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Delle nefandezze che si commette sui social di internet si è detto molto. Ci sono gli odiatori di professione che raggiungono orgasmi multipli riempendo di contumelie veri o presunti avversari. Godono pigiando sulla tastiera quei tasti che compongono le parole più abiette, gli auspici più nefasti verso i loro nemici.
Ci sono gli stalker digitali che hanno amplessi digitali vergando sulla tastiera le frasi, a loro modo di pensare, più lussuriose all’indirizzo delle loro “prede”.
Ci sono gli (o le) esibizionisti che postano, convinti di essere strafighi) le loro foto in atteggiamenti più o meno conturbanti.
Potrei citare altre categorie come quelle dei fideisti fino alla morte, convintissimi a sostenere, contro ogni evidenza, il loro leader politico, le scie chimiche o la pericolosità dei vaccini o la forma piatta della terra.
La spinta di ognuna di queste categorie è la medesima: convinti di essere fra i pochi partecipi ad un segreto, tentano di uscire fuori dalla massa, sostenendo una tesi di minoranza, al fine di avere un momento, un solo momento sotto i riflettori.
Ma, se ce ne siete accorti, da un po’ di tempo c’è una nuova categoria di matti sui social di internet.
Io li chiamo “statusquoisti”. Il loro scopo è contestare le giuste (o meno giuste) lamentazioni o rimostranze del prossimo.
Se un tizio, incazzato nero, posta una foto di cassonetti stracolmi cirrcondati da una corona di sacchetti dell’immondizia pieni, inveendo contro la mancata raccolta dei rifiuti, lo statuquoista inveisce contro il tizio, sostenendo che la colpa non è dell’Azienda preposta alla raccolta rifiuti, bensì del cittadino che lascia i sacchetti fuori posto.
Oppure se un pellegrino del Cammino dii Santiago segnala su FB che un albergo è sporco, con le cimici e pieno di mosche, salta su lo statusquoista che ribatte che la segnalazione diffama la locanda, che le cimici sono state senz’altro portate dal pellegrino e che le mosche sono entrate perché il pellegrino ha lasciato la finestra aperta.
Se Caio si lamenta perché gli avventori del bar sotto la sua finestra schiamazzano fino alle ore piccole privandolo del sonno, lo statuquoista di turno lo redarguisce della sua scada tolleranza e della sua mancanza di socializzazione.
Insomma gli statusquoisti, senza posa, si adoperano affinché la vita scorra così come scorre; si adoperano affinché gli abusi non vadano puniti perché la punizione scalfirebbe lo status quo.
Mi piacerebbe sapere se ci avete fatto caso e se, sui social, lì avete incontrati anche voi.

Oggi ha tenuto banco la Piattaforma Rousseau sulla quale gli iscritti del Movimento Cinquestelle hanno potuto “votare” sul gradimento del nuovo Governo giallo rosso.

Sia Di Maio sia Davide Casaleggio hanno magnificato questo “nuovo e meraviglioso sistema di democrazia diretta” con il quale la base può far conoscere in tempo reale cosa pensa delle scelte dei vertici.

A parte le forti riserve su un sistema informatico gestito da una società privata che oggi ha deciso se dare il via ad un Governo della Repubblica, io non mi fido. Casaleggio dice che è stato tutto regolare. Non avendo riscontri contrari devo credergli, ma non ho nemmeno riscontri favorevoli. Un sistema elettorale i cui risultati sono da accettare fideisticamente non mi piacciono.

Preferisco le schede cartacee che si possono contare e ricontare, controllare e ricontrollare.

Sapete benissimo che in Italia, per le elezioni politiche, ci sono circa 61.000 sezioni elettorali, ognuna delle quali composta da un Presidente, un segretario e quattro scrutatori: quindi circa 360.000 persone ai quali si aggiungono i rappresentanti di lista che controllano.

I verbali (che sono in triplice copia) vanno al Comune, alla Prefettura e al tribunale. E’ infatti la magistratura che comunica i dati ufficiali, quelli del “cervellone del Viminale” sono ufficiosi al solo beneficio della stampa.

Quindi troppe persone per poter solo suppore un pericolo di brogli.

E’ ancora fresco il ricordo di quanto successe nelle elezioni presidenziali americane nel 2000. In Florida si votava con un sistema semiautomatico che “bucava” la scheda in corrispondenza del candidato prescelto.

Al Gore e George W. Bush si contesero la vittoria all’ultima scheda  che furono contate e ricontate (i “buchi” non erano netti) fino allo stop al riconteggio imposto dalla Corte Suprema che privilegiò la speditezza del conteggio alla sua correttezza.

Per comprendere quanto sia facile “modificare” in favore del partito che si predilige un sistema informatico che dovesse presiedere ad un voto elettronico, vi riporto un articolo di Douglas W. Jones, docente presso l’Università dello Iowa. L’articolo è dell’anno 2000, ma è sempre attuale perché non si basa sui tecnicismi sempre in continua evoluzione, ma sui ragionamenti di logica umana che sono alla base di qualsiasi programma. (La traduzione è di Luca Parisi, il titolo è USA: voto elettronico e software e pubblicato il 7 novembre 2000 alle 16:43:41 CST sul gruppo di discussione comp.risks Volume 21: Issue 10. Work in progress alla pagina http://www.cs.uiowa.edu/~jones/voting/ con il titolo “Election Privacy and Security”):

“Oggi è il giorno delle elezioni e in qualità di presidente del Comitato statale di controllo sulle macchine per votazione e i sistemi elettronici di voto dello Iowa, credo che sia il momento giusto per fare una pausa di riflessione sullo stato dell’arte in materia.

Nel corso degli ultimi anni si è affermata con chiarezza una importante tendenza nelle macchine per votazione che sono state presentate al nostro comitato per ottenere l’approvazione nello Iowa. Si tratta della sostituzione del software realizzato ad hoc con software standard preconfezionato, solitamente una qualche variante di Windows e basato largamente su Microsoft Office.

I computer nel sistema elettorale sono ormai una tecnologia consolidata, sia che vengano usati nei sistemi centralizzati di conteggio basati su schede perforate o lettori ottici, sia che si tratti di sistemi di conteggio ai seggi basati su macchine per votazione elettroniche a lettura ottica o a registrazione diretta. Naturalmente sono ancora in uso macchine manuali a leva ma i loro modelli non subiscono modifiche da molti anni e, di conseguenza, non vengono presentati al comitato per le verifiche.

Secondo le vigenti linee guida della Commissione Elettorale Federale (FEC, Federal Election Commission) sui sistemi elettronici di voto, tutto il software realizzato ad hoc è soggetto ad una verifica condotta da terzi indipendenti. D’altro canto, i “componenti standard” sono considerati accettabili così come sono. La FEC non ha il potere di far osservare le norme, ma le sue linee guida sono state recepite nella legislazione elettorale di numerosi Stati.

Il mio motivo di preoccupazione è che siamo testimoni del fenomeno per cui una percentuale sempre maggiore del software contenuto nei sistemi di voto è costituita da prodotti proprietari di terze parti, non soggetti al requisito della disponibilità dei sorgenti per un esame del codice. Inoltre, le dimensioni dei sistemi operativi commerciali sono enormi, per cui è molto difficile immaginare la possibilità di un controllo efficace!

A quali rischi ci espone tutto ciò?

Se io volessi influire sul risultato di un’elezione, non quella in corso ma quella che si terrà fra quattro anni, potrei ipoteticamente lasciare il mio impiego all’Università dello Iowa e andare a lavorare per Microsoft, cercando di inserirmi nel gruppo che cura la manutenzione degli elementi chiave dell’interfaccia utente (window manager). Sembra una prospettiva piacevole, anche se il lavoro che farebbe al caso mio comporterebbe, in gran parte, la manutenzione di codice che è rimasto stabile per anni. Ecco il mio obiettivo:

Desidero modificare il codice che crea un’istanza dell’elemento dell’interfaccia utente chiamato “pulsante di scelta” (radio button) in una finestra presente sullo schermo. La funzione che voglio aggiungere, in particolare, è la seguente. Se la data coincide con il primo martedì successivo al primo lunedì di novembre di un anno divisibile per 4, e se la finestra contiene un testo che comprende la stringa “straight party”, e se inoltre il radio button contiene almeno le due stringhe “democrat” e “republican” allora una volta su dieci, in modo casuale, scambia l’etichetta che identifica il pulsante contenente la stringa “democrat” con una qualsiasi altra etichetta, anche questa scelta a caso.

Naturalmente, farei ogni sforzo per rendere incomprensibile il codice da me scritto. La scrittura di programmi illeggibili (obfuscated code) è un’arte che ha raggiunto un alto grado di sofisticazione! Una volta fatto ciò, avrei realizzato una versione di Windows che distribuisce il 10 per cento dei voti diretti espressi per il Partito democratico agli altri partiti, in modo casuale. Ciò sarebbe estremamente difficile da rilevare nei risultati elettorali, correrebbe un basso rischio di essere scoperto durante i controlli e, nonostante ciò, potrebbe influenzare il risultato di molte elezioni!

E questo è solo un esempio dei possibili attacchi! Potrebbero esistere vulnerabilità di tipo analogo, ad esempio, nei database commerciali che vengono usati per la memorizzazione e il conteggio dei voti espressi.

Con questo esempio non intendo esporre alcun sentimento di ostilità nei confronti di Microsoft, ma è vero che il software di questa azienda viene usato nella grande maggioranza dei nuovi sistemi di votazione che ho esaminato. Questo genere di minacce non richiede alcuna collaborazione da parte del produttore del window manager o di altri componenti di terze parti non soggetti ad ispezione del codice sorgente. Esso richiede unicamente una talpa, che possa insinuarsi all’interno dell’azienda produttrice e realizzare del codice che non venga rilevato dalle procedure interne di verifica e ispezione. La scrittura di programmi illeggibili è facile, e l’arte delle “uova di Pasqua” nei prodotti software commerciali rende più che chiaro il fatto che molte caratteristiche non riconosciute ufficialmente vengono inserite ogni giorno in pacchetti software disponibili in commercio senza la collaborazione dei produttori del software stesso. (Sono però a conoscenza del fatto che, in alcuni casi, le “uova di Pasqua” godono dell’approvazione ufficiale del produttore).

Ciò detto, è opportuno notare che Microsoft ha espresso una preferenza nei confronti dei risultati delle elezioni odierne, e che vi sono ottimi motivi per considerare i programmi software proprietari, prodotti da un’entità schierata, con grande sospetto nel momento in cui vengono inseriti in un sistema di votazione!

Quali sono le mie conclusioni? Credo che sia giunto il momento per i professionisti dell’informatica di adoperarsi per un cambiamento nelle linee guida relative alle macchine per votazione, chiedendo che tutto il software compreso in tali macchine sia open source e aperto al pubblico scrutinio, o almeno aperto allo scrutinio da parte di un’autorità di controllo terza e indipendente. Non esistono ostacoli di natura tecnica perché ciò avvenga! Sono disponibili molti sistemi operativi open source perfettamente funzionanti come Linux, FreeBSD e diversi altri, compatibili con l’hardware intorno al quale vengono costruite le macchine per votazione moderne!

Tuttavia, questo non risolve completamente il problema! Come si può dimostrare, dopo il fatto, che il software contenuto nella macchina per votazione sia lo stesso approvato dal comitato di controllo e sottoposto a verifica da parte dell’autorità di controllo indipendente? A mia conoscenza, nessuna macchina moderna è realizzata con l’obiettivo reale di consentire una dimostrazione di questo genere, anche se diversi produttori promettono di mettere a disposizione una copia del codice sorgente da loro usato presso un ente depositario in caso di contestazioni.”

Io sono d’accordo e prediligo[SF1]  nostro vecchio ma sicuro sistema di scrutinio cartaceo: che importanza ha avere i risultati dopo un’ora o dopo 24 ore per una legislatura che deve durare, senza sospetti di origine, per cinque anni?


 [SF1]

Volete sapere perché, e in base a quali norme internazionali, è stato possibile impedire alle navi delle ONG di attraccare ai porti italiani e di non far sbarcare i “naufraghi”? Volete sapere perché, invece, sono stati assistiti e sbarcati minori e persone malate? Volete sapere perché gli altri Stati membri dell’Unione europea possono tranquillamente non accogliere i “naufraghi” sbarcati in Italia? Volete sapere perché sarà molto molto difficile cambiare il “Regolamento di Dublino”? Queste ed altre risposte potrete trovarle nel libro.Ma non solo la cronaca. Senza andare indietro nel tempo, senza ricordare come tutto questo cominciò, con il Vertice di Tampere del 1999, senza capire come sono state negoziate le Direttive e i Regolamenti europei in materia di immigrazione ed asilo, senza conoscere come e perché l’Europa volle dare assistenza anche a chi non rientrava nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati, senza ricordare quello che successe nella tragica estate del 2015 quando milioni di profughi attraversarono l’Europa, senza conoscere quali norme, probabilmente molto più restrittive, sono ora sul tavolo dei negoziatori a Bruxelles, in attesa di una loro approvazione o modifica dopo la ricostituzione della Commissione europea conseguente alle elezioni del maggio 2019, senza tutto questo non è possibile dare un giudizio sereno e complessivo sul fenomeno migratorio e sull’azione dell’Unione Europea.Sono stato per anni dentro la materia, come sherpa e coinvolto nella attuazione delle Direttive e Regolamenti europei e ho cercato di raccontare tutto questo nel libro.Purtroppo abbiamo la memoria corta e, spesso, non ricordiamo quello che è successo appena tre o quattro anni addietro.Mi rendo conto che questo libro, oltre ad essere di estrema attualità, comincia ad essere, per alcune parti, un libro di storia, una pagina di quello che accadde quasi venti anni fa. Visto che – ormai – anche l’attualità è manipolata in maniera quasi “orwelliana”, non nuoce mettere un punto fermo nella storia recente dell’immigrazione e dell’asilo. Il libro è realizzato in due versioni, identiche nel contenuto, una come Ebook e una cartacea. La versione Ebook è quasi un ipertesto con decine e decine di link che rinviano direttamente ai documenti citati o agli argomenti trattati. Nella versione cartacea, i link sono sostituiti da note a piè pagina.

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Devo ammettere che sono abbastanza sconcertato. Che l’Europa potesse interferire con le faccende interne nazionali è risaputo. Che l’Europa non amasse molto Salvini è noto. Non lo ama, non perché “sovranista” o uso a “chiudere i porti”. L’Europa non ama Salvini perché portatore di turbolenze e di disparità fra dichiarazioni e azioni: mai ha detto “usciamo dall’Europa”, ma sempre ha sostenuto di andare a Bruxelles (invero quasi mai) a “battere i pugni su tavolo”. Mai Salvini detto di voler uscire dall’Euro, ma ha sempre detto di voler usare una politica in deficit, molto molto contraria ai patti sull’Euro sottoscritti dal nostro Paese. Insomma, il succo di Salvini sull’Europa è: Noi stiamo bene in Europa purché l’Europa giochi con le nostre regole, forse dimenticando che gli attori europei son 27 + Commissione + Consiglio + Parlamento.

VI ricordate la manovra dello scorso anno? Sforeremo al 2,4%!!!!! Dicevano, poi, con la coda fra le gambe scesero al 2,04%. E la procedura di infrazione? “minaccino quanto vogliono, noi la manovra correttiva on la faremo mai!!!” . Poi la fecero.

E questo “stress” all’Europa, e ai mercati non sta bene. La prima regola per i mercati è la stabilità. Possono accettare un fatto dirompente come la Brexit purché condotta con le modalità annunciate fino alla fine. E, fin ora queste modalità sono state quelle imposte dalla Unione europea.

Anche le giravolte sull’immigrazione: prima approvi, il 28 giugno 2018, le conclusioni del Consiglio europeo in cui vien detto chiaramente che i singoli Stati membri possono accedere a prendersi i migranti sbarcati in Italia solo in regime di volontarietà e che il Regolamento di Dublino verrà modificato solo “per consenso” ossia all’unanimità e poi fai la voce grossa contro i partner europei che non si prendono i migranti e non modificano Dublino.

Insomma, ci vuol poco a capire che le cancellerie europee, la Commissione  il Parlamento abbiano fatto il tifo pe rl’uscita di scena di Salvini, considerano non un fascista, non un antidemocratico, ma un frte perturbatore  della scena comunitaria.

Però… però non immaginavo una festa e un tripudio cos’ grande per l’ancora “annunciata” nascita di un Governo “Conte-bis” ancora tutto da fare e che si annuncia un po’ come un “pastrocchio” con un Segretario PD che non lo voleva e che voleva le elezioni, con un senatore dello stesso partito, Renzi, che, il 20 agosto, subito prima dell’annuncio delle dimissione del Conte 1, tende la mano agli odiati “cinquestelle” in nome del comune interesse di non andare al voto per mantenere la poltrona, fortemente minacciata da una consultazione popolare. Con lo stesso segretario PD, trascinato al nuovo Governo, che, in nome di una discontinuità, chiedeva che cambiasse almeno il Presidente del Consiglio. Nulla: da Trump all’Unione europea, allo stesso PD, conte veniva imposto di nuovo.

Anche dall’altra parte le cose non sono molto limpide. Il Capo politico dei Cinquestelle, dopo aver affermato che non rinnega alcunché dell’azione del precedente Governo (sic!) vuole rimanere come vice premier, come ministro di peso e mantenere la sua squadra. Meno male che l’hanno zittito, sennò avrebbe preteso anche Viale dei Giardini, piazza della Vittoria e l’invio di cinque armate (pentastellate?) dall’Alaska alla Kamciacta. Poi ha preteso che alla fine, dopo il giuramento da Mattarella, tutta la squadra dei ministri venga sottoposta al giudizio della fantomatica “Piattaforma Russeau”, moderna sibilla che risponde, docile come un cagnolino, confermando il quesito posto dai capi.

Il povero Conte, accontentato il figlio che voleva un telefonino nuovo, sta ora impazzendo per  trovare la quadratura del cerchio e nulla si sa con precisione del programma.

Eppure…. Eppure, qualcosa è accaduto: il sovranista Trump elogia Conte, il commissario Ue uscente al bilancio Gunther Oettinger, notorio “falco” della stabilità e della austerità, elogia il nascente Governo e, udite udite, che Bruxelles “”è pronta a fare qualsiasi cosa per facilitare il lavoro del governo italiano quando entrerà in carica e per ricompensarlo”, ha aggiunto, affermando che “ci sarà più spazio per una politica sociale, anche se i socialdemocratici sanno bene che il debito illimitato nell’eurozona è un danno per tutti”. Per ricompensarlo, capite?

Queste sono persone e le persone, si sa, esprimono giudizi di convenienza, come le agenzie di rating (Fitch, Moody’s, Standard e Poor..).

Ma anche i mercati, i cui indici non sono fatti da persone, ma da fredde medie sule quantità di titoli scambiati, dati quindi oggettivi, festeggiano: oggi lo spread è a 167, quota che non si vedeva dal Governo Gentiloni e anche la borsa festeggia. L’asta dei Btp ha reso agli investitori solo l’1% contro il 3% al quale eravamo abituati: le casse del tesoro respirano.

Non capisco questo sbilanciamento su un progetto di governo che, forse, non è ancora nemmeno un progetto.

Ma capita a volte di trovare un tesoro in mezzo alla strada. Non mi faccio domande perché so che, se questo tripudio, e il nascente Governo, dura fino a Natale avremo:

  1. una manovra più semplice, senza attriti con Bruxelles,
  2. più soldi per gli investimenti
  3. Una deroga dagli impegni sul finanziamento in deficit

Insomma, più soldini che, se spesi bene, potrebbero rilanciare la nostra asfittica economia.

Non mi sembra poco e, date le premesse, ancora non mi sembra vero.

Post scriptum delle 18.20 che conferma la necessità di stabilità e di coerenza che hanno l’Europa e i mercati: dopo le esternazioni dei Di Maio che raddoppia i suoi “punti ineludibili” del programma e minaccia la possibile mannaia del voto sulla piattaforma Russeau, lo spread balza su di dieci punti e la borsa brucia tutti i guadagni accumulati.

Per favore, toglietelo di mezzo!

Ma, alle 20.50 una agenzia AdnKronos riporta l’irritazione di Conte per le esternazioni di Di Maio. Insomma sculaccia il bambino che vuol prendersi il pallone e giocare solo con le sue regole..

Conte dopo essersi affrancato da Salvini cerca di affrancarsi anche da Di Maio?

Speriamo….

Vuoi vedere che è lui l’uomo della provvidenza?

Uno dei punti chiave per la formazione del nuovo governo è l’approvazione o meno del disegno di legge costituzionale che riduce drasticamente il numero dei parlamentari.

Il disegno di legge attende solo l’ultima (la quarta) approvazione dall’Aula della Camera ove è calendarizzata per il 9 settembre.

Il Disegno di legge (n. 214 al Senato e n.1585 alla Camera) prevede (qui il testo) che il numero dei deputati scenda da 630 a 400 ed il numero dei senatori da 315 a 200.

La motivazione, posta dai presentatori, a base della proposta è la seguente: “Coerentemente con quanto previsto dal programma di governo, si intende pertanto riportare al centro del dibattito parlamentare il tema della riduzione del numero dei parlamentari, con il duplice obiettivo di aumentare l’efficienza e la produttività delle Camere e, al contempo, di razionalizzare la spesa pubblica. In tal modo, inoltre, l’Italia potrà allinearsi agli altri Paesi europei, che hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitato.”

Quindi efficienza e riduzione della spesa, ma a scapito della funzione più importante, direi quasi sacra, della rappresentatività del popolo italiano.

Beh, io non sono per nulla d’accordo e vi spiego perché.

Riduzione della spesa: ben poca cosa. Si ridurrebbe solo la spesa per gli stipendi dei parlamentari, una goccia nel mare dei costi della politica. Non si ridurrebbero i costi delle strutture del Parlamento che rimarrebbero identiche. Pensate voi che si licenzierebbero funzionari, commessi  o si ridurrebbero gli Uffici solo perché sono diminuiti i parlamentari? Non penso proprio.

Efficienza: l’efficienza del Parlamento è bassa, lo sappiamo, ma la colpa non è certo nel numero dei parlamentari, bensì va ricercata nei regolamenti delle due Camere. Un esempio? Come sapete i disegni di legge vanno prima discussi delle Commissioni parlamentari competenti per materia e, poi, una volta approvate da queste Commissioni, affrontano di nuovo l’iter di approvazione in Aula con, ancora una volta, proposizione di emendamenti, discussione etc.

I lavori fra Aula e Commissioni non sono coordinati: capita spesso che le Commissioni (formate dagli stessi parlamentari che potrebbero o dovrebbero esser presenti in Aula) lavorino in contemporanea con l’Aula o che i lavori delle Commissioni debbano essere interrotti per il contemporaneo succedersi di votazioni in Aula. Sarebbe più facile organizzare il lavoro per sessioni. Ad esempio, nelle prime tre settimane del mese si riuniscono solo le Commissione, nell’ultima solo l’Aula. Il contrasto svanirebbe nel nulla.

Oppure, un’altra proposta semplice semplice per aumentare l’efficienza: il disegno di legge viene discusso ed approvato in Commissione di merito (ove, si presume, siedano parlamentari competenti nella materia trattata) e l’Aula sarà chiamata solo ad approvarla o a bocciarla senza iniziare di nuovo il percorso di merito.

Quindi non è il numero dei parlamentari ad intralciare il lavoro, bensì i regolamenti delle Camere.

Anche il confronto, tanto sbandierato, con gli altri Paesi europei non dà cifre molto dissimili: In virtù della Costituzione attuale, in Italia abbiamo 945 parlamentari, di cui 630 deputati e 315 senatori. A questi, in realtà, vanno aggiunti i senatori a vita (al massimo 5) e i senatori di diritto a vita, cioè i presidenti emeriti della Repubblica e quelli nominati dal Presidente della Repubblica. Ciò significa che, senza includere nel calcolo i senatori a vita, nel nostro Paese abbiamo 1,6 membri del Parlamento per ogni 100mila abitanti.

In Francia per ogni 100mila abitanti ci sono 1,4 parlamentari, in Germania 0,9, in Spagna 1,3 e in Polonia 1,4. In numeri assoluti, a fronte dei nostri 945 parlamentari, il Parlamento tedesco contempla 699 membri e quello francese 925.

Cifre, quindi, simili. Anche se bisogna considerare che la Germania è uno Stato federale ed ogni Land ha già il suo Parlamento. Discorso analogo per un altro esempio preso a modello da chi vuole ridurre i Parlamentari: gli USA. Negli Stati Uniti d’America, il Senato è composto da 200 membri e la Camera dei rappresentanti da un massimo di 435 membri. Anche gli Stati uniti sono uno stato federale con i suoi propri organi di governo e le due Camere sono chiamate ad esprimersi solo su limitati argomenti.

La nota negativa, troppo negativa, che la riduzione del numero dei parlamentari pone è la drastica caduta di rappresentatività del Parlamento. E la rappresentatività de popolo italiano è la massima funzione del Parlamento sancita dall’art.1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Ossia tramite il Parlamento.

Ed il Parlamento DEVE essere il più rappresentativo possibile. In Italia, gli elettori per la Camera, alle ultime politiche erano 46.505.350.  Quindi un deputato alla Camera ogni 73.818 elettori. Sempre alle ultime politiche de 2018, gli elettori per il Senato (età maggiore di 25 anni) erano 42.780.033, quindi un senatore ogni 135.809 elettori.

Ora, in un Paese che si rispetti, il candidato deve raccogliere, con l’aiuto del suo partito, il consenso del maggior numero di elettori, per cui, prima di tutto, deve farsi conoscere dal maggior numero possibile di persone.

Se la riforma proposta andasse in porto ci sarebbe un deputato ogni 116.263 elettori ed un senatore ogni 213.900 elettori.

Il mio ragionamento sarà pure una grande semplificazione, perché esistono le circoscrizioni, i collegi etc., ma il risultato ed il senso del ragionamento non cambia. Pensate voi sia più facile per un candidato alla Camera farsi conoscere da 73.818 elettori o da 116.263 elettori?

E’ chiaro che, per il singolo candidato, l’impresa si fa molto più difficile ed aumenta a dismisura il ruolo del Partito che, con la sua organizzazione sul territorio, può facilmente supportare un candidato piuttosto che un altro. E’ poi facilissimo da comprendere che questa riforma sbarra la strada a qualsiasi candidato indipendente.

Se, poi, come purtroppo succede ora, le liste sono bloccate, senza voto di preferenza, ben si comprende come, riducendo il numero dei parlamentari non si persegue il disegno di razionalizzarne il lavoro e di ridurre le spese, bensì di aumentare a dismisura il ruolo e l’importanza dei partiti politici.

Questo è il vero effetto della riforma proposta dal cosiddetto Governo del Cambiamento: aumentare a dismisura il potere dei partiti sugli eletti, candidando e supportando solo quelli fedeli alla oligarchia dei segretari di partito.

Perdonatemi, ma io non ridurrei il numero dei parlamentari ed otterrei gli stessi risultati con una profonda revisione (a costo zero) dei regolamenti di Camera e Senato.

Ai partiti non la dò vinta.

Vediamo di capirci qualcosa e di capire se questa crisi di governo ha in senso o ancora non ce l’ha.
A dire il vero non è neppure una crisi di governo perché il Governo di Giuseppe Conte, bicolore fra Cinquestelle e Lega è nella pienezza dei poteri.
Oltre i litigi di Facebook e Twitter c’è solo una presentazione, da parte della Lega, di una mozione di sfiducia verso “il Governo presieduto dal prof. Giuseppe Conte”.
Richiesta un po’ tafazziana in quanto, visto che la Lega è parte del governo, diretta anche contro il partito presentatore della mozione di sfiducia.
Mozione che, comunque, non appare nelle convocazioni di Camera e Senato.
Il Senato è convocato martedì 20 agosto alle ore 15.00 per “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri”.
La Camera dei deputati è convocata mercoledì 21 agosto alle ore 11.00 per “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri sulla situazione politica”.
Cosa comunicherà Conte martedì o mercoledì?
Probabilmente la sua intenzione di salire al Colle per dimettersi.
Solo in tal caso potrà parlarsi di crisi di Governo.
Se la intesterà Conte, visto che, almeno formalmente, la mozione di sfiducia non verrà neppure discussa.
Nel caso di dimissioni formali la parola passa a Mattarella che ha tre opzioni:
1) Rinviare Conte al Parlamento per fare votare la fiducia o la sfiducia al Governo. Ma non penso che questa sia la scelta perché potrebbe verificarsi la ipotesi che parte della vecchia maggioranza (Lega) voti la sfiducia e parte della vecchia opposizione sia costretta a votarla per poi governare insieme (PD).
2) Accogliere le dimissioni e sciogliere le Camere
3) Accettare le dimissioni e esplorare la situazione dando mandato a Mr.X di esplorare la situazione per vedere se esiste, in questa legislatura, una maggioranza in grado di dare la fiducia ad un Governo.

Questa è la ipotesi più probabile, ammesso che in questo guazzabuglio sia ancora possibile formulare una previsione.
Se Mattarella persegue questa scelta Mr. X potrà ottenere la fiducia e governare o non ottenerla ed allora le nuove elezioni saranno la strada obbligata.
In tal caso sarà Mr.X a gestire le elezioni e lo scioglimento delle Camere travolgerà anche la legge costituzionale di riduzione dei Parlamentari cara ai Cinquestelle che è calendarizzata alla Camera per il 9 settembre.
I Cinquestelle hanno ripetutamente affermato che intendono anticiparne la discussione al 21 agosto.
Sarà possibile?
Molto difficile se Conte martedì si dimette. Di solito, appena formalizzate le dimissioni le Camere vengono sconvocate e riconvocate solo per atti urgenti come approvazione dei decreti legge.
Nessun problema alla approvazione della legge tagliaparlamentari, invece, se domani Conte non si dimette.
Già, ma se non si dimette, che succede? Se si limita a stigmatizzare i problemi sorti con la Lega? La Lega ritirerebbe la mozione di sfiducia e il teatrino proseguirebbe come prima, con grande scorno di quella parte del PD che sostiene l’accordo con i grillini.
Insomma, quasi sicuramente la mozione di sfiducia che ha dato origine a questa “pre-crisi” non verrà discussa nè votata.
Ma come si mette con la probabile vera crisi di governo, un governo PD-Cinquestelle e la proposta di legge tagliaparlamentari?
Se Conte domani si dimette, i Cinquestelle senz’altro vorranno anticipare la discussione della proposta. C’è bisogno di una riunione dei Capigruppo per variare il calendario e la Capigruppo decide all’unanimità. Quali sono gli schieramenti? I numeri dei partiti alla Camera li trovate in un post di qualche  fa.
Non è facile, purtroppo, prevedere – con governo dimissionario ma in carica per gli affari correnti e una possibile nuova maggioranza – come si comporteranno i deputati chiamati a votare una legge che limita di molto le possibilità di rielezione.
Secondo me lo spettacolo non è finito.

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