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I fatti del giorno mi inducono a riproporre un mio post del 7 febbraio dello scorso anno ove anticipavo quello che oggi accade: le promesse fatte da Salvini nella campagna elettorale per le politiche del 4 marzo dell’anno scorso si son rivelate “da marinaio“.

Salvini aveva promesso di espellere 500.000 clandestini in caso di vittoria elettorale. La vittoria elettorale l’ha avuta e anche oltre le sue stesse aspettative. Ma di rimpatri nulla. Il mese scorso Salvini, conscio della falsità delle sue promesse, ha dichiarato che in Italia non ci sono più di 90.000 irregolari.

Oggi, per buttare fumo negli occhi, annucia che – in un decreto sicurezza bis – avocherà al ministero dell’interno il potere, fin ora in capo al ministro dei Trasporti, di “chiudere i porti“. Potrà farlo in caso di lesione all’ordine pubblico, ma la lesione all’ordine pubblico, in tali casi può essere accertato solo se, una volta identificati, fra i migranti possa essere individuato un possibile terrorista. Appunto, una volta identificato e sbarcato.

Qui, di seguito, il mio post del 7 febbraio 2018 ove avvertivo del pericolo di promesse avventate in tema di rimpatri.

Ieri, 6 febbraio, a Radio anch’io su Radio 1 (qui il podcast della trasmissione) è stata dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

È intervenuta Emma Bonino che ha detto cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le ha rimproverato di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa ha detto di tanto trasgressivo Emma Bonino? Ha detto la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, pur senza dare i numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (200.000 nel 2017).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369 (fonte: Ministero dell’interno)

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 un numero di poco inferiore. Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato posto rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali (il concorso si sta concludendo in questi giorni), istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, nel 2017, hanno visto diminuire di oltre il 25% gli sbarchi.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano oltre il 60% delle domande. Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti propongono appello, in quanto ciò, fino ad ora, gli assicurava almeno altri 18/24 mesi di permanenza “legale” in Italia

Molti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza.

Ma anche se io conosco nome e nazionalità di uno straniero da rimpatriare, non posso rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi ha detto a “Radio anch’io” Emma Bonino. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono cn le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

Se la Destra di Berlusconi e Salvini sa fare di meglio, si accomodi. Certo, durante il periodo di governo della Destra, il numero di clandestini calò in modo impressionante, ma non certo per le espulsioni.

Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri.

Oggi è il giorno contro l’inquinamento. I servizi dei TG sono pieni di cortei di ragazzi giovanissimi che, sull’esempio di Greta, manifestano perché gli attuali “adulti” non lascino loro un mondo morto, pieno di plastica e idrocarburi inquinanti. Insomma questi ragazzi manifestano perché anche essi possano avere un futuro su una Terra viva.

L’inquinamento è una materia complessa e non priva di contraddizioni. Cosa rispondere ai paesi emergenti che, per avere energia, bruciano le loro foreste, contro le proteste di procurato inquinamento dei Paesi ricchi quando questi ultimi, da secoli hanno bruciato le loro foreste per raggiungere lo attuale grado di benessere?

A proposito di benessere, è molto piacevole stare in casa in T-shirt in inverno quando fuori nevica oppure non sudare quando fuori ci sono quaranta gradi. Ma quanto costa in termini di inquinamento il riscaldamento o il raffreddamento domestico?

Le fabbriche inquinano, ma producono oggetti del desiderio come telefonini, snikers, felpe, borse e zaini di plastica rutilante. Soddisfare il desiderio. Osare una mano all’ambiente?

E l’ultimo oggetto del desiderio, quel SUV nero lucente o quella automobilina che si può guidare a 16 anni senza patente anche nelle ZTL aiutano l’ ambiente?

Le comode bottiglie di acqua di plastica, tanto diffuse per placare la sete nelle gite o nei cortei, in quanti anni verranno smaltite?

Stesso discorso per i CD, le pennette USB, gli smartphone ultima generazione, i laptop etc.

E, allora, voce fuori dal coro, vorrei rivolgere un appello ai giovani ragazzi che oggi sfilano per un mondo meno inquinato. Mi attirerò critiche perché Greta è stata già proposta per il Nobel della pace, ma tant’è, i miei pensieri non si tenerli per me.

Cari ragazzi che con la vostra giovinezza festosa state manifestando contro l’inquinamento, vi rendete conto che ognuno di voi ha un telefonino (che sostituisce spesso) pieno di sostanze inquinanti difficile da smaltire, con lo schermo pieno di coltan estratto da bambini in Congo?
Vi rendete conto che l’uso massivo di internet richiede energia? Così come i comodi condizionatori in estate e caloriferi a palla di inverno per poter stare in T-shirt e senza maglione. Ho visto nelle vostre mani tante bottigliette di acqua, non di vetro ma di plastica, che magari, poi troveremo, nella pancia dei pesci.

Avete avuto notizia dell’esperimento che ha coinvolto 150vostri coetanei a stare una settimana senza internet e solo 3 ce l’hanno fatta?

Vi siete guardati i piedi? Chiusi in snikers alla moda di pura plastica, come di pura plastica sono molti delle vostre borsette e dei vostri zainetti. Date l’esempio. L’inquinamento si abbatte anche con LA RINUNCIA a molti gadget che contraddistinguono il nostro attuale stile di vita.

Siate di esempio a noi adulti che abbiamo quasi distrutto il nostro pianeta. Se chiedete minore inquinamento, RINUNCIATE ai prodotti inquinanti. Prendete un pezzetto di gesso e disegnate 7 caselle per terra e giocate come facevamo noi 50 anni fa alla “settimana” o a guardie e ladri.

Non comprate le merendine e gli snack preconfezionati. Oltre alle schifezze che ci sono dentro, si inquina per portare le materie prime alle fabbriche e si inquina per portare gli snack nei negozi. Vi assicuro, pane sale e olio è una ottima merenda. Con un po’ di pomodoro sopra, poi, è una squisitezza.

Provate

No, perdonatemi. Oggi sono troppo incazzato. Non ho voglia di occupare il mio tempo a cercare i link a sostegno di quello che dico. Lo dico e basta. Tanto i giornali sono pieni di questa storia.

Questa storia. Chi era Cucchi? Una feccia umana, un drogato, forse uno spacciatore. Ma era un essere umano, titolare degli inalienabili diritti che ad un essere umano sono attribuiti. Era un drogato, non per questo doveva esser picchiato. Forse era uno spacciatore, non per questo mani e piedi dello Stato dovevano ucciderlo. Era una feccia umana ma non per questo violenze su di lui dovevano essere nascoste.

Oggi al processo si dice che l’Arma dei Carabinieri aveva un referto, poi secretato, sulle violenze inferte a Cucchi.

E siccome avvalorava colpe dell’Arma, fu nascosto

Il comandante generale dell'”Arma dei Carabinieri, timidamente, molto timidamente, aveva detto “Chi sa, parli!” . Chi sa NON ha parlato, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Tutto legale, niente da dire. Ma questi silenzi, pur legittimi processualmente, decretano la MORTE DELL’ARMA DEi CARABINIERI. La morte nella concezione che aveva nel popolo italiano. Una istituzione sempre al di sopra di ogni sospetto. Una istituzione al servizio del cittadino. Una istituzione alla quale il cittadino poteva rivolgersi sicuro di un aiuto.

ADDIO CARABINIERI

Gli organi di informazione danno ormai per scontata la nomina di Pasquale Tridico alla guida dell’INPS al posto di Tito Boeri.

Ma sapete chi è costui? Non lo conoscevo affatto, era un semplice Carneade, quando sobbalzai sulla sedia leggendo un suo articolo sul “blog delle stelle”, sì il blog, organo quasi ufficiale dei Cinquestelle. Mi fece talmente sobbalzare per le castronerie contenute sul “reddito di cittadinanza” che lo pubblicai, quasi senza commenti sul questo blog il 13 marzo del 2018 a questo link: https://sergioferraiolo.com/2018/03/13/reddito-di-cittadinanza-le-spiegazioni-del-prof-tridico/) che, poi non era altro che la trascrizione di quanto lo stesso Tridico affermava nel “blog delle stelle”. Vedi qui: ((https://www.ilblogdellestelle.it/2018/03/il_lavoro_di_cui_ha_bisogno_litalia.html). Parole del “prof.” Tridico, mica le mie. Corroborate anche da un articolo de “Il Fatto Quotidiano”. Riporto qui, il resto potete leggerle cliccando sul link (qui per l’articolo di Tridico e qui per il mio articolo):

1) il reddito di cittadinanza, – parole criptiche di Tridico – che è tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo. Lo Stato sosterrà economicamente chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro, purché siano eque e vicine al luogo di residenza. Il Fatto Quotidiano ha da poco riproposto un mio articolo in cui spiego come il reddito di cittadinanza possa essere finanziato attraverso maggior deficit in termini assoluti ma senza aumentare il rapporto deficit/Pil e senza sforare la soglia del 3%. In sintesi il meccanismo è questo: grazie alla nostra misura almeno 1 milione di persone che attualmente non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (i cosiddetti ‘inattivi’ e scoraggiati) verranno spinti alla ricerca del lavoro attraverso l’iscrizione ai Centri per l’Impiego e andranno così ad aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati nelle statistiche Istat. Se aumenta il Pil potenziale possiamo mantenere lo stesso rapporto deficit/Pil potenziale, cioè il cosiddetto ‘deficit strutturale’, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi. Il reddito di cittadinanza costa 17 miliardi complessivi, compresi i 2,1 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego, e potrebbe quindi finanziarsi interamente grazie ai suoi effetti sul tasso di partecipazione della forza lavoro.”

Capite qualcosa?

Cioè, se ho capito bene, l’ingresso nell’area di chi cerca lavoro di oltre 1 milione di inattivi (oggi non conteggiati dalle statistiche ISTAT) andrà ad aumentare il “tasso di partecipazione della forza lavoro” (ossia il numero di disoccupati, dico io). Quindi, l’ingresso di un milione di disoccupati “ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, perché avremo un milione di persone in più che saranno conteggiate come in ricerca di lavoro” e così “il reddito di cittadinanza si autofinanzierebbe”.

Sono alieno ai magheggi dell’alta finanza. A parte che non ho capito un fico secco di quello che Tridico dice, so solo che, oggi come oggi, i fortunati che riceveranno il reddito di cittadinanza avranno una paga equivalente a quella dei loro coetanei che si fanno un culo così nei lavori precari. Tanto i tutor non ci saranno mai (le regioni dicono che è di loro competenza e hanno già posto la pregiudiziale costituzionale) e voi pensate che, specialmente nel meridione, ad ogni fruitore del reddito di cittadinanza potranno essere offerti tre lavori “congrui” e vicino a casa?

E’ chiaramente un sussidio senza contropartita, una manovra elettorale che durerà solo un anno. Solo un anno?  Certo. Raschiando il fondo del barile, facendo partire l’erogazione del reddito di cittadinanza da aprile (un mese prima delle elezioni europee, guarda un po’), ponendo una grossa ipoteca sull’aumento dell’IVA dal 2020, facendo salire il debito pubblico con il rialzo dello spread (è un fatto che con il Governo Gentiloni lo spread era 100 punti più sotto), non so dove troveranno i soldi per rifinanziare il reddito di cittadinanza per i prossimi anni se non imponendo più tasse. Quindi, più tasse a chi lavora e reddito di cittadinanza a chi nulla fa. Questi sono i Cinquestelle.

Meditate, riflettete e diffondete perchè qui è in gioco la tenuta dell’Italia.

Come volevasi dimostrare il tema è molto difficile se in Parlamento la proposta di legge intesa a limitare le aperture domenicali dei negozi è tornata a zero.

Ricapitolo la questione che nuova non è. Nel 1998 , con le cd. “lenzuolate Bersani” gli orari dei negozi furono liberalizzati. La diatriba fra chi vuol orari stretti e chi li vuole lunghi è ancor più antica: risale al 1932.

E non si tratta della sola questione dell’apertura domenicale o meno. La questione è più vasta ed investe l’intero orario giornaliero dei negozi.

Ricordo quando ero bambino. Le famiglie erano per lo più monoreddito. La mattina la moglie andava a fare la spesa, A mezzodì la famiglia si riuniva al desco. Nel pomeriggio l’uomo, se non tornava al lavoro, andava a fare spese. Comunque la giornata dedicata alle spese familiari era il sabato, mattina o pomeriggio, ché la sosta per il pranzo era sacra.

Da queste abitudini si sono formati gli orari dei negozi come ancora li conosciamo: dalle 9 alle 13.00/13.30 e dalle 16.00/17.00 alle 19.30/20.30. Andavano bene sia i compratori, si ai venditori, potendo tenere un ritmo di vita simile.

Ovviamente le cose son cambiate. Ditemi voi se una persona che ha la fortuna di avere un lavoro può destreggiarsi fra il lavoro ed orari simili a quelli che ho descritto sopra.

Le famiglie monoreddito – per necessità – sono scomparse. Al loro posto, nei casi più fortunati, ci sono le famiglie in cui moglie e marito lavorano, poi quelle allargate, con la necessità di spostarsi per spostare i figli, a scuola o a tennis che sia.

In quegli orari ci sta bene solo un pensionato, per chi ci arriva.

Chi ha un lavoro ha bisogno di negozi aperti presto la mattina, nella pausa pranzo e la sera tardi.

Gli effetti si vedono. Nella mia zona, abitata da piccola borghesia, non certo ricca, i negozi con “orari tradizionali” stanno chiudendo uno ad uno. Sono per lo più negozi gestiti da una famiglia con lunga tradizione di commercio, perlopiù anziani che non possono, o non vogliono passare più tempo in negozio.

Li capisco bene, pagare un commesso che li sostituisca costa caro. D’altronde, questi negozietti, definiti “vicinali” o “familiari” hanno statisticamente poche decine di clienti ognuno e non possono permettersi un maggiore assortimento o più commessi per ampliare l’orario di apertura.

E così il consumatore non trova più nell’offerta dei negozi vicinali la risposta alle sue domande. E ciò contribuisce alla stagnazione dei consumi.

Il consumatore, per concentrare i suoi acquisti nel minor tempo possibile cerca un negozio che sia aperto quando lui è libero: pausa pranzo, sera tardi, giorni festivi. E un negozio in cui nel minor tempo possibile possa concentrare la sua domanda di acquisto. Con un maggiore (e forse migliore) assortimento, prezzo più basso. E poi, per finire, perché no, senza spostare l’auto, un cinemino o una pizza con tutta la famiglia. Tutto ciò il consumatore lo trova nei centri commerciali, non certo nei negozi vicinali. Visto che anche il Governo preme perché il consumatore spenda, perché questi dovrebbe privilegiare gli angusti spazi di apertura e lo scarso assortimento dei negozi vicinali?

Il Governo (la parte Cinquestelle) ha scelto di preoccuparsi dei commessi di questi mega centri commerciali sempre aperti, sette giorni su sette e, talvolta 24 ore su 24.

Ma non sa come mediare. Non sa come contrattare un equilibrio esistente ormai da anni per quelle categorie di lavoratori che lavorano quando gli altri sono liberi, proprio per far incontrare la domanda e l’offerta oppure per garantire servizi essenziali. Per i primi, parlo di camerieri di ristoranti, barman, operatori dello spettacolo etc.. Per i secondi parlo di poliziotti, infermieri, vigili del fuoco, vigili urbani etc.

Regolamentare opposti interessi è difficile, così la componente cinquestelle – notoriamente inesperta – sceglie la facile strada della proibizione dell’apertura. Ma la Lega non ci sta. Sa che più i negozi sono aperti, più la gente spende, più i proprietari di negozi pagano i commessi, più la economia corre. E da qui l’impasse odierno.

Ma c’è un pericolo molo più grande e, come al solito ci viene dagli USA , precursori di mode e tendenze. Lì i grandi centri commerciali, come Walmart, sono in profonda crisi.

Colpa di chi? Di chi, come Jeff Bezos ha inventato e portato ai massimi livelli, l’E-commerce, come Amazon, un sito dove puoi trovare tutto e a prezzi sensibilmente inferiori anche a quelli praticati dai Centri commerciali. Ormai il commercio è lì. Anche sull’abbigliamento: i potenziali clienti scelgono su Amazon, vanno a misurarsi l’articolo in un negozio, stabiliscono la taglia, e poi ordinano su Amazon.

Anche sull’alimentare: chiediamoci, oltre frutta e verdura, quali e quanti articoli alimentari scegliamo in base al loro aspetto e non alla loro etichetta.

Devo dire che anch’io, ormai, sono un cliente di Amazon: trovo quello che voglio ad un prezzo inferiore del 20% a quello praticato nei negozi. Non tocco con mano l’articolo? Non importa, se non va per qualsiasi motivo, posso restituirlo facilmente entro 30 gg con rimborso garantito. Quanti negozi possono garantirmi questo?

Facile preconizzare un rapido declino dei centri commerciali quando io posso comprare ad un prezzo minore ogni articolo, restituirlo quando voglio, senza spostarmi a casa?

Nel libero mercato comanda l’interesse: fra trovare il negozio sotto casa aperto, trovare l’articolo che mi interessa fra lo scarso assortimento, pagare un prezzo maggiore, possono compensare la maggiore presenza fisica del venditore?

Ma torniamo ai negozi vicinali. Comprendiamo bene che non possono pretendere di sopravvivere con un assortimento ridotto e gli orari ridicoli contrari agli orari liberi del consumatore.

D’altronde una volta le carrozzelle a cavalli erano i taxi attuali, ora si sono riciclate in strumenti al servizio del turista.

Devono morire? No, devono solo cambiare atteggiamento. Entrare nella nicchia, vendere non merce generica ma merce specifica di nicchia (ho vicino casa un ottico con competenza superlativa su ogni fotocamera esistente, esser molto competente sulle qualità degli articoli venduti.

Voglio infine raccontare una bella storia, purtroppo finita male per la prematura morte del negoziante.

Lavoravo dalle 9.00 della mattina alle 21.00 della sera. Mi era difficile comprare qualcosa da cucinare e da mangiare. Ed ecco una intelligente sortita di un salumiere.

La mattina apriva normalmente alle 9.00 e chiudeva alle 13.30 offrendo il suo negozio e le sue mercanzie a chi la mattina, pensionati o donne non lavoratrici era libero.

Il pomeriggio, invece di aprire alle 16.00, apriva alle 19.30 per raccogliere tutte le persone che escono tardi dall’ufficio ed hanno il problema della cena. Complice l’offerta di un bicchiere di vino, qualche crostino, qualche avanzo della giornata, era riuscito a raccogliere un club di persone che lì si riunivano per scambiare una chiacchiera, rilassarsi e, soprattutto, fare la spesa completa. E’ andata bene per oltre un anno, poi, purtroppo una morte prematura.

L’esempio però rimane. Per i negozianti. Devono inseguire i clienti, esser disponibili nei loro spazi liberi. Favorire l’incoro fra la domanda e l’offerta. Così il denaro circola.

Il Presidente del Consiglio, dopo aver detto che ci sarà un boom economico, ieri ha detto che “Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire. L’Italia ha un programma di ripresa incredibile. C’è tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini e c’è tanta determinazione da parte del governo” .

Siamo usciti dal tunnel provocato dal precedente governo?

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