Si chiama cosi quella tecnica per cui si convince qualcuno che quello che pensava prima era sbagliato, oppure gli si inculca una verità alternativa.
Non sarà il migliore esempio, ma la cosa mi è venuta in mente guardando le “Giubbe blu” in un vecchio film. Chi ha l’età per ricordare Rin Tin Tin? Le giubbe blu, i soldati a cavallo dell’esercito americano che, baciati dal sole, al suono della tromba, con la bandiera USA e quella del 7° Cavalleria, in fila per due, uscivano dal forte per andare ad uccidere i “pellerossa”. Per noi le giubbe blu erano i buoni, i puri, i portatori di libertà e di progresso. I pellerossa erano i cattivi. “Il solo indiano buono è quello morto” disse il Generale Sheridan. Little big horn fu ricordato come una sconfitta. Eppure la verità era che le giubbe blu stavano compiendo un invasione di un territorio altrui e un genocidio dei nativi americani.
E non è un esempio isolato. Ricordate Panama? Il Cile? Grenada? Il Vietnam? Tutte guerre di conquista, condotte direttamente o per procura, per il proprio interesse fino al finto stallo del blocco degli stretti mediorientali che fa aumentare il prezzo del petrolio di cui l’ America è ricca.
Lo stesso intervento nella II Guerra mondiale, con un costo rilevante di vite umane, provocò il totale asservimento dell’occidente agli USA. E, soprattutto al suo mercato. Le merci americane invasero l’Europa, e non solo.
Non solo CocaCola e jeans, ma musica e l’intero way of life. E la tecnologia? In europa non si può costruire un aereo senza pagare royalties agli americani.
E tranne i cortei anti Vietnam, l’America continuò ad essere il nostro faro.
Un vero e proprio lavaggio del cervello.
Ma, forse, ci stiamo svegliando e dobbiamo ringraziare Donald Trump.
Questo vecchio pazzo, con le sue continue e contraddittorie dichiarazioni, con il suo più che probabile insider trading che ha aumentato a dismisura le sue ricchezze, con le sue promesse smentite 24 ore dopo, con le sue menzogne, con l’uso senza ritegno di una polizia privata al di fuori della legge, ci ha fatto aprire gli occhi su cosa sia stato e, ora, siano gli USA.
Uno Stato vorace ed egoista, volto solo ai suoi interessi, passando sopra ad ogni norma di diritto internazionale.
L’antisemitismo è una gran brutta cosa e, nell’attuale, spesso ha portato ad imputare a tutti gli ebrei le azioni giudicate criminali del governo di Israele a Gaza e in Cisgiordania.
Però, in Italia sta succedendo un fatto grave. Già approvato al Senato, alla Camera è in discussione un DDL, il 2830, (qui il link: https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=59963) che, primo paese al mondo, legifica (e quindi può farla assistere da sanzioni penali) la definizione di antisemitismo voluta dall’organizzazione sionista IHRA, con tutti i suoi 11 annessi che la spiegano. Da quello che vedo è una questione poco conosciuta, anche dai partiti politici che, forse per ignoranza o forse per la maggiore o minore vicinanza con Israele, sono indecisi se votare a favore, se votare contro o astenersi-
Questa definizione, ai nostri occhi laici pare abbastanza innocua, ma non lo è agli occhi degli -ebrei ortodossi e/o estremisti che considerano il governo israeliano come summa dell’ebraismo. [Ricordiamoci che molti ebrei ortodossi sono anche cittadini italiani].
Con la definizione di antisemitismo dell’IHRA, fin ora adottata solo come indicazione, linea guida, quindi senza sanzioni per l’inosservanza, ebrei ortodossi o oltranzisti come i ministri del governo Netanyahu, potrebbero ben fare questa equazione: “Se critichi il governo israeliano, stai criticando Israele; se critichi Israele, stai criticando gli ebrei; se critichi gli ebrei, commetti il reato di antisemitismo”.
Per queste ragioni, tale definizione di antisemitismo non è stata legificata o/e assistita da norme penali in alcun Stato del mondo, ma solo adottata come linea guida, senza sanzioni penali. Con l’attuale vicinanza del nostro governo a quello israeliano, corriamo il rischio di un processo penale se critichiamo Netanyahu e il suo Governo.
La questione che ho riassunto in poche parole non è semplice, ma – in questa situazione – merita di essere approfondita.
Lo faccio qui di seguito, facendomi aiutare anche dall’intelligenza artificiale per la sua straordinaria facilità di acquisire dati dal WEB. Ovviamente li ho controllati.
Presento il Post come una intervista per renderlo più leggero, perché, da Veltroni in poi, è ormai di moda [ma la mia intervista è precedente] e perché il post è molto lungo, come lunga è la questione che sto trattando. Ho diviso la materia in paragrafi ben evidenziati per facilitarne la lettura.
Chi “dei miei quattro lettori” di manzoniana memoria arriva alla fine è un eroe, ma conoscerà bene la vicenda. Spero, comunque, non mi consideriate un Azzeccagarbugli.
Lo scopo di quel che segue è dimostrare che, anche se ufficialmente la definizione voluta dall’IHRA appare “neutra”, si presta a moli dubbi ed interpretazioni pericolose per chi è convinto di essere il popolo eletto da Dio.
Cosa è l’IHRA?.
Innanzitutto, cosa è l’IHRA? L’IHRA è L’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (in inglese International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) è un’organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce i governi e gli esperti per rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, la ricerca e il ricordo in tutto il mondo e il sostegno degli impegni della Dichiarazione del Forum internazionale di Stoccolma. L’IHRA ha 34 paesi membri, un paese di collegamento e sette paesi osservatori. Fino al gennaio 2013, l’organizzazione era conosciuta come il «Gruppo di lavoro per la cooperazione internazionale sull’educazione, il ricordo e la ricerca sull’olocausto» (Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research)
La presidenza è a turno fra gli stati membri, L’Italia ne fa parte.
Il 1º giugno 2017, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri dell’Unione europea e le loro istituzioni ad adottare e applicare la definizione operativa di antisemitismo proposta dall’IHRA [vedi dopo], nonostante essa sia criticata per la controversa equiparazione all’antisemitismo di alcune posizioni antisionistiche e critiche della politica di Israele. (vedi su Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/International_Holocaust_Remembrance_Alliance)
Io:
si parla molto, in questi giorni, della definizione (operativa, di lavoro) di antisemitismo proposta dall’IHRA nel 2015 “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto” perché – secondo alcuni, potrebbe far sì che ogni critica al Governo di Israele o ai suoi componenti venga perseguita come antisemitismo.
La parte più controversa riguarda le critiche alle istituzioni comunitarie ebraiche nelle quali si fa ricadere il Governo stesso.
Per cui, per gli ebrei lo stato israeliano può esser definito istituzione ebraica?
AI:
Sì, ma con precisazioni necessarie.
Secondo il sionismo e secondo le istituzioni israeliane:
Lo Stato di Israele è definito Stato nazionale del popolo ebraico. In questo senso, è un’istituzione fondata per garantire autodeterminazione politica agli ebrei. Dal 2018 questo è anche esplicitato nella “Legge Fondamentale: Israele Stato-Nazione del Popolo Ebraico”.
Dal punto di vista religioso:
Non è un’“istituzione religiosa ebraica”. Non è governato dalla Halakhah, non è un tempio, non è un’autorità rabbinica. È uno Stato laico con elementi etnici e identitari ebraici.
Tra gli ebrei nel mondo:
Le posizioni sono diverse. Molti lo considerano espressione politica del popolo ebraico; altri lo vedono come uno Stato tra gli altri, non rappresentativo dell’ebraismo religioso o della diaspora.
Sintesi: può essere definito un’istituzione nazionale ebraica, non un’istituzione religiosa ebraica.
Io:
Grazie. Mi puoi dire, citando per esteso le fonti e i link, come, per gli ebrei, è considerato lo Stato di Israele? In particolare se lo Stato di Israele è considerato dagli ebrei in modo simile a quello che riteniamo noi uno stato nazionale, laico cioè distinto dalla fede o dalla religione o se, per gli ebrei, lo stato di Israele è qualcosa di più, come se fosse uno stato confessionale o teocratico?
AI:
Eccellente domanda – la risposta è complessa perché non c’è un’unica “opinione degli ebrei” sull’Stato di Israele: dipende molto da chi chiedi – posizione religiosa, generazione, radici di famiglia, idee politiche. Qui sotto una panoramica delle principali interpretazioni, con fonti e link.
Molti storici e studiosi – e anche alcune istituzioni ebraiche – definiscono Israele come uno “Stato-nazione del popolo ebraico”, non come uno “stato confessionale cristallizzato sulla religione”. המכון למדיניות העם היהודי+2Treccani+2
Secondo il Jewish People Policy Institute (JPPI), Israele “non è una teocrazia né uno stato halachico (governato dalla legge religiosa ebraica)”, ma uno stato democratico con radici nella civiltà ebraica. המכון למדיניות העם היהודי+1
L’idea fondativa del Sionismo – come quella esposta da Theodor Herzl – era esattamente quella di un “focolare nazionale” per gli ebrei, come reazione alle persecuzioni e all’emarginazione in Europa, non un ritorno a un dominio teocratico. Treccani+1
In sintesi: per molti ebrei (e soprattutto per i sionisti laici o moderati), Israele è visto come uno stato-nazionale di un popolo con una storia, cultura e identità comuni – non come “uno stato ecclesiastico” o “teocratico”.
All’interno della popolazione ebraica israeliana convivono gruppi molto diversi: dagli “hiloni” (laici/secolari), ai “masorti” (tradizionali), ai “dati” (religiosi), fino agli “haredim” (ultraortodossi). Wikipedia+2Pew Research Center+2
Una parte significativa – secondo fonti – si dichiara “secolare” o “non osservante”: la laicità o la religiosità culturale (più che strettamente religiosa) sono presenti in larga parte della società. Wikipedia+2Wikipedia+2
Anche chi è ebreo e non osservante può identificarsi pienamente con Israele come patria e stato del popolo ebraico – quindi l’identità nazional-culturale ed etnica a volte prevale su quella religiosa. המכון למדיניות העם היהודי+1
In sintesi: la maggioranza degli ebrei in Israele – e molti nella diaspora – non vivono la loro ebraicità come religione obbligatoria, ma piuttosto come identità culturale / etnica / nazionale; per loro Israele è uno stato come un altro, con legami di popolo più che di fede.
3. Elementi religiosi nel funzionamento dello Stato
Nonostante l’impostazione fondativa laica-nazionalista, lo Stato israeliano riconosce ufficialmente varie comunità religiose e affida a esse (in particolare al rabbinato ortodosso) la giurisdizione su materie di status personale: matrimonio, divorzio, registrazioni religiose. Wikipedia+2Treccani+2
Questo significa che, per molti aspetti della vita privata – soprattutto in ambito familiare – la dimensione religiosa rimane istituzionalizzata, anche per cittadini non strettamente “religiosi”. Treccani+1
Quindi lo Stato ha un carattere “misto”: se da una parte è uno Stato civile, democratico e nazionale, dall’altra conserva elementi di gestione religiosa in alcuni ambiti sociali.
Esiste un’idea – espressa da settori dell’ebraismo ortodosso – secondo cui Israele dovrebbe diventare uno stato halachico, cioè uno stato regolato dalla legge religiosa ebraica. Wikipedia+1
Tuttavia questa visione non domina nella società israeliana: secondo un sondaggio del 2016 citato dalla stessa fonte, solo circa l’1 % degli ebrei laici e circa il 23 % dei tradizionali sostenevano l’idea di un sistema basato sulla Halakhah; nelle fasce religiose più ortodosse il sostegno era, sensatamente, maggiore. Wikipedia+1
Questo significa che per la larga parte degli ebrei – anche tra gli osservanti – l’idea di uno stato teocratico non risulta attraente o praticabile.
Per molti ebrei – specialmente laici, tradizionali o moderatamente religiosi – Israele è soprattutto uno stato nazionale del popolo ebraico, non una teocrazia: l’elemento identitario, storico e culturale prevale su quello strettamente religioso.
Lo Stato, in pratica, ha una struttura mista: democratico e civile nelle sue istituzioni centrali, ma con residui – anche significativi – di regolamentazione religiosa sulle questioni personali (matrimonio, divorzio, status).
L’idea di uno “stato halachico” esiste, ma rappresenta una minoranza all’interno della società ebraica israeliana; non è la versione prevalente della relazione tra ebraismo e Stato.
Possiamo stimare percentualmente quanta parte della popolazione ebrea in Israele si considera “laica/secolare”, “tradizionale”, “religiosa”, “ultra-ortodossa”, e come queste varie categorie si rapportano all’idea di Israele come “Stato ebraico” vs “stato laico”
Eccole – alcune stime recenti sulla composizione per religiosità della popolazione ebrea in Israele, secondo indagini statistiche e sondaggi. Le percentuali variano un po’ a seconda delle definizioni, ma danno un’idea abbastanza netta della distribuzione.
Secondo una indagine del 2016 citata dal Israel National Security Institute (INSS): circa 45% degli ebrei si definisce “secolare”, 25% “tradizionale”, 16% “molto religioso”, 14% “haredi” (ultra-ortodosso). INSS
Il Jewish People Policy Institute (JPPI), in una classificazione più dettagliata, divide gli ebrei israeliani in sottogruppi: “Totally Secular” (33.4%), “Somewhat Traditional Secular” (17.8%), “Masorti / Traditionalist” (22.7%), “Daati / Religious” (7.6%), “Nationalist Haredi” (3.9%), “Haredi / Ultra-Orthodox” (11.9%). המכון למדיניות העם היהודי
Un sondaggio riportato dal Pew Research Center nel 2016 (per la popolazione adulta) rilevava circa 40% Hiloni (secolari), 23% Masorti (tradizionali), 10% Dati (religiosi) e 8% Haredi (ultra-ortodossi). Pew Research Center+1
Altri dati più recenti, riferiti al 2021 per israeliani over 20, indicano circa “45% secolari o non religiosi”, circa “33% tradizionali” e “10% ultra-ortodossi (Haredi)”. The Times of Israel+1
Molti ebrei israeliani che si definiscono “secolari” o “tradizionali” mantengono un’identità ebraica principalmente culturale o etnico-nazionale, piuttosto che strettamente religiosa. The Times of Israel+2המכון למדיניות העם היהודי+2
Il gruppo “haredi / ultra-ortodosso”, pur numericamente minoritario (intorno al 8-12% secondo varie rilevazioni), mostra un tasso di natalità molto superiore alla media, fattore che proietta una crescita relativa del peso demografico nel medio termine. Grokipedia+2INSS+2
Un’analisi del 2024 sul “religious switching” (cambiamento nella auto-identificazione religiosa) mostra che movimenti da e verso la laicità o la religiosità ci sono, ma la maggior parte degli ex-Haredim continua a definirsi “religiosa” o “tradizionale-religiosa”. Pew Research Center+1
Il fatto che una larga fetta – probabilmente tra il 45% e il 60% della popolazione ebrea – si dichiari “secolare” o “tradizionale/non osservante” suggerisce che per molti cittadini ebrei Israele rappresenta una patria nazionale o etnico-culturale, non necessariamente uno “Stato confessionale”.
Allo stesso tempo, grazie alla presenza significativa di religiosi praticanti (da “religiosi” a “ultra-ortodossi”), elementi religiosi e istituzionali (matrimonio, status personale, alcune leggi) restano parte della normativa e della vita sociale, conferendo a Israele un carattere “misto” fra stato nazionale e con forti radici religiose.
Io:
Spiegami perché la definizione di “antisemitismo” voluta dall’IHRA e ripresa da una risoluzione del Parlamento europeo fa confusione fra odio verso gli ebrei e odio verso lo stato israeliano o verso il Governo israeliano. Se Israele è uno Stato laico, perché secondo questa definizione dell’IHRA, se esprimo la mia opinione che il Governo attuale dello Stato di Israele è formato da assassini, io commetto il reato di antisemitismo?
AI:
La definizione operativa dell’IHRA non dice che criticare il Governo di Israele sia di per sé antisemitismo. Il punto è un altro: la definizione lega alcuni tipi di critica a Israele quando queste riproducono schemi antisemiti, e questo genera l’impressione – spesso legittima – che si “mescolino” concetti diversi: odio verso gli ebrei (religione/popolo) e ostilità politica verso uno Stato.
La definizione dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) non è giuridica, è una definizione non vincolante, spesso usata come linea guida.
Il testo base IHRA:
“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può manifestarsi come odio nei loro confronti.”
Alla definizione seguono 11 esempi, 7 dei quali riguardano Israele. Non dicono che criticare Israele sia antisemitismo, ma affermano che può esserlo quando la critica usa doppi standard o delegittimazione radicale.
Gli esempi più discussi sono:
“Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio affermare che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista.”
“Usare doppi standard richiedendo a Israele un comportamento non atteso o richiesto da altri Stati democratici.”
“Paragonare la politica israeliana a quella dei nazisti.”
Questi tre punti, nella pratica, vengono interpretati in modi molto estensivi.
Un governo è un’entità politica, non un gruppo religioso o etnico.
Accusare un governo di crimini non è odio razziale o religioso.
La libertà di critica politica è riconosciuta nel diritto europeo.
L’IHRA stessa chiarisce che:
“La critica verso Israele, simile a quella rivolta a qualsiasi altro Paese, non può essere considerata antisemitismo.”
Il problema nasce quando, a livello politico o mediatico, alcuni gruppi usano la definizione per zittire qualsiasi critica, inclusa la più strettamente politica, con argomenti del tipo:
Di seguito trovi (A) l’analisi uno-per-uno dei 11 esempi che accompagnano la working definition IHRA, indicando dove e perché sorgono ambiguità; (B) un confronto sintetico con la Jerusalem Declaration (JDA) e il Nexus Document; (C) come il Parlamento europeo ha recepito/consigliato l’uso della definizione IHRA e i rischi pratici collegati. Ogni sezione contiene riferimenti primari consultabili.
Per evitare citazioni lunghe inframezziate, riporto qui i singoli esempi in forma sintetizzata (parafrasi fedele) e poi l’analisi del potenziale problema interpretativo.
Manifestazioni contro lo Stato di Israele concepito come collettività ebraica
Ambiguità: l’esempio intende dire che prendere Israele come “proxy” per gli ebrei può essere antisemita. Ma non delimita con precisione quando una critica politica a Israele diventa “attacco al popolo ebraico”. Questo lascia spazio a interpretazioni ampie: ad esempio, una denuncia forte di politiche militari può essere vista come “mirata allo Stato-collettività” anche se il bersaglio è il governo. report-it.org.uk
Negare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico (es.: dire che l’esistenza di Israele è un’impresa razzista)
Ambiguità: l’affermazione mira a cogliere posizioni che negano il diritto di esistenza. Il problema pratico è che critiche ideologiche (es. sostenere che lo stato è fondato su ingiustizie storiche) possono essere interpretate come “negazione” anche quando sono argomentazioni politiche non basate su odio etnico. IHRA
Applicare doppi standard a Israele rispetto ad altri Stati democratici
Ambiguità: usare doppi standard è un criterio utile ma soggettivo: cosa conta come “doppio standard”? Attivisti possono sostenere che le critiche a Israele riflettono differenze reali di potere o responsabilità storiche – interpretabili come legittime, non come pregiudizio. report-it.org.uk
Paragonare la politica israeliana ai nazisti o al nazismo
Ambiguità: il paragone retorico può effettivamente scadere in trivializzazione dell’Olocausto (che rientra chiaramente nell’antisemitismo), ma in dibattiti pubblici talvolta il linguaggio iperbolico (anche offensivo) è usato per condannare crimini di guerra. Distinguerne la liceità richiede valutare intento, contesto e linguaggio. IHRA
Attribuire colpe collettive agli ebrei per le azioni di Israele
Ambiguità: questo è un caso chiaro di stereotipo collettivo (antisemitico) se si intende “gli ebrei ovunque” responsabili; meno chiaro quando si critica la diaspora pro-Israele che effettivamente opera politicamente: la distinzione tra critica a gruppi politici e attribuzione etnica non sempre è fatta. report-it.org.uk
Accusare gli ebrei di doppia lealtà o di usare il proprio potere per scopi malvagi
Ambiguità: qui si tratta proprio di un tropo antisemita storico. Meno ambigua, ma in applicazioni pratiche il termine “doppia lealtà” viene talvolta usato per criticare l’influenza di lobby pro-Israele: distinguere retorica politica da stereotipo richiede valutazione contestuale. IHRA
Usare stereotipi antisemiti o negare l’Olocausto
Ambiguità: questo è l’esempio meno ambiguo (aperto antisemitismo). report-it.org.uk
Rivolgere all’ebreo medio accuse che sono storicamente antisemite (es. controllano i media, la finanza, ecc.)
Ambiguità: chiaro nella sostanza; applicazione pratica: critiche a singoli individui/aziende non diventano automaticamente accuse etniche – ma talvolta il confine è labile. report-it.org.uk
Quando si parla di Israele si adotta linguaggio che trasferisce stereotipi antisemiti su istituzioni israeliane
Ambiguità: questo è un punto chiave: l’esempio contempla il “traslare” del tropo antisemita su istituzioni statali. In pratica, chi giudica questa “traslazione” (polizia, università, tribunale) può arrivare a conclusioni diverse. IHRA
Sostenere che le azioni di Israele giustifichino l’odio verso ebrei ovunque
Ambiguità: concetto corretto ma di difficile applicazione: la distinzione fra critica che provoca reazioni emotive e istigazione diretta all’odio non è sempre netta. report-it.org.uk
Esprimere simboli o teorie complottiste antisemite mascherate da critica politica
Ambiguità: molto utile come criterio, ma l’identificazione del “camuffamento” è interpretativa – chi decide che un argomento politico è “camuffato”? IHRA
Conclusione sulla lista: molti esempi sono appropriati per identificare quanto è chiaramente antisemitico (negazione Olocausto, stereotipi, accuse di cospirazione). Le ambiguità emergono soprattutto negli esempi che coinvolgono Israele: la definizione IHRA cerca di coprire i casi in cui critica politica diventa pretesto per forme antisemite, ma il testo non fissa criteri operativi stretti per separare la critica legittima (es.: accuse di crimini di guerra a un governo) dalla critica antisemitica (es.: stereotipi, negazione del diritto di esistenza). Questo è il punto che fa sorgere la preoccupazione di uso restrittivo contro il dissenso politico. IHRA+1
IHRA – definizione breve + 11 esempi illustrativi; è largamente adottata come working tool da istituzioni statali e ONG; pro: praticità per forze di polizia/istituzioni; contro: esempi su Israele possono essere interpretati in modo ampio e usati per limitare critiche politiche. IHRA+1
Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA, 2021) – redatta da accademici in parte come risposta/alternativa all’IHRA; propone una definizione più esplicita (antisemitismo = discriminazione, pregiudizio, ostilità verso gli ebrei come tali) e fornisce linee guida dettagliate su cosa non è antisemitismo (incluse alcune forme di critica di Israele, il BDS, il sostegno ai palestinesi “di per sé” non è classificato automaticamente come antisemita). Pro: maggiore enfasi sulla libertà di parola politica; contro: critici dicono che indebolisce un consenso utile nel contrasto all’odio. jerusalemdeclaration.org+1
Nexus Document – cerca di tracciare regole pratiche per capire quando discorsi su Israele e sionismo sono antisemitici; tende a offrire esempi e “linee guida” per policymaker (focus USA). È pensato per chiarire il nexus tra critica legittima a Israele e antisemitismo. Pro: utile per operatori pratici; contro: meno adottato a livello internazionale. Nexus Project+1
Sintesi comparativa:
IHRA = ampia adozione pratica ma esempi su Israele lasciano margine interpretativo;
JDA = più cauta nel proteggere il discorso politico critico verso Israele, esplicita su ciò che NON è antisemitismo;
Nexus = guida operativa per distinguere contesti (scopo pratico locale).
Fonti: Risoluzione Parlamento Europeo 1° giugno-2017; Commissione europea che cita la definizione; opinione ECRI del Consiglio d’Europa che invita cautela nell’uso. Parlamento Europeo+2European Commission+2
Cosa è stato fatto: la risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2017 invita gli Stati membri a “adottare” la definizione IHRA (non vincolante) e richiama istituzioni UE ad usarla per formazione e raccolta dati. La Commissione europea e vari organi hanno usato la definizione come strumento operativo. Parlamento Europeo+1
Rischi pratici:
Sovrainterpretazione – enti locali, università o forze di polizia possono applicare gli esempi in modo restrittivo, trattando come antisemitismo critiche politiche che non sono odio etnico. (es. sanzioni disciplinari in campus). Antisemitism Policy Trust
Chilling effect – rischio che attivisti, accademici e giornalisti evitino critiche severe al governo israeliano per timore di accuse amministrative o reputazionali. Questo è stato uno dei motivi che ha portato alla stesura della JDA. Wikipedia
Strumentalizzazione politica – gruppi possono usare la definizione per delegittimare oppositori politici o proteste, confondendo legittima critica con odio. Questo problema è stato sollevato anche in rapporti e opinioni critiche. rm.coe.int
Intenzione e target: criticare politiche o persone che agiscono in nome dello Stato (governo, esercito) è politica; accusare “gli ebrei” come gruppo è antisemitismo. Verificare se il linguaggio usa stereotipi etnici. (IHRA, JDA). IHRA+1
Doppio standard / singling out: valutare se la critica applica criteri solo a Israele e non ad altri casi analoghi; ma attenzione: il mero fatto di concentrarsi su Israele non prova automaticamente doppi standard. Servono argomentazioni comparative. report-it.org.uk
Tropi storici: discorsi che richiamano antichi tropi antisemiti (cospirazione, controllo media/finanza, doppia lealtà) sono antisemitici indipendentemente dal contesto politico. report-it.org.uk
Paragoni con il nazismo: normalmente altamente offensivi e spesso inappropriati; vanno valutati caso per caso per stabilire se siano mera retorica iperbolica o tentativo di banalizzare l’Olocausto. IHRA
The Nexus Document – “Understanding Antisemitism at its Nexus with Israel and Zionism”. Nexus Project
European Parliament – Resolution on combating anti-Semitism (1 June 2017). Parlamento Europeo
ECRI (Consiglio d’Europa) – opinione su uso pratico / limiti IHRA (raccomandazioni). rm.coe.int
Ecco alcuni casi pratici documentati – in Europa e Stati Uniti – in cui l’adozione della definizione International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) per l’antisemitismo ha portato a controversie reali, accuse, indagini o – secondo i critici – limitazioni della libertà d’espressione. Questo mostra concretamente le difficoltà di applicazione e le obiezioni.
• Università nel Regno Unito: numerose accuse → quasi tutte archiviate
Un rapporto del European Legal Support Center (ELSC) in collaborazione con British Society for Middle Eastern Studies (BRISMES) documenta 40 casi tra il 2017 e il 2022 in cui studenti, docenti o associazioni universitarie sono stati accusati di antisemitismo usando la definizione IHRA. Di questi, 38 sono stati archiviati dopo indagini. Elsc Support+1
Il rapporto segnala che nei casi “incriminati” spesso si trattava di critiche a Israele o sostegno alla causa palestinese, non discorsi che esprimessero odio etnico verso gli ebrei. L’accusa sarebbe stata scartata, ma le procedure disciplinari – lunghe, stressanti e potenzialmente dannose per reputazione e carriera – sono state comunque attivate. Elsc Support+1
Questo fenomeno – accusati, ma quasi sempre assolti – suggerisce che l’adozione della definizione IHRA da sola ha creato un clima di vigilanza preventiva, con conseguente auto-censura di docenti e studenti temendo accuse, anche se infondate. Committee For Academic Freedom+1
• University College London (UCL) – rifiuto interno della definizione
Nel 2021 il Board accademico di UCL ha votato per ritirare l’adozione dell’IHRA all’interno dell’università, ritenendola “non adatta a un contesto universitario”: il problema concreto era che la definizione – e in particolare gli esempi sullo Stato di Israele – “confondono il pregiudizio contro gli ebrei con dibattito politico su Israele/Palestina”, limitando libertà di ricerca e insegnamento. The Guardian+1
Il Board ha segnalato che, nonostante l’intenzione di combattere l’antisemitismo, l’uso dell’IHRA ha avuto “effetti potenzialmente dannosi” sul diritto di espressione e sul dibattito accademico, influendo negativamente su libertà di parola e pluralità di visioni. The Guardian+1
• Casi continentali (Germania, Austria, Regno Unito): cancellazioni di eventi, disinviti, restrizioni
Il rapporto dell’ELSC denuncia che in Germania, Austria e Regno Unito numerose persone (ricercatori, attivisti, studenti) sono state accusate di antisemitismo anche solo per aver partecipato a manifestazioni pro-Palestina, aver firmato petizioni BDS, o espresso critiche forti a Israele; molti casi hanno comportato disinviti, annullamento di eventi, rifiuto di contratti. Invictapalestina+1
Il caso di una ricercatrice tedesca-palestinese, citata nello studio del Carnegie Endowment, illustra l’uso dell’IHRA come strumento per “etichettare” come antisemitismo anche posizioni critiche al sionismo: la sua reputazione e carriera sarebbero state danneggiate senza che emergessero prove concrete di pregiudizio antiebraico. Carnegie Endowment+1
Critiche strutturali e documentate all’uso dell’IHRA
Secondo analisi di accademici e organizzazioni per i diritti civili:
La definizione – pur “non vincolante” – viene trattata come se fosse un codice operativo: in pratica, università, istituzioni, enti pubblici la usano per adottare regolamenti interni, politiche disciplinari, e come base per sanzioni, eventi annullati, disdette. No to IHRA+2Elsc Support+2
Questo porta a un clima di timore e autocensura: persone evitano di esprimersi criticamente su Israele/Palestina, temendo conseguenze personali o professionali. Carnegie Endowment+1
Alcuni denunciano che la definizione è inadeguata per contesti accademici, dove è fondamentale la libertà di espressione, ricerca e dibattito, e che la sua applicazione concreta genera più danni che benefici reali nella lotta all’antisemitismo. The Guardian+2Elsc Support+2
Le decisioni disciplinari partono spesso prima ancora di verificare contenuti o intenzioni, basandosi solo su segnalazioni. Carnegie Endowment+1
Anche quando le accuse sono archiviate, l’indagine stessa ha effetti intimidatori: stress, danni reputazionali, potenziali conseguenze su carriera e opportunità future. Committee For Academic Freedom+1
La distinzione tra opinione politica, critica delle politiche di uno Stato, e pregiudizio etnico/religioso spesso non viene fatta con chiarezza, lasciando ampio margine a interpretazioni soggettive. The Guardian+1
I casi documentati mostrano che l’uso della definizione IHRA – ben oltre la sua natura teorica – è diventato uno strumento operativo in università, istituzioni e dibattiti pubblici. In molte circostanze, critiche politiche e attivismo per i diritti dei palestinesi sono stati trattati come potenziale antisemitismo, con conseguenze concrete per le persone coinvolte. Allo stato attuale, non esiste garanzia che l’utilizzo della definizione non comporti restrizioni della libertà di espressione in contesti pubblici o accademici.
Ecco una selezione di casi documentati recenti (2017-2025) – in Europa – dove l’adozione o l’applicazione della definizione International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) ha portato a controversie, accuse, restrizioni su libertà di espressione o critiche in contesti accademici, universitari o pubblici. In molti di questi casi, le accuse sono state poi respinte, ma resta il danno reputazionale, la censura preventiva o la paura di esprimersi liberamente.
European Legal Support Center (ELSC) + British Society for Middle Eastern Studies (BRISMES) – Germania, Austria, Regno Unito, 2017-2022
Il loro rapporto documenta 53 casi in cui persone o gruppi accusati di antisemitismo con la IHRA dopo aver criticato Israele, sostenuto i diritti palestinesi o partecipato a proteste. In quasi tutti i casi (quando si è arrivati a una decisione) le accuse sono state respinte. Elsc Support+2Invictapalestina+2
40 accuse di antisemitismo: 24 contro docenti, 9 contro studenti, 7 contro associazioni studentesche; nessuna ha portato a condanna definitiva. Molti casi sono stati archiviati, ma le indagini hanno generato stress, timori, danni reputazionali. Officina dei Saperi+2Elsc Support+2
University College London (UCL), 2021
Il Board accademico ha votato per ritirare l’adozione della IHRA al suo interno, sostenendo che: la definizione “confonde pregiudizio contro ebrei con dibattito politico su Israele/Palestina”, non ha base legale e minaccia la libertà accademica. The Guardian
Germania / Austria – casi di ricercatrici/disinviti
Secondo analisi citate da ONG e media, alcune accademiche (o attiviste) sono state “monitorate”, disinvitate da eventi, escluse da incarichi o programmi dopo accuse (spesso infondate) basate sulla definizione IHRA. Carnegie Endowment+1
Recenti tensioni nelle università europee dal 2024 in poi
Un rapporto (2025) su 9 paesi – Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Regno Unito – documenta un forte aumento di incidenti antisemiti reali (minacce, vandalismi, attacchi) e osserva che la definizione IHRA è stata spesso richiamata per classificare o affrontare questi fenomeni, ma anche che in alcuni casi il suo uso risulta ambiguo o contestato. The Times of Israel+1
Istituzioni comunitarie / ONG e adozione in vari paesi europei (es. Svizzera)
Numerose comunità/ong europee – incluse quelle in Svizzera – hanno adottato la definizione IHRA come guida. In alcuni contesti, critici segnalano che questa adozione genera pressioni su media, opinione pubblica e istituzioni affinché evitino certe critiche a Israele per timore di “accuse di antisemitismo”. Osservatorio Antisemitismo+1
Indagini disciplinari o legali anche in assenza di evidenze di odio razziale, basate su critiche a Israele (governo, politiche, guerra). Carnegie Endowment+2Elsc Support+2
Cancellazioni di eventi, conferenze, lezioni o disinviti – spesso per timore di accuse antisemite. Carnegie Endowment+1
“Effetto chilling”: studenti, docenti, attivisti evitano argomenti delicati su Israele/Palestina per timore di ripercussioni. Elsc Support+1
Danno reputazionale e a volte professionale: sospensione di contratti, difficoltà di assunzione, esclusione da incarichi. Carnegie Endowment+1
Anche quando le accuse sono infondate, l’apertura di indagini colpisce reputazione, mira il discorso pubblico e può scoraggiare la partecipazione civica o accademica.
La definizione IHRA – pur “non vincolante” – viene spesso trattata come un codice deontologico o regolamentare, con effetti concreti: sanzioni, esclusioni, limitazioni.
C’è difficoltà a stabilire un confine chiaro tra critica politica legittima e prezzo dell’applicazione pratica: la soggettività nell’interpretazione degli “esempi IHRA” lascia troppo spazio all’arbitrio.
Alcune istituzioni (come l’UCL) hanno riconosciuto che la definizione, per il contesto accademico, può essere inappropriata.
Io:
Dimmi se la definizione di antisemitismo dell’IHRA, oltre che dal Parlamento europeo, è stata oggetto di documenti ufficiali di altri consessi internazionali come Nazioni Unite, Consiglio d’Europa , Parlamenti nazionali etc
AI:
Breve risposta diretta: sì, la definizione IHRA è stata richiamata o adottata in documenti ufficiali e politiche da molti Parlamenti nazionali, governi e istituzioni europee, ma non è stata formalmente adottata come definizione vincolante dalle Nazioni Unite né dal Consiglio d’Europa nella sua interezza. Di seguito il dettaglio con riferimenti primari.
Governi e Parlamenti nazionali: numerosi Stati hanno “adottato”, “sostenuto” o “endorso” la working definition IHRA. Elenchi aggiornati e ufficiali sono mantenuti dall’IHRA stessa e da altri osservatori; tra gli Stati che l’hanno adottata figurano Regno Unito (prima adozione 2016), Germania, Italia, Austria, Australia, Stati Uniti (in varie forme), molti Stati membri UE (oltre 20). ihra.combatantisemitism.org+1
Unione Europea / Parlamento europeo: il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri a usare una definizione comune e ha approvato una risoluzione (1 giugno 2017) che raccomanda di adottare misure comuni per combattere l’antisemitismo e menziona l’importanza di definizioni operative. La Presidenza / Consiglio europeo ha poi emesso dichiarazioni di supporto alla lotta contro l’antisemitismo (2018). Parlamento Europeo+1
Organizzazioni internazionali e organi europei: alcuni organi e agenzie (o uffici tecnici) del Consiglio d’Europa – in particolare ECRI (European Commission against Racism and Intolerance) – si sono occupati della questione e hanno prodotto rapporti e raccomandazioni sul contrasto all’antisemitismo, ma il Consiglio d’Europa nel suo complesso non ha formalmente adottato l’IHRA come definizione vincolante per tutti gli Stati membri; ECRI ha anche indicato la necessità di cautela nell’applicazione pratica. rm.coe.int+1
Nazioni Unite: le Nazioni Unite non hanno approvato una definizione IHRA vincolante a livello di Assemblea Generale o Consiglio dei Diritti Umani. Alcuni documenti ONU o osservatori delle Nazioni Unite possono citare o riferirsi all’IHRA, e singoli Stati membri (cioè governi nazionali) hanno dichiarato di aver adottato l’IHRA, ma ciò non equivale a un’adozione formale dell’ONU nel suo insieme. Nazioni Unite+1
Molti Parlamenti nazionali e governi l’hanno incorporata in politiche nazionali, linee guida per forze dell’ordine, enti pubblici e talvolta regolamenti universitari. L’elenco (in continuo aggiornamento) è disponibile presso IHRA e altre fonti che tracciano le adozioni. ihra.combatantisemitism.org+1
Altre istituzioni internazionali (es. alcune agenzie UE, ONG, federazioni sportive, università) hanno adottato la definizione a vario titolo; altre hanno rifiutato l’adozione formale o ne hanno chiesto chiarimenti (es. alcune università di primo piano). The Guardian+1
Sì: IHRA è stata ripresa e adottata a livello nazionale in molti Parlamenti e governi (Europa compresa) e raccomandata dal Parlamento europeo come riferimento utile. ihra.combatantisemitism.org+1
No: non c’è stata un’adozione vincolante e universale da parte delle Nazioni Unite o del Consiglio d’Europa nella loro interezza; organi interni come ECRI hanno trattato la questione ma hanno anche segnalato la necessità di cautela. rm.coe.int+1
Ecco una lista (non esaustiva, ma aggiornata secondo le fonti pubbliche disponibili) di paesi europei (e anche extra-europei) che hanno adottato o approvato ufficialmente la definizione operativa di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), con data di adozione/approvazione come riportata dal sito IHRA. IHRA+1
La fonte principale per l’elenco ufficiale è la pagina “Working Definition of Antisemitism” del sito dell’IHRA, dove è pubblicato un elenco aggiornato dei paesi che hanno “adopted or endorsed” la definizione. IHRA
Mi dici qualcosa di più sull’adozione da parte dell’Italia il 17 gennaio 2020 della definizione di IHRA (tipo di documento, testo, legge, decreto?)
AI:
Ecco cosa sappiamo finora sull’adozione in Italia (17 gennaio 2020) della definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). La spiegazione indica che tipo di atto fu, che effetto ebbe, e dove trovare il testo ufficiale.
Il 17 gennaio 2020 il Consiglio dei Ministri – su proposta del governo – ha adottato ufficialmente la “working definition” IHRA di antisemitismo. IHRA+2Senato della Repubblica+2
Nella stessa seduta il Consiglio dei Ministri ha nominato la prof.ssa Milena Santerini come coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo. Governo Italiano+1
L’adozione è registrata ufficialmente nella sezione “Italy” del sito IHRA, che elenca l’Italia fra i paesi che “have adopted the IHRA Working Definition”. IHRA
Non si tratta di una legge del Parlamento, ma di una decisione del Consiglio dei Ministri (“atto di governo”). In termini formali, l’adozione è contenuta nella delibera del Consiglio dei Ministri – non in un nuovo codice penale o in una norma autonoma. Senato della Repubblica+2OpenParlamento+2
Successivamente, con l’adozione della definizione, è stata avviata una “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo”, curata da un gruppo tecnico istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in attuazione di quella definizione. Senato della Repubblica+1
Alcuni atti parlamentari (mozioni) hanno preso atto dell’adozione da parte del Governo. Ad esempio la mozione 1-00212 (presentata il 5 febbraio 2020) richiama espressamente la decisione del 17 gennaio 2020. OpenParlamento+1
Quindi l’adozione è avvenuta per via governativa (ovvero non normativa), come atto amministrativo di accoglimento della definizione IHRA.
La pagina ufficiale di IHRA per l’Italia – “Countries / Italy” – conferma l’adozione: «On 17 January 2020 the Council of Ministers … adopted the IHRA Working Definition of antisemitism». IHRA
La “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” (documento del Governo) menziona esplicitamente quell’adozione e la nomina della coordinatrice nazionale. Governo Italiano
Gli atti parlamentari (Camera dei Deputati e Senato) contengono mozioni che prendono atto dell’adozione, segnalando l’intenzione di seguire la definizione IHRA come orientamento per le istituzioni. OpenParlamento+2Documenti Camera+2
Cosa significa – e cosa non significa – per la normativa italiana
Significa che l’Italia riconosce ufficialmente la definizione IHRA come standard di riferimento contro l’antisemitismo, e che le istituzioni (governo, ministeri, enti pubblici) sono chiamate a tenerne conto nella loro azione: monitoraggio di discorsi d’odio, formazione, contrasto dell’antisemitismo, iniziative educative.
Non significa che la definizione IHRA sia automaticamente diventata “legge”: non è attualmente una norma penale autonoma né una modifica diretta del codice penale. Le fattispecie di reato restano quelle previste dalla legge italiana vigente (es. articoli per istigazione all’odio razziale, diffamazione, incitamento all’odio, ecc.).
L’adozione serve da linea guida / riferimento politico-amministrativo: in futuro il legislatore potrebbe decidere di tradurre gli esempi IHRA in norme più precise, ma fino a oggi ciò non è avvenuto (salvo iniziative come il disegno di legge menzionato da alcuni commentatori come possibile “salto di qualità”). Osservatorio Repressione+1
Io:
Mi trovi il comunicato stampa del consiglio dei ministri del 17 gennaio 2020 e il relativo link?
AI:
Ecco il comunicato stampa ufficiale relativo al Consiglio dei Ministri del 17 gennaio 2020 in cui il Governo italiano adotta la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) e nomina la Coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo.
Titolo:Il Governo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA
Data: 17 gennaio 2020
Contenuto principale:
Il Consiglio dei Ministri, in coerenza con la risoluzione sulla lotta contro l’antisemitismo adottata dal Parlamento europeo il 1° giugno 2017 e con le conclusioni del Consiglio europeo del 13-14 dicembre 2018, ha accolto la definizione di antisemitismo formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA):
“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto.”Regioni.it
Nella stessa riunione è stata nominata la prof.ssa Milena Santerini come Coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Regioni.it
Questo testo è la parte centrale del comunicato emanato dal Governo (poi ripreso anche dai media e dai portali informativi di comunità ebraiche). Una versione del comunicato è pubblicata online con le delibere e le decisioni del Consiglio dei Ministri. Regioni.it
Link al testo del comunicato
Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 23 del 17/01/2020 (riassunto delle decisioni, incluso l’adozione della definizione IHRA):
Il comunicato ufficiale sul sito istituzionale del Governo italiano (governo.it) non è pubblicato come pagina autonoma con un codice univoco, ma la decisione è certificata sia da questo comunicato riassuntivo, sia da successive relazioni governative e documenti ufficiali (es. la Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo). Governo+1
Io:
Siamo quasi alla fine di questa discussione sulla controversa definizione di antisemitismo proposta dall’IHRA. Ti riporto il pensiero di Francesca Albanese su questa definizione, espressa nel suo libro “Quando il modo dorme“. “Nel primo periodo della nostra conoscenza, Alon Confino ha portato la mia attenzione su una questione molto importante, introducendomi alla diatriba interna tra gli studiosi ebrei di tutto il mondo circa la definizione di antisemitismo proposta dall’organizzazione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). In verità l’antisemitismo dovrebbe essere già definito di per sé: consiste nell’odio, la discriminazione, il pregiudizio, la violenza nei confronti degli ebrei in quanto ebrei, esattamente come l’islamofobia è l’odio, la discriminazione, il pregiudizio, la violenza nei confronti dei musulmani in quanto musulmani e così via. Questa organizzazione, invece, nel 2016 aveva proposto una definizione particolare di antisemitismo, verbosa, complessa e melliflua: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non-ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche e edifici utilizzati per il culto». Alla definizione, apparentemente innocua, si accompagnano undici esempi pratici che collegano l’antisemitismo alla critica nei confronti dello Stato di Israele e delle sue politiche. La pericolosità di questa definizione è che dà la possibilità di ritenere qualsivoglia critica allo Stato di Israele come antisemita. In sintesi, poiché Israele si definisce «Stato ebraico», criticarlo significherebbe essere antisemiti, che ci siano o meno violazioni documentate attribuibili a Israele. Questa equazione è nociva, e non sono stata né la prima né l’unica a sostenerlo. Come mi ha spesso detto Alon, confondere la critica dello Stato di Israele con l’antisemitismo è rischiosissimo sia per i palestinesi sia per gli ebrei stessi: perché, ragionando in questi termini, si fa un’associazione immediata tra tutti gli ebrei e lo Stato di Israele. Invece non è così. Alon era israeliano, amava profondamente Israele, e come lui ci sono tanti ebrei americani o europei che non vogliono avere nulla a che fare con i crimini dello Stato di Israele. Molti di questi ebrei sono antisionisti, altri non apertamente, altri ancora per nulla. Inoltre, facendo equazioni improprie tra antisionismo e critica dello Stato di Israele si tralascia di parlare del vero antisemitismo, che è ripugnante ma esiste ancora: è quello delle destre che vedono gli ebrei – così come gli arabi o le persone omosessuali –, come qualcosa di impuro da eliminare dal sistema occidentale al fine di preservarne la purezza. Sembra che l’idea della razza superiore, trasformata in ideologia politica di sterminio dalla Germania nazista un secolo fa, non sia scomparsa con Hitler, come dice lo studioso israeliano Raz Segal, docente di Studi sull’Olocausto e sul Genocidio presso la Stockton University, nel New Jersey. Questa ideologia si è nascosta e trasformata, ma pulsa ancora nelle vene delle nostre società, anche quelle occidentali che predicano di essere fondate sui diritti umani e sulle libertà fondamentali.”. In base alle riposte che mi hai dato su IHRA, Jerusalem Declaratione e le altre, cosa ne pensi?
AI:
Rispondo in modo analitico, non valutativo, collegando il testo di Francesca Albanese a quanto emerso su IHRA, Jerusalem Declaration (JDA) e Nexus Report.
Il nodo che Albanese individua è la sovrapposizione concettuale tra antisemitismo (odio verso gli ebrei in quanto tali) e critica a Israele come Stato. Questo non è un rilievo isolato né marginale: è esattamente la linea di frattura che attraversa il dibattito accademico e giuridico internazionale.
Dal punto di vista analitico:
La definizione “base” IHRA è ampia e volutamente vaga (“una certa percezione degli ebrei…”).
Il problema non è tanto il testo-base, quanto gli 11 esempi, alcuni dei quali introducono Israele come criterio interpretativo dell’antisemitismo.
Questo crea una ambiguità strutturale, non un abuso occasionale.
Su questo punto, la critica di Albanese è coincidente con quella formulata da:
oltre 200 studiosi ebrei e israeliani nella Jerusalem Declaration on Antisemitism (2021);
i giuristi del Nexus Report (2021);
relatori ONU sulla libertà di espressione e sui diritti umani (anche prima della sua nomina).
Il punto finale di Albanese è empiricamente corretto:
Il vero antisemitismo violento e ideologico oggi è largamente presente:
nell’estrema destra,
nel suprematismo bianco,
nei movimenti complottisti.
L’uso estensivo della definizione IHRA per colpire il dissenso politico su Israele rischia di indebolire la lotta contro questo antisemitismo reale, spostando risorse e attenzione.
Anche questo è un argomento condiviso da:
ECRI (Consiglio d’Europa),
relatori ONU,
numerosi studiosi dell’Olocausto (incluso Raz Segal, che citi).
Il pensiero di Francesca Albanese è coerente con le critiche accademiche più solide alla definizione IHRA.
Non nega l’esistenza dell’antisemitismo, né lo minimizza.
Contesta l’uso politico e giuridicamente ambiguo di una definizione che confonde:
identità religiosa,
appartenenza etnica,
Stato,
governo,
ideologia.
In termini rigorosi, la sua posizione non è una posizione “contro IHRA”, ma a favore di una definizione più precisa, più garantista e più efficace, come JDA o Nexus.
Se vuoi, nel prossimo passo posso:
confrontare punto per punto una frase di Albanese con gli articoli specifici di JDA e Nexus;
oppure spiegare perché IHRA continua a essere preferita politicamente nonostante queste critiche.
Io:
Spiegami perché la definizione dell’IHRA continua ad essere preferita
AI:
La persistenza della definizione IHRA come riferimento privilegiato non è dovuta alla sua superiorità concettuale o giuridica, ma a una combinazione di fattori politici, istituzionali e strategici. Li espongo in modo ordinato.
Questa persistenza non ne certifica la qualità concettuale, ma la sua utilità politica.
IO:
come potrebbe essere riscritta una definizione “minima” di antisemitismo che eviti queste ambiguità?
oppure in che modo l’IHRA potrebbe essere corretta senza essere abolita.
AI:
Spiego come l’IHRA potrebbe essere corretta senza essere abolita, in modo coerente con quanto emerso finora e con le proposte già avanzate in ambito giuridico e accademico.
“Criticism of Israel similar to that leveled against any other country cannot be regarded as antisemitic.”
È troppo generica e facilmente neutralizzabile.
Correzione necessaria (chiave)
La critica a Israele, anche radicale, dura o moralmente severa, rientra nel legittimo dibattito politico, storico o giuridico, salvo che sia accompagnata da:
stereotipi antiebraici,
attribuzione di colpa collettiva agli ebrei,
negazione dei diritti civili degli ebrei in quanto tali.
Questa formula è presa quasi testualmente da JDA e Nexus, ma può essere integrata in IHRA senza negarla.
Lo Stato di Israele, pur definendosi “Stato-nazione del popolo ebraico”, è un soggetto politico e giuridico distinto dagli ebrei come gruppo religioso, etnico o culturale.
La responsabilità per atti statali non può essere attribuita agli ebrei come collettività.
Questa frase protegge gli ebrei, non Israele, ed elimina l’equazione implicita.
Antisemitismo è l’odio, il pregiudizio, la discriminazione o la violenza contro ebrei in quanto ebrei, individualmente o collettivamente, inclusa l’attribuzione di colpa collettiva, l’uso di stereotipi antiebraici, la negazione dei loro diritti civili o della loro uguale dignità.
La critica a Israele, anche severa o radicale, rientra nel legittimo dibattito politico, storico o giuridico e non è antisemitismo di per sé, salvo che impieghi stereotipi antiebraici, attribuisca responsabilità collettiva agli ebrei, o neghi diritti agli ebrei in quanto tali.
Lo Stato di Israele è un soggetto politico distinto dagli ebrei come gruppo religioso, etnico o culturale; la responsabilità per atti statali non è imputabile agli ebrei come collettività.
La valutazione deve considerare intento, contesto e contenuto complessivo dell’espressione.
Questa formula assorbe IHRA, chiarisce i punti critici e allinea JDA e Nexus.
Tecnicamente, correggere IHRA è possibile e migliorerebbe la tutela degli ebrei e la libertà di espressione.
Politicamente, non conviene: ridurrebbe flessibilità, potere simbolico e utilità diplomatica.
Per questo IHRA non viene riformata, pur potendo esserlo.
Io:
GRAZIE per la conversazione. Per stessa ammissione del suo sito, le risposte di ChatGPT possono essere fallaci, ma comunque, ho nuovi spunti di riflessione.
Nota: lo strumento di Intelligenza artificiale che mi ha aiutato è ChatGPT (OpenAI) fra il 13 e il 15 dicembre 2025. Le risposte attribuite a ChatGPT non sono state ritoccate,
La storia della lotta per il potere è antichissima. L’uccisione di Abele da parte di Caino fu un modo di conquistare il potere in ambito familiare.
Ma rimaniamo con i piedi per terra senza scomodare testi religiosi.
Da qualche giorno ci ha lasciato Desmond Morris, l’autore del celeberrimo “La scimmia nuda” che inizia così: “Esistono centonovantatré specie viventi di scimmie con coda e senza coda; di queste, centonovantadue sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da uno scimmione che si è auto-chiamato Homo Sapiens.”
La scimmia è un animale sociale e ben prima che l’Homo Sapiens iniziasse la sua vita autonoma, esisteva già la questione del potere sul gruppo/branco/famiglia. Qui entra in gioco quello che gli etologi e antropologi chiamano “Maschio Alfa” ossia l’individuo più forte, capace di trasmettere i suoi geni migliori alle migliori femmine che da lui erano attratte.
Gli scimpanzé alfa hanno l’obbligo di mantenere la pace nel gruppo. Cercano di impedire che scoppino risse e in genere supportano i perdenti in qualsiasi conflitto. Ciò fornisce sicurezza per i membri di livello più basso del gruppo, il che aiuta la popolarità dell’alfa. Gli scimpanzé alfa inoltre dimostrano il comportamento più empatico all’interno del gruppo, trascorrendo molto tempo a confortare gli altri. Era certo una vita faticosa: prendere decisioni, condurre il branco, procreare per continuare la specie, difendersi dai continui attacchi degli altri maschi che volevano prendere il suo posto.
Una teoria vuole che l’evoluzione si sia sviluppata non dal maschio Alfa bensì dal “Maschio Omega” uno scimpanzè tranquillo, senza particolari obblighi, con molto tempo libero per pensare. E chi pensa si evolve.
La situazione non era molto dissimile fra i cosiddetti uomini delle caverne. Il Capo deteneva il potere, ma aveva molti obblighi: procacciare il cibo alla famiglia, accudire le donne, spesso gravide, difendere la famiglia.
Vita dura
Nella famiglia mononucleare non c’erano dubbi: l’uomo era il Capo e deteneva il potere. Ma anche l’uomo è un animale sociale e, sia per difesa, sia per aiuto reciproco, tendeva ad unirsi ad altri nuclei familiari formando quella che si chiama tribù. Quindi molti maschi. Come distribuire o accentrare il potere? Talvolta c’era un Maschio Alfa molto più Alfa degli altri che si prendeva tutto. Molto più spesso si addiveniva ad accordi fra le varie famiglie mediante riunioni dei Maschi Alfa delle diverse famiglie che trovavano un accordo discutendo. Arriviamo così ai clan che ri autoregolamentavano mediate assemblee variamente nominate “Consiglio dei Capi”, “Riunione degli Anziani” etc.
Le tribù erano per lo più nomadi e il “territorio di competenza” entrava in gioco solo in via temporanea. Il territorio della Tribù, o del Clan, era quello dove in quel momento la Tribù o il Clan si trovavano.
La situazione cominciò a cambiare quando la stanzialità prese il sopravvento. Come scive Yuval Noah Harari, in Sapiens, quando da cacciatori raccoglitori gli uomini si traformarono in agricoltori.
Cominciarono a coltivare i campi e a vivere dei loro frutti. Attorno ai campi vennero costruite, prima in fango, poi in legno, poi in pietra, i rifugi che servivano da ricovero per la notte, da difesa, da magazzino. Il territorio di pertinenza divenne stabile: era quello dove si era definitivamente fermata la tribù. Nacque la città. Nuclei di rifugi/abitazioni completamente scollegate ed indipendenti da quelle vicine. Ovviamente stiamo parlando solo di quella parte della Terra che noi chiamiamo occidente.
Il fenomeno ebbe divere varianti: in Grecia furono fondate, e crebbero le città stato, alcune ove i dettami di vita erano moto rigidi, come Sparta, altre ove cominciò a germogliare il seme di quella che noi chiamiamo democrazia in cui il potere era regolato da norme che privilegiavano la maggioranza ma non vessavano la minoranza, come Atene.
In Atene si raggiunsero alte vette di Democrazia testimoniate dal famoso discorso del 431 A.C. di Pericle agli ateniesi”...Noi ad Atene facciamo così...” in cui vengono ben descritte le regole di potere della città
In effetti anche Roma fu una Città-Stato, solo che aveva la caratteristica di essere “espansiva”. Dalla sua fondazione, Roma non fece altro che espandersi ma, spesso, gli abitanti dei territori conquistati ne acquistavano la cittadinanza e protevano così fregiarsi dell’ambito “civis romanus sum” fino a che, con l’Editto di Caracalla, del 212 D.C. ogni abitante dell’Impero romano acquisì la citadinanza romana.
Anche nella Roma Repubblicana esistevano regole democratiche per la gestione del potere. Il Senato ne era l’espressione più viva, ma lo era anche il popolo che lo eleggeva.
Non a caso l’Acronimo più famoso e più longevo del mondo S.P.Q.R. (Senatvs PopvlvsQve Romanvs – il Senato E il Popolo Romano) racchiudeva in sè entrambi.
Proseguendo nei secoli, almeno in Italia, anche se formalmente l’imperatore esisteva sempre, il vero potere passò nelle mani dei signorotti locali che, con la forza, costringevano i loro sudditi (servi della gleba) a dar loro una bella fetta dei frutti che il duro lavoro della terra forniva.
Il potere tornava nelle mani di un uomo solo, di democrazia non se ne parlò più. Comandava chi era il più forte.
Chi era il più forte comandava, ma il “territorio” non era mica ben definito: già l’impostazione piamidale “vassalli -> valvassori -> valvassini” era foriera di dubbi e lotte cruente; poi c’era la questione successoria: i feudatari in tutti i modi cercavano di difendere la discendenza familiare ma, almeno formalmente, essi ricevevano la carica dall’imperatore che non sempre favoriva la discendenza familiare.
Da questo panorama se ne sviluppò un altro.
In Italia sorse e splendette l’epoca dei Comuni. Un po’ città stato, un po’ territori governati non già da un Re, ma da una famiglia dominante, che poi fossero nominamente ducati, principati o semplici “comuni” non era importante. L’importante era la famiglia dominante, la più ricca, la più dedita ai commerci e ad una nuova istituzione: “la banca“. Raggiunsero posizioni illustri anche come patrocinatori di artisti che diedero all’Italia [come espressione geografica] lustro e fama.
In Italia questa fase è conosciuta come “l’Età d’oro dei Comuni“, in cui l’elemento predominante era la famiglia più ricca che, secondo i casi, poteva essere munifica, dittatoriale, democratica, etc.
In altre parti d’Europa, invece, si cominiciavano ad affermare gli “Stati nazionali“, grandi estensioni di territorio, composte, in genere da abitanti della medesima etnia, governati da un Re. Spesso essi assunsero, Come la Francia e la Spagna, dimensioni enormi e lussi incredibili.
In Italia, l’unico Stato paragonabile fu lo Stato della Chiesa, dominato dal potere temporale del Papa, in virtù della falsa donazione di Costantino che trasferiva al Papa il potere temporale sull’impero d’occidente
Questa situazione durò per parecchio tempo finché un uomo, che falsificò la sua data di nascita per esser cittadino francese, diede una bella scossa al mondo [ricordo che, a quell’epoca, il mondo era solo quello che noi adesso chiamiamo Europa].
Sì, un caporale corso, divenuto generale, scombinò tutti gli equilibri fino al’ora acquisiti. Ci vorrebbe un libro per raccontare le gesta di Napoleone Bonaparte che arrivò ad essere Imperatore di Francia e dominatore del mondo che allora contava.
Ma, come si dice, sic transeat gloria mundi, e, anche gli sconquassi di Napoleone furono “ricuciti” da un consesso di conservatori e restauratori, il famoso Congresso di Vienna che cercò di restarare lo status quo ante con i confini pregressi, vigenti prima di Napoleone.
Il Congresso di Vienna cercò di ristabilire i confini esistenti prima di Napoleone, ma “si dimenticò” dell’Italia, definita sprezzantemente da Clemente di Metternich “mera espressione geografica” divisa come era in tanti Stati e staterelli
Ci volle il Risorgimento per unificare la penisola, giunto compimento reale solo nel 1861.
Ma anche il Congresso di Vienna non riuscì a sopire le voglie di conquista degli Stati europei, alcuni democratici, altri dittatoriali. Il metodo usato per dirimenre le divergenze non era la diplomazia, bensì la guerra. E molte guerre si svolsero fra il 1814 e il 1945.
Per metter fine ai conflitti che, fino ad allora insanguinavano il Continente, dopo il 1945, in Europa [ricordatevi che stiamo sempre mettendo il focus solo sul nostro continente], gli Stati crearono delle istituzioni sovranazionali alle quali, cedendo un po’ della loro sovranità, chiedevano che la risoluzione dei conflitti avvenisse solo per via diplomatica.
Questi organismi hanno garantito all’occidente oltre 80 anni di pace e, per la prima volta, una generazione che non ha conosciuto la guerra, salvo alcuni tentativi di frange estremiste musulmane di imporre il loro credo con violenti attentati [11 settembre, ISIS etc], peraltro condannati con fermezza anche dagli Stati islamici, fino a che……..
Ma non è il solo avvenimento che sconvolge la pace. Come è noto, dal 1947, quando – dopo la seconda guerra mondiale – le Nazioni Unite diedero un pezzo di Palestina agli ebrei, con la condizione che in esso sorgessero due Stati, uno Palestinese e uno ebraico, ma israeliani e Paelestinesi, con alterne vicende, se le danno di santa ragione, senza rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite.
I dubbi sullo stato mentale di Trump sono avvalorati sulle vignette che egli stesso pubblica sul social Truth di sua proprietà, ove si raffigura anche come Papa
A causa dell’atteggiamento ondivago di Trump, previsioni per il prossimo futuro non se ne possono fare. Conviene più dedicarci ad un fatto accertato del presente.
L’ultima forma di organizzazione sociale che avevamo esplorato era lo Stato, Stato-Nazione come l’Italia o la Francia, Stato-comunità come l’India o gli stessi USA. Ognuno si è dato una forma di governo propria, ma comunque basata su assemblee rappresentative della popolazione, un Governo, un Presidente, una magistratura, con pesi e contrappesi volti a bilanciare gli eccessi di una delle parti. Ovviamente la forma democratica varia a seconda dei diversi Paesi: spesso la democratura ossia la democrazia illiberale scalza la democrazia.
Ne abbiamo già parlato, spesso è la forza che prevale: comanda chi è più forte.
Ma qui si tratta di qualcosa di diverso: il potere non è nella forza, è nel denaro. Esistono persone o gruppi, la cui ricchezza è superiore a quella di uno Stato di media grandezza, o ancor di più.
Queste persone, o questi gruppi, possono, da soli condizionare la politica interna o estera anche di uno Stato grande come gli Stati Uniti d’America
In effetti che gruppi privati possano condizionare la politica di uno Stato non è cosa nuova. Per rimanere nel nostro Paese possiamo ricordare l’influenza che FIAT o Mediaset hanno esercitato sulla politica italiana.
Ma se queste persone, o questi gruppi diventano i padroni del mondo, il pericolo più grande è quello che “il popolo” comincerà a rivolgersi a loro, bypassando lo Stato, per i propri bisogni. Sappiamo tutti che soddisfare i bisogni di qualcuno che ti chiede aiuto non è mai gratis. Cosa chiederanno, in cambio, queste persone o questi gruppi per accondiscendere ai bisogni del popolo? Non so, ma sicuramente qualcosa che non fa gli interessi di quello che abbiamo chiamato Stato.
Non so perché, sono abbastanza pessimista. In tutto questo post regna il maschio. Manca una attrice femminile. Fin’ora la donna – trane poche eccezioni – è stata tenuta distante dal potere o dalla politica che conta. Forse un mondo al femminile (femmina Alfa) sarebbe stato migliore. Per ora, l’immagine del futuro che più mi si presenta davanti agli occhi è questa, e non a caso, l’attrice è una donna:
Avvertenza 1: Come ho più volte detto, questa storia pone il focus solo su quello che noi pretendiamo sia il mondo più evoluto, dimenticando spesso che fuori dagli angusti confini dell’Europa, sono fiorite civiltà spesso più progedite e più sagge della nostra, come quella cinese, giapponese, indiana, persiana, incaica…. ma questa è un’altra storia.
Avvertenza 2: per le immagini mi sono avvalso della gentile collaborazione di ChatGPT(OpenAI)
Avvertenza 3: questo post mi è stato richiesto da un’amica che insegna alle scuole medie per i suoi alunni (testo e immagini per i ragazzi, link per i prof.)
Viviamo in quello che viene comunemente definito “libero mercato”. Vale la pena, però, soffermarsi su come questo principio si traduca concretamente in alcuni settori, in particolare in quello dell’energia.
Chiunque osservi le pubblicità dei fornitori di gas ed energia elettrica si imbatte in slogan ricorrenti: “energia prodotta solo da fonti rinnovabili”, “energia più pulita”, “attenzione all’ambiente”, “gas o elettricità migliori degli altri”. Messaggi che, a un primo impatto, possono risultare convincenti. Con un po’ di riflessione, però, emergono alcune considerazioni pratiche, a meno che io non incorra in un grosso sbaglio.
Nel caso del gas il ragionamento è particolarmente evidente. Le tubature che scorrono lungo le pareti degli edifici sono uniche: dalla condotta principale partono le diramazioni che arrivano ai singoli appartamenti, passando prima per il contatore e poi all’interno delle abitazioni. È difficile immaginare che, nello stesso edificio, appartamenti serviti dalla medesima tubazione ricevano gas di origine o “qualità” diversa in base al fornitore scelto. Se un inquilino al terzo piano sottoscrive un contratto con un fornitore che si definisce “green” e quello al quarto piano sceglie un’offerta più economica, il gas che arriva nelle rispettive cucine è lo stesso. A cambiare è la tariffa applicata, non il prodotto fisico che scorre nei tubi.
Lo stesso principio vale per l’energia elettrica. Anche se i cavi non sono visibili, la rete è unica e indipendente dal fornitore commerciale con cui si stipula il contratto. Di conseguenza, l’elettricità che arriva nelle abitazioni è la medesima per tutti, a prescindere dall’azienda scelta.
Questa distinzione è confermata dal ruolo del gestore di rete. Per fare un esempio concreto, a Roma, in caso di problemi al contatore, di interruzioni di fornitura o di difficoltà nella lettura dei consumi, non ci si rivolge al fornitore commerciale, ma ai gestori della rete: ACEA per l’energia elettrica e Italgas Reti per il gas. Sono loro a gestire infrastrutture, contatori e distribuzione.
Alla luce di ciò, i messaggi pubblicitari che parlano di “energia verde” non vanno intesi come la fornitura, al singolo utente, di un’energia fisicamente diversa da quella che arriva agli altri. È tecnicamente impossibile che sullo stesso cavo elettrico o nella stessa tubazione del gas transitino “tipi” diversi di energia in base al contratto sottoscritto.
È plausibile, invece, che un fornitore acquisti o produca una certa quantità di energia da fonti rinnovabili e la immetta nella rete nazionale, compensando così i consumi dei propri clienti su base contabile. In questo senso, l’energia “verde” non arriva direttamente a casa del singolo utente, ma contribuisce al mix complessivo della rete.
In definitiva, la differenza tra i vari fornitori riguarda soprattutto il prezzo, le condizioni contrattuali e le scelte di approvvigionamento dichiarate dall’azienda, non la natura fisica dell’energia che entra nelle abitazioni. La pubblicità fa il suo mestiere; sta a noi interpretarne correttamente il significato.
ORO ALLA PATRIA Sapete che forse si ripeterà quella spoliazione fascista del 18 dicembre 1935 chiamata “Oro alla Patria” in cui gli italiani furono “invitati” a regalare l’oro di proprietà [anche le fedi nuziali] per sostenere la Guerra d’Etiopia e contrastare le sanzioni economiche imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni a partire dal 18 novembre 1935.?
Tutti sapete che l’Italia è terza al mondo per l’ammontare delle riserve auree che sono state il più formidabile strumento di garanzia per ottenere comunque prestiti dagli altri Stati garantendo il rimborso dei nostri CCT e BOT. Infatti, anche nei momenti più bui della nostra economia, con un debito pubblico stratosferico, i nostri titoli di Stato sono stati comprati dagli altri Paesi senza problemi, anche perché rassicurati dall’entità delle nostre riserve auree, custodite dalla Banca d’Italia. Infatti è proprio uno dei principali compiti della Banca d’Italia organismo indipendente, detenere e gestire le riserve valutarie del Paese, che includono valuta estera e oro. E la terzietà e il prestigio di cui gode la Banca d’Italia sono noti da tempo in tutto il mondo. È di oggi, però, la notizia che questo Governo, sempre a caccia di soldi, vuole cambiare le regole del gioco, vuole gestire in proprio le riserve auree sottraendole alla Banca d’Italia. Per farci cosa? Non si sa, ma ovviamente per spenderle. Si nasconde dietro il paravento di “gestirle in nome del popolo italiano” che, ricordiamolo, questo governo rappresenta per meno del 12%, visto l’alto numero di astensioni nelle elezioni del 2022. Quanto dureranno le riserve auree in mano a questo governo? Dove andrà a finire la garanzia per i prestiti che continueremo a chiedere?