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Domenica sera, nella trasmissione de LA7 “in Onda” alla pressante domanda “Ma perché diamo tante armi a Zelenky?”, Pier Luigi Bersani ha dato la risposta della “sinistra”.
“Non pensiamo che l’Ucraina possa vincere, ma dandole le armi giuste per combattere, potremo portarla ad un livello tale da raggiungere un compromesso onorevole con la Russia.”.
Ho sempre avuto stima di Bersani, ma stavolta mi ha fatto cadere le braccia.
Praticamente ha sposato la tesi del logoramento russo propugnata da Biden.
Ti dò armi non per farti vincere, non perché sei stato invaso, ma perché mi fa comodo indebolire Putin. Questa è la conclusione perché è scontato che, per quante armi tu possa dare all’Ucraina, senza un intervento diretto con le armi più sofisticate (politicamente impossibile) dei Paesi NATO, mai e poi mai la terra di Zelensky potrà pareggiare l’arsenale bellico russo.
Bersani parla, poi, di “compromesso”. La parola stessa significa “reciproche concessioni”. E quali sarebbero? Allo stato la Russia ha già occupato tutto i Donbass, non solo le autoproclamate repubbliche separatiste, ma anche, oltre la Crimea, il corridoio terrestre che congiunge la penisola al territorio russo. Di qui a qualche giorno probabilmente occuperà anche Odessa tagliando ogni accesso al mare all’Ucraina.
Questo per la Russia è un fatto acquisito.
Quali saranno le concessioni che la Russia potrà fare? Di non andare oltre? E quali concessioni potrà fare il povero Zelensky? La promessa di non rivendicare più i territori occupati dai russi?
Un po’ come le alture del Golan da decenni rivendicare inutilmente dalla Siria ma che Israele si guarda bene dal restituire?
La questione ormai è fuori dalle mani di Zelensky e degli europei.
Potrà essere risolta solo, come al solito, fra Biden e Putin.
Biden rinuncia al piano di 33 miliardi di dollari di armamenti (tanto non si sa se il Congresso glielo passa) e Putin si ferma allo stato di fatto attuale, magari concedendo all’Ucraina uno stretto corridoio al mare fra Odessa e la Transnistria.
Quello che rimane dell’Ucraina entrerà nell’Unione Europea, non nella NATO e verrà ricostruito con i nostri soldi.
Forse questo è un “compromesso” possibile.

Voglio raccontarvi una storia, sperando che non si ripeta. Una storia fatta di egoismo ed ideologia. Una storia del tutto o niente. Una storia del non accontentarsi del bicchiere mezzo pieno. Una storia di volere tutto per poi prendere nulla. Una storia che dimostra che la nostra memoria è corta e che non si apprende nulla dal passato.

Dove si comincia per raccontare una storia? Dall’antefatto o dalla situazione attuale?

Le scuole di giornalismo indicano sempre che bisogna cominciare dall’attualità. E così farò.

Alla Camera è in discussion, alla I Commissione, un nuovo DDL che vuol mettere mano alla vecchia questione della cittadinanza da dare ai bambini, figli di immigrati, che nulla conoscono del Paese di origine dei genitori, che in Italia sono nati o che sono venuti nella primissima infanzia e che qui hanno aperto gli occhi, che qui hanno cominciato a frequentare la scuola, che parlano italiano come prima lingua, che tifano Roma o Lazio o Juventus, che nel Paese dei loro genitori, o nonni, non ci sono mai andati.

Dunque, passando a quello che si discute alla Camera, mi riferisco all’A.C. 920 recante “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”. Il Disegno di legge, perigliosamente, è arrivato ad un testo unificato (clicca qui per il testo unificato) predisposto dal relatore Giuseppe Brescia (Movimento Cinquestelle), molto minimalista che cerca di sventare la forte opposizione della Lega e di Fratelli d’Italia (qui un articolo di La Repubblica).

Il testo unificato, come dicevo è molto minimalista. Afferma solo che:

“1. Alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) all’articolo 4, dopo il comma 2 sono aggiunti i seguenti:

   «2-bis. Il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia e che, ai sensi della normativa vigente, abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. La cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, da annotare nel registro dello stato civile. Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l’interessato può rinunciare alla cittadinanza italiana se in possesso di altra cittadinanza.

   2-ter. Qualora non sia stata espressa la dichiarazione di volontà di cui al comma 2-bis, l’interessato acquista la cittadinanza se ne fa richiesta all’ufficiale dello stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età»;

Penso che nessuno, dotato del seme dell’intelletto, possa avere qualcosa da ridire. Anche le centinaia di emendamenti proposti da Lega e Fratelli d’Italia appaiono più come emendamenti di bandiera che emendamenti essenziali, basta leggerne alcuni “il Candidato deve avere cognizione delle feste locali nelle Marche!”

Secondo me questo testo minimalista potrebbe avere qualche chance di approvazione anche perché coinvolgerebbe anche i bambini ucraini, molto amati dalle destre.

Se la sinistra avesse menti serie, potrebbe spingere per “accontentarsi” facendo di questa modifica una testa di ponte per futuri, necessari ampliamenti.

E, invece, no.

Sento che alla sinistra o, almeno, ad una parte della sinistra, questo testo non va bene.

Prima di commentare vi voglio raccontare l’antefatto di questa storia che ben conosco perché ne fui protagonista come Vice Direttore dell’Ufficio Legislativo del Ministero dell’Interno.

Si era nel 2015, Governo Renzi. Ricordo qui le forze in campo perché abbiamo la memoria corta:

Si raggiunse un patto fra maggioranza e minoranza per una legge che risolvesse il problema dei minori, figli di stranieri, che vivevano dalla nascita, o poco più, in Italia, che – praticamente – non avevano nessuna cognizione del Paese di origine dei loro genitori e che considerano – a ragione – l’Italia come la loro Prima Patria.

La linea rossa da non toccare era quella che il provvedimento si rivolgesse solo ai minori.

Il Provvedimento approdò alla camera con il n. A.C. 9 e arrivò anche al Senato con il n. A.S. 2092 (qui il link all’A.C. 9) (qui il link all’A.S.2092).

Che cosa proponeva questo Disegno di legge? (qui il link al testo dell’A.S. 2092 così come morì per quello che scriverò fra poco) era un testo concordato fra maggioranza e opposizione (anche con l’opposizione insita nel Governo con il Ministro dell’interno Angelino Alfano). Un testo che riguardava solo i minori. In pratica attribuiva la cittadinanza italiana ai bambini nati nel territorio italiano che fossero figli di genitori stranieri i possesso del Permesso UE di Soggiornanti di lungo periodo [quindi premio alla famiglia che si è voluta integrare], Non solo: la cittadinanza Italia era attribuita (non concessa) ai minori stranieri che “vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva del corso medesimo. La cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da un genitore legalmente residente in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza, da annotare nel registro dello stato civile.”

Quindi una norma, rivolta ai minori, che apriva le porte alla cittadinanza italiana a chi in Italia era vissuto per la maggior parte della giovane vita.

Ricordo che l’opposizione di destra non fece una grande opposizione, perché si trattava di bambini e, i bambini, si sa, ammorbidiscono il cuore.

L’unica opposizione della destra fu di voler conoscere la platea dei minori stranieri alla quale il provvedimento legislativo si rivolgesse.

IL Ministero dell’interno si rivolse all’ISTAT per una quantificazione e io stesso inviai in Commissione il risultato che rappresentava una platea abbastanza ristretta di beneficiari e che l’On. La Russa definì “compatibili con le loro richieste”.

Tutto bene? Manco per niente. Si era ad un passo dalla realizzazione di un sogno. Anche la Destra si era resa conto che non si potevano lasciare bambini nel limbo. Arrivò la sinistra becera e ideologica, facendo approvare una “folle” norma transitoria, l’articolo 4 che prevedeva che

1. Le disposizioni di cui all’articolo 4, comma 2-bis, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, introdotto dall’articolo 1, comma 1, lettera d), della presente legge, si applicano anche allo straniero che, in possesso alla data di entrata in vigore della presente legge dei requisiti previsti dalle citate disposizioni, ha superato il limite d’età previsto dall’articolo 4, comma 2-ter, della citata legge n. 91 del 1992, introdotto dal medesimo articolo 1, comma 1, lettera d), purché abbia risieduto legalmente e ininterrottamente negli ultimi cinque anni nel territorio nazionale.”

Una norma dirompente che, pur nella sua logicità, rompeva il patto maggioranza/minoranza su una norma solo sui minori e ampliava la platea dei beneficiari ad un maximum indistinto che fece insorgere la Destra, arrabbiata per la violazione del patto sui minori, e che fece affossare il Disegno di legge.

Ancora una volta, come nel DDL ZAN, la sinistra, per non voler accettare il bicchiere mezzo pieno, ha perso tutto. E il progetto di legge è morto.

Ora si ricomincia sul tema. Riconosco che il Testo Unificato di Giuseppe Brescia è un testo minimale, molto distante dal testo A.C.9 e dal testo A.S. 2092, ma il panorama politico è cambiato: il Governo Draghi non vuole entrare nella questione, la Destra, Lega e Fratelli d’Italia sono molto più  forti. Secondo me, spazi per ampliare la platea dei beneficiari della cittadinanza non ce ne sono, meglio accettare quello “che passa il convento”.

E, invece no, sento, ascolto voci dalla Sinistra radicale che vuole reintrodurre quella noma transitoria che fece cadere il vecchi Disegno di legge, ossia emendamenti che, come per i sostenitori dell’A.C. 105 (Boldrini) vogliono battagliare per rintrodure un articolo 10 che dia a chi, maggiorenne, abia i requisiti chiesti ai minorenni, la cittadinanza:

ART. 10. (Disposizioni transitorie). 1. Coloro che, alla data di entrata in vigore della presente legge, hanno già maturato i requisiti di cui all’articolo 1, comma 1, lettere b-bis) e b-ter), e all’articolo 4, commi 2 e 2-bis, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, introdotti rispettivamente dagli articoli 1 e 2 della presente legge, acquistano la cittadinanza italiana se rilasciano una dichiarazione in tal senso entro tre anni dalla data di entrata in vigore del regolamento di cui all’articolo 9 della presente legge.

Auguri, amici miei, ma, secondo me, andate a sbattere. Ancora una volta l’ideologia vi oscura la vista. Per cercare il 100% perderete il 90%. Cercate di far approvare questo Disegno di legge nel suo Testo Unificato. Sarà una testa di ponte per prossime ampliature. Non perdete di vista la strategia per concentrarvi sulla tattica.

Così si perdono le battaglie e, anche, le elezioni.

Alla mia non più verde età, dopo una vita passata a votare per la sinistra, mi convinco sempre di più che quello che manca nel panorama politico italiano è una seria forza di destra. L’esistenza di quest’ultima, pur non riuscendo spostare la mia intenzione di voto, farebbe un gran bene non solo all’assetto politico della Nazione, ma anche alla sinistra che, almeno, avrebbe una entità con cui confrontarsi ed, eventualmente, alternarsi, nel buon governo della Nazione.

Mentre in Germania hanno fatto un serio percorso di confronto con quello che lì è successo quasi un secolo fa con il nazismo è, ormai, qualcosa di digerito e superato, in Italia, ancora oggi – nell’immaginario politico – destra è ancora sinonimo di fascismo.

Questa associazione ha impedito il formarsi, nel nostro Paese, di una destra seria che si contrapponga alla sinistra, in un gioco politico democratico che non neghi l’Unione europea e garantisca i diritti fondamentali.

In Italia, una volta c’era il Movimento Sociale Italiano (MSI) troppo legato al passato regime fascista (con Giorgio Almirante) troppo tardi portato su posizioni più democratiche da Gianfranco Fini, ormai già ampiamente fagocitato nell’orbita Berlusconi, prima di essere espulso dalla vita politica dalle vicende giudiziarie.

E poi venne Berlusconi, con il partito personale, Forza Italia, il partito degli imprenditori e di Confindustria, ma troppo legato agli interessi del fondatore con un profluvio di leggi ad personam per poter essere credibile.

Oggi c’è Fratelli d’Italia che, nell’ultimo anno, stando ai sondaggi, ha quadruplicato i propri consensi per la forza della sua Leader, Giorgia Meloni, coerentissima a parole, ma troppo coinvolta in alleanze con frange neofasciste e populiste (nella peggiore accezione del termine) per poter essere considerata democratica. Eppoi, Bertinotti insegna, è facile prendere consensi stando all’opposizione, non sporcandosi le mani, contestando le scelte necessitate, ma impopolari dell’esecutivo.

Non ho citato ancora la Lega, oggi il più “antico” partito politico italiano perché su di esso voglio spendere due parole.

Non mi dilungo sulle origini della Lega tradizionale volta alla secessione e quella, molto diversa, di oggi, orto personale di un uomo solo, Matteo Salvini, e partito nazionale (potete trovarle qui e qui).

Oggi la Lega è un partito fortemente radicato sul territorio (specialmente al Nord) con numerosi Presidenti di Regione e Sindaci. Gli amministratori locali della Lega, specialmente durante la pandemia, forse con l’eccezione di quello lombardo, Fontana, hanno dimostrato un ottimo collegamento col Governo nazionale e, in genere, a sentire i cittadini da essi amministrati, dimostrato una buona capacità di amministrare il territorio. Insomma, a sentire uno di Modena o di Rovigo, nessuno dei due si lamenta.

Nel panorama politico di una Nazione la presenza di una destra seria che faccia da contraltare alla sinistra è necessaria nel pendolo della democrazia. L’ho già detto e lo ripeto. E una destra seria ed europeista oggi in Italia avrebbe verdi praterie davanti a sé. Purtroppo, se poco di male si può dire degli amministratori regionali della Lega, altrettanto non si può per i vertici politici nazionali e per i parlamentari, probabilmente scelti con la logica della “prevalenza del cretino” per non far ombra al Capo. Gente come Alberto Bagnai, Claudio Borghi o Paolo Savona hanno idee poco compatibili con la realtà di fatto. Forse per attirare il fascio dei riflettori postulano idee irreali e assurde come l’uscita dall’Europa e dall’Euro. Idee che – se attuate – porterebbero l’Italia alla rovina come stanno danneggiando Paesi ben più solidi di noi come il Regno Unito.

Ma è soprattutto nel suo vertice che la Lega trova il suo punto debole, nel Segretario Matteo Salvini. Non si può negare che Salvini sia una incredibile “macchina di voti” che ha portato la Lega dal 3% quasi al 30%, anche se con mezzi – l’infernale “Bestia” di Luca Morisi, l’uso disinvolto dei social, il cavalcare (senza proporre alternative) il malessere sociale – eticamente discutibili.

Ma è nelle scelte più propriamente politiche che Salvini è caduto. Possiamo ricordare l’estemporaneo uso del “cuore di Maria” e del rosario? Oppure i video con ballerine (residuo Berlusconi?) con lui in costume da bagno al Papeete? La richiesta dei “Pieni Poteri”? Tutte cose che fecero cadere il Governo giallo/verde con i Cinquestelle.

Ma non solo. Salvini, responsabile del maggior partito di Centrodestra, nelle elezioni regionali ed amministrative degli ultimi due anni non è riuscito a trovare candidati, non dico autorevoli, ma neppure credibili, quasi sbeffeggiati dagli elettori. Vogliamo ricordare le gaffes di Lucia Borgonzoni (desaparecida?) in Emilia? O più recentemente, chi ricorda ancora, tal Luca Bernardo a Milano e tal  Enrico Michetti a Roma?

Il massimo, il climax della sconclusionatezza (per usare per usare un eufemismo) Salvini lo ha raggiunto nella scorsa settimana nella “tenzone” per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Intestandosi una (opinabile) maggioranza in Parlamento [nessuno ce l’ha visto che il “gruppo misto” è maggior partito italiano] e quindi di Kingmaker, invece di sedersi ad un tavolo con il centrosinistra, pur alleati di Governo, ha bruciato almeno un nome al giorno, dopo esser stato “bloccato” per giorni da una improbabile candidatura di Silvio Berlusconi.

Da Marcello Pera a Letizia Moratti a Carlo Nordio, fino a bruciare, con disinvolto discredito delle istituzioni, la seconda carica dello Stato, la Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, con conferenza stampa, a scrutinio ancora in corso, in cui parlava già dei candidati dell’indomani, fino all’improvvida uscita nella serata di venerdì 28 gennaio in cui annunciando, senza averlo concordato il nome di una eccezionale servitrice dello Stato, la responsabile del DIS, Elisabetta Belloni, senza contare i “candidati” non ufficializzati, ma fatti solo trapelare “per vedere l’effetto che fa”.

Quello che rimane, una volta depositatasi la polvere della stretta attualità, è l’immagine di un uomo senza idee, senza una linea politica, innamorato solo della sua immagine, teso a promuovere solo sé stesso a discapito del Paese e delle responsabilità che lui stesso si era assunto, autoproclamandosi leader del Centro-destra e Kingmaker del nuovo Capo dello Stato, ripetendo i giorni del Papeete che avevano fatto dubitare della sua sanità mentali.

Gli americani, con riuscita similitudine, dicono “Comprereste da quest’uomo un’auto usata?” Più seriamente, vi piacerebbe essere governati da quest’uomo?

Ma scendendo a livello di partito, dopo l’incredibile ascesa di consensi e il suo successivo ridimensionamento, quanto male fa Salvini alla Lega, impedendole di essere un normale partito di destra, in grado di competere ad armi eticamente pari con gli altri? Quanto Salvini impedisce alla Lega di essere intesa come un’alternativa credibile, come i neo-gollisti in Francia?

Ritengo molto difficile che Salvini possa, con questo andazzo, aspirare a vincere alle prossime elezioni politiche, anche perché, dal 2018, le ha perse tutte. Anche chi, nel suo diritto, ha idee ascrivibile a quelle che, una volta, erano principi della “destra”, penso che abbia delle serie remore a votare – a livello nazionale, alle elezioni politiche – un partito governato da un uomo simile. Quanto ci metteranno “colonnelli” della Lega a capirlo e a metterlo in condizioni di non nuocere? Hanno già dimostrato di poterlo fare quando le idee separatiste di Umberto Bossi condizionavano l’espandersi dei consensi di quel Partito. O, forse, la Lega si accontenta dei successi già avuti nelle Regioni, che risalgono ormai a qualche tempo fa, non certo nell’immediato passato.

Già i “cespugli” come “Coraggio Italia” di Brugnaro e Toti cominciano a rumoreggiare e porre pesanti distinguo.

La Lega sta perdendo una occasione storica di occupare uno spazio politico libero in Italia fin dalla Costituzione. Potrebbero amaramente pentirsene: scegliere la formidabile capacità di raccogliere voti di Salvini rispetto ad una credibilità istituzionale può costare caro.

Ma, a proposito di Costituzione, c’è un’ ultima considerazione che vorrei proporre. L’articolo 49 della nostra Costituzione (mai attuato) afferma che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ma da nessuna parte troviamo una regolamentazione dei partiti politici. Ognuno come gli pare – si dice – saranno gli elettori a scegliere.

Abbiamo un variegato mondo di forme di partito, da quelli i cui vertici sono scelti da periodici democratici congressi ai quali la base invia i propri rappresentanti, a quelli in cui il padre padrone domina e sceglie chi finanzia il partito, a quelli in cui l’eletto domina e comanda a vita convocando ad libitum una pseudo assemblea.

I partiti politici sono importanti e necessari [vedi la metamorfosi dei Cinquestelle che da movimento antipartito si sono trasformati in un partito quasi tradizionale].

Una regolamentazione dei partiti politici è una esigenza sentita, tanto che l’Unione europea ha emanato un Regolamento, il  n. 1141/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2014, relativo allo statuto e al finanziamento dei partiti politici europei e delle fondazioni politiche europee. I partiti che vogliono presentarsi alle elezioni del Parlamento europeo devono conformarsi a tale regolamento che prevede una base democratica che controlli il vertice e precise norme sul finanziamento.

Perché non lo adottiamo anche in Italia per le competizioni elettorali nazionali?

È di ieri, a Novara, l’ennesima protesta shock dei no-greenpass che, vestiti da deportati ebrei, protestavano contro la presunta dittatura (sanitaria o meno) instaurata in Italia.

La prima considerazione, a proposito di queste manifestazioni, sembra essere quella che i partecipanti non sono tutti no-vax. Ce ne sono, e tanti. Ma il vero obiettivo della protesta non è il vaccino e forse neppure la presunta discriminazione fra chi ha il green pass e può fare cose e chi non lo ha e queste cose non le può fare. Sì, i proclami contro la sottrazione di un diritto fondamentale come il lavoro per chi non si vaccina o reputa troppo oneroso sottoporsi a continui tamponi si sprecano. Ma il vero obiettivo – secondo me – non è neppure questo.

Riflettiamo, nella maggior parte dei casi i no-greenpass non contestano la validità e l’efficacia del vaccino, bensì una presunta compressione delle libertà costituzionali, disposizioni governative peraltro confermate dai vari tribunali aditi, da Consiglio di Stato alla Corte dei diritti dell’uomo.

Ma perché? Cosa sta succedendo?

Una ideuzza io ce l’avrei. Per la prima volta, in Italia stiamo sperimentando la vera forma di democrazia (vi ricordate il discorso di Pericle agli ateniesi?) ossia una collegialità nelle decisioni, ma poi eseguite senza ridiscuterle ogni momento.

Fino all’anno scorso, prima del Governo Draghi, il Governo prendeva una decisione, sempre oltre il limite del compromesso, ma, poi, queste decisioni non venivano attuate, se non annacquate da continui ulteriori compromessi con parti sociali, sindacati, associazioni, terzi o quarti settori etc. etc. fino a diventare acqua fresca per il compiacimento e l’immagine pubblica di chi, dopo l’approvazione nelle sedi competenti, continuava a contestare – anche in modo violento – le disposizioni prese.

Oggi, la vera democrazia è in campo in Italia. Il Governo, spessissimo all’unanimità, prende una decisione e questa decisione viene attuata.

Ovviamente questo esercizio di democrazia va di traverso a tutti quei gruppi e gruppuscoli che, nella contestazione, trovano la loro vita e la loro visibilità e che piagnucolano il loro essere vittima di uno Stato Dittatoriale. Dittatoriale sol perché non condivide la loro contrarietà e la loro protesta, spesso violenta, contro decisioni prese secondo i dettami della Costituzione.

Si è visto in questi giorno che questi gruppi rifiutano ogni compromesso, vogliono che gli organi di informazione trasmettano solo quello che vogliono loro e le loro idee senza alcun contraddittorio. Vedi i partecipanti ai rave party di Viterbo e del Piemonte che assalgono i giornalisti.

Viviamo in una democrazia rappresentativa: noi cittadini eleggiamo i nostri rappresentanti al Parlamento che danno, o meno, la fiducia ad un Governo che può essere sfiduciato in un qualsiasi momento con un semplice voto.

Le decisioni del Governo, se prese con Decreto legge e approvate (e tutte quello sul Green Pass lo sono) passano al vaglio del Parlamento e, quindi, sono pienamente conformi alla Costituzione, ma a questi “nuovi contestatori” non vanno bene solo perché sono contrarie al loro pensiero.

Insomma, io ritengo che la protesta montante contro le misure del Governo Draghi sia dovuta al “restringimento della mangiatoia” dove si alimentavano tutti questi gruppi e gruppuscoli.

Non dimentichiamo che, nella “mangiatoia” ci sono i quasi 200 miliardi del Recovery Fund.

Una reazione al “dirigismo” del Governo Draghi, allora?

Forse sì, ma c’è un altro aspetto da considerare. Da una parte i fatti: Draghi fu chiamato per frenare la pandemia, per stilare il Piano di Ripresa e Resilienza e per risollevare l’economia.

La campagna di vaccinazione è un successo che vede l’Italia ai primissimi posti in Europa, il Piano di Ripresa e Resilienza è stato approvato dall’Unione europea e l’economia italiana, con previsione del PIL al +6%, ha ricevuto il plauso anche di Standard e Poor’s.

E allora? Allora – sempre secondo la mia opinione – il dissenso e le manifestazioni sono troppo variegati per essere spontanei. Chi dà i soldi a Puzzer per il suo Tour da Trieste a Genova da aspirante politico? Chi e cosa hanno promesso alla vicequestora Nunzia Schilirò per affossare la sua promettente carriera? Perché persone, una volta conosciute per la loro intelligenza e competenza, come Carlo Freccero, Massimo Cacciari e Alessandro Barbero si espongono al pubblico ludibrio nei salotti talk show con le loro balzane idee anti vaccino e anti green pass?

Sono eterodiretti? Forse. Ma da chi?

E qui le ipotesi si allargano. L’Italia scelta da Russia e Cina come anello debole del multilateralismo osteggiato da queste due Nazioni? La Destra italiana che cerca di far saltare il banco per andare ad elezioni e gestire i soldi del Recovery Fund?

Spingere Draghi ad accettare la nomina a Presiedente della Repubblica (promoveautur ut amoveatur) per inserire qualcuno più docile alla spendita dei soldi del Recovery Fund nella delicata casella di Presidente del Consiglio dei Ministri?

Destabilizzare l’Italia, nazione in crescita, perché una nazione “alla canna del gas” fa sempre comodo”?

Penso che, nei prossimi mesi ne vedremo delle belle!!!

Uno dei temi del giorno è come accogliere gli Afgani che, terrorrizzati dai talebni arrivano nell Fortezza Europa.

E, come ogni volta che ciò accade, per evitare le storture della “Direttiva Procedure” si “resuscita la Direttiva 2001/55/CE sull’afflusso massiccio di sfollati.

Impresa difficile, perché quella Direttiva , frutto dell’ultimo refolo del “Vento di Tampere” era sbagliata, non prevedendo alcun elemento coercitivo per quegli Stat Membr che non vogliano accogliere sfollati.

Nel 2017 cadde in questo equivoco anche Emma Bonino, alla quale va tutta la mia stima, che parlò di una possibile soluzione del tema afflussi massicci di migranti con l’applicazione di una vecchia, vecchissima Direttiva europea, mai presa in considerazione da Bruxelles che, pure, l’approvò all’unanimità nel 2001. E dubito che sarà mai presa in considerazione.

E’ la Direttiva del Consiglio sulle norme minime della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi fra gli Stati membri che ricevono i rifugiati e gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi. (2001/55/CE).

Questa Direttiva è stata la prima ad ampio respiro ad esser stata proposta (nel lontano 2000) discussa ed approvata in seno al Consiglio dell’Unione Europea (Gazzetta ufficiale Unione europea del 7 agosto 2001). Ed è forse quella ora più invocata dall’Italia ai nostri giorni per tentare di dare una soluzione ai massicci afflussi di profughi non libici ma dalla Libia provenienti. (la Direttiva fu trasposta nel Diritto italiano con il Decreto legislativo 7 aprile 2003, n.85)

La scelta della Commissione di “rompere il ghiaccio” con questa Direttiva probabilmente non fu casuale. Per cogliere ancora l’ultimo rèfolo del vento di Tampere, si considerò che gli Stati membri potessero accogliere con favore uno strumento normativo per regolare un fenomeno, come quello dell’esodo dei Kosovari, che l’Unione Europea aveva sopportato l’anno precedente.

In pratica, la prima Direttiva del “pacchetto” della nuova normativa su immigrazione ed asilo che la Commissione Europea lanciava sul tappeto poteva apparire la soluzione del problema appena vissuto. Tale strategia si è rivelata vincente e ne sono testimoni il brevissimo lasso di tempo intercorrente fra la proposta e la sua approvazione, nonché le limitate modifiche apportate dagli organi del Consiglio dell’Unione Europea al testo base. Il testo risultante non è comunque esente da pecche, dovute, forse, alla novità dello strumento della Direttiva in materie connesse con l’asilo e l’immigrazione.

Come già accennato, la Direttiva disciplina il trattamento dei cittadini di Paesi terzi che hanno dovuto abbandonare il loro Paese, o da esso sono stati evacuati, in occasione di eventi bellici o calamitosi, o per il pericolo di esser sottoposti a trattamenti inumani o, comunque, soggetti a rischio di violazioni sistematiche o generalizzate dei diritti umani.

Le norme contenute nella Direttiva non sono di immediata applicazione, ma subordinate ad una decisione del Consiglio dell’Unione Europea che, su proposta della Commissione, accerta il verificarsi di un “afflusso massiccio”.

La decisione, a maggioranza qualificata, dovrebbe anche ripartire gli sfollati fra gli Stati membri.

Il condizionale è d’obbligo in quanto la soluzione fornita dalla Direttiva al problema della solidarietà fra i partecipanti non è delle più lineari. Le disposizioni riflettono una concezione volontaristica dell’accoglienza senza alcuna imposizione per gli Stati membri, forse fondata sulla speranza di un difficile verificarsi dell’evento.

La disponibilità all’accoglienza, in termini numerici o generali (art.25), è comunicata dagli Stati membri al Consiglio. Non si rinviene, nella Direttiva, alcuna norma secondo la quale il Consiglio può valutare la disponibilità manifestata dai singoli Stati membri, ma “le informazioni fornite dagli Stati membri sulla loro capacità ricettiva” sono inserite, al pari di una stima della portata dei movimenti degli sfollati, nella sua decisione che dichiara “l’esistenza di un afflusso massiccio di sfollati” (art. 5).

Ovviamente se la capacità ricettiva complessiva mostrata dagli Stati membri è superiore al numero degli sfollati da assistere, i problemi saranno solo di ordine patrimoniale per la ripartizione (art. 24) del Fondo europeo per i rifugiati.

Più complessa sarà l’evenienza che il numero delle persone ammissibili alla protezione temporanea superi la capacità di accoglienza dichiarata dagli Stati membri.

Nessuna disposizione è contenuta nella Direttiva per superare tale, pur prevista, evenienza. L’art. 25 della Direttiva, si limita, infatti, a rinviare la questione ad una riunione urgente del Consiglio “che esamina la situazione e prende i provvedimenti appropriati, compresa la raccomandazione di un ulteriore sostegno allo Stato membro interessato.”

Il problema principe di un afflusso di sfollati, ossia quello della sua equa ripartizione – già manifestatosi durante la crisi del Kosovo – non riceve una soluzione ben definita dalla Direttiva in esame che, nella versione della proposta originaria, non conteneva neppure il rinvio al Consiglio della decisione sul problema.

Neppure è chiarissima la durata massima della protezione temporanea. Ai sensi dell’art. 6, il Consiglio dell’Unione Europea può far cessare in qualsiasi momento il regime di protezione temporanea, ma è proprio in assenza di tale decisione che le deroghe al limite massimo di un anno prescritto dall’art. 4 non appaiono ben definite. Il comma 2 del medesimo art. 4 prescrive, infatti, che “qualora persistano motivi per la concessione della protezione temporanea, il Consiglio può deliberare, a maggioranza qualificata … [su] una proposta di prorogare detta protezione temporanea di un anno”, ma non chiarisce se questa proroga, su decisione del Consiglio, sia alternativa o supplementare rispetto alla proroga automatica, di sei mesi in sei mesi e fino ad un anno disposta dal primo comma del medesimo articolo 4.

Le cd. “norme procedurali” rivolte agli Stati membri vengono completate dall’enunciazione (artt. 25 e 26) del principio del “doppio assenso” necessario per il trasferimento degli sfollati. Il gradimento al trasferimento fra gli Stati membri deve essere manifestato, oltre che dagli Stati medesimi, anche dagli sfollati e ciò costituirà senz’altro, stante le verosimilmente possibili diverse forme di assistenza, un ulteriore ostacolo ad una equa ripartizione fra gli Stati membri.

Il Capo III della Direttiva (artt. 8 -16) dispone degli obblighi degli Stati membri nei titolari della protezione temporanea circa assistenza sanitaria, alloggio, accesso al lavoro, accesso all’istruzione, al ricongiungimento familiare etc.

E’ interessante notare, a questo riguardo alcune differenze fra il testo originario della proposta e la Direttiva approvata che riflettono l’irrigidimento delle posizioni nazionali sul tema.

Nel testo originario, per esempio, non figuravano le disposizioni ora presenti nell’art.11 che impone la riammissione – sull’esempio della Convenzione di Dublino e del successivo Regolamento – della persona che gode della protezione temporanea qualora essa soggiorni o tenti di entrare illegalmente nel territorio di un altro Stato membro.

L’originario art. 10 prescriveva la completa equiparazione degli sfollati ai rifugiati e la possibilità di intraprendere qualsiasi attività lavorativa concessa a questi ultimi. Nella versione finale (divenuta art. 12) l’equiparazione ai rifugiati scompare e gli Stati membri, pur riconoscendo agli sfollati di intraprendere – ma per un periodo non superiore alla durata della protezione temporanea – qualsiasi attività autonoma o subordinata, possono stabilire misure che diano la priorità ai cittadini dell’Unione Europea, ai Cittadini di Paesi dello Spazio Economico Europeo e ai cittadini di Paesi terzi che soggiornino regolarmente nel Paese.

Il trattamento delle malattie, previsto come misura minima di assistenza dall’originario art. 11 è divenuto, nel definitivo art. 13, “il trattamento essenziale delle malattie”. Il medesimo art. 13 nella versione definitiva, si preoccupa anche di specificare che nella quantificazione dell’aiuto necessario, si tiene conto della capacità di provvedere alle proprie necessità per gli sfollati che svolgono una attività lavorativa.

Anche nell’accesso all’istruzione la versione definitiva è più rigida dell’originaria, almeno per gli sfollati adulti. L’obbligo di accesso al sistema educativo generale (art. 12 testo originario) è divenuto, nel definitivo art. 14, una mera facoltà.

Il ricongiungimento familiare (articolo 13 del testo originario) è divenuto più difficile con la stesura delle disposizioni definitive contenute nell’art. 15 della Direttiva.

Nella proposta della Commissione l’eventualità da prendere in considerazione è la separazione di famiglie già costituite nel Paese di origine a causa dell’afflusso massiccio. Le categorie di familiari che potevano chiedere ed ottenere il ricongiungimento erano individuate nel coniuge (o nel convivente se lo Stato membro dia una tutela alle coppie di fatto) nei figli, non sposati, della coppia o di uno dei coniugi, anche adottati e in altri familiari che, per particolari condizioni di salute, erano a carico del richiedente.

Nella versione definitiva l’accento viene posto più sul bisogno di protezione e delle difficoltà personali che sul semplice fatto della separazione.

L’art. 15 della Direttiva prescrive, infatti, che il diritto al ricongiungimento spetta al solo coniuge e ai figli minorenni e non sposati della coppia o di uno dei coniugi (o dei partner) che godano della protezione temporanea in un altro Stato membro. Per gli altri familiari a carico – divenuti “parenti stretti” nel testo definitivo – che godono della protezione temporanea in uno degli Stati membri, non esiste un obbligo al ricongiungimento, ma solo una possibilità, che sarà valutata “tenendo conto delle estreme difficoltà che essi incontrerebbero qualora il ricongiungimento non avesse luogo”.

Per i familiari che non godono in un altro Stato membro del regime di protezione temporanea, il ricongiungimento potrà avvenire solo se essi “hanno bisogno di protezione”. Sussistendo questo requisito, gli Stati membri sono obbligati al ricongiungimento del coniuge (o partner se la legislazione nazionale tutela le coppie di fatto) e dei figli minori non sposati e hanno facoltà di permettere il ricongiungimento degli altri “parenti stretti a carico”.

In tal modo il coniuge o figli minori dello sfollato che vivono in un Paese terzo ove non corrono pericoli, non hanno alcun diritto al ricongiungimento.

La Direttiva si chiude con le disposizioni intese ad regolare il rimpatrio degli sfollati. Anche qui si rinviene qualche novità in senso restrittivo: alle norme sui rimpatri assistiti e volontari è stato aggiunto l’art. 22 che tratta dei rimpatri forzati.

La Direttiva, purtroppo, nonostante i numerosi afflussi di migranti provenienti dal sud del mondo, non è mai stata applicata, a riprova della “ritrosia” degli Stati membri ad occuparsi di sbarchi, sia pur numerosi, che, però investono un solo stato membro, spesso il nostro. L’Italia chiese l’attuazione della Direttiva durante l’afflusso dei tunisini nella cd. “primavera araba” del 2011/2012, ma la UE si oppose.

Il Regolamento di Dublino e la sua clausola capestro di “chi li ha se li tiene” è stata sempre una buona giustificazione per negare quei principi solidaristici che la direttiva sottiene.

Per queste ragioni dubito molto che la proposta di Emma Bonino abbia una qualche chanche di riuscita.

Con queste premesse è più che probabile che lo Stato (o gli Stati membri) che chiedano al Consiglio l’attivazione della Direttiva, possano ricevere già in prima istanza un rifiuto e, in ultima istanza, una “offerta di accoglienza” molto inferiore al numero di sfollati da sistemare.

Da ultimo non si può ignorare il Diritto europeo susseguente a tale Direttiva.  La “procedura” inizia con una richiesta della Commissione che chiede al Consiglio di dichiarare un abnorme afflusso di sfollati. Questi sfollati andranno redistribuiti fra gli Stati membri che dichiarino una loro disponibilità che “se non c’è non si può imporre”.  Posizione ribadita dalle Conclusioni del consiglio europeo del 28 giugno 2018 (punto 6) che, chiaramente sancisce che ogni accoglimento di rifugiato o di possibile rifugiato DEVE avvenire su base esclusivamente volontaria.

Da quanto sopra, la strada della “prima applicazione della Direttiva 2001/55/CE” può anche essere intrapresa, ma dubito del suo successo.

Se mi chiedessero di definire l’anno 2020 con una sola parola non avrei dubbi. Non certo per distinguermi dai titoloni di giornali di questi giorni “2020, anno disgraziato” oppure “2020, anno sventurato”, per non dire “di merda”, io ho un’altra parola. Non dimentico certo i 70.000 morti, le centinaia di attività imprenditoriali spazzate via, i nuovi poveri, etc. etc. ma su questi temi sono piene le pagine dei giornali. Non mi va di ripetere concetti sui cui i migliori giornalisti si sono espressi molto meglio di quello che posso scrivere io. Dando per assodato i lutti e le disgrazie che questo 2020 ha portato e che hanno tutta la mia attenzione, il mio sentimento e il mio cordoglio, io definirei il 2020 un “anno interessante”.

Sì, interessante, perché ha portato alla luce molti aspetti nascosti del nostro “io” nascosto, dei nostri comportamenti, dei nostri comportamenti. Cosa ci lascia questo 2020?

Non c’è un punto preciso da dove cominciare. Sono tutti connessi con il pensiero dominate rivolto al Coronavirus che ha dominato, senza rivali, l’intero anno.

Abbiamo cominciato presto, a gennaio, con le cronache che riportano notizie da un paese, la Cina, e da una città, Wuhan, che la maggior parte di noi non aveva mai sentito nominare, anche se ha oltre 8 milioni di abitanti ed è uno delle principali città di quell’ancor misterioso Paese. Ancora “abboffati” dalla fine delle festività di fine 2019 abbiamo appreso che a Wuhan si era sviluppato un virus misterioso, molto potente che uccideva o faceva ammalare molto gravemente i suoi abitanti.

Ma era un Paese lontano e anche il perentorio avvicinarsi della malattia sortì solo un impeto di orgoglio: due turisti cinesi trovati positivi al nuovo virus furono subito scoperti ed isolati a Roma. Ok, trovati ed isolati. Come siamo bravi!!!! Tutto OK, ci permettiamo anche di andare a prendere i nostri connazionali in Cina e riportarli qui, una novella Dunkerque, conclusa con grande successo. Una pietra sopra e non pensiamoci più. Non pensarci più fino alla tragica notizia proveniente da un paesino sconosciuto del Nord, Codogno. Da lì in poi i fatti sono noti e non mi ci dilungo.

Mi soffermo invece sulle conseguenze di questi fatti. Il 7-8 marzo si chiude la Lombardia. Il 9 marzo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte firma il primo provvedimento di chiusura generale. Il primo lockdown italiano. Una esperienza unica. Mentre, soprattutto nel Nord, in Lombardia e nel bergamasco, nostri concittadini a centinaia venivano ricoverati o ,peggio, morivano in solitudine, senza una carezza dei parenti, nel resto d’Italia ci siamo trovati chiusi in casa per due mesi. Autorizzati ad uscire solo per necessità di spesa alimentare o salute. Negozi chiusi. Abbiamo sperimentato anche l’autocertificazione, modulo, alle prime un po’ ballerino, dove riportare preventivamente i nostri “necessari” spostamenti.

All’inizio la “novità” fu accolta bene, il sentimento di appartenenza si rafforzò come testimoniano i canti collettivi dai balconi e il gradimento del Governo aumentò di molto.

L’azione del Governo fu decisa, senza (apparenti) titubanze e i cittadini la approvarono. Fu chiaro a tutti che, come ai tempi del Boccaccio e del Decamerone, il distanziamento sociale era l’unica arma contro il virus. Sparirono per oltre un mese mascherine chirurgiche e il flaconcino di Amuchina raggiunse prezzi di affezione. Eppure nel marzo 2020 dimostrammo una inconsueta maturità. Nelle case si rimisero in uso le macchine da cucire, YouTube era pieno di tutorial su come cucire le mascherine partendo da una vecchia federa. Imparammo ad usare metodi di comunicazione alternativi come le video conferenze in Zoom, praticamente sconosciuto prima. Acronimi come DAD divennero familiari e gli insegnanti fecero il miracolo, senza alcuna preparazione specifica e senza preavviso, di mutare il loro rapporto con la classe dalla contiguità fisica all’immaterialità dello schermo, neppure fossimo nel romanzo “il Sole nudo” di Isaac Asimov.

Certo i giornali davano maggiore risalto alla creatività e alla resilienza che alla disperazione di negozianti e ristoratori, da un momento all’altro privati della loro fonte di reddito.

Comunque al sud, almeno per le fasce “garantite” il primo lockdown fu  trascorso senza particolari problemi, soprattutto perché i casi di “positività al virus” erano pochini. Ma, a parte Zoom, mascherine, Amuchina, non uscire di casa, nuovi poveri, cosa ha portato il lockdown? Cosa ci ha fatto scoprire di noi stessi?

Probabilmente due sentimenti contrapposti. Il primo la diffidenza del contatto. Ormai, dopo mesi e mesi se un’altra persona ci viene (troppo) vicino, istintivamente siamo a disagio e ci allontaniamo. Le distanze interpersonali italiane si sono avvicinate a quelle nordiche.

Il secondo è la speculare “mancanza di coccole”. Da quanto tempo non ci salutiamo con un bacio? Con un abbraccio? Con una stretta di mano? È interessante per ognuno di noi capire quanto questi atteggiamenti, una volta spontanei, ci mancano. Mancheranno meno in una famiglia, dove l’affetto è più forte della paura del contagio, mancheranno di più nei single. Ecco, forse una riflessione su quanto questi gesti ci mancano servirebbe.

Abbiamo imparato a comunicare con mezzi nuovi, scelto di usare mezzi diversi per apprendere ed informarci. Internet è stato il protagonista. I fornitori di beni e servizi on-line hanno visto i loro profitti schizzare alle stelle al contrario dei negozi fisici. Molto è cambiato nei servizi di informazione. Fino alla pandemia, i giornali on line erano un invito ad acquistare quelli cartacei: la quasi totalità degli articoli era gratis, quelli a pagamento la minoranza. Oggi la proporzione si è invertita. Giornali come “La Stampa” hanno la quasi totalità degli articoli a pagamento. Le offerte di abbonamento “di prova” per qualche mese a 1 o 2 euro si sono moltiplicate. Ormai per leggere ed informarsi on line bisogna abbonarsi, anche se i prezzi a regime sono molto più alti di quelli da tempo offerti da testate estere, più abituate a questo sistema. Per esempio il New York Times offre da sempre l’intera lettura on line a 2 euro al mese.

Jeff Bezos, il patron di Amazon ha conseguito profitti stratosferici ma, attraverso Amazon Marketplace, molti negozi chiusi hanno potuto appoggiarsi alla più grande piattaforma di vendita on-line. E molti esercenti, impossibilitati a vendere fisicamente, hanno aperto anche un negozio on line. Sul web ormai è possibile comprare anche una pinza venduta dal ferramenta sotto l’angolo.

Non solo beni fisici, ma anche spettacoli, film, concerti. A Netflix si sono affiancate innumerevoli piattaforme ove è possibile guardare, con un prezzo – per ora risibile – film, concerti, spettacoli, comodamente a casa nostra.

La domanda è: quando la pandemia sarà finita, torneremo indietro? O lo streaming continuerà ad affiancare gli spettacoli “in presenza”? Ossia, il teatro, il cinema torneranno ad essere luoghi di incontro, o come per le partite di calcio, la fetta più consistente di introiti verrà tramite la cessione dei diritti TV e/o streaming?

Abbiamo, poi, assistito anche a cose riprovevoli. Appena finito il lockdown stretto è sorto, forse come reazione, il “diritto all’aperitivo” o il “diritto alla movida”. Pur sapendo che negli ospedali i malati morivano come mosche, molti urlavano il proprio diritto a riunirsi, a bere in collettività la mitica bevanda arancione, a passeggiare in gruppo…

Ancora più riprovevole è stato durante l’estate, l’uso politico della pandemia. L’uso corretto del distanziamento e delle mascherine, finalmente disponibili, e la disciplina dimostrata fino ad allora in estate, sortirono i loro frutti. L’epidemia sembrò scomparire. Ma sorsero le critiche strumentali volte a dimostrare che la “cosiddetta pandemia” era stata poco più di una influenza, che le mascherine erano ormai inutili come il distanziamento, che l’emergenza era finita, che il Governo si era assunto poteri incostituzionali (povero articolo 16 della Costituzione che disciplina la libertà di circolazione). La protesta fu cavalcata dalla destra, supportata anche da “autorevoli pareri” giuridici (Sabino Cassese)  sull’inutilità dello “stato di emergenza”  e medici (Alberto Zangrillo) sulla “morte clinica” del virus.

Visto che critiche venivano da così alte persone, i movimenti no-vax, ripresero vigore con manifestazioni di piazza dove rivendicavano il loro diritto ad affermare le cose più strampalate, comunque con il denominatore comune dell’inesistenza del virus, ora propalato ad arte per inoculare i microchip di Bill Gates, ora per montare le antenne 5G che ci avrebbero ridotti a zombie. Ed il pericolo dei no-vax è ancor oggi tale che l’Istituto Superiore di Sanità ha sentito il dovere di pubblicare un lungo elenco di FAQ per smentire le loro castronerie e sta pensando di introdurre l’obbligatorietà del vaccino per i dipendenti pubblici.

Le manifestazioni della destra quelle dei no-vax, insieme alla “pazza estate” fatta di discoteche, selfie, abbandono delle protezioni, assembramenti e pazza gioia, prima pian piano, poi sempre più velocemente ha fatto rialzare il numero dei contagiati e dei morti.

Così la cosiddetta “seconda ondata” è stata accompagnata da un forte contrasto antigovernativo. Il Governo è apparso molto più titubante di fronte alle pretese delle Regioni. Ogni provvedimento restrittivo ha dovuto essere contrattato con ogni singola Regione che teneva il punto sulla contrarietà a nuove chiusure, principalmente per motivo di consenso elettorale, salvo, poi, a chiedere al Governo di agire, lasciando a quest’ultimo il lavoro sporco e impopolare. E così il Governo Conte ha subito un drastico calo della popolarità e appare, ora, alla mercè di un partitino al 2% dei consensi che ambisce alla massima visibilità e chiede qualche poltrona in più per mantenere la fiducia all’esecutivo che ad agosto dell’anno scorso contribuì a creare.

Se non fosse per il momento tragico che stiamo attraversando, il solito teatrino della politica italiana non ci dovrebbe stupire: tante volte abbiamo visto queste manfrine.

Ma la turbanza del Governo, la sua mancanza di decisione è stata talvolta criticata in riferimento alle cosiddette democrazie illiberali (o democrature) come quelle della Turchia, della Korea del Sud, di Singapore e anche di Ungheria e Polonia, per non parlare della Cina. Si è detto che esse avevano sconfitto il virus perché c’è un solo organo che comanda e, nell’emergenza, non si era fatto problema di comprimere (ancora di più) i diritti fondamentali della popolazione.

Mettiamo a confronto i grafici tratti da un autorevole sito web dei Paesi cosiddetti illiberali e le democrazie occidentali europee

democrazie illiberali

democrazie mature

Come si vede dalla curva dei nuovi casi (per milione di abitanti), fra democrazie illiberali e democrazie europee la differenza è solamente geografica. Oggi le europee, democrazie o democrature sono tutte sui 200 casi per milione. Molto più giù le asiatiche. Che il miglior risultato possa dipendere dalla manipolazione dei dati, da propaganda o dalla posizione geografica è possibile, ma nulla è dimostrato.

È invece abbastanza assodato che la voglia di democrazia illiberale stia crescendo, e anche prima della pandemia. La tentazione di affidare – una volta eletto – tutte le preoccupazioni e le decisioni ad un uomo solo è affascinante, specialmente nelle classi meno istruite e con meno memoria storica, dopo l’infelice balletto di competenze fra Regioni e Governo centrale, derivante dall’infausta riforma del Titolo V della Costituzione del 1999, che ha paralizzato decisioni che, invece, andavano prese con rapidità

Gran voce alle spinte verso una democratura ha dato, almeno in Italia, un fatto che con la democratura c’entra poco, la Brexit.

L’uscita del Regno unito dall’Unione europea è sempre stata salutata con favore dalla nostra destra “euroscettica” che all’Unione imputa solo l’imposizione delle misure di stabilità e sorvola sugli enormi benefici del Mercato unico e dell’Euro che mantiene a galla la nostra moneta comune nonostante l’enorme debito pubblico accumulato. La Destra ha sempre sostenuto la necessità di imitare i britannici per ottenere un referendum per l’uscita dell’Italia dall’Euro e/o dall’Unione europea per poter attuare la cosiddetta svalutazione competitiva in cui gli imprenditori si arricchiscono e il reddito fisso piange (ricordate i primi anni ’80 in cui l’inflazione raggiunse quasi il 20%. Nel 1991 ottenni un mutuo per comprare la prima casa e fui contento di ottenere un tasso di interesse dell’11%, lontanissimo da quello attuale dell’1% garantito dal “cappello” dell’Unione europea.) Peccato che la Destra sorvoli sia sulla richiesta della Scozia di referendum per il distacco dal Regno Unito e per il successivo ingresso nell’Unione europea sia sul comportamento deli amati Governi Ungherese e Polacco che – a parole – sono super euroscettici, ma non pensano neppure ad uscirne perché perderebbero i sostanziosi contributi e vantaggi che l’Unione europea assicura.

Ma torniamo a quello che quest’anno è accaduto: il divorzio fra Regno Unito e Unione europea si è formalizzato, escludendo, in extremis, il pericoloso no-deal. Ma perché il Regno unito ha voluto fortemente tale divorzio fin dal referendum del 2016? In effetti – secondo molti analisti – la decisione non poggia su solide basi oggettive, quanto sull’orgoglio e sul nazionalismo pompati dal partito conservatore per mantenere il potere. Anche la tanto decantata “Questione della pesca” con i pescherecci che sventolavano la Union Jack sul Tamigi lamentando una “sleale concorrenza” da parte di pescherecci dei Paesi UE, oggettivamente non è rilevante visto che l’apporto della pesca nel bilancio dell’Regno Unito è inferiore al 2%. Probabilmente la decisione poggia sulla mancanza di competitività del Regno Unito. Facile prevedere un suo ulteriore declino economico e politico, specialmente con l’inevitabilmente prossima uscita di scena della Regina Elisabetta II. Le spinte centrifughe di Scozia e Irlanda del Nord diventeranno inarrestabili con il distacco di questi due Paesi dal Regno unito ed il loro ritorno in seno all’UE. A meno che il progetto dei Tories non sia quello di trasformare quello che rimane del Regno Unito in un paradiso fiscale, sul modello Montecarlo o Bahamas, non si prevede un futuro roseo per Inghilterra e Galles.

Siamo ormai alla fine di questo 2020 e anche le feste di Natale sono diventate oggetto di polemica. Le misure, faticosamente contrattate dal Governo con le Regioni, che hanno diviso l’Italia in fasce colorate di rosso, arancione e giallo, non hanno sortito gli effetti sperati. Una flessione della curva dei contagi e del rapporto tamponi/positivi si è avuta solo nelle regioni colorate in rosso. In quelle arancioni e gialle no: troppo blando il distanziamento, dovuto alla necessità di non penalizzare troppo l’economia.

Approfittando della chiusura dei negozi e aziende nel lungo filotto di festività natalizie e fine d’anno, il Governo ha reintrodotto un blando lockdown totale e quasi totale, ma con eccezioni molto molto vistose, come la pantomima delle visite, con autocertificazione, di non più di due persone, una sola volta al giorno, a parenti o amici, con impossibilità di un reale controllo. Vedremo attorno al 15 gennaio se queste blande misure hanno sortito qualche effetto. Per ora la curva è in salita.

Ma il nostro atteggiamento è cambiato. Non più disciplinati e attenti, ma scettici e pronti a condurre una vita normale, vista la scarsa probabilità di incorrere in un controllo e di essere sanzionati. (969 sanzioni su 64.119 controlli nel giorno di Santo Stefano appaiono pochini, almeno a vedere la quantità di gente per le strade).

Eppure anche queste blande misure sono state oggetto di critiche da parte dell’opposizione “Non togliamo il Natale ai bambini!” tuona il leader della Lega mentre negli ospedali muoiono ogni giorno più di 800 persone e la curva dei contagi si impenna. La cosa preoccupante è che, ormai, forse stressati da questi dieci mesi di pandemia siamo portati a credere (voglia di democratura?) a chi urla di più e a chi sostiene – a parole i nostri desideri di una vita normale, dimenticando che, fino al termine della vaccinazione, l’unico rimedio è quello conosciuto fin dai tempi di Boccaccio e del Decamerone: distanziamento e mascherina.

Eppure, io lo ricordo benissimo, quante volte abbiamo pensato di voler evitare i cosiddetti “doveri delle feste”: regali, shopping, pranzi con 20 persone, veglioni etc etc; per una volta ne abbiamo l’opportunità. Sfruttiamola, facciamo esperienza, Abbiamo avuto altri Natali, avremo altri Natali.

E la speranza di una vita normale ora c’è: da ieri è iniziata la campagna vaccinale. E’ stata, oltre al Recovery Fund, una vittoria dell’Unione europea (anche se l’euroscettica Ungheria si è rivolta alla Russia e la Germania ha bypassato l’UE per una ulteriore fornitura – furi sacco – di vaccini con la tedesca BionTech. Gli ingenti fondi stanziati per la ricerca hanno dato i loro frutti. Le fasi della ricerca sono state ripetute in contemporanea e non in sequenza da diverse industri farmaceutiche e, in 10 mesi, il vaccino è arrivato. Sono insorti, però, i no-vax “il vaccino non è sicuro”, “non è possibile ottenere un vaccino in così poco tempo”, “dentro ci sono i microchip di Bill Gates” urlano i laureati all’università di Facebook. Perché accade questo fenomeno? Perché, come disse Umberto EcoI social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, quelle che erano, una volta, chiacchiere da bar, diventano pensiero dominante? Probabilmente per una voglia di essere “diversi”, di “stare sotto i riflettori”. Se si conduce una vita scialba, aderire ad una teoria diversa dal pensiero comune ti diversifica, ti fa partecipe di un segreto e di una verità diversa e, come succede agli adepti delle sette, ti fa sentire partecipe di una comunità “superiore” e questa sensazione diventa virale e appetibile.

Certo la politica non aiuta. L’opposizione, in difficoltà con le sue idee anti europee dopo la concessione di 205 miliardi di euro all’Italia per il Recovery Fund, la sospensione del “patto di stabilità” e l’arrivo dei vaccini comprati e gestiti dall’Unione, soffia ancor di più sulle idee care ai no vax. Il leader della Lega, non più di 20 giorni fa, sosteneva che si vaccinerà solo se il “vaccino è sicuro”, sottintendendo che esso potrebbe essere “non sicuro” e giocando sulla distinzione “non sicuro” (porta conseguenze negative indesiderate) e “non efficace” (non fa male, ma non protegge dal virus). Questo dà voce ai no vax e le prime avvisaglie si avvertono fra il personale delle RSA che, pare non si voglia vaccinare in percentuale rilevante. Forse si tratta solo di voler “alzare l’asticella” per ottenere benefici economici, forse di una errata convinzione, vedremo.

La vera causa di tutti questi problemi e dell’insofferenza alle limitazioni – secondo me – è la mancanza del ricordo o dell’abitudine alle privazioni. Ormai la stragrande maggioranza della popolazione italiana è cresciuta nel benessere. Quante volte abbiamo detto “La nostra generazione è la prima a non aver sopportato una guerra!” Se la memoria arriva indietro fino ai 6/7 anni di età, chi ha memoria della guerra ha oggi quasi 90 anni. La guerra, i lutti, l’olocausto, le privazioni, i rifugi antiaerei, la sensazione forte della precarietà della sopravvivenza sono solo ricordi di racconti dei genitori ormai quasi tutti deceduti. Non è da poco il generale atteggiamento iperprotettivo che i boomers hanno avuto con i loro figli.

Da qui il folle pensiero che esista un diritto inalienabile all’aperitivo o alla movida, il folle disinteresse per chi, non più giovane, potesse esser contagiato dagli assembramenti dei giovani fortunatamente indenni dal contagio, gli 800 morti giornalieri.

Forse dobbiamo ripensare ai metodi educativi italiani.

Ma la concezione dell’anno, come periodo di tempo definito è una convenzione umana basata sull’orbita della Terra intorno al Sole, ma i criteri potrebbero essere diversi. Il continuum temporale non si infrange nella notte del 31 dicembre mostrando una soluzione di continuità.

Tanti fatti, tante riflessioni sorte nel 2020 troveranno soluzione o sviluppo nel 2021; potranno essere smentite o confermate.

Il Covid-19 sparirà? La vaccinazione avrà buon fine? Il Governo Conte cadrà per opera di Renzi o per sé stesso? Il Regno unito proseguirà la sua crisi? Salvini continuerà a fare figuracce e a macinare consensi?

Posso rispondere solo con le parole di un nostro poeta:

“Venditore.  Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Si signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore. Oh illustrissimo si, certo.

Passeggere. Come quest’anno passato?

Venditore. Più più assai.

Passeggere. Come quello di là?

Venditore. Più più, illustrissimo.

Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? non saprei.

Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore. No in verità, illustrissimo.

Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore. Cotesto si sa.

Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore. Cotesto non vorrei.

Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Lo credo cotesto.

Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Passeggere. Ecco trenta soldi.

Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.”

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