti eventualmente caduti dai cassonetti.

Oggi no. L’autocompattatore conta il solo autista che, con l’ausilio di una telecamera, si posiziona a fianco del cassonetto prescelto e, tramite bracci meccanici, carica il cassonetto e lo svuota nell’ampio contenitore. Questo in teoria, perché i bracci meccanici non pare funzionino molto bene: non si contano i cassonetti che cadono da tre metri di altezza e i sacchetti che dai cassonetti non vanno a finire nell’autocompattatore, bensì si spargono per terra. Tanto che è necessario un secondo passaggio di autocarro più piccolo con cassone scoperto con equipaggio di due/tre persone con il compito di raccogliere i sacchetti sparsi (e gettati alla rinfusa nel cassone senza riguardo al contenuto) e di rialzare i cassonetti caduti e (molto) ammaccati.

Non ho finito. Non esiste un concetto univoco di cosa mettere nei sacchetti. Faccio qualche esempio. Qualche città continua a definire i rifiuti derivanti dagli alimenti come “organico”. Altri allargano il concetto di questi rifiuti allargandolo ai rifiuti “compostabili” senza comunque avere una definizione univoca. Faccio un esempio: la carta va conferita con la carta solo se è pulita. I contenitori per le pizze, tanto per fare un esempio, si possono conferire con la carta solo se non ci sono residui di pomodoro o mozzarella, se no vanno nel compostabile, ma solo se c’è l’apposita scritta.

La plastica. La plastica non va tutta nella plastica, ma solo i “contenitori”. Approfondendo la questione si scopre che la plastica riciclabile è solo quella per la quale i produttori pagano il contributo al consorzio per lo smaltimento. Questione di soldi, quindi. Infatti – fino a qualche tempo fa – forchette, coltelli e piatti di plastica – non si potevano inserire nello smaltimento “plastica”. Ora sì perché si sono aggiustati con il suddetto consorzio.

Meno male che c’è Sant’Indifferenziato. Secondo le varie “istruzioni per l’uso” distribuite dai Comuni non è ben chiaro cosa sia l’indifferenziato, se non la categoria residuale dopo aver escusso quella della carta, della plastica/metallo, dell’organico/compostabile e della carta. Ma cosa sia in concreto nessuno lo sa: oggetti i cui componenti di plastica e metallo non siano separabili? Oggetti i cui produttori non si siano “aggiustati” con il Consorzio? Molto pragmaticamente, gli utenti intendono che “indifferenziato” siano tutti i rifiuti non differenziati, ossia tutto insieme (grande valvola di sfogo).

Come si è visto non è un problema di semplice risoluzione, anzi, più si va avanti al grido “salviamo il pianeta” più il problema dei rifiuti si aggrava, con la risalita esponenziale della TARI e la sporcizia che regna per le strade.

Ma non c’è un altro modo? Una differenziazione a valle, per esempio? Una norma che intervenga sul Packaging, imponendo che esso non contenga plastica o altre sostanze inquinanti, che siano vietate le “bolle di plastica” usate per contenere le pennette USB in bella mostra sugli scaffali dei negozi?

Mi ricordo che, quando ero bambino, e in casa eravamo in cinque, non si riempiva più di un secchio al giorno con tutti i rifiuti. Mi ricordo che il latte era venduto in bottiglie di vetro con il “vuoto a rendere”, ossia dovevi riportare le bottiglie vuote se non volevi pagare il costo della bottiglia. Stesso discorso per l’acqua minerale, comunque appannaggio di pochi: si beveva l’acqua del rubinetto; le bottiglie di plastica semplicemente NON esistevano.

Le persone diversamente giovani ricorderanno che quello che ora fanno negozi “ecologici” era la normalità cinquanta anni fa: la pasta, i fagioli, praticamente ogni cosa, erano venduti a peso o a quantità, senza il rutilante packaging odierno. Meno contenitori meno rifiuti.

Lascio a voi queste note. Sarei felice di conoscere cosa ne pensiate.

Tavolini e dehors. È un incubo! Io capisco che i ristoratori durante il Covid abbiano avuto seri danni e potrei anche essere d’accordo che, con i tavolini per strada, la città possa guadagnare in allegria.
Ma a tutto c’è un limite. Come a Roma, anche le strade di Salerno, mia città di origine, si sono trasformate in una unica distesa di tavolini, intralciare il normale scorrimento pedonale.


Queste sono due fotografie del vicolo di Santa Maria de domno, vicolo stretto, ma importante perché mette in comunicazione la parte bassa (lungomare) di Salerno con la parte alta (centro storico). Come si vede, non si riesce neppure a camminare. E c’è di peggio: le fotografie non rendono l’inquinamento acustico derivante dalla musica a palla diffusa (chissà perché) dai gestori dei ristoranti. Anche il riposo notturno è precluso.

Vi siete accorti che lo slogan di questa campagna elettorale è GRATIS?
Sì, tutto è gratis. La diminuzione delle tasse è gratis perché si autofinanzia da sola. Se vi volete rifare la casa è gratis perché noi non vi diamo il 100%, bensì il 110%. Vi facciamo andare in pensione prima ed è gratis perché i costi saranno sostenuti dalla maggiore (?) occupazione. Le pensioni minime saranno aumentate a 1000 euro ed è gratis perché i maggiori costi saranno compensati dalle maggiori spese che i pensionati faranno con questo maggiore introito.

E, poi, c’è la madre di tutte le coperture: il maggiore introito derivante dalla strenua lotta all’evasione fiscale!
Tutto gratis. I soldi basta sotterrarli che cresceranno sugli alberi, come in Pinocchio.
Il reddito di cittadinanza non costa nulla perché i percettori di tale reddito lo spendono e così il PIL aumenta.
Ci crediamo tutti, vero?
Direi di sì. Ormai è dalla discesa in campo dell’uomo di Arcore che, come babbei, abbocchiamo all’amo.

https://www.amazon.it/dp/B0B9CHBCQ6/

Ormai “ridurre i consumi di energia” è il mantra che si sente ogni giorno. Ridurre la dipendenza di gas dalla Russia. Consumare di meno per sfuggire alla speculazione, anche essa responsabile dell’impennata dei prezzi delle bollette, ormai poco sostenibili.

Mettere un tetto al prezzo del gas contraddicendo tutta la filosofia mercantilistica dell’Unione europea?

Razionare il gas o l’energia elettrica?

L’Unica “certezza” che trapela da Palazzo Chigi è la riduzione della temperatura a 19 gradi negli uffici pubblici e nelle abitazioni private, nonché la riduzione di un’ora sul massimo dell’accensione dei termosifoni e, anche negli appartamenti privati, la riduzione di uno – due gradi. Inoltre è ipotizzato una diminuzione della illuminazione pubblica (stradale, vetrine, insegne)

Secondo il Governo, attuando queste misure, l’impatto della carenza di gas (e, conseguentemente di elettricità) potrà essere mitigato a livelli più sostenibili.

Badate che la questione è più seria del solito. Non si tratta solo caro prezzi. Se così fosse chi ha soldi paga, chi non ha soldi non si riscalda o ha sussidi dal Governo.

In questo caso si tratta di carenza di materia prima. Non siamo più in un sistema a risorse infinite. Se l’anno scorso abbiamo consumato, poniamo, 100, quest’anno dobbiamo acconciarci a consumare 60. Consumare 61 non sarà possibile, perché la torta è finita: c’è solo il razionamento.

Ma queste misure saranno effettivamente applicate? Potranno esserci controlli? Secondo me, no.

Quali sono le norme attuali?

Come è noto, il territorio nazionale è suddiviso in sei zone in funzione delle temperature medie annue: si va dalla zona A, più mite, fino alla zona F, dove è possibile tenere accesi i riscaldamenti anche per tutto l’anno. Per conoscere date e fasce orarie in cui è possibile accendere gli impianti termici in relazione alla propria zona climatica di appartenenza, ci si riferisce ai dati della tabella A allegata al D.P.R. n. 412/’93. Una volta individuata la lettera di appartenenza, nel rispetto della legge vigente, ci si dovrà attenere alle relative date di messa in funzione degli impianti. In base alla propria zona climatica, si provvederà alla relativa manutenzione in tempo per l’accensione degli impianti termici.

orari di accensione per zone climatiche

Per sapere a quali località corrispondono le zone climatiche cliccare qui: https://www.pmi.it/pubblica-amministrazione/riforma-pa/181442/confedilizia-online-orari-per-riscaldamenti.html

E, all’interno di ogni fascia, non possono essere superati i 20 gradi centigradi.

Questa è la teoria. Passiamo ora alla pratica.

  La prima obiezione è che non esiste un termostato in ogni stanza per verificare la temperatura. Nella maggior parte dei casi la temperatura potrà essere rilevata all’origine, con parecchia diminuzione della temperatura stessa nelle ultime stanze servite.

termosifoni

Andiamo con ordine: uffici pubblici. Nella mia vita lavorativa ne ho frequentati parecchi. In situazioni normali la differenza di temperatura fra i vari ambienti è notevole e ben superiore ai due gradi. C’è sempre la stanza più fredda in cui nessuno vuol lavorare e quella troppo calda dove si suda e non si lavora.

Un impianto termico immette acqua calda in tubi di un edificio che può avere anche centinaia di elementi radianti. Ovviamente il primo elemento radiante riceverà acqua appena uscita da brucatore e, quindi, molto calda. Gli ultimi riceveranno acqua pressoché tiepida perché posti alla estremità opposta della colonna montante rispetto al bruciatore.

Quale temperatura rilevare? Obbligo di spegnimento preventivo dei radiatori posti più vicino al bruciatore? Estensione dell’orario per quelli posti più lontano? Qualcuno sarà addetto al controllo?

Nei condomini privati con impianto centralizzato la situazione è analoga. Ognuno di noi è testimone delle liti in assemblea perché il calore non arriva oppure ne arriva troppo.

Per esperienza personale, poso dire che i miei termosifoni (secondo piano) sono pienamente caldi quasi due ore dopo l’accensione del bruciatore posto sulla sommità del palazzo (cinque piani). Quindi io ho già due ore in meno di riscalamento giornaliero rispetto a chi abita al quinto piano, proprio sotto il bruciatore.

La situazione è mutata qualche anno fa con l’introduzione dei contabilizzatori di calore posti su ogni elemento radiante. I contabilizzatori di calore sono apparecchietti che registrano il reale consumo energetico, in questo modo consente a ogni unità immobiliare collegata all’impianto centralizzato di pagare soltanto la quantità di energia utilizzata. Le valvole termostatiche, invece, permettono di gestire la temperatura, usando un’apposita manopola per impostare un valore da 1 a 5 per aumentare o diminuire il calore trasmesso dal termosifone.

termometro

Ma non ci siamo con le direttive del Governo: anche i contabilizzatori di calore possono incidere in modo approssimativo sulla temperatura (cosa diversa dalla quantità di calore). Abito a Roma: vi assicuro che i 20 gradi  (visualizzati da un termometro mio estraneo all’impianto che non ne possiede di suo) vengono raggiunti  solo dopo ore di accensione  con la manopola a 5.

I numeri da 1 a 5 sulla manopola servono a poco: con 1 o 2 o 3 sono appena tiepidi e ben lontani dai 19 gradi previsti.

Per gli impianti autonomi negli appartamenti, ovviamente, il rispetto della temperatura e degli orari è rimessa solo al buon senso del proprietario. Non mi risulta che vengono fatti controlli con termometro negli appartamenti.

Passiamo all’illuminazione pubblica. Gli ultimi giorni sono stati pieni di investimenti di pedoni e ciclisti sulle strade per diminuire ulteriormente il livello dell’illuminazione pubblica.

Poi, non facciamo di ogni erba un fascio: ci sono città già risparmiose che hanno sostituito tutta l’illuminazione pubblica con lampade a LED, notoriamente pochissimo voraci di energia. E ci sono città che mantengono la vorace illuminazione con lampade al sodio o a addirittura a incandescenza, specialmente nei centri storici.

Il taglio orario e di intensità riguarderà tutti i sistemi indiscriminatamente?

Insegne pubbliche o vetrine: sì consumano, ma contribuiscono efficacemente alla carenza dell’illuminazione pubblica, spesso nascosta dalle fronde degli alberi e aumentano la sicurezza dei passanti.

L’unica norma con qualche efficacia sarebbe l’obbligo, per i negozi, di tenere la porta chiusa per evitare dispersioni di calore. Norma osteggiata dagli esercenti, sia per areazione anti-Covid sia per non far sembrare il negozio chiuso.

Con queste premesse ritengo, purtroppo, che le misure annunciate dal Governo siano la solita legge manifesto senza conseguenze pratiche.

Prepariamoci al gelido inverno che ci attende, senza dimenticare la crisi idrica.

La polemica sulla opportunità di rimuovere o meno i simboli di un passato negativo non è solo in America (ne ho scritto diverse volte: “La storia non può essere cancellata”, ”C’era una volta l’America”, “Non guardiamo ieri con gli occhi di oggi”) ma, complici le elezioni politiche del 25 settembre 2022 che – a dire di alcuni – potrebbero riportare il fascismo in Italia, è approdato  anche nel nostro Paese.

Crescono i fautori della cancellazione dei simboli di quel ventennio oscuro di dittatura, come se i simboli, da soli, potessero decidere l’orientamento politico italiano o la sopravvivenza o meno della nostra democrazia.

Ci pensavo ieri, durante una passeggiata in montagna, in Campania, fra Montella e Acerno c’è una cascata, una chiusa e un ponte che chiaramente riporta ancora le insegne dei fasci littori. Più precisamente si tratta del “Sentiero dello Scorzella a Montella” che parte dal Km.40,800 della S.S: 164 (sentiero CAI 141) e corre – dopo la chiusa – lungo un torrente che, in estate, si percorre con scarpette da fiume e costume da bagno. Ieri il tempo era pessimo, ma in una bella giornata estiva, piena di sole, il percorso in acqua, ombroso, è molto invitante.

Vicino alla chiusa si trova un ponte, costruito chiaramente durante il ventennio fascista, come si vede chiaramente dai fasci littori ai lati e dalla scritta A. XVII (ossia anno 17° dell’era fascista)

ponte di epoca fascista vicino Montella (AV)
Chiusa e ponte di epoca fascista

È un quadro magnifico di un’opera idraulica costruita in Italia fra il 28 ottobre 1938-e il 27 ottobre 1939. E’ datata secondo un calendario diverso da quello consueto (per noi) che parte dalla (presunta) nascita di Cristo. Ci sono tanti calendari sulla terra.

Ma, ovviamente, il punto non è questo. Il punto è che – secondo alcuni – quei simboli debbono essere rimossi.

Mi domando se quei simboli debbano scontare una colpa per il solo fatto di esser nati, ossia di esser stati scolpiti. Mi domando se quei simboli abbiano davvero il magico potere di influenzare il corso della politica italiana, di riportarci verso il fascismo o di favorirne la rinascita.

Per me è solo un ponte che, come il Colosseo o la Basilica di San Pietro porta su di sé i segni dell’epoca in cui fu edificato. Togliere quei simboli vorrebbe dire deturpare inutilmente un manufatto che ha un suo indubbio fascino del tutto indipendente dal periodo politico in cui fu costruito.

Scommetto che pochissimi fra i lettori di questo post ne conosce l’esistenza e che nessuno verrebbe influenzato da tale opera nell’espressione del voto.

Ma in Italia di simboli che richiamano quel periodo buio ce ne sono a bizzeffe e che solo le persone che ragionano per ideologia e non con razionalità vorrebbero abbattere.

Ne voglio citare due esempi, uno eclatante e famosissimo e un altro diffusissimo per quantità ma completamente sconosciuto nella specifica particolarità.

Partiamo da un obelisco. Roma è la città degli obelischi, moti trasportati dall’Egitto, altri edificati ai tempi dell’Impero. Uno, famosissimo, si trova al Foro Italico proprio vicinissimo allo Stadio Olimpico e per tutta la sua lunghezza, oltre 17 metri, porta incisa, in caratteri cubitali, la scritta “MUSSOLINI DUX”. È lì da 1932; talvolta qualcuno, da ultimo Laura Boldrini, quando era Presidente della Camera, propose di togliere via la “frase incriminata”. Non ci fu seguito dopo le giuste obiezioni di storici ed architetti. Posso citare lo storico Vittorio Vidotto che non può essere certo tacciato di vicinanza al Fascismo.

Vidotto, in una intervista al quotidiano “il Foglio”, spiega perché non bisogna abbatterei simboli della nostra Storia, buona o cattiva che sia, e che non sono i simboli a fare la storia, tanto che il Partito Comunista Italiano celebrò proprio al Foro italico, sotto quell’obelisco, la festa per il ritorno all’attività politica di Palmiro Togliatti dopo l’attentato, dimostrando che le scritte del ventennio, di cui Roma è piena, non smuovono voti.

obelisco del Foro italico

L’obelisco, poi, entra anche nel campo dell’esoterismo. Due studiosi, Bettina Reitz-Joosse dell’università di Groninga e Han Lamers dell’università di Lovanio hanno rivelato qualche anno fa, come riporta questo articolo di Repubblica, che hanno studiato e tradotto il cosiddetto “Codex Fori Mussolini” sepolto sotto la base dell’obelisco. Gli studiosi, prendendo dati e scritti da altre fonti, hanno rivelato un messaggio non diretto ai contemporanei, bensì una specie di “capsula del tempo” destinata a raccontare la Genesi del Foro italico e del fascismo una volta che l’obelisco, e quindi il Regime, fosse stato abbattuto.

obelisco al Foro italico

L’altro esempio è sotto i nostri occhi, da anni ed anni ed anni; ci camminiamo letteralmente sopra. Fateci caso, allora: quando mettete i piedi su una delle pesanti chiuse in ghisa dei tombini stradali:  quanti di essi hanno , sopra, simboli fascisti? Tanti, ve lo assicuro. Nessuno ha mai pensato di buttare via i soldi per sostituire quelle chiuse finché svolgono il loro dovere. Ma non solo tombini, anche fontane, come i celebri “nasoni” di Roma.

chiusa di tombino a Pomezia
“nasone” con fascio littorio
chiusa di tombino

Secondo voi la permanenza di queste chiuse o di queste fontane può spostare voti o indirizzare la nostra democrazia verso il ritorno del fascismo?

Ritengo proprio di no. La democrazia l’hanno riconquistata i nostri padri e i nostri nonni e tocca noi, a noi persone, difenderla. I simboli sono innocenti, a meno di non fare come nel celeberrimo romanzo di George Orwell, 1984, in cui la Storia veniva continuamente riscritta per adattarla alle contingenze del regime.

I simboli sono parte di noi, della storia della nazione, dell’umanità. Fungono da ricordi, perché il ricordo di quanto è accaduto serva da esempio se buono, da monito se cattivo.

Stiamo già assistendo ad una profonda manipolazione della Storia (sì, con la S maiuscola) e non ce ne accorgiamo. Quando non sappiamo qualcosa, ci rivolgiamo ad internet ed alla sua sterminata memoria e non ci accorgiamo che, se non sono copie e/o riproduzioni, su internet la grandissima massa di documenti non è più anziano del 1991, perché, prima, internet era appannaggio solo delle università e di un ristretto numero di professori, studenti e ricercatori.

Pochi sanno che il prefisso www. (= world wide web) che, ora, Google ha anche tolto di mezzo nelle ricerche perché si dà per scontato, era solo uno – ed il più recente – prefisso degli indirizzi di internet. Parole come Gopher, Archie, WAIS , Veronica e BBS sono nomi che agli attuali utilizzatori di internet dicono poco e nulla, eppure essi erano internet prima dell’avvento del web.

Se a questa carenza aggiungiamo anche l’abolizione di simboli che ci ricordano il nostro passato, allora avremo un eterno presente in cui una esperienza passata viene subito dimenticata e non potrà poi servire al progresso dell’umanità che proprio sulle esperienze si basa.

Se un simbolo ricorda una esperienza negativa (negativa per l’epoca attuale, per quella passata non lo era, per quella futura non si sa), basta citarla, basta contestualizzarla, come, per esempio ponendo una targa che ricordi quanti crimini furono allora commessi e come siamo orgogliosi di aver superato quell’epoca.

Vengono stravolte anche parole neutre che mai avremmo pensato avessero una connotazione negativa.

Fino a pochi anni fa, in corretto italiano, una persona dalla pelle scura era detto “negro” senza alcuna connotazione negativa. Parola neutra. Oggi, dall’altra parte dell’Atlantico, da quell’America impazzita ci vien detto che, da loro, la corrispondente parola inglese “nigger” è una parola vietata perché razzista e neppure noi dobbiamo usarla.

Si rischia il ridicolo come in quella partita internazionale in cui al “quarto uomo” dell’UEFA, un rumeno fu chiesto chi avesse commesso il fallo. Lui , innocentemente rispose, in rumeno rispose ,” quello lì col numero x, quello negro”, senza alcuna connotazione razzista. L’hanno sospeso.

Come dico spesso, cerchiamo di ragionale con la testa e non con la pancia, di pensare col nostro cervello prima di parlare e non scimmiottare i post interessati dei social.

Io la penso come Umberto Eco:

Umberto Eco e i social

I simboli non spostano voti.

Sì, va tutto bene.

Sono solo quei quattro pennivendoli di Repubblica, Corriere, Sole24ore, La Stampa, Open, La Nazione, Avvenire e Osservatore Romano che lanciano allarmi a vanvera.

Questa mania della sinistra (sì, è solo la sinistra che vede sempre nero per mettere più tasse) di essere pessimista per rovinarci le vacanze è veramente di pessimo gusto.

Ma di che si dovrebbe preoccupare la gente? È tutto già scritto e preordinato: il banchiere cattivo che non voleva sentirne di scostamenti di bilancio è stato cacciato. Finalmente il popolo sovrano potrà esprimersi liberamente nelle urne (beh, proprio liberamente no, troppa libertà fa male, meglio non lasciargli scegliere i candidati, troppo stress, meglio dargli il pacchetto già chiuso con le liste bloccate. Vuoi mettere? Gli togliamo l’ansia del dover scegliere, di doversi informare su chi sono i candidati etc. etc).

La campagna elettorale sarà sotto l’ombrellone, gente allegramente in spiaggia o in montagna. Che non leggerà i giornali, che non vedrà neppure i talk show politici. Tanto ci sono sempre le stesse facce. Gli togliamo anche questo stress.

Poi la TV e la radio e i giornali, da sempre in mano a quei contafrottole della sinistra, è meglio leggerli il meno possibile: si ci rovina l’umore e l’appetito.

Sempre le solite notizie spaventevoli: le agenzie di rating relegano i nostri btp a spazzatura, il debito pubblico è in veloce risalita, le bollette del gas e dell’elettricità triplicano, l’inflazione e quasi al 10% e si mangerà i nostri risparmi, ma li abbiamo già spesi, quindi di che ci preoccupiamo? È cosa di niente

La siccità ha prosciugato il Po e mandato in malora coltivazioni e allevamenti? Ma ora piove, di che preoccuparsi? Forse piove un pochino troppo e con violenza, provocando frane e allagamenti, ma, via, non sottiliziamo: volevamo la pioggia e la pioggia è arrivata. Troppa? È cosa di niente.

Sì, è meglio che gli italiani non leggano queste brutte notizie

La verità è le belle notizie gliele diamo noi. Li avete visti i programmi dei partiti che vinceranno le elezioni, cioè noi?

Niente più mascherine, niente più vaccini (i giovani se la cavano con tre giorni di febbre, i vecchi hanno già fatto la loro vita, morire è cosa di niente), mai più green pass. E, poi, vogliamo affrontare i grandi temi economici? Via il reddito di cittadinanza che ha prodotto solo sfaccendati; perché lavorare fino a 67 anni? Tutti in pensione a 60 anni, o anche a 59 per chi si fa raccomandare.

La sinistra cattivona vuole finanziare il lavoro dei giovani con una tassa sulle grandi successioni. Che porcata! Basta abbassare tutte le tasse, anzi lasciarne una sola al 15% oppure al 22% secondo l’umore di chi la propone. Così i ricchi pagheranno meno tasse e potranno reinvestire quanto non pagato in nuovi posti di lavoro. I poveracci pagheranno un pochino di più, ma non c’è da preoccuparsi: tanto neppure prima avevano soldi. È cosa di niente.

Sì, vabbè, l’unione europea farà la voce grossa, minaccerà sfracelli, ma ci sarà un nuovo whatever it takes che ci salva. Ah, no? Le regole sono cambiate? L’ombrello protettivo si apre solo per chi ha i conti in ordine?

Di che preoccuparci? Minacceremo di andarcene dalla UE e cambieranno registro. Ah, no? Non c’è da preoccuparci. Ce ne andremo davvero da euro e Unione. Come, prima di andar via dovremo restituire tutti i prestiti avuti, da ultimo i 200 miliardi del Recovery Fund? E che vuoi che sia, non li restituiamo e ce ne andremo sbattendo la porta.

Cosa? La sinistra cattivona dice che così facendo ci isoletebbero peggio di Putin? E che vuoi che sia? A parte che Putin, il grande stratega, anzi Putin il grande (sia lode a lui) sta benissimo e in ottima forma, la autarchia l’abbiamo già sperimentata. È cosa di niente!

Non abbiamo gas per riscaldarci e cucinare? Ma metteremo un maglione in più e mangeremo dietetiche insalate; le docce fredde, poi, tonificano il corpo. Freddo? È cosa di niente.

Non abbiamo petrolio per le auto? Saremo tutti atleti correndo a piedi.

Utilizzeremo piacevolmente il tempo libero coltivando un piccolo orticello sul balcone. Vedete che va tutto bene?

Vi mandiamoun caro ed affettuoso saluto dal nostro scranno del Parlamento dove voi ci avete eletti e da dove possiamo guardare, con tutti i privilegi connessi, con sereno distacco alla vita quotidiana di voi poveri servi che vi bevete ogni frottola come se fosse un bicchiere d’acqua.

Ciao, va tutto bene!

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