Fa discutere in questi giorni la proposta del nuovo governo austriaco di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini italiani di ceppo tedesco. Scandalo? Crisi internazionale?

Violazione della sovranità?

Niente di tutto questo. E’ che noi italiani, al solito, abbiamo la memoria corta. E’ indubitabile che, fino a 100 anni, fa l’alto Adige, o sud Tirolo, apparteneva all’Austria o, meglio, al disciolto impero Austro Ungarico. Sempre, quando uno Stato perde un territorio, cerca di fare qualcosa per i propri concittadini che sono rimasti al di là del confine.

L’ha fatto anche l’italia.

Lo ha fatto con l’art. 17-bis della legge 05/02/1992, n. 91 (legge sulla cittadinanza) che così recita:

    • Il diritto alla cittadinanza italiana è riconosciuto:
    • a) ai soggetti che siano stati cittadini italiani, già residenti nei territori facenti parte dello Stato italiano successivamente ceduti alla Repubblica jugoslava in forza del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430, ratificato dalla legge 25 novembre 1952, n. 3054, ovvero in forza del Trattato di Osimo del 10 novembre 1975, reso esecutivo dalla legge 14 marzo 1977, n. 73, alle condizioni previste e in possesso dei requisiti per il diritto di opzione di cui all’articolo 19 del Trattato di pace di Parigi e all’articolo 3 del Trattato di Osimo;
    • b) alle persone di lingua e cultura italiane che siano figli o discendenti in linea retta dei soggetti di cui alla lettera a).

    E lo ha fatto anche con l’articolo 1 della legge 14 dicembre 2000, n. 379 recante “Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti ” che così dispone:

    . 1. La presente legge si applica alle persone di cui al comma 2, originarie dei territori che sono appartenuti all’Impero austro-ungarico prima del 16 luglio 1920, e ai loro discendenti. I territori di cui al presente comma comprendono:

    a) i territori attualmente appartenenti allo Stato italiano;

    b) i territori già italiani ceduti alla Jugoslavia in forza:

    1) del trattato di pace fra l’Italia e le Potenze alleate ed associate, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 e reso esecutivo in Italia con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430;

    2) del trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia firmato ad Osimo il 10 novembre 1975, ratificato e reso esecutivo in Italia ai sensi della legge 14 marzo 1977, n. 73.

    2. Alle persone nate e già residenti nei territori di cui al comma 1 ed emigrate all’estero, ad esclusione dell’attuale Repubblica austriaca, prima del 16 luglio 1920, nonché ai loro discendenti, è riconosciuta la cittadinanza italiana qualora rendano una dichiarazione in tal senso con le modalità di cui all’articolo 23 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge (2).

    3. È abrogato l’articolo 18 della legge 5 febbraio 1992, n. 91.

    Quindi…. di cosa stupirsi? Di cosa indignarsi?

    Un solo commento: non sarebbe meglio per tutti avere un’unica cittadinanza, quella Europea?

    Ieri a “di Martedì”, Di Maio ha riaffermato la volontà del governo di dare veloce attuazione a due rifirme costituzionali previste nel Contratto per il Governo del cambiamento.

    L’imposizione del vincolo di mandato ai parlamentari e la loro riduzione di numero.

    L’innovazione viene presentata come rimedio al brutto andazzo dei “voltagabbana” che cambiano gruppo parlamentare nel corso della legislatura e come risparmio sulle spese della politica. Questo è vero. Ma – come si dice – il rimedio è peggiore del male e va a discapito della SUPREMAZIA DEL PARLAMENTO e del suo processo decisionale, visto nello stesso “contratto” al punto 1 come bandiera del nuovo Governo.

    In due parole spiego perché.

    L’articolo 67 della Costituzione spiega che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La Costituzione ha voluto favorire i “voltagabbana”? Sicuramente no. Ha privilegiato il bene supremo in una democrazia, ossia la libertà di coscienza, la possibilità – magari in votazioni su argomenti non previsti dal programma – dal votare in dissenso dal partito di appartenenza. Perché – nel caso di mutamenti nella politica di partito – il singolo parlamente deve essere obbligato a seguire i vertici?

    Ma le motivazioni di cui sopra non sono neppure le più importanti. Introducendo il “vincolo di mandato”, ossia l’obbligo per ogni parlamentare di conformarsi sempre e comunque alla volontà del partito e del suo Capo, si uccide il Parlamento che, a parole, il “contratto di governo” vuole privilegiare. Se ogni parlamentare deve votare come stabilisce il responsabile del partito, a che serve il parlamentare? A che serve il suo voto? Basterebbe che, ogni qual volta bisogna decidere su un provvedimento, si attribuisca alla volontà del responsabile di ogni partito il numero di voti corrispondenti a numero dei suoi parlamentari. I parlamentari potrebbero anche andare a casa.

    Introdurre il vincolo di mandato significa solo rafforzare la partitocrazia che Lega e Cinquestelle oggi – a parole – vogliono combattere.

    Certo, se si dimezza il numero di parlamentari, le spese della politica dimunuiscono. Diminuiscono, non si dimezzano, perché le spese per l’apparato, i servizi, le biblioteche, la tipografia etc. etc, rimangono. Ma non è questo il motivo: diminuire il numero dei parlamentari significa diminuire la democrazia e aumentare il ruolo dei partiti. Mi spiego: nel sistema attuale, per essere eletti – visto che ci sono in palio 630 posti alla Camera e 315 al Senato – per essere eletti sarà sufficiente per ogni candidato “farsi conoscere ed apprezzare” da un numero di elettori che sarà senza dubbio minore dell’ipotesi in cui i posti in palio siano 315 alla Camera e 200 al Senato. Insomma, diminuendo il numero dei parlamentari, la lotta per essere eletti sarà più serrata e ce la farà solo chi è appoggiato dal Partito e dal Capo che compila le liste elettorali. Le possibilità per un “indipendente” di essere eletto diminuiranno drasticamente e la partitocrazia si rafforzerà.

    Sono molto preoccupato per una frase che sta tornando di moda: io sono eletto dal popolo e, quindi, sono superiore a qualsiasi carica non elettiva.

    La mia memoria di vecchietto va a Craxi e Berlusconi che, pure, adottavano una tattica simile.

    Salvini, come eletto dal popolo, diffida i magistrati, non eletti, ad indagare su di lui. Di Maio, di fronte ai warning delle agenzie di rating, pomposamente afferma che lui, fra le agenzie di rating e gli italiani, sta con gli italiani che lo hanno eletto; Maurizio Belpietro – a Otto e mezzo  del 13 settembre scorso – giudica offensivo il richiamo di Draghi, non eletto, al Governo italiano, eletto dal popolo. E, ancora, L’Europa non può giudicare le Nazioni, a proposito del voto del Parlamento europeo sull’operato del Governo Orban.

    Se io sono eletto e ho il consenso – questo è il senso – sono al di sopra delle regole e posso fare quello che voglio.

    Ragionamento molto pericoloso perché ci sono regole poste proprio affinché chi ha il potere non infranga le regole del gioco democratico. E queste regole sono state poste non da terzi, ma dagli stessi attori della democrazia, in atti o Trattati di rango superiore come la Costituzione.

    Bene ha fatto Mattarella a ricordare che è stata la Costituzione a volere che i magistrati non siano eletti, proprio per non essere costretti a promettere o schierarsi in competizioni elettorali.

    I Capi di Stato e di Governo, loro eletti e rappresentanti del popolo, sottoscrissero il Trattato dell’Unione europea che stabilisce le modalità di nomina del Presidente della Banca Centrale europea e i suoi compiti, compiti che oggi Mario Draghi ha esercitato richiamando l’Italia all’osservanza delle regole imposte da quel Trattato liberamente sottoscritto e accettato.

    Lo stesso Trattato con le sue regole che l’Ungheria ha accettato quando, per sua richiesta ha voluto entrare nell’Unione europea. Ben ha fatto, quindi, il Parlamento europeo, organo anch’esso eletto direttamente dal popolo europeo, a stigmatizzare il distacco del governo di Orban da quelle regole.

    Se entri nel gioco politico democratico devi accettarne le regole, se non le rispetti, entri nella pericolosa deriva che porta forse alla democratura, forse alla dittatura e, certamente, non potrai pretendere il rispetto degli altri partner che con tali regole ancora giocano.

    Gli esponenti di spicco di questo Governo, poi, pretendono la sudditanza in nome della loro elezione da parte del “popolo sovrano”. Ma – forse – non considerano una cosa, una cosa importantissima. Salvini e Di Maio sono stati eletti sì, ma sono stati eletti come parlamentari al pari di Brunetta, di Renzi, della Bonino, della Gelmini. Nessun elettore ha dato loro l’investitura per governare così come lo stanno facendo. anzi, a voler essere onesti l’elettore leghista ha dato il suo consenso a Salvini perché mai governasse con Di Maio. L’elettore cinquestelle ha dato il suo consenso a Di Maio perché mai governasse con Salvini. L’attuale Governo ha dunque tradito gli elettori che hanno votato i singoli parlamentari e si regge su un programma ben diverso da quello presentato agli elettri PRIMA delle elezioni ed, in molte parti, con esso contrastante.

    PRIMA delle elezioni i cinquestelle tuonavano contro la flat tax e i leghisti contro il reddito di cittadinanza.

    Forse proprio loro non dovrebbero parlare di legittimazione popolare.

    Quello che mi dà ai nervi, nelle dichiarazioni dei nostri politici non è la propugnazione delle proprie tesi, seppur poggianti su basi molto, molto esili. Quello che veramente mi indigna sono le falsità e le bugie che – al solito – hanno le gambe corte.

    Cosa è successo? E’ successo che oggi il nostro  Presidente del Consiglio dei ministri è andato al Senato (qui il resoconto stenografico) per riferire sul caso del “divieto di sbarco” ai profughi raccolti dalla nave “Diciotti”.

    Come al solito – prassi costante di questo Governo  –  l’indicazione di un nemico per sgravarsi di ogni  responsabilità. Il nemico, ovviamente è l’Europa.

    Conte afferma: “Stiamo registrando segnali di avvicinamento nel segno di una comune, speriamo sempre maggiore, consapevolezza degli Stati membri che se non si lavorasse ad un simile meccanismo non solo non si darebbe coerente attuazione alle decisioni prese dall’ultimo Consiglio europeo, ma si verrebbe meno all’impegno, alla solidarietà e all’equa ripartizione di responsabilità che sono specificamente previsti dagli articoli del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.”

    Quindi accusa l’Europa per una supposta mancanza di solidarietà per non aver accolto e redistribuito i migranti raccolti dalla nave Diciotti. Più volte ho rimarcato la negligente mancanza di solidarietà europea, ma la solidarietà – purtroppo – si attua non tanto sulla base di astratti articoli del Trattato, bensì su norme cogenti e vincolanti.

    E queste norme, che nel 2015 erano, per decisioni della Commissione, cogenti e vincolati, prese sotto la spinta e le richieste del Governo italiano di allora, sono adesso molto, molto facoltative.

    Infatti, nel Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno 2018, che vede la partecipazione – per l’Italia – del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i Capi di Stato e di governo dell’Unione europea decidono , all’unanimità  che: “Nel territorio dell’UE coloro che vengono salvati, a norma del diritto internazionale, dovrebbero essere presi in carico sulla base di uno sforzo condiviso e trasferiti in centri sorvegliati istituiti negli Stati membri, unicamente su base volontaria;

    Non risulta agli atti alcuna opposizione o riserva italiana al mutamento della redistribuzione dei migranti da obbligatoria a volontaria.

    Perché, allora, Conte dice il falso?

     

    Poi sempre nell’audizione odierna, se la prende con Malta che non ha accolto i profughi migranti. Vero, Malta spesso fa la furba. Ma ha il diritto dalla sua parte. Malta non ha mai firmato il protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Amburgo del 1979 che, oltre al soccorso, impone anche l’accoglienza dei “salvati”.  Quindi, per le convenzioni internazionali che regolano la materia, Malta è obbligata al soccorso ma non all’accoglienza.

    Furba, dicevo, ma un motivo c’è. Malta si estende su 315 chilometri quadrati, circa un millesimo dell’Italia che si estende su 301.000 chilometri quadrati. Il calcolo è semplice. Se, come dice Salvini, 200.000 profughi sul territorio italiano mettono in crisi il nostro Paese, la crisi, per Malta, inizia dopo 200 profughi accolti.

    Senza parole.

    Si comincia. L’entusiasmo è a mille. Il Cammino di Santiago, tante volte sognato, atteso, voluto, è qui. Davanti a me. Scendo di corsa a Hundaye dal treno preso a Lourdes. Piove, non la sento neppure, infilo a stento coprizaino arancione (beh, sarò più visibile) e parto a passo svelto. Ma per dove? Sono ancora in Francia. Dove è Irun? Di là, mi dicono. Quasi corro. Non guardo neppure se cu sono altri pellegrini, non guardo la città. Irun, Irun, porta del Cammino. Dove sei? Cammino per poco più di un chilometro, sempre in un contesto urbano. Palazzi sparsi senza soluzione di continuità.
    Non noto nulla, preso come sono dalla euforia. Poi, poi due targhe contrapposte sul marciapiede. Su una “Francia”, sull’altra “Spagna”. Così minimalista che quasi non mi accorgo. W Schengen, l’Unione Europea che non ti fa pagare il roaming del telefonino. Siamo un popolo solo.
    Non so perché, forse intimorito da possibili ritardi, dall’aereo, dai confini, dalla volontà di cominciare il cammino di buon mattino, ho prenotato un B&B a Irun, senz’altro inutile ma mi consente di assaporare pian piano la nuova avventura.
    Il 13 agosto mi fermo nella Pension Bowling e – non avendo altro da fare – esploro questo primo sito spagnolo, lindo e pulito, un occhio particolare alle frecce gialle in campo blu decorate con una conchiglia di capesante: saranno la mia guida e la mia compagnia per oltre 20 giorni. Fremo, vado a letto per accelerare i tempi, non vedo l’ora e, il mattino dopo, l’ora arriva.
    Alle 7, quasi ancora buio, si parte.
    Che l’avventura abbia inizio

    D

    Dovevo e volevo tornare a Santillana del mar. È sul Cammino, non potevo mancarla.
    C’ero stato oltre trenta anni fa, casualmente, per turismo durante un viaggio in auto che, per il gran caldo, si trasformò in un giro alla ventura.
    Ricordo la ingenuità di voler visitare le grotte di Altamira, primo esempio di “arte” umana, senza sapere che le prenotazioni per quell’agosto risalivano a quattro anni prima. Solo pochissimi fortunati per non rovinare il microclima che ha permesso la conservazione delle pitture. Per gli altri c’è la perfetta riproduzione della grotta, precisa in ogni particolare.
    Ricordo un borgo medioevale, pressoché deserto, già allora un po’ finto, ma grazioso, con qualche negozietto che esponeva la insegna “bitzcocho y leche” ossia un bicchiere di latte delle mucche delle fattorie circostanti in cui potevi intingere una fetta di quello che noi chiamiamo pan di spagna.
    Insomma un posto piacevole.
    Arriva presto, mi dicono. C’è meno gente.
    Alle 9.00 sono già nella piazza maggiore. Vero, quasi nessun turista, ma tante auto e tanti furgoni che riforniscono le decine e decine di bar e ristoranti che son sorti nel minuscolo paese.
    Non si può fotografare un lavatoio del ‘600 con un furgone bianco e giallo dietro. Gironzolo, ma il giro completo del paese richiede circa 15 minuti. Passa il tempo e cominciano ad aprire i negozietti di chincaglierie e souvenir.
    Quella che era una austera casa di pietra si trasforma in una parete piena di T-shirt e ammennicoli vari per richiamare il turista.
    Sì le case in severa pietra a vista son sempre le stesse, lo acciottolato nella stessa pietra pure.
    I balconi e le finestre sono adornati da tanti fiori che nemmeno in Alto Adige… ma il disgusto per questa finzione rimane come rimane lo interrogativo di cosa attragga, ora, il turista.
    Non so se le avete mai viste, ma mi balzano alla memoria le immagini delle sceneggiate americane sulla bibbia nei parchi a tema USA.

    Finalmente, verso le 10.30, i furgoni e le auto vanno via e riesco a fotografare le case nella loro panorama originario, stando ben attento a non includere i souvenir esposti.
    Ma la pace dura pochissimo.
    Arrivano i pullman che scaricano dozzine e dozzine di turisti organizzati in comitiva tutti con auricolare e guida con microfono e ombrellino.
    Basta, è troppo, vado via.

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