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Siamo in campagna elettorale. E, si sa ogni pretesto è buono, per l’opposizione, di mettere in cattiva luce quello che ha fatto il Governo. Lo scopo è di creare scontento e il malcontento, si sa anche questo, attira voti per l’opposizione.

Solo che, vedendo i temi trattati, scopro che sono sempre quelli. Si ripetono stancamente come la musica andina di una canzone di Dalla.

Uno dei temi è quello dell’immigrazione o, meglio, degli sbarchi incontrollati. La Destra, specialmente Salvini, ha ricominciato a criticare la politica dei rimpatri del Governo (di cui, peraltro, la Lega fa ancora parte), sbruffando che se sarà ancora al Governo espellerà tutti i clandestini.

Mi son cadute le braccia. La medesima rodomontata l’aveva pronunciata nel corso della campagna elettorale del 2018 (vedi qui un articolo di giornale dell’epoca) in cui prevedeva di espellere 500.000 clandestini..

Poi Salvini aveva effettivamente ottenuto la carica di Ministro dell’interno (dal 1° giugno 2018 al 20 agosto 2019), ma i risultati furono, come dimostrano questi articoli di giornale (Pagella politica, Sole24ore, Corriere della Sera – Gabanelli, il Post) di molto, ma tanto di molto, inferiori a quanto promesso.

Tanto inferiori che Salvini, con una bella inversione a 360° gradi, cominciò ad affermare che i clandestini in Italia erano solo 90.000 (La Stampa, Italia Oggi, il Manifesto).

Non pago di questa ennesima pessima figura, Salvini riciccia ancora oggi sulle espulsioni. E’ sintomatico dell’opposizione indicare un nemico per instillare la paura nell’elettore che lo voterà perché ha la promessa che questa paura verrà rimossa..

La situazione mi ricorda un mio vecchio post del 2018, proprio durante la vecchia campagna elettorale in cui raccontavo di una puntata di Radio anch’io del 6 febbraio 2018 (non so se è ancora reperibile su Rai Play o Rai Play sound)

In questa puntata di Radio anch’io fu dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

Intervenne Emma Bonino che ha disse cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le rimproverò di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa disse di tanto trasgressivo Emma Bonino? Disse la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, dando un po’ di noiosi ma utili numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. (vedi qui pagina ISTAT) Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (oltre 200.000 l’anno).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369, nel 2020 il numero è sceso a 34.154, nel 2021 a 67.477 e, nel 2022 (fino a 7 settembre) a 61.869 (fonte: Ministero dell’interno).

barcone con migranti

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 poco più di 130.000, nel 2018 sono state presentate 53.596 domande, nel 2019 il numero continua a decrescere e sono 43.783, nel 2020 sono state poco più di 26.000 e nel 2021 sono state 53.609. (Fonte: Ministero dell’interno.).

Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato fu posto (parziale) rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali, istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, hanno permesso un più facile trasferimento e con i Paesi europei per in ricollocamento solidale.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano quasi il 60% delle domande (Fonte: ministero dell’interno). Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti i denegati propongono appello, in quanto ciò assicura loro almeno altri 18/20 mesi di permanenza “legale” in Italia, non potendo essere espulsi perché in attesa di esito del ricorso.

E’ chiaro che sono migranti economici e non richiedenti protezione da torture o soprusi. In massima parte sono persone che cercano in Europa, di cui l’Italia è una delle porte, una vita migliore; migliore degli stenti subiti nei Paesi di origine. Purtroppo in Europa la “protezione per fame” non esiste e chi vuole garantire un futuro ai figli è costretto all’ingresso illegale.

Molti di questi migranti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza”.

Ma anche se la polizia conoscesse nome e nazionalità di ogni straniero da rimpatriare, non possono rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero oppure per il disinteresse a riprendersi un delinquente.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

migranti

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro di allora) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese specialmente in questo periodo di carenza di Gas e Petrolio?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi Emma Bonino disse in quella puntata di “Radio anch’io”. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica. Sono passati quattro ani ma la situazione non è cambiata.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono con le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

Con queste premesse è chiaro che le promesse di azzerare la platea di irregolari per il nuovo Governo sono scritte sulla sabbia. Gli altri Paesi hanno gli stessi problemi, ma – più furbescamente – non ne fanno cenno nelle tenzoni politiche.

L’unica soluzione è creare un valido (ed ampio) sistema di ingressi legali per lavoro, vista anche la carenza di mano d’opera recentemente denunciata dagli imprenditori.

immigrata inserita nel lavoro

P.S. Spesso la Destra si vanta che con i Governi Berlusconi il numero dei clandestini si sia fortemente ridotto. E’ vero, ma c’è una ragione che non riguarda certo le espulsioni. Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri.

Sia con il vecchio “porcellum”, sia con la nuova legge elettorale avremo un parlamento di nominati e non di eletti. L’elettore avrà ben poche possibilità di incidere con il suo voto sulla scelta dei candidati.

  Anche il prossimo 25 settembre il segno sulla scheda sarà unico. Con una sola croce “sceglieremo” (sic!) sia il candidato del collegio uninominale, sia la lista proporzionale del medesimo partito. In altre parole, se nel nostro collegio uninominale il partito giallo ha presentato una eminente personalità, ma a lui è collegata una lista proporzionale di persone poco dabbene, se vogliamo “scegliere” l’eminente personalità, il nostro voto andrà anche alle persone poco dabbene.

I sistemi elettorali nel mondo sono i più vari, nessuno è perfetto e non me ne voglio occupare. Piuttosto perché non attuiamo finalmente una norma della nostra Costituzione che dorme da 70 anni?

Se i candidati sono scelti dai partiti politici è necessario che questi siano organizzazioni trasparenti per indirizzar ei cittadini al voto.

L’articolo 49 della nostra Costituzione (mai attuato)  afferma che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ma da nessuna parte troviamo una regolamentazione dei partiti politici. Ognuno come gli pare – si dice – saranno gli elettori a scegliere.

simboli di partiti

Abbiamo un variegato mondo di forme di partito, da quelli i cui vertici sono scelti da democratici congressi ai quali la base invia i propri rappresentanti, a quelli in cui domina e sceglie chi finanzia il partito, a quelli in cui domina e sceglie il guru fondatore.

L’alibi della politica alla mancata attuazione della regolamentazione dei partiti politici è sempre stato quello di garantire la piena libertà di associazione, senza vincoli dello Stato, salvo quelli relativi alla spendita del denaro pubblico derivante da finanziamenti o “rimborsi elettorali”.

Eppure la necessità di una regolamentazione è sentita, proprio per garantire i cittadini. Tanto sentita che, almeno per le elezioni del Parlamento europeo, l’Unione europea ha sentito il bisogno di dettare alcune regole. Solo i partiti che le rispettano potranno presentarsi alla competizione elettorale. Le regola sono abbastanza recenti e contenute nel Regolamento  n. 1141/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2014 , relativo allo statuto e al finanziamento dei partiti politici europei e delle fondazioni politiche europee.

Il Regolamento parte dalla funzione, non molto diversa da quella prevista dalla nostra Costituzione, assegnata dai Trattati ai partiti “che i partiti politici a livello europeo contribuiscono a formare una coscienza politica europea e a esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione”.

Ma, subito, distingue fra “partiti politici” e “fondazioni politiche”. I primi, senza scopo di lucro che perseguono fini meramente di indirizzo politico, le seconde con funzioni, diciamo così, di “supporto” economico.

L’aspetto fondamentale è che per esistere e svolgere i propri compiti di aggregazione ed indirizzo partiti politici e fondazioni devono essere registrati presso un apposito registro istituito presso l’Unione. E, per registrarsi deve dimostrare di avere numerosi requisiti, fra i quali, molto importanti quelli di democrazia e trasparenza.

Sono tanti questi requisiti, ma mi piace riportare alcuni di quelli previsti dall’articolo 4. Devono esser specificati: le modalità per l’ammissione, le dimissioni e l’esclusione dei suoi membri, e l’elenco degli eventuali sub- partiti che ne fanno parte; i diritti e i doveri connessi con tutti i tipi di partecipazione e i diritti di voto corrispondenti; i poteri, le responsabilità e la composizione dei suoi organi direttivi, specificando per ciascuno di essi i criteri di selezione dei candidati e le modalità della loro nomina e della loro revoca dall’incarico; i suoi processi decisionali interni, in particolare le procedure di voto e i requisiti in materia di quorum; la sua concezione della trasparenza, in particolare per quanto riguarda contabilità, conti e donazioni, il rispetto della vita privata e la protezione dei dati personali; la procedura interna di modifica del suo statuto.

Già questo è importante, ma non basta.

Il Regolamento prevede l’istituzione di una Autorità indipendente di controllo “ai fini della loro registrazione, del loro controllo e dell’irrogazione di sanzioni a essi applicabili a norma del presente regolamento”.

I Partiti sono soggetti ad obblighi di bilancio e rendicontazione presso l’Autorità e devono indicare i finanziamenti ricevuti e da chi sono stati erogati.

In mancanza, l’Autorità indipendente ha il potere di cancellare il partito politico dal registro.

Perché  non lo copiamo anche in Italia? Non mi sembra male. Ma ho paura che, applicandolo, molti degli attuali partiti spariranno.

Ormai “ridurre i consumi di energia” è il mantra che si sente ogni giorno. Ridurre la dipendenza di gas dalla Russia. Consumare di meno per sfuggire alla speculazione, anche essa responsabile dell’impennata dei prezzi delle bollette, ormai poco sostenibili.

Mettere un tetto al prezzo del gas contraddicendo tutta la filosofia mercantilistica dell’Unione europea?

Razionare il gas o l’energia elettrica?

L’Unica “certezza” che trapela da Palazzo Chigi è la riduzione della temperatura a 19 gradi negli uffici pubblici e nelle abitazioni private, nonché la riduzione di un’ora sul massimo dell’accensione dei termosifoni e, anche negli appartamenti privati, la riduzione di uno – due gradi. Inoltre è ipotizzato una diminuzione della illuminazione pubblica (stradale, vetrine, insegne)

Secondo il Governo, attuando queste misure, l’impatto della carenza di gas (e, conseguentemente di elettricità) potrà essere mitigato a livelli più sostenibili.

Badate che la questione è più seria del solito. Non si tratta solo caro prezzi. Se così fosse chi ha soldi paga, chi non ha soldi non si riscalda o ha sussidi dal Governo.

In questo caso si tratta di carenza di materia prima. Non siamo più in un sistema a risorse infinite. Se l’anno scorso abbiamo consumato, poniamo, 100, quest’anno dobbiamo acconciarci a consumare 60. Consumare 61 non sarà possibile, perché la torta è finita: c’è solo il razionamento.

Ma queste misure saranno effettivamente applicate? Potranno esserci controlli? Secondo me, no.

Quali sono le norme attuali?

Come è noto, il territorio nazionale è suddiviso in sei zone in funzione delle temperature medie annue: si va dalla zona A, più mite, fino alla zona F, dove è possibile tenere accesi i riscaldamenti anche per tutto l’anno. Per conoscere date e fasce orarie in cui è possibile accendere gli impianti termici in relazione alla propria zona climatica di appartenenza, ci si riferisce ai dati della tabella A allegata al D.P.R. n. 412/’93. Una volta individuata la lettera di appartenenza, nel rispetto della legge vigente, ci si dovrà attenere alle relative date di messa in funzione degli impianti. In base alla propria zona climatica, si provvederà alla relativa manutenzione in tempo per l’accensione degli impianti termici.

orari di accensione per zone climatiche

Per sapere a quali località corrispondono le zone climatiche cliccare qui: https://www.pmi.it/pubblica-amministrazione/riforma-pa/181442/confedilizia-online-orari-per-riscaldamenti.html

E, all’interno di ogni fascia, non possono essere superati i 20 gradi centigradi.

Questa è la teoria. Passiamo ora alla pratica.

  La prima obiezione è che non esiste un termostato in ogni stanza per verificare la temperatura. Nella maggior parte dei casi la temperatura potrà essere rilevata all’origine, con parecchia diminuzione della temperatura stessa nelle ultime stanze servite.

termosifoni

Andiamo con ordine: uffici pubblici. Nella mia vita lavorativa ne ho frequentati parecchi. In situazioni normali la differenza di temperatura fra i vari ambienti è notevole e ben superiore ai due gradi. C’è sempre la stanza più fredda in cui nessuno vuol lavorare e quella troppo calda dove si suda e non si lavora.

Un impianto termico immette acqua calda in tubi di un edificio che può avere anche centinaia di elementi radianti. Ovviamente il primo elemento radiante riceverà acqua appena uscita da brucatore e, quindi, molto calda. Gli ultimi riceveranno acqua pressoché tiepida perché posti alla estremità opposta della colonna montante rispetto al bruciatore.

Quale temperatura rilevare? Obbligo di spegnimento preventivo dei radiatori posti più vicino al bruciatore? Estensione dell’orario per quelli posti più lontano? Qualcuno sarà addetto al controllo?

Nei condomini privati con impianto centralizzato la situazione è analoga. Ognuno di noi è testimone delle liti in assemblea perché il calore non arriva oppure ne arriva troppo.

Per esperienza personale, poso dire che i miei termosifoni (secondo piano) sono pienamente caldi quasi due ore dopo l’accensione del bruciatore posto sulla sommità del palazzo (cinque piani). Quindi io ho già due ore in meno di riscalamento giornaliero rispetto a chi abita al quinto piano, proprio sotto il bruciatore.

La situazione è mutata qualche anno fa con l’introduzione dei contabilizzatori di calore posti su ogni elemento radiante. I contabilizzatori di calore sono apparecchietti che registrano il reale consumo energetico, in questo modo consente a ogni unità immobiliare collegata all’impianto centralizzato di pagare soltanto la quantità di energia utilizzata. Le valvole termostatiche, invece, permettono di gestire la temperatura, usando un’apposita manopola per impostare un valore da 1 a 5 per aumentare o diminuire il calore trasmesso dal termosifone.

termometro

Ma non ci siamo con le direttive del Governo: anche i contabilizzatori di calore possono incidere in modo approssimativo sulla temperatura (cosa diversa dalla quantità di calore). Abito a Roma: vi assicuro che i 20 gradi  (visualizzati da un termometro mio estraneo all’impianto che non ne possiede di suo) vengono raggiunti  solo dopo ore di accensione  con la manopola a 5.

I numeri da 1 a 5 sulla manopola servono a poco: con 1 o 2 o 3 sono appena tiepidi e ben lontani dai 19 gradi previsti.

Per gli impianti autonomi negli appartamenti, ovviamente, il rispetto della temperatura e degli orari è rimessa solo al buon senso del proprietario. Non mi risulta che vengono fatti controlli con termometro negli appartamenti.

Passiamo all’illuminazione pubblica. Gli ultimi giorni sono stati pieni di investimenti di pedoni e ciclisti sulle strade per diminuire ulteriormente il livello dell’illuminazione pubblica.

Poi, non facciamo di ogni erba un fascio: ci sono città già risparmiose che hanno sostituito tutta l’illuminazione pubblica con lampade a LED, notoriamente pochissimo voraci di energia. E ci sono città che mantengono la vorace illuminazione con lampade al sodio o a addirittura a incandescenza, specialmente nei centri storici.

Il taglio orario e di intensità riguarderà tutti i sistemi indiscriminatamente?

Insegne pubbliche o vetrine: sì consumano, ma contribuiscono efficacemente alla carenza dell’illuminazione pubblica, spesso nascosta dalle fronde degli alberi e aumentano la sicurezza dei passanti.

L’unica norma con qualche efficacia sarebbe l’obbligo, per i negozi, di tenere la porta chiusa per evitare dispersioni di calore. Norma osteggiata dagli esercenti, sia per areazione anti-Covid sia per non far sembrare il negozio chiuso.

Con queste premesse ritengo, purtroppo, che le misure annunciate dal Governo siano la solita legge manifesto senza conseguenze pratiche.

Prepariamoci al gelido inverno che ci attende, senza dimenticare la crisi idrica.

Domenica sera, nella trasmissione de LA7 “in Onda” alla pressante domanda “Ma perché diamo tante armi a Zelenky?”, Pier Luigi Bersani ha dato la risposta della “sinistra”.
“Non pensiamo che l’Ucraina possa vincere, ma dandole le armi giuste per combattere, potremo portarla ad un livello tale da raggiungere un compromesso onorevole con la Russia.”.
Ho sempre avuto stima di Bersani, ma stavolta mi ha fatto cadere le braccia.
Praticamente ha sposato la tesi del logoramento russo propugnata da Biden.
Ti dò armi non per farti vincere, non perché sei stato invaso, ma perché mi fa comodo indebolire Putin. Questa è la conclusione perché è scontato che, per quante armi tu possa dare all’Ucraina, senza un intervento diretto con le armi più sofisticate (politicamente impossibile) dei Paesi NATO, mai e poi mai la terra di Zelensky potrà pareggiare l’arsenale bellico russo.
Bersani parla, poi, di “compromesso”. La parola stessa significa “reciproche concessioni”. E quali sarebbero? Allo stato la Russia ha già occupato tutto i Donbass, non solo le autoproclamate repubbliche separatiste, ma anche, oltre la Crimea, il corridoio terrestre che congiunge la penisola al territorio russo. Di qui a qualche giorno probabilmente occuperà anche Odessa tagliando ogni accesso al mare all’Ucraina.
Questo per la Russia è un fatto acquisito.
Quali saranno le concessioni che la Russia potrà fare? Di non andare oltre? E quali concessioni potrà fare il povero Zelensky? La promessa di non rivendicare più i territori occupati dai russi?
Un po’ come le alture del Golan da decenni rivendicare inutilmente dalla Siria ma che Israele si guarda bene dal restituire?
La questione ormai è fuori dalle mani di Zelensky e degli europei.
Potrà essere risolta solo, come al solito, fra Biden e Putin.
Biden rinuncia al piano di 33 miliardi di dollari di armamenti (tanto non si sa se il Congresso glielo passa) e Putin si ferma allo stato di fatto attuale, magari concedendo all’Ucraina uno stretto corridoio al mare fra Odessa e la Transnistria.
Quello che rimane dell’Ucraina entrerà nell’Unione Europea, non nella NATO e verrà ricostruito con i nostri soldi.
Forse questo è un “compromesso” possibile.


Ma quanto costa Zelensky a noi? Non solo di rincari dell’energia e di ogni prodotto al supermarket (complici anche i negozianti: ‘sta cosa mi ricorda quello che successe con lo arrivo dell’euro), ma anche in moneta sonante, visto che Biden ha chiesto agli “alleati” di versare la loro quota sui 33 miliardi di dollari stanziati dagli USA e 3 miliardi in meno si farebbero sentire per l’Italia.
Non è che io sia personalmente contrario all’invio di aiuti all’Ucraina, barbaramente invasa dalla Russia. Zelensky, come Capo di un Paese ha tutto il diritto di decidere se combattere, aumentando i morti, o salvare più vite, ma sottomettendosi al giogo sovietico. La scelta (non sappiamo se autonoma o indotta) l’ha fatta.
Quello che mi lascia perplesso è l’inutilità della fornitura di armi. Qualche carrarmato, qualche missile anticarro, un paio di batterie contraeree basteranno per colmare il gap militare fra i due contendenti o serviranno solo ai piani di Biden di rallentare e sfiancare la Russia?
Anche le sanzioni non penso siano molto efficaci: oltre alle solite triangolazioni, salvo una ristretta cerchia di oligarchi e benestanti a Mosca e a San Pietroburgo, la massa della popolazione russa è parecchio al di sotto dei nostri standard e non si preoccuperà certo di non poter comprare un’auto nuova o una lavatrice.
Qui siamo di fronte ad un accadimento nuovo. Di solito in una guerra ci sono due contendenti. Gli altri Paesi aiutano l’uno o l’altro per favorirne la vittoria finale e la contemporanea sconfitta dell’altro.
In questa strana guerra è come se ci fosse, suo malgrado, un solo belligerante, l’Ucraina. L’altro, la Russia, è intoccabile.
I Paesi che decidono di stare a fianco a Zelensky, più di dargli da mangiare e qualche cannone, non possono.
Non possono intervenire per riequilibrare le sorti del conflitto con interventi seri ed efficaci perché entrare in conflitto con la Russia significherebbe dare il la ad una guerra nucleare che nessuno vuole.
Quindi fornire queste “piccole” armi, queste spiate dell’intelligence, queste coordinate di obiettivi, senza un intervento che pareggi la forza militare, mi appare come fornire le cure palliative ad un malato terminale: se ne prolunga solo l’agonia senza mutare l’esito minimo e scontato: la Russia terrà la Crimea e il Donbass e il corridoio terrestre che li unisce e chissà se si fermerà lì.
Aumenterà solo il costo in vite umane, ma proseguire o meno è una decisione che spetta solo a Zelensky.
Noi occidentali, però, soprattutto sui veri scopi di Biden con l’elmetto che pretende la nostra compartecipazione ai 33 miliardi stanziati dagli USA, qualche interrogativo dovremmo porcelo. E, soprattutto, se i veri scopi di Biden coincidono con i nostri.






E’ di oggi la notizia che il Decreto del Governo per favorire la concorrenza ha dovuto “lasciare fuori” le concessioni balneari, prorogate sino al 31 dicembre 2033, in spregio alle Direttive UE che chiedevano un termine più breve onde evitare che la proroga della concessione degli stabilimenti balneari, per le quali si paga un canone irrisorio, disincentivasse i titolari ad apportare migliorie e a migliorare il servizio. L’Unione europea ci bacchetta, ma la lobby è troppo forte.

A tal proposito vi voglio raccontare un aneddoto sul tema che mi è capitato.

Quasi quaranta anni fa lavoravo all’Ufficio del Registro (Amministrazione finanziaria) di una città sul mare il cui lungomare e zone limitrofe era pieno di stabilimenti balneari.

Al periodo stabilito i titolari venivano in Ufficio con la licenza (canone irrisorio) da rinnovare per pagare l’imposta di Registro.

Sulla licenza il concedente (il Demanio) dava la possibilità di erigere sulla spiaggia “costruzioni” da adibire a spogliatoi, bar, etc, Le costruzioni dovevano essere “precarie” in modo da rendere facilmente possibile il ripristino della spiaggia libera al termine della licenza.

Per tali “costruzioni precarie” la tassazione dell’imposta di registro era del 2% del canone di concessione.

Ma io quegli stabilimenti balneari li conoscevo bene, li frequentavo anche e non erano fatti di costruzioni precari, bensì di vere e proprie costruzioni in cemento armato che ospitavano la “sala”, il ristorante, il bar, etc.

Secondo me, quindi, nella fattispecie, si configurava non una “costruzione precaria”, bensì  come “enfiteusi”, ossia come diritto reale su proprietà altrui per il quale il concessionario paga al proprietario del terreno un canone.

La questione non era solo terminologica, ma sostanziale. L’enfiteusi pagava una imposta di registro dell’8% del canone, e tale io l’applicavo, nonostante le critiche dell’allora Direttore dell’Ufficio. Firmavo io, mica lui!

Apriti cielo! Alte urla della lobby delle concessioni balneari, larvate minacce, reprimenda del Direttore dell’Ufficio. Una montagna di ricorsi che non so come siano andati a finire perché cambiai Amministrazione.

Meno male.

Ma mi sarebbe piaciuto assistere, presso le Commissioni tributarie, allo svolgimento del contenzioso.

È di oggi, 9 novembre 2021, la decisione del Consiglio di Stato per cui le concessioni balneari andranno prorogate solo fino al 31 dicembre 2023.

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