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Oggi la stampa riporta la notizia dell’approvazione da parte della Camera, in seconda lettura conforme, del Disegno di legge costituzionale volto a ridurre il numero dei parlamentari.

Quindi, secondo l’articolo 138 della Costituzione, se dopo tre mesi Camera e Senato riapprovano, in testo conforme, il medesimo Disegno di legge modificherà la Costituzione stessa, salva la possibilità di Referendum in alcuni casi.

Il Disegno di legge (n. 214 al Senato e n.1585 alla Camera) prevede (qui il testo) che il numero dei deputati scenda da 630 a 400 ed il numero dei senatori da 315 a 200.

La motivazione, posta dai presentatori, a base della proposta è la seguente: “Coerentemente con quanto previsto dal programma di governo, si intende pertanto riportare al centro del dibattito parlamentare il tema della riduzione del numero dei parlamentari, con il duplice obiettivo di aumentare l’efficienza e la produttività delle Camere e, al contempo, di razionalizzare la spesa pubblica. In tal modo, inoltre, l’Italia potrà allinearsi agli altri Paesi europei, che hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitato.”

Quindi efficienza e riduzione della spesa, ma a scapito della funzione più importante, direi quasi sacra, della rappresentatività del popolo italiano.

Beh, io non sono per nulla d’accordo e vi spiego perché.

Riduzione della spesa: ben poca cosa. Si ridurrebbe solo la spesa per gli stipendi dei parlamentari, una goccia nel mare dei costi della politica. Non si ridurrebbero i costi delle strutture del Parlamento che rimarrebbero identiche. Pensate voi che si licenzierebbero funzionari, commessi  o si ridurrebbero gli Uffici sol perché sono diminuiti i parlamentari? Non penso proprio.

Efficienza: l’efficienza del Parlamento è bassa, lo sappiamo, ma la colpa non è certo nel numero dei parlamentari, bensì va ricercata nei regolamenti delle due Camere. Un esempio? Come sapete i disegni di legge vanno prima discussi delle Commissioni parlamentari competenti per materia e, poi, una volta approvate da queste Commissioni, affrontano di nuovo l’iter di approvazione in Aula con, ancora una volta, proposizione di emendamenti, discussione etc.

I lavori fra Aula e Commissioni non sono coordinati: capita spesso che le Commissioni (formate dagli stessi parlamentari che potrebbero o dovrebbero esser presenti in Aula) lavorino in contemporanea con l’Aula o che i lavori delle Commissioni debbano essere interrotti per il contemporaneo succedersi di votazioni in Aula. Sarebbe più facile organizzare il lavoro per sessioni. Ad esempio, nelle prime tre settimane del mese si riuniscono solo le Commissione, nell’ultima solo l’Aula. Il contrasto svanirebbe nel nulla.

Oppure, un’altra proposta semplice semplice per aumentare l’efficienza: il disegno di legge viene discusso ed approvato in Commissione di merito (ove, si presume, siedano parlamentari competenti nella materia trattata) e l’Aula sarà chiamata solo ad approvarla o a bocciarla senza iniziare di nuovo il percorso di merito.

Quindi non è il numero dei parlamentari ad intralciare il lavoro, bensì i regolamenti delle Camere.

Anche il confronto, tanto sbandierato, con gli altri Paesi europei non dà cifre molto dissimili: In virtù della Costituzione attuale, in Italia abbiamo 945 parlamentari, di cui 630 deputati e 315 senatori. A questi, in realtà, vanno aggiunti i senatori a vita (al massimo 5) e i senatori di diritto a vita, cioè i presidenti emeriti della Repubblica e quelli nominati dal Presidente della Repubblica. Ciò significa che, senza includere nel calcolo i senatori a vita, nel nostro Paese abbiamo 1,6 membri del Parlamento per ogni 100mila abitanti.

In Francia per ogni 100mila abitanti ci sono 1,4 parlamentari, in Germania 0,9, in Spagna 1,3 e in Polonia 1,4. In numeri assoluti, a fronte dei nostri 945 parlamentari, il Parlamento tedesco contempla 699 membri e quello francese 925.

Cifre, quindi, simili. Anche se bisogna considerare che la Germania è uno Stato federale ed ogni Land ha già il suo Parlamento. Discorso analogo per un altro esempio preso a modello da chi vuole ridurre i Parlamentari: gli USA. Negli Stati Uniti d’America, il Senato è composto da 200 membri e la Camera dei rappresentanti da un massimo di 435 membri. Anche gli Stati uniti sono uno stato federale con i suoi propri organi di governo e le due Camere sono chiamate ad esprimersi solo su limitati argomenti.

La nota negativa, troppo negativa, che la riduzione del numero dei parlamentari pone è la drastica caduta di rappresentatività del Parlamento. E la rappresentatività de popolo italiano è la massima funzione del Parlamento sancita dall’art.1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Ossia tramite il Parlamento.

Ed il Parlamento DEVE essere il più rappresentativo possibile. In Italia, gli elettori per la Camera, alle ultime politiche erano 46.505.350.  Quindi un deputato alla Camera ogni 73.818 elettori. Sempre alle ultime politiche de 2018, gli elettori per il Senato (età maggiore di 25 anni) erano 42.780.033, quindi un senatore ogni 135.809 elettori.

Ora, in un Paese che si rispetti, il candidato deve raccogliere, con l’aiuto del suo partito, il consenso del maggior numero di elettori, per cui, prima di tutto, deve farsi conoscere dal maggior numero possibile di persone.

Se la riforma proposta andasse in porto ci sarebbe un deputato ogni 116.263 elettori ed un senatore ogni 213.900 elettori.

Il mio ragionamento sarà pure una grande semplificazione, perché esistono le circoscrizioni, i collegi etc., ma il risultato ed il senso del ragionamento non cambia. Pensate voi sia più facile per un candidato alla Camera farsi conoscere da 73.818 elettori o da 116.263 elettori?

E’ chiaro che, per il singolo candidato, l’impresa si fa molto più difficile ed aumenta a dismisura il ruolo del Partito che, con la sua organizzazione sul territorio, può facilmente supportare un candidato piuttosto che un altro. E’ poi facilissimo da comprendere che questa riforma sbarra la strada a qualsiasi candidato indipendente.

Se, poi, come purtroppo succede ora, le liste sono bloccate, senza voto di preferenza, ben si comprende come, riducendo il numero dei parlamentari non si persegue il disegno di razionalizzarne il lavoro e di ridurre le spese, bensì di aumentare a dismisura il ruolo e l’importanza dei partiti politici.

Questo è il vero effetto della riforma proposta dal cosiddetto Governo del Cambiamento: aumentare a dismisura il potere dei partiti sugli eletti, candidando e supportando solo quelli fedeli alla oligarchia dei segretari di partito.

Perdonatemi, ma io non ridurrei il numero dei parlamentari ed otterrei gli stessi risultati con una profonda revisione (a costo zero) dei regolamenti di Camera e Senato.

Ai partiti non la dò vinta.

I giornali di questi giorni riportano i nuovi annunci dei dioscuri sul ponte di comando della nostra italietta: ridurre il numero dei parlamentari, ridurre il loro stipendio!!!! Questa è la parola d’ordine, quasi pensando al Parlamento come l’aula sorda e grigia di mussoliniana memoria.  Il fine promesso è quello, molto sentito dalle masse e foriero di consensi elettorali, di ridurre i costi della politica e di dare un altro colpo alla casta.

Purtroppo non è così. Riducendo il numero dei parlamentari non si dà un colpo alla casta, ma un forte colpo alla democrazia.

Vi spiego, in autorevole compagnia con il Post, perché.

L’Italia cambia spesso il sistema elettorale, dal 2006 abbiamo le liste bloccate, quindi candidati scelti dalle segreterie dei partiti, ma non è uesto il peggio. Andiamo con ordine. Facciamo il discoro per la Camera dei Deputati. Per il Senato è analogo.

Dal sito del Ministero dell’interno, si scopre che l’Italia,  è divisa in ventisette circoscrizioni più la Val d’Aosta. Queste circoscrizioni comprendono  46.505.350 elettori. Di questi, il 4 marzo 2018, si sono recati alle urne 33.923.321 persone, pari al 72,94% del corpo elettorale. Facendo un conto spannometrico – visto che la Camera è composta da 630 deputati, si fa presto il conto che è eletto un deputato ogni 73.818 elettori.

Per farsi eleggere, quindi, ogni candidato, imposto o meno dai partiti, deve farsi conoscere – in media – da oltre 70.000 persone, impresa titanica, visto che i comizi la forma di propaganda più economica, i comizi, non si usano più. Il candidato, ammesso che l’elettore possa scegliere fra le liste bloccate, deve spender soldi per una campagna sui social, per una campagna sui media televisivi e radiofonici etc.. Hmmm, se non hai un partito forte alle spalle che ti finanzia, col cavolo che ce la fai.

Vediamo che succede se si riduce il numero dei Deputati.

La legge elettorale dovrà necessariamente cambiare. Se invece di 630 deputati si eleggono, poniamo, 400 deputati, o si deve allargare l’estensione territoriale delle circoscrizioni o se ne deve diminuire il numero. In ogni caso, fermo restando il numero degli elettori – se si devono eleggere, poniamo, 400 deputati – ogni candidato dovrà spiegare il suo programma e farsi conoscere non più da poco più di 73.000 elettori, bensì da 116.263 elettori. Capite bene che le possibilità di farsi conoscere, di spiegare il proprio programma, di convincere il frettoloso elettore a votare per lui, diminuiscono drasticamente.

Senza un forte partito alle spalle, che ti finanzia la campagna elettorale, le tue possibilità di farti conoscere, di spiegare il tuo programma sono ridotte al lumicino. A fronte di un irrisorio risparmio, ma solo sugli stipendi di 230 deputati, perché i costi degli apparati rimarrebbero identici, si darebbe un fiero colpo alla democrazia rappresentativa voluta dalla nostra Costituzione per elevare a regola lo strapotere dei partiti che scelgono e finanziano i candidati.

Corre l’obbligo di spendere due parole sull’obiezione più comune dei fautori della riduzione del numero dei parlamentari: il nostro è uno dei parlamenti più numerosi al mondo. Il Congresso degli Stati uniti d’America è composto da un numero di membri assai minore: la Camera dei Rappresentanti da 435 membri, il Senato da soli 100 membri a fronte di una popolazione USA di 325 milioni di persone, ben superiore a quella italiana di poco più di 60 milioni di abitanti.

Il paragone non è pertinente. Non si possono confrontare i cavoli con le mele, diceva la mia maestra di scuola elementare. Gli Usa sono uno Stato federale. Negli USA il 90% delle questioni e delle competenze è di pertinenza del parlamento dei singoli Stati e del Governatore. Al Congresso appartiene una competenza alta e residuale su affari che interessano l’intera nazione o affari di politica estera o di difesa dello Stato federale.

Chi difende la fantasia della riduzione dei numero dei parlamentari in Italia, poi, non vi dice, o non conosce, il lavoro, nascosto e duro, delle Commissioni parlamentari, divise per materi, che sbozzano e danno forma compiuta ai progetti di legge da portare all’Assemblea  (Aula). Se si riducono i parlamentari, si riduce anche l’efficienza delle Commissioni con la inevitabile conseguenza di rendere le leggi sempre più oscure e criptiche, buone per essere interpretate secondo il volere del Governo.

Volete un esempio: la legge di bilancio 2019,  (LEGGE 30 dicembre 2018, n. 145 Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021. (18G00172) (GU n.302 del 31-12-2018 – Suppl. Ordinario n. 62 )   approvata dal Parlamento senza passare per le Commissioni. Ci capite qualcosa?  Vi sfido.

Quindi, attenzione a chi vi dice che diminuendo i parlamentari si riducono le spese per la politica. Il prezzo è ben più alto: la riduzione della democrazia e l’aumento della partitocrazia.

Se il mio discorso vi convince, diffondete e condividete: siamo in un periodo pericoloso per la democrazia, pronti ad affiancarci a Paesi come l’Ungheria e la Turchia dove la democrazia è stata sostituita dalla democratura.

Oggi i giornali riportano che, nelle intenzioni dei Cinquestelle, a gennaio sarà portato nell’Aula parlamentare un progetto di riforma costituzionale che interessa l’Istituto del Referendum come strumento di democrazia diretta. Bisogna riformare l’istituto del referendum – dice Di Maio – abolendo il quorum sotto il quale il referendum non passa. «Per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento, con l’abolizione del quorum» nel referendum abrogativo, «di fare in modo per cui chi va a votare conta e chi sta a casa si prende le sue responsabilità», ha concluso il vicepremier. Inoltre, i Cinquestelle vogliono introdurre il referendum propositivo ed abolire il divieto di referendum per i trattati internazionali (e le leggi finanziarie?).

Per chi vuole approfondire, questi sono i progetti di legge (con i relativi link alle schede e ai testi) delle proposte presentate dai Cinquestelle:

  • S.852 – 18ª Legislatura
    Sen. Gianluca Perilli (M5S) e altri
    Modifica dell’articolo 75 della Costituzione, concernente l’introduzione di un vincolo per il legislatore di rispettare la volontà popolare espressa con referendum abrogativo
    10 ottobre 2018: Presentato al Senato
    23 ottobre 2018: Assegnato (non ancora iniziato l’esame)

 

  • C.1173 – 18ª Legislatura
    On. Francesco D’Uva (M5S) e altri
    Modifica all’articolo 71 della Costituzione in materia di iniziativa legislativa popolare
    19 settembre 2018: Presentato alla Camera
    18 dicembre 2018: In corso di esame in commissione
  • C.998 – 18ª Legislatura
    On. Francesco Silvestri (M5S)
    Modifiche all’articolo 75 della Costituzione, concernenti i requisiti per l’indizione e la soppressione del quorum per la validità del referendum abrogativo
    25 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • C.985 – 18ª Legislatura
    On. Valentina Corneli (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente l’ammissibilità del referendum abrogativo sulle leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali
    24 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • C.984 – 18ª Legislatura
    On. Anna Bilotti (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente la soppressione del quorum per la validità del referendum abrogativo
    24 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • S.588 – 18ª Legislatura
    Sen. Giovanni Endrizzi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione concernente la soppressione del quorum strutturale del referendum abrogativo
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare
  • S.589 – 18ª Legislatura
    Sen. Ugo Grassi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione concernente la soppressione del quorum strutturale del referendum abrogativo
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare
  • S.587 – 18ª Legislatura
    Sen. Stefano Lucidi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente l’ammissibilità del referendum abrogativo sulle leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare

In effetti al punto 20 del Contratto per il Governo del cambiamento [a proposito non sono riuscito più a trovarlo sul sito del blog delle stelle, dove è finito?] i partiti di governo affermano: “È inoltre  fondamentale  potenziare  un  imprescindibile  istituto  di  democrazia diretta già previsto dal nostro ordinamento costituzionale: il referendum abrogativo. Per incentivare forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale occorre cancellare il quorum strutturale – ovvero la necessità della partecipazione alla votazione della maggioranza degli aventi diritto – al fine di rendere efficace e cogente l’istituto referendario. Ulteriore obiettivo di questa proposta, nel solco dello spirito che anima l’articolo 75 della Costituzione, è quello di scoraggiare, in ogni forma, l’astensionismo elettorale, spesso strumentalizzato per incentivare il non voto, al fine di sabotare le consultazioni referendarie.”.

 

Secondo me, l’intento, pur apprezzabile, sortisce effetti contrari al dominio della Democrazia sulla Politica e, oltretutto si scontra con quanto affermato al punto 1 dello stesso Contratto del Governo del Cambiamento: “intendiamo incrementare il processo decisionale in Parlamento”. E, se passa l’abolizione del quorum, sarà proprio il Parlamento ad esser messo fuori gioco.

Il Referendum abrogativo è previsto dall’articolo 75 della Costituzione: “E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.”

 

Quindi per eliminare il quorum c’è bisogno del procedimento di revisione costituzionale con doppia lettura.

 

Ma vediamo la sostanza della questione. La nostra è una democrazia rappresentativa e non una democrazia diretta. Il modo principale di “fare le leggi” è quello della discussione in seno al Parlamento. Lì siedono 630 deputati e 315 senatori, quindi circa un parlamentare ogni 47.000 elettori.

La Costituzione si preoccupa proprio di questo. Per sbugiardare il Parlamento abrogandone una legge, occorre una spinta molto forte da parte dell’elettorato: prima la raccolta di 500.000 firme, poi mobilitare al voto la maggioranza degli elettori (il quorum), infine che, in detta maggioranza, far prevalere i all’abrogazione. La Costituzione, rendendo difficile l’abrogazione di una legge con il referendum ha inteso privilegiare il ruolo del Parlamento rendendo le sue leggi difficili da abrogare.

Immaginate come sarebbe sminuita la centralità del Parlamento se bastassero 30.000 o 20.000 o 10.000 persone che si presentassero alle urne per votare ad un referendum per segnare la vita o la morte di una legge votata in Parlamento.

Anche assegnare una connotazione negativa a chi a votare per il referendum non è corretto. Chi non va a votare, al pari di chi vota no, si fida dell’operato del Parlamento che ha liberamente contribuito ad eleggere.

Secondo me, abrogare il quorum è andare contro la Costituzione: 10.000 non possono oscurare l’operato del Parlamento, per non parlare della facilità con cui, nell’epoca attuale si manipola l’opinione pubblica intorno a slogan che nulla hanno a che fare con le leggi sottoposte a referendum.

Bene ha fatto la Costituzione a vietare il referendum su leggi tributarie. Sarebbe scontato l’esito di un referendum abrogativo di una legge che istituisce una tassa o una imposta.

Ma in una cosa Di Maio ha ragione: la “strumentalizzazione del non voto per sabotare l’istituto del referendum”.

Per limitare la portata di questa strumentalizzazione, però, non c’è bisogno di abrogare il quorum.

Il quorum pari al 50% +1 degli elettori fu previsto e mantenuto nella Costituzione perché dal 1948 agli anni ’90 l’Italia era fra le prime nazioni al mondo per affluenza alle urne. Percentuali dell’85% non erano rare. Quindi il quorum doveva esser alto.

Oggi, invece, specialmente alle elezioni amministrative, la percentuale si è pressoché dimezzata e questo rende – effettivamente – molto più difficile il raggiungimento del quorum stabilito dall’articolo 75 della Costituzione per ché l’astensionismo fisiologico (che non vuol dire né SINO) si somma all’astensionismo che vuol dire NO.

Una proposta, non mia, ma che appoggio pienamente, è quella di stabilire un quorum variabile ossia pari al 50% +1 non dell’intero corpo elettorale, bensì degli elettori che si sono recati alle urne nelle elezioni politiche immediatamente precedenti alle votazioni per il referendum di cui trattasi.

Il quorum sarebbe quindi proporzionale alle persone che, in quel periodo si recano alle urne per le elezioni più importanti, quelle politiche.

Mi sembra un ragionevole compromesso.

Ma sull’argomento referendum e quorum ci ritorneremo.

 

 

Ieri a “di Martedì”, Di Maio ha riaffermato la volontà del governo di dare veloce attuazione a due rifirme costituzionali previste nel Contratto per il Governo del cambiamento.

L’imposizione del vincolo di mandato ai parlamentari e la loro riduzione di numero.

L’innovazione viene presentata come rimedio al brutto andazzo dei “voltagabbana” che cambiano gruppo parlamentare nel corso della legislatura e come risparmio sulle spese della politica. Questo è vero. Ma – come si dice – il rimedio è peggiore del male e va a discapito della SUPREMAZIA DEL PARLAMENTO e del suo processo decisionale, visto nello stesso “contratto” al punto 1 come bandiera del nuovo Governo.

In due parole spiego perché.

L’articolo 67 della Costituzione spiega che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La Costituzione ha voluto favorire i “voltagabbana”? Sicuramente no. Ha privilegiato il bene supremo in una democrazia, ossia la libertà di coscienza, la possibilità – magari in votazioni su argomenti non previsti dal programma – dal votare in dissenso dal partito di appartenenza. Perché – nel caso di mutamenti nella politica di partito – il singolo parlamente deve essere obbligato a seguire i vertici?

Ma le motivazioni di cui sopra non sono neppure le più importanti. Introducendo il “vincolo di mandato”, ossia l’obbligo per ogni parlamentare di conformarsi sempre e comunque alla volontà del partito e del suo Capo, si uccide il Parlamento che, a parole, il “contratto di governo” vuole privilegiare. Se ogni parlamentare deve votare come stabilisce il responsabile del partito, a che serve il parlamentare? A che serve il suo voto? Basterebbe che, ogni qual volta bisogna decidere su un provvedimento, si attribuisca alla volontà del responsabile di ogni partito il numero di voti corrispondenti a numero dei suoi parlamentari. I parlamentari potrebbero anche andare a casa.

Introdurre il vincolo di mandato significa solo rafforzare la partitocrazia che Lega e Cinquestelle oggi – a parole – vogliono combattere.

Certo, se si dimezza il numero di parlamentari, le spese della politica dimunuiscono. Diminuiscono, non si dimezzano, perché le spese per l’apparato, i servizi, le biblioteche, la tipografia etc. etc, rimangono. Ma non è questo il motivo: diminuire il numero dei parlamentari significa diminuire la democrazia e aumentare il ruolo dei partiti. Mi spiego: nel sistema attuale, per essere eletti – visto che ci sono in palio 630 posti alla Camera e 315 al Senato – per essere eletti sarà sufficiente per ogni candidato “farsi conoscere ed apprezzare” da un numero di elettori che sarà senza dubbio minore dell’ipotesi in cui i posti in palio siano 315 alla Camera e 200 al Senato. Insomma, diminuendo il numero dei parlamentari, la lotta per essere eletti sarà più serrata e ce la farà solo chi è appoggiato dal Partito e dal Capo che compila le liste elettorali. Le possibilità per un “indipendente” di essere eletto diminuiranno drasticamente e la partitocrazia si rafforzerà.

Ieri, il Ministro del lavoro Luigi Di Maio al Congresso della UIL, ha rilanciato un argomento caro ai Cinquestelle, la Democrazia diretta. Bisogna riformare l’istituto del referendum abolendo il quorum sotto il quale il referendum non passa. «Per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento, con l’abolizione del quorum» nel referendum abrogativo, «di fare in modo per cui chi va a votare conta e chi sta a casa si prende le sue responsabilità», ha detto il vicepremier.

In effetti al punto 20 del Contratto per il Governo del cambiamento [a proposito non sono riuscito più a trovarlo sul sito del blog delle stelle, dove è finito?] i partiti di governo affermano: “È inoltre  fondamentale  potenziare  un  imprescindibile  istituto  di  democrazia diretta già previsto dal nostro ordinamento costituzionale: il referendum abrogativo. Per incentivare forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale occorre cancellare il quorum strutturale – ovvero la necessità della partecipazione alla votazione della maggioranza degli aventi diritto – al fine di rendere efficace e cogente l’istituto referendario. Ulteriore obiettivo di questa proposta, nel solco dello spirito che anima l’articolo 75 della Costituzione, è quello di scoraggiare, in ogni forma, l’astensionismo elettorale, spesso strumentalizzato per incentivare il non voto, al fine di sabotare le consultazioni referendarie.”.

 

Secondo me, l’intento, pur apprezzabile, sortisce effetti contrari al dominio della Democrazia sulla Politica e, oltretutto si scontra con quanto affermato al punto 1 dello stesso Contratto: “intendiamo incrementare il processo decisionale in Parlamento”. E, se passa, l’abolizione dle quorum, sarà proprio il Parlamento ad esser messo fuori gioco.

 

Il Referendum abrogativo è previsto dall’articolo 75 della Costituzione: “E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.”

 

Quindi per eliminare il quorum c’è bisogno del procedimento di revisione costituzionale con doppia lettura.

 

Ma vediamo la sostanza della questione. La nostra è una democrazia rappresentativa e non una democrazia diretta. Il modo principale di “fare le leggi” è quello della discussione in seno al Parlamento. Lì siedono 630 deputati e 315 senatori, quindi circa un parlamentare ogni 47.000 elettori.

La Costituzione si preoccupa proprio di questo. Per sbugiardare il Parlamento abrogandone una legge, occorre una spinta molto forte da parte dell’elettorato: prima la raccolta di 500.000 firme, poi mobilitare al voto la maggioranza degli elettori (il quorum), infine che, in detta maggioranza, far prevalere i all’abrogazione. La Costituzione, rendendo difficile l’abrogazione di una legge con il referendum ha inteso privilegiare il ruolo del Parlamento rendendo le sue leggi difficili da abrogare.

Immaginate dove andrebbe la centralità del Parlamento se bastassero 30.000 o 20.000 o 10.000 persone che si presentassero alle urne per votare ad un referendum per segnare la vita o la morte di una legge votata in Parlamento.

Anche assegnare una connotazione negativa a chi a votare per il referendum non ci va, è sbagliato. Chi non va a votare, al pari di chi vota no, si fida dell’operato del Parlamento che ha liberamente contribuito ad eleggere

Secondo me, abrogare il quorum è andare contro la Costituzione: 10.000 sì non possono oscurare l’operato del Parlamento.

 

Ma in una cosa Di Maio ha ragione: la “strumentalizzazione del non voto per sabotare l’istituto del referendum”.

Per limitare la portata di questa strumentalizzazione, però, non c’è bisogno di abrogare il quorum.

 

Il quorum pari al 50% +1 degli elettori fu previsto e mantenuto nella Costituzione perché dal 1948 agli anni ’90 l’Italia era fra le prime nazioni al mondo per affluenza alle urne. Percentuali dell’85% non erano rare. Quindi il quorum doveva esser alto.

 

Oggi, invece,  specialmente alle elezioni amministrative, la percentuale si è pressoché dimezzata e questo rende – effettivamente – molto più difficile il raggiungimento del quorum stabilito dall’articolo 75 della Costituzione.

 

Una proposta, non mia, ma che appoggio pienamente, è quella di stabilire un quorum variabile ossia pari al 50% +1 non dell’intero corpo elettorale, bensì degli elettori che si sono recati alle urne nelle elezioni politiche immediatamente precedenti alle votazioni per il referendum di cui trattasi.

Mi sembra un ragionevole compromesso.

 

Nel Contratto per il Governo del cambiamento “sottoscritto” da Lega e Movimento Cinquestelle sono previste due modifiche costituzionali parecchio rilevanti.

L’imposizione del vincolo di mandato ai parlamentari e la loro riduzione di numero.

L’innovazione viene presentata come rimedio al brutto andazzo dei “voltagabbana” che cambiano gruppo parlamentare nel corso della legislatura e come risparmio sulle spese della politica. Questo è vero. Ma – come si dice – il rimedio è peggiore del male e va a discapito della SUPREMAZIA DEL PARLAMENTO e del suo processo decisionale, visto nello stesso “contratto” al punto 1 come bandiera del nuovo Governo.

In due parole spiego perché.

L’articolo 67 della Costituzione spiega che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La Costituzione ha voluto favorire i “voltagabbana”? Sicuramente no. Ha privilegiato il bene supremo in una democrazia, ossia la libertà di coscienza, la possibilità – magari in votazioni su argomenti non previsti dal programma – dal votare in dissenso dal partito di appartenenza. Perché – nel caso di mutamenti nella politica di partito – il singolo parlamente deve essere obbligato a seguire i vertici?

Ma le motivazioni di cui sopra non sono neppure le più importanti. Introducendo il “vincolo di mandato”, ossia l’obbligo per ogni parlamentare di conformarsi sempre e comunque alla volontà del partito e del suo Capo, si uccide il Parlamento che, a parole, il “contratto di governo” vuole privilegiare. Se ogni parlamentare deve votare come stabilisce il responsabile del partito, a che serve il parlamentare? A che serve il suo voto? Basterebbe che, ogni qual volta bisogna decidere su un provvedimento, si attribuisca alla volontà del responsabile di ogni partito il numero di voti corrispondenti a numero dei suoi parlamentari. I parlamentari potrebbero anche andare a casa.

Introdurre il vincolo di mandato significa solo rafforzare la partitocrazia che Lega e Cinquestelle oggi – a parole – vogliono combattere.

Certo, se si dimezza il numero di parlamentari, le spese della politica dimunuiscono. Diminuiscono, non si dimezzano, perché le spese per l’apparato, i servizi, le biblioteche, la tipografia etc. etc, rimangono. Ma non è questo il motivo: diminuire il numero dei parlamentari significa diminuire la democrazia e aumentare il ruolo dei partiti. Mi spiego: nel sistema attuale, per essere eletti – visto che ci sono in palio 630 posti alla Camera e 315 al Senato – per essere eletti sarà sufficiente per ogni candidato “farsi conoscere ed apprezzare” da un numero di elettori che sarà senza dubbio minore dell’ipotesi in cui i posti in palio siano 315 alla Camera e 200 al Senato. Insomma, diminuendo il numero dei parlamentari, la lotta per essere eletti sarà più serrata e ce la farà solo chi è appoggiato dal Partito e dal Capo che compila le liste elettorali. Le possibilità per un “indipendente” di essere eletto diminuiranno drasticamente e la partitocrazia si rafforzerà.

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