E’ di oggi la richiesta di espulsione dal Movimento Cinquestelle dei Senatori che non ha votato la fiducia al Governo Draghi in difformità a quanto deciso sul referendum sulla Piattaforma Rousseau.

La scusa è che il quesito votato giovedì scorso verteva sulla creazione di un superministero della transizione ecologica che, poi, non è stato assegnato ad un Cinquestelle (bensì a Cingolani) e non ha incorporato il Ministero dello Sviluppo economico.

Il bello che si sono incartati da soli.

La Costituzione italiana, all’articolo 67, espressamente esclude il vincolo di mandato, ossia l’obbligo dei parlamentari di votare secondo le indicazioni del partito o del Gruppo parlamentare di appartenenza.

La ratio è chiara: preservare, in ogni caso, la libertà di coscienza dei rappresentanti del popolo.

Il bello è che proprio i Cinquestelle nel loro statuto e nei loro regolamenti parlamentari di Camera e Senato, obbligano gli iscritti e i parlamentari – pena l’esclusione – ad esprimere la loro volontà in conformità al volere del partito e delle risultanze della base espresse sulla piattaforma Rousseau.

E’ quindi un rapporto privato che incide su rapporti privati liberamente sottoscritti. Nessuno vieterà mai ad un parlamentare Cinquestelle di votare in difformità a quanto deciso dalla base o dal vertice, ma – se lo fa – intervengono le conseguenze – privatistiche – di accordi privati che regolano l’appartenenza ad un organismo privato come è il partito politico, visto che mai in Italia si è data attuazione all’articolo 49 della Costituzione che regola la vita dei partiti politici.

Ora i parlamentari Cinquestelle in odore di espulsione parlano di ricorsi e di avvocati.

Ma….. chi è causa del suo mal, pianga se stesso.! Ormai il Movimento Cinquestelle è assimilato all’implosione della ex-Jugoslavia.

Uno dei casini più grossi dell’Italia – l’abbiamo viso durante la pandemia – è l’arcano del riparto delle competenze fra Stato e Regioni disposto (ma sarebbe meglio dire lasciato nell’indisposto) dalla riforma del “titolo quinto della Costituzione” voluto dalle leggi 1/1999 e 3/2001 che riformano l’ambito di competenza fra Stato e Regioni.

Leggi sciagurate, volute da un Governo di Sinistra per scongiurare i colpi del federalismo d Bossi e di quello che , allora, era la Lega, che hanno creato un immenso contenzioso su conflitti di competenza davanti alla Corte Costituzionale lasciando il sistema normativo italiano nel limbo dell’imponderabile.

Ricordiamo tutti il conflitto (o lo scaricabarile) fra Stato centrale e Regione Lombardia sulla competenza a chiudere in “zona rossa” i comuni della bergamasca nel marzo del 2020.

Ricordiamo tutti i continui conflitti fra le Regioni  (del nord a trazione leghista) che vogliono – attente agli interessi  degli imprenditori – aprire le attività economiche e il Ministro della Salute che- invece – tende a chiudere per evitare contagi.

Sappiamo bene che – spesso – la richiesta aperturista delle Regioni è solo di facciata, per acquisire consensi, ma – dietro le quinte- è una richiesta di chiusura.

Sappiamo bene che la Corte Costituzionale, unico Organo titolato ad esprimersi – manca di coraggio e non ha mai dato una interpretazione univoca e definitiva sul confine delle competenze fra Stato e Regioni.

Però….però.. qualcosa si muove. Bisogna guardare nelle “premesse” e non nel Dispositivo, ma la Corte Costituzionale, nel merito si è pronunciata.

Con Ordinanza n. 4 del 14 gennaio 2021, la Corte costituzionale – nel conflitto fra un provvedimento di chiusura di esercizi pubblici per evitare contagi di Coronavirus  e l’impugnativa della Regione Val d’Aosta – accoglie le ragioni dell’avvocatura di Stato e che fa proprie e ritiene:

  • che infatti la pandemia in corso ha richiesto e richiede interventi rientranti nella materia della profilassi internazionale di competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera q), Cost.;
  • che sussiste altresì «il rischio di un grave e irreparabile pregiudizio all’interesse pubblico» nonché «il rischio di un pregiudizio grave e irreparabile per i diritti dei cittadini» (art. 35 della legge n. 87 del 1953);
  • che difatti la legge regionale impugnata, sovrapponendosi alla normativa statale, dettata nell’esercizio della predetta competenza esclusiva, espone di per sé stessa al concreto e attuale rischio che il contagio possa accelerare di intensità, per il fatto di consentire misure che possono caratterizzarsi per minor rigore; il che prescinde dal contenuto delle ordinanze in concreto adottate;

Anche se non nel dispositivo, la Corte Costituzionale si è pronunciata nel senso di attribuire – per tutto ciò che riguarda la pandemia causata dal Coronavirus – allo Stato la competenza predominante per gli atti e le norme volte a contrastare la pandemia stessa.

Se ben sfruttata, questa ordinanza è un viatico per il Governo nazionale ad essere più deciso nella sua azione ed uno stop alle Regioni per il loro sporco gioco di essere aperturisti di facciata e prudenti nel privato.

Sì, mi va di giocare al gioco del momento.

Il gioco che vuole che chiunque, senza avere il minimo sapere in materia, sproloquia su cose di cui nulla conosce.

D’altronde è Carnevale e chiunque può parlare scherzando. Anche se dalle mie parti si dice che Pulecenella, pazziando pazziando dicette la verità.

E, allora, giochiamo a sproloquiare sul governo Draghi, ma mettendo le mani avanti: è un gioco e non mi stupirò se domani stesso fossi smentito dai fatti.

Insomma è un mio wishful thinking, non una analisi.

E, siccome non è una analisi, procedo in ordine sparso.

Primo pensiero, partiamo da Mattarella. Cosa ha detto? Ha detto che, al punto in cui stiamo, l’unica possibilità è andare alle urne. Ma non si può. Perché? Perché ci sono due ostacoli che sarebbero ingigantiti dai tre/quattro mesi indispensabili a ricostituire la macchina amministrativa fra lo scioglimento delle camere e la loro piena ricostruzione.

C’è la pandemia e la costruzione di un decente piano di vaccinazione che dovrà portare in sicurezza gli italiani il prima possibile.

E c’è il Recovery Fund per il quale c’è bisogno di un decente piano di spesa che soddisfi le richieste dell’Unione Europea.

Quindi non si vota e la carica di presidente del consiglio dei ministri viene dato ad uno dei soliti angeli della provvidenza. Dopo Ciampi, Dini, Monti, ecco Draghi.

Dopo il miracolo del “whatever It takes….and believe me, it is enaugh!”, già super Mario ha già compiuto un altro mezzo miracolo, mettere tutti i partiti intorno allo stesso tavolo, con la eccezione di due donne, la Meloni (che scommette sulla raccolta del malcontento) e la Barbara Lezzi (che scommette sulla raccolta dei cocci dell’ex-Jugoslavia che sono diventati i 5stelle).

E la lettura della lista dei ministri è stata illuminante.

Abbiamo non uno, ma due governi. Uno di serie A, con Draghi e i suoi tecnici, rivolto alla soluzione dei due compiti assegnati da Mattarella. Uno di serie B, composto dalle seconde/terze linee dei partiti, il cui compito di ridurrà ad assicurare i necessari voti in Parlamento.

Non vci credete? Vediamo.

PD, tre ministri che non rappresentano il partito ma solo le loro tre correnti, incapaci, quindi, di fare fronte comune.

Lega. Tre ministri, due senza portafoglio, il terzo quanto mai lontano dalle posizioni di Salvini, ma nessuno dei tre vicinissimo al felpa.

Forza Italia: tre ministri ripescati da Jurassic Park, così tanto felici di esser stati resuscitati da non aver altro da chiedere.

Cinquestelle. Stendiamo un velo pietoso su esponenti di un movimento nato per aprire il Parlamento come una scatola di tonno, ma diventato una fabbrica di vinavil per non lasciare le poltrone, dilaniato da faide interne, figlie dell’uno vale uno che impedisce le aggregazioni.

Qualche paillette qui e là di tecnici belli ma assolutamente inesperti di Amministrazione pubblica per “far vedere”.

Un competentissimo mastino nella cruciale casella di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con il compito di non fare accedere i ministri di serie B all’inner circle di Draghi.

Draghi e i suoi tecnici si concentreranno sui due punti di competenza già ricordati: piano vaccini efficace e plausibile piano di spesa per i soldini del Recovery Fund.

Gli altri ministri avranno il solo compito di riempire le colonne dei giornali di roboanti dichiarazioni e di non far mancare i voti in Parlamento per i “VERI” provvedimenti.

D’altronde questo Governo, oltre al limite delle cose da fare, ha anche un altro limite. Il febbraio 2022.

Allora, infatti, le Camere in seduta congiunta, più i delegati regionali, saranno chiamati ad eleggere il successore di Sergio Mattarella.

Indipendentemente dal fatto se il successore di Mattarella sia Draghi o altra degna persona, reputo poco probabile che questo accrocco di Governo sopravviva al nuovo Presidente della Repubblica. Insomma, in primavera. 2022, con la campagna vaccinale (si spera) avviata a conclusione e il piano per il Recovery Fund steso bene, si andrà al voto.

La mia unica speranza, ma penso vana, è che dalle urne esca una maggioranza seria, certa e competente. Anche questo wishful thinking. Fino a che i 400 deputati e i 200 senatori saranno scelti dalle segreterie dei partiti e non eletti, questa confusione politica continuerà.

E, allora? Allora, addio Italia

Da che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito l’incarico di formare il nuovo Governo a Mario Draghi è tutto un fiorire di illazioni sui cosiddetti “poteri forti” ad indicare che il Presidente incaricato sia una diretta emanazione di questi per commissariare il nostro Paese.

Gruppo Bilderberg, Gruppo di Davos, George Soros, Unione europea: tutti indicati come mandanti e padrini di Mario Draghi  incaricato di servirli a nostre spese.

Ma chi sono i Poteri Forti? Mi suonano come gli anarco-insurrezionalisti, sempre invocati e mai se ne è visto uno.

Vedo, invece, qualcosa di molto più pericoloso, qualcosa di piccolo, velenoso come la calunnia, che – senza dire, senza mostrare – insinua, che getta il seme del dubbio, che tira il sasso e nasconde la mano. Tutte azioni volte a screditare le istituzioni e chi è chiamato a difenderle.

Posso  fare qualche esempio?

Abbiamo tutti visto il drammatico appello di Sergio Mattarella alle forze politiche che, pur soppesando seriamente l’ipotesi del voto anticipato, lo scartava non per suo piacere personale, bensì per due ovvie e comprensibilissime ragioni: sciogliere le Camere adesso significa una paralisi di cinque mesi nei quali i 209 miliardi attesi dall’Europa per il Recovery Fund si sarebbero persi (e sappiamo tutti quanto ne abbiamo bisogno) e svolgere una campagna elettorale durante la pandemia da Coronavirus non è il massimo per diminuire i contagi. (E qui le prime falsità: Salvini e la Meloni urlano che in USA e Israele si è votato o si voterà a breve nonostante la pandemia. Peccato che dimentichino che proprio un esponente della Lega, il Presidente-Reggente della Regione Calabria, Antonino Spirlì, abbia rinviato le elezioni regionali dal 14 febbraio all’11 aprile giusto a causa della pandemia).

Ebbene cosa fa Pietro Senaldi, Direttore del quotidiano Libero? Tutti sappiamo che quando un giornale riporta le affermazioni di qualcuno fra virgolette, significa che sta riportando la frase esatta. Ebbene, Senaldi il giorno dopo esce con questo titolo virgolettando a suo piacimento le parole di Mattarella “Voto proibito. Nasce il mio partito”.

Il testo delle dichiarazioni di Mattarella può essere letto qui ed è evidente quanto siano lontane dal virgolettato di Senaldi che non ci sta ad esser smentito. David Puente, giornalista di Open e noto cacciatore di bufale per ben du giorni ha chiesto la rettifica, che – alla fine – Senaldi ha concesso, ma insultando Puente come non giornalista, ma “correttore di bozze”.

Ormai il danno era fatto. I lettori di Libero che non hanno visto Mattarella in TV possono tranquillamente pensare che il Presidente della Repubblica abbia commesso un arbitrio e chi voglia costituire un partito.

Secondo esempio, anch’esso molto pericoloso visto che, ormai la politica e non solo quella, si studia all’Università di Facebook. Il fatto va ascritto alla categoria “buttiamola in caciara, ma dentro ci mettiamo il veleno”. Sui social fioriscono foto di personaggi politici del momento con la sovrapposizione di scritte che dovrebbero fa ridere, i cd. meme. Abbiamo visto , per esempio la foto della dichiarazioni di Giuseppe Conte al banchetto davanti Palazzo Chigi taroccate fino a farlo sembrare un venditore di caldarroste o di aspirapolvere Folletto.

E ce ne sono anche di cattive, che insinuano, sminuiscono, distruggono. Una per esempio è la doppia foto di Mario Draghi da una parte e del terrorista Cesare Battisti dall’altra, insinuando una supposta somiglianza fra i due.

Ecco, spargere veleno, spargere dubbi, minare la credibilità: queste sono le armi di oggi in mano a chi – senza avere argomenti e meriti – cerca il potere a danno della nazione e dei cittadini.

Memoria corta. Un difetto di noi italiani.
Leggo tanti post che assimilano il Governo Draghi al Governo Monti, bollando ambedue di essere figli dei poteri forti, della Troika UE e dei Paesi nordici, Germania in testa.
Memoria corta.
Non parlo di Monti, acqua passata.
Ma pochi hanno ricordato la genesi della famosa frase di Draghi del 2012 “whatever it takes”. L’allora Capo della BCE fu ferocemente attaccato dal Fondo monetario internazionale e dall’UE, con in testa la Germania con il suo ministro delle Finanze Shauble, per la sua politica di sostegno ai titoli di stato dei Paesi in crisi. Secondo “quei poteri forti” (quelli sì) la BCE non aveva titolo per intervenire nelle economie degli Stati membri.
Draghi andò avanti, sfidando anche la Corte di Giustizia europea, gli Stati nordici, difendendo a spada tratta la sua politica di sostegno fino alle estreme conseguenze, whatever it takes, appunto. e dal giorno dopo la speculazione che stava dissanguando l’Italia cessò.
Questo basterebbe a sfatare i falsi miti dei poteri forti padrini di Draghi.
A meno che vogliamo continuare ad essere governati dai Toninelli o Bonafede oppure passare all’antieuropeista (e ora no vax) Salvini o alla fascista Meloni.
Per me la scelta é facile.

Dall’otto dicembre dello scorso anno è stato attivato il cosiddetto cash back di Stato. Una iniziativa a metà fra la lotteria ed il rimborso spese per la quale, fino al giugno 2022 sono stati stanziati oltre quattro miliardi di euro.
Come tutti sappiamo, per partecipare, bisogna registrarsi tramite SPID o “carta d’identità digitale” (CIE) sulla piattaforma IO e relativa App. Poi è necessario inserire il numero delle carte di credito che si intende usare e anche  del Bancomat (questo due volte se la carta di debito è anche abbinata ad un circuito di carte di credito come Maestro o simili).
Dopo qualche incertezza iniziale ora il sistema funziona bene, ma lo scopo di questo post è capire se ne vale la pena.
Innanzitutto io ritengo che il cash back (peraltro ideato molto prima della pandemia) non è un incentivo a spendere tour court, bensì un incentivo a mutare il sistema di pagamento: dal contante alla carta di credito.
Indubbiamente è una cosa positiva: i pagamenti sono tracciabili, si diminuisce l’evasione fiscale e, una volta al mese, l’estratto conto spietatamente ti rinfaccia tutte le spese, utili e inutili che siano.
Altro effetto utile, anche se “collaterale” è l’impennata di italiani registrati al Sistema di identità digitale (SPID) ormai indispensabile per accedere a numerosi siti della pubblica amministrazione.
Questi i lati sicuramente positivi.
Ma la maggior parte si è registrata su IO per il cash back non tanto per quello che ho scritto sopra, bensì per il “vil denaro” da guadagnare.
Che, riflettendoci, non è poi tanto quanto si potrebbe immaginare.
Se si oltrepassa lo sbandierato slogan della restituzione del 10% di quanto speso, i soldini che si vedranno saranno pochini.
Il meccanismo del rimborso ha un doppio paletto.
Primo: su ogni spesa il rimborso sarà del 10%, ma solo fino ad una spesa di 150 euro. In altre parole, se fai un acquisto di 150 euro o di 850 euro, al massimo ti saranno accreditati 15 euro.
Secondo paletto: per ogni semestre di riferimento, il massimo rimborso non potrà superare, nel totale, 150 euro. In altre parole, se – ne semestre – hai totalizzato 10 acquisti da 150 euro ciascuno, hai già totalizzato il massimo del rimborso. Oltre non puoi andare. E, comunque, per avere anche un minimo rimborso, devi effettuare, nel semestre, almeno 50 transazioni “fisiche” (quelle on line, su Amazon o simili, non valgono).
C’è anche il Supercashback, che premia con 1.500 euro i primi 100.000 utenti che, nel semestre, abbiano totalizzato il maggior numero di transazioni, indipendentemente dal loro importo.
1500 euro sono una bella cifra e, all’apparenza, 100.000 premiati al semestre sembra un numero abbastanza semplice da raggiungere.
Non ne sarei tanto sicuro.
Io uso, in media, la carta di credito (o bancomat) più di una volta al giorno, ma l’app IO mi dice che davanti a me ho oltre 1.350.000 utenti che l’hanno usata più volte di me. (Come hanno fatto non so, forse – d’accordo con gli esercenti – spezzettano gli acquisti.) Quindi anche usando la carta di credito quasi due volte al giorno nessuna possibilità di prendere il premio di 1500 euro.
Insomma bisognerà accontentarsi di 150 euro a semestre (450 euro in tutto, più quello che si è riuscito a totalizzare con il cash back di Natale).
Basta non farsi prendere dalla “fregola” di salire ad ogni costo in classifica facendo acquisti inutili che vanificano il massimo rimborso di 150 euro a semestre.

Il link alle “istruzioni ministeriali” è qui:
https://io.italia.it/cashback/


Sempre che il “concorso” continui. Pare che lo interromperanno a fine giugno 2021 per destinare i fondi dei due semestri successivi ai “ristori” per le categorie danneggiate dai provvedimenti restrittivi per contenere la pandemia da Covid-19.

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