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Vediamo di capirci qualcosa e di capire se questa crisi di governo ha in senso o ancora non ce l’ha.
A dire il vero non è neppure una crisi di governo perché il Governo di Giuseppe Conte, bicolore fra Cinquestelle e Lega è nella pienezza dei poteri.
Oltre i litigi di Facebook e Twitter c’è solo una presentazione, da parte della Lega, di una mozione di sfiducia verso “il Governo presieduto dal prof. Giuseppe Conte”.
Richiesta un po’ tafazziana in quanto, visto che la Lega è parte del governo, diretta anche contro il partito presentatore della mozione di sfiducia.
Mozione che, comunque, non appare nelle convocazioni di Camera e Senato.
Il Senato è convocato martedì 20 agosto alle ore 15.00 per “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri”.
La Camera dei deputati è convocata mercoledì 21 agosto alle ore 11.00 per “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri sulla situazione politica”.
Cosa comunicherà Conte martedì o mercoledì?
Probabilmente la sua intenzione di salire al Colle per dimettersi.
Solo in tal caso potrà parlarsi di crisi di Governo.
Se la intesterà Conte, visto che, almeno formalmente, la mozione di sfiducia non verrà neppure discussa.
Nel caso di dimissioni formali la parola passa a Mattarella che ha tre opzioni:
1) Rinviare Conte al Parlamento per fare votare la fiducia o la sfiducia al Governo. Ma non penso che questa sia la scelta perché potrebbe verificarsi la ipotesi che parte della vecchia maggioranza (Lega) voti la sfiducia e parte della vecchia opposizione sia costretta a votarla per poi governare insieme (PD).
2) Accogliere le dimissioni e sciogliere le Camere
3) Accettare le dimissioni e esplorare la situazione dando mandato a Mr.X di esplorare la situazione per vedere se esiste, in questa legislatura, una maggioranza in grado di dare la fiducia ad un Governo.

Questa è la ipotesi più probabile, ammesso che in questo guazzabuglio sia ancora possibile formulare una previsione.
Se Mattarella persegue questa scelta Mr. X potrà ottenere la fiducia e governare o non ottenerla ed allora le nuove elezioni saranno la strada obbligata.
In tal caso sarà Mr.X a gestire le elezioni e lo scioglimento delle Camere travolgerà anche la legge costituzionale di riduzione dei Parlamentari cara ai Cinquestelle che è calendarizzata alla Camera per il 9 settembre.
I Cinquestelle hanno ripetutamente affermato che intendono anticiparne la discussione al 21 agosto.
Sarà possibile?
Molto difficile se Conte martedì si dimette. Di solito, appena formalizzate le dimissioni le Camere vengono sconvocate e riconvocate solo per atti urgenti come approvazione dei decreti legge.
Nessun problema alla approvazione della legge tagliaparlamentari, invece, se domani Conte non si dimette.
Già, ma se non si dimette, che succede? Se si limita a stigmatizzare i problemi sorti con la Lega? La Lega ritirerebbe la mozione di sfiducia e il teatrino proseguirebbe come prima, con grande scorno di quella parte del PD che sostiene l’accordo con i grillini.
Insomma, quasi sicuramente la mozione di sfiducia che ha dato origine a questa “pre-crisi” non verrà discussa nè votata.
Ma come si mette con la probabile vera crisi di governo, un governo PD-Cinquestelle e la proposta di legge tagliaparlamentari?
Se Conte domani si dimette, i Cinquestelle senz’altro vorranno anticipare la discussione della proposta. C’è bisogno di una riunione dei Capigruppo per variare il calendario e la Capigruppo decide all’unanimità. Quali sono gli schieramenti? I numeri dei partiti alla Camera li trovate in un post di qualche  fa.
Non è facile, purtroppo, prevedere – con governo dimissionario ma in carica per gli affari correnti e una possibile nuova maggioranza – come si comporteranno i deputati chiamati a votare una legge che limita di molto le possibilità di rielezione.
Secondo me lo spettacolo non è finito.

Gli organi di informazione danno ormai per scontata la nomina di Pasquale Tridico alla guida dell’INPS al posto di Tito Boeri.

Ma sapete chi è costui? Non lo conoscevo affatto, era un semplice Carneade, quando sobbalzai sulla sedia leggendo un suo articolo sul “blog delle stelle”, sì il blog, organo quasi ufficiale dei Cinquestelle. Mi fece talmente sobbalzare per le castronerie contenute sul “reddito di cittadinanza” che lo pubblicai, quasi senza commenti sul questo blog il 13 marzo del 2018 a questo link: https://sergioferraiolo.com/2018/03/13/reddito-di-cittadinanza-le-spiegazioni-del-prof-tridico/) che, poi non era altro che la trascrizione di quanto lo stesso Tridico affermava nel “blog delle stelle”. Vedi qui: ((https://www.ilblogdellestelle.it/2018/03/il_lavoro_di_cui_ha_bisogno_litalia.html). Parole del “prof.” Tridico, mica le mie. Corroborate anche da un articolo de “Il Fatto Quotidiano”. Riporto qui, il resto potete leggerle cliccando sul link (qui per l’articolo di Tridico e qui per il mio articolo):

1) il reddito di cittadinanza, – parole criptiche di Tridico – che è tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo. Lo Stato sosterrà economicamente chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro, purché siano eque e vicine al luogo di residenza. Il Fatto Quotidiano ha da poco riproposto un mio articolo in cui spiego come il reddito di cittadinanza possa essere finanziato attraverso maggior deficit in termini assoluti ma senza aumentare il rapporto deficit/Pil e senza sforare la soglia del 3%. In sintesi il meccanismo è questo: grazie alla nostra misura almeno 1 milione di persone che attualmente non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (i cosiddetti ‘inattivi’ e scoraggiati) verranno spinti alla ricerca del lavoro attraverso l’iscrizione ai Centri per l’Impiego e andranno così ad aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati nelle statistiche Istat. Se aumenta il Pil potenziale possiamo mantenere lo stesso rapporto deficit/Pil potenziale, cioè il cosiddetto ‘deficit strutturale’, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi. Il reddito di cittadinanza costa 17 miliardi complessivi, compresi i 2,1 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego, e potrebbe quindi finanziarsi interamente grazie ai suoi effetti sul tasso di partecipazione della forza lavoro.”

Capite qualcosa?

Cioè, se ho capito bene, l’ingresso nell’area di chi cerca lavoro di oltre 1 milione di inattivi (oggi non conteggiati dalle statistiche ISTAT) andrà ad aumentare il “tasso di partecipazione della forza lavoro” (ossia il numero di disoccupati, dico io). Quindi, l’ingresso di un milione di disoccupati “ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, perché avremo un milione di persone in più che saranno conteggiate come in ricerca di lavoro” e così “il reddito di cittadinanza si autofinanzierebbe”.

Sono alieno ai magheggi dell’alta finanza. A parte che non ho capito un fico secco di quello che Tridico dice, so solo che, oggi come oggi, i fortunati che riceveranno il reddito di cittadinanza avranno una paga equivalente a quella dei loro coetanei che si fanno un culo così nei lavori precari. Tanto i tutor non ci saranno mai (le regioni dicono che è di loro competenza e hanno già posto la pregiudiziale costituzionale) e voi pensate che, specialmente nel meridione, ad ogni fruitore del reddito di cittadinanza potranno essere offerti tre lavori “congrui” e vicino a casa?

E’ chiaramente un sussidio senza contropartita, una manovra elettorale che durerà solo un anno. Solo un anno?  Certo. Raschiando il fondo del barile, facendo partire l’erogazione del reddito di cittadinanza da aprile (un mese prima delle elezioni europee, guarda un po’), ponendo una grossa ipoteca sull’aumento dell’IVA dal 2020, facendo salire il debito pubblico con il rialzo dello spread (è un fatto che con il Governo Gentiloni lo spread era 100 punti più sotto), non so dove troveranno i soldi per rifinanziare il reddito di cittadinanza per i prossimi anni se non imponendo più tasse. Quindi, più tasse a chi lavora e reddito di cittadinanza a chi nulla fa. Questi sono i Cinquestelle.

Meditate, riflettete e diffondete perchè qui è in gioco la tenuta dell’Italia.

Come volevasi dimostrare il tema è molto difficile se in Parlamento la proposta di legge intesa a limitare le aperture domenicali dei negozi è tornata a zero.

Ricapitolo la questione che nuova non è. Nel 1998 , con le cd. “lenzuolate Bersani” gli orari dei negozi furono liberalizzati. La diatriba fra chi vuol orari stretti e chi li vuole lunghi è ancor più antica: risale al 1932.

E non si tratta della sola questione dell’apertura domenicale o meno. La questione è più vasta ed investe l’intero orario giornaliero dei negozi.

Ricordo quando ero bambino. Le famiglie erano per lo più monoreddito. La mattina la moglie andava a fare la spesa, A mezzodì la famiglia si riuniva al desco. Nel pomeriggio l’uomo, se non tornava al lavoro, andava a fare spese. Comunque la giornata dedicata alle spese familiari era il sabato, mattina o pomeriggio, ché la sosta per il pranzo era sacra.

Da queste abitudini si sono formati gli orari dei negozi come ancora li conosciamo: dalle 9 alle 13.00/13.30 e dalle 16.00/17.00 alle 19.30/20.30. Andavano bene sia i compratori, si ai venditori, potendo tenere un ritmo di vita simile.

Ovviamente le cose son cambiate. Ditemi voi se una persona che ha la fortuna di avere un lavoro può destreggiarsi fra il lavoro ed orari simili a quelli che ho descritto sopra.

Le famiglie monoreddito – per necessità – sono scomparse. Al loro posto, nei casi più fortunati, ci sono le famiglie in cui moglie e marito lavorano, poi quelle allargate, con la necessità di spostarsi per spostare i figli, a scuola o a tennis che sia.

In quegli orari ci sta bene solo un pensionato, per chi ci arriva.

Chi ha un lavoro ha bisogno di negozi aperti presto la mattina, nella pausa pranzo e la sera tardi.

Gli effetti si vedono. Nella mia zona, abitata da piccola borghesia, non certo ricca, i negozi con “orari tradizionali” stanno chiudendo uno ad uno. Sono per lo più negozi gestiti da una famiglia con lunga tradizione di commercio, perlopiù anziani che non possono, o non vogliono passare più tempo in negozio.

Li capisco bene, pagare un commesso che li sostituisca costa caro. D’altronde, questi negozietti, definiti “vicinali” o “familiari” hanno statisticamente poche decine di clienti ognuno e non possono permettersi un maggiore assortimento o più commessi per ampliare l’orario di apertura.

E così il consumatore non trova più nell’offerta dei negozi vicinali la risposta alle sue domande. E ciò contribuisce alla stagnazione dei consumi.

Il consumatore, per concentrare i suoi acquisti nel minor tempo possibile cerca un negozio che sia aperto quando lui è libero: pausa pranzo, sera tardi, giorni festivi. E un negozio in cui nel minor tempo possibile possa concentrare la sua domanda di acquisto. Con un maggiore (e forse migliore) assortimento, prezzo più basso. E poi, per finire, perché no, senza spostare l’auto, un cinemino o una pizza con tutta la famiglia. Tutto ciò il consumatore lo trova nei centri commerciali, non certo nei negozi vicinali. Visto che anche il Governo preme perché il consumatore spenda, perché questi dovrebbe privilegiare gli angusti spazi di apertura e lo scarso assortimento dei negozi vicinali?

Il Governo (la parte Cinquestelle) ha scelto di preoccuparsi dei commessi di questi mega centri commerciali sempre aperti, sette giorni su sette e, talvolta 24 ore su 24.

Ma non sa come mediare. Non sa come contrattare un equilibrio esistente ormai da anni per quelle categorie di lavoratori che lavorano quando gli altri sono liberi, proprio per far incontrare la domanda e l’offerta oppure per garantire servizi essenziali. Per i primi, parlo di camerieri di ristoranti, barman, operatori dello spettacolo etc.. Per i secondi parlo di poliziotti, infermieri, vigili del fuoco, vigili urbani etc.

Regolamentare opposti interessi è difficile, così la componente cinquestelle – notoriamente inesperta – sceglie la facile strada della proibizione dell’apertura. Ma la Lega non ci sta. Sa che più i negozi sono aperti, più la gente spende, più i proprietari di negozi pagano i commessi, più la economia corre. E da qui l’impasse odierno.

Ma c’è un pericolo molo più grande e, come al solito ci viene dagli USA , precursori di mode e tendenze. Lì i grandi centri commerciali, come Walmart, sono in profonda crisi.

Colpa di chi? Di chi, come Jeff Bezos ha inventato e portato ai massimi livelli, l’E-commerce, come Amazon, un sito dove puoi trovare tutto e a prezzi sensibilmente inferiori anche a quelli praticati dai Centri commerciali. Ormai il commercio è lì. Anche sull’abbigliamento: i potenziali clienti scelgono su Amazon, vanno a misurarsi l’articolo in un negozio, stabiliscono la taglia, e poi ordinano su Amazon.

Anche sull’alimentare: chiediamoci, oltre frutta e verdura, quali e quanti articoli alimentari scegliamo in base al loro aspetto e non alla loro etichetta.

Devo dire che anch’io, ormai, sono un cliente di Amazon: trovo quello che voglio ad un prezzo inferiore del 20% a quello praticato nei negozi. Non tocco con mano l’articolo? Non importa, se non va per qualsiasi motivo, posso restituirlo facilmente entro 30 gg con rimborso garantito. Quanti negozi possono garantirmi questo?

Facile preconizzare un rapido declino dei centri commerciali quando io posso comprare ad un prezzo minore ogni articolo, restituirlo quando voglio, senza spostarmi a casa?

Nel libero mercato comanda l’interesse: fra trovare il negozio sotto casa aperto, trovare l’articolo che mi interessa fra lo scarso assortimento, pagare un prezzo maggiore, possono compensare la maggiore presenza fisica del venditore?

Ma torniamo ai negozi vicinali. Comprendiamo bene che non possono pretendere di sopravvivere con un assortimento ridotto e gli orari ridicoli contrari agli orari liberi del consumatore.

D’altronde una volta le carrozzelle a cavalli erano i taxi attuali, ora si sono riciclate in strumenti al servizio del turista.

Devono morire? No, devono solo cambiare atteggiamento. Entrare nella nicchia, vendere non merce generica ma merce specifica di nicchia (ho vicino casa un ottico con competenza superlativa su ogni fotocamera esistente, esser molto competente sulle qualità degli articoli venduti.

Voglio infine raccontare una bella storia, purtroppo finita male per la prematura morte del negoziante.

Lavoravo dalle 9.00 della mattina alle 21.00 della sera. Mi era difficile comprare qualcosa da cucinare e da mangiare. Ed ecco una intelligente sortita di un salumiere.

La mattina apriva normalmente alle 9.00 e chiudeva alle 13.30 offrendo il suo negozio e le sue mercanzie a chi la mattina, pensionati o donne non lavoratrici era libero.

Il pomeriggio, invece di aprire alle 16.00, apriva alle 19.30 per raccogliere tutte le persone che escono tardi dall’ufficio ed hanno il problema della cena. Complice l’offerta di un bicchiere di vino, qualche crostino, qualche avanzo della giornata, era riuscito a raccogliere un club di persone che lì si riunivano per scambiare una chiacchiera, rilassarsi e, soprattutto, fare la spesa completa. E’ andata bene per oltre un anno, poi, purtroppo una morte prematura.

L’esempio però rimane. Per i negozianti. Devono inseguire i clienti, esser disponibili nei loro spazi liberi. Favorire l’incoro fra la domanda e l’offerta. Così il denaro circola.

Io ricordo che quando eravamo al liceo mangiavamo pane e politica. Io ricordo che allora – parlo dei primissimi anni ’70 – il personale era politico. Il fuoco era dentro di noi. Che Guevara e Almirante erano i fari delle opposte fazioni. Non passava avvenimento che, nelle scuole, e poi nelle università, non si discutesse in infinite assemblee anche se si trattava di fatti lontanissimi. Ricordo di aver preso una “nota” perché partecipai ad una manifestazione in favore della scarcerazione della attivista nera Angela Davis. Chi ricorda più ora chi era Angela Davis? Eppure anche a lei si deve se i neri americani oggi hanno più diritti.

Io ricordo che sentivamo come nostro dovere comprendere la realtà politica che ci circondava e, parimenti, nostro dovere, dire la nostra, a favore o contro.

Io ricordo che partecipavamo alle battaglie per i diritti civili. Manifestazioni per il divorzio, per l’aborto per i diritti degli omosessuali erano pane quotidiano. C’era chi militava in un campo, chi militava in un altro, ma tutti pervasi dallo stesso fervore di essere presenti, di tenere il punto, di far sentire la nostra opinione.

Io ricordo che gli appuntamenti elettorali erano un momento topico, nel quale convincere anche una sola persona dell’altra parte alle proprie idee era una battaglia, una vittoria, una sconfitta.

Io ricordo che facevamo le pulci ad ogni provvedimento legislativo, stigmatizzando quelle norme che, a nostro parere, erano contro le nostre idee.

Poi…. Poi qualcosa è andato storto.

Io vedo ora una rana bollita a poco a poco, insensibile alle compressioni delle libertà, insensibile alle violazioni dei diritti umani.

Io vedo ora una massa di gente attaccata al telefonino, il cui unico scopo è porre un like ad un argomento che interessa. Al massimo un cuoricino se l’argomento interessa un po’ di più.

Io vedo ora una massa che plaude ad una idea sol perché riportata su tre titoli di giornali o quattro retweet o che porta un centinaio di like. Ovviamente il plauso è completamente avulso da una qualsiasi attività del proprio cervello.

Io vedo ora passare nel silenzio generale avvenimenti che anni fa avrebbero suscitato un putiferio: vedo nel silenzio passare un ministro dell’interno che arroga competenze di altri ministri, vedo ora un “capo politico”, vice presidente del Consiglio, quindi personalità di spicco del Governo, offrire solidarietà e aiuto (su piattaforma telematica gestita da privati) ad un movimento violento straniero che ha l’unica caratteristica di essere anti-governativa.

Io vedo ora lo sport preferito da poltrona; no non è la playstation: protetti dall’anonimato è sparare  cavolate, insulti, dileggi, calunnie da codice penale contro bersagli ritenuti di parte avversa. La cosa, purtroppo,  viene giudicata normale.

Io vedo ora quello che fu il principale partito di governo, dibattersi, da un anno, in una lotta fratricida che ne erode ogni giorno di più il consenso, pensando solo a lotte intestine che al bene della nazione.

Io vedo ora partiti nati dalla scissione di quello che fu il principale partito di Governo, beccarsi al loro interno come i capponi di Renzo e scindersi vieppiù, forse attratti dall’imitare la particella elementare.

Sì, sono incazzato nero per l’apatia generale. Spero di ricevere numerosi insulti; almeno così, significa che qualche coscienza si è risvegliata. Ma ci spero poco.

 

Oggi i giornali riportano che, nelle intenzioni dei Cinquestelle, a gennaio sarà portato nell’Aula parlamentare un progetto di riforma costituzionale che interessa l’Istituto del Referendum come strumento di democrazia diretta. Bisogna riformare l’istituto del referendum – dice Di Maio – abolendo il quorum sotto il quale il referendum non passa. «Per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento, con l’abolizione del quorum» nel referendum abrogativo, «di fare in modo per cui chi va a votare conta e chi sta a casa si prende le sue responsabilità», ha concluso il vicepremier. Inoltre, i Cinquestelle vogliono introdurre il referendum propositivo ed abolire il divieto di referendum per i trattati internazionali (e le leggi finanziarie?).

Per chi vuole approfondire, questi sono i progetti di legge (con i relativi link alle schede e ai testi) delle proposte presentate dai Cinquestelle:

  • S.852 – 18ª Legislatura
    Sen. Gianluca Perilli (M5S) e altri
    Modifica dell’articolo 75 della Costituzione, concernente l’introduzione di un vincolo per il legislatore di rispettare la volontà popolare espressa con referendum abrogativo
    10 ottobre 2018: Presentato al Senato
    23 ottobre 2018: Assegnato (non ancora iniziato l’esame)

 

  • C.1173 – 18ª Legislatura
    On. Francesco D’Uva (M5S) e altri
    Modifica all’articolo 71 della Costituzione in materia di iniziativa legislativa popolare
    19 settembre 2018: Presentato alla Camera
    18 dicembre 2018: In corso di esame in commissione
  • C.998 – 18ª Legislatura
    On. Francesco Silvestri (M5S)
    Modifiche all’articolo 75 della Costituzione, concernenti i requisiti per l’indizione e la soppressione del quorum per la validità del referendum abrogativo
    25 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • C.985 – 18ª Legislatura
    On. Valentina Corneli (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente l’ammissibilità del referendum abrogativo sulle leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali
    24 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • C.984 – 18ª Legislatura
    On. Anna Bilotti (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente la soppressione del quorum per la validità del referendum abrogativo
    24 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • S.588 – 18ª Legislatura
    Sen. Giovanni Endrizzi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione concernente la soppressione del quorum strutturale del referendum abrogativo
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare
  • S.589 – 18ª Legislatura
    Sen. Ugo Grassi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione concernente la soppressione del quorum strutturale del referendum abrogativo
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare
  • S.587 – 18ª Legislatura
    Sen. Stefano Lucidi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente l’ammissibilità del referendum abrogativo sulle leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare

In effetti al punto 20 del Contratto per il Governo del cambiamento [a proposito non sono riuscito più a trovarlo sul sito del blog delle stelle, dove è finito?] i partiti di governo affermano: “È inoltre  fondamentale  potenziare  un  imprescindibile  istituto  di  democrazia diretta già previsto dal nostro ordinamento costituzionale: il referendum abrogativo. Per incentivare forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale occorre cancellare il quorum strutturale – ovvero la necessità della partecipazione alla votazione della maggioranza degli aventi diritto – al fine di rendere efficace e cogente l’istituto referendario. Ulteriore obiettivo di questa proposta, nel solco dello spirito che anima l’articolo 75 della Costituzione, è quello di scoraggiare, in ogni forma, l’astensionismo elettorale, spesso strumentalizzato per incentivare il non voto, al fine di sabotare le consultazioni referendarie.”.

 

Secondo me, l’intento, pur apprezzabile, sortisce effetti contrari al dominio della Democrazia sulla Politica e, oltretutto si scontra con quanto affermato al punto 1 dello stesso Contratto del Governo del Cambiamento: “intendiamo incrementare il processo decisionale in Parlamento”. E, se passa l’abolizione del quorum, sarà proprio il Parlamento ad esser messo fuori gioco.

Il Referendum abrogativo è previsto dall’articolo 75 della Costituzione: “E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.”

 

Quindi per eliminare il quorum c’è bisogno del procedimento di revisione costituzionale con doppia lettura.

 

Ma vediamo la sostanza della questione. La nostra è una democrazia rappresentativa e non una democrazia diretta. Il modo principale di “fare le leggi” è quello della discussione in seno al Parlamento. Lì siedono 630 deputati e 315 senatori, quindi circa un parlamentare ogni 47.000 elettori.

La Costituzione si preoccupa proprio di questo. Per sbugiardare il Parlamento abrogandone una legge, occorre una spinta molto forte da parte dell’elettorato: prima la raccolta di 500.000 firme, poi mobilitare al voto la maggioranza degli elettori (il quorum), infine che, in detta maggioranza, far prevalere i all’abrogazione. La Costituzione, rendendo difficile l’abrogazione di una legge con il referendum ha inteso privilegiare il ruolo del Parlamento rendendo le sue leggi difficili da abrogare.

Immaginate come sarebbe sminuita la centralità del Parlamento se bastassero 30.000 o 20.000 o 10.000 persone che si presentassero alle urne per votare ad un referendum per segnare la vita o la morte di una legge votata in Parlamento.

Anche assegnare una connotazione negativa a chi a votare per il referendum non è corretto. Chi non va a votare, al pari di chi vota no, si fida dell’operato del Parlamento che ha liberamente contribuito ad eleggere.

Secondo me, abrogare il quorum è andare contro la Costituzione: 10.000 non possono oscurare l’operato del Parlamento, per non parlare della facilità con cui, nell’epoca attuale si manipola l’opinione pubblica intorno a slogan che nulla hanno a che fare con le leggi sottoposte a referendum.

Bene ha fatto la Costituzione a vietare il referendum su leggi tributarie. Sarebbe scontato l’esito di un referendum abrogativo di una legge che istituisce una tassa o una imposta.

Ma in una cosa Di Maio ha ragione: la “strumentalizzazione del non voto per sabotare l’istituto del referendum”.

Per limitare la portata di questa strumentalizzazione, però, non c’è bisogno di abrogare il quorum.

Il quorum pari al 50% +1 degli elettori fu previsto e mantenuto nella Costituzione perché dal 1948 agli anni ’90 l’Italia era fra le prime nazioni al mondo per affluenza alle urne. Percentuali dell’85% non erano rare. Quindi il quorum doveva esser alto.

Oggi, invece, specialmente alle elezioni amministrative, la percentuale si è pressoché dimezzata e questo rende – effettivamente – molto più difficile il raggiungimento del quorum stabilito dall’articolo 75 della Costituzione per ché l’astensionismo fisiologico (che non vuol dire né SINO) si somma all’astensionismo che vuol dire NO.

Una proposta, non mia, ma che appoggio pienamente, è quella di stabilire un quorum variabile ossia pari al 50% +1 non dell’intero corpo elettorale, bensì degli elettori che si sono recati alle urne nelle elezioni politiche immediatamente precedenti alle votazioni per il referendum di cui trattasi.

Il quorum sarebbe quindi proporzionale alle persone che, in quel periodo si recano alle urne per le elezioni più importanti, quelle politiche.

Mi sembra un ragionevole compromesso.

Ma sull’argomento referendum e quorum ci ritorneremo.

 

 

Ieri io c’ero. Ho sentito il dovere civico di andare alla manifestazione #romadicebasta. Come ha detto l’attore Massimo Ghini, “datemi un solo morivo per non esserci”. Chi non vive a Roma non sa qual è il nostro quotidiano.

Eravamo tanti, non so quantificare il numero. Vi dico solo che la piazza del Campidoglio era strapiena da non poter andare da una parte all’altra. Del pari la scalinata: strapiena. Ad un certo punto si è diffusa la voce che la polizia – per comprensibili motivi di sicurezza – aveva chiuso l’accesso alla piazza.

Manifestazione sponsorizzata dai partiti? Forse, può darsi. Ma mi chiedo, può un partito organizzato compiere un errore così madornale di non pensare all’impianto di amplificazione e alla scaletta? Infatti c’erano solo due altoparlanti a terra e, a 20 metri, complice il chiacchiericcio, non si sentiva alcunché. Anche la scaletta sembrava improvvisata denotando l’assenza di una regia di un partito politico organizzato.

Eravamo in tanti. Spero che saremo ancora di più, perché qui, o voi non romani, la situazione è parecchio grave. Certo non imputo alla giunta Raggi i mali che affliggono Roma ab urbe condita, ma alle ultime elezioni, due anni e mezzo fa (sono arrivati ormai a metà mandato) si erano proposti come taumaturgici salvatori della capitale dopo i guasti di Alemanno.

Beh, chiunque viva a Roma sa che la situazione invece di migliorare, o almeno, di stabilizzarsi, è peggiorata.

Buche stradali, cantieri infiniti o che, al contrario, mai aperti, rifiuti per strada, erbacce alte, giardini diventati savane, ignoranza del termine “manutenzione” sono la regola.

Non basta certo una consiliatura per riportare Roma all’eccellenza, ma – dopo due anni e mezzo – qualche bozza di inizio dovrebbe vedersi. Non si vede.

In Piazza del Campidoglio ieri ho visto tanta gente comune lamentarsi del degrado in cui sta – sempre più velocemente – sprofondando Roma.

E’ normale che i cittadini protestino pacificamente. E’ la politica. Ed è dovere dell’Amministrazione e del Sindaco ascoltarli. Che fa la #Raggi? Non solo non si fa vedere, ma la sera, su Facebook (che ora ha sostituito i comunicati ufficiali) attacca in un post pieno di rancore e di rabbia chi legittimamente ha protestato.

Se lo leggete è surreale. Ne riporto qualche stralcio: “Dalle immagini li ho riconosciuti subito. Non era difficile. Erano gli stessi volti provati e stanchi, le stesse chiome bianche della precedente disastrosa manifestazione di rilancio del Pd in piazza del Popolo. Gli stessi volti che non abbiamo mai visto in periferia. Gli stessi volti bastonati di chi è scomparso alle ultime elezioni. Ho visto vecchi politici che rivogliono la poltrona e rappresentano soltanto se stessi: il partito con uno zoccolo duro al centro di Roma e ormai scomparso nel resto della città. Hanno nascosto le bandiere di partito, forse perché ormai gli stessi sostenitori del Pd hanno un certo imbarazzo a dire che sono del Pd. Quindi con il loro giornale volevano far credere che in piazza fosse scesa la società civile. Invece, hanno provato semplicemente a strumentalizzare i cittadini per fini partitici. Anche stavolta li abbiamo scoperti. Quelli del Pd erano riconoscibilissimi: signore con borse firmate da mille euro indossate come fossero magliette di Che Guevara e – accessorio immancabile – i barboncini a guinzaglio (ovviamente con pedigree). 

I più audaci hanno osato una maglietta “No cordoli” che evidentemente li schiera a favore dei suv in doppia fila e contro le corsie preferenziali per i mezzi pubblici. La società civile siamo noi, altro che quelli dello stop alle preferenziali!”.

Vi rendete conto che qui siamo ben oltre a “donne sull’orlo di una crisi di nervi”. L’orlo è passato da un pezzo. Un attacco verboso, cattivo, rancoroso contro chi la pensa diversamente da te. Da te che hai giurato di essere il sindaco di tutti i romani.

Io mi sento offeso e ho chiesto (senza speranza) a Facebook di rimuovere il post come incitamento all’odio.

Il ribrezzo e lo schifo della reazione della Raggi mi spinge ad andare indietro con la memoria su Roma. Ogni memoria è diversa per ogni romano e, così, come al solito, metto i paletti del mio post oltre i quali non posso e non voglio andare. Non sono romano. Arrivai a Roma il 20 giugno 1988, sugli ultimi scampoli di mandato di Nicola Signorello e ci son rimasto fin’ora. Provenivo da Venezia con il vantaggio di risiedere a Mestre (terraferma) e di lavorare (dalla 8 alle 20) a Venezia. Due realtà diverse ma ottime da vivere.  A Roma ho sempre vissuto nella zona di Piazza Re di Roma/Pontelungo. Della vita delle altre zone non so.

Ho avuto modo di assistere a quello che ritenevo la peggior bassezza politica nelle elezioni comunali del 1989. Vox populi era che il sindaco sarebbe stato Franco Carraro. Le dichiarazioni ufficiali smentivano. “sarà sindaco chi riceverà più voti” dicevano. E il più votato fu un tal Garaci (Il signor nessuno per chi ha la mia età:140.000 preferenze), ma il sindaco fu, ovviamente Carraro. La pagina più buia? No, ce ne sarebbero state delle altre.

L’esperienza Carraro si concluse il 20 aprile 1993. Ben due Commissari Straordinari si susseguirono dopo Carraro: Alessandro Voci dal21 aprile all’8 novembre 1993 e Aldo Camporota dal 9 novembre al 4 dicembre 1993.

Poi arrivò, il 5 dicembre 1993, Francesco Rutelli, il primo sindaco ad elezione diretta, al quale -dopo un interregno del Commissario governativo Enzo Mosino, subentrò, il 28 maggio 2001, Valter Veltroni che governò fino al 13 febbraio 2008

Alemanno, Marino e Raggi son storia troppo recente perché la ricordi.

Mi son fatto spesso una domanda. Qual è stato il periodo in cui tu, non romano, hai più apprezzato il vivere a Roma?

Non c’è dubbio, dal 1995 al 2005. Roma era viva, l’estate romana non era, come oggi una ostensione di bancarelle da fiera paesana. Dalla mia casa (molto semi)centrale mi sentivo partecipe del cuore di Roma. Teatri, manifestazioni, cose da fare ce ne erano senza fine. Non so dove buttassero rifiuti, ma le strade erano pulite e senza buche. Abbiamo superato il Giubileo del 2000 senza l’assedio del pullman turistici e senza le gomitate per farsi strada nei luoghi nevralgici. Ero felice di vivere a Roma. Ora non più.

Qualcosa pur significherà. Forse c’era (ma c’è ancora) la mafia. Forse Buzzi e Carminati comandavano (altri lo faranno ora) ma si viveva meglio. Mai avuto problemi nel tornare a casa in ore notturne, Non c’erano le Apps che ti dicevano che l’87 sarebbe passato fra 3 minuti e, invece, lo aspettavi per 25 minuti. Non c’era l’App “tu passi” che ti mostra che il primo appuntamento disponibile per una Carta di identità elettronica è fra quattro mesi e per una autentica è di nove giorni. Andavi in Circoscrizione e facevi tutto in giornata.

I giardini erano più curati, gli alberi venivano manutenuti e non tagliati. Insomma , vivere a Roma era più facile. Ero un privilegiato a vivere nella Capitale.

Oggi, invece, per una cosa dò ragione alla Raggi quando dice, nel famigerato post su Facebook “Erano gli stessi volti provati e stanchi..”. Certo… provati e stanchi dalla difficoltà di vivere a Roma. Vedi, Virginia, come ci hai ridotti?

Il simbolo del sindaco Raggi

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