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Da poco più di una settimana si sta diffondendo nel nostro Paese il fenomeno delle “Sardine”. Riunioni pacifiche, senza bandiere, vessilli o stemmi di partiti che, sempre più numerose, hanno un unico scopo: contestare la politica becera, sovranista, volgare, sovranista di cui il massimo esponente è Salvini.

Contestare le sue uscite su Faceebook sempre conformandosi, come un camaleonte, alle mode del momento, le sue veementiinvettive contro gli immigrati ladri e stupratori, i suoi silenzi quando il colpevole è italiano e la vittima straniera.

Insomma non un programma, ma una forte reazione alla politica e alla propaganda salviniana.

I vari gruppi si confrontano su Facebook, ma vedo che c’è un po’ di querelle sulla direzione delle sardine contro Salvini. Se cioè sia giusto o meno canalizzare la protesta CONTRO una persona, affinché non vinca le elezioni, e non PER qualcosa come un programma da far vincere con le urne.


Il ragionamento non è peregrino, ma ci sono delle priorità. Salvini non è solo Salvini. Salvini non è solo i suoi fluviali interventi su Facebook, né la nutella, né i gattini che mangiano le sardine. Rappresenta anche tutta la sua cricca, ben più pericolosa delle imagginette su twitter o Facebook. E non è Forza nuova o casa Pound, che fanno più casini che dannni. Il vero pericolo di Salvini è che egli persegue la politica di Putin per la disgregazione dell’Unione europea, che – come a Trump – dà parecchio fastidio alle superpotenze. Salvini è per la uscita dall’Euro per un supposto vantaggio della svalutazione competitiva che ha fatto ricco il suo popolo lombardo veneto e che, comunque, mai potrà tornare con un mercato così grande che, comunque, rimarrà con gli altri Stati che non vorranno certo uscire dalla UE.

Salvini è per i condoni (ora si chiamano “pace fiscale”) che fanno particolarmente arrabiare chi ha sempre pagato le tasse. Salvini è per lasciar perdere i deboli e incenivare i forti come dimostra la sua flat tax che premia i ricchi e non dà nulla ai poveri [aliquota unica al 20% significa che i ricchi risparmieranno milioni di euro e i poveri non gadagnerannno alcunché].

Salvini è quello della propaganda continua, anche a costo di non fare il ministro dell’interno e di non andare mai in quel ministero. Salvini è quello dei provvedimenti inutili sull’immigrazione che, togliendo il permesso umanitario ha creato , all’improvviso 250.000 clandestini. Salvini è quello che aveva promesso di rimpatriare tutti i clandestini e non lo ha fatto.
Salvini è un pericolo e va, politicamente, messo in condizione di non essere rieletto.
Salvini è un pericolo per la nostra Bibbia laica: LA COSTITUZIONE
Queste sono le priorità. Ire resto verrà dopo, una volta bonificata la politica.

sardine

Oggi, 2 novembre, è decorso il termine per notificare alla Libia la disdetta del Memorandum Italia – Libia del 2 febbraio 2017 che, in assenza di tale notifica, si intende tacitamente rinnovato per altri tre anni a decorrere dal 3 febbraio 2020. Sui media se ne parla molto. Ha senza dubbio ridotto gli arrivi, ma ha consegnato molti migranti alle milizie libiche che, oltre a farsi reciprocamente la guerra, ignorano totalmente il concetto dei diritti umani.

Non pare che questa disdetta sia stata inviata. Da notizie della stampa sembra solo che l’Italia abbia chiesto alla Libia, ai sensi dell’articolo 3 del memorandum, di riunire la commissione congiunta dei due paesi e, ai sensi dell’articolo 7, di modificare l’intesa sul contrasto all’immigrazione clandestina. Pare che il nostro Presidente del Consiglio abbia sostenuto che ci sono contatti in corso con l’Unione europea per la creazione di hot spot in Libia. L’Unione europea ha seccamente smentito.

Riporto i due articoli in questione.

Articolo 3

Al fine di conseguire gli obiettivi di cui al presente Memorandum, le parti si impegnano a istituire un comitato misto composto da un numero di membri uguale tra le parti, per individuare le priorità d’azione, identificare strumenti di finanziamento, attuazione e monitoraggio degli impegni assunti.

Articolo 7

Il presente Memorandum d’intesa può essere modificato a richiesta di una delle Parti, con uno scambio di note, durante il periodo della sua validità.

Qualche dubbio di facile modifica subito appare.

L’articolo 3 si riferisce ad un comitato misto costituito per individuare le priorità di azione del Memorandum, non per concordarne le modifiche.

L’articolo 7 è un obbrobrio giuridico-diplomatico: un accordo diplomatico si modifica di comune accordo con “lo scambio di note”, ma quando la nota è unilaterale non può essere che di “denuncia dell’accordo”.

È vero che quando le parti vogliono, tutto si può fare, disdire, rifare…… ma qualche dubbio sorge. Infatti la Libia ha risposto oggi che, quando riceverà le proposte italiane, le valuterà secondo gli interessi libici. (forse dipenderà da quanti soldi metterà l’Italia nel piatto)

Le modifiche, principalmente fondate sul rispetto dei diritti umani, saranno illustrate in Parlamento mercoledì 6 novembre prossimo.

Quando il Memorandum fu firmato da Gentiloni e Al Serraj pareva che la Libia fosse avviata ad una plausibile normalità, quasi uno Stato sovrano con qualche problema interno. Ora, verosimilmente, appare un non-Stato in preda a lotte di bande armate che si contendono i pezzi di territorio. E’ ancora plausibile che uno Stato come l’Italia si impegni ancora con un non-Stato? Con un non-Stato che tortura i migranti ad esso affidati?

Un non-Stato che alle Ong “interessate a collaborare nella ricerca e salvataggio marittimo” impone ora, dal 14 settembre, di presentare una preventiva domanda di autorizzazione alle autorità libiche a cui sono obbligate “a fornire periodicamente tutte le informazioni necessarie, anche tecniche – relative al loro intervento”. Ed ecco le condizioni che vengono imposte alle navi umanitarie: “lavorare sotto il principio di collaborazione e supporto [libico], non bloccare le operazioni di ricerca e salvataggio marittimo esercitato dalle autorità autorizzate [libiche] dentro l’area [SAR libica] e lasciare la precedenza d’intervento [alle autorità libiche]”. “Le Ong si limitano all’esecuzione delle istruzioni del centro e si impegnano a informarlo preventivamente su qualsiasi iniziativa anche se è considerata necessaria e urgente”. E poi gli articoli che più preoccupano le Ong perché preludono ad un intervento di tipo poliziesco e autorizzano la Guardia costiera libica a salire a bordo delle navi. “Il personale del dispositivo è autorizzato a salire a bordo delle unità marittime ad ogni richiesta e per tutto il tempo valutato necessario, per motivi legali e di sicurezza, senza compromettere l’attività umana e professionale di competenza del paese di cui la nave porta la bandiera”.

Sul merito dell’accordo Gentiloni-Al Serraj è stato già detto tutto, dai soprusi sui migranti, alle torture, agli spari sulle ONG, al trafficante Bija  (clicca qui e qui che, pare, sia stato ricevuto in colloqui ufficiali in Sicilia e a Roma in qualità di capo della Guardia Costiera libica).

Vorrei qui parlare – per una informazione più completa – della lunga storia degli accordi Italia – Libia che non riguardano, però, solo l’immigrazione. (i testi sono linkati)

Partiamo da 13 dicembre 2000. A Roma fu stipulato l’accordo Accordo tra il Governo della Repubblica  italiana  e la  Grande Giamahiriya Araba  Libica Popolare Socialista, per la collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico illegale di stupefacenti e di sostanze psicotrope ed all’immigrazione clandestina.

L’accordo può essere rinvenuto sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana a questo link:

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2003/05/15/111/so/78/sg/pdf  (pag.53)

Poche e scarne le disposizioni sull’immigrazione illegale (punto D):

D- Lotta all’immigrazione illegale.

1. Scambio di informazioni sui flussi di immigrazione illegale, nonché sulle organizzazioni criminali che li favoriscono, sui modus operandi e sugli itinerari seguiti.

2 Scambio di informazioni sulle organizzazioni specializzate nella falsificazione di documenti e di passaporti.

Reciproca assistenza e cooperazione nella lotta contro l’immigrazione illegale.

Più pregnante l’accordo sottoscritto alla fine del 2007 fra Giuliano Amato ed il suo omologo libico

I punti salienti dell’accordo: L’accordo prevede, in particolare, l’organizzazione di pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche. In questo modo sarà possibile contrastare efficacemente la partenza dei natanti e bloccare il tragico traffico degli esseri umani. Il Governo italiano si impegna, altresì, a «sostenere con l’Unione europea i programmi di cooperazione con la Libia, con particolare riferimento ai controlli sull’immigrazione clandestina Ecco i principali punti dell’accordo tra Italia e Libia: PATTUGLIAMENTI MISTI COSTE LIBICHE: Queste unità navali effettueranno le operazioni di controllo, di ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporti di immigrati clandestini, sia in acque territoriali libiche che internazionali. L’Italia si impegna a cooperare con l’Unione Europea per la fornitura, con finanziamento a carico del bilancio comunitario, di un sistema di controllo per le frontiere terrestri e marittime libiche, al fine di fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, da realizzare secondo le esigenze rappresentate dalla parte libica alla delegazione della missione Frontex.

L’Italia, inoltre, farà ogni sforzo perché si giunga nel più breve tempo possibile all’adozione dell’Accordo quadro fra l’Unione Europea e la Grande Giamahiria. Per l’esecuzione dell’attività di pattugliamento, [protocollo aggiuntivo] il governo italiano si impegna a cedere temporaneamente alla Libia 6 unità navali della Guardia di Finanza, di cui 3 guardacoste classe «Bigliani» e 3 vedette classe «V.5000», per l’esecuzione di attività di pattugliamento.

Per garantire una efficace direzione e coordinamento delle attività addestrative ed operative di pattugliamento marittimo, Italia e Libia «hanno convenuto di istituire, presso una idonea struttura che sarà individuata a cura della Parte libica, per l’intera durata del Protocollo di Cooperazione, un Comando Operativo Interforze», con il compito di: disporre l’attuazione quotidiana delle crociere addestrative e di pattugliamento; individuare, nell’area di pattugliamento, zone di specifico approfondimento, sulla base degli elementi informativi nel frattempo acquisiti; raccogliere le informazioni operative acquisite dalle unità operative; impartire le direttive di servizio necessarie in caso di avvistamento e/o fermo di natanti con clandestini a bordo; svolgere compiti di punto di contatto con le omologhe strutture italiane.

In tal senso, l’intesa firmata tra Italia e Libia prevede che il Comando avrà la «facoltà di richiedere l’intervento e/o l’ausilio delle unità navali italiane ordinariamente rischierate presso l’isola di Lampedusa per le attività antiimmigrazione». Responsabile del menzionato Comando Operativo Interforze sarà «un qualificato rappresentante designato dalle autorità libiche, che si avvale di un Vice Comandante, designato dal Governo italiano, anche con compiti di consulenza in favore del Comandate del Comando Operativo Interforze, oltre che di raccordo con le competenti strutture italiane». Al Centro è assegnato personale italiano con compiti di staff in favore del Vice Comandante. [Da “La Stampa”]

Il testo completo lo trovate qui:

https://elabora.fondazionenigrizia.it/public/1/pdf_documenti/protocollo_base_italia_libia_2007.pdf

Collaborazione e pattugliamenti misti, quindi.

Seguendo cronologicamente lo scorrere del tempo, e degli accordi, nel 2008 fu sottoscritto il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008 fra l’allora Primo ministro Silvio Berlusconi e Muahammar Al Gheddafi. L’accordo, a differenza di quello di Amato, fu ratificato con legge 6 febbraio 2009, n.7.

Nella relazione illustrativa del Disegno di legge di autorizzazione alla ratifica potete trovare il testo:

http://leg16.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00339065.pdf

              Interessante leggerne il testo: parla di tutto, soprattutto di soldi. Dell’impegno dell’Italia di investire il Libia di 5 miliardi di dollari americani in 20 anni (art.8) in infrastrutture, ma i fondi sono sempre e comunque gestiti dalla parte italiana. Le infrastrutture saranno realizzate solo da aziende italiane scelte “a trattativa diretta” dalla Libia. Le imprese prescelte si impegnano “secondo le consuetudini esistenti, contribuiscono, in maniera volontaria, alle opere sociali e alla bonifica ambientale delle zone ove verranno realizzati i progetti (art. 9).

              Quindi, la Libia sceglie senza vincolo di gara [ovviamente su consiglio italiano] le imprese appaltatrici; l’Italia le paga, secondo i prezzi risultanti dagli accordi con le autorità libiche, e le imprese “volontariamente e secondo le consuetudini locali” [mazzette] oltre le infrastrutture concordate contribuiscono ad opere sociali.

              La lettura del trattato fornisce altre “perle” che lascio alla volontà del lettore.

Interessante notare che di immigrazione si parla solo all’art. 19, richiamando l’attuazione degli accordi del 2000 e del 2007 [vedi sopra]. Quindi, in pratica, l’accordo non aggiunge nulla di nuovo.

Lo riporto:

Articolo 19. Collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina.

  1. Le due parti intensificano la collaborazione in atto nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina, in conformità a quanto previsto dall’accordo firmato a Roma il 13.12.2000 e dalle successive intese tecniche, tra cui, in particolare, per quanto concernente la lotta all’immigrazione clandestina, i protocolli di cooperazione firmati a Tripoli il 29 dicembre 2007. [vedi sopra; quelli sottoscritti da Amato].
  2. Sempre in tema di lotta all’immigrazione clandestina, le due parti promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche. Il Governo italiano sosterrà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% le due parti chiederanno all’Unione europea di farsene carico, tenuto conto delle intese a suo tempo intervenute tra la Grande Giamahiria e la Commissione europea.
  3. le due parti collaborano alla definizione di iniziative sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell’immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi.

Questo è l’unico articolo dell’accordo che parla di lotta all’immigrazione clandestina, ma parla anche di soldi, soldi che andranno alle imprese italiane per realizzare il sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche. Forse per questo, tale articolo è stato richiamato anche dall’accordo Gentiloni- Al Sarraj.

E arriviamo al 2 febbraio 2017: il primo ministro italiano Paolo Gentiloni ed il Primo ministro libico Fayez Mustafa Al Sarraj si incontrano e sottoscrivono un memorandum di intesa che impegna la Libia a contrastare il traffico illecito dei migranti e l’Italia ad un opera di assistenza, fornitura ed istruzione della polizia libica.

L’accordo richiama – al fine della loro piena attuazione – i precedenti accordi firmati fra i due Paesi, come il Trattato di  Amicizia, partenariato e cooperazione firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 (ratificato con legge 6 febbraio 2009 n. 7), e prevede il finanziamento italiano per la predisposizione di campi di accoglienza per migranti in territorio libico sotto l’esclusivo controllo del ministero dell’interno libico, nonché il finanziamento, sempre italiano, per la predisposizione di sistemi di controllo della frontiere fra la Libia ed il Niger al fine di arrestare gli arrivi irregolari.

I dubbi sull’efficacia del memorandum sono molti e si appuntano sulla reale autorità di Al Sarraj che, pare, controlli bene solo l’area portuale dove ha sede il suo Governo, non certo tutta Tripoli e le sue coste da dove partono i “refugee boat”, figuriamoci il Fezzan ed il confine meridionale del Paese che si estende anche sotto la Cirenaica, controllata dal Governo di Tobruk e dal Generale Haftar, benedetti da Putin.

Già con l’attentato all’ambasciata italiana del 20 gennaio 2017, attribuito a milizie fedeli ad Haftar si è visto quanto difficile sia la situazione per l’Italia in Libia.

E, ancora, i tribunali libici hanno impugnato l’accordo per carenza di potere del firmatario libico e la stessa posizione di al Sarraj non è più stabile neppure nella nuova forma di Governo ipotizzata in Libia in quanto il Comitato di pacificazione sta progettando una riorganizzazione dell’architettura istituzionale: il capo supremo della difesa non sarà più il presidente del consiglio presidenziale.

In effetti, l’accordo Gentiloni-Al Sarraj i frutti li ha dati. Se nel maggio 2017 le persone sbarcate in Italia erano 22.993, nel maggio 2018 (ultimo mese del Governo Gentiloni) le persone sbarcate sono drasticamente scese a 3.963.

Poi è arrivato il Governo gialloverde e la storia, fatta di decreti sicurezza, abolizione dello SPRAR, abolizione del permesso di soggiorno umanitario, lotta alle ONG è cosa nota.

Per completezza riporto tutto il testo del Memorandum:

Memorandum Italia – Libia del 2 febbraio 2017

Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana Il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia e il Governo della Repubblica Italiana qui di seguito denominate ‘Le Parti’,

Sono determinati a lavorare per affrontare tutte le sfide che si ripercuotono negativamente sulla pace, la sicurezza e la stabilità nei due paesi, e nella regione del Mediterraneo in generale.

Nella consapevolezza della sensibilità dell’attuale fase di transizione in Libia, e della necessità di continuare a sostenere gli sforzi miranti alla riconciliazione nazionale, in vista di una stabilizzazione che permetta l’edificazione di uno Stato civile e democratico.

Nel riconoscere che il comune patrimonio storico e culturale e il forte legame di amicizia tra i due popoli costituiscono la base per affrontare i problemi derivanti dai continui ed elevati flussi di migranti clandestini.

Riaffermando i principi di sovranità, indipendenza, integrità territoriale e unità nazionale della Libia, nonché di non ingerenza negli affari interni.

Al fine di attuare gli accordi sottoscritti tra le Parti in merito, tra cui il Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione firmato a Bengasi il 30/08/2008, ed in particolare l’articolo 19 dello stesso Trattato, la Dichiarazione di Tripoli del 21 gennaio 2012 e altri accordi e memorandum sottoscritti in materia.

Le Parti hanno preso atto dell’impegno che l’Italia ha posto per rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie, che ha portato all’istituzione del “Fondo per l’Africa”.

Tenendo conto delle iniziative che sono state messe in atto dalla parte italiana in attuazione degli accordi e dei memorandum di intesa bilaterali precedenti, nonché il sostegno assicurato alla rivoluzione del 17 febbraio.

Al fine di raggiungere soluzioni relative ad alcune questioni che influiscono negativamente sulle Parti, tra cui il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il suo impatto, la lotta contro il terrorismo, la tratta degli esseri umani e il contrabbando di carburante.

Riaffermando la ferma determinazione di cooperare per individuare soluzioni urgenti alla questione dei migranti clandestini che attraversano la Libia per recarsi in Europa via mare, attraverso la predisposizione dei campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico, in attesa del rimpatrio o del rientro volontario nei paesi di origine, lavorando al tempo stesso affinché i paesi di origine accettino i propri cittadini ovvero sottoscrivendo con questi paesi accordi in merito.

Riconoscendo che le misure e le iniziative intraprese per risolvere la situazione dei migranti illegali ai sensi di questo Memorandum, non devono intaccare in alcun modo il tessuto sociale libico o minacciare l’equilibrio demografico del Paese o la situazione economica e le condizioni di sicurezza dei cittadini libici.

Sottolineando l’importanza del controllo e della sicurezza dei confini libici, terrestri e marittimi, per garantire la riduzione dei flussi migratori illegali, la lotta contro il traffico di esseri umani e il contrabbando di carburante, e sottolineando altresì l’importanza di usufruire dell’esperienza delle istituzioni coinvolte nella lotta contro l’immigrazione clandestina e il controllo dei confini.

Tenuto conto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale consuetudinario e dagli accordi che vincolano le Parti, tra cui l’adesione dell’Italia all’Unione Europea, nell’ambito degli ordinamenti vigenti nei due Paesi, le due parti confermano il desiderio di cooperare per attuare le disposizioni e gli obiettivi di questo Memorandum, e concordano quanto segue:

Articolo 1

Le Parti si impegnano a:

  1. avviare iniziative di cooperazione in conformità con i programmi e le attività adottati dal Consiglio Presidenziale e dal Governo di Accordo Nazionale dello Stato della Libia, con riferimento al sostegno alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti, in sintonia con quanto previsto dal Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione sottoscritto tra i due paesi, e dagli accordi e memorandum d’intesa sottoscritti dalle Parti.
  2. la parte italiana fornisce sostegno e finanziamento a programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale, in settori diversi, quali le energie rinnovabili, le infrastrutture, la sanità, i trasporti, lo sviluppo delle risorse umane, l’insegnamento, la formazione del personale e la ricerca scientifica.
  3. la parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno.

Articolo 2

Le Parti si impegnano altresì a intraprendere azioni nei seguenti settori:

  1. completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia, secondo quanto previsto dall’articolo 19 del Trattato summenzionato.
  2. adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza summenzionati già attivi nel rispetto delle norme pertinenti, usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e di finanziamenti dell’Unione Europea. La parte italiana contribuisce, attraverso la fornitura di medicinali e attrezzature mediche per i centri sanitari di accoglienza, a soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria dei migranti illegali, per il trattamento delle malattie trasmissibili e croniche gravi.
  3. la formazione del personale libico all’interno dei centri di accoglienza summenzionati per far fronte alle condizioni dei migranti illegali, sostenendo i centri di ricerca libici che operano in questo settore, in modo che possano contribuire all’individuazione dei metodi più adeguati per affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani.
  4. Le Parti collaborano per proporre, entro tre mesi dalla firma di questo memorandum, una visione di cooperazione euro-africana più completa e ampia, per eliminare le cause dell’immigrazione clandestina, al fine di sostenere i paesi d’origine dell’immigrazione nell’attuazione di progetti strategici di sviluppo, innalzare il livello dei settori di servizi migliorando così il tenore di vita e le condizioni sanitarie, e contribuire alla riduzione della povertà e della disoccupazione.
  5. sostegno alle organizzazioni internazionali presenti e che operano in Libia nel campo delle migrazioni a proseguire gli sforzi mirati anche al rientro dei migranti nei propri paesi d’origine, compreso il rientro volontario. 6) avvio di programmi di sviluppo, attraverso iniziative di job creation adeguate, nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione illegale, traffico di esseri umani e contrabbando, in funzione di “sostituzione del reddito”.

Articolo 3

Al fine di conseguire gli obiettivi di cui al presente Memorandum, le parti si impegnano a istituire un comitato misto composto da un numero di membri uguale tra le parti, per individuare le priorità d’azione, identificare strumenti di finanziamento, attuazione e monitoraggio degli impegni assunti.

Articolo 4

La parte italiana provvede al finanziamento delle iniziative menzionate in questo Memorandum o di quelle proposte dal comitato misto indicato nell’articolo precedente senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato italiano rispetto agli stanziamenti già previsti, nonché avvalendosi di fondi disponibili dall’Unione Europea, nel rispetto delle leggi in vigore nei due paesi.

Articolo 5

Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente Memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte.

Articolo 6

Le controversie tra le Parti relative all’interpretazione o all’applicazione del presente Memorandum saranno trattate amichevolmente per via diplomatica.

Articolo 7

Il presente Memorandum d’intesa può essere modificato a richiesta di una delle Parti, con uno scambio di note, durante il periodo della sua validità.

Articolo 8

Il presente Memorandum entra in vigore al momento della firma. Ha validità triennale e sarà tacitamente rinnovato alla scadenza per un periodo equivalente, salvo notifica per iscritto di una delle due Parti contraenti, almeno tre mesi prima della scadenza del periodo di validità.

Elaborato e sottoscritto a Roma il 2 febbraio 2017 in due copie originali, ciascuna in lingua araba e italiana, tutti i testi facenti egualmente fede.

Per il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia Fayez Mustafa Serraj

Presidente del Consiglio Presidenziale per il Governo della Repubblica Italiana Paolo Gentiloni Presidente del Consiglio dei Ministri

Questi i fatti fino ad ora.

Vediamo che accade. Ho parlato solo di immigrazione, ma è indubbio che centri molto altro, a cominciare dal petrolio.

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Qualcuna, che di professione fa la politica, nei comizi, urla la sua voglia di rimanere italiana. Ma che significa essere italiano? Essere nato in quell’espressione geografica indicata da Metternich? La nostra penisola, prima del 1861, fu unita sotto un solo sovrano solo durante l’impero romano che, a sua volta ebbe imperatori, spagnoli, libici, traci. Dopo, il Belpaese è stato invaso e colonizzato da Arabi, normanni, turchi, ostrogoti, visigoti, longobardi, aragonesi, francesi, spagnoli e chi ne ha più ne metta. Non c’è dubbio il popolo che ora vive nella penisola italiana è un fritto misto. Ma ci sono bei vantaggi: il fritto misto ha dato i natali a Leonardo, Michelangelo, Dante, Petrarca, il Rinascimento, Canova, Bernini, Verdi, Mascagni….. solo per citare una minima parte che i “meticci” italici hanno saputo offrire al mondo. Se questi sono il risultato del meticciato, allora Viva il Meticciato.
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L’Europa non è in grado di parlare con una voce sola.

Per una cosa facile facile, di solo effetto e senza sostanza, come l’embargo di armi a Erdogan per l’invasione del nord della Siria non è stato possibile trovare un accordo. Sarebbe stata una dichiarazione di solo effetto, perché, come dice il tiranno turco, gli arsenali sono pieni.

Ogni Stato membro lo faccia autonomamente, questa è la flebile voce che viene da Bruxelles.

Eppure venti anni fa, proprio domani, a Tampere, in Finlandia, gli Stati membri si riunirono e solennemente dichiararono che lo spazio di libertà sicurezza e giustizia creato in Europa “non dovrebbe essere considerata appannaggio esclusivo dei cittadini dell’Unione. La sua stessa esistenza serve da richiamo per molti altri che nel mondo non possono godere della libertà che i cittadini dell’Unione danno per scontata. Sarebbe contrario alle tradizioni europee negare tale libertà a coloro che sono stati legittimamente indotti dalle circostanze a cercare accesso nel nostro territorio. Ciò richiede a sua volta che l’Unione elabori politiche comuni in materia di asilo e immigrazione, considerando nel contempo l’esigenza di un controllo coerente alle frontiere esterne per arrestare l’immigrazione clandestina e combattere coloro che la organizzano commettendo i reati internazionali ad essa collegati. Queste politiche comuni devono basarsi su principi che siano chiari per i nostri cittadini e offrano allo stesso tempo garanzie per coloro che cercano protezione o accesso nell’Unione europea”

Soffiava forte il vento di Tampere: un forte impegno comune che non faceva certo presagire i bassi livelli attuali.

Ricordiamolo insieme, affinché il “vento” ritorni a soffiare.

Per ricordarlo meglio riporto il link

http://www.europarl.europa.eu/summits/tam_it.htm

delle conclusioni di quel Vertice, ma voglio riportarne anche il testo:

CONSIGLIO EUROPEO DI TAMPERE 15 E 16 OTTOBRE 1999

CONCLUSIONI DELLA PRESIDENZA

INTRODUZIONE

Il 15 e 16 ottobre 1999, a Tampere, il Consiglio europeo ha tenuto una riunione straordinaria sulla creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nell’Unione europea. All’inizio dei lavori si è proceduto, con il Presidente del Parlamento europeo, sig.ra Nicole Fontaine, a uno scambio di opinioni sui principali temi di discussione.

Il Consiglio europeo è determinato a far sì che l’Unione diventi uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia avvalendosi appieno delle possibilità offerte dal trattato di Amsterdam. Il Consiglio europeo intende trasmettere un forte messaggio politico per riaffermare l’importanza di questo obiettivo e ha convenuto una serie di priorità e orientamenti programmatici grazie ai quali il suddetto spazio si realizzerà rapidamente.

Il Consiglio europeo metterà questo obiettivo al primo posto dell’agenda politica e ve lo manterrà. Esaminerà puntualmente i progressi compiuti per attuare le misure necessarie e rispettare le scadenze fissate dal trattato di Amsterdam, dal piano d’azione di Vienna e dalle presenti conclusioni. La Commissione è invitata a presentare proposte per un appropriato quadro di controllo in tal senso. Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza di assicurare la trasparenza necessaria e di informare periodicamente il Parlamento europeo. Esso terrà un dibattito approfondito per valutare lo stato di avanzamento nella riunione del dicembre 2001.

In stretta relazione con lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, il Consiglio europeo ha approvato la composizione, il metodo di lavoro e le modalità pratiche (riportati in allegato) concernenti l’organo preposto all’elaborazione di un progetto di Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Esso invita tutte le parti interessate ad adoperarsi affinché i lavori per la Carta possano iniziare rapidamente.

Il Consiglio europeo esprime la sua riconoscenza per il lavoro svolto dal Segretario Generale uscente del Consiglio, sig. Jürgen Trumpf, e in particolare per il suo contributo allo sviluppo dell’Unione a seguito dell’entrata in vigore del trattato di Amsterdam.

Poiché uno dei punti focali del lavoro dell’Unione negli anni a venire sarà il rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune, ivi compreso lo sviluppo di una politica europea di sicurezza e di difesa, il Consiglio europeo si attende dal nuovo Segretario Generale del Consiglio e Alto Rappresentante per la PESC, sig. Javier Solana, un contributo fondamentale a tale obiettivo. Il sig. Solana potrà contare sul pieno sostegno del Consiglio europeo nell’esercizio dei suoi poteri, in conformità dell’articolo 18, paragrafo 3, del trattato, così da poter espletare pienamente i propri compiti. Tra le sue responsabilità vi sarà quella di cooperare con la Presidenza per assicurare che le deliberazioni e azioni in materia di politica estera e di sicurezza comune vengano condotte efficacemente al fine di favorire la continuità e la coerenza della politica in base agli interessi comuni dell’Unione.

VERSO UN’UNIONE DI LIBERTÀ, SICUREZZA E GIUSTIZIA: I CAPISALDI DI TAMPERE

1. Sin dall’inizio l’integrazione europea è stata saldamente basata su un comune impegno per la libertà ancorata ai diritti dell’uomo, alle istituzioni democratiche e allo stato di diritto. Questi valori comuni si sono rivelati necessari per garantire la pace e sviluppare la prosperità all’interno dell’Unione europea e saranno anche il fondamento per il suo allargamento.

2. L’Unione europea ha già posto in atto per i suoi cittadini i principali elementi di uno spazio comune di prosperità e pace: un mercato unico, un’unione economica e monetaria e la capacità di raccogliere le sfide politiche ed economiche mondiali. La sfida insita nel trattato di Amsterdam è ora quella di garantire che tale libertà, che comprende il diritto alla libera circolazione in tutta l’Unione, possa essere goduta in condizioni di sicurezza e di giustizia accessibili a tutti. Si tratta di un progetto che risponde alle preoccupazioni frequentemente espresse dai cittadini e che ha ripercussioni dirette sulla loro vita quotidiana.

3. Tale libertà non dovrebbe, tuttavia, essere considerata appannaggio esclusivo dei cittadini dell’Unione. La sua stessa esistenza serve da richiamo per molti altri che nel mondo non possono godere della libertà che i cittadini dell’Unione danno per scontata. Sarebbe contrario alle tradizioni europee negare tale libertà a coloro che sono stati legittimamente indotti dalle circostanze a cercare accesso nel nostro territorio. Ciò richiede a sua volta che l’Unione elabori politiche comuni in materia di asilo e immigrazione, considerando nel contempo l’esigenza di un controllo coerente alle frontiere esterne per arrestare l’immigrazione clandestina e combattere coloro che la organizzano commettendo i reati internazionali ad essa collegati. Queste politiche comuni devono basarsi su principi che siano chiari per i nostri cittadini e offrano allo stesso tempo garanzie per coloro che cercano protezione o accesso nell’Unione europea.

4. L’obiettivo è un’Unione europea aperta, sicura, pienamente impegnata a rispettare gli obblighi della Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati e di altri importanti strumenti internazionali per i diritti dell’uomo, e capace di rispondere ai bisogni umanitari con la solidarietà. Deve altresì essere messo a punto un approccio comune per garantire l’integrazione nella nostra società dei cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente nell’Unione.

5. Per godere della libertà è necessario uno spazio autentico di giustizia, in cui i cittadini possano rivolgersi ai tribunali e alle autorità di qualsiasi Stato membro con la stessa facilità che nel loro. I criminali non devono poter sfruttare le differenze esistenti tra i sistemi giudiziari degli Stati membri. Le sentenze e le decisioni dovrebbero essere rispettate ed eseguite in tutta l’Unione, salvaguardando al tempo stesso la sicurezza giuridica di base per i cittadini in genere e per gli operatori economici. Gli ordinamenti giuridici degli Stati membri dovranno diventare maggiormente compatibili e convergenti.

6. Le persone hanno il diritto di esigere che l’Unione affronti la minaccia alla loro libertà e ai loro diritti giuridici costituita dalle forme più gravi di criminalità. Per opporsi a queste minacce occorre uno sforzo comune per prevenire e combattere il crimine e la criminalità organizzata nell’intera Unione. Si impone una mobilitazione congiunta di forze di polizia e strutture giudiziarie per garantire che i criminali non possano trovare nascondigli né occultare i proventi dei loro reati all’interno dell’Unione.

7. Lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia dovrebbe basarsi sui principi di trasparenza e controllo democratico. Occorre sviluppare un dialogo franco con la società civile sugli obiettivi e i fondamenti di questo spazio per accrescere l’accettazione e il sostegno dei cittadini. Al fine di preservare la fiducia nelle autorità, è necessario elaborare norme comuni sulla loro integrità.

8. Il Consiglio europeo ritiene essenziale che in questi settori l’Unione sviluppi anche una capacità di agire e di essere riconosciuta come partner di rilievo sulla scena internazionale. Ciò richiede una stretta cooperazione con i paesi partner e le organizzazioni internazionali, in particolare il Consiglio d’Europa, l’OSCE, l’OCSE e le Nazioni Unite.

9. Il Consiglio europeo invita il Consiglio e la Commissione, in stretta collaborazione con il Parlamento europeo, a promuovere l’attuazione piena e immediata del trattato di Amsterdam ispirandosi al piano d’azione di Vienna, agli orientamenti politici illustrati in appresso e agli obiettivi concreti approvati in questa riunione di Tampere.

A. POLITICA COMUNE DELL’UE IN MATERIA DI ASILO E MIGRAZIONE

10. Gli aspetti separati, ma strettamente connessi, dell’asilo e della migrazione richiedono la definizione di una politica comune dell’UE che comprenda gli elementi seguenti.

I. Partenariato con i paesi d’origine

11. L’Unione europea ha bisogno di un approccio generale al fenomeno della migrazione che abbracci le questioni connesse alla politica, ai diritti umani e allo sviluppo dei paesi e delle regioni di origine e transito. Ciò significa che occorre combattere la povertà, migliorare le condizioni di vita e le opportunità di lavoro, prevenire i conflitti e stabilizzare gli Stati democratici, garantendo il rispetto dei diritti umani, in particolare quelli delle minoranze, delle donne e dei bambini. A tal fine, l’Unione e gli Stati membri sono invitati a contribuire, nelle rispettive sfere di competenza ai sensi dei trattati, a una maggiore coerenza delle politiche interne ed esterne dell’Unione stessa. Un altro elemento fondamentale per il successo di queste politiche sarà il partenariato con i paesi terzi interessati, nella prospettiva di promuovere lo sviluppo comune.

12. In tale contesto il Consiglio europeo accoglie favorevolmente la relazione del Gruppo ad alto livello “Asilo e migrazione” istituito dal Consiglio e conviene il prosieguo del suo mandato e l’elaborazione di altri piani d’azione. Esso ritiene che i primi piani d’azione elaborati da questo Gruppo e approvati dal Consiglio costituiscono un utile contributo e invita il Consiglio e la Commissione a riferire in merito alla loro attuazione al Consiglio europeo del dicembre 2000.

II. Regime europeo comune in materia di asilo

13. Il Consiglio europeo ribadisce l’importanza che l’Unione e gli Stati membri riconoscono al rispetto assoluto del diritto di chiedere asilo. Esso ha convenuto di lavorare all’istituzione di un regime europeo comune in materia di asilo, basato sull’applicazione della Convenzione di Ginevra in ogni sua componente, garantendo in tal modo che nessuno venga esposto nuovamente alla persecuzione, ossia mantenendo il principio di non-refoulement.

14. A breve termine questo regime dovrebbe permettere di determinare con chiarezza e praticità lo Stato competente per l’esame delle domande di asilo, prevedere norme comuni per una procedura di asilo equa ed efficace, condizioni comuni minime per l’accoglienza dei richiedenti asilo e il ravvicinamento delle normative relative al riconoscimento e agli elementi sostanziali dello status di rifugiato. Il regime dovrebbe essere altresì completato da misure che prevedano forme complementari di protezione e offrano uno status adeguato alle persone che necessitano tale protezione. A tal fine si esorta il Consiglio ad adottare, in base a proposte della Commissione, le decisioni necessarie secondo il calendario stabilito nel trattato di Amsterdam e nel piano d’azione di Vienna. Il Consiglio europeo fa presente quanto sia importante la consultazione dell’UNHCR e di altre organizzazioni internazionali.

15. Nel lungo periodo, le norme comunitarie dovrebbero indirizzarsi verso una procedura comune in materia di asilo e uno status uniforme per coloro che hanno ottenuto l’asilo, valido in tutta l’Unione. La Commissione è invitata a preparare entro un anno una comunicazione al riguardo.

16. Il Consiglio europeo esorta il Consiglio a intensificare gli sforzi per giungere ad un accordo sulla protezione temporanea degli sfollati, basato sulla solidarietà tra gli Stati membri. Il Consiglio europeo ritiene che occorra prendere in considerazione l’opportunità di mettere a disposizione qualche forma di riserva finanziaria per la protezione temporanea nelle situazioni di afflusso massiccio di rifugiati. La Commissione è invitata a studiare le possibilità al riguardo.

17. Il Consiglio europeo esorta il Consiglio a completare celermente i lavori inerenti al sistema per l’identificazione dei richiedenti asilo (Eurodac).

III. Equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi

18. L’Unione europea deve garantire l’equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi che soggiornano legalmente nel territorio degli Stati membri. Una politica di integrazione più incisiva dovrebbe mirare a garantire loro diritti e obblighi analoghi a quelli dei cittadini dell’UE. Essa dovrebbe inoltre rafforzare la non discriminazione nella vita economica, sociale e culturale e prevedere l’elaborazione di misure contro il razzismo e la xenofobia.

19. Muovendo dalla comunicazione della Commissione relativa al piano d’azione contro il razzismo, il Consiglio europeo chiede un’intensificazione della lotta contro il razzismo e la xenofobia. Gli Stati membri s’ispireranno alle migliori prassi e esperienze. Sarà ulteriormente potenziata la cooperazione con l’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia e con il Consiglio d’Europa. La Commissione è inoltre invitata a presentare quanto prima proposte di applicazione dell’articolo 13 del trattato CE concernente la lotta al razzismo e alla xenofobia. Per combattere la discriminazione più in generale, si invitano gli Stati membri a elaborare programmi nazionali.

20. Il Consiglio europeo riconosce la necessità di un ravvicinamento delle legislazioni nazionali relative alle condizioni di ammissione e soggiorno dei cittadini dei paesi terzi, in base a una valutazione comune sia degli sviluppi economici e demografici all’interno dell’Unione sia della situazione nei paesi di origine. A tal fine, esso chiede al Consiglio decisioni rapide, sulla base di proposte della Commissione. Tali decisioni dovrebbero tenere conto non solo della capacità di accoglienza dei singoli Stati membri ma anche dei loro legami storici e culturali con i paesi di origine.

21. Occorre ravvicinare lo status giuridico dei cittadini dei paesi terzi a quello dei cittadini degli Stati membri. Alle persone che hanno soggiornato legalmente in uno Stato membro per un periodo di tempo da definire e che sono in possesso di un permesso di soggiorno di lunga durata dovrebbe essere garantita in tale Stato membro una serie di diritti uniformi il più possibile simili a quelli di cui beneficiano i cittadini dell’UE, ad esempio il diritto a ottenere la residenza, ricevere un’istruzione, esercitare un’attività in qualità di lavoratore dipendente o autonomo; va inoltre riconosciuto il principio della non discriminazione rispetto ai cittadini dello Stato di soggiorno. Il Consiglio europeo approva l’obiettivo di offrire ai cittadini dei paesi terzi che soggiornano legalmente in maniera prolungata l’opportunità di ottenere la cittadinanza dello Stato membro in cui risiedono.

IV. Gestione dei flussi migratori

22. Il Consiglio europeo sottolinea la necessità di una gestione più efficace dei flussi migratori in tutte le fasi. Esso chiede che siano sviluppate, in stretta cooperazione con i paesi di origine e transito, campagne di informazione sulle effettive possibilità di immigrazione legale e che siano adottate misure per prevenire qualsiasi forma di tratta di esseri umani. Dovrebbe essere ulteriormente sviluppata un’attiva politica comune in materia di visti e documenti falsi, che preveda anche una più stretta cooperazione fra i consolati dell’UE nei paesi terzi e, se necessario, la creazione di servizi comuni dell’UE preposti al rilascio dei visti.

23. Il Consiglio europeo è determinato ad affrontare alla radice l’immigrazione illegale, soprattutto contrastando coloro che si dedicano alla tratta di esseri umani e allo sfruttamento economico dei migranti. Esso chiede di adottare norme che prevedano sanzioni severe contro tale grave reato. Il Consiglio è invitato ad adottare entro la fine del 2000, sulla base di una proposta della Commissione, una normativa a tal fine. Gli Stati membri, congiuntamente all’Europol, dovrebbero adoperarsi ad individuare e smantellare le organizzazioni criminali coinvolte. I diritti delle vittime di tali attività devono essere garantiti, con particolare attenzione ai problemi delle donne e dei minori.

24. Il Consiglio europeo chiede una più stretta cooperazione e assistenza tecnica fra i servizi degli Stati membri preposti al controllo delle frontiere, per esempio mediante programmi di scambio e trasferimenti di tecnologia, in particolare alle frontiere marittime, e la rapida integrazione degli Stati candidati in tale cooperazione. In tale contesto il Consiglio esprime soddisfazione per il memorandum d’intesa tra l’Italia e la Grecia che prevede di rafforzare la cooperazione tra i due paesi nel Mare Adriatico e nello Ionio per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, al contrabbando e alla tratta di essere umani.

25. In seguito all’integrazione dell’acquis di Schengen nell’ambito dell’Unione, i paesi candidati devono accettare appieno il medesimo e le ulteriori misure fondate su di esso. Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza di controlli efficaci alle future frontiere esterne dell’Unione da parte di professionisti qualificati e specializzati.

26. Il Consiglio europeo chiede di sviluppare l’assistenza ai paesi di origine e transito, al fine di promuovere il rientro volontario e di aiutare le autorità di tali paesi a rafforzare la loro capacità di combattere efficacemente la tratta degli esseri umani e di adempiere i loro obblighi di riammissione nei confronti dell’Unione e degli Stati membri.

27. Il trattato di Amsterdam ha conferito alla Comunità competenze nel settore della riammissione. Il Consiglio europeo invita il Consiglio a concludere accordi di riammissione o a includere clausole tipo in altri accordi fra la Comunità europea e i paesi terzi o gruppi di paesi pertinenti. Occorre altresì rivolgere l’attenzione a norme sulla riammissione interna.

B. UN AUTENTICO SPAZIO DI GIUSTIZIA EUROPEO

28. In un autentico spazio di giustizia europeo l’incompatibilità o la complessità dei sistemi giuridici e amministrativi degli Stati membri non dovrebbero costituire per i singoli e le imprese un impedimento o un ostacolo all’esercizio dei loro diritti.

V. Migliore accesso alla giustizia in Europa

29. Per agevolare l’accesso alla giustizia, il Consiglio europeo invita la Commissione, in cooperazione con altri organismi pertinenti, come il Consiglio d’Europa, a lanciare una campagna di informazione e a pubblicare adeguate “guide dell’utente” sulla cooperazione giudiziaria nell’Unione e sui sistemi giuridici degli Stati membri. Esso chiede inoltre che sia istituito un sistema di informazione di facile accesso, la cui manutenzione e il cui aggiornamento siano affidati a una rete di autorità nazionali competenti.

30. Il Consiglio europeo invita il Consiglio a stabilire, sulla base di proposte della Commissione, norme minime che garantiscano un livello adeguato di assistenza giudiziaria nelle cause transnazionali in tutta l’Unione e specifiche norme procedurali comuni per semplificare e accelerare la composizione delle controversie transnazionali di piccola entità in materia commerciale e riguardanti i consumatori, nonché le cause relative alle prestazioni alimentari, e in materia di crediti non contestati. Gli Stati membri dovrebbero inoltre istituire procedure extragiudiziali alternative.

31. Dovrebbero essere definite norme minime comuni per i formulari o documenti multilingui da utilizzare nelle cause giudiziarie transnazionali nell’Unione. Tali documenti o formulari dovrebbero quindi essere accettati reciprocamente come documenti validi in tutti i procedimenti che si svolgono nell’Unione.

32. Tenendo presente la comunicazione della Commissione, dovrebbero essere elaborate norme minime sulla tutela delle vittime della criminalità, in particolare sull’accesso delle vittime alla giustizia e sui loro diritti al risarcimento dei danni, comprese le spese legali. Dovrebbero inoltre essere creati programmi nazionali di finanziamento delle iniziative, sia statali che non governative, per l’assistenza alle vittime e la loro tutela.

VI. Reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie

33. Il rafforzamento del reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie e delle sentenze e il necessario ravvicinamento delle legislazioni faciliterebbero la cooperazione fra le autorità, come pure la tutela giudiziaria dei diritti dei singoli. Il Consiglio europeo approva pertanto il principio del reciproco riconoscimento che, a suo parere, dovrebbe diventare il fondamento della cooperazione giudiziaria nell’Unione tanto in materia civile quanto in materia penale. Il principio dovrebbe applicarsi sia alle sentenze sia alle altre decisioni delle autorità giudiziarie.

34. In materia civile, il Consiglio europeo chiede alla Commissione di presentare una proposta al fine di ridurre ulteriormente le procedure intermedie tuttora necessarie per ottenere il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni o sentenze nello Stato richiesto. Inizialmente, tali procedure intermedie dovrebbero essere abolite per i titoli relativi alle cause di modesta entità in materia commerciale o relative ai consumatori e per determinate sentenze nel settore delle controversie familiari (per esempio quelle relative alle prestazioni alimentari e ai diritti di visita). Dette decisioni sarebbero automaticamente riconosciute in tutta l’Unione senza che siano necessarie procedure intermedie o che sussistano motivi per rifiutarne l’esecuzione. A ciò potrebbe accompagnarsi la definizione di norme minime su taluni aspetti del diritto di procedura civile.

35. In materia penale, il Consiglio europeo invita gli Stati membri a ratificare rapidamente le convenzioni UE del 1995 e del 1996 sull’estradizione. Esso ritiene che la procedura formale di estradizione debba essere abolita tra gli Stati membri per quanto riguarda le persone che si sottraggono alla giustizia dopo essere state condannate definitivamente ed essere sostituita dal semplice trasferimento di tali persone, in conformità dell’articolo 6 del TUE. Occorre inoltre prendere in considerazione procedure di estradizione accelerate, fatto salvo il principio di un equo processo. Il Consiglio europeo invita la Commissione a presentare proposte al riguardo alla luce della convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen.

36. Il principio del reciproco riconoscimento dovrebbe altresì applicarsi alle ordinanze preliminari, in particolare a quelle che permettono alle autorità competenti di procedere rapidamente al sequestro probatorio e alla confisca di beni facilmente trasferibili; le prove legalmente raccolte dalle autorità di uno Stato membro dovrebbero essere ammissibili dinanzi ai tribunali degli altri Stati membri, tenuto conto delle norme ivi applicabili.

37. Il Consiglio europeo invita il Consiglio e la Commissione ad adottare, entro il dicembre 2000, un programma di misure per l’attuazione del principio del reciproco riconoscimento. Tale programma dovrebbe anche prevedere l’avvio di lavori su un titolo esecutivo europeo e sugli aspetti del diritto procedurale per i quali sono reputate necessarie norme minime comuni per facilitare l’applicazione di detto principio, nel rispetto dei principi giuridici fondamentali degli Stati membri.

VII. Maggiore convergenza nel settore del diritto civile

38. Il Consiglio europeo invita il Consiglio e la Commissione a predisporre una nuova legislazione procedurale nelle cause transnazionali, in particolare sugli elementi funzionali ad una cooperazione agevole e ad un migliore accesso alla legislazione, ad esempio misure preliminari, raccolta delle prove, ordini di pagamento e scadenze.

39. Per quanto concerne il diritto materiale, occorre procedere ad uno studio globale sulla necessità di ravvicinare le legislazioni degli Stati membri in materia civile per eliminare gli ostacoli al corretto svolgimento dei procedimenti civili. Il Consiglio dovrebbe riferire in merito entro il 2001.

C. LOTTA A LIVELLO DELL’UNIONE CONTRO LA CRIMINALITÀ

40. Il Consiglio europeo è profondamente impegnato a rafforzare la lotta contro le formi gravi di criminalità organizzata e transnazionale. L’elevato livello di sicurezza nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia presuppone un approccio efficace e globale nella lotta contro qualsiasi forma di criminalità. Si dovrebbe raggiungere l’obiettivo dell’elaborazione equilibrata di misure a livello di Unione contro la criminalità proteggendo nel contempo la libertà e i diritti giuridici delle persone e degli operatori economici.

VIII. Prevenzione della criminalità a livello dell’Unione

41. Il Consiglio europeo chiede di integrare gli aspetti relativi alla prevenzione della criminalità nelle azioni contro quest’ultima e di sviluppare ulteriormente i programmi nazionali di prevenzione della criminalità. A livello di politica estera e interna dell’Unione si dovrebbero individuare ed elaborare priorità comuni nella prevenzione della criminalità delle quali tener conto nel predisporre la nuova normativa.

42. Occorre sviluppare lo scambio delle “migliori prassi”, rafforzare la rete delle autorità nazionali competenti per la prevenzione della criminalità e la cooperazione tra gli organismi nazionali impegnati in tale prevenzione, esaminando a tal fine la possibilità di un programma finanziato dalla Comunità. Le prime priorità per tale cooperazione potrebbero essere la criminalità giovanile e urbana e quella connessa alla droga.

IX. Potenziamento della cooperazione contro la criminalità

43. Si dovrebbe trarre il massimo vantaggio dalla cooperazione tra le autorità degli Stati membri nell’ambito delle indagini sulla criminalità transnazionale svolte in qualsiasi Stato membro. Il Consiglio europeo chiede di istituire senza indugio le squadre investigative comuni previste nel trattato, inizialmente per combattere il traffico di droga, la tratta di esseri umani e il terrorismo. Le norme da definire a tale riguardo dovrebbero consentire ai rappresentanti dell’Europol di partecipare, se opportuno, a tali squadre con funzioni di supporto.

44. Il Consiglio europeo chiede l’istituzione di una Task Force operativa europea dei capi della polizia, incaricata di scambiare, in cooperazione con l’Europol, esperienze, migliori prassi e informazioni sulle tendenze attuali della criminalità transnazionale e di contribuire alla predisposizione di azioni operative.

45. L’Europol ha un ruolo fondamentale di sostegno per quanto riguarda la prevenzione della criminalità, l’analisi e le indagini a livello dell’Unione. Il Consiglio europeo chiede al Consiglio di fornire all’Europol il sostegno e le risorse necessarie. Nel prossimo futuro il suo ruolo dovrebbe essere rafforzato, conferendogli la facoltà di ottenere dati operativi dagli Stati membri e autorizzandolo a chiedere agli Stati membri di avviare, svolgere o coordinare indagini o di istituire squadre investigative comuni per alcuni settori della criminalità, rispettando nel contempo i sistemi di controllo giudiziario degli Stati membri.

46. Per rafforzare la lotta contro le forme gravi di criminalità organizzata il Consiglio europeo ha convenuto di istituire un’unità (EUROJUST) composta di pubblici ministeri, magistrati o funzionari di polizia di pari competenza, distaccati da ogni Stato membro in conformità del proprio sistema giuridico. L’EUROJUST dovrebbe avere il compito di agevolare il buon coordinamento tra le autorità nazionali responsabili dell’azione penale, di prestare assistenza nelle indagini riguardanti i casi di criminalità organizzata, in particolare sulla base dell’analisi dell’Europol, e di cooperare strettamente con la rete giudiziaria europea, in particolare allo scopo di semplificare l’esecuzione delle rogatorie. Il Consiglio europeo chiede al Consiglio di adottare lo strumento giuridico necessario entro la fine del 2001.

47. Dovrebbe essere istituita un’accademia europea di polizia per la formazione degli alti funzionari incaricati dell’applicazione della legge. Essa dovrebbe essere avviata come una rete degli istituti di formazione nazionali esistenti ed essere aperta anche alle autorità dei paesi candidati.

48. Fatti salvi i settori più ampi previsti nel trattato di Amsterdam e nel piano di azione di Vienna, il Consiglio europeo ritiene che, per quanto riguarda le legislazioni penali nazionali, gli sforzi intesi a concordare definizioni, incriminazioni e sanzioni comuni dovrebbero incentrarsi in primo luogo su un numero limitato di settori di particolare importanza, come la criminalità finanziaria (riciclaggio di denaro, corruzione, falsificazione dell’euro), il traffico di droga, la tratta di esseri umani e in particolare lo sfruttamento delle donne, lo sfruttamento sessuale dei minori, la criminalità ad alta tecnologia e la criminalità ambientale.

49. La criminalità economica grave presenta sempre più spesso aspetti relativi a imposte e dazi. Il Consiglio europeo invita pertanto gli Stati membri a fornire piena assistenza giudiziaria nelle indagini e nei procedimenti riguardanti la criminalità economica grave.

50. Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza di affrontare il problema della droga in modo globale. Esso invita il Consiglio ad adottare la strategia europea contro la droga per il periodo 2000-2004 prima della riunione del Consiglio europeo di Helsinki.

X. Azione specifica antiriciclaggio

51. Il riciclaggio dei capitali è il nucleo stesso della criminalità organizzata. Esso dovrebbe essere sradicato ovunque si manifesti. Il Consiglio europeo è determinato ad assicurare che siano intraprese iniziative concrete per rintracciare, sequestrare e confiscare i proventi di reato.

52. Si esortano gli Stati membri a dare piena attuazione, anche in tutte le loro dipendenze, alle disposizioni della direttiva antiriciclaggio, alla convenzione di Strasburgo del 1990 e alle raccomandazioni della Task Force “Azione finanziaria”.

53. Il Consiglio europeo esorta il Consiglio e il Parlamento europeo a adottare al più presto il progetto di direttiva antiriciclaggio riveduta, che la Commissione ha recentemente proposto.

54. Occorre, tenendo nella debita considerazione la protezione dei dati, migliorare la trasparenza delle transazioni finanziarie e degli assetti societari e accelerare lo scambio di informazioni fra le unità di informazione finanziaria (FIU) esistenti relativamente alle operazioni sospette. Indipendentemente dalle disposizioni sulla segretezza applicabili alle attività bancarie o ad altre attività commerciali, le autorità giudiziarie e le FIU devono avere il diritto, fatto salvo il controllo giudiziario, di ricevere informazioni, qualora tali informazioni siano necessarie per indagini sul riciclaggio dei capitali. Il Consiglio europeo invita il Consiglio ad adottare le disposizioni necessarie a tal fine.

55. Il Consiglio europeo chiede un ravvicinamento delle normative e procedure penali relative al riciclaggio dei capitali (ad es., in materia di rintracciamento, sequestro e confisca dei capitali). La sfera delle attività criminose che si configurano come reati presupposto del riciclaggio dovrebbe essere il più possibile uniforme e sufficientemente vasta in tutti gli Stati membri.

56. Il Consiglio europeo invita il Consiglio a estendere la competenza dell’Europol al riciclaggio in generale, a prescindere dal tipo di reato da cui i proventi riciclati derivano.

57. Dovrebbero essere definite regole uniformi per impedire che società o altre persone giuridiche registrate fuori dalla giurisdizione dell’Unione vengano usate per occultare e riciclare i proventi di attività criminose. L’Unione e gli Stati membri dovrebbero concludere intese con i centri offshore dei paesi terzi per assicurare una cooperazione efficiente e trasparente nel campo dell’assistenza giudiziaria, seguendo le raccomandazioni formulate in materia dalla Task force “Azione finanziaria”.

58. Si invita la Commissione a illustrare in un rapporto le disposizioni delle normative nazionali nel settore bancario, finanziario e societario che ostacolano la cooperazione internazionale. Il Consiglio è a sua volta invitato a trarre le necessarie conclusioni da tale rapporto.

D. AZIONE ESTERNA DI MAGGIORE INCISIVITÀ

59. Il Consiglio europeo sottolinea che tutte le competenze e gli strumenti di cui l’Unione dispone, in particolare nel campo delle relazioni esterne, devono essere sfruttati in maniera integrata e coerente per istituire lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Le tematiche della giustizia e degli affari interni devono essere integrate nella definizione e nell’attuazione di altre politiche e attività dell’Unione.

60. Si devono sfruttare appieno le nuove possibilità che il trattato di Amsterdam offre per l’azione esterna e in particolare le strategie comuni, gli accordi comunitari e gli accordi basati sull’articolo 38 del TUE.

61. Andrebbero chiaramente definite le priorità, gli obiettivi e gli interventi politici dell’azione esterna dell’Unione nel settore della giustizia e degli affari interni. In tempo utile per il Consiglio europeo del giugno 2000, il Consiglio dovrebbe formulare, in stretta cooperazione con la Commissione, raccomandazioni specifiche sugli obiettivi e interventi politici dell’azione esterna dell’Unione nel settore della giustizia e degli affari interni, affrontandovi anche aspetti inerenti alla struttura operativa.

62. Il Consiglio europeo esprime il suo sostegno alla cooperazione regionale contro la criminalità organizzata, che coinvolge gli Stati membri e i paesi terzi limitrofi dell’Unione. In questo contesto, esso prende atto con soddisfazione dei risultati concreti e pratici ottenuti dai paesi della regione del Mar Baltico. Il Consiglio europeo annette particolare importanza alla cooperazione regionale e allo sviluppo nella regione balcanica. L’Unione europea apprezza e intende partecipare alla Conferenza europea sul tema dello sviluppo e della sicurezza nell’area adriatico-ionica che sarà organizzata dal governo italiano, in Italia, nella prima metà del 2000. Questa iniziativa costituirà un valido apporto nell’ambito del patto di stabilità per l’Europa Sudorientale.

Volete sapere perché, e in base a quali norme internazionali, è stato possibile impedire alle navi delle ONG di attraccare ai porti italiani e di non far sbarcare i “naufraghi”? Volete sapere perché, invece, sono stati assistiti e sbarcati minori e persone malate? Volete sapere perché gli altri Stati membri dell’Unione europea possono tranquillamente non accogliere i “naufraghi” sbarcati in Italia? Volete sapere perché sarà molto molto difficile cambiare il “Regolamento di Dublino”? Queste ed altre risposte potrete trovarle nel libro.Ma non solo la cronaca. Senza andare indietro nel tempo, senza ricordare come tutto questo cominciò, con il Vertice di Tampere del 1999, senza capire come sono state negoziate le Direttive e i Regolamenti europei in materia di immigrazione ed asilo, senza conoscere come e perché l’Europa volle dare assistenza anche a chi non rientrava nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati, senza ricordare quello che successe nella tragica estate del 2015 quando milioni di profughi attraversarono l’Europa, senza conoscere quali norme, probabilmente molto più restrittive, sono ora sul tavolo dei negoziatori a Bruxelles, in attesa di una loro approvazione o modifica dopo la ricostituzione della Commissione europea conseguente alle elezioni del maggio 2019, senza tutto questo non è possibile dare un giudizio sereno e complessivo sul fenomeno migratorio e sull’azione dell’Unione Europea.Sono stato per anni dentro la materia, come sherpa e coinvolto nella attuazione delle Direttive e Regolamenti europei e ho cercato di raccontare tutto questo nel libro.Purtroppo abbiamo la memoria corta e, spesso, non ricordiamo quello che è successo appena tre o quattro anni addietro.Mi rendo conto che questo libro, oltre ad essere di estrema attualità, comincia ad essere, per alcune parti, un libro di storia, una pagina di quello che accadde quasi venti anni fa. Visto che – ormai – anche l’attualità è manipolata in maniera quasi “orwelliana”, non nuoce mettere un punto fermo nella storia recente dell’immigrazione e dell’asilo. Il libro è realizzato in due versioni, identiche nel contenuto, una come Ebook e una cartacea. La versione Ebook è quasi un ipertesto con decine e decine di link che rinviano direttamente ai documenti citati o agli argomenti trattati. Nella versione cartacea, i link sono sostituiti da note a piè pagina.

Sia in versione Ebook (0,99 Euro) sia in versione Cartacea (7, 24 Euro) è disponibile su Amazon all’indirizzo:

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Nella mia vita professionale mi sono spesso occupato di immigrazione e asilo, dalla Turco-Napolitano in poi, viaggiando fra le stanze di Bruxelles a negoziare le Direttive e i Regolamenti e le patrie stanze ministeriali per dare attuazione a quelle norme discusse a Bruxelles. Insomma, sono stato un “civil servant” e uno “sherpa”.

L’asilo e l’immigrazione sono materie complesse, piene di mille sfaccettature e coinvolgono gli aspetti più disparati, da quelli professionali, dell’istruzione, dell’accoglienza, del lavoro, dei diritti e doveri di chi arriva da noi a quelli transnazionali degli affari della cooperazione allo sviluppo, dei grandi giacimenti di preziosi siti in luoghi dove la gente vive con un dollaro al giorno, fino – fatti propri dalla politica – a mutare la percezione che abbiamo dell’altro.Ed è una materia volubile, non solo in Italia, ma soprattutto in Europa, alla quale è rivolto questo libro: siamo passati dal “vento di Tampere” che apriva lo spazio di uguaglianza e giustizia a tutti alla “fortezza Europa” chiusa e attorcigliata in sé stessa, incapace di trovare una direzione, una qualsiasi direzione.Ho vissuto in prima persona gli ultimi venti anni di vita europea e della sua azione, spesso incerta e titubante verso questo fenomeno.

Quello che mi preoccupa è la memoria corta: parliamo senza problemi dei nostri emigrati di due secoli fa, ma abbiamo molta difficoltà a ricordare cosa è successo in Europa negli ultimi venti anni. Spesso accusiamo l’Europa delle incapacità nazionali o ci rassegniamo ad un “lo vuole l’Europa” senza sapere perché.I fatti e la realtà sono stati spesso coperti dalle urla dei media, così assordanti da non farci percepire quanto realmente avviene.

Ho scritto già tre libretti, tre Ebook per Amazon, sull’azione dell’Europa.Con soddisfazione, ho visto che i tre libretti sono stati utili e ho pensato di aggiornarli (nei limiti in cui si può aggiornare la storia senza incorrere nell’Orwelliano 1984) riunendoli in uno solo.

Del libro ho predisposto due versioni, la prima, come al solito, un Ebook ipertestuale, corredato da centinaia di link che portano il lettore alla spiegazione o all’approfondimento dell’argomento trattato, e una versione classica cartacea, nella quale – ovviamente – i link vanno persi ma spesso sostituiti da note a piè di pagina che riportano i link stessi. Scopo di questo libro è fissare nella memoria gli avvenimenti, le politiche succedutesi in Europa su asilo e migrazione; costituire uno strumento veloce per ricordare gli avvenimenti passati che, già oggi, vengono confusi e artatamente adattati al presente. Troverete molta “storia”, molto spazio dedicato all’esame degli strumenti normativi europei magari non più vigenti e poco spazio all’esame di quelli vigenti. Ma lo scopo di questo libro non quello di essere il manuale del diritto europeo vigente: ci sono libri specifici per questo. Lo scopo è solo quello di raccontare cosa è successo, come è successo, come è cominciato tutto questo. Raccontare le frizioni fra le vedute “aperturiste” della Commissione” e quelle “conservatrici” degli Stati membri, raccontare i “perché” di certe decisioni e non le decisioni stesse.La lettura della discussione sulle diverse Direttive è illuminante, non solo per le norme ivi contenute, magari oggi non più in vigore e sostituite da altre più recenti, ma per comprendere il continuo braccio di ferro che c’è sempre stato fra la Commissione e gli Stati membri. E, come, questi ultimi, sono sempre riusciti a trasformare queste norme aperte verso gli immigrati in norme sempre più restrittive.

In compenso, ho dato parecchio spazio agli strumenti normativi in itinere, quelli che sono sui tavoli di Bruxelles, pronti per essere approvati, modificati o meno, appena gli organi comunitari si saranno ricostituiti dopo le elezioni di maggio 2019.

Alcune riflessioni sul “peso netto” e “peso lordo” dei migranti e sul ruolo delle ONG, completano il libro.

La versione cartacea (245 pagine) è reperibile qui: https://www.amazon.it/dp/1080713832/.

La versione Ebook è reperibile qui: https://www.amazon.it/dp/B07V6B84W3

La copertina
Nonapritequelforno

Se hai un problema, aggiungi cioccolato.

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