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Sì, va tutto bene.

Sono solo quei quattro pennivendoli di Repubblica, Corriere, Sole24ore, La Stampa, Open, La Nazione, Avvenire e Osservatore Romano che lanciano allarmi a vanvera.

Questa mania della sinistra (sì, è solo la sinistra che vede sempre nero per mettere più tasse) di essere pessimista per rovinarci le vacanze è veramente di pessimo gusto.

Ma di che si dovrebbe preoccupare la gente? È tutto già scritto e preordinato: il banchiere cattivo che non voleva sentirne di scostamenti di bilancio è stato cacciato. Finalmente il popolo sovrano potrà esprimersi liberamente nelle urne (beh, proprio liberamente no, troppa libertà fa male, meglio non lasciargli scegliere i candidati, troppo stress, meglio dargli il pacchetto già chiuso con le liste bloccate. Vuoi mettere? Gli togliamo l’ansia del dover scegliere, di doversi informare su chi sono i candidati etc. etc).

La campagna elettorale sarà sotto l’ombrellone, gente allegramente in spiaggia o in montagna. Che non leggerà i giornali, che non vedrà neppure i talk show politici. Tanto ci sono sempre le stesse facce. Gli togliamo anche questo stress.

Poi la TV e la radio e i giornali, da sempre in mano a quei contafrottole della sinistra, è meglio leggerli il meno possibile: si ci rovina l’umore e l’appetito.

Sempre le solite notizie spaventevoli: le agenzie di rating relegano i nostri btp a spazzatura, il debito pubblico è in veloce risalita, le bollette del gas e dell’elettricità triplicano, l’inflazione e quasi al 10% e si mangerà i nostri risparmi, ma li abbiamo già spesi, quindi di che ci preoccupiamo? È cosa di niente

La siccità ha prosciugato il Po e mandato in malora coltivazioni e allevamenti? Ma ora piove, di che preoccuparsi? Forse piove un pochino troppo e con violenza, provocando frane e allagamenti, ma, via, non sottiliziamo: volevamo la pioggia e la pioggia è arrivata. Troppa? È cosa di niente.

Sì, è meglio che gli italiani non leggano queste brutte notizie

La verità è le belle notizie gliele diamo noi. Li avete visti i programmi dei partiti che vinceranno le elezioni, cioè noi?

Niente più mascherine, niente più vaccini (i giovani se la cavano con tre giorni di febbre, i vecchi hanno già fatto la loro vita, morire è cosa di niente), mai più green pass. E, poi, vogliamo affrontare i grandi temi economici? Via il reddito di cittadinanza che ha prodotto solo sfaccendati; perché lavorare fino a 67 anni? Tutti in pensione a 60 anni, o anche a 59 per chi si fa raccomandare.

La sinistra cattivona vuole finanziare il lavoro dei giovani con una tassa sulle grandi successioni. Che porcata! Basta abbassare tutte le tasse, anzi lasciarne una sola al 15% oppure al 22% secondo l’umore di chi la propone. Così i ricchi pagheranno meno tasse e potranno reinvestire quanto non pagato in nuovi posti di lavoro. I poveracci pagheranno un pochino di più, ma non c’è da preoccuparsi: tanto neppure prima avevano soldi. È cosa di niente.

Sì, vabbè, l’unione europea farà la voce grossa, minaccerà sfracelli, ma ci sarà un nuovo whatever it takes che ci salva. Ah, no? Le regole sono cambiate? L’ombrello protettivo si apre solo per chi ha i conti in ordine?

Di che preoccuparci? Minacceremo di andarcene dalla UE e cambieranno registro. Ah, no? Non c’è da preoccuparci. Ce ne andremo davvero da euro e Unione. Come, prima di andar via dovremo restituire tutti i prestiti avuti, da ultimo i 200 miliardi del Recovery Fund? E che vuoi che sia, non li restituiamo e ce ne andremo sbattendo la porta.

Cosa? La sinistra cattivona dice che così facendo ci isoletebbero peggio di Putin? E che vuoi che sia? A parte che Putin, il grande stratega, anzi Putin il grande (sia lode a lui) sta benissimo e in ottima forma, la autarchia l’abbiamo già sperimentata. È cosa di niente!

Non abbiamo gas per riscaldarci e cucinare? Ma metteremo un maglione in più e mangeremo dietetiche insalate; le docce fredde, poi, tonificano il corpo. Freddo? È cosa di niente.

Non abbiamo petrolio per le auto? Saremo tutti atleti correndo a piedi.

Utilizzeremo piacevolmente il tempo libero coltivando un piccolo orticello sul balcone. Vedete che va tutto bene?

Vi mandiamoun caro ed affettuoso saluto dal nostro scranno del Parlamento dove voi ci avete eletti e da dove possiamo guardare, con tutti i privilegi connessi, con sereno distacco alla vita quotidiana di voi poveri servi che vi bevete ogni frottola come se fosse un bicchiere d’acqua.

Ciao, va tutto bene!

Domenica sera, nella trasmissione de LA7 “in Onda” alla pressante domanda “Ma perché diamo tante armi a Zelenky?”, Pier Luigi Bersani ha dato la risposta della “sinistra”.
“Non pensiamo che l’Ucraina possa vincere, ma dandole le armi giuste per combattere, potremo portarla ad un livello tale da raggiungere un compromesso onorevole con la Russia.”.
Ho sempre avuto stima di Bersani, ma stavolta mi ha fatto cadere le braccia.
Praticamente ha sposato la tesi del logoramento russo propugnata da Biden.
Ti dò armi non per farti vincere, non perché sei stato invaso, ma perché mi fa comodo indebolire Putin. Questa è la conclusione perché è scontato che, per quante armi tu possa dare all’Ucraina, senza un intervento diretto con le armi più sofisticate (politicamente impossibile) dei Paesi NATO, mai e poi mai la terra di Zelensky potrà pareggiare l’arsenale bellico russo.
Bersani parla, poi, di “compromesso”. La parola stessa significa “reciproche concessioni”. E quali sarebbero? Allo stato la Russia ha già occupato tutto i Donbass, non solo le autoproclamate repubbliche separatiste, ma anche, oltre la Crimea, il corridoio terrestre che congiunge la penisola al territorio russo. Di qui a qualche giorno probabilmente occuperà anche Odessa tagliando ogni accesso al mare all’Ucraina.
Questo per la Russia è un fatto acquisito.
Quali saranno le concessioni che la Russia potrà fare? Di non andare oltre? E quali concessioni potrà fare il povero Zelensky? La promessa di non rivendicare più i territori occupati dai russi?
Un po’ come le alture del Golan da decenni rivendicare inutilmente dalla Siria ma che Israele si guarda bene dal restituire?
La questione ormai è fuori dalle mani di Zelensky e degli europei.
Potrà essere risolta solo, come al solito, fra Biden e Putin.
Biden rinuncia al piano di 33 miliardi di dollari di armamenti (tanto non si sa se il Congresso glielo passa) e Putin si ferma allo stato di fatto attuale, magari concedendo all’Ucraina uno stretto corridoio al mare fra Odessa e la Transnistria.
Quello che rimane dell’Ucraina entrerà nell’Unione Europea, non nella NATO e verrà ricostruito con i nostri soldi.
Forse questo è un “compromesso” possibile.

Voglio raccontarvi una storia, sperando che non si ripeta. Una storia fatta di egoismo ed ideologia. Una storia del tutto o niente. Una storia del non accontentarsi del bicchiere mezzo pieno. Una storia di volere tutto per poi prendere nulla. Una storia che dimostra che la nostra memoria è corta e che non si apprende nulla dal passato.

Dove si comincia per raccontare una storia? Dall’antefatto o dalla situazione attuale?

Le scuole di giornalismo indicano sempre che bisogna cominciare dall’attualità. E così farò.

Alla Camera è in discussion, alla I Commissione, un nuovo DDL che vuol mettere mano alla vecchia questione della cittadinanza da dare ai bambini, figli di immigrati, che nulla conoscono del Paese di origine dei genitori, che in Italia sono nati o che sono venuti nella primissima infanzia e che qui hanno aperto gli occhi, che qui hanno cominciato a frequentare la scuola, che parlano italiano come prima lingua, che tifano Roma o Lazio o Juventus, che nel Paese dei loro genitori, o nonni, non ci sono mai andati.

Dunque, passando a quello che si discute alla Camera, mi riferisco all’A.C. 920 recante “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”. Il Disegno di legge, perigliosamente, è arrivato ad un testo unificato (clicca qui per il testo unificato) predisposto dal relatore Giuseppe Brescia (Movimento Cinquestelle), molto minimalista che cerca di sventare la forte opposizione della Lega e di Fratelli d’Italia (qui un articolo di La Repubblica).

Il testo unificato, come dicevo è molto minimalista. Afferma solo che:

“1. Alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) all’articolo 4, dopo il comma 2 sono aggiunti i seguenti:

   «2-bis. Il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia e che, ai sensi della normativa vigente, abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. La cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, da annotare nel registro dello stato civile. Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l’interessato può rinunciare alla cittadinanza italiana se in possesso di altra cittadinanza.

   2-ter. Qualora non sia stata espressa la dichiarazione di volontà di cui al comma 2-bis, l’interessato acquista la cittadinanza se ne fa richiesta all’ufficiale dello stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età»;

Penso che nessuno, dotato del seme dell’intelletto, possa avere qualcosa da ridire. Anche le centinaia di emendamenti proposti da Lega e Fratelli d’Italia appaiono più come emendamenti di bandiera che emendamenti essenziali, basta leggerne alcuni “il Candidato deve avere cognizione delle feste locali nelle Marche!”

Secondo me questo testo minimalista potrebbe avere qualche chance di approvazione anche perché coinvolgerebbe anche i bambini ucraini, molto amati dalle destre.

Se la sinistra avesse menti serie, potrebbe spingere per “accontentarsi” facendo di questa modifica una testa di ponte per futuri, necessari ampliamenti.

E, invece, no.

Sento che alla sinistra o, almeno, ad una parte della sinistra, questo testo non va bene.

Prima di commentare vi voglio raccontare l’antefatto di questa storia che ben conosco perché ne fui protagonista come Vice Direttore dell’Ufficio Legislativo del Ministero dell’Interno.

Si era nel 2015, Governo Renzi. Ricordo qui le forze in campo perché abbiamo la memoria corta:

Si raggiunse un patto fra maggioranza e minoranza per una legge che risolvesse il problema dei minori, figli di stranieri, che vivevano dalla nascita, o poco più, in Italia, che – praticamente – non avevano nessuna cognizione del Paese di origine dei loro genitori e che considerano – a ragione – l’Italia come la loro Prima Patria.

La linea rossa da non toccare era quella che il provvedimento si rivolgesse solo ai minori.

Il Provvedimento approdò alla camera con il n. A.C. 9 e arrivò anche al Senato con il n. A.S. 2092 (qui il link all’A.C. 9) (qui il link all’A.S.2092).

Che cosa proponeva questo Disegno di legge? (qui il link al testo dell’A.S. 2092 così come morì per quello che scriverò fra poco) era un testo concordato fra maggioranza e opposizione (anche con l’opposizione insita nel Governo con il Ministro dell’interno Angelino Alfano). Un testo che riguardava solo i minori. In pratica attribuiva la cittadinanza italiana ai bambini nati nel territorio italiano che fossero figli di genitori stranieri i possesso del Permesso UE di Soggiornanti di lungo periodo [quindi premio alla famiglia che si è voluta integrare], Non solo: la cittadinanza Italia era attribuita (non concessa) ai minori stranieri che “vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva del corso medesimo. La cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da un genitore legalmente residente in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza, da annotare nel registro dello stato civile.”

Quindi una norma, rivolta ai minori, che apriva le porte alla cittadinanza italiana a chi in Italia era vissuto per la maggior parte della giovane vita.

Ricordo che l’opposizione di destra non fece una grande opposizione, perché si trattava di bambini e, i bambini, si sa, ammorbidiscono il cuore.

L’unica opposizione della destra fu di voler conoscere la platea dei minori stranieri alla quale il provvedimento legislativo si rivolgesse.

IL Ministero dell’interno si rivolse all’ISTAT per una quantificazione e io stesso inviai in Commissione il risultato che rappresentava una platea abbastanza ristretta di beneficiari e che l’On. La Russa definì “compatibili con le loro richieste”.

Tutto bene? Manco per niente. Si era ad un passo dalla realizzazione di un sogno. Anche la Destra si era resa conto che non si potevano lasciare bambini nel limbo. Arrivò la sinistra becera e ideologica, facendo approvare una “folle” norma transitoria, l’articolo 4 che prevedeva che

1. Le disposizioni di cui all’articolo 4, comma 2-bis, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, introdotto dall’articolo 1, comma 1, lettera d), della presente legge, si applicano anche allo straniero che, in possesso alla data di entrata in vigore della presente legge dei requisiti previsti dalle citate disposizioni, ha superato il limite d’età previsto dall’articolo 4, comma 2-ter, della citata legge n. 91 del 1992, introdotto dal medesimo articolo 1, comma 1, lettera d), purché abbia risieduto legalmente e ininterrottamente negli ultimi cinque anni nel territorio nazionale.”

Una norma dirompente che, pur nella sua logicità, rompeva il patto maggioranza/minoranza su una norma solo sui minori e ampliava la platea dei beneficiari ad un maximum indistinto che fece insorgere la Destra, arrabbiata per la violazione del patto sui minori, e che fece affossare il Disegno di legge.

Ancora una volta, come nel DDL ZAN, la sinistra, per non voler accettare il bicchiere mezzo pieno, ha perso tutto. E il progetto di legge è morto.

Ora si ricomincia sul tema. Riconosco che il Testo Unificato di Giuseppe Brescia è un testo minimale, molto distante dal testo A.C.9 e dal testo A.S. 2092, ma il panorama politico è cambiato: il Governo Draghi non vuole entrare nella questione, la Destra, Lega e Fratelli d’Italia sono molto più  forti. Secondo me, spazi per ampliare la platea dei beneficiari della cittadinanza non ce ne sono, meglio accettare quello “che passa il convento”.

E, invece no, sento, ascolto voci dalla Sinistra radicale che vuole reintrodurre quella noma transitoria che fece cadere il vecchi Disegno di legge, ossia emendamenti che, come per i sostenitori dell’A.C. 105 (Boldrini) vogliono battagliare per rintrodure un articolo 10 che dia a chi, maggiorenne, abia i requisiti chiesti ai minorenni, la cittadinanza:

ART. 10. (Disposizioni transitorie). 1. Coloro che, alla data di entrata in vigore della presente legge, hanno già maturato i requisiti di cui all’articolo 1, comma 1, lettere b-bis) e b-ter), e all’articolo 4, commi 2 e 2-bis, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, introdotti rispettivamente dagli articoli 1 e 2 della presente legge, acquistano la cittadinanza italiana se rilasciano una dichiarazione in tal senso entro tre anni dalla data di entrata in vigore del regolamento di cui all’articolo 9 della presente legge.

Auguri, amici miei, ma, secondo me, andate a sbattere. Ancora una volta l’ideologia vi oscura la vista. Per cercare il 100% perderete il 90%. Cercate di far approvare questo Disegno di legge nel suo Testo Unificato. Sarà una testa di ponte per prossime ampliature. Non perdete di vista la strategia per concentrarvi sulla tattica.

Così si perdono le battaglie e, anche, le elezioni.

Alla mia non più verde età, dopo una vita passata a votare per la sinistra, mi convinco sempre di più che quello che manca nel panorama politico italiano è una seria forza di destra. L’esistenza di quest’ultima, pur non riuscendo spostare la mia intenzione di voto, farebbe un gran bene non solo all’assetto politico della Nazione, ma anche alla sinistra che, almeno, avrebbe una entità con cui confrontarsi ed, eventualmente, alternarsi, nel buon governo della Nazione.

Mentre in Germania hanno fatto un serio percorso di confronto con quello che lì è successo quasi un secolo fa con il nazismo è, ormai, qualcosa di digerito e superato, in Italia, ancora oggi – nell’immaginario politico – destra è ancora sinonimo di fascismo.

Questa associazione ha impedito il formarsi, nel nostro Paese, di una destra seria che si contrapponga alla sinistra, in un gioco politico democratico che non neghi l’Unione europea e garantisca i diritti fondamentali.

In Italia, una volta c’era il Movimento Sociale Italiano (MSI) troppo legato al passato regime fascista (con Giorgio Almirante) troppo tardi portato su posizioni più democratiche da Gianfranco Fini, ormai già ampiamente fagocitato nell’orbita Berlusconi, prima di essere espulso dalla vita politica dalle vicende giudiziarie.

E poi venne Berlusconi, con il partito personale, Forza Italia, il partito degli imprenditori e di Confindustria, ma troppo legato agli interessi del fondatore con un profluvio di leggi ad personam per poter essere credibile.

Oggi c’è Fratelli d’Italia che, nell’ultimo anno, stando ai sondaggi, ha quadruplicato i propri consensi per la forza della sua Leader, Giorgia Meloni, coerentissima a parole, ma troppo coinvolta in alleanze con frange neofasciste e populiste (nella peggiore accezione del termine) per poter essere considerata democratica. Eppoi, Bertinotti insegna, è facile prendere consensi stando all’opposizione, non sporcandosi le mani, contestando le scelte necessitate, ma impopolari dell’esecutivo.

Non ho citato ancora la Lega, oggi il più “antico” partito politico italiano perché su di esso voglio spendere due parole.

Non mi dilungo sulle origini della Lega tradizionale volta alla secessione e quella, molto diversa, di oggi, orto personale di un uomo solo, Matteo Salvini, e partito nazionale (potete trovarle qui e qui).

Oggi la Lega è un partito fortemente radicato sul territorio (specialmente al Nord) con numerosi Presidenti di Regione e Sindaci. Gli amministratori locali della Lega, specialmente durante la pandemia, forse con l’eccezione di quello lombardo, Fontana, hanno dimostrato un ottimo collegamento col Governo nazionale e, in genere, a sentire i cittadini da essi amministrati, dimostrato una buona capacità di amministrare il territorio. Insomma, a sentire uno di Modena o di Rovigo, nessuno dei due si lamenta.

Nel panorama politico di una Nazione la presenza di una destra seria che faccia da contraltare alla sinistra è necessaria nel pendolo della democrazia. L’ho già detto e lo ripeto. E una destra seria ed europeista oggi in Italia avrebbe verdi praterie davanti a sé. Purtroppo, se poco di male si può dire degli amministratori regionali della Lega, altrettanto non si può per i vertici politici nazionali e per i parlamentari, probabilmente scelti con la logica della “prevalenza del cretino” per non far ombra al Capo. Gente come Alberto Bagnai, Claudio Borghi o Paolo Savona hanno idee poco compatibili con la realtà di fatto. Forse per attirare il fascio dei riflettori postulano idee irreali e assurde come l’uscita dall’Europa e dall’Euro. Idee che – se attuate – porterebbero l’Italia alla rovina come stanno danneggiando Paesi ben più solidi di noi come il Regno Unito.

Ma è soprattutto nel suo vertice che la Lega trova il suo punto debole, nel Segretario Matteo Salvini. Non si può negare che Salvini sia una incredibile “macchina di voti” che ha portato la Lega dal 3% quasi al 30%, anche se con mezzi – l’infernale “Bestia” di Luca Morisi, l’uso disinvolto dei social, il cavalcare (senza proporre alternative) il malessere sociale – eticamente discutibili.

Ma è nelle scelte più propriamente politiche che Salvini è caduto. Possiamo ricordare l’estemporaneo uso del “cuore di Maria” e del rosario? Oppure i video con ballerine (residuo Berlusconi?) con lui in costume da bagno al Papeete? La richiesta dei “Pieni Poteri”? Tutte cose che fecero cadere il Governo giallo/verde con i Cinquestelle.

Ma non solo. Salvini, responsabile del maggior partito di Centrodestra, nelle elezioni regionali ed amministrative degli ultimi due anni non è riuscito a trovare candidati, non dico autorevoli, ma neppure credibili, quasi sbeffeggiati dagli elettori. Vogliamo ricordare le gaffes di Lucia Borgonzoni (desaparecida?) in Emilia? O più recentemente, chi ricorda ancora, tal Luca Bernardo a Milano e tal  Enrico Michetti a Roma?

Il massimo, il climax della sconclusionatezza (per usare per usare un eufemismo) Salvini lo ha raggiunto nella scorsa settimana nella “tenzone” per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Intestandosi una (opinabile) maggioranza in Parlamento [nessuno ce l’ha visto che il “gruppo misto” è maggior partito italiano] e quindi di Kingmaker, invece di sedersi ad un tavolo con il centrosinistra, pur alleati di Governo, ha bruciato almeno un nome al giorno, dopo esser stato “bloccato” per giorni da una improbabile candidatura di Silvio Berlusconi.

Da Marcello Pera a Letizia Moratti a Carlo Nordio, fino a bruciare, con disinvolto discredito delle istituzioni, la seconda carica dello Stato, la Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, con conferenza stampa, a scrutinio ancora in corso, in cui parlava già dei candidati dell’indomani, fino all’improvvida uscita nella serata di venerdì 28 gennaio in cui annunciando, senza averlo concordato il nome di una eccezionale servitrice dello Stato, la responsabile del DIS, Elisabetta Belloni, senza contare i “candidati” non ufficializzati, ma fatti solo trapelare “per vedere l’effetto che fa”.

Quello che rimane, una volta depositatasi la polvere della stretta attualità, è l’immagine di un uomo senza idee, senza una linea politica, innamorato solo della sua immagine, teso a promuovere solo sé stesso a discapito del Paese e delle responsabilità che lui stesso si era assunto, autoproclamandosi leader del Centro-destra e Kingmaker del nuovo Capo dello Stato, ripetendo i giorni del Papeete che avevano fatto dubitare della sua sanità mentali.

Gli americani, con riuscita similitudine, dicono “Comprereste da quest’uomo un’auto usata?” Più seriamente, vi piacerebbe essere governati da quest’uomo?

Ma scendendo a livello di partito, dopo l’incredibile ascesa di consensi e il suo successivo ridimensionamento, quanto male fa Salvini alla Lega, impedendole di essere un normale partito di destra, in grado di competere ad armi eticamente pari con gli altri? Quanto Salvini impedisce alla Lega di essere intesa come un’alternativa credibile, come i neo-gollisti in Francia?

Ritengo molto difficile che Salvini possa, con questo andazzo, aspirare a vincere alle prossime elezioni politiche, anche perché, dal 2018, le ha perse tutte. Anche chi, nel suo diritto, ha idee ascrivibile a quelle che, una volta, erano principi della “destra”, penso che abbia delle serie remore a votare – a livello nazionale, alle elezioni politiche – un partito governato da un uomo simile. Quanto ci metteranno “colonnelli” della Lega a capirlo e a metterlo in condizioni di non nuocere? Hanno già dimostrato di poterlo fare quando le idee separatiste di Umberto Bossi condizionavano l’espandersi dei consensi di quel Partito. O, forse, la Lega si accontenta dei successi già avuti nelle Regioni, che risalgono ormai a qualche tempo fa, non certo nell’immediato passato.

Già i “cespugli” come “Coraggio Italia” di Brugnaro e Toti cominciano a rumoreggiare e porre pesanti distinguo.

La Lega sta perdendo una occasione storica di occupare uno spazio politico libero in Italia fin dalla Costituzione. Potrebbero amaramente pentirsene: scegliere la formidabile capacità di raccogliere voti di Salvini rispetto ad una credibilità istituzionale può costare caro.

Ma, a proposito di Costituzione, c’è un’ ultima considerazione che vorrei proporre. L’articolo 49 della nostra Costituzione (mai attuato) afferma che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ma da nessuna parte troviamo una regolamentazione dei partiti politici. Ognuno come gli pare – si dice – saranno gli elettori a scegliere.

Abbiamo un variegato mondo di forme di partito, da quelli i cui vertici sono scelti da periodici democratici congressi ai quali la base invia i propri rappresentanti, a quelli in cui il padre padrone domina e sceglie chi finanzia il partito, a quelli in cui l’eletto domina e comanda a vita convocando ad libitum una pseudo assemblea.

I partiti politici sono importanti e necessari [vedi la metamorfosi dei Cinquestelle che da movimento antipartito si sono trasformati in un partito quasi tradizionale].

Una regolamentazione dei partiti politici è una esigenza sentita, tanto che l’Unione europea ha emanato un Regolamento, il  n. 1141/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2014, relativo allo statuto e al finanziamento dei partiti politici europei e delle fondazioni politiche europee. I partiti che vogliono presentarsi alle elezioni del Parlamento europeo devono conformarsi a tale regolamento che prevede una base democratica che controlli il vertice e precise norme sul finanziamento.

Perché non lo adottiamo anche in Italia per le competizioni elettorali nazionali?

È di ieri, a Novara, l’ennesima protesta shock dei no-greenpass che, vestiti da deportati ebrei, protestavano contro la presunta dittatura (sanitaria o meno) instaurata in Italia.

La prima considerazione, a proposito di queste manifestazioni, sembra essere quella che i partecipanti non sono tutti no-vax. Ce ne sono, e tanti. Ma il vero obiettivo della protesta non è il vaccino e forse neppure la presunta discriminazione fra chi ha il green pass e può fare cose e chi non lo ha e queste cose non le può fare. Sì, i proclami contro la sottrazione di un diritto fondamentale come il lavoro per chi non si vaccina o reputa troppo oneroso sottoporsi a continui tamponi si sprecano. Ma il vero obiettivo – secondo me – non è neppure questo.

Riflettiamo, nella maggior parte dei casi i no-greenpass non contestano la validità e l’efficacia del vaccino, bensì una presunta compressione delle libertà costituzionali, disposizioni governative peraltro confermate dai vari tribunali aditi, da Consiglio di Stato alla Corte dei diritti dell’uomo.

Ma perché? Cosa sta succedendo?

Una ideuzza io ce l’avrei. Per la prima volta, in Italia stiamo sperimentando la vera forma di democrazia (vi ricordate il discorso di Pericle agli ateniesi?) ossia una collegialità nelle decisioni, ma poi eseguite senza ridiscuterle ogni momento.

Fino all’anno scorso, prima del Governo Draghi, il Governo prendeva una decisione, sempre oltre il limite del compromesso, ma, poi, queste decisioni non venivano attuate, se non annacquate da continui ulteriori compromessi con parti sociali, sindacati, associazioni, terzi o quarti settori etc. etc. fino a diventare acqua fresca per il compiacimento e l’immagine pubblica di chi, dopo l’approvazione nelle sedi competenti, continuava a contestare – anche in modo violento – le disposizioni prese.

Oggi, la vera democrazia è in campo in Italia. Il Governo, spessissimo all’unanimità, prende una decisione e questa decisione viene attuata.

Ovviamente questo esercizio di democrazia va di traverso a tutti quei gruppi e gruppuscoli che, nella contestazione, trovano la loro vita e la loro visibilità e che piagnucolano il loro essere vittima di uno Stato Dittatoriale. Dittatoriale sol perché non condivide la loro contrarietà e la loro protesta, spesso violenta, contro decisioni prese secondo i dettami della Costituzione.

Si è visto in questi giorno che questi gruppi rifiutano ogni compromesso, vogliono che gli organi di informazione trasmettano solo quello che vogliono loro e le loro idee senza alcun contraddittorio. Vedi i partecipanti ai rave party di Viterbo e del Piemonte che assalgono i giornalisti.

Viviamo in una democrazia rappresentativa: noi cittadini eleggiamo i nostri rappresentanti al Parlamento che danno, o meno, la fiducia ad un Governo che può essere sfiduciato in un qualsiasi momento con un semplice voto.

Le decisioni del Governo, se prese con Decreto legge e approvate (e tutte quello sul Green Pass lo sono) passano al vaglio del Parlamento e, quindi, sono pienamente conformi alla Costituzione, ma a questi “nuovi contestatori” non vanno bene solo perché sono contrarie al loro pensiero.

Insomma, io ritengo che la protesta montante contro le misure del Governo Draghi sia dovuta al “restringimento della mangiatoia” dove si alimentavano tutti questi gruppi e gruppuscoli.

Non dimentichiamo che, nella “mangiatoia” ci sono i quasi 200 miliardi del Recovery Fund.

Una reazione al “dirigismo” del Governo Draghi, allora?

Forse sì, ma c’è un altro aspetto da considerare. Da una parte i fatti: Draghi fu chiamato per frenare la pandemia, per stilare il Piano di Ripresa e Resilienza e per risollevare l’economia.

La campagna di vaccinazione è un successo che vede l’Italia ai primissimi posti in Europa, il Piano di Ripresa e Resilienza è stato approvato dall’Unione europea e l’economia italiana, con previsione del PIL al +6%, ha ricevuto il plauso anche di Standard e Poor’s.

E allora? Allora – sempre secondo la mia opinione – il dissenso e le manifestazioni sono troppo variegati per essere spontanei. Chi dà i soldi a Puzzer per il suo Tour da Trieste a Genova da aspirante politico? Chi e cosa hanno promesso alla vicequestora Nunzia Schilirò per affossare la sua promettente carriera? Perché persone, una volta conosciute per la loro intelligenza e competenza, come Carlo Freccero, Massimo Cacciari e Alessandro Barbero si espongono al pubblico ludibrio nei salotti talk show con le loro balzane idee anti vaccino e anti green pass?

Sono eterodiretti? Forse. Ma da chi?

E qui le ipotesi si allargano. L’Italia scelta da Russia e Cina come anello debole del multilateralismo osteggiato da queste due Nazioni? La Destra italiana che cerca di far saltare il banco per andare ad elezioni e gestire i soldi del Recovery Fund?

Spingere Draghi ad accettare la nomina a Presiedente della Repubblica (promoveautur ut amoveatur) per inserire qualcuno più docile alla spendita dei soldi del Recovery Fund nella delicata casella di Presidente del Consiglio dei Ministri?

Destabilizzare l’Italia, nazione in crescita, perché una nazione “alla canna del gas” fa sempre comodo”?

Penso che, nei prossimi mesi ne vedremo delle belle!!!

Uno dei temi del giorno è come accogliere gli Afgani che, terrorrizzati dai talebni arrivano nell Fortezza Europa.

E, come ogni volta che ciò accade, per evitare le storture della “Direttiva Procedure” si “resuscita la Direttiva 2001/55/CE sull’afflusso massiccio di sfollati.

Impresa difficile, perché quella Direttiva , frutto dell’ultimo refolo del “Vento di Tampere” era sbagliata, non prevedendo alcun elemento coercitivo per quegli Stat Membr che non vogliano accogliere sfollati.

Nel 2017 cadde in questo equivoco anche Emma Bonino, alla quale va tutta la mia stima, che parlò di una possibile soluzione del tema afflussi massicci di migranti con l’applicazione di una vecchia, vecchissima Direttiva europea, mai presa in considerazione da Bruxelles che, pure, l’approvò all’unanimità nel 2001. E dubito che sarà mai presa in considerazione.

E’ la Direttiva del Consiglio sulle norme minime della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi fra gli Stati membri che ricevono i rifugiati e gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi. (2001/55/CE).

Questa Direttiva è stata la prima ad ampio respiro ad esser stata proposta (nel lontano 2000) discussa ed approvata in seno al Consiglio dell’Unione Europea (Gazzetta ufficiale Unione europea del 7 agosto 2001). Ed è forse quella ora più invocata dall’Italia ai nostri giorni per tentare di dare una soluzione ai massicci afflussi di profughi non libici ma dalla Libia provenienti. (la Direttiva fu trasposta nel Diritto italiano con il Decreto legislativo 7 aprile 2003, n.85)

La scelta della Commissione di “rompere il ghiaccio” con questa Direttiva probabilmente non fu casuale. Per cogliere ancora l’ultimo rèfolo del vento di Tampere, si considerò che gli Stati membri potessero accogliere con favore uno strumento normativo per regolare un fenomeno, come quello dell’esodo dei Kosovari, che l’Unione Europea aveva sopportato l’anno precedente.

In pratica, la prima Direttiva del “pacchetto” della nuova normativa su immigrazione ed asilo che la Commissione Europea lanciava sul tappeto poteva apparire la soluzione del problema appena vissuto. Tale strategia si è rivelata vincente e ne sono testimoni il brevissimo lasso di tempo intercorrente fra la proposta e la sua approvazione, nonché le limitate modifiche apportate dagli organi del Consiglio dell’Unione Europea al testo base. Il testo risultante non è comunque esente da pecche, dovute, forse, alla novità dello strumento della Direttiva in materie connesse con l’asilo e l’immigrazione.

Come già accennato, la Direttiva disciplina il trattamento dei cittadini di Paesi terzi che hanno dovuto abbandonare il loro Paese, o da esso sono stati evacuati, in occasione di eventi bellici o calamitosi, o per il pericolo di esser sottoposti a trattamenti inumani o, comunque, soggetti a rischio di violazioni sistematiche o generalizzate dei diritti umani.

Le norme contenute nella Direttiva non sono di immediata applicazione, ma subordinate ad una decisione del Consiglio dell’Unione Europea che, su proposta della Commissione, accerta il verificarsi di un “afflusso massiccio”.

La decisione, a maggioranza qualificata, dovrebbe anche ripartire gli sfollati fra gli Stati membri.

Il condizionale è d’obbligo in quanto la soluzione fornita dalla Direttiva al problema della solidarietà fra i partecipanti non è delle più lineari. Le disposizioni riflettono una concezione volontaristica dell’accoglienza senza alcuna imposizione per gli Stati membri, forse fondata sulla speranza di un difficile verificarsi dell’evento.

La disponibilità all’accoglienza, in termini numerici o generali (art.25), è comunicata dagli Stati membri al Consiglio. Non si rinviene, nella Direttiva, alcuna norma secondo la quale il Consiglio può valutare la disponibilità manifestata dai singoli Stati membri, ma “le informazioni fornite dagli Stati membri sulla loro capacità ricettiva” sono inserite, al pari di una stima della portata dei movimenti degli sfollati, nella sua decisione che dichiara “l’esistenza di un afflusso massiccio di sfollati” (art. 5).

Ovviamente se la capacità ricettiva complessiva mostrata dagli Stati membri è superiore al numero degli sfollati da assistere, i problemi saranno solo di ordine patrimoniale per la ripartizione (art. 24) del Fondo europeo per i rifugiati.

Più complessa sarà l’evenienza che il numero delle persone ammissibili alla protezione temporanea superi la capacità di accoglienza dichiarata dagli Stati membri.

Nessuna disposizione è contenuta nella Direttiva per superare tale, pur prevista, evenienza. L’art. 25 della Direttiva, si limita, infatti, a rinviare la questione ad una riunione urgente del Consiglio “che esamina la situazione e prende i provvedimenti appropriati, compresa la raccomandazione di un ulteriore sostegno allo Stato membro interessato.”

Il problema principe di un afflusso di sfollati, ossia quello della sua equa ripartizione – già manifestatosi durante la crisi del Kosovo – non riceve una soluzione ben definita dalla Direttiva in esame che, nella versione della proposta originaria, non conteneva neppure il rinvio al Consiglio della decisione sul problema.

Neppure è chiarissima la durata massima della protezione temporanea. Ai sensi dell’art. 6, il Consiglio dell’Unione Europea può far cessare in qualsiasi momento il regime di protezione temporanea, ma è proprio in assenza di tale decisione che le deroghe al limite massimo di un anno prescritto dall’art. 4 non appaiono ben definite. Il comma 2 del medesimo art. 4 prescrive, infatti, che “qualora persistano motivi per la concessione della protezione temporanea, il Consiglio può deliberare, a maggioranza qualificata … [su] una proposta di prorogare detta protezione temporanea di un anno”, ma non chiarisce se questa proroga, su decisione del Consiglio, sia alternativa o supplementare rispetto alla proroga automatica, di sei mesi in sei mesi e fino ad un anno disposta dal primo comma del medesimo articolo 4.

Le cd. “norme procedurali” rivolte agli Stati membri vengono completate dall’enunciazione (artt. 25 e 26) del principio del “doppio assenso” necessario per il trasferimento degli sfollati. Il gradimento al trasferimento fra gli Stati membri deve essere manifestato, oltre che dagli Stati medesimi, anche dagli sfollati e ciò costituirà senz’altro, stante le verosimilmente possibili diverse forme di assistenza, un ulteriore ostacolo ad una equa ripartizione fra gli Stati membri.

Il Capo III della Direttiva (artt. 8 -16) dispone degli obblighi degli Stati membri nei titolari della protezione temporanea circa assistenza sanitaria, alloggio, accesso al lavoro, accesso all’istruzione, al ricongiungimento familiare etc.

E’ interessante notare, a questo riguardo alcune differenze fra il testo originario della proposta e la Direttiva approvata che riflettono l’irrigidimento delle posizioni nazionali sul tema.

Nel testo originario, per esempio, non figuravano le disposizioni ora presenti nell’art.11 che impone la riammissione – sull’esempio della Convenzione di Dublino e del successivo Regolamento – della persona che gode della protezione temporanea qualora essa soggiorni o tenti di entrare illegalmente nel territorio di un altro Stato membro.

L’originario art. 10 prescriveva la completa equiparazione degli sfollati ai rifugiati e la possibilità di intraprendere qualsiasi attività lavorativa concessa a questi ultimi. Nella versione finale (divenuta art. 12) l’equiparazione ai rifugiati scompare e gli Stati membri, pur riconoscendo agli sfollati di intraprendere – ma per un periodo non superiore alla durata della protezione temporanea – qualsiasi attività autonoma o subordinata, possono stabilire misure che diano la priorità ai cittadini dell’Unione Europea, ai Cittadini di Paesi dello Spazio Economico Europeo e ai cittadini di Paesi terzi che soggiornino regolarmente nel Paese.

Il trattamento delle malattie, previsto come misura minima di assistenza dall’originario art. 11 è divenuto, nel definitivo art. 13, “il trattamento essenziale delle malattie”. Il medesimo art. 13 nella versione definitiva, si preoccupa anche di specificare che nella quantificazione dell’aiuto necessario, si tiene conto della capacità di provvedere alle proprie necessità per gli sfollati che svolgono una attività lavorativa.

Anche nell’accesso all’istruzione la versione definitiva è più rigida dell’originaria, almeno per gli sfollati adulti. L’obbligo di accesso al sistema educativo generale (art. 12 testo originario) è divenuto, nel definitivo art. 14, una mera facoltà.

Il ricongiungimento familiare (articolo 13 del testo originario) è divenuto più difficile con la stesura delle disposizioni definitive contenute nell’art. 15 della Direttiva.

Nella proposta della Commissione l’eventualità da prendere in considerazione è la separazione di famiglie già costituite nel Paese di origine a causa dell’afflusso massiccio. Le categorie di familiari che potevano chiedere ed ottenere il ricongiungimento erano individuate nel coniuge (o nel convivente se lo Stato membro dia una tutela alle coppie di fatto) nei figli, non sposati, della coppia o di uno dei coniugi, anche adottati e in altri familiari che, per particolari condizioni di salute, erano a carico del richiedente.

Nella versione definitiva l’accento viene posto più sul bisogno di protezione e delle difficoltà personali che sul semplice fatto della separazione.

L’art. 15 della Direttiva prescrive, infatti, che il diritto al ricongiungimento spetta al solo coniuge e ai figli minorenni e non sposati della coppia o di uno dei coniugi (o dei partner) che godano della protezione temporanea in un altro Stato membro. Per gli altri familiari a carico – divenuti “parenti stretti” nel testo definitivo – che godono della protezione temporanea in uno degli Stati membri, non esiste un obbligo al ricongiungimento, ma solo una possibilità, che sarà valutata “tenendo conto delle estreme difficoltà che essi incontrerebbero qualora il ricongiungimento non avesse luogo”.

Per i familiari che non godono in un altro Stato membro del regime di protezione temporanea, il ricongiungimento potrà avvenire solo se essi “hanno bisogno di protezione”. Sussistendo questo requisito, gli Stati membri sono obbligati al ricongiungimento del coniuge (o partner se la legislazione nazionale tutela le coppie di fatto) e dei figli minori non sposati e hanno facoltà di permettere il ricongiungimento degli altri “parenti stretti a carico”.

In tal modo il coniuge o figli minori dello sfollato che vivono in un Paese terzo ove non corrono pericoli, non hanno alcun diritto al ricongiungimento.

La Direttiva si chiude con le disposizioni intese ad regolare il rimpatrio degli sfollati. Anche qui si rinviene qualche novità in senso restrittivo: alle norme sui rimpatri assistiti e volontari è stato aggiunto l’art. 22 che tratta dei rimpatri forzati.

La Direttiva, purtroppo, nonostante i numerosi afflussi di migranti provenienti dal sud del mondo, non è mai stata applicata, a riprova della “ritrosia” degli Stati membri ad occuparsi di sbarchi, sia pur numerosi, che, però investono un solo stato membro, spesso il nostro. L’Italia chiese l’attuazione della Direttiva durante l’afflusso dei tunisini nella cd. “primavera araba” del 2011/2012, ma la UE si oppose.

Il Regolamento di Dublino e la sua clausola capestro di “chi li ha se li tiene” è stata sempre una buona giustificazione per negare quei principi solidaristici che la direttiva sottiene.

Per queste ragioni dubito molto che la proposta di Emma Bonino abbia una qualche chanche di riuscita.

Con queste premesse è più che probabile che lo Stato (o gli Stati membri) che chiedano al Consiglio l’attivazione della Direttiva, possano ricevere già in prima istanza un rifiuto e, in ultima istanza, una “offerta di accoglienza” molto inferiore al numero di sfollati da sistemare.

Da ultimo non si può ignorare il Diritto europeo susseguente a tale Direttiva.  La “procedura” inizia con una richiesta della Commissione che chiede al Consiglio di dichiarare un abnorme afflusso di sfollati. Questi sfollati andranno redistribuiti fra gli Stati membri che dichiarino una loro disponibilità che “se non c’è non si può imporre”.  Posizione ribadita dalle Conclusioni del consiglio europeo del 28 giugno 2018 (punto 6) che, chiaramente sancisce che ogni accoglimento di rifugiato o di possibile rifugiato DEVE avvenire su base esclusivamente volontaria.

Da quanto sopra, la strada della “prima applicazione della Direttiva 2001/55/CE” può anche essere intrapresa, ma dubito del suo successo.

sergioferraiolo

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