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Sanità Lazio. Secondo me bisogna riferire non solo le magagne della Pubblica amministrazione, ma anche le sue efficienze. Quest’anno era fortemente raccomandata sia la vaccinazione antinfluenzale, sia quella antipneumococco (polmonite). Ebbene verso la fine di ottobre il mio medico di base mi ha vaccinato contro l’influenza, Siccome l’ASL non gli aveva mandato i vaccini per il pneumococco, sono andato sul sito dell’ASL Roma 2 dove ho prenotato il vaccino: mi hanno dato appuntamento dopo un mese il tal giorno e alla tale ora. Ci sono andato, avevano gli elenchi pronti subito mi hanno vaccinato. Sarò stato in ambulatorio non più di 7-8 minuti. Una buona prova di efficienza. Grazie.

Anche novembre inizia la sua ultima settimana. Il tempo è Clemente, almeno qui a Roma. Cielo blu e sole. Le temperature sono scese, la mattina siamo sotto i 10 gradi, ma pian piano il tepore del sole vince i primi freddi dell’inverno, invita ad uscire. Stamattina sono andato al mare, ad Ostia. Passeggiata, odore di mare, sole tiepido.
Ancora in po’ di sole nel primissimo pomeriggio al parco della Caffarella, ma già alle 16 il sole comincia a declinare.
Si torna a casa e comincia la noia. Quello che il Coronavirus ha colpito è la socialità che ci siamo costruiti durante una vita.
Una socialità fatta di rituali per lo più pomeridiani e serali. Un giro di telefonate, si esce, si va al ristorante, al cinema, in pizzeria, a casa di qualcuno.
Si sta vicino, la pacca sulla spalla, l’abbraccio, il bacetto di saluto.
Tutto questo non c’è più.
Non vale neppure la pena di uscire la sera, per chi può farlo. Bar e ristoranti chiusi alle 18:00, se non in permanenza secondo il colore della regione. Strade deserte o, al contrario, il sabato e la domenica affollate al limite dell’assembramento quando la massa della gente in regione gialla o arancione si concede, tutta insieme, l’ora d’aria.
Capisco la rabbia dei negozianti: se non vendono non mangiano. E si sta creando un pericoloso livore verso la categoria dei dipendenti pubblici che, secondo molti, in questa pandemia, correndo comunque lo stipendio, non hanno perso alcunché. Peccato che chi pensa ad una dura patrimoniale sui dipendenti pubblici per “riequilibrare” la situazione, dimentica che è proprio con le tasse sempre pagate come prima, senza alcuna diminuzione, dai dipendenti pubblici, lo Stato ha messo in campo le decine di miliardi di euro destinati ai ristori verso le categorie che hanno visto crollare i guadagni, non  sempre trasparenti verso il fisco.
Non è il caso di metter su una guerra fra poveri o di cavalcare la rabbia per meri fini politici come qualcuno sta già facendo perché, purtroppo, nel 2020, come nel 1300 ai tempi di Boccaccio e del Decamerone, l’unico rimedio contro la pandemia è il medesimo “INCONTRARE MENO PERSONE POSSIBILE” per evitare contagi, specialmente oggi, quando, ci dicono, il 50% dei portatori del virus è asintomatico, ma ben può infettare.
Mentre comprendo chi ha perso il lavoro o la possibilità di lavorare, mi fan rabbia le persone che, molto seriamente, si lamentano del “fastidio” delle mascherine, di non poter celebrare il rito dell’aperitivo, di esser deprivata del “diritto” di sciare. A costoro vorrei ricordare cosa ha passato la generazione dei nostri padri: mentre erano a scuola suonava una sirena e dovevano correre nel più vicino rifugio antiaereo dal quale non sapevano se sarebbero usciti vivi e, se uscivano, non sapevano se avrebbero ritrovato vivi i loro cari. Agli spritz-dipendenti vorrei ricordare che negli anni 1943/1944 in alcune parti d’Italia si era fortunati se la sera si trovava una zuppa di bucce di piselli e, in altre parti d’Italia, la fortuna era riuscire ad evitare le retate dei nazisti. Eppure questa generazione, cresciuta nelle privazioni, è stata capace di creare il “miracolo economico” degli anni sessanta, l’unico che la nostra Italia ricordi.
Un altro “dibattito quotidiano” riguarda il pranzo di Natale. A parte che non so cosa ci sia da festeggiare con oltre 50.000 persone morte (e non solo anziani con “patologie pregresse”) che non potranno più festeggiare alcun Natale. Non voglio entrare nel dibattito, troppi ne parlano. Solo due considerazioni brevissime. Ogni tradizione natalizia nostrana è completamente contraria al contenimento del virus. Meno “festeggeremo” questo Natale, più persone festegganno i prossimi natale.
Non siamo più al buio. Le cifre della seconda ondata stanno, sia pur molto lentamente, scendendo. E scenderanno più velocemente quando, da gennaio, cominceranno le vaccinazioni. L’estate, come questo anno, se non ripeteremo gli errori fatti qualche mese fa, contribuirà anch’essa alla discesa degli indici e quando, presumibilmente verso la fine del prossimo settembre saremo tutti vaccinati, potremo cominciare a respirare, ad abbracciarci di nuovo, a riscoprire il gusto di una pizza con gli amici e la parola “assembramento” non ci farà più paura. Ma tutto ciò avverrà se ORA continuiamo ad avere comportamenti corretti, se ci comportiamo in modo da evitare il più possibile contatti potenzialmente pericolosi.
No, non è il premio in un’altra vita promesso da tante religioni ai credenti che seguono i loro precetti. È una realtà ben concreta, il ritorno alla normalità non fra chissà quando, ma fra meno di un anno.
Vale la pena di usare ORA comportamenti corretti?
Sì, lo so, ho fatto un pippone, ma l’imbrunire induce a pensieri non sempre allegri. Ma non la speranza, bensì la certezza che, come la peste del Decameron, anche questa merdaccia di Coronavirus sarà superata.
Forza e coraggio!

Oggi come allora

Dallas, 22 novembre come oggi. 57 anni fa.

Un corteo, un’auto scoperta, una coppia di successo, non solo politico.

Un uomo, un presidente di una grande nazione, lanciato verso la riconferma del mandato.

Tre pallottole.

Un sogno spezzato.

Manca qualcosa?

Sì, la verità.

Io non capisco, non capisco proprio. I dati sul Coronavirus oggi sono da tragedia: 37.809 nuovi casi, 446 morti, terapie intensive al collasso. Malati messi fra i banchi delle chiese. Molto peggio della scorsa primavera.

Eppure le Regioni continuano a battagliare contro il Governo. Proprio le stesse Regioni che, meno di un anno fa pretendevano l’autonomia più completa e differenziata, ora, in barba alla legge sul Servizio Sanitario nazionale, pretendono che sia il Governo centrale a prendere le odiose decisioni di chiusura. Non solo questo, le Regioni pretendono che, a fronte di situazioni oggettivamente diverse fra le Regioni, il Governo debba attuare misure omogenee, uguali per tutte le regioni, in modo da non poter distinguere fra Regioni “buone” o “cattive”.

A me sembra troppo. Sembra una speculazione politica sulla pelle di noi cittadini. Una battaglia che, in questo momento di tragedia, non ha alcun fondamento.

Ovviamente Lega e Fratelli d’Italia soffiano sul fuoco. Senza fare proposte concrete, bombardano il governo di accuse assurde. Lo hanno dileggiato durante tutta l’estate al grido “IL COVID è clinicamente morto!”, “Basta Stato di emergenza” e, ora, accusano il Governo di non prendere misure univoche e stringenti.

Maledetta sia la riforma del Titolo V della Costituzione che, con la modifica dell’art. 117 dà allo Stato e alle Regioni la competenza concorrente in materia sanitaria. Oggi le Regioni se ne approfittano per pretendere autonomia quando fa loro comodo e per scaricare sul Governo centrale le responsabilità quando si tratta di prendere decisioni impopolari.

È un balletto che deve finire. Quando la pandemia sarà finita, bisognerà porre mano alla nuova riforma dell’art. 117 della Costituzione e porre un punto fermo alla competenza fra Stato e Regioni per evitare questi orrendi balletti.

Invito tutti i lettori a riconsiderare chi votare alle prossime elezioni regionali. Di questi buffoni ne abbiamo piene le tasche.

In questa ultima parte, dopo la storia del numero dei parlamentari nella Costituzione, delle ragioni addotte (e smentite) dai promotori sull’asserito risparmio, e del presunto troppo elevato numero di parlamentari italiani rispetto agli altri Paesi descritti nei post precedenti, cercherò di spiegare i “guasti nascosti” che la riduzione dei parlamentari porterebbe al sistema costituzionale italiano.

Il primo problema che la riforma proposta porta al sistema è l’aumento del deficit di rappresentatività. Se in Italia gli elettori alla data del referendum sono 51.559.898 (fonte Viminale) significa che ora c’è un deputato per ogni 81.000 elettori e un senatore per ogni 163.000 elettori. Se dovesse vincere il Sì ci sarà un deputato per ogni 128.000 elettore e un senatore per ogni 257.000 elettori. Questo è un dato di fatto. La nostra è una democrazia rappresentativa che si rispecchia nel Parlamento e, con la possibile vittoria del SI’, il Parlamento sarebbe molto meno rappresentativo del corpo elettorale. Tenete a mente questi numeri perché ci torneremo.

Molti studi hanno dimostrato che non cambiando il sistema elettorale (infatti il referendum cambia solo il numero dei parlamentari) ci sarebbero molte distorsioni all’interno delle circoscrizioni e dei collegi con regioni che eleggeranno un numero di parlamentari, in rapporto all’elettorato, inferiore a quello eletto in altre regioni. Per farla facile, ci sarebbero regioni che conteranno più di altre regioni. Bisognerebbe correggere subito questa distorsione: non è possibile che lo stesso numero di elettori di una regione elegga un minor numero di rappresentanti. Non entro nel merito di questi tecnicismi, pur importanti, ma voglio evidenziare un altro aspetto, secondo me, molto più grave.

In Italia, in pratica, non c’è un sistema elettorale o, meglio, cambia ad ogni consultazione: Mattarellum, porcellum, rosatellum ed, ora, un innominato sistema proporzionale con sbarramento che, comunque, stenta a vedere la luce e giace, come proposta indefinita presso le Commissioni parlamentari.

Tutti questi sistemi elettorali hanno un punto in comune e neppure quello in gestazione se ne differenzia: le liste sono bloccate, ossia l’elettore deve supinamente votare la scheda che gli sottopone il partito, non può scegliere il candidato che verrà eletto a seconda dei voti ricevuti dal partito in ragione del posto in lista ricevuto sempre dal partito. In pratica noi votiamo il partito e, in seconda battuta, i candidati scelti dai Segretari dei partiti. Per questo si dice che, da noi, i parlamentari sono nominati e non scelti dall’elettorato. Quindi, non solo i candidati vengono scelti dai partiti, ma anche le chances di elezione sono determinate dal posto in lista e non dalle preferenze ricevute. Quindi la diminuzione dei parlamentari non è affatto una garanzia di avere un Parlamento formato da Deputati e Senatori più competenti e seri.

Non ti riconosci nella lista: fattene una tu, vien detto. Pare facile, ma già ora, per diventare deputato, bisogna farsi conoscere da 81.000 elettori. Se dovesse vincere il SI’, per essere eletti bisognerebbe farsi conoscere da 128.000 elettori. Sempre più difficile, quasi impossibile, senza il contributo della macchina organizzativa del partito.

Ma non è finita. C’è un altro aspetto, forse ancora più grave. Una volta eletti – ora – i parlamentari sono “ostaggi” dei partiti, non avendo – come abbiamo visto – alcuna possibilità di farsi eleggere senza l’aiuto di questi ultimi. Il ricatto l’abbiamo visto più volte: il Segretario di partito dice al deputato: “o voti come ti dico o non ti ricandido”. Su 630 deputati e 315 senatori abbiamo assistito talvolta a fiere ribellioni di parlamentari che anteponevano la loro coscienza alla disciplina di partito. Su 400 deputati e 200 senatori tale possibilità sarà molto, molto più difficile: i ribelli saranno emarginati, non avranno la possibilità di costituire gruppi autonomi  (i Regolamenti di Camera e Senato non sono oggetto del Referendum) e saranno “dimenticati” alle successive elezioni.

Aumenterà a dismisura il potere delle Segreterie dei partiti. Un piccolo manipolo di potenti, senza problemi, potrà governare una Assemblea ridotta di numeri e, quindi, di potere.

Dalla democrazia rappresentativa passeremo ad una oligarchia di Segretari di partito di cui il Parlamento sarà solo il coro. E i “paletti”, le riforme di contorno promesse, la riforma dei Regolamenti parlamentari, la riforma elettorale? Boh, forse, dico forse, ci penseranno. Dopo. Chissà. Forse…

Senza contare che, in assenza di riforme concorrenti, il peso dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica (tre per regione) aumenta di molto rispetto a quello dei Parlamentari “ridotto” dalla legge tagliaparlamentari in aperto spregio al “peso” voluto dall’articolo 83 della Costitzione.

E questi sono pericoli che non voglio correre.

Alla fine di questa disamina, abbiamo visto:

  • che il numero dei Parlamentari, più o meno, è sempre quello fissato dai Padri costituenti,
  • che il risparmio può essere assimilato ad ogni legislatura ad una tazza di caffè per ogni italiano (salvo che per la prima, dove il risparmio se lo è già mangiato il costo del Referendum),
  • che il taglio lineare dei parlamentari non produce, di per sé una maggiore efficienza del Parlamento, le cui cause sono da ricercarsi altrove e che, anzi, il taglio dei parlamentari potrebbe accentuare le disfunzioni;
  • che il numero dei parlamentari è in linea con le democrazie più simili alla nostra in Europa e nel mondo
  • che la riduzione dei parlamentari potrebbe produrre gravissime disfunzioni alla rappresentatività dell’elettorato, delle Regioni e produrrebbe sicuramente un amento del peso dei Delegati regionali rispetto al Parlamento nell’elezione del Presidente della Repubblica.

E, allora, perché dovremmo votare Sì? Solo per compiacere un partito che sta scomparendo, fa queste battaglie contro la casta solo per sentirsi vivo, solo per riempire qualche minuto dei telegiornali?

Avete visto in questi ultimi giorni che gli altri partiti si disinteressano molto del problema, non perché sia un problema poco interessante o poco importante, ma non possono dire “votate NO” così, dopo che, per calcoli politici assolutamente differenti nelle 4 votazioni al disegno di legge costituzionale hanno votato prima no o poi sì o prima Sì e poi No.

Spero che il corpo elettorale, come sempre succede, si riveli più intelligente dei politici che li governano.

Dopo il racconto del numero dei parlamentari nella Costituzione, delle ragioni addotte (e smentite) dai promotori sull’asserito risparmio, descritti nei post precedenti, in questa terza parte vorrei smontare le motivazioni dei Cinquestelle sull’assunto che, così “l’Italia potrà allinearsi agli altri Paesi europei, che hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitati”.

Ossia, dicono i promotori del Referendum, l’Italia ha un numero di Parlamentari spropositato sia rispetto alla popolazione, sia rispetto ai Parlamenti degli altri Stati europei ed extraeuropei.

Sull’elevato numero interno dei Parlamentari si può ribattere che tale numero, nonostante la riforma del 1963, e nonostante la crescita della popolazione di oltre 14 milioni di persone dal 1947, è rimasto sostanzialmente invariato dai tempi della formazione della Carta Costituzionale ed è, quindi, diminuito il rapporto popolazione/rappresentanti. Ma i promotori del referendum sostengono anche che l’Italia ha un numero di parlamentari molto superiore a quello di altri Paesi.

Innanzitutto non si possono sommare mele e fichi. Il numero dei parlamentari dipende, infatti dalla forma costituzionale che il singolo Paese si è dato. Se è uno Stato centralista, se il governo è decentrato, se è un Paese federale etc.etc. Quindi, per ogni confronto, è necessario un considerevole numero di distinguo e precisazioni.

La balla più grossa che ho sentito è il confronto con gli Stati Uniti d’America che, a fronte di oltre 328 milioni di abitanti avrebbero una Camera dei rappresentanti composta da soli 435 membri e un Senato composto da soli 100 membri. Sostenere questa bufala è colpevole perché significa ignorare che Camera e Senato negli USA sono solo gli organi “federali” del Paese. I cittadini americani, quando parlano o pensano allo Stato, non pensano allo Stato federale, bensì pensano ad uno dei 50 Stati che compongono la Federazione.

E ogni Stato nazionale USA ha il suo Parlamento, con competenze molto maggiori delle nostre Assemblee regionali, E ogni Stato , a sua volta, è diviso in Contee, ognuna con la sua Assemblea, e le Contee , a loro volta sono divise in Comuni, ognuno con i proprio consiglio (Vedi più compiutamente a questo link). E ogni assemblea, statale, di Contea o comunale, può imporre tasse proprie. Il fatto è che noi europei, quando guardiamo agli Stati Uniti tendiamo a guardare solo al Governo federale che, è quello che meno interessa agli americani perché ha solo competenze che riguardano la generalità dei 50 Stati (poche) e questioni di difesa o politica estera (quelle che hanno più appeal per noi europei). Potrei dire che il cittadino americano, fra comuni, contee, Stato nazionale e Stato Federale, è quello che ha più rappresentanti di tutti, esattamente il contrario di chi propaga la fake news di una più ridotta rappresentanza.

In Francia (popolazione circa 67 milioni) L’Assemblea Nazionale, (eletta per 5 anni) è formata da 577 membri noti col nome di Deputati, eletti in un collegio elettorale uninominale a doppio turno. Il Senato francese, eletto a suffragio indiretto da circa 150.000 grandi elettori (sindaci, consiglieri comunali, delegati dei consigli comunali, consiglieri regionali e deputati) dura in carica sei anni ed è composto da 346 senatori.

In Germania (popolazione 83,2 milioni) la Camera de Deputati (Bundestag) è attualmente composta da 709 membri (il numero totale è variabile per uno specifico sistema elettorale in cui si vota disgiuntamente il candidato e il partito) e dura in carica quattro anni.  Il Senato (Bundesrat) è composto di soli 69 membri ed è  l’organo attraverso il quale i Länder partecipano al potere legislativo e all’amministrazione dello Stato federale  e si occupano di questioni relative all’Unione europea. Qui si nota una profonda differenza con il nostro Senato. Il Senato tedesco non è una Camera paritaria con il Bundestag, bensì rappresenta, con vincolo di mandato, la volontà dei vari Lander, perché la Germania è uno stato federale. Ogni Land ha poi il suo parlamento nazionale per un totale nazionale di ben 1821 membri.

In Spagna (popolazione quasi 47 milioni), i Parlamento (Le Cortes Generales) sono composte da Camera (350 deputati) e Senato (266 senatori) e durano in carica quattro anni.

Il Governo locale, in Spagna non è uniforme, Si va da “Regioni” che possono essere assimilate a quelle italiane a veri e propri Stati che rivendicano la loro indipendenza come la Catalogna, (vedi questo link) dotata di un vero e proprio Parlamento locale e che acquisisce competenze di rango superiore, derivanti da accordi con il Governo centrale. Alla larga, si può pensare a quello che succede da noi con la Provincia autonoma di Bolzano.

In Gran Bretagna la Camera dei comuni (organo legislativo) è composto da 650 membri. il numero dei membri della Camera dei Lord non è fisso; ad agosto 2019 era composta da 772 eligible members (membri idonei, che possono partecipare alle sedute). Dei membri idonei, 659 sono membri a vita (il cui titolo non passerà ai figli), 87 sono membri ereditari e 26 Lord spirituali. La Camera dei Lord non ha potere legislativo, ma consultivo. Bisogna, però, considerare che nel Regno unito (praticamente Stato federale) esiste anche il Parlamento della Scozia (129 membri), del Galles (60 membri) e dell’Irlanda del Nord (90 membri) che compensano la mancanza dei ”senatori” con potestà legislativa.

E abbiamo quindi sfatato la fake news che voleva che l’Italia avesse un numero di parlamentari spropositato rispetto agli altri Paesi. Anzi, se al Referendum dovesse vincere il sì, l’Italia sarebbe all’ultimo posto come numero di parlamentari fra le nazioni simili.

Continua….domani

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