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Uno dei temi del giorno è come accogliere gli Afgani che, terrorrizzati dai talebni arrivano nell Fortezza Europa.

E, come ogni volta che ciò accade, per evitare le storture della “Direttiva Procedure” si “resuscita la Direttiva 2001/55/CE sull’afflusso massiccio di sfollati.

Impresa difficile, perché quella Direttiva , frutto dell’ultimo refolo del “Vento di Tampere” era sbagliata, non prevedendo alcun elemento coercitivo per quegli Stat Membr che non vogliano accogliere sfollati.

Nel 2017 cadde in questo equivoco anche Emma Bonino, alla quale va tutta la mia stima, che parlò di una possibile soluzione del tema afflussi massicci di migranti con l’applicazione di una vecchia, vecchissima Direttiva europea, mai presa in considerazione da Bruxelles che, pure, l’approvò all’unanimità nel 2001. E dubito che sarà mai presa in considerazione.

E’ la Direttiva del Consiglio sulle norme minime della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi fra gli Stati membri che ricevono i rifugiati e gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi. (2001/55/CE).

Questa Direttiva è stata la prima ad ampio respiro ad esser stata proposta (nel lontano 2000) discussa ed approvata in seno al Consiglio dell’Unione Europea (Gazzetta ufficiale Unione europea del 7 agosto 2001). Ed è forse quella ora più invocata dall’Italia ai nostri giorni per tentare di dare una soluzione ai massicci afflussi di profughi non libici ma dalla Libia provenienti. (la Direttiva fu trasposta nel Diritto italiano con il Decreto legislativo 7 aprile 2003, n.85)

La scelta della Commissione di “rompere il ghiaccio” con questa Direttiva probabilmente non fu casuale. Per cogliere ancora l’ultimo rèfolo del vento di Tampere, si considerò che gli Stati membri potessero accogliere con favore uno strumento normativo per regolare un fenomeno, come quello dell’esodo dei Kosovari, che l’Unione Europea aveva sopportato l’anno precedente.

In pratica, la prima Direttiva del “pacchetto” della nuova normativa su immigrazione ed asilo che la Commissione Europea lanciava sul tappeto poteva apparire la soluzione del problema appena vissuto. Tale strategia si è rivelata vincente e ne sono testimoni il brevissimo lasso di tempo intercorrente fra la proposta e la sua approvazione, nonché le limitate modifiche apportate dagli organi del Consiglio dell’Unione Europea al testo base. Il testo risultante non è comunque esente da pecche, dovute, forse, alla novità dello strumento della Direttiva in materie connesse con l’asilo e l’immigrazione.

Come già accennato, la Direttiva disciplina il trattamento dei cittadini di Paesi terzi che hanno dovuto abbandonare il loro Paese, o da esso sono stati evacuati, in occasione di eventi bellici o calamitosi, o per il pericolo di esser sottoposti a trattamenti inumani o, comunque, soggetti a rischio di violazioni sistematiche o generalizzate dei diritti umani.

Le norme contenute nella Direttiva non sono di immediata applicazione, ma subordinate ad una decisione del Consiglio dell’Unione Europea che, su proposta della Commissione, accerta il verificarsi di un “afflusso massiccio”.

La decisione, a maggioranza qualificata, dovrebbe anche ripartire gli sfollati fra gli Stati membri.

Il condizionale è d’obbligo in quanto la soluzione fornita dalla Direttiva al problema della solidarietà fra i partecipanti non è delle più lineari. Le disposizioni riflettono una concezione volontaristica dell’accoglienza senza alcuna imposizione per gli Stati membri, forse fondata sulla speranza di un difficile verificarsi dell’evento.

La disponibilità all’accoglienza, in termini numerici o generali (art.25), è comunicata dagli Stati membri al Consiglio. Non si rinviene, nella Direttiva, alcuna norma secondo la quale il Consiglio può valutare la disponibilità manifestata dai singoli Stati membri, ma “le informazioni fornite dagli Stati membri sulla loro capacità ricettiva” sono inserite, al pari di una stima della portata dei movimenti degli sfollati, nella sua decisione che dichiara “l’esistenza di un afflusso massiccio di sfollati” (art. 5).

Ovviamente se la capacità ricettiva complessiva mostrata dagli Stati membri è superiore al numero degli sfollati da assistere, i problemi saranno solo di ordine patrimoniale per la ripartizione (art. 24) del Fondo europeo per i rifugiati.

Più complessa sarà l’evenienza che il numero delle persone ammissibili alla protezione temporanea superi la capacità di accoglienza dichiarata dagli Stati membri.

Nessuna disposizione è contenuta nella Direttiva per superare tale, pur prevista, evenienza. L’art. 25 della Direttiva, si limita, infatti, a rinviare la questione ad una riunione urgente del Consiglio “che esamina la situazione e prende i provvedimenti appropriati, compresa la raccomandazione di un ulteriore sostegno allo Stato membro interessato.”

Il problema principe di un afflusso di sfollati, ossia quello della sua equa ripartizione – già manifestatosi durante la crisi del Kosovo – non riceve una soluzione ben definita dalla Direttiva in esame che, nella versione della proposta originaria, non conteneva neppure il rinvio al Consiglio della decisione sul problema.

Neppure è chiarissima la durata massima della protezione temporanea. Ai sensi dell’art. 6, il Consiglio dell’Unione Europea può far cessare in qualsiasi momento il regime di protezione temporanea, ma è proprio in assenza di tale decisione che le deroghe al limite massimo di un anno prescritto dall’art. 4 non appaiono ben definite. Il comma 2 del medesimo art. 4 prescrive, infatti, che “qualora persistano motivi per la concessione della protezione temporanea, il Consiglio può deliberare, a maggioranza qualificata … [su] una proposta di prorogare detta protezione temporanea di un anno”, ma non chiarisce se questa proroga, su decisione del Consiglio, sia alternativa o supplementare rispetto alla proroga automatica, di sei mesi in sei mesi e fino ad un anno disposta dal primo comma del medesimo articolo 4.

Le cd. “norme procedurali” rivolte agli Stati membri vengono completate dall’enunciazione (artt. 25 e 26) del principio del “doppio assenso” necessario per il trasferimento degli sfollati. Il gradimento al trasferimento fra gli Stati membri deve essere manifestato, oltre che dagli Stati medesimi, anche dagli sfollati e ciò costituirà senz’altro, stante le verosimilmente possibili diverse forme di assistenza, un ulteriore ostacolo ad una equa ripartizione fra gli Stati membri.

Il Capo III della Direttiva (artt. 8 -16) dispone degli obblighi degli Stati membri nei titolari della protezione temporanea circa assistenza sanitaria, alloggio, accesso al lavoro, accesso all’istruzione, al ricongiungimento familiare etc.

E’ interessante notare, a questo riguardo alcune differenze fra il testo originario della proposta e la Direttiva approvata che riflettono l’irrigidimento delle posizioni nazionali sul tema.

Nel testo originario, per esempio, non figuravano le disposizioni ora presenti nell’art.11 che impone la riammissione – sull’esempio della Convenzione di Dublino e del successivo Regolamento – della persona che gode della protezione temporanea qualora essa soggiorni o tenti di entrare illegalmente nel territorio di un altro Stato membro.

L’originario art. 10 prescriveva la completa equiparazione degli sfollati ai rifugiati e la possibilità di intraprendere qualsiasi attività lavorativa concessa a questi ultimi. Nella versione finale (divenuta art. 12) l’equiparazione ai rifugiati scompare e gli Stati membri, pur riconoscendo agli sfollati di intraprendere – ma per un periodo non superiore alla durata della protezione temporanea – qualsiasi attività autonoma o subordinata, possono stabilire misure che diano la priorità ai cittadini dell’Unione Europea, ai Cittadini di Paesi dello Spazio Economico Europeo e ai cittadini di Paesi terzi che soggiornino regolarmente nel Paese.

Il trattamento delle malattie, previsto come misura minima di assistenza dall’originario art. 11 è divenuto, nel definitivo art. 13, “il trattamento essenziale delle malattie”. Il medesimo art. 13 nella versione definitiva, si preoccupa anche di specificare che nella quantificazione dell’aiuto necessario, si tiene conto della capacità di provvedere alle proprie necessità per gli sfollati che svolgono una attività lavorativa.

Anche nell’accesso all’istruzione la versione definitiva è più rigida dell’originaria, almeno per gli sfollati adulti. L’obbligo di accesso al sistema educativo generale (art. 12 testo originario) è divenuto, nel definitivo art. 14, una mera facoltà.

Il ricongiungimento familiare (articolo 13 del testo originario) è divenuto più difficile con la stesura delle disposizioni definitive contenute nell’art. 15 della Direttiva.

Nella proposta della Commissione l’eventualità da prendere in considerazione è la separazione di famiglie già costituite nel Paese di origine a causa dell’afflusso massiccio. Le categorie di familiari che potevano chiedere ed ottenere il ricongiungimento erano individuate nel coniuge (o nel convivente se lo Stato membro dia una tutela alle coppie di fatto) nei figli, non sposati, della coppia o di uno dei coniugi, anche adottati e in altri familiari che, per particolari condizioni di salute, erano a carico del richiedente.

Nella versione definitiva l’accento viene posto più sul bisogno di protezione e delle difficoltà personali che sul semplice fatto della separazione.

L’art. 15 della Direttiva prescrive, infatti, che il diritto al ricongiungimento spetta al solo coniuge e ai figli minorenni e non sposati della coppia o di uno dei coniugi (o dei partner) che godano della protezione temporanea in un altro Stato membro. Per gli altri familiari a carico – divenuti “parenti stretti” nel testo definitivo – che godono della protezione temporanea in uno degli Stati membri, non esiste un obbligo al ricongiungimento, ma solo una possibilità, che sarà valutata “tenendo conto delle estreme difficoltà che essi incontrerebbero qualora il ricongiungimento non avesse luogo”.

Per i familiari che non godono in un altro Stato membro del regime di protezione temporanea, il ricongiungimento potrà avvenire solo se essi “hanno bisogno di protezione”. Sussistendo questo requisito, gli Stati membri sono obbligati al ricongiungimento del coniuge (o partner se la legislazione nazionale tutela le coppie di fatto) e dei figli minori non sposati e hanno facoltà di permettere il ricongiungimento degli altri “parenti stretti a carico”.

In tal modo il coniuge o figli minori dello sfollato che vivono in un Paese terzo ove non corrono pericoli, non hanno alcun diritto al ricongiungimento.

La Direttiva si chiude con le disposizioni intese ad regolare il rimpatrio degli sfollati. Anche qui si rinviene qualche novità in senso restrittivo: alle norme sui rimpatri assistiti e volontari è stato aggiunto l’art. 22 che tratta dei rimpatri forzati.

La Direttiva, purtroppo, nonostante i numerosi afflussi di migranti provenienti dal sud del mondo, non è mai stata applicata, a riprova della “ritrosia” degli Stati membri ad occuparsi di sbarchi, sia pur numerosi, che, però investono un solo stato membro, spesso il nostro. L’Italia chiese l’attuazione della Direttiva durante l’afflusso dei tunisini nella cd. “primavera araba” del 2011/2012, ma la UE si oppose.

Il Regolamento di Dublino e la sua clausola capestro di “chi li ha se li tiene” è stata sempre una buona giustificazione per negare quei principi solidaristici che la direttiva sottiene.

Per queste ragioni dubito molto che la proposta di Emma Bonino abbia una qualche chanche di riuscita.

Con queste premesse è più che probabile che lo Stato (o gli Stati membri) che chiedano al Consiglio l’attivazione della Direttiva, possano ricevere già in prima istanza un rifiuto e, in ultima istanza, una “offerta di accoglienza” molto inferiore al numero di sfollati da sistemare.

Da ultimo non si può ignorare il Diritto europeo susseguente a tale Direttiva.  La “procedura” inizia con una richiesta della Commissione che chiede al Consiglio di dichiarare un abnorme afflusso di sfollati. Questi sfollati andranno redistribuiti fra gli Stati membri che dichiarino una loro disponibilità che “se non c’è non si può imporre”.  Posizione ribadita dalle Conclusioni del consiglio europeo del 28 giugno 2018 (punto 6) che, chiaramente sancisce che ogni accoglimento di rifugiato o di possibile rifugiato DEVE avvenire su base esclusivamente volontaria.

Da quanto sopra, la strada della “prima applicazione della Direttiva 2001/55/CE” può anche essere intrapresa, ma dubito del suo successo.

Se mi chiedessero di definire l’anno 2020 con una sola parola non avrei dubbi. Non certo per distinguermi dai titoloni di giornali di questi giorni “2020, anno disgraziato” oppure “2020, anno sventurato”, per non dire “di merda”, io ho un’altra parola. Non dimentico certo i 70.000 morti, le centinaia di attività imprenditoriali spazzate via, i nuovi poveri, etc. etc. ma su questi temi sono piene le pagine dei giornali. Non mi va di ripetere concetti sui cui i migliori giornalisti si sono espressi molto meglio di quello che posso scrivere io. Dando per assodato i lutti e le disgrazie che questo 2020 ha portato e che hanno tutta la mia attenzione, il mio sentimento e il mio cordoglio, io definirei il 2020 un “anno interessante”.

Sì, interessante, perché ha portato alla luce molti aspetti nascosti del nostro “io” nascosto, dei nostri comportamenti, dei nostri comportamenti. Cosa ci lascia questo 2020?

Non c’è un punto preciso da dove cominciare. Sono tutti connessi con il pensiero dominate rivolto al Coronavirus che ha dominato, senza rivali, l’intero anno.

Abbiamo cominciato presto, a gennaio, con le cronache che riportano notizie da un paese, la Cina, e da una città, Wuhan, che la maggior parte di noi non aveva mai sentito nominare, anche se ha oltre 8 milioni di abitanti ed è uno delle principali città di quell’ancor misterioso Paese. Ancora “abboffati” dalla fine delle festività di fine 2019 abbiamo appreso che a Wuhan si era sviluppato un virus misterioso, molto potente che uccideva o faceva ammalare molto gravemente i suoi abitanti.

Ma era un Paese lontano e anche il perentorio avvicinarsi della malattia sortì solo un impeto di orgoglio: due turisti cinesi trovati positivi al nuovo virus furono subito scoperti ed isolati a Roma. Ok, trovati ed isolati. Come siamo bravi!!!! Tutto OK, ci permettiamo anche di andare a prendere i nostri connazionali in Cina e riportarli qui, una novella Dunkerque, conclusa con grande successo. Una pietra sopra e non pensiamoci più. Non pensarci più fino alla tragica notizia proveniente da un paesino sconosciuto del Nord, Codogno. Da lì in poi i fatti sono noti e non mi ci dilungo.

Mi soffermo invece sulle conseguenze di questi fatti. Il 7-8 marzo si chiude la Lombardia. Il 9 marzo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte firma il primo provvedimento di chiusura generale. Il primo lockdown italiano. Una esperienza unica. Mentre, soprattutto nel Nord, in Lombardia e nel bergamasco, nostri concittadini a centinaia venivano ricoverati o ,peggio, morivano in solitudine, senza una carezza dei parenti, nel resto d’Italia ci siamo trovati chiusi in casa per due mesi. Autorizzati ad uscire solo per necessità di spesa alimentare o salute. Negozi chiusi. Abbiamo sperimentato anche l’autocertificazione, modulo, alle prime un po’ ballerino, dove riportare preventivamente i nostri “necessari” spostamenti.

All’inizio la “novità” fu accolta bene, il sentimento di appartenenza si rafforzò come testimoniano i canti collettivi dai balconi e il gradimento del Governo aumentò di molto.

L’azione del Governo fu decisa, senza (apparenti) titubanze e i cittadini la approvarono. Fu chiaro a tutti che, come ai tempi del Boccaccio e del Decamerone, il distanziamento sociale era l’unica arma contro il virus. Sparirono per oltre un mese mascherine chirurgiche e il flaconcino di Amuchina raggiunse prezzi di affezione. Eppure nel marzo 2020 dimostrammo una inconsueta maturità. Nelle case si rimisero in uso le macchine da cucire, YouTube era pieno di tutorial su come cucire le mascherine partendo da una vecchia federa. Imparammo ad usare metodi di comunicazione alternativi come le video conferenze in Zoom, praticamente sconosciuto prima. Acronimi come DAD divennero familiari e gli insegnanti fecero il miracolo, senza alcuna preparazione specifica e senza preavviso, di mutare il loro rapporto con la classe dalla contiguità fisica all’immaterialità dello schermo, neppure fossimo nel romanzo “il Sole nudo” di Isaac Asimov.

Certo i giornali davano maggiore risalto alla creatività e alla resilienza che alla disperazione di negozianti e ristoratori, da un momento all’altro privati della loro fonte di reddito.

Comunque al sud, almeno per le fasce “garantite” il primo lockdown fu  trascorso senza particolari problemi, soprattutto perché i casi di “positività al virus” erano pochini. Ma, a parte Zoom, mascherine, Amuchina, non uscire di casa, nuovi poveri, cosa ha portato il lockdown? Cosa ci ha fatto scoprire di noi stessi?

Probabilmente due sentimenti contrapposti. Il primo la diffidenza del contatto. Ormai, dopo mesi e mesi se un’altra persona ci viene (troppo) vicino, istintivamente siamo a disagio e ci allontaniamo. Le distanze interpersonali italiane si sono avvicinate a quelle nordiche.

Il secondo è la speculare “mancanza di coccole”. Da quanto tempo non ci salutiamo con un bacio? Con un abbraccio? Con una stretta di mano? È interessante per ognuno di noi capire quanto questi atteggiamenti, una volta spontanei, ci mancano. Mancheranno meno in una famiglia, dove l’affetto è più forte della paura del contagio, mancheranno di più nei single. Ecco, forse una riflessione su quanto questi gesti ci mancano servirebbe.

Abbiamo imparato a comunicare con mezzi nuovi, scelto di usare mezzi diversi per apprendere ed informarci. Internet è stato il protagonista. I fornitori di beni e servizi on-line hanno visto i loro profitti schizzare alle stelle al contrario dei negozi fisici. Molto è cambiato nei servizi di informazione. Fino alla pandemia, i giornali on line erano un invito ad acquistare quelli cartacei: la quasi totalità degli articoli era gratis, quelli a pagamento la minoranza. Oggi la proporzione si è invertita. Giornali come “La Stampa” hanno la quasi totalità degli articoli a pagamento. Le offerte di abbonamento “di prova” per qualche mese a 1 o 2 euro si sono moltiplicate. Ormai per leggere ed informarsi on line bisogna abbonarsi, anche se i prezzi a regime sono molto più alti di quelli da tempo offerti da testate estere, più abituate a questo sistema. Per esempio il New York Times offre da sempre l’intera lettura on line a 2 euro al mese.

Jeff Bezos, il patron di Amazon ha conseguito profitti stratosferici ma, attraverso Amazon Marketplace, molti negozi chiusi hanno potuto appoggiarsi alla più grande piattaforma di vendita on-line. E molti esercenti, impossibilitati a vendere fisicamente, hanno aperto anche un negozio on line. Sul web ormai è possibile comprare anche una pinza venduta dal ferramenta sotto l’angolo.

Non solo beni fisici, ma anche spettacoli, film, concerti. A Netflix si sono affiancate innumerevoli piattaforme ove è possibile guardare, con un prezzo – per ora risibile – film, concerti, spettacoli, comodamente a casa nostra.

La domanda è: quando la pandemia sarà finita, torneremo indietro? O lo streaming continuerà ad affiancare gli spettacoli “in presenza”? Ossia, il teatro, il cinema torneranno ad essere luoghi di incontro, o come per le partite di calcio, la fetta più consistente di introiti verrà tramite la cessione dei diritti TV e/o streaming?

Abbiamo, poi, assistito anche a cose riprovevoli. Appena finito il lockdown stretto è sorto, forse come reazione, il “diritto all’aperitivo” o il “diritto alla movida”. Pur sapendo che negli ospedali i malati morivano come mosche, molti urlavano il proprio diritto a riunirsi, a bere in collettività la mitica bevanda arancione, a passeggiare in gruppo…

Ancora più riprovevole è stato durante l’estate, l’uso politico della pandemia. L’uso corretto del distanziamento e delle mascherine, finalmente disponibili, e la disciplina dimostrata fino ad allora in estate, sortirono i loro frutti. L’epidemia sembrò scomparire. Ma sorsero le critiche strumentali volte a dimostrare che la “cosiddetta pandemia” era stata poco più di una influenza, che le mascherine erano ormai inutili come il distanziamento, che l’emergenza era finita, che il Governo si era assunto poteri incostituzionali (povero articolo 16 della Costituzione che disciplina la libertà di circolazione). La protesta fu cavalcata dalla destra, supportata anche da “autorevoli pareri” giuridici (Sabino Cassese)  sull’inutilità dello “stato di emergenza”  e medici (Alberto Zangrillo) sulla “morte clinica” del virus.

Visto che critiche venivano da così alte persone, i movimenti no-vax, ripresero vigore con manifestazioni di piazza dove rivendicavano il loro diritto ad affermare le cose più strampalate, comunque con il denominatore comune dell’inesistenza del virus, ora propalato ad arte per inoculare i microchip di Bill Gates, ora per montare le antenne 5G che ci avrebbero ridotti a zombie. Ed il pericolo dei no-vax è ancor oggi tale che l’Istituto Superiore di Sanità ha sentito il dovere di pubblicare un lungo elenco di FAQ per smentire le loro castronerie e sta pensando di introdurre l’obbligatorietà del vaccino per i dipendenti pubblici.

Le manifestazioni della destra quelle dei no-vax, insieme alla “pazza estate” fatta di discoteche, selfie, abbandono delle protezioni, assembramenti e pazza gioia, prima pian piano, poi sempre più velocemente ha fatto rialzare il numero dei contagiati e dei morti.

Così la cosiddetta “seconda ondata” è stata accompagnata da un forte contrasto antigovernativo. Il Governo è apparso molto più titubante di fronte alle pretese delle Regioni. Ogni provvedimento restrittivo ha dovuto essere contrattato con ogni singola Regione che teneva il punto sulla contrarietà a nuove chiusure, principalmente per motivo di consenso elettorale, salvo, poi, a chiedere al Governo di agire, lasciando a quest’ultimo il lavoro sporco e impopolare. E così il Governo Conte ha subito un drastico calo della popolarità e appare, ora, alla mercè di un partitino al 2% dei consensi che ambisce alla massima visibilità e chiede qualche poltrona in più per mantenere la fiducia all’esecutivo che ad agosto dell’anno scorso contribuì a creare.

Se non fosse per il momento tragico che stiamo attraversando, il solito teatrino della politica italiana non ci dovrebbe stupire: tante volte abbiamo visto queste manfrine.

Ma la turbanza del Governo, la sua mancanza di decisione è stata talvolta criticata in riferimento alle cosiddette democrazie illiberali (o democrature) come quelle della Turchia, della Korea del Sud, di Singapore e anche di Ungheria e Polonia, per non parlare della Cina. Si è detto che esse avevano sconfitto il virus perché c’è un solo organo che comanda e, nell’emergenza, non si era fatto problema di comprimere (ancora di più) i diritti fondamentali della popolazione.

Mettiamo a confronto i grafici tratti da un autorevole sito web dei Paesi cosiddetti illiberali e le democrazie occidentali europee

democrazie illiberali

democrazie mature

Come si vede dalla curva dei nuovi casi (per milione di abitanti), fra democrazie illiberali e democrazie europee la differenza è solamente geografica. Oggi le europee, democrazie o democrature sono tutte sui 200 casi per milione. Molto più giù le asiatiche. Che il miglior risultato possa dipendere dalla manipolazione dei dati, da propaganda o dalla posizione geografica è possibile, ma nulla è dimostrato.

È invece abbastanza assodato che la voglia di democrazia illiberale stia crescendo, e anche prima della pandemia. La tentazione di affidare – una volta eletto – tutte le preoccupazioni e le decisioni ad un uomo solo è affascinante, specialmente nelle classi meno istruite e con meno memoria storica, dopo l’infelice balletto di competenze fra Regioni e Governo centrale, derivante dall’infausta riforma del Titolo V della Costituzione del 1999, che ha paralizzato decisioni che, invece, andavano prese con rapidità

Gran voce alle spinte verso una democratura ha dato, almeno in Italia, un fatto che con la democratura c’entra poco, la Brexit.

L’uscita del Regno unito dall’Unione europea è sempre stata salutata con favore dalla nostra destra “euroscettica” che all’Unione imputa solo l’imposizione delle misure di stabilità e sorvola sugli enormi benefici del Mercato unico e dell’Euro che mantiene a galla la nostra moneta comune nonostante l’enorme debito pubblico accumulato. La Destra ha sempre sostenuto la necessità di imitare i britannici per ottenere un referendum per l’uscita dell’Italia dall’Euro e/o dall’Unione europea per poter attuare la cosiddetta svalutazione competitiva in cui gli imprenditori si arricchiscono e il reddito fisso piange (ricordate i primi anni ’80 in cui l’inflazione raggiunse quasi il 20%. Nel 1991 ottenni un mutuo per comprare la prima casa e fui contento di ottenere un tasso di interesse dell’11%, lontanissimo da quello attuale dell’1% garantito dal “cappello” dell’Unione europea.) Peccato che la Destra sorvoli sia sulla richiesta della Scozia di referendum per il distacco dal Regno Unito e per il successivo ingresso nell’Unione europea sia sul comportamento deli amati Governi Ungherese e Polacco che – a parole – sono super euroscettici, ma non pensano neppure ad uscirne perché perderebbero i sostanziosi contributi e vantaggi che l’Unione europea assicura.

Ma torniamo a quello che quest’anno è accaduto: il divorzio fra Regno Unito e Unione europea si è formalizzato, escludendo, in extremis, il pericoloso no-deal. Ma perché il Regno unito ha voluto fortemente tale divorzio fin dal referendum del 2016? In effetti – secondo molti analisti – la decisione non poggia su solide basi oggettive, quanto sull’orgoglio e sul nazionalismo pompati dal partito conservatore per mantenere il potere. Anche la tanto decantata “Questione della pesca” con i pescherecci che sventolavano la Union Jack sul Tamigi lamentando una “sleale concorrenza” da parte di pescherecci dei Paesi UE, oggettivamente non è rilevante visto che l’apporto della pesca nel bilancio dell’Regno Unito è inferiore al 2%. Probabilmente la decisione poggia sulla mancanza di competitività del Regno Unito. Facile prevedere un suo ulteriore declino economico e politico, specialmente con l’inevitabilmente prossima uscita di scena della Regina Elisabetta II. Le spinte centrifughe di Scozia e Irlanda del Nord diventeranno inarrestabili con il distacco di questi due Paesi dal Regno unito ed il loro ritorno in seno all’UE. A meno che il progetto dei Tories non sia quello di trasformare quello che rimane del Regno Unito in un paradiso fiscale, sul modello Montecarlo o Bahamas, non si prevede un futuro roseo per Inghilterra e Galles.

Siamo ormai alla fine di questo 2020 e anche le feste di Natale sono diventate oggetto di polemica. Le misure, faticosamente contrattate dal Governo con le Regioni, che hanno diviso l’Italia in fasce colorate di rosso, arancione e giallo, non hanno sortito gli effetti sperati. Una flessione della curva dei contagi e del rapporto tamponi/positivi si è avuta solo nelle regioni colorate in rosso. In quelle arancioni e gialle no: troppo blando il distanziamento, dovuto alla necessità di non penalizzare troppo l’economia.

Approfittando della chiusura dei negozi e aziende nel lungo filotto di festività natalizie e fine d’anno, il Governo ha reintrodotto un blando lockdown totale e quasi totale, ma con eccezioni molto molto vistose, come la pantomima delle visite, con autocertificazione, di non più di due persone, una sola volta al giorno, a parenti o amici, con impossibilità di un reale controllo. Vedremo attorno al 15 gennaio se queste blande misure hanno sortito qualche effetto. Per ora la curva è in salita.

Ma il nostro atteggiamento è cambiato. Non più disciplinati e attenti, ma scettici e pronti a condurre una vita normale, vista la scarsa probabilità di incorrere in un controllo e di essere sanzionati. (969 sanzioni su 64.119 controlli nel giorno di Santo Stefano appaiono pochini, almeno a vedere la quantità di gente per le strade).

Eppure anche queste blande misure sono state oggetto di critiche da parte dell’opposizione “Non togliamo il Natale ai bambini!” tuona il leader della Lega mentre negli ospedali muoiono ogni giorno più di 800 persone e la curva dei contagi si impenna. La cosa preoccupante è che, ormai, forse stressati da questi dieci mesi di pandemia siamo portati a credere (voglia di democratura?) a chi urla di più e a chi sostiene – a parole i nostri desideri di una vita normale, dimenticando che, fino al termine della vaccinazione, l’unico rimedio è quello conosciuto fin dai tempi di Boccaccio e del Decamerone: distanziamento e mascherina.

Eppure, io lo ricordo benissimo, quante volte abbiamo pensato di voler evitare i cosiddetti “doveri delle feste”: regali, shopping, pranzi con 20 persone, veglioni etc etc; per una volta ne abbiamo l’opportunità. Sfruttiamola, facciamo esperienza, Abbiamo avuto altri Natali, avremo altri Natali.

E la speranza di una vita normale ora c’è: da ieri è iniziata la campagna vaccinale. E’ stata, oltre al Recovery Fund, una vittoria dell’Unione europea (anche se l’euroscettica Ungheria si è rivolta alla Russia e la Germania ha bypassato l’UE per una ulteriore fornitura – furi sacco – di vaccini con la tedesca BionTech. Gli ingenti fondi stanziati per la ricerca hanno dato i loro frutti. Le fasi della ricerca sono state ripetute in contemporanea e non in sequenza da diverse industri farmaceutiche e, in 10 mesi, il vaccino è arrivato. Sono insorti, però, i no-vax “il vaccino non è sicuro”, “non è possibile ottenere un vaccino in così poco tempo”, “dentro ci sono i microchip di Bill Gates” urlano i laureati all’università di Facebook. Perché accade questo fenomeno? Perché, come disse Umberto EcoI social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, quelle che erano, una volta, chiacchiere da bar, diventano pensiero dominante? Probabilmente per una voglia di essere “diversi”, di “stare sotto i riflettori”. Se si conduce una vita scialba, aderire ad una teoria diversa dal pensiero comune ti diversifica, ti fa partecipe di un segreto e di una verità diversa e, come succede agli adepti delle sette, ti fa sentire partecipe di una comunità “superiore” e questa sensazione diventa virale e appetibile.

Certo la politica non aiuta. L’opposizione, in difficoltà con le sue idee anti europee dopo la concessione di 205 miliardi di euro all’Italia per il Recovery Fund, la sospensione del “patto di stabilità” e l’arrivo dei vaccini comprati e gestiti dall’Unione, soffia ancor di più sulle idee care ai no vax. Il leader della Lega, non più di 20 giorni fa, sosteneva che si vaccinerà solo se il “vaccino è sicuro”, sottintendendo che esso potrebbe essere “non sicuro” e giocando sulla distinzione “non sicuro” (porta conseguenze negative indesiderate) e “non efficace” (non fa male, ma non protegge dal virus). Questo dà voce ai no vax e le prime avvisaglie si avvertono fra il personale delle RSA che, pare non si voglia vaccinare in percentuale rilevante. Forse si tratta solo di voler “alzare l’asticella” per ottenere benefici economici, forse di una errata convinzione, vedremo.

La vera causa di tutti questi problemi e dell’insofferenza alle limitazioni – secondo me – è la mancanza del ricordo o dell’abitudine alle privazioni. Ormai la stragrande maggioranza della popolazione italiana è cresciuta nel benessere. Quante volte abbiamo detto “La nostra generazione è la prima a non aver sopportato una guerra!” Se la memoria arriva indietro fino ai 6/7 anni di età, chi ha memoria della guerra ha oggi quasi 90 anni. La guerra, i lutti, l’olocausto, le privazioni, i rifugi antiaerei, la sensazione forte della precarietà della sopravvivenza sono solo ricordi di racconti dei genitori ormai quasi tutti deceduti. Non è da poco il generale atteggiamento iperprotettivo che i boomers hanno avuto con i loro figli.

Da qui il folle pensiero che esista un diritto inalienabile all’aperitivo o alla movida, il folle disinteresse per chi, non più giovane, potesse esser contagiato dagli assembramenti dei giovani fortunatamente indenni dal contagio, gli 800 morti giornalieri.

Forse dobbiamo ripensare ai metodi educativi italiani.

Ma la concezione dell’anno, come periodo di tempo definito è una convenzione umana basata sull’orbita della Terra intorno al Sole, ma i criteri potrebbero essere diversi. Il continuum temporale non si infrange nella notte del 31 dicembre mostrando una soluzione di continuità.

Tanti fatti, tante riflessioni sorte nel 2020 troveranno soluzione o sviluppo nel 2021; potranno essere smentite o confermate.

Il Covid-19 sparirà? La vaccinazione avrà buon fine? Il Governo Conte cadrà per opera di Renzi o per sé stesso? Il Regno unito proseguirà la sua crisi? Salvini continuerà a fare figuracce e a macinare consensi?

Posso rispondere solo con le parole di un nostro poeta:

“Venditore.  Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Si signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore. Oh illustrissimo si, certo.

Passeggere. Come quest’anno passato?

Venditore. Più più assai.

Passeggere. Come quello di là?

Venditore. Più più, illustrissimo.

Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? non saprei.

Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore. No in verità, illustrissimo.

Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore. Cotesto si sa.

Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore. Cotesto non vorrei.

Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Lo credo cotesto.

Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Passeggere. Ecco trenta soldi.

Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.”

Se nella prima parte abbiamo fatto un po’ di storia sul numero dei parlamentari e sulle supposte ragioni addotte dai promotori della legge, in questa seconda parte cerco di smontare alcune delle motivazioni poste dai Cinquestelle a fondamento della loro proposta [risparmio ed efficienza]. La motivazione principale è il risparmio delle Casse dello Stato dovuto alla minore spesa per lo stipendio dei parlamentari “tagliati”.

I Cinquestelle hanno stimato il risparmio per lo Stato di oltre 500 milioni di euro. Tale risparmio è stato più volte smentito, in quanto calcolato su una intera legislatura di cinque anni e al lordo delle tasse [se diminuisci una massa stipendiale, riduci anche l’introito IRPEF da questa generato].

Calcoli univoci, vedi WallStreet Italia a questo link, stimano un risparmio netto di 57 milioni l’anno, che ad un singolo sembrano tanti, ma costituiscono appena lo 0,007% della spesa annua dello Stato. Anche sull’intera legislatura, al netto delle tasse [solo così è possibile considerare il risparmio reale], la diminuzione di spesa arriva sì e no a 285 milioni, poco più della metà di quello [500 milioni] reclamizzato dai Cinquestelle che calcolano il risparmio sul lordo degli stipendi, non considerando che diminuendo gli stipendi diminuisce anche il gettito IRPEF.

Se si tiene conto che il costo del Referendum che andremo ad affrontare, fra spese vive e compensi aggiuntivi ai componenti delle circa 63.000 sezioni elettorali, ammonta a circa 300 milioni di euro, ecco che ci siamo giocati il risparmio di una intera legislatura.

Seconda motivazione: aumentare l’efficienza delle Camere. Su questo aspetto il punto interrogativo è grande quanto una casa: meno parlamentari rendono il Parlamento più efficiente?

Qui un po’ vi dovete fidare. Chi mi conosce sa che, come tecnico di Ufficio legislativo, ho passato venti anni della mia carriera professionale nel Senato e nella Camera di cui – ormai – conosco anche i più reconditi meccanismi.

Il problema principale del Parlamento non è il numero dei suoi membri, bensì le regole che si è dato, i famosi Regolamenti, che hanno rango di leggi costituzionali.

Il Regolamento della Camera è a questo link.

Il Regolamento del Senato è a questo link.

Il principale problema, mai affrontato, che genera confusione e ritardi, è quello della convivenza fra Commissioni, il cui calendario è deciso dal Presidente della stessa e l’Aula, il cui calendario è deciso, all’unanimità, dalla Conferenza di Capigruppo.

Chiunque abbia studiato un po’ di “educazione civica” sa bene che una legge, per essere approvata, deve passare il vaglio di ben quattro letture, Commissioni [merito e pareri] e Aula della Camera e Commissioni [merito e pareri] e Aula del Senato. Il lavoro delle Commissioni è importantissimo: è lì che la materia viene sbozzata e preparata per la votazione dell’Aula, ma il lavoro delle Commissioni spesso è interrotto dai lavori dell’Aula che chiama a raccolta i Parlamentari per il voto. Non escludo, non ho fatto i calcoli, che con la riduzione del numero dei parlamentari sarà impossibile – per carenza di numero legale – il lavoro contemporaneo di Aula e Commissioni con il risultato di un blocco totale del Parlamento.

Spesso, lo avete letto sui giornali, il testo di una legge viene chiamato dall’Aula, quando non è ancora finito il lavoro delle Commissioni per esser completamente rimpiazzato da un maxi emendamento sostitutivo su cui il Governo pone la fiducia.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: leggi incomprensibili composte di un solo articolo e di centinaia di commi, illeggibili, per nulla chiare e suscettibili di interpretazioni varie, come – ad esempio – la legge di bilancio 2019,  (LEGGE 30 dicembre 2018, n. 145 Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021. (GU n.302 del 31-12-2018 – Suppl. Ordinario n. 62 )   approvata dal Parlamento senza passare per le Commissioni. Ci capite qualcosa?  Vi sfido.

Questi problemi anzidetti, non verranno certo diminuiti o eliminati dal taglio netto dei parlamentari, ma verranno senz’altro amplificati per mancanza “di forza lavoro”.

Senza eliminare una parte dei Parlamentari, un miglior risultato poteva essere ottenuto approntando il lavoro del Parlamento – come si fa in tante altre parti del mondo, compreso il Parlamento europeo – per “sessioni”: per tre settimane lavorano solo le commissioni che, nella quarta settimana, riversano il loro lavoro, pronto e pulito, al vaglio dell’Aula.

Con la riforma di un taglio netto dei parlamentari non si risolverà, poi, alcuno dei problemi che affliggono il nostro Parlamento come l’ostruzionismo, la presentazione di migliaia di emendamenti da parte di un solo parlamentare [ricordate Calderoli e la sua macchina “produciemendamenti”?]. Non si risolverà la transumanza dei parlamentari da un Gruppo all’altro. Gli uffici di supporto ai gruppi parlamentari, pagati con le nostre tasse, rimarranno uguali a quelli di adesso, non essendo – per loro – previsto nulla nel referendum.

Il costo della macchina “Parlamento” rimarrà praticamente uguale.

I Parlamentari, che siano 600+315 o 400+200, potranno comunque essere assenteisti o stakanovisti, bravi o mezze calzette, animati da buoni propositi o solo dall’attaccamento alle poltrone. Questo taglio non incide assolutamente sulla qualità dei parlamentari.

Prima di tagliare i Parlamentari, si riformino i regolamenti, per esempio tornando al disposto costituzionale dell’art. 72 che dispone che i disegni di legge siano approvati “per articoli” e non per commi o sottocommi, o parole immesse nei testi.

Infine, c’è qualcuno, anche quotidiani nazionali, che affermano che il Parlamento abbia troppi parlamentari perché ora ci sono le Regioni e il Parlamento europeo. Veramente le Regioni e le assemblee regionali erano state previste anche dalla Costituzione del 1947 ed anche la loro potestà legislativa, basta guardare gli originali articoli 117 e 118 (poi modificati nel 2001). Ritenere che il Parlamento europeo sia in competizione e contrasto con i Parlamenti nazionali significa non conoscere che Il trattato di Lisbona ha definito per la prima volta il ruolo dei parlamenti nazionali in seno all’Unione europea. I parlamenti nazionali, ad esempio, possono esaminare i progetti di legge dell’UE per controllare se rispettano il principio di sussidiarietà, possono partecipare alla revisione dei trattati dell’UE, oppure possono prendere parte alla valutazione delle politiche dell’UE in materia di libertà, sicurezza e giustizia. Il trattato di Lisbona ha inoltre specificato che il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali dovrebbero definire insieme l’organizzazione e la promozione di una cooperazione interparlamentare efficace e regolare in seno all’Unione europea.

Di conseguenza, il Parlamento europeo ha adottato nel 2009 (vedi link qui) e 2014 (vedi link qui) risoluzioni che trattano specificamente dello sviluppo delle relazioni tra il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali.

Continua…..domani….

L’Italia sembra sempre di più il finale di Otto e mezzo di Fellini.  Non lo avrei mai creduto. Siamo stati i primi in occidente colpiti dal Coronavirus, questo virus sconosciuto. Primi in Occidente a fare qualcosa di veramente nuovo: il lock down, imitato da tutti i Paesi europei, anche da quelli che, dapprima, avevano irriso, e poi si sono adeguati.

Ottima performance nella fase uno.

Orgoglioso del mio Governo.

Poi…. Poi, quando la morsa dell’economia disastrata è stata più dolorosa del dolore per i morti portati via dai camion militari, è successo qualcosa di nuovo e di deprecabile. Ci siamo sbracati.

Succube della nuova e dura Confindustria, il Governo ha perso la bussola che lo aveva guidato fin allora.

Liberi tutti … ma con cautela. Vi ricordate Antonio Ferrer nei “Promessi sposi”? “Adelante, Pedro, cum judicio”, ossia avanti, ma non troppo.

Assembramenti, movide, calca, tutto tornato come prima, più di prima, regole nei ristoranti ignorate.  Raccomandazioni a voce. Fatti zero.  Manifestazioni politiche a Roma e a Milano, feste di piazza, funerali, esplosioni di gioia per avvenimenti sportivi, biasimati, ma non proibiti o contrastati. E i risultati si vedono. I contagi risalgono. Mondragone, Bartolini, Porto Empedocle, San Raffaele, ma la parola d’ordine è minimizzare, diluire, rassicurare: sono asintomatici, sono “cluster” delimitati. Ma i numeri non mentono: a giugno il numero di positivi risale. In Germania hanno avuto il coraggio di richiudere. In Italia no.

Ormai la Confindustria detta legge: tutto aperto perché l’economia deve riprendere vigore. E se queste riaperture portano una nuova risalita dei casi?

Ma non è solo la situazione sanitaria. Si sono evidenziate le divisioni fra i cd. scienziati. Manifesti firmati da una parte che afferma che la pandemia è finita; altri medici illustri che dicono di stare attenti, che il virus non è mutato, gettando nella confusione gli italiani che pensavano che la scienza fosse indenne da prese di posizione politiche. Lite continua fra gli scienziati su qualcosa di sconosciuto, su qualcosa che fino a cinque mesi fa non era neppure citato sulle riviste scientifiche. E il numero di casi risale non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Ma la stampa ufficiale dice che è finita: via con i consumi, via con le movide, via con lo stare azzeccati, perché tanto “il virus ha perso forza, al massimo vi prendete una influenza”. Gilet gialli e arancioni, saldati con i sovranisti, manifestano urlando che il COVID1 è una invenzione di Bill Gates che viaggia sui 5G e il Governo tace.

Il Governo? Imbalsamato nella impossibile convivenza fra PD e Cinquestelle, lavorato ai fianchi dal fuoco amico di Renzi e Calenda. Un Governo che si regge solo sul concetto del “male minore”: se andiamo via arrivano i sovranisti di Salvini e Meloni. Quanto può durare?

L’Unione europea, la vituperata Unione europea, ha messo in campo una serie di interventi mai visti: MES senza condizioni, SURE e Recovery Fund, ma il Governo fa lo schizzinoso. Stiamo con le pezze al culo e chiediamo soldi a fondo perduto, neppure la condizione di restituirli al tasso dello 0,1% vogliamo. Il MES?  Un prestito con le uniche condizionalità della restituzione e dell’uso per la sanità, un prestito al tasso dello 0,1%. No, non lo vogliamo: vogliamo il recovery Fund a gratis. E – badate – del Recovery Fund c’è solo il nome, per ora. Non si sa neppure di quanti soldi si tratta e a quali condizioni verranno erogati.

Ci hanno detto che i soldi del Recovery Fund possiamo utilizzarli per qualsiasi investimento vogliamo, basta che non lo usiamo per sussidi o interventi elettorali a pioggia. E il Governo che fa? Lo useremo per abbassare l’IVA, dice Conte. Una mancia ai commercianti, vietato dall’essenza stessa del Recovery Fund.

Le opposizioni? Follia anche per loro. Le loro proposte: flat tax e soldi a pioggia, quando il Vice presidente della Commissione europea ci ha detto chiaramente di usare quei soldi, come moltiplicatore, per investimenti “cocenti”: ILVA, Alta velocità, ristrutturazione completa della giustizia.

E’ proprio vero: gli Dei accecano chi vogliono perdere.

E vi stupite se il flusso dei miliardi che ogni giorno lascia il nostro Paese aumenta?

L’orologio del destino avanza, il tempo passa e l’Italia è ferma.

Il Governo Conte ha gestito abbastanza bene la fase 1 della pandemia. Un lockdown duro, il primo in occidente. Ha seguito la scienza non la politica. I virologi e gli epidemiologi avevano dato la loro sentenza: del Coronavirus non sappiamo alcunché, non abbiamo vaccini, non abbiamo cure. L’unico rimedio è quello raccontato da Boccaccio nel Decamerone: distanziare, evitare contatti, impedire che il virus, che spesso si presenta nella sua forma più pericolosa della asintomaticità, trovi nuovi pascoli in cui moltiplicarsi.

Gli effetti ci sono stati, quasi dappertutto. Quasi.

Il Governo aveva preannunciato le grandi linee della fase due e ½, ossia della fase due, dopo aver visto gli effetti della prima riapertura del 4 maggio: riaperture differenziate sia per categorie, sia per regioni, distanze da mantenere, linee guida dettate dall’andamento della curva epidemiologica, dalla scienza e non dalla politica.

Poi il Governo ha ceduto, ha ceduto alla politica. Ha ceduto alle regioni del nord che non potevano ammettere che la Basilicata, la Sicilia, la Sardegna, le derelitte Campania e Calabria potessero riaprire e  la grande Lombardia e il grande Piemonte no.

Si lascia alle Regioni la responsabilità, ad una Regione come la Lombardia che, ancora traccia per ogni nuovo positivo, due rapporti, contro i 12 del Veneto. E di App, di tracciamento non se ne parla più.

 La scienza dice che per i ristoranti ci vogliono almeno due metri di distanza. Il Governo ha ceduto di schianto alle Regioni. Ha accettato tout court il documento predisposto dalle Regioni. Le distanze ai ristoranti scendono a 1 metro. La lista delle prenotazioni ai ristoranti (per risalire ad eventuali contagi) è ora solo facoltativa, rimane obbligatoria solo per parrucchieri e barbieri. Si chiedeva la sanificazione dei capi provati e non acquistati dai clienti, nemmeno questo. Si chiedeva un attento controllo o la chiusura delle spiagge libere, rimane rimessa alla “responsabilità” dei bagnanti il rispetto delle distanze. Insomma si riapre tutto, e tutte le regioni insieme, con due regioni che sono ancora nel pieno della pandemia. Non so voi, ma io a Milano o Torino al ristorante o nei negozi affollati non ci andrei mai e poi mai. Non so nemmeno se ci andrò a Roma.

Conte, nella conferenza stampa appare un bimbo a cui hanno tolto il pallone: “se la curva risale non è colpa mia, è colpa delle Regioni!”. Scaricabarile. Per cedere alle Regioni. Maledetto l’art. 117 della Costituzione.

Anche nel Decreto Rilancio, che a tre giorni dall’approvazione ancora non è andato alla firma di Mattarella, è una pioggia di sussidi, senza nessuna distinzione fra chi ha perso tanto, chi ha perso poco, chi non ha perso, chi ha guadagnato. Si pensi solo alla annunciata (il testo ancora non esiste) abolizione della prima rata dell’IRAP per TUTTE le aziende, indipendentemente dalle perdite. Sussidi in base al fatturato e non al reddito dichiarato. Notate che il 40% delle persone sono rimaste al lavoro, la filiera alimentare con negozietti e ipermercati e la logistica, con i corrieri che hanno lavorato ben più di prima. Hanno voluto premiare il rischio? Chissà….

Sono 55 miliardi e mezzo Governo non vuole neppure prendere 36 miliardi del MES all’infimo interesse dello 0,1% per puntare tutto sull’ancora fumoso Recovery Fund, sperando di soldi a fondo perduto. Ma, fin ora in Europa dicono che anche i soldi del  Recovery Fund saranno a prestito. Insomma si dovrà restituire tutto. Con il rischio che questa apertura in maniera uguale in tutte le Regioni faccia riesplodere la pandemia. E, allora, non basteranno tutti i soldi del mondo. Per la nostra economia sarà peggio della Grecia, molto peggio.

Secondo voi, si può riaprire tutto con questa tabella odierna dei contagi?

Esser contagiati dal Coronavirus – abbiamo imparato – può portare le conseguenze più disparate: semplicemente nulla, un banale malessere scambiato per “raffreddamento”, una sindrome febbrile paragonabile all’influenza, una polmonite virale, spesso curabile con lunghe e dolorose giornate in ospedale, ma – almeno in Italia – per 30.000 volte letale. Tutto ciò random, senza una ragione plausibile, anche sul perché alcune zone (il nord) siano state contagiate in maniera molto più violenta che altre (il sud).

Unico dato incontrovertibile è che i bambini, pur infettandosi e portando l’infezione in famiglia e in giro, sono praticamente immuni dalle conseguenze più gravi.

A parte questo, a parte le patologie fisiche, sono convinto che il Coronavirus o COVID19, porti anche serie conseguenze alle facoltà intellettive delle persone.

Sì, ci sono giustificazioni, senz’altro. La materia è nuova, Questo tipo di Coronavirus – fino al tragico 21 febbraio 2020 – era solo  una patologia confinata dall’immaginario collettivo occidentale in  quella parte del mondo, ancora semisconosciuta e misteriosa, chiamata Cina, confinata in qualche parte dei TG vista distrattamente nei giorni del dopo capodanno, ma capace comunque di generare i primi segni di decerebramento con pestaggi e violenze a cinesi che vivono da anni in Italia, come se l’insorgenza di questo lontano virus sconosciuto fosse stato scatenato per colpa di una intera etnia.

Poi Codogno e Vo’ Euganeo esplosero e, sull’onda emotiva dell’emergenza (grave, ma piccola e confinata territorialmente), le autorità si mossero benino. Fecero l’impensabile. Imitando quello che successe a Wuhan, chiusero letteralmente i due territori: non si entra e non si esce. Poi la “Cosa” crebbe” e con la stessa proporzionalità crebbero i casini, gli errori e … i segni di pazzia, fortemente incoraggiati da quell’altra forma di pazzia, questa volta fortemente italica che va sotto il nome di “Riforma del titolo V della Costituzione” che dal 1999, avvelena e complica i rapporti fra Stato e Regioni intasando la Corte Costituzionale di impugnazioni e conflitti di attribuzione, generando confusione ed incertezza nella gestione delle cd. “Materie condivise”, come appunto la Salute.

Ma non voglio fare qui la storia, breve, ma piena di dolore del Coronavirus in Italia e nel mondo – quella la conoscete già – ma dare conto della pazzia che esso porta. Ovviamente è una metafora, non voglio essere accusato di diffondere fake news, ma la tensione, la paura, l’angoscia di fronte a tale orrenda novità può essere benissimo causa scatenante.

Cominciamo dai cosiddetti scienziati a cui la politica si è, fino ad un certo punto, affidata.

Dapprima è stata qualificata come una influenza un po’ più “pesante”, poi, visto che il numero di morti cresceva, si sono scatenati nelle congetture più varie e facendo attuare dai politici le strategie più diverse.

Nella Lombardia dalla sanità efficiente, ma privatizzata, dove l’assessore al “welfare” qualche mese prima voleva abolire il medico di famiglia, il virus ha fatto una strage negli ospedali dove gli ammalati sono stati concentrati e dove, almeno nei primi giorni, non c’erano percorsi alternativi fa malati “normali” e “sospetti COVID”. Nel vicino Veneto, per di più governato da una parte politica analoga, i presìdi medici locali sono ancora validi e su quello si è puntato, gli ospedali non sono diventati focolai di contagio e la situazione ha retto molto meglio.

I virologi e gli epidemiologi (attenzione, sono due categorie completamente diversi di medici anche se i media li hanno immancabilmente confusi) sono diventati star televisive. I loro discorsi scendevano su noi atterriti semplici cittadini come sentenze calate dalla scienza. Si son formati i partiti, i partigiani dell’uno o dell’altro “santone”, partigiani dell’uno o dell’altro metodo di cura, spesso condizionati da fake news confezionate e diffuse a bella posta.

Ne voglio raccontare uno solo, ma certo, se fate il punto ne troverete altre.

Una sola premessa. Ad oggi, contro il Coronavirus, siamo ancora all’anno zero. L’unico “rimedio” è quello raccontato da Boccaccio con il Decamerone, ossia il distanziamento sociale. Il resto fino a che non sarà trovato un vaccino, (che non si sa se e quando sarà disponibile) sono solo cure palliative per aiutare il sistema immunologico presente in ognuno di noi a superare “naturalmente” la malattia. Ovviamente sapete che per “cura” si intende la somministrazione di medicamenti che sono stati adeguatamente testati, riconosciuti efficaci dalla comunità scientifica e dagli “enti certificatori”. Tutta roba che certamente impiega un po’ di tempo ad essere approntata, a meno di non volere che il farmaco “miracoloso” per qualcuno, sia inefficace o venefico per alti. Di cure “alla moda” ne abbiamo avute parecchie, spinte solo dall’emotività, dal “siero Bonifacio” alla “cura Di Bella” al “metodo Stamina”, metodi che, passata l’onda emozionale, nessuno oggi prenderebbe più in considerazione.

Basta un video girato in Giappone dove un tizio qualsiasi, poi smentitosi, affermi che lì curano con successo con un medicinale che assicura un successo nel 90% dei casi, che tutti voglio che in Italia “si rimuovano le oscure cause” che impediscono l’uso dell’Avigan, poi ridotto a farmaco di scarsa efficacia.

Su Twitter o WhatsApp, compaiono sedicenti medici che denunciano che altri medici – sempre per oscure ragioni – non applicano rimedi miracolosi come l’eparina per prevenire i trombi che occludono gli alveoli polmonari, senza sapere che fiumi di eparina sono dall’inizio della pandemia iniettati nei pazienti.

Ma voi affidereste la vostra vita ad un farmaco la cui efficacia proviene solo da un video girato da un tizio qualsiasi e postato su YouTube? Eppure succede. Isteria e pazzia collettiva?

Ma il massimo di raggiunge con guerre fra Guelfi e Ghibellini, fra fazioni degne dei peggiori Hooligan del pallone sull’ultime isteria: la cura con il plasma ricavato dai pazienti guariti. La contesa ha assunto toni allucinanti: sempre i poteri forti che hanno “rapito” il prof. De Donno (che sta sperimentando questa cura) con il coinvolgimento di Bill Gates. Bufala, ovviamente. Oppure – e qui c’è lo zampino dei no-vax – dirottare tutti i soldi impegnati per la ricerca del vaccino sulla ricerca della cura del plasma che è lunga e complessa anch’essa. Basti pensare ai macchinari usati per depurare ogni sacca di plasma da eventuali infezioni da epatite virale o AIDS che, se no, andrebbero direttamente nelle vene del ricevente. La cura con il plasma, detta anche sierologica, da pazienti guariti è antichissima e si usa tutt’ora par i morsi di vipera o per la profilassi antirabbica. Solo che, con il tempo, gli anticorpi, da naturali sono diventati sintetici e, quindi, molto più puri e facili da produrre. Comunque nessuno ha mai demonizzato la cura sierologica, che viene usata a Mantova e Pavia con buoni risultati, ma per salvare il mondo dalla pandemia dovrebbe avere un numero infinito di donatori che conservino per un tempo infinito gli anticorpi nel loro sangue, a meno di non trovar e un modo di riprodurli sinteticamente. Ed è proprio quello che si sta sperimentando.

Vorrei sommessamente ricordare ai sostenitori delle due fazioni la differenza fra la prevenzione e la cura. Fra farmi un iniezione di vaccino, anche ogni anno, come per l’influenza, e non pensarci più (e qui mi attirerò le ire dei no-vax; beh, fatti loro) e prendermi il COVID19, andare in ospedale, aspettare le sacche di plasma, mentre il mio respiro si fa sempre più corto, preferisco certo la prima ipotesi.

Le incertezze mediche si riflettono anche sulla politica. Senza entrare nelle follie americane di iniezioni di disinfettanti e di esposizione degli organi interni ai raggi UV (?), o a quelle inglesi di sacrificare vite per raggiungere l’immunità di gregge vediamo ora una spinta sempre più forte delle Regioni, pressate dalla Confindustria, di riaprire subito le attività produttive. L’intento è giusto. Ci sono molte attività produttive, come gli esercenti al dettaglio, spettacoli, ristorazione, turismo, cura alla persona, che hanno sofferto più degli altri, ma, rifletteteci – visto che è ormai accertato che una grande percentuale di persone infette è asintomatico, beate loro, (a Vo’ Euganeo è stato accertato che era asintomatico il 43% di positivi) – vi fareste avvicinare in un quasi “bocca a bocca” da un dentista o da un parrucchiere? O far rifare le unghie con la possibilità di tagli o scambio ematico?

Il Governo (non starò qui a cincischiare sulle questioni di costituzionalità della compressione delle libertà fondamentali) sta procedendo per gradi, “per vedere l’effetto che fa”. Preso atto che dall’inizio della pandemia un 40% dei lavoratori (aziende indispensabili, filiera alimentare, etc) ha continuato a lavorare, dal 4 maggio 2020, con i presidi locali che ormai (si spera) hanno gli occhi aperti e con precisi vincoli, ha esonerato dal lockdown altri 4,5 milioni di lavoratori. Siccome il periodo di incubazione della malattia è di 8/14 gg, si è preso fino al 18 maggio per vedere se e di quanto sale ancora (o non sale) la curva epidemica, Alla luce dei risultati deciderà la progressiva riapertura dei altre attività, partendo da quelle di minor contatto fisico e maggior utilità sociale fino a quelle, sfigate loro, dove l’assembramento pericoloso è essenziale all’attività stessa (discoteche, palazzetti dello sport, teatri cinema.

Nel contempo tenendo a freno gli altri cittadini, negando loro il lavoro (purtroppo per loro), le passeggiate senza meta, gli svaghi esterni, si rallentano di molto i flussi di persone in giro e il virus trova, comunque, meno prede. È ancora da provare come evitare i pericolosi assembramenti negli autobus (ci siete andati? No, vero? Pensate se si fosse aperto tutto).

Ma apriti cielo. Ora tutti – visto che non ci sono più cadaveri per strada – vogliono riaprire, ma cavalcando il desiderio della gente più che la scienza, per distinguersi, per ingraziarsi la gente e prenotare voti. La Calabria, regione dove le strutture sanitarie non sono neppure paragonabili a quelle che pur hanno fatto fiasco in Lombardia, ha riaperto bar e ristoranti all’aperto, favorendo il prolungato incontro, attorno al tavolino, di più persone. Il TAR le ha dato torto. E corre in avanti anche la provincia di Bolzano, e vorrebbe farlo il Veneto. Sembra che 8 giorni in più siano diventati impossibili da sopportare. Ma, lo ipotizziamo tutti, dietro queste prese di posizione ci sono interessi politici ben definiti, o mezzi di pressione o contrasti interni.

Meno male che i dati della pandemia migliorano ma , comunque, oggi, 9 maggio, ci sono stati 194 morti e 1083 positivi in più di ieri, con il serio sospetto che non si fanno tutti i tamponi possibili per non far alzare il numero di e “positivi” ufficiale.

Bata ricordare il caso CEI. Nelle linee generali, il Governo aveva procrastinato al 18 maggio la possibilità di ritornare a celebrare messe. Non si viola la libertà di culto, sempre libera e valida (per stessa ammissione della Chiesa) in qualunque luogo, si evitano solo assembramenti, assembramenti inevitabili durante la messa, ma evitabili dal tabaccaio dove si entra uno per volta o al supermercato dove ho fatto fila di un’ora per entrare. Ecco, la Conferenza Episcopale Italiana, esce, il 26 aprile, con un durissimo e, perdonatemi, spocchioso e superbo comunicato con il quale “la Chiesa esige”….”i Vescovi non possono sopportare”, comunicato così duro che si può benissimo ipotizzare un altro fine, contro il Governo, o  – addirittura – contro il Papa, i cui rapporti con la CEI sono pessimi. Meno male che Papa Francesco ha ricordato a tutti chi è il Capo della Chiesa.

Sintomi di impazzimento sono tutt’ora presenti nel Governo. Non parlo del bieco tentativo delle opposizioni di cavalcare il Coronavirus per raggranellare consenso. Mica tutti sono come il capo dell’opposizione in Portogallo….

Il Governo promette miliardi, ma non li eroga. Promette garanzie al 100%, ma le Banche non erogano prestiti. Calmiera a 0,50 euro il prezzo delle mascherine e le mascherine spariscono dal mercato, annuncia un’App indispensabile al tracciamento dei positivi, anonima e volontaria (sarà utile?) che riceve anche l’OK del Garante Privacy, ma non se ne parla più. Promette una tracciatura di un campione di 160.000 persone, confezionato dall’ISTAT, rappresentativo di tutto la popolazione per tracciare, dal numero degli anticorpi, la diffusione della pandemia, ma non parte ancora.

Insomma, oltre la lotta fra virologi e immunologi anche una inefficienza governativa.

Ma la pazzia, la follia non è ancora raggiunta.

Una volta tanto l’Unione europea si muove alla svelta: dal programma SURE (cassa integrazione europea, primo provvedimento sul sociale EU), dal programma BEI, al Recovery Fund, al rinnovato MES.

Ecco, sul MES si spacca il Governo. Qualche ragione c’era. IL MES, nella vecchia versione, per intenderci quella che spaccò le reni alla Grecia, prevedeva rigorosissime condizionalità per la sua concessione (tipo ristrutturazione del debito, tagli sociali con intervento diretto della Commissione, dello FMI,  e della BCE) . Ma questo MES è totalmente diverso.  Anche io avevo qualche dubbio espresso nel precedente articolo del mio  blog (https://sergioferraiolo.com/2020/04/25/qualche-dubbio-sul-mes-senza-stringenti-condizionalita/), ma gli eventi successivi (lettera del Vice presidente della Commissione europea e del Commissario Gentiloni. Conclusioni dell’Eurogruppo dell’8 maggio 2020) hanno sgombrato il campo dalle preoccupazioni: sul piatto c’è un prestito pari al 2% del PIL (per l’Italia sono 36 Miliardi di Euro) richiedibili dal 1° giugno 2020 con queste uniche condizioni: si restituisce (è un prestito) al tasso dello 0,1% (zerovirgola1percento) in 10 anni ed il suo uso è riservato alle spese mediche dirette o indirette (e in questo “indirette” c’è tutto). Non c’è altro.

Eppure gli Dei accecano coloro che vogliono perdere. Ripeto, non parlo dell’opposizione che biecamente raggranella qualche voto preconizzando ancora, nonostante tutte le smentite, una situazione tipo Grecia. Opposizione da cui si distacca chiaramente Berlusconi che oggi è arrivato a dire “Il MES è stato approvato esattamente come volevamo noi” preparandosi, forse, a scendere in aiuto del PD e di Renzi.

Parlo del Governo o meglio, di una parte del Governo, i Cinquestelle, che speciosamente, per pura ideologia, continuano a dire di no. Non prenderemo il MES, dicono. Non potendo più portare le prove che il MES sia foriero di “situazione Grecia”, si trincera nel dire che è poco e che il Governo conta sul Recovery Fund che dovrebbe valere fra i 1.500 e 2.000 miliardi di euro, in parte prestito e in parte a fondo perduto.

Ma il “nuovo MES” c’è ora e ti danno i soldi subito dal 1° giugno, soldi di cui abbiamo disperatamente bisogno, il Recovery Fund è ancora tutto da definire e finanziare.

È sintomo di pazzia rifiutare ora 36 miliardi certi per sperare in ipotetici 160 miliardi (ipotetica quota italiana) lo anno prossimo (se va bene) del Recovery Fund. Lo sappiamo, i Cinquestelle, sono superideologizzati e non molto pragmatici: Per Conte è più importante la coesione nel suo partito che il default italiano, analogamente a quello che pensa Trump fra salute degli americani e risalita dell’economia, con seguito di persone armate che invadono il palazzo del Governatorato del Michigan.

E dire che solo l’Europa può salvare un Paese come il nostro, già gravato da un debito pubblico di 2.447 miliardi di Euro che si accinge a varare misure di sostegno all’economia vessata dal Coronavirus per 50760 miliardi di Euro.

E dire che le Agenzie di rating Moody’s e Standard e Poor’s hanno “graziato” l’Italia (come sarebbe stato giusto dal loro punto di vista) solo perché sanno che l’Europa ha aperto i cordoni della Borsa.

Dal MIO punto di vista, se l’Italia perde questa occasione, attuale, del MES e quella futuribile, ma ancora nebulosa del Recovery fund per finanziarsi a basso costo, non potrà evitare un nuovo downgrading che non è una cosa astratta. Siamo solo un gradino sopra ai titoli spazzatura. E i titoli spazzatura, BOT o BTP che siano, non sono acquistabili dalle banche estere o dalla BCE. Sapete come finirà: che lo Stato pagherà i suoi debiti o gli stipendi o le pensioni con BOT e CCT che non varranno il valore della carta su cui sono stampati.

Le conseguenze lascio a voi immaginare.

Una ultima considerazione. Nonostante le tabelle sui contagi che la Protezione civile ci fornisce ogni giorno alle 18.00 mostrino un andamento molto rincuorante, non siamo ancora fuori della pandemia. Ci sono ancora morti e nuovi contagi. Ma molta gente si composta come se il Coronavirus non ci fosse mai stato. Gruppi per strada assembramenti, crocchi, niente mascherina. Vi lascio con la tabella diffusa oggi dalla Protezione civile.

Speriamo che i numeri brutti (contagi, morti, ricoverati) non debbano risalire.

tabella COVID19 del 9 maggio 2020
sergioferraiolo

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