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3 dicembre 2021,

Nel Consiglio dei ministri di oggi, con grande scalpore, è stata respinta la proposta del Presidente Draghi di “congelare” per un biennio la “riduzione delle aliquote”, con un prelievo di circa 20 euro mensili, per i redditi (lordi) superiori a 75.000 euro annui.
In sé lo spirito della proposta è giusto: chi più ha, qualcosa a chi ha di meno deve dare.
Quello che è sbagliato è sempre il metodo surrettizio della proposta: tassare ma senza dirlo, spacciandolo per un “contributo temporaneo”. La proposta, in questi termini, fa il paio con il “contributo di solidarietà” sulle pensioni alte, stabilito dal Governo Lega-Cinquestelle e poi giustamente cassato dalla Corte Costituzionale in quanto era una tassa mascherata che, in più, gravava solo su una parte dei contribuenti.

Se servono soldi si abbia il coraggio di tassare a viso aperto senza ricorrere a trucchetti, sotterfugi e cambi di nome.
Eppure esiste una strada maestra per risolvere questo problema. Nel nostro sistema IRPEF c’è una grossa anomalia: chi guadagna 75.001 euro lordi annui e chi ne guadagna 250.000 o 1.000.000 o 5.000.000 di euro paga la medesima aliquota marginale del 43%

Insomma i “benestanti” e i Paperoni pagano la stessa percentuale su uno scaglione che potrebbe essere infinito, con buona pace della Costituzione che stabilisce che il nostro sistema fiscale deve essere improntato a criteri di progressività.


Visto che stanno rivedendo le aliquote, il Governo abbia il coraggio di inserire una nuova aliquota marginale più alta per i redditi, ad esempio, superiori ai 100.000 o ai 200.000 euro.

Se si ritiene che sia scandaloso guadagnare più di 75.000 euro (lordi) annui, anche se guadagnati onestamente, il Governo (e il Parlamento) abbiano il coraggio di dirlo apertamente e inseriscano un’aliquota marginale maggiore.

Ma non ne hanno il coraggio. Nessun Governo, nessun Parlamento, ad un anno (o meno) dalle elezioni, vuol passare per quello che ha aumentato le tasse.

Vedrete che si inventeranno un altro sotterfugio, un’alchimia finanziaria, un altro contributo di solidarietà (ah, che senso di bontà viene dalla parola solidarietà) provvisorio, eh; magari una sequela di “provvisori”, così nessuno potrà dire che hanno elevato le tasse andando ad incidere solo sui lavoratori dipendenti, gli unici che – per forza di cose – denunciano redditi superiori ai 75.000 euro (sempre lordi).

Ho già parlato, in un precedente post “Sono ora i ristoratori la classe dominante?” dei privilegi, dell’egoismo, della strafottenza che i ristoratori, dopo i comprensibili disagi e perdite dovute alla pandemia Covid, stanno ora assumendo.

Ma non mi era ancora capitato sentirli irridere alle leggi dello Stato, sicuri della loro impunità.

Vi racconto una storia che mai avrei voluto vivere.

Ieri, 18 novembre 2021, telefono ad un ristorante dove avevo mangiato molto bene, “La Grotta Azzurra” di Trevignano romano.

La conversazione ha del surreale, ve la trascrivo nella sua interezza:

– io: Buongiorno, vorrei prenotare un tavolo per due per sabato.

– voce del ristorante: Non la sento bene

– io: mi scusi sono in un luogo chiuso e ho la mascherina

– voce del ristorante: prima dei dettagli la avviso che qui non chiediamo il green pass e non portiamo la mascherina!!

– io: siete novax?

– voce del ristorante: no, siamo costituzionalisti [sic!]

– io: va bene, non se ne fa nulla. Non vado ad un ristorante dove non rispettano le leggi.

Fine della telefonata.

Devo confessare che ho dapprima pensato ad uno scherzo, poi, a casa, ho cercato il ristorante su Trip Advisor e qui cominciano le sorprese leggendo le ultime recensioni.

Potete leggerle anche voi al link https://www.tripadvisor.it/Restaurant_Review-g1158597-d1823812-Reviews-La_Grotta_Azzurra-Trevignano_Romano_Province_of_Rome_Lazio.html

(ma le riporto per immagini alla fine del post)

Ben due recensioni, una ad ottobre ed una a novembre stigmatizzano l’assoluta non applicazione delle norme anticovid (assenza di mascherine dei camerieri, mancata richiesta del Green Pass) e una di esse racconta di essere andata dai Carabinieri per denunciare il fatto (inutilmente, visto che il ristorante è ancora aperto).

Non ho modo di controllare la veridicità di tal recensioni, ma quello che più stupisce e fa incazzare sono le risposte – quindi presumo veritiere – che il gestore (o il proprietario, non so) del ristorante dà alle due recensioni che, comunque, riporto in immagine più sotto.

Risposte irridenti e tipiche della follia novax, tipo “Siete così spaventati da recensire un posto in base a norme amministrative e non al suo valore intrinseco. Mi definisce anche maleducata perché ho risposto con una battuta ironica allora mi chiedo: ma perché andate al ristorante se avete così paura? Nessuno vi costringe, se non siete d’accordo salutate e via. Davvero credete che la nostra mascherina sia fondamentale? Siete davvero sicuri che nessuno abbia mai, anche incidentalmente, starnutito nel vostro piatto prima di portarvelo? Anche se poi vi arriva al tavolo con la mascherina? Davvero pensate che la nostra mascherina sia fondamentale?”

Oppure: Se pensate tutto questo ne avete tutto il diritto ma avete il DOVERE di lasciare in pace e rispettare chi non la pensa come voi, se non lo fate allora siete voi i maleducati, non io…e data la sua età (perché ho capito benissimo chi è lei) ripeto con sincerità: che tristezza”.

Ed ancoraNoi siamo liberi e lo rimarremo sempre. I servi di questo regime possono crogiolarsi nella loro superiorità, noi resistiamo circondati dall’amore di chi ci sceglie proprio perché liberi e felici.”

Il fatto è che il loro essere liberi e felici contravviene a precise norme dello Stato (sanzionate nella loro inosservanza, ma – visto che sono ancora aperti – non troppo sanzionate) che impongono la mascherina ai camerieri e la richiesta e controllo del Green Pass ai clienti che mangiano al chiuso.

Ignorare queste norme, se può far felice il loro ego strampalato, porta alla diffusione dei contagi, visto che il momento più propizio per la diffusione del virus è quando diverse persone ravvicinate intorno ad un tavolo si trovano, senza mascherina, a scambiarsi cibo, alito e chiacchiere.

Contravvenire a queste norme è un attentato alla salute pubblica. “Avete il dovere di lasciare in pace e di rispettare chi non la pensa come voi!” risponde il ristoratore, ma non quando la condotta del ristoratore mette a repentaglio la mia salute e la salute della collettività contravvenendo per di più a precise norme dello Stato.

Il loro essere liberi e felici e l’invocare la Costituzione dimostra solo ignoranza e malafede visto che l’articolo 16 della Costituzione sancisce che il diritto alla circolazione può essere limitato per “motivi di sanità o di sicurezza” e che l’art. 32 sancisce che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” e che per legge ”può essere sottoposto a determinato trattamento sanitario”.

Non è il caso di riprendere qui quanti costituzionalisti hanno ribadito che l limitazioni alla libertà come le mascherine e il Green Pass – per la loro difesa della sanità e salute pubblica siano in linea con la Costituzione.

Mi domando perché tali ristoranti siano ancora aperti e perché l’Autorità, pur specificamente interpellata, non sia intervenuta.

Non auguro a questi ristoratori di ammalarsi di Covid, non lo si augura a nessuno, ma che il loro cervellino si apra alla realtà. Realtà nella quale solo se tutti, ma proprio tutti seguiamo i dettami della Scienza, ripresi dallo Stato, riusciremo a salvarci.

Ovviamente non so se queste recensioni siano del tutto veritiere, ma le risposte date dal proprietario mi inducono a credere che lo siano. No, amici miei, non è andato tutto bene, come sui manifesti con l’arcobaleno del marzo dell’anno scorso. Per niente è andato bene. Qui a tanta gente ha dato di volta il cervello. E pensare che se invece che all’82%, fossimo arrivati al 95% della popolazione vaccinata, il problema del Covid potrebbe essere molto, ma molto minore.

Non c’è dubbio che i mesi di lockdown abbiano causato un grave danno economico a quelle imprese che basano la loro attività sull’aggregazione sociale, come i bar e i ristoranti. Hanno perso molti soldi e, giustamente, il Governo ha permesso loro – vista la minor pericolosità dello stare all’aperto – di ampliare lo spazio all’aperto a scapito di pedoni e parcheggi. Ho notato che alcuni esercizi, a loro spese, hanno realizzato piattaforme lignee rialzate e recintate ove sono posti tavolini ben distanziati.
Ma sono la minoranza, specialmente nei centri storici delle città. Io vivo a Roma. Basta andare il pomeriggio e/o la sera non solo a piazza Madonna dei Monti, non solo a via del Boschetto, non solo a Trastevere, non solo a Testaccio o Ponte Milvio. Vedrà una distesa di tavolini che coprono tutto il marciapiede e le strade (pedonalizzate e non) prospiciente. Microtavoli con attorno 8/10 sedie dove le persone si scambiano chiacchiere, alito e virus.
Ci sono certi posti che pongono tavoli e sedie davanti a portoni di uffici (per esempio Banca d’Italia a via del Boschetto) chiusi la sera o a negozi.
In certi posti neppure i poveri pedoni possono liberamente circolare tanto è fitto lo assembramento.
I ladri di borse prosperano.
Mascherina? Desaparecida.
Negli ultimi giorni, con l’avanzare del freddo e della pioggia, i ristoranti si riempiono anche all’interno. Il Green pass? Personalmente il massimo che mi sono sentito chiedere è “ce l’ha il Green Pass?” Ovviamente mai un controllo.
E i contagi aumentano.
Mi chiedo: i ristoratori sono i nuovi padroni del Paese? A scapito dei pedoni e di chi vuole solo godere delle bellezze delle città?
Vi lascio immaginare, poi, l’igiene e la pulizia delle strade quando, a notte fonda, i tavolini vengono rimossi lasciando finalmente dormire i poveri abitanti dei palazzi circostanti.
Questa storia è andata troppo oltre.
Bisogna trovare un compromesso fra una giusta possibilità di ristoro e l’attuale anarchia.

Qualche giorno fa il tema del Crocifisso, dopo le fiammate del 2006, 2009, 2011 e 2018 è tornato – devo dire molto stancamente – agli onori della cronaca giornalistica.

Ricapitoliamo brevemente la storia che, fino al 2018, è già stata oggetto di un lungo articolo di questo blog che trovate qui https://sergioferraiolo.com/2018/07/25/ieri-il-crocifisso-ha-fatto-impazzire-twitter/ e quindi non mi dilungo più di tanto, rimandandovi all’articolo per la questione..

Nel 2006, una cittadina italiana, la Signora Soile Lautsi adisce la CEDU per chiedere la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche considerandolo un ostacolo all’educazione laica che impartisce ai figli. La CEDU, nel 2009, dà ragione alla signora Lautsi (qui la sentenza), ma la Grande Chambre (organo di appello), nel 2011, ribalta la decisione di primo grado (qui la sentenza).

Grandi festeggiamenti negli ambienti cattolici che vedono nella sentenza della Grande Chambre la resurrezione (sì, siamo proprio in tema) della “religione di Stato” vigente prima della nostra attuale Costituzione (vedi articolo 1 dello Statuto Albertino) e la soluzione alla controversa interpretazione dell’articolo 7 dell’attuale Costituzione [Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale]. Controverso è se l’articolo 1 del Concordato del 1929 che riconosce la religione Cattolica come unica religione dello Stato, pur se “considerato non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano” (modifica dei patti lateranensi del 1984. Ricordate Craxi?) avesse ancora un qualche valore, visto che anche la modifica di Patti lateranensi del 1984 riconosce un indubbio rilevo, superiore a quello delle altre religioni alla Religione Cattolica Apostolica romana.

Quindi rimane tutto così come era, con il Crocifisso esposto nelle aule scolastiche ma – ed è questa la sorpresa – non come emblema delle Religione “prevalente nello Stato”.

Ricordo che l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche NON  è sancita da una legge, né esso è esposto come simbolo delle “regole” sotto le quali deve svolgersi l’attività scolastica.

Il Crocifisso, dalla nostra legge è considerato alla stregua di un armadio, di una lavagna, di una carta geografica: è un arredo scolastico, insomma. Le norme vigenti sono il R.D. 30 aprile 1924, n. 965 “Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media” (un semplice Regolamento, insomma) che all’articolo 118 dispone “Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re” e il R.D.26 aprile 1928 n. 1297 . che, all’articolo 119 rinvia ad una tabella (allegato C) l’elenco degli “arredi scolastici” per ogni tipo di classe. Nell’allegato C, insieme al ritratto del re, alle carte geografiche, al cestino per la carta, alla lavagna, è indicato anche il crocifisso. Il crocifisso come arredo scolastico, quindi.

Forse consapevoli della debolezza della forma giuridica sull’esposizione del Crocifisso, nel 2018, a firma dei Deputati SALTAMARTINI, FEDRIGA, CASTIELLO, GRIMOLDI, GUIDESI fu presentato la proposta di legge A.C. 387 (qui il testo) intesa a imporre l’obbligo di esporre in luogo elevato e ben visibile l’immagine del Crocifisso.

Per la cronaca. Si tratta della riproposizione di una proposta di legge n. 4005 del 2016 della precedente legislatura. Proposta mai discussa come quest’ultima del 2018.

Il fatto è che “esporre in alto, in luogo ben visibile, il crocifisso” significa dire che ogni attività svolta in quell’aula scolastica, di tribunale, di ufficio pubblico. Viene resa secondo i dettami della religione cattolica.

Orbene, lo Stato italiano è uno Stato laico che lascia ai suoi cittadini ogni libertà di associarsi in religioni, partiti politici o sindacati.

Io mi ritengo un agnostico, non mi ritengo offeso dall’esposizione di un simbolo religioso, ma mi ritengo MOLTO OFFESO dall’obbligo di esporre un simbolo religioso, anche in assenza di norme che dispongano la possibile esposizione di simboli di ALTRE religioni.

Mica tutti i cittadini italiani sono cattolici. Ma, come la mettiamo con i milioni di cittadini italiani (non parlo di stranieri) che non abbracciano la religione cattolica e sono ugualmente titolari degli stessi diritti di non discriminazione degli italiani di religione cattolica? Per fare un esempio, lo studio del Pew Center, riportato dal demografo Massimo Livi Bacci, stima che in Italia gli islamici siano quasi un milione in più dello stock dei migranti, quindi quel milione saranno cittadini italiani.

Alle stesse conclusioni perviene Fabrizio Ciocca nel saggio “La comunità islamica più numerosa in Italia? Quella Italiana.” in cui stima che oltre un milione di cittadini italiani siano di religione musulmana.

Questo lo stato dell’arte fino alla sentenza della Cassazione 24414 del 9 settembre 2021 (qui il testo completo).

Cosa afferma la sentenza?

La Cassazione (vedi il testo) prende le mosse da una azione disciplinare comminata ad un docente che, sistematicamente,  prima di ogni lezione, rimuoveva il crocifisso  per riappenderlo , poi, a fine lezione, in difformità di una circolare del Dirigente scolastico.

La Cassazione (vedi qui il comunicato stampa) decide che “L’aula può accogliere la presenza del crocifisso quando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, eventualmente accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe e in ogni caso ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi. Il docente dissenziente non ha un potere di veto o di interdizione assoluta rispetto all’affissione del crocifisso, ma deve essere ricercata, da parte della scuola, una soluzione che tenga conto del suo punto di vista e che rispetti la sua libertà negativa di religione. Nel caso concreto le Sezioni Unite hanno rilevato che la circolare del dirigente scolastico, consistente nel puro e semplice ordine di affissione del simbolo religioso, non è conforme al modello e al metodo di una comunità scolastica dialogante che ricerca una soluzione condivisa nel rispetto delle diverse sensibilità. Ciò comporta la caducazione della sanzione disciplinare inflitta al professore. L’affissione del crocifisso – al quale si legano, in un Paese come l’Italia, l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo – non costituisce un atto di discriminazione del docente dissenziente per causa di religione. Non è stata quindi accolta la richiesta di risarcimento danni formulata dal docente, in quanto non si è ritenuto che sia stata condizionata o compressa la sua libertà di espressione e di insegnamento.”

E, quindi, enuncia i conseguenti punti di diritto: (qui il documento originale)

“- In base alla Costituzione repubblicana, ispirata al principio di laicità dello Stato e alla salvaguardia della libertà religiosa positiva e negativa, non è consentita, nelle aule delle scuole pubbliche, l’affissione obbligatoria, per determinazione dei pubblici poteri, del simbolo religioso del crocefisso. – L’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924, che comprende il crocefisso tra gli arredi scolastici, deve essere interpretato in conformità alla Costituzione e alla legislazione che dei principi costituzionali costituisce svolgimento e attuazione, nel senso che la comunità scolastica può decidere di esporre il crocefisso in aula con valutazione che sia frutto del rispetto delle convinzioni di tutti i componenti della medesima comunità, ricercando un “ragionevole accomodamento” tra eventuali posizioni difformi. – E’ illegittima la circolare del dirigente scolastico che, nel richiamare tutti i docenti della classe al dovere di rispettare e tutelare la volontà degli studenti, espressa a maggioranza in assemblea, di vedere esposto il crocefisso nella loro aula, non cerchi un ragionevole accomodamento con la posizione manifestata dal docente dissenziente. – L’illegittimità della circolare determina l’invalidità della sanzione disciplinare inflitta al docente dissenziente per aver egli, contravvenendo all’ordine di servizio contenuto nella circolare, rimosso il crocefisso dalla parte dell’aula all’inizio delle sue lezioni, per poi ricollocarlo al suo posto alla fine delle medesime. – Tale circolare, peraltro, non integra una forma di discriminazione a causa della religione nei confronti del docente, e non determina pertanto le conseguenze di natura risarcitoria previste dalla legislazione antidiscriminatoria, perché, recependo la volontà degli studenti in ordine alla presenza del crocefisso, il dirigente scolastico non ha connotato in senso religioso l’esercizio della funzione pubblica di insegnamento, né ha condizionato la libertà di espressione culturale del docente dissenziente

Apriti cielo! I primi commenti sono stati che la Cassazione ha fatto come Ponzio Pilato: se ne è lavato le mani. “per me va tutto bene purché vi mettiate d’accordo. Se siete d’accordo, mettete il crocifisso, solo il crocifisso o anche la manina di Fatima, o il Dharmacakra o quello che volete voi”

Non è pilateggiare questo, anzi. E’ correttamente ricondurre il problema l suo ambito naturale: in uno Stato laico l’esposizione in una aula di scuola di un simbolo religioso equivale all’esposizione di un quadro che raffiguri le Dolomiti, ovvero ad un cestino per la carta straccia rosso oppure verde. Nulla che valga la pena di battibeccare fino a scomodare la Cassazione.

Ovviamente la Sentenza è stata “tirata per giacchetta” da ambo le parti. La Conferenza Episcopale Italiana ha twittato un comunicato trionfante. Eccolo qui sotto.

L’UAAR (unione degli Atei e agnostici razionalisti) parimenti ha gridato alla vittoria con una pagine WEB. Eccola qui:

Vabbè, ognuno vede il bicchiere pieno della metà del vino che gli piace.

Una ultima considerazione. Da piccoli al catechismo ci hanno rotto le scatole sulla più grande festa religiosa cattolica, la Pasqua, che celebra, con la Resurrezione, la gloria del figlio del Dio della religione cattolica (figlio? Come la mettiamo con la Trinità? Uno e trino?) Quindi la celebrazione è la Resurrezione.

Gli Evangelici e i “protestanti in generale” accolgono questa indicazione e, nelle loro chiese è esposta una croce nuda senza il Cristo morto, simbolo delle Resurrezione.

Perché, mi chiedo, nelle chiese di religione cattolica apostolica romana, invece, è sempre esposto un Crocifisso? Una croce con un uomo morente simbolo della sofferenza?

Oggi il Governo ha varato un doppio decreto legge su “sicurezza” e “immigrazione”. (nell’articolo è riportato anche il testo).

Nelle intenzioni di Salvini, principale autore del provvedimento esso servirà a scongiurrare nuovi arrivi di “migranti economici” e a dare una “stretta” sui facili riconoscimenti di “asilo” e “protezione sussidiaria”, abolendo quasi del tutto il permesso di soggiorno per “motivi umanitari“.

Viene ridotto lo SPRAR, gioiell  per l’assistenza dei richiedenti protezione e si rende il procedimento di riconoscimento della protezione un percorso ad ostacoli con il dichiarato scopo di ridurre in modo significativo il mumero dei “protetti”.

E qui sorge il grosso problema di questo decreto, al netto delle supposte incostituzionalità.

Già ora, e lo dice pure Salvini, la massa di richiedenti protezione è composta in gran parte da migranti economici, che non ne hanno diritto. Infatti, come si può vedere da dati dello stesso Ministero dell’interno, i dinieghi di proezione delle Commissioni territoriali sfiorano il 60%. Con l’applicazione del Decreto Salvini è ipotizzabile che essi salgano al 75%. E’ in questa percentuale il vero problema. Il 75% dei richiedenti protezione continuerà a vagare per il nostro Paese, probabilmente finendo preda, quando va bene, del lavoro nero e, quando va male della criminalità.

Infatti il vero ostacolo alla normalizzazione del sistema (chi ha diritto viene accolto, chi non ha diritto torna a casa) è l’assoluta assenza della seconda parte della frase precedente. Dall’Italia non esce nessuno. Nessuno viene espulso. Se ne rende conto anche Salvini quando dice “Di questo passo per espellere tutti ci vorranno 80 anni!” . E che le espulsioni siano molto difficili lo dimostra il caso dei tunisini espellendi che tornano liberi perché l’aereo è rotto. O i 74 agenti per scortare 29 migranti. E, si badi bene, i due casi sopracitati si riferiscono a migranti della Tunisia, Paese con il quale c’è l’accordo di riammeissione che funziona meglio, ma non più di 80 alla settimana, sennò il ministro della religione prtesta e fomenta il fondamentalismo.

Il problema dei rimpatri non è solo italiano.

Lo scrissi su questo blog il 7 febbraio scorso e ne riproduco il testo, da cui facimente si può capire perché il Decreto Salvini aumenterà il numero di irregolari e perché i nostri partner europei sono disponibili ad acogliere solo migranti che hanno già avuto la protezione e non una massa indistrinta di profughi/migranti.

“Ieri, 6 febbraio, a Radio anch’io su Radio 1 (qui il podcast della trasmissione) è stata dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

È intervenuta Emma Bonino che ha detto cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le ha rimproverato di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa ha detto di tanto trasgressivo Emma Bonino? Ha detto la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, pur senza dare i numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (200.000 nel 2017).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369 (fonte: Ministero dell’interno)

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 un numero di poco inferiore. Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato posto rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali (il concorso si sta concludendo in questi giorni), istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, nel 2017, hanno visto diminuire di oltre il 25% gli sbarchi.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano oltre il 60% delle domande. Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti propongono appello, in quanto ciò, fino ad ora, gli assicurava almeno altri 18/24 mesi di permanenza “legale” in Italia

Molti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza.

Ma anche se io conosco nome e nazionalità di uno straniero da rimpatriare, non posso rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

 

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi ha detto a “Radio anch’io” Emma Bonino. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono cn le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

 

Se la Destra di Berlusconi e Salvini sa fare di meglio, si accomodi. Certo, durante il periodo di governo della Destra, il numero di clandestini calò in modo impressionante, ma non certo per le espulsioni.

Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri…”

Se non si crea un canale regolare di immigrazione per far sfogare in maniera legittima la fortissima pressione proveniente dal sud del mondo, è inevitabile un’ascesa dei numeri dei clandestini che – per sopravvivere – lavorerranno in nero o saranno facile preda della criminalità.

 

Io voto Emma Bonino e la sua lista +Europa perché non sopporto gli estremisti. Io voto Emma Bonino e la sua lista perché sono stanco di promesse mirabolanti che non verranno mai mantenute. Io voto Emma Bonino perché è una persona seria e competente. Io voto Emma Bonino perché è l’unica candidata che sia riuscita ad otto e mezzo dell’8 febbraio a zittire Sallusti.

Io voto Emma Bonino perché è sempre rimasta fedele ai suoi ideali di preminenza dei diritti civili. Io voto Emma Bonino perché lei e tutti quelli del partito radicale non sono mai stati inquisiti per malversazioni, turbativa d’asta, abuso di Ufficio, contiguità mafiose etc. Etc.

Io voto Emma Bonino perché ho letto il suo programma e mi piace. Più Europa, meno egoismi nazionalistici. Una Europa unita, quasi uno stato federale, come gli USA, il Canada, l’India, il Brasile, la Russia: un grande spazio comune dove unire le specialità e fornire opportunità ai cittadini.

Con il nostro immenso debito pubblico non possiamo permetterci di fare a meno dell’Europa. Vedi le occasioni sprecate con il Quantitative Easing che ha preservato il nostro spread e consentito di tenere bassi i tassi di interesse sui titoli di stato, risparmiando non pochi miliardi.

Io voto Emma Bonino perché ha pagato di persone le sue scelte. Si autodenunciò per procurato aborto, f u arrestata e, ora, la legge 194, che ha fatto drasticamente diminuire gli aborti, puntando sulla prevenzione, anche per merito suo, è legge dello Stato.

Tra il 1980 e il 1981, oltre a promuovere diverse campagne per i referendum e per i diritti civili nell’Europa dell’Est, comincia a lavorare per l’istituzione di una Corte Penale Internazionale, oggi arrivata a compimento.

Nel 1981 Emma Bonino promuove un appello contro lo sterminio per fame e contribuisce a fondare l’associazione Food and Disarmement International, con lo scopo di coordinare le attività e le iniziative d’informazione internazionale su questo fronte, di cui dopo qualche anno diventerà segretaria. In tale veste nel 1986 organizza un Convegno Internazionale che lancia il “Manifesto dei Capi di Stato contro lo sterminio per fame e in difesa del diritto alla vita e della vita del diritto”. Nello stesso anno, in occasione di un incontro ufficiale con papa Giovanni Paolo II, illustra in Vaticano le iniziative per combattere la fame.

Nel gennaio 1987 manifesta a Varsavia contro la dittatura comunista del generale Wojciech Jaruzelski e in favore di Solidarnosc. Viene arrestata ed espulsa dalla Polonia.

Nel 1989 diviene presidente del Partito Radicale Transnazionale, carica che ricopre fino al 1993.

Nel novembre 1990, per denunciare la legge degli USA che richiede la prescrizione medica per la vendita di siringhe, si fa arrestare a New York, mentre distribuisce siringhe sterili.

Nel maggio 1991 è la prima firmataria di una mozione che, dopo essere stata approvata dalla Camera dei deputati, impegna il governo ad impedire la proliferazione delle armi non convenzionali e in particolare delle mine antiuomo.

Nel 1993 promuove una campagna a favore dell’istituzione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, consegnando al Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali un appello firmato da 25 000 persone in tutto il mondo.

Nel 1993 è tra le persone che fondano Non c’è pace senza giustizia. Con tale associazione si dà l’obiettivo di sostenere l’attività del Tribunale ad hoc sulla ex Jugoslavia e di promuovere la creazione di una Corte Penale Internazionale permanente, competente ad accertare e giudicare nel mondo intero “i crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio”.

Sempre nel 1993 incontra il Dalai Lama e con lui tiene una conferenza stampa per il lancio di una mobilitazione per i diritti e la libertà del popolo tibetano e per la democrazia in Cina.

Nel suo incarico di Commissario europeo ha avuto le lodi di tutti. Mai chiacchierata come ministro delle Politiche europee, del Commercio internazionale, come Ministro degli Affari esteri nel Governo Letta.

 

È una persona competente, sicuramente la sua lista supererà, e di parecchio, il 3% ed eleggerà propri deputati e senatori. Una pattuglia di persone competenti che molto potrà fare in un Parlamento che si annuncia pieno di persone che hanno nessuna esperienza.

 

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