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Come volevasi dimostrare il tema è molto difficile se in Parlamento la proposta di legge intesa a limitare le aperture domenicali dei negozi è tornata a zero.

Ricapitolo la questione che nuova non è. Nel 1998 , con le cd. “lenzuolate Bersani” gli orari dei negozi furono liberalizzati. La diatriba fra chi vuol orari stretti e chi li vuole lunghi è ancor più antica: risale al 1932.

E non si tratta della sola questione dell’apertura domenicale o meno. La questione è più vasta ed investe l’intero orario giornaliero dei negozi.

Ricordo quando ero bambino. Le famiglie erano per lo più monoreddito. La mattina la moglie andava a fare la spesa, A mezzodì la famiglia si riuniva al desco. Nel pomeriggio l’uomo, se non tornava al lavoro, andava a fare spese. Comunque la giornata dedicata alle spese familiari era il sabato, mattina o pomeriggio, ché la sosta per il pranzo era sacra.

Da queste abitudini si sono formati gli orari dei negozi come ancora li conosciamo: dalle 9 alle 13.00/13.30 e dalle 16.00/17.00 alle 19.30/20.30. Andavano bene sia i compratori, si ai venditori, potendo tenere un ritmo di vita simile.

Ovviamente le cose son cambiate. Ditemi voi se una persona che ha la fortuna di avere un lavoro può destreggiarsi fra il lavoro ed orari simili a quelli che ho descritto sopra.

Le famiglie monoreddito – per necessità – sono scomparse. Al loro posto, nei casi più fortunati, ci sono le famiglie in cui moglie e marito lavorano, poi quelle allargate, con la necessità di spostarsi per spostare i figli, a scuola o a tennis che sia.

In quegli orari ci sta bene solo un pensionato, per chi ci arriva.

Chi ha un lavoro ha bisogno di negozi aperti presto la mattina, nella pausa pranzo e la sera tardi.

Gli effetti si vedono. Nella mia zona, abitata da piccola borghesia, non certo ricca, i negozi con “orari tradizionali” stanno chiudendo uno ad uno. Sono per lo più negozi gestiti da una famiglia con lunga tradizione di commercio, perlopiù anziani che non possono, o non vogliono passare più tempo in negozio.

Li capisco bene, pagare un commesso che li sostituisca costa caro. D’altronde, questi negozietti, definiti “vicinali” o “familiari” hanno statisticamente poche decine di clienti ognuno e non possono permettersi un maggiore assortimento o più commessi per ampliare l’orario di apertura.

E così il consumatore non trova più nell’offerta dei negozi vicinali la risposta alle sue domande. E ciò contribuisce alla stagnazione dei consumi.

Il consumatore, per concentrare i suoi acquisti nel minor tempo possibile cerca un negozio che sia aperto quando lui è libero: pausa pranzo, sera tardi, giorni festivi. E un negozio in cui nel minor tempo possibile possa concentrare la sua domanda di acquisto. Con un maggiore (e forse migliore) assortimento, prezzo più basso. E poi, per finire, perché no, senza spostare l’auto, un cinemino o una pizza con tutta la famiglia. Tutto ciò il consumatore lo trova nei centri commerciali, non certo nei negozi vicinali. Visto che anche il Governo preme perché il consumatore spenda, perché questi dovrebbe privilegiare gli angusti spazi di apertura e lo scarso assortimento dei negozi vicinali?

Il Governo (la parte Cinquestelle) ha scelto di preoccuparsi dei commessi di questi mega centri commerciali sempre aperti, sette giorni su sette e, talvolta 24 ore su 24.

Ma non sa come mediare. Non sa come contrattare un equilibrio esistente ormai da anni per quelle categorie di lavoratori che lavorano quando gli altri sono liberi, proprio per far incontrare la domanda e l’offerta oppure per garantire servizi essenziali. Per i primi, parlo di camerieri di ristoranti, barman, operatori dello spettacolo etc.. Per i secondi parlo di poliziotti, infermieri, vigili del fuoco, vigili urbani etc.

Regolamentare opposti interessi è difficile, così la componente cinquestelle – notoriamente inesperta – sceglie la facile strada della proibizione dell’apertura. Ma la Lega non ci sta. Sa che più i negozi sono aperti, più la gente spende, più i proprietari di negozi pagano i commessi, più la economia corre. E da qui l’impasse odierno.

Ma c’è un pericolo molo più grande e, come al solito ci viene dagli USA , precursori di mode e tendenze. Lì i grandi centri commerciali, come Walmart, sono in profonda crisi.

Colpa di chi? Di chi, come Jeff Bezos ha inventato e portato ai massimi livelli, l’E-commerce, come Amazon, un sito dove puoi trovare tutto e a prezzi sensibilmente inferiori anche a quelli praticati dai Centri commerciali. Ormai il commercio è lì. Anche sull’abbigliamento: i potenziali clienti scelgono su Amazon, vanno a misurarsi l’articolo in un negozio, stabiliscono la taglia, e poi ordinano su Amazon.

Anche sull’alimentare: chiediamoci, oltre frutta e verdura, quali e quanti articoli alimentari scegliamo in base al loro aspetto e non alla loro etichetta.

Devo dire che anch’io, ormai, sono un cliente di Amazon: trovo quello che voglio ad un prezzo inferiore del 20% a quello praticato nei negozi. Non tocco con mano l’articolo? Non importa, se non va per qualsiasi motivo, posso restituirlo facilmente entro 30 gg con rimborso garantito. Quanti negozi possono garantirmi questo?

Facile preconizzare un rapido declino dei centri commerciali quando io posso comprare ad un prezzo minore ogni articolo, restituirlo quando voglio, senza spostarmi a casa?

Nel libero mercato comanda l’interesse: fra trovare il negozio sotto casa aperto, trovare l’articolo che mi interessa fra lo scarso assortimento, pagare un prezzo maggiore, possono compensare la maggiore presenza fisica del venditore?

Ma torniamo ai negozi vicinali. Comprendiamo bene che non possono pretendere di sopravvivere con un assortimento ridotto e gli orari ridicoli contrari agli orari liberi del consumatore.

D’altronde una volta le carrozzelle a cavalli erano i taxi attuali, ora si sono riciclate in strumenti al servizio del turista.

Devono morire? No, devono solo cambiare atteggiamento. Entrare nella nicchia, vendere non merce generica ma merce specifica di nicchia (ho vicino casa un ottico con competenza superlativa su ogni fotocamera esistente, esser molto competente sulle qualità degli articoli venduti.

Voglio infine raccontare una bella storia, purtroppo finita male per la prematura morte del negoziante.

Lavoravo dalle 9.00 della mattina alle 21.00 della sera. Mi era difficile comprare qualcosa da cucinare e da mangiare. Ed ecco una intelligente sortita di un salumiere.

La mattina apriva normalmente alle 9.00 e chiudeva alle 13.30 offrendo il suo negozio e le sue mercanzie a chi la mattina, pensionati o donne non lavoratrici era libero.

Il pomeriggio, invece di aprire alle 16.00, apriva alle 19.30 per raccogliere tutte le persone che escono tardi dall’ufficio ed hanno il problema della cena. Complice l’offerta di un bicchiere di vino, qualche crostino, qualche avanzo della giornata, era riuscito a raccogliere un club di persone che lì si riunivano per scambiare una chiacchiera, rilassarsi e, soprattutto, fare la spesa completa. E’ andata bene per oltre un anno, poi, purtroppo una morte prematura.

L’esempio però rimane. Per i negozianti. Devono inseguire i clienti, esser disponibili nei loro spazi liberi. Favorire l’incoro fra la domanda e l’offerta. Così il denaro circola.

Il Presidente del Consiglio, dopo aver detto che ci sarà un boom economico, ieri ha detto che “Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire. L’Italia ha un programma di ripresa incredibile. C’è tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini e c’è tanta determinazione da parte del governo” .

Siamo usciti dal tunnel provocato dal precedente governo?

Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno

L’altra sera ho visto a cinema un non indimenticabile film francese, il gioco delle coppie, su letteratura e tradimenti.

Tradimenti a parte, la trama racconta di un editore incerto se passare o meno al libro elettronico, l’Ebook, in quanto nostalgico e amante del fruscio e dell’odore della carta.

Non essendo il film trascendentale, la discussione post film si è spostata proprio sul confronto libro cartaceo ed Ebook.

La maggioranza era nettamente a favore del libro tradizionale, ma quando ho cominciato a chiedere le motivazioni sono rimasto un po’ stupito. Certo il campione non era statisticamente rappresentativo, troppo sbilanciato verso una età non più verde e verso una solida cultura, purtuttavia non riuscivo a comprendere le motivazioni, più estetiche e nostalgiche (abitudinarie) che pratiche.

Il libro è il libro. Adoro il profumo ed il fruscio della carta. Mi piace andare avanti e indietro e rileggere passi già letti. Mi piace vedere il libro, il suo dorso, la copertina. Mi piace guardarlo e ripercorrere le emozioni che mi ha regalato. Il libro è un’emozione.

Rispetto tutte queste opinioni, ma mi sembra che tutte vadano a convergere sul “vestito” del libro e non sul suo contenuto. Chissà se, quando si passò dal papiro alla pergamena, ci fu chi avversò tale “innovazione” esprimendo il suo favore per il lento svolgersi del papiro che, un giro per volta, manifestava nuove parole. Oppure se ci fu chi respinse i nuovi supporti preferendo la tattilità delle tavolette di cera o di quelle di terracotta.

Ancora, esiste chi disdegna le “edizioni economiche” o le “edizioni tascabili” per la qualità inferiore della carta o della stampa.

Secondo me è il contenuto che conta. La Commedia di Dante è divina sia nell’edizione illustrata da Gustave Dorè sia in quella in brossura. Chissà se qualcuno sposa una donna per il suo vestito e non per ciò che quel vestito contiene.

E, visto che di “vestito” si tratta, fatemi spiegare perché  io preferisco leggere il “corpo” del libro su un E-reader, Kindle o Kobo o altri che sia.

  • Amo leggere. Ho la casa (piccola) piena di libri. Non c’entrano più; odio buttarli. Ora con il Kindle ho una enorme biblioteca nell’Hard disk del computer.
  • Un libro medio in brossura raggiunge e supera il mezzo chilo; un Kindle pesa 205 grammi sia che contenga un libro, sia che ne contenga 1.000.
  • Spesso leggo in viaggio, sul treno o in vacanza: nel Kindle entrano più di mille libri. Se son di più vanno in cloud o sull’Hard disk.
  • Se sono presbite (ahi, l’età), non devo mettere gli occhiali se leggo e toglierli ogni volta che qualcuno mi chiama: semplicemente ingrandisco il carattere tipografico che, anzi, posso scegliere secondo i miei gusti.
  • A differenza dei telefonini o dei tablet posso leggere anche sotto l’ombrellone: lo schermo non riflette la luce.
  • La retroilluminazione è diretta verso il retro del Kindle e non verso i miei occhi: leggo per ore senza stancarli.
  • Gli Ebook costano meno dei libri normali. L’acquisto è semplicissimo: vado su Amazon con il mio account, scelgo il libro, pago con carta di credito e, se sono in ambiente Wi-Fi, me lo trovo subito già pronto su tutti i miei dispositivi, altrimenti me lo scarico come qualsiasi file e lo inserisco nel Kindle. Il Kindle legge anche i miei file di testo e i miei .pdf.
  • Dentro ci trovo già il dizionario inglese ed italiano: se non conosco il significato di una parola dell’Ebook, la tocco e mi si apre la finestra con il significato o la traduzione. Mi piace un passo del libro? Lo evidenzio e posso salvarmelo come nota o condividerlo via Email o pubblicarlo su Facebook. Ovviamente posso inserire quanti segnalibri voglio per ritrovare più facilmente il passo che volevo rivedere.
  • Il Kindle misura 16,5 x 11,5 x 0,85 cm., entra nella tasca posteriore dei pantaloni. Puoi averlo sempre con te come il telefonino.
  • E se me lo sono dimenticato e proprio mi vien voglia di continuare a leggere quel romanzo che tanto mi intriga, accendo il telefonino o il computer, avvio l’app Kindle, seleziono quel romanzo che stavo leggendo che si aprirà proprio alla pagina sulla quale avevo smesso. Insomma, il libro è indipendente dal Kindle. In qualunque parte del mondo sono, con un computer o un telefonino collegato ad internet, col mio account Amazon, posso leggere e continuare a leggere ogni Ebook acquistato.
  • Se perdo il Kindle e ne acquisto uno nuovo, o una nuova versione, tutti i miei libri mi vengono scaricati automaticamente dal cloud.
  • Con gli Ereader, come il Kindle, se mi viene la voglia di scrivere un libro, posso farlo e pubblicarlo istantaneamente nella biblioteca di Amazon, scegliendo il titolo che voglio e il prezzo che voglio far pagare, senza intermediari come editori o rivenditori. Resta da vedere se, poi, il pubblico lo comprerà.

Io ci ho provato. Ne ho pubblicati diversi (li trovate cliccando qui) e, devo dire, che si vendono, forse anche per i prezzo molto basso: 1 euro.

Tutto oro? Naturalmente no.

E’ un fatto che – dopo un inizio esplosivo – negli ultimi anni, secondo i pochi dati disponibili, l’ascesa degli Ebook va rallentando (incremento solo del 3,2%  nelle vendite, ma diminuzione del 15% dei titoli pubblicati) secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori (AIE) che proprio oggi pubblica il suo rapporto sullo stato dell’Editoria.

Perché? Secondo me la causa principale è il prezzo.

L’Ebook ad Amazon o a chi lo produce non ha un costo marginale: la piattaforma informatica è sempre quella. I libri cartacei, invece, costano un tot per la carta, un tot per la stampa, un tot per il trasporto, un tot per il rivenditore. La differenza di prezzo non corrisponde a queste diversità. Gli Ebook di grido, quelli dei titoli in classifica costano circa due terzi del prezzo del cartaceo con le classiche limitazioni dell’Ebook: non puoi prestarlo, non puoi trattarlo come una cosa materiale. Il prezzo è troppo alto rispetto alle spese.

E così, per gli Ebook sta succedendo quello che è successo per il software, per i film, per la musica. Gli Ebook vengono craccati, piratati e offerti gratis su internet. Ho già detto che anche io sono fra quelli che pubblicano Ebook. Come molti internauti ho un “Google alert” sul mio nome: Inserisco una stringa di lettere (in questo caso il mio nome e cognome) e Google mi invia una Email ogni qualvolta il mio nome appare su una nuova pagina. Ebbene, spesso gli avvisi di Google alert riguardano copie dei miei Ebook su pagine che non sono Amazon e che permettono un download gratuito. Se c’è chi perde tempo per rendere disponibili i miei libri non certo famosi, ritengo che i best sellers si trovino gratis con facilità. Gli autori e gli editori digitali dovranno fare la scelta di chi produce film e musica (cessione dei diritti a terzi che li “pubblicano” in abbonamento, vedi Netflix o Prime, o iTunes o Spotify) o chi produce software, abbassando, e di molto i prezzi.

Se si continua con l’alto prezzo imposto dall’autore o dall’editore estraneo alla piattaforma informatica di vendita, dubito che gli Ebook sostituiranno mai il libro cartaceo.

C’è poi la classica crisi di abbondanza. Su internet anche l’asino può dire la sua e può pubblicare un Ebook senza alcuna spesa: ci sono migliaia e migliaia di nuovi titoli ogni anno: tutti quelli che avevano il classico libro nel cassetto lo hanno pubblicato. È venuto meno il filtro dell’editore, la sua garanzia. Accanto a Ebook pregevoli c’è tanta, tanta spazzatura. Purtroppo un libro si giudica solo dopo averlo letto e pagato.

E voi che ne pensate?

Preferite gli Ebook o, ancora, i libri cartacei?

 

Ereader ed Ebook

Fra qualche mese andremo alle urne per rinnovare il Parlamento europeo.

I movimenti sovranisti di tutta Europa si stanno attrezzando per nuove alleanze in modo da ridurre il più possibile i poteri dell’Unione ed espandere quello dei singoli stati.

I nostri partiti, alleati in Italia per forza e non per ideologia, non fanno eccezione: ognuno per la sua strada, cercano alleanze.

Salvini è appena volato in Polonia per cercare alleanza con il leader della destra ultraconservatrice di Diritto e Giustizia (PIS), quel Jaroslaw Kaczynski di tendenze molto poco democratiche. Ora semplice deputato, ma che controlla la politica polacca epurando i giornali e sottomettendo i giudici al governo mandando in pensione quelli sgraditi; giudici poi reintegrati dalle istituzioni europee. Bell’alleato!!! Sì, proprio quell”alleato”, membro fondatore del “Gruppo di Visegrad” che rispose picche alla richiesta di Salvini sulla redistribuzione dei migranti sbarcati in Italia.

L’altro dioscuro, Di Maio, è andato, se possibile, oltre. Ha offerto aiuto ai gilet gialli, movimento francese che, partendo da rivendicazioni economiche (tasse sulla benzina), si è reso responsabile di numerose volenze (feriti, blocchi stradali, sfondamento del portone del Ministero francese dei Rapporti con il Parlamento con una ruspa) tanto che dal Governo francese sono considerati sovversivi e, quasi, terroristi.

A memoria di osservatore dell’Europa, è un fatto senza precedenti: esponenti di un governo dell’Unione europea incoraggiano una rivolta in corso in un altro paese dell’Ue. Non si era mai visto!

Ricordo che il Decreto Salvini, in Italia, prevede pene fino a sei anni per il solo blocco stradale. Capisco la delusione per le ultime scelte di Macron, ma scegliere la violenza non mi pare un buon biglietto da visita per un alleato.

Fortunatamente pare che dalla Francia abbiano snobbato l’invito di Di Maio.

 

Giriamo pagina per un altro argomento che delinea benissimo la linea “molto democratica” del Governo.

Nei giorni scorsi, sotto silenzio per le feste, è venuto fuori che la ministra per la salute, Giulia Grillo , prima di azzerarlo, ha provveduto a schedare, anche tenendo conto dei precedenti orientamenti politici, i trenta membri del disciolto Consiglio Superiore della Sanità. Si tenga conto che il Consiglio superiore della Sanità è un organo di consulenza tecnica e scientifica del Ministero della salute italiano. Svolge funzioni sia consultive sia propositive nei confronti del dicastero ed esprime pareri tecnico-scientifici, ove richiesto (e, comunque, ogni volta sia obbligatorio per legge), a beneficio del ministro, delle direzioni generali del ministero, oltre che dell’Autorità giudiziaria, ove quest’ultima ritenga necessario interpellarlo per dirimere contenziosi (così Wikipedia). Insomma dovrebbe essere avulso da scelte politiche: se io ho bisogno di un medico, voglio che sia bravo a prescindere se abbia simpatie verso un certo o un altro partito.

Chissà, forse la ministra ignora che l’articolo 3 della Costituzione, sulla quale ha giurato, impedisce discriminazioni sulla base di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Se non vado errato una schedatura simile è reato. La ministra si difende, ma il documento eccolo qui, sotto gli occhi di tutti: invece di titoli scientifici appaiono le tendenze o i trascorsi politici:  http://www.giuliagrillo.it/documento_integrale/?fbclid=IwAR0R9USEAYwhOc4R5TSftNCX5DwzQtqe0oEOR8cxym9iDoYfMrR4r7ZkYzs   . Lontani i tempi di “Onestà! Onestà!”, vero?????

 

Di ieri è un’altra “perla” del Governo: stavolta ha agito bene, ma ha dovuto rinnegare quanto ha urlato in campagna elettorale sul salvataggio delle banche venete, MpS, Banca Etruria operato dai Governi Renzi e Gentiloni. Odo ancora le urla dei Di Maio e Di Battista: “Mai e poi mai soldi pubblici per salvare le banche!”, al limite si salvano i risparmiatori (precisazione inutile e molto di comodo, visto che già da anni se una Banca fallisce i correntisti fino a 100.000 euro godono della salvaguardia e della garanzia del fondo interbancario). Al limite ci perde chi ha investito in capitale di rischio, tipo azioni, obbligazioni e derivati; ma chi lo fa sottoscrive di essere a conoscenza del rischio

Beh, dopo che la BCE ha commissariato la Cassa di Risparmio di Genova (CARIGE), per impedirne il fallimento, il Governo ha, in una notte approvato un decreto legge salvagente che , come ha spiegato il Sole24ore, Il nuovo decreto è identico in ogni dettaglio (dalle regole sulle garanzie dello Stato fino ai meccanismi, con burden sharing, per la nazionalizzazione)   al testo del Dl 237/2016, quello approvato dall’allora neonato governo Gentiloni per i salvataggi di Mps, Pop Vicenza e Veneto Banca.

Non è vero, urlano i Grillini, per tacitare la base, abbiamo salvato i risparmiatori. FALSO. Con i soldi pubblici hanno salvato la banca.

E’ bastato poco agli arrabbiati grillini che vedono nelle banche la quintessenza della casta per fare retromarcia. Il Ministro dell’economia Giovanni Tria ci ha messo molto poco a convincere i suoi colleghi di governo affinché il lasciar morire la CARIGE non diventasse “la nostra piccola Grecia”.  Le banche, infatti, non sono più (o solo più) il rifugio dei risparmi. Vista la fuga di capitali verso l’estero e il grande flop dell’asta dei BTP Italia riservata alle sole persone fisiche, che BOT non ne comprano più, le banche sono diventate gli unici acquirenti dei BOT e BTP emessi dalle esangui casse del Tesoro. Se fallisce una banca, alla scadenza dei Titoli di Stato, essa non sarà più in grado di rinnovarli. Il Tesoro dovrà cercare nuovi acquirenti alzando il tasso di remunerazione. Conviene di più, è più economico salvare la banca. Se fallisce una banca può fallire lo Stato. Purtroppo orrenda, amara  e molto spiacevole verità di cui anche chi voleva rivoltare o Stato come una scatoletta di tonno si è dovuto render conto.

Come si cambia per non morire….

Ecco, queste, coperte dall’ovattata realtà delle feste gli ultimi passi del Governo che, con i nostri voti, abbiamo contribuito a mandare al potere.

Se vi piace, condividete.

 

 

Io ricordo che quando eravamo al liceo mangiavamo pane e politica. Io ricordo che allora – parlo dei primissimi anni ’70 – il personale era politico. Il fuoco era dentro di noi. Che Guevara e Almirante erano i fari delle opposte fazioni. Non passava avvenimento che, nelle scuole, e poi nelle università, non si discutesse in infinite assemblee anche se si trattava di fatti lontanissimi. Ricordo di aver preso una “nota” perché partecipai ad una manifestazione in favore della scarcerazione della attivista nera Angela Davis. Chi ricorda più ora chi era Angela Davis? Eppure anche a lei si deve se i neri americani oggi hanno più diritti.

Io ricordo che sentivamo come nostro dovere comprendere la realtà politica che ci circondava e, parimenti, nostro dovere, dire la nostra, a favore o contro.

Io ricordo che partecipavamo alle battaglie per i diritti civili. Manifestazioni per il divorzio, per l’aborto per i diritti degli omosessuali erano pane quotidiano. C’era chi militava in un campo, chi militava in un altro, ma tutti pervasi dallo stesso fervore di essere presenti, di tenere il punto, di far sentire la nostra opinione.

Io ricordo che gli appuntamenti elettorali erano un momento topico, nel quale convincere anche una sola persona dell’altra parte alle proprie idee era una battaglia, una vittoria, una sconfitta.

Io ricordo che facevamo le pulci ad ogni provvedimento legislativo, stigmatizzando quelle norme che, a nostro parere, erano contro le nostre idee.

Poi…. Poi qualcosa è andato storto.

Io vedo ora una rana bollita a poco a poco, insensibile alle compressioni delle libertà, insensibile alle violazioni dei diritti umani.

Io vedo ora una massa di gente attaccata al telefonino, il cui unico scopo è porre un like ad un argomento che interessa. Al massimo un cuoricino se l’argomento interessa un po’ di più.

Io vedo ora una massa che plaude ad una idea sol perché riportata su tre titoli di giornali o quattro retweet o che porta un centinaio di like. Ovviamente il plauso è completamente avulso da una qualsiasi attività del proprio cervello.

Io vedo ora passare nel silenzio generale avvenimenti che anni fa avrebbero suscitato un putiferio: vedo nel silenzio passare un ministro dell’interno che arroga competenze di altri ministri, vedo ora un “capo politico”, vice presidente del Consiglio, quindi personalità di spicco del Governo, offrire solidarietà e aiuto (su piattaforma telematica gestita da privati) ad un movimento violento straniero che ha l’unica caratteristica di essere anti-governativa.

Io vedo ora lo sport preferito da poltrona; no non è la playstation: protetti dall’anonimato è sparare  cavolate, insulti, dileggi, calunnie da codice penale contro bersagli ritenuti di parte avversa. La cosa, purtroppo,  viene giudicata normale.

Io vedo ora quello che fu il principale partito di governo, dibattersi, da un anno, in una lotta fratricida che ne erode ogni giorno di più il consenso, pensando solo a lotte intestine che al bene della nazione.

Io vedo ora partiti nati dalla scissione di quello che fu il principale partito di Governo, beccarsi al loro interno come i capponi di Renzo e scindersi vieppiù, forse attratti dall’imitare la particella elementare.

Sì, sono incazzato nero per l’apatia generale. Spero di ricevere numerosi insulti; almeno così, significa che qualche coscienza si è risvegliata. Ma ci spero poco.

 

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