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La campagna elettorale è appena cominciata. Mattarella ha sciolto le Camere il 21 luglio, si vota il 25 settembre e già fra gli schieramenti cominciano i distinguo e i litigi.

Vogliamo ricordarli per i posteri?

Andiamo in ordine sparso.

Fino ad ora Salvini aveva liquidato la questione del Candidato premier con una battuta “chi prende un voto in più sarà Premier!” forte del quasi 35% dei sondaggi, a, ora che quel 35% è un sogno, scavalcato sia da Fratelli d’Italia che dal PD, vuole cambiare le regole, anteponendo l’anzianità del suo partito.

Poi, in questi giorni ha tenuto banco il bacio di Giuda: l’alleanza fra Calenda e Letta durata lo spazio di un mattino. I due politici sottoscrivono un patto, scritto da Calenda, per una alleanza elettorale che comprenda anche i partiti di Fratoianni e di Bonelli, ossia Sinistra italiana e Verdi. Però, dopo 24 ora, accampando scuse poco credibili [il patto l’aveva scritto lui] se ne va con chi, fin ora era il suo peggior nemico, ossia Matteo Renzi per un tezo polo che mai, da Fini a Monti, ha portato fortuna. Attenzione elettori tentati dai due “moderati”: il sistema elettorale in vigore, il vituperato Rosatellum ha il 33% di collegi uninominali “invisibili”: lì chi prende un voto in più prende tutto. La matematica, non la politica, dice che se in un collegio si presenta un candidato di destre e cinque che vanno dal centro alla sinistra, è matematico che quel collegio sarà appannaggio del candidato di destra. Nei collegi uninominali, lo dice la parola stessa non c’è il riparto secondo le proporzioni dei voti. Erto il loro programma è ambizioso: forti dei sondaggi che danno loro un 2,5% a testa vogliono “formare un grande centro per favorire il ritorno di Draghi”!!!!. Ma, forse, Renzi che è un po’ più furbetto di Calenda ZTL, qualcosa ha capito e ha concesso al nuovo amico di fare il front runner nella campagna elettorale (= se va bene guadagniamo in due, se va male sei tu che ti sputtani)

il bacio di Giuda

I Cinquestelle, che, forse – per bocca dell’avvocato del Popolo Conte, ancora si autodefiniscono la prima forza politica parlamentare con il 33% dei seggi [sì, il 4 marzo 2018, poi discesa libera] vogliono continuare a fare i puri e correranno da soli, forti di quell’8% che i sondaggi ancora accreditano loro. Solo che non comprendono che vanno da soli non perché sono  “i Puri”, ma perché nessuno li vuole più. Hanno girato la frittata (Travaglio è un ottimo affabulatore), come i Puritani, padri pellegrini del Mayflower che andarono via dall’Europa per continuare ad esser puri (secondo loro) ma in effetti scapparono perché rompevano le scatole e tutti gli altri minacciavano di ucciderli. E ora Conte continua a sostenere che la crisi non è stata provocata dai Cinquestelle, bensì da Draghi che se ne è voluto andare.

Conte accusa Draghi per la caduta del Governo

Ma c’è qualcosa che non cambia mai nei programmi della Destra (ah, come ci vorrebbe una Destra seria in Italia: ne ho scritto qui): il ponte sullo stretto di Messina. Ponte sullo stretto: tre magiche paroline che, ad onta della continua proposizione nell’impossibile opera pubblica, fruttano milioni di consensi fra gli elettori calabresi e siculi e milioni di introiti (pubblici) per studi, consulenze e progetti). Non dico che sia un opera irrealizzabile o inutile, ma sottopongo a voi questi dati: in treno da Napoli a Reggio Calabria ci vogliono  dalle 4 ore e 48 minuti alle 6 ore e 5 minuti; da Messina a Trapani  ci vogliono oltre 9 ore con almeno 3 cambi. Non sarebbe meglio, con spesa molto inferiore affrontare il rifacimento della linea ferroviaria per consentire un tempo di viaggio accettabile prima dispensare, come una ciliegina sulla torta, al ponte sullo stretto. Ma va così: il ponte sullo stretto è un sogno, la linea ferroviaria da rifare è cosa concreta. I voti si danno ai sogni.

il Ponte sullo Stretto

La favorita, da tutti i sondaggi è la Meloni  con i suoi Fratelli d’Italia che hanno capitalizzato milioni di intenzioni di voti stando all’opposizioni e criticando tutte le misure impopolari del Governo Conte II e del Governo Draghi, specialmente quelle sui vaccini, sul Green Pass e sui ristori alle categorie svantaggiate, La critica, senza proporre misure alternative, aiuta, e molto. I vaccini sono una dittatura sanitaria, non funzionano e, se funzionano, bisogna stare attenti alle categorie ai quali viene somministrato. Il Green pass è sicuramente una limitazione della libertà, ma è stata utile a spingere milioni di italiani a vaccinarsi.

La Giorgia Meloni in questi ultimi mesi si sta rifacendo il trucco: si dichiara atlantista e filo ucraina, ma il discorso fascista al congresso spagnolo di Vox non ce lo siamo dimenticato  dove sfoderò tutta la antologia fascista contro i migranti e i LGBT.

Giorgia Meloni in Spagna dai Vox

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La Lega, con Salvini, aveva fatto della Flat TAX (una sola aliquota per tutti) un suo cavallo di battaglia,  smentendo in tutti i modi che fosse una tassa per ricchi. Ne aveva parlato, fino a ieri, come la panacea in di tutti i mali, insieme alla cd. “pace fiscale” (ossia all’ennesimo condono). Oggi, dice La Repubblica.it che, altro che flat tax ad aliquota unica. Salvini propone, senza tema di esser ridicolo, una flat tax con ben 18 aliquote un costo di 18 miliardi e senza alcuna copertura. BAH!!!

Salvini e la flat tax

E Letta? Perso nei “GRANDI TEMI” che stanno a cuore alla sinistra, come il DDL ZAN o come lo ius soli che alla maggioranza degli italiani, alle prese con le super bollette del gas, della elettricità, al caro alimentari, alla inflazione adue cifre che si mangia i risparmi (se ci sono ancora) importano come il due di picche.

Oltretutto Enrico Letta è attualmente impegnato a ridurre il PD ad entità subatomica, visto che prometteva seggi a destra e a manca a tristi figuri come Calenda, Bonelli, Fratoianni ed anche la Bonino, ben felici di attingere alla sempre più scarsa mangiatoia del PD per rimpinguare le attese percentuali di voti dell’1-2%; senza contare le diverse e contrapposte correnti del PD che continuano a farsi la guerra. Ma lui sta sereno.

Letta, stai sereno

Abbiamo detto tutto?.

No ci sono altre due cose importanti.

Vi ricordate di Gianlugi Paragone, quello della trasmissione televisiva “La Gabbia”. Da un po’ di tempo ha fondato un gruppo dal nome “italexit” dal conseguente programma di uscita dall’Unione europea. Pochi consensi, ma Paragone sta facendo scouting. Intorno a se ha aggregato tutta una galassia di novax, nopass, gilet gialli. Prendo un pezzo dell’articolo di Repubblica.it di oggi “Tra i candidati già annunciati ci sono Stefano Puzzer, animatore dei no green pass di Trieste, e Giovanni Frajese, medico contrario al «dogma dei vaccini». Ma c’è anche un pezzo di destra radicale che si sta saldando con Italexit. Tra le proposte del partito. Sempre sul fronte sovranista, ma spostato più a “sinistra”, c’è Italia sovrana e popolare. Tra i promotori ci sono Partito comunista, Patria socialista, Ancora Italia, Riconquistare l’Italia, Azione Civile di Antonio Ingroia e la ex leghista Francesca Donato. Il tentativo è quello di unificare battaglie in comune tra mondi altrimenti distanti: contro la Nato, contro l’euro, contro l’obbligo vaccinale e il Green pass. Lo slogan, anzi il nome originario, era Uniti per la costituzione. «Venerdì (domani, ndr) dovremmo aver raggiunto le 40 firme sul territorio nazionale, ci stanno aiutando centinaia di militanti», racconta il senatore Emanuele Dessì”.Persone – a mio giudizio – molto pericolose, perché non hanno alcun programma, sono solo “contro”. Pensate a Sara Cunial parlamentare (espulsa) dai Cinquestelle che continua a contestare l’efficacia dei vaccini e a convincere della loro pericolosità. E questi sono naturali alleati di Lega e Fratelli d’Italia che, a loro, più volte hanno strizzato l’occhio.

Stefano Paragone

Ma anche all’estrema sinistra personaggi ormai squalificati come Ingroia e De Magistris tentano l’aggregazione degli scontenti e degli “arrabbiati”: A sinistra-sinistra c’è la corsa alle firme anche di Unione popolare, promossa da Rifondazione comunista e Potere al popolo, guidata da Luigi De Magistris, il cui nome è stato apposto nel simbolo assieme all’arcobaleno pacifista. Oltre 600 banchetti in tutta Italia e alcune candidature già pronte: gli storici Piero Bevilacqua e Angelo d’Orsi, la giornalista del Tg2 Chiara Prato, la ex assessora della giunta Raggi a Roma Pinuccia Montanari. Tra le proposte: salario minimo a 10 euro l’ora e blocco del costo delle bollette. L’ex sindaco di Napoli potrebbe candidarsi nel collegio della sua città ma pure in Calabria, dove lo scorso anno, in solitaria, aveva preso il 16 per cento come candidato presidente.

Ingroia e la eurodeputata novax Donato

Ultima notazione che non riguarda l’Italia, bensì la politica internazionale ma i cui esiti ci riguarderanno da vicino:

L’FBI ha perquisito gli uffici di Trump alla ricerca di carte nascoste al Congresso su fatti internazionali e sulle sue tase non pagate: tutti gli agent sono stati minacciati di morte dai supporter di Trump che, a prima vista, sta organizzando la prossima campagna elettorale come una guerra civile.

supporter di Trump

La Cina prende la palla al balzo delle rivendicazioni russe sull’Ucraina per far soffiare venti di guerra non solo su Taiwan, ma anche sui confini ad alte quote con l’India.

Come finirà? Io l’ho già preconizzato. Non mi piace per nulla. Ma tant’è; è l’ipotesi più probabile e l’ho già esposta qui: https://sergioferraiolo.com/2022/08/09/va-tutto-bene/

La Corte Suprema americana vieta l’aborto!!!!”. Questo è il titolo che campeggia sui giornali di tutto il mondo. Biden dice che la decisione è devastante. AOC [Alexandria Ocasio-Cortez], la pasionaria della sinistra, ha chiesto al presidente americano di aprire “immediatamente cliniche per l’aborto su terreni federali negli Stati repubblicani che imporranno il divieto“. Insomma un putiferio.

Ma la Corte suprema in realtà ha fatto molto peggio: ribaltando la sentenza Roe contro Wade del 1973, ha risposto alle istanze dei conservatori che ritengono l’aborto un omicidio premeditato a danno di un minore ovvero, data la dimensione del fenomeno, una strage organizzata degli innocenti, tanto che l’ex Presidente Trump ha dichiarato che “è stata la mano di Dio!” a guidare i giudici della Corte suprema.

Dicevo che la Corte Suprema ha fatto di peggio, ha fatto come Ponzio Pilato, se ne è lavata le mani. Non ci rompete più le scatole, hanno detto in sostanza, l’aborto non è garantito dalla Costituzione, quindi siano i singoli Stati a decidere se equiparare l’aborto all’omicidio [premeditato e di “minore”].

Dovete sapere che in USA non sempre la competenza a indagare e giudicare sui casi di omicidio appartiene ai singoli Stati. Alcuni reati, fra i quali alcuni gravi casi di omicidio, appartengono alla giurisdizione federale fra i quali omicidio di agente CIA o DEA o di altre agenzie federali, omicidio di membri del Congresso, ma anche (chissà perché?) distruzione di velivoli, omicidi commessi nei parchi o lungo le autostrade o in piattaforme marittime o durante la navigazione o relativo a sfruttamento dei bambini.

L’elenco, (completo cliccando qui) appare comprendere gli omicidi più gravi sottraendoli alla giurisdizione dei singoli Stati ed attribuendoli all’FBI e ai giudici federali.

L’aborto, nonostante l’urlo dei conservatori che il reato sia gravissimo perché è un omicidio premeditato a carico di chi non si può difendere e che sia in atto una strage di bambini uccisi nel ventre materno, è stato “derubricato” a reato comune, per il quale 50 Stati diversi potranno, ad onta di una unica fattispecie, decidere 50 modalità di prosecuzione, 50 tipologie di processo, 50 pene diverse, dalla non punibilità alla pena capitale.

Mi sembra un po’ contraddittorio tutto ciò.

Ma l’America (o quello che ne resta) ci ha abituato a queste sue continue contraddizioni.

Prendiamo lo scabroso tema del razzismo e della criminalità in cui sono coinvolti neri.

Lo schema è il solito: un nero viene ucciso da un bianco (meglio se è poliziotto) e si scatenano le violenze.

Per non andare troppo lontano, ricordiamo il sacco di Baltimora conseguente alla morte di Freddie Carlos Gray jr., arrestato il 12 aprile 2015 perché trovato in possesso di un coltello e deceduto in seguito alle botte ricevute durante il trasporto alla stazione di polizia. Numerosissimi negozi svaligiati, polizia impotente, eppure la colpa viene data più alla condizione di sottoproletariato che ai singoli criminali che hanno svaligiato negozi.

Fa notizia la morte, nel 2021, di 18 neri disarmati arrestati dalla polizia in tutti gli USA, mentre viene passata quasi sotto silenzio che l’anno precedente erano stati uccisi 9941 neri per la stragrande maggioranza uccisi da persone del loro stesso gruppo etnico [fonte: F.Rampini: Suicidio Occidentale]. Praticamente c’è un tabù nel raccontare la violenza Black on Black.

Manifestazioni molto violente anche dopo l’orrenda uccisione di George Floyd il 25 maggio 2020. L’efferato delitto porta a giorni e giorni di violente manifestazioni e saccheggi che non hanno colpito solo gli eleganti negozi dove i bianchi fanno shopping, ma anche il Bronx dove risiede un’alta percentuale di afroamericani e dove gli stessi negozi sono di proprietà di neri.

Eppure queste violenze criminali sono state, se non giustificate, comprese dall’opinione pubblica democratica che così sfoga il proprio senso di colpa. Un esempio viene da Nikole Hannah-Jones, stella del giornalismo Black e premio Pulitzer che, intervistata sulle violenze, afferma “Certo che mi disturba vedere persone che assaltano negozi e rubano ma distruggere le proprietà altrui non è violenza, perché la proprietà può essere sostituita. I saccheggi non sono violenza, sono un reato contro la proprietà privata. Il saccheggio consente ai neri di approvvigionarsi di beni di consumo che il bianco compra usando il portafoglio”. La vecchia spesa proletaria, insomma. Strano discorso per un Paese che si vanta di dare un’opportunità a tutti di conquistare l’American dream!.

Eppure la Polizia fa ben poco per la repressione: nonostante l’arresto e, poi, l’esemplare condanna agli autori dell’omicidio di George Floyd, il grido che si leva dalle piazze fu “defunding Police” (togliere i fondi alla Polizia), slogan abbracciato anche dalla Ocasio-Cortez. Il senso di colpa, provocato dalla convinzione che tutte le violenze avevano come comune origine la schiavitù e il razzismo, provoca, nel 2020, un aumento del 30% degli omicidi in tutta l’America.

E qui tocchiamo il punto più caldo dell’involuzione dell’America odierna: la riscrittura della storia. Ne ho già parlato in due precedenti post “La Storia può essere cancellata. E spesso lo è stata”.  E “Non guardiamo ieri con gli occhi di oggi” e ne ho trovato la conferma sia nel già citato libro di Federico Rampini “Suicidio Occidentale” sia nelle affermazioni di, anche lei già citata, Nikole Hannah Jones che, nel 2019, ha lanciato un progetto per cambiare radicalmente il modo in cui veniva considerata la schiavitù negli Stati Uniti, in occasione del 400° anniversario dell’arrivo dei primi africani in Virginia. Hannah-Jones ha prodotto una serie di articoli per un numero speciale del New York Times Magazine intitolato The 1619 Project. L’iniziativa e mira a riformulare la storia del paese ponendo le conseguenze della schiavitù e i contributi dei neri americani al centro della nostra narrativa nazionale“. Il progetto prevede saggi di vari scrittori e accademici, tra cui lo storico di Princeton Kevin M. Kruse, l’avvocato di formazione ad Harvard Bryan Stevenson, il sociologo di Princeton Matthew Desmond e la storica del SUNY Anne Bailey. Nel saggio di apertura, Hannah-Jones ha scritto “Nessun aspetto del Paese che si sarebbe formato è scevro dagli anni di schiavitù che seguirono“.

Nel 2020, Hannah-Jones ha vinto un Premio Pulitzer per i commenti per il suo lavoro sul progetto 1619. La motivazione ha citato il suo “saggio ampio, provocatorio e personale per l’innovativo Progetto 1619, che cerca di porre la riduzione in schiavitù degli africani al centro della storia dell’America, stimolando il dibattito pubblico sulla fondazione e l’evoluzione della nazione” Il suo articolo è stato criticato dagli storici Gordon S. Wood e Leslie M. Harris, in particolare per aver affermato che “uno dei motivi principali per cui i coloni decisero di dichiarare la loro indipendenza dalla Gran Bretagna era perché volevano proteggere l’istituzione della schiavitù“. Si è anche discusso se il progetto suggerisse che la nazione fosse stata fondata nel 1619 con l’arrivo degli africani ridotti in schiavitù piuttosto che nel 1776 con la Dichiarazione di Indipendenza. Parlando con l’opinionista del New York Times Bret Stephens, Hannah-Jones ha affermato che il suggerimento di considerare il 1619 come un punto di partenza per interpretare la storia degli Stati Uniti è sempre stato così evidentemente metaforico che era ovvio.

Da qui nasce il “senso di colpa” che pervade gli americani, o, almeno, quelli che votano il partito democratico.

Un senso di colpa che viene instillato anche nelle nuove generazioni, per cui non è difficile che qualche aspirante star, in un qualsiasi campo, politico o dello spettacolo, si “inventi” origini di minoranze oppresse, neri o nativi, perché il favore che accompagna queste categorie spesso può dare la spinta giusta ad una carriera.

Non c’è dubbio che la schiavitù sia stata una orribile macchia nella storia degli Stati Uniti d’America, soprattutto perché, sebbene la tratta degli schiavi fosse stata formalmente abolita nel 1807, continuò fino al 1865 [fine della guerra civile] con l’approvazione del 13° emendamento alla Costituzione, quando la maggior parte degli Stati europei l’aveva già abolita da un bel pezzo.

Come dicevo, il senso di colpa rimane e ha portato ad eccessi incomprensibili per una mente europea e a contraddizioni notevoli.

Per esempio si abbattono le statue di Cristoforo Colombo, disconoscendo i meriti di navigatore e ricordando solo che egli – fra le altre cose – portò schiavi da una parte all’altra dell’Atlantico. Questo discorso potrebbe essere accettato [la tratta è un grosso reato, ma lo è oggi]: senza voler tornare indietro agli imperi romani, greci ed egiziani costruiti letteralmente sugli schiavi, alla fine del 1400 la schiavitù era pratica corrente per assicurarsi mano d’opera a basso prezzo. Allora non c’era la consapevolezza di stare commettendo una azione esecrabile. Anche la Chiesa considerava i nativi sudamericani e africani come non umani ed esseri senza anima e tollerava la schiavitù.

Protestors topple a statue of Christopher Columbus during a demonstration against government in Barranquilla, Colombia on June 28, 2021. (Photo by Mery Grandos Herrera / AFP)

La logica vorrebbe che si insegnasse oggi quanto fosse errato il concetto di disuguaglianza fra gli esseri umani. Ma no, gli americani, nel loro furore iconoclasta, distruggono – forse per lavarsi la coscienza – ogni simbolo che possa ricordare le passate leggi razziste. Se distruggete i simboli, come farete ad indicare che quel simbolo celebrava qualcosa che oggi si ripudia?

Ho parlato di contraddizioni e ce ne è una lampante: gli americani vogliono cancellare ogni simbolo che ricordi la schiavitù, aboliscono il Columbus Day, ma nulla dicono su due simboli di schiavisti che hanno in mano tutti i giorni: sulla banconote da un dollaro c’è l’effige di George Washington e sulla banconota da due dollari c’è è l’effige di Thomas Jefferson, due Presidenti ma anche due famosi schiavisti.

Gli americani celebrano Abramo Lincoln come chi abolì la schiavitù, ma dimenticano che lo fece per mero calcolo politico. Riporto una frase del suo discorso di insediamento del 1861:” «Sembra esserci una certa apprensione tra la gente del Sud riguardo al fatto che con il sopraggiungere di un’amministrazione repubblicana le loro proprietà e la loro pace e sicurezza personale saranno messe in pericolo; ma in realtà non c’è mai stato alcun motivo ragionevole per avere tale preoccupazione. In effetti, la prova più ampia del contrario è sempre esistita ed è sempre stata disponibile al loro controllo. Essa si può ritrovare in quasi tutti i discorsi pubblicati di colui che ora si rivolge a voi. Non faccio altro che citare uno di quei discorsi quando dichiaro che “non ho alcuna intenzione, direttamente o indirettamente, di interferire con l’istituzione della schiavitù negli Stati in cui essa esiste. Credo di non avere alcun diritto legale per poterlo fare e non ho d’altra parte neppure alcuna inclinazione a farlo”

Ma spinto dal Partito e nell’intenzione di ottenere un appoggio politico corale alla sua azione, il 6 agosto 1861 firmò l’atto di confisca che autorizzava i procuratori giudiziari a catturare prima e a rendere liberi poi tutti gli schiavi (ma solo quelli) che erano usati per sostenere lo sforzo bellico confederato.

Non mi pare, poi che il furore iconoclasta si sia scagliato contro il monte Rushmore, dove sono scolpiti i volti di quattro presidenti George Washington (1732-1799), Thomas Jefferson (1743-1826), Theodore Roosevelt (1858-1919), Abramo Lincoln (1809-1865)[, tre presidenti che usufruirono o tollerarono la schiavitù e Roosevelt, di cui la statua equestre davanti al museo di Storia naturale è stata rimossa perché simboleggiava la supremazia dell’uomo bianco.

Contraddizioni, dicevo e contraddizioni anche in politica. All’atto della sua elezione Biden affermò che avrebbe rotto i ponti con la politica “bilaterale” di Trump, tornando al multilateralismo e alla piena collaborazione con gli alleati europei. Beh, proprio nel momento in cui in Europa si fa strada una riflessione sugli effetti delle sanzioni a Mosca e della fornitura di armi pesanti a Zelensky, Biden, senza consultare gli alleati promette all’Ucraina armi sempre più sofisticate, avvalorando la tesi che quella in Ucraina non sia una guerra di resistenza, bensì una guerra, sia pure per procura, contro la Russia. La fuga dall’Afghanistan e il non intervento in favore della popolazione massacrata nello Yemen son già dimenticate.

Quello che rimprovero agli americani è la loro pretesa di possedere la verità assoluta: quello che va bene per l’America, deve andare bene per gli altri; quello che è il pensiero dominante degli americani deve essere il pensiero dominante universale. Se Colombo deve essere ricordato solo come schiavista, questo è il marchio che deve avere in tutto il mondo.

Altro esempio è quello dell’estremo politically correct iniziato forse con il #MeToo, nato nel 2017 per combattere – giustamente – le molestie sessuali, spesso impunite o non portate alla luce. Solo che, ormai, basta dire una parola (da loro, non dal codice) considerata non dico sbagliata, ma solamente non consona, che il “presunto colpevole” venga crocifisso e condannato prima ancora che inizi il processo che può anche concludersi con una assoluzione e la condanna dell’accusatrice, vedi il processo contro Johnny Depp conclusosi con la condanna dell’ex-moglie, ma solo dopo che l’attore era stato condannato dai media per violenza.

D’altronde gli americani sono fra i popoli “occidentali” quelli che viaggiano di meno, solo la metà di essi possiede un passaporto, e non viaggiare significa avere una conoscenza del mondo esterno mediata solo dalla TV e dai giornali, come da noi, ampiamente schierati e politicizzati.

Ho idea che gli Americani non siano, poi, molto cambiati dai tanto celebrati Padri pellegrini che sbarcarono in Massachusetts nel 1620 con il Mayflower e che diffusero la cultura puritana che ancora oggi permea l’America. Mentre gli americani ricordano e celebrano ogni anno con il giorno del ringraziamento, non vennero nel nuovo mondo di loro spontanea volontà e per diffondere il Verbo, ma perché “cacciati” dall’Inghilterra in seguito alla scissione dalla Chiesa anglicana.

Però, però – in fondo – ammiro gli americani e la loro nazione: la loro democrazia è la più forte, permettendole di resistere – senza danni apparenti – finanche ad un colpo di stato organizzato da un Presidente ancora in carica e ad un assalto armato al Congresso. Gli Stati uniti sono una fucina di idee in tutti i campi: le migliori idee negli spettacoli, nelle scienze, nella tecnica, da lì vengono e fanno scuola nel mondo.

Gli USA hanno quello che alla vecchia Europa manca: la capacità di rinnovarsi velocemente ed adattarsi alle nuove esigenze che la globalizzazione produce.

Negli ultimi anni hanno prodotto nuovi vaccini, nuove cure, nuovi software, forse, una intelligenza artificiale senziente.

Lì, chi vale, emerge.

Nel frattempo la vecchia Europa cosa ha prodotto? Una classe politica ingessata, fenomeni politici durati lo spazio del mattino come i Cinquestelle o i Gilet gialli, buoni solo ad essere “contro”, a proporre l’abolizione della povertà o l’abbassamento dell’età pensionabile senza pensare alle coperture.

Abbiamo forze politiche che, nel giro di una notta, per raccattare qualche voto in più, compiono contorsioni che neppure un artista da circo immagina.

Chissà, oltre alle magagne USA mi sono soffermato più sulla pagliuzza nell’occhio del vicino, dimenticando la trave nel mio.

Ma questa è un’altra storia.

Ma, oggi, 3 luglio 2022, c’è un’altra storia che mi convince sempre di più della follia collettiva degli americani. Cosa c’è di più finto di un film? La settima arte è la culla della finzione. Eppure ora in quella che fu l’America il dibattito è: è giusto che un doppiatore bianco dia la sua voce ad un attore di colore?

Pare che non sia giusto perché lede la sua essenza di persona afroamericana? Sono pazzi questi americani.

Qui un articolo sul tema https://www.ilpost.it/2020/08/02/personaggi-animazione-doppiaggio/?utm_medium=social&utm_source=facebook&utm_campaign=lancio

Un bravissimo giornalista, in un suo articolo, ha illustrato i guai economici che sta passando la Cina e che, a cascata, riguarderanno anche noi.
Io penso che la Cina risolverà prestissimo i suoi problemi perché, da quando l’attività economica privata è stata liberalizzata, quel Paese è una “macchina da guerra” inarrestabile. Non solo per il Governo, ma anche per l’innata propensione imprenditoriale dei suoi abitanti.
Non sono un economista, ma ho un ricordo indelebile del mio primo (e unico) viaggio in Cina nel 1999.
Viaggio “istituzionale” a Pechino (dove però ho potuto vedere gli hutong e gli siheyuan ancora abitati) e a Chinguandao ove ci mostrarono la prima area industriale con joint-venture con aziende occidentali, molto più “libero” a Shanghai.
In questa città ci muvevamo autonomamente usando i taxi. Erano tutte micro auto Maruti Suzuki guidate da autisti che, a stento, conoscevano l’ubicazione dei siti di interesse e nulla di altre lingue che non fosse la loro.
Scoprimmo che erano tutti ex-operai, i primi licenziati da fabbriche improduttive che con prestiti familiari o del villaggio avevano comprato questa piccola utilitaria e si erano reinventati un mestiere. Dovevano lavorare quasi 20 ore al giorno per mettere insieme la somma occorrente per ripagare il debito contratto. Venendo da fuori, ogni pochi metri si fermavano per chiedere indicazioni per raggiungere la meta indicata dal cliente, ovviamente preventivamente scritta in cinese dal receptionist del nostro albergo.
Pututtavia, reinventarsi di sana pianta un nuovo lavoro partendo da zero, contraendo un oneroso presto ed aiutandosi sia con lunghi giri inutili per fare camminare il tassametro (che, spesso, non inserivano neppure) mi fece comprendere che non si davano per vinti, che reagivano alla perdita del lavoro con mentalità positiva ed imprenditoriale. Ed era il 1999.
Se tutti i cinesi son così, veramente diventeranno i padroni del mondo



3 dicembre 2021,

Nel Consiglio dei ministri di oggi, con grande scalpore, è stata respinta la proposta del Presidente Draghi di “congelare” per un biennio la “riduzione delle aliquote”, con un prelievo di circa 20 euro mensili, per i redditi (lordi) superiori a 75.000 euro annui.
In sé lo spirito della proposta è giusto: chi più ha, qualcosa a chi ha di meno deve dare.
Quello che è sbagliato è sempre il metodo surrettizio della proposta: tassare ma senza dirlo, spacciandolo per un “contributo temporaneo”. La proposta, in questi termini, fa il paio con il “contributo di solidarietà” sulle pensioni alte, stabilito dal Governo Lega-Cinquestelle e poi giustamente cassato dalla Corte Costituzionale in quanto era una tassa mascherata che, in più, gravava solo su una parte dei contribuenti.

Se servono soldi si abbia il coraggio di tassare a viso aperto senza ricorrere a trucchetti, sotterfugi e cambi di nome.
Eppure esiste una strada maestra per risolvere questo problema. Nel nostro sistema IRPEF c’è una grossa anomalia: chi guadagna 75.001 euro lordi annui e chi ne guadagna 250.000 o 1.000.000 o 5.000.000 di euro paga la medesima aliquota marginale del 43%

Insomma i “benestanti” e i Paperoni pagano la stessa percentuale su uno scaglione che potrebbe essere infinito, con buona pace della Costituzione che stabilisce che il nostro sistema fiscale deve essere improntato a criteri di progressività.


Visto che stanno rivedendo le aliquote, il Governo abbia il coraggio di inserire una nuova aliquota marginale più alta per i redditi, ad esempio, superiori ai 100.000 o ai 200.000 euro.

Se si ritiene che sia scandaloso guadagnare più di 75.000 euro (lordi) annui, anche se guadagnati onestamente, il Governo (e il Parlamento) abbiano il coraggio di dirlo apertamente e inseriscano un’aliquota marginale maggiore.

Ma non ne hanno il coraggio. Nessun Governo, nessun Parlamento, ad un anno (o meno) dalle elezioni, vuol passare per quello che ha aumentato le tasse.

Vedrete che si inventeranno un altro sotterfugio, un’alchimia finanziaria, un altro contributo di solidarietà (ah, che senso di bontà viene dalla parola solidarietà) provvisorio, eh; magari una sequela di “provvisori”, così nessuno potrà dire che hanno elevato le tasse andando ad incidere solo sui lavoratori dipendenti, gli unici che – per forza di cose – denunciano redditi superiori ai 75.000 euro (sempre lordi).

Ho già parlato, in un precedente post “Sono ora i ristoratori la classe dominante?” dei privilegi, dell’egoismo, della strafottenza che i ristoratori, dopo i comprensibili disagi e perdite dovute alla pandemia Covid, stanno ora assumendo.

Ma non mi era ancora capitato sentirli irridere alle leggi dello Stato, sicuri della loro impunità.

Vi racconto una storia che mai avrei voluto vivere.

Ieri, 18 novembre 2021, telefono ad un ristorante dove avevo mangiato molto bene, “La Grotta Azzurra” di Trevignano romano.

La conversazione ha del surreale, ve la trascrivo nella sua interezza:

– io: Buongiorno, vorrei prenotare un tavolo per due per sabato.

– voce del ristorante: Non la sento bene

– io: mi scusi sono in un luogo chiuso e ho la mascherina

– voce del ristorante: prima dei dettagli la avviso che qui non chiediamo il green pass e non portiamo la mascherina!!

– io: siete novax?

– voce del ristorante: no, siamo costituzionalisti [sic!]

– io: va bene, non se ne fa nulla. Non vado ad un ristorante dove non rispettano le leggi.

Fine della telefonata.

Devo confessare che ho dapprima pensato ad uno scherzo, poi, a casa, ho cercato il ristorante su Trip Advisor e qui cominciano le sorprese leggendo le ultime recensioni.

Potete leggerle anche voi al link https://www.tripadvisor.it/Restaurant_Review-g1158597-d1823812-Reviews-La_Grotta_Azzurra-Trevignano_Romano_Province_of_Rome_Lazio.html

(ma le riporto per immagini alla fine del post)

Ben due recensioni, una ad ottobre ed una a novembre stigmatizzano l’assoluta non applicazione delle norme anticovid (assenza di mascherine dei camerieri, mancata richiesta del Green Pass) e una di esse racconta di essere andata dai Carabinieri per denunciare il fatto (inutilmente, visto che il ristorante è ancora aperto).

Non ho modo di controllare la veridicità di tal recensioni, ma quello che più stupisce e fa incazzare sono le risposte – quindi presumo veritiere – che il gestore (o il proprietario, non so) del ristorante dà alle due recensioni che, comunque, riporto in immagine più sotto.

Risposte irridenti e tipiche della follia novax, tipo “Siete così spaventati da recensire un posto in base a norme amministrative e non al suo valore intrinseco. Mi definisce anche maleducata perché ho risposto con una battuta ironica allora mi chiedo: ma perché andate al ristorante se avete così paura? Nessuno vi costringe, se non siete d’accordo salutate e via. Davvero credete che la nostra mascherina sia fondamentale? Siete davvero sicuri che nessuno abbia mai, anche incidentalmente, starnutito nel vostro piatto prima di portarvelo? Anche se poi vi arriva al tavolo con la mascherina? Davvero pensate che la nostra mascherina sia fondamentale?”

Oppure: Se pensate tutto questo ne avete tutto il diritto ma avete il DOVERE di lasciare in pace e rispettare chi non la pensa come voi, se non lo fate allora siete voi i maleducati, non io…e data la sua età (perché ho capito benissimo chi è lei) ripeto con sincerità: che tristezza”.

Ed ancoraNoi siamo liberi e lo rimarremo sempre. I servi di questo regime possono crogiolarsi nella loro superiorità, noi resistiamo circondati dall’amore di chi ci sceglie proprio perché liberi e felici.”

Il fatto è che il loro essere liberi e felici contravviene a precise norme dello Stato (sanzionate nella loro inosservanza, ma – visto che sono ancora aperti – non troppo sanzionate) che impongono la mascherina ai camerieri e la richiesta e controllo del Green Pass ai clienti che mangiano al chiuso.

Ignorare queste norme, se può far felice il loro ego strampalato, porta alla diffusione dei contagi, visto che il momento più propizio per la diffusione del virus è quando diverse persone ravvicinate intorno ad un tavolo si trovano, senza mascherina, a scambiarsi cibo, alito e chiacchiere.

Contravvenire a queste norme è un attentato alla salute pubblica. “Avete il dovere di lasciare in pace e di rispettare chi non la pensa come voi!” risponde il ristoratore, ma non quando la condotta del ristoratore mette a repentaglio la mia salute e la salute della collettività contravvenendo per di più a precise norme dello Stato.

Il loro essere liberi e felici e l’invocare la Costituzione dimostra solo ignoranza e malafede visto che l’articolo 16 della Costituzione sancisce che il diritto alla circolazione può essere limitato per “motivi di sanità o di sicurezza” e che l’art. 32 sancisce che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” e che per legge ”può essere sottoposto a determinato trattamento sanitario”.

Non è il caso di riprendere qui quanti costituzionalisti hanno ribadito che l limitazioni alla libertà come le mascherine e il Green Pass – per la loro difesa della sanità e salute pubblica siano in linea con la Costituzione.

Mi domando perché tali ristoranti siano ancora aperti e perché l’Autorità, pur specificamente interpellata, non sia intervenuta.

Non auguro a questi ristoratori di ammalarsi di Covid, non lo si augura a nessuno, ma che il loro cervellino si apra alla realtà. Realtà nella quale solo se tutti, ma proprio tutti seguiamo i dettami della Scienza, ripresi dallo Stato, riusciremo a salvarci.

Ovviamente non so se queste recensioni siano del tutto veritiere, ma le risposte date dal proprietario mi inducono a credere che lo siano. No, amici miei, non è andato tutto bene, come sui manifesti con l’arcobaleno del marzo dell’anno scorso. Per niente è andato bene. Qui a tanta gente ha dato di volta il cervello. E pensare che se invece che all’82%, fossimo arrivati al 95% della popolazione vaccinata, il problema del Covid potrebbe essere molto, ma molto minore.

Non c’è dubbio che i mesi di lockdown abbiano causato un grave danno economico a quelle imprese che basano la loro attività sull’aggregazione sociale, come i bar e i ristoranti. Hanno perso molti soldi e, giustamente, il Governo ha permesso loro – vista la minor pericolosità dello stare all’aperto – di ampliare lo spazio all’aperto a scapito di pedoni e parcheggi. Ho notato che alcuni esercizi, a loro spese, hanno realizzato piattaforme lignee rialzate e recintate ove sono posti tavolini ben distanziati.
Ma sono la minoranza, specialmente nei centri storici delle città. Io vivo a Roma. Basta andare il pomeriggio e/o la sera non solo a piazza Madonna dei Monti, non solo a via del Boschetto, non solo a Trastevere, non solo a Testaccio o Ponte Milvio. Vedrà una distesa di tavolini che coprono tutto il marciapiede e le strade (pedonalizzate e non) prospiciente. Microtavoli con attorno 8/10 sedie dove le persone si scambiano chiacchiere, alito e virus.
Ci sono certi posti che pongono tavoli e sedie davanti a portoni di uffici (per esempio Banca d’Italia a via del Boschetto) chiusi la sera o a negozi.
In certi posti neppure i poveri pedoni possono liberamente circolare tanto è fitto lo assembramento.
I ladri di borse prosperano.
Mascherina? Desaparecida.
Negli ultimi giorni, con l’avanzare del freddo e della pioggia, i ristoranti si riempiono anche all’interno. Il Green pass? Personalmente il massimo che mi sono sentito chiedere è “ce l’ha il Green Pass?” Ovviamente mai un controllo.
E i contagi aumentano.
Mi chiedo: i ristoratori sono i nuovi padroni del Paese? A scapito dei pedoni e di chi vuole solo godere delle bellezze delle città?
Vi lascio immaginare, poi, l’igiene e la pulizia delle strade quando, a notte fonda, i tavolini vengono rimossi lasciando finalmente dormire i poveri abitanti dei palazzi circostanti.
Questa storia è andata troppo oltre.
Bisogna trovare un compromesso fra una giusta possibilità di ristoro e l’attuale anarchia.

Qualche giorno fa il tema del Crocifisso, dopo le fiammate del 2006, 2009, 2011 e 2018 è tornato – devo dire molto stancamente – agli onori della cronaca giornalistica.

Ricapitoliamo brevemente la storia che, fino al 2018, è già stata oggetto di un lungo articolo di questo blog che trovate qui https://sergioferraiolo.com/2018/07/25/ieri-il-crocifisso-ha-fatto-impazzire-twitter/ e quindi non mi dilungo più di tanto, rimandandovi all’articolo per la questione..

Nel 2006, una cittadina italiana, la Signora Soile Lautsi adisce la CEDU per chiedere la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche considerandolo un ostacolo all’educazione laica che impartisce ai figli. La CEDU, nel 2009, dà ragione alla signora Lautsi (qui la sentenza), ma la Grande Chambre (organo di appello), nel 2011, ribalta la decisione di primo grado (qui la sentenza).

Grandi festeggiamenti negli ambienti cattolici che vedono nella sentenza della Grande Chambre la resurrezione (sì, siamo proprio in tema) della “religione di Stato” vigente prima della nostra attuale Costituzione (vedi articolo 1 dello Statuto Albertino) e la soluzione alla controversa interpretazione dell’articolo 7 dell’attuale Costituzione [Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale]. Controverso è se l’articolo 1 del Concordato del 1929 che riconosce la religione Cattolica come unica religione dello Stato, pur se “considerato non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano” (modifica dei patti lateranensi del 1984. Ricordate Craxi?) avesse ancora un qualche valore, visto che anche la modifica di Patti lateranensi del 1984 riconosce un indubbio rilevo, superiore a quello delle altre religioni alla Religione Cattolica Apostolica romana.

Quindi rimane tutto così come era, con il Crocifisso esposto nelle aule scolastiche ma – ed è questa la sorpresa – non come emblema delle Religione “prevalente nello Stato”.

Ricordo che l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche NON  è sancita da una legge, né esso è esposto come simbolo delle “regole” sotto le quali deve svolgersi l’attività scolastica.

Il Crocifisso, dalla nostra legge è considerato alla stregua di un armadio, di una lavagna, di una carta geografica: è un arredo scolastico, insomma. Le norme vigenti sono il R.D. 30 aprile 1924, n. 965 “Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media” (un semplice Regolamento, insomma) che all’articolo 118 dispone “Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re” e il R.D.26 aprile 1928 n. 1297 . che, all’articolo 119 rinvia ad una tabella (allegato C) l’elenco degli “arredi scolastici” per ogni tipo di classe. Nell’allegato C, insieme al ritratto del re, alle carte geografiche, al cestino per la carta, alla lavagna, è indicato anche il crocifisso. Il crocifisso come arredo scolastico, quindi.

Forse consapevoli della debolezza della forma giuridica sull’esposizione del Crocifisso, nel 2018, a firma dei Deputati SALTAMARTINI, FEDRIGA, CASTIELLO, GRIMOLDI, GUIDESI fu presentato la proposta di legge A.C. 387 (qui il testo) intesa a imporre l’obbligo di esporre in luogo elevato e ben visibile l’immagine del Crocifisso.

Per la cronaca. Si tratta della riproposizione di una proposta di legge n. 4005 del 2016 della precedente legislatura. Proposta mai discussa come quest’ultima del 2018.

Il fatto è che “esporre in alto, in luogo ben visibile, il crocifisso” significa dire che ogni attività svolta in quell’aula scolastica, di tribunale, di ufficio pubblico. Viene resa secondo i dettami della religione cattolica.

Orbene, lo Stato italiano è uno Stato laico che lascia ai suoi cittadini ogni libertà di associarsi in religioni, partiti politici o sindacati.

Io mi ritengo un agnostico, non mi ritengo offeso dall’esposizione di un simbolo religioso, ma mi ritengo MOLTO OFFESO dall’obbligo di esporre un simbolo religioso, anche in assenza di norme che dispongano la possibile esposizione di simboli di ALTRE religioni.

Mica tutti i cittadini italiani sono cattolici. Ma, come la mettiamo con i milioni di cittadini italiani (non parlo di stranieri) che non abbracciano la religione cattolica e sono ugualmente titolari degli stessi diritti di non discriminazione degli italiani di religione cattolica? Per fare un esempio, lo studio del Pew Center, riportato dal demografo Massimo Livi Bacci, stima che in Italia gli islamici siano quasi un milione in più dello stock dei migranti, quindi quel milione saranno cittadini italiani.

Alle stesse conclusioni perviene Fabrizio Ciocca nel saggio “La comunità islamica più numerosa in Italia? Quella Italiana.” in cui stima che oltre un milione di cittadini italiani siano di religione musulmana.

Questo lo stato dell’arte fino alla sentenza della Cassazione 24414 del 9 settembre 2021 (qui il testo completo).

Cosa afferma la sentenza?

La Cassazione (vedi il testo) prende le mosse da una azione disciplinare comminata ad un docente che, sistematicamente,  prima di ogni lezione, rimuoveva il crocifisso  per riappenderlo , poi, a fine lezione, in difformità di una circolare del Dirigente scolastico.

La Cassazione (vedi qui il comunicato stampa) decide che “L’aula può accogliere la presenza del crocifisso quando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, eventualmente accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe e in ogni caso ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi. Il docente dissenziente non ha un potere di veto o di interdizione assoluta rispetto all’affissione del crocifisso, ma deve essere ricercata, da parte della scuola, una soluzione che tenga conto del suo punto di vista e che rispetti la sua libertà negativa di religione. Nel caso concreto le Sezioni Unite hanno rilevato che la circolare del dirigente scolastico, consistente nel puro e semplice ordine di affissione del simbolo religioso, non è conforme al modello e al metodo di una comunità scolastica dialogante che ricerca una soluzione condivisa nel rispetto delle diverse sensibilità. Ciò comporta la caducazione della sanzione disciplinare inflitta al professore. L’affissione del crocifisso – al quale si legano, in un Paese come l’Italia, l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo – non costituisce un atto di discriminazione del docente dissenziente per causa di religione. Non è stata quindi accolta la richiesta di risarcimento danni formulata dal docente, in quanto non si è ritenuto che sia stata condizionata o compressa la sua libertà di espressione e di insegnamento.”

E, quindi, enuncia i conseguenti punti di diritto: (qui il documento originale)

“- In base alla Costituzione repubblicana, ispirata al principio di laicità dello Stato e alla salvaguardia della libertà religiosa positiva e negativa, non è consentita, nelle aule delle scuole pubbliche, l’affissione obbligatoria, per determinazione dei pubblici poteri, del simbolo religioso del crocefisso. – L’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924, che comprende il crocefisso tra gli arredi scolastici, deve essere interpretato in conformità alla Costituzione e alla legislazione che dei principi costituzionali costituisce svolgimento e attuazione, nel senso che la comunità scolastica può decidere di esporre il crocefisso in aula con valutazione che sia frutto del rispetto delle convinzioni di tutti i componenti della medesima comunità, ricercando un “ragionevole accomodamento” tra eventuali posizioni difformi. – E’ illegittima la circolare del dirigente scolastico che, nel richiamare tutti i docenti della classe al dovere di rispettare e tutelare la volontà degli studenti, espressa a maggioranza in assemblea, di vedere esposto il crocefisso nella loro aula, non cerchi un ragionevole accomodamento con la posizione manifestata dal docente dissenziente. – L’illegittimità della circolare determina l’invalidità della sanzione disciplinare inflitta al docente dissenziente per aver egli, contravvenendo all’ordine di servizio contenuto nella circolare, rimosso il crocefisso dalla parte dell’aula all’inizio delle sue lezioni, per poi ricollocarlo al suo posto alla fine delle medesime. – Tale circolare, peraltro, non integra una forma di discriminazione a causa della religione nei confronti del docente, e non determina pertanto le conseguenze di natura risarcitoria previste dalla legislazione antidiscriminatoria, perché, recependo la volontà degli studenti in ordine alla presenza del crocefisso, il dirigente scolastico non ha connotato in senso religioso l’esercizio della funzione pubblica di insegnamento, né ha condizionato la libertà di espressione culturale del docente dissenziente

Apriti cielo! I primi commenti sono stati che la Cassazione ha fatto come Ponzio Pilato: se ne è lavato le mani. “per me va tutto bene purché vi mettiate d’accordo. Se siete d’accordo, mettete il crocifisso, solo il crocifisso o anche la manina di Fatima, o il Dharmacakra o quello che volete voi”

Non è pilateggiare questo, anzi. E’ correttamente ricondurre il problema l suo ambito naturale: in uno Stato laico l’esposizione in una aula di scuola di un simbolo religioso equivale all’esposizione di un quadro che raffiguri le Dolomiti, ovvero ad un cestino per la carta straccia rosso oppure verde. Nulla che valga la pena di battibeccare fino a scomodare la Cassazione.

Ovviamente la Sentenza è stata “tirata per giacchetta” da ambo le parti. La Conferenza Episcopale Italiana ha twittato un comunicato trionfante. Eccolo qui sotto.

L’UAAR (unione degli Atei e agnostici razionalisti) parimenti ha gridato alla vittoria con una pagine WEB. Eccola qui:

Vabbè, ognuno vede il bicchiere pieno della metà del vino che gli piace.

Una ultima considerazione. Da piccoli al catechismo ci hanno rotto le scatole sulla più grande festa religiosa cattolica, la Pasqua, che celebra, con la Resurrezione, la gloria del figlio del Dio della religione cattolica (figlio? Come la mettiamo con la Trinità? Uno e trino?) Quindi la celebrazione è la Resurrezione.

Gli Evangelici e i “protestanti in generale” accolgono questa indicazione e, nelle loro chiese è esposta una croce nuda senza il Cristo morto, simbolo delle Resurrezione.

Perché, mi chiedo, nelle chiese di religione cattolica apostolica romana, invece, è sempre esposto un Crocifisso? Una croce con un uomo morente simbolo della sofferenza?

Oggi il Governo ha varato un doppio decreto legge su “sicurezza” e “immigrazione”. (nell’articolo è riportato anche il testo).

Nelle intenzioni di Salvini, principale autore del provvedimento esso servirà a scongiurrare nuovi arrivi di “migranti economici” e a dare una “stretta” sui facili riconoscimenti di “asilo” e “protezione sussidiaria”, abolendo quasi del tutto il permesso di soggiorno per “motivi umanitari“.

Viene ridotto lo SPRAR, gioiell  per l’assistenza dei richiedenti protezione e si rende il procedimento di riconoscimento della protezione un percorso ad ostacoli con il dichiarato scopo di ridurre in modo significativo il mumero dei “protetti”.

E qui sorge il grosso problema di questo decreto, al netto delle supposte incostituzionalità.

Già ora, e lo dice pure Salvini, la massa di richiedenti protezione è composta in gran parte da migranti economici, che non ne hanno diritto. Infatti, come si può vedere da dati dello stesso Ministero dell’interno, i dinieghi di proezione delle Commissioni territoriali sfiorano il 60%. Con l’applicazione del Decreto Salvini è ipotizzabile che essi salgano al 75%. E’ in questa percentuale il vero problema. Il 75% dei richiedenti protezione continuerà a vagare per il nostro Paese, probabilmente finendo preda, quando va bene, del lavoro nero e, quando va male della criminalità.

Infatti il vero ostacolo alla normalizzazione del sistema (chi ha diritto viene accolto, chi non ha diritto torna a casa) è l’assoluta assenza della seconda parte della frase precedente. Dall’Italia non esce nessuno. Nessuno viene espulso. Se ne rende conto anche Salvini quando dice “Di questo passo per espellere tutti ci vorranno 80 anni!” . E che le espulsioni siano molto difficili lo dimostra il caso dei tunisini espellendi che tornano liberi perché l’aereo è rotto. O i 74 agenti per scortare 29 migranti. E, si badi bene, i due casi sopracitati si riferiscono a migranti della Tunisia, Paese con il quale c’è l’accordo di riammeissione che funziona meglio, ma non più di 80 alla settimana, sennò il ministro della religione prtesta e fomenta il fondamentalismo.

Il problema dei rimpatri non è solo italiano.

Lo scrissi su questo blog il 7 febbraio scorso e ne riproduco il testo, da cui facimente si può capire perché il Decreto Salvini aumenterà il numero di irregolari e perché i nostri partner europei sono disponibili ad acogliere solo migranti che hanno già avuto la protezione e non una massa indistrinta di profughi/migranti.

“Ieri, 6 febbraio, a Radio anch’io su Radio 1 (qui il podcast della trasmissione) è stata dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

È intervenuta Emma Bonino che ha detto cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le ha rimproverato di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa ha detto di tanto trasgressivo Emma Bonino? Ha detto la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, pur senza dare i numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (200.000 nel 2017).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369 (fonte: Ministero dell’interno)

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 un numero di poco inferiore. Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato posto rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali (il concorso si sta concludendo in questi giorni), istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, nel 2017, hanno visto diminuire di oltre il 25% gli sbarchi.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano oltre il 60% delle domande. Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti propongono appello, in quanto ciò, fino ad ora, gli assicurava almeno altri 18/24 mesi di permanenza “legale” in Italia

Molti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza.

Ma anche se io conosco nome e nazionalità di uno straniero da rimpatriare, non posso rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

 

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi ha detto a “Radio anch’io” Emma Bonino. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono cn le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

 

Se la Destra di Berlusconi e Salvini sa fare di meglio, si accomodi. Certo, durante il periodo di governo della Destra, il numero di clandestini calò in modo impressionante, ma non certo per le espulsioni.

Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri…”

Se non si crea un canale regolare di immigrazione per far sfogare in maniera legittima la fortissima pressione proveniente dal sud del mondo, è inevitabile un’ascesa dei numeri dei clandestini che – per sopravvivere – lavorerranno in nero o saranno facile preda della criminalità.

 

Io voto Emma Bonino e la sua lista +Europa perché non sopporto gli estremisti. Io voto Emma Bonino e la sua lista perché sono stanco di promesse mirabolanti che non verranno mai mantenute. Io voto Emma Bonino perché è una persona seria e competente. Io voto Emma Bonino perché è l’unica candidata che sia riuscita ad otto e mezzo dell’8 febbraio a zittire Sallusti.

Io voto Emma Bonino perché è sempre rimasta fedele ai suoi ideali di preminenza dei diritti civili. Io voto Emma Bonino perché lei e tutti quelli del partito radicale non sono mai stati inquisiti per malversazioni, turbativa d’asta, abuso di Ufficio, contiguità mafiose etc. Etc.

Io voto Emma Bonino perché ho letto il suo programma e mi piace. Più Europa, meno egoismi nazionalistici. Una Europa unita, quasi uno stato federale, come gli USA, il Canada, l’India, il Brasile, la Russia: un grande spazio comune dove unire le specialità e fornire opportunità ai cittadini.

Con il nostro immenso debito pubblico non possiamo permetterci di fare a meno dell’Europa. Vedi le occasioni sprecate con il Quantitative Easing che ha preservato il nostro spread e consentito di tenere bassi i tassi di interesse sui titoli di stato, risparmiando non pochi miliardi.

Io voto Emma Bonino perché ha pagato di persone le sue scelte. Si autodenunciò per procurato aborto, f u arrestata e, ora, la legge 194, che ha fatto drasticamente diminuire gli aborti, puntando sulla prevenzione, anche per merito suo, è legge dello Stato.

Tra il 1980 e il 1981, oltre a promuovere diverse campagne per i referendum e per i diritti civili nell’Europa dell’Est, comincia a lavorare per l’istituzione di una Corte Penale Internazionale, oggi arrivata a compimento.

Nel 1981 Emma Bonino promuove un appello contro lo sterminio per fame e contribuisce a fondare l’associazione Food and Disarmement International, con lo scopo di coordinare le attività e le iniziative d’informazione internazionale su questo fronte, di cui dopo qualche anno diventerà segretaria. In tale veste nel 1986 organizza un Convegno Internazionale che lancia il “Manifesto dei Capi di Stato contro lo sterminio per fame e in difesa del diritto alla vita e della vita del diritto”. Nello stesso anno, in occasione di un incontro ufficiale con papa Giovanni Paolo II, illustra in Vaticano le iniziative per combattere la fame.

Nel gennaio 1987 manifesta a Varsavia contro la dittatura comunista del generale Wojciech Jaruzelski e in favore di Solidarnosc. Viene arrestata ed espulsa dalla Polonia.

Nel 1989 diviene presidente del Partito Radicale Transnazionale, carica che ricopre fino al 1993.

Nel novembre 1990, per denunciare la legge degli USA che richiede la prescrizione medica per la vendita di siringhe, si fa arrestare a New York, mentre distribuisce siringhe sterili.

Nel maggio 1991 è la prima firmataria di una mozione che, dopo essere stata approvata dalla Camera dei deputati, impegna il governo ad impedire la proliferazione delle armi non convenzionali e in particolare delle mine antiuomo.

Nel 1993 promuove una campagna a favore dell’istituzione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, consegnando al Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali un appello firmato da 25 000 persone in tutto il mondo.

Nel 1993 è tra le persone che fondano Non c’è pace senza giustizia. Con tale associazione si dà l’obiettivo di sostenere l’attività del Tribunale ad hoc sulla ex Jugoslavia e di promuovere la creazione di una Corte Penale Internazionale permanente, competente ad accertare e giudicare nel mondo intero “i crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio”.

Sempre nel 1993 incontra il Dalai Lama e con lui tiene una conferenza stampa per il lancio di una mobilitazione per i diritti e la libertà del popolo tibetano e per la democrazia in Cina.

Nel suo incarico di Commissario europeo ha avuto le lodi di tutti. Mai chiacchierata come ministro delle Politiche europee, del Commercio internazionale, come Ministro degli Affari esteri nel Governo Letta.

 

È una persona competente, sicuramente la sua lista supererà, e di parecchio, il 3% ed eleggerà propri deputati e senatori. Una pattuglia di persone competenti che molto potrà fare in un Parlamento che si annuncia pieno di persone che hanno nessuna esperienza.

 

Ogni qualvolta, nella vita democratica del nostro Paese (e meno male) si va ad elezioni politiche c’è sempre qualche testa balzana che – in nome dell’era digitale – comincia a magnificare le possibilità del voto elettronico ed a proporne l’uso.

Gli argomenti sono i soliti. Con il voto elettronico si risparmierebbero molti soldi; con il voto elettronico non sarebbe necessario votare nella sede di residenza; con il voto elettronico, – argomento molto gettonato –  un minuto dopo la chiusura delle urne si potrebbe conoscere chi ha vinto.

Mentre i primi due sono vantaggi reali, non vedo – a fronte di una legislatura che dura cinque anni – quale reale vantaggio comporti conoscere i risultati la sera stessa o 24 ore dopo.

Il voto elettronico, in verità, comporta uno svantaggio molto molto grande rispetto al normale voto cartaceo, un muro che ne sconsiglia assolutamente l’adozione.

Con il voto cartaceo, oggi in vigore, la volontà espressa dal cittadino resta ferma e cristallizzata sulla scheda. Anche dopo anni posso ricontarle e correggere eventuali errori.

Con il voto cartaceo in vigore oggi, il rischio di brogli è fortemente limitato: in Italia, in occasione delle elezioni politiche si allestiscono oltre 61.000 sezioni elettorali, in ognuna, fra presidente e scrutatori, sono impegnate sei persone. Quindi oltre 360.000 persone coinvolte. Un po’ troppe per un accordo idoneo a falsare il risultato globale. Senza contare che i registri della sezione vanno al Comune, alla Prefettura e al Tribunale. E i risultati devono coincidere.

Le ipotesi di brogli volti a falsare il risultato nazionale – con il sistema fin qui adottato – mi sembrano altamente improbabili.

Siete altrettanto sicuri che il risultato sputato fuori da un computer sia altrettanto affidabile?

Vi ricordate cosa successe in Florida nel 2000 nella contesa fra George W. Bush e Al Gore. Non si è mai saputo chi davvero abbia vinto perché il riconteggio manuale fu impedito da un sistema inidoneo che “punzonava” la scheda producendo un foro in corrispondenza del candidato prescelto e che non funzionò. La questione arrivò fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale con una decisione molto controversa (votata da cinque contro quattro dei nove giudici), diede ragione al governatore della Florida, che allora era Jeb Bush fratello del presidente-forse-eletto.

 

Io voglio, per la mia tranquillità un sistema a prova di brogli, anche a costo di attendere qualche giorno il risultato. Cosa sono 24 ore e la possibilità di ricontare le schede più e più volte, di fronte alla certezza che il risultato definitivo rispecchi la volontà degli elettori?

Il problema della sicurezza del voto è molto sentito dalla comunità scientifica americana fin dagli albori dell’informatica.

Se vi va, leggete questo interessante articolo di Douglas W. Jones, professore presso l’Università dello Iowa, scritto ben 18 anni fa, proprio nel giorno delle elezioni presidenziali americane del 2000, quando l’informatica e i calcolatori erano molto più semplici e più facile era verificare che il software fosse esente da “aggiunte” malevole.

L’articolo fu pubblicato, in italiano, dalla rivista Interlex sulla quale potete ancora trovarlo cliccando qui.

Comunque, lo riproduco in coda a questo post. Ovviamente le ipotesi evidenziate da Douglas W. Jones sono tagliate per il sistema elettorale americano, e sono volte a rendere più trasparente il software usato, ma ciò che più impressiona sono le conclusioni alle quali arriva lo studioso (ultimo periodo del suo articolo): nessun software usato per il voto elettronico può dirsi realmente sicuro.

 

Oggi è il giorno delle elezioni e in qualità di presidente del Comitato statale di controllo sulle macchine per votazione e i sistemi elettronici di voto dello Iowa, credo che sia il momento giusto per fare una pausa di riflessione sullo stato dell’arte in materia. Nel corso degli ultimi anni si è affermata con chiarezza una importante tendenza nelle macchine per votazione che sono state presentate al nostro comitato per ottenere l’approvazione nello Iowa. Si tratta della sostituzione del software realizzato ad hoc con software standard preconfezionato, solitamente una qualche variante di Windows e basato largamente su Microsoft Office.

I computer nel sistema elettorale sono ormai una tecnologia consolidata, sia che vengano usati nei sistemi centralizzati di conteggio basati su schede perforate o lettori ottici, sia che si tratti di sistemi di conteggio ai seggi basati su macchine per votazione elettroniche a lettura ottica o a registrazione diretta. Naturalmente sono ancora in uso macchine manuali a leva ma i loro modelli non subiscono modifiche da molti anni e, di conseguenza, non vengono presentati al comitato per le verifiche.

Secondo le vigenti linee guida della Commissione Elettorale Federale (FEC, Federal Election Commission) sui sistemi elettronici di voto, tutto il software realizzato ad hoc è soggetto ad una verifica condotta da terzi indipendenti. D’altro canto, i “componenti standard” sono considerati accettabili così come sono. La FEC non ha il potere di far osservare le norme, ma le sue linee guida sono state recepite nella legislazione elettorale di numerosi Stati.

Il mio motivo di preoccupazione è che siamo testimoni del fenomeno per cui una percentuale sempre maggiore del software contenuto nei sistemi di voto è costituita da prodotti proprietari di terze parti, non soggetti al requisito della disponibilità dei sorgenti per un esame del codice. Inoltre, le dimensioni dei sistemi operativi commerciali sono enormi, per cui è molto difficile immaginare la possibilità di un controllo efficace!  A quali rischi ci espone tutto ciò?

Se io volessi influire sul risultato di un’elezione, non quella in corso ma quella che si terrà fra quattro anni, potrei ipoteticamente lasciare il mio impiego all’Università dello Iowa e andare a lavorare per Microsoft, cercando di inserirmi nel gruppo che cura la manutenzione degli elementi chiave dell’interfaccia utente (window manager). Sembra una prospettiva piacevole, anche se il lavoro che farebbe al caso mio comporterebbe, in gran parte, la manutenzione di codice che è rimasto stabile per anni. Ecco il mio obiettivo: Desidero modificare il codice che crea un’istanza dell’elemento dell’interfaccia utente chiamato “pulsante di scelta” (radio button) in una finestra presente sullo schermo. La funzione che voglio aggiungere, in particolare, è la seguente. Se la data coincide con il primo martedì successivo al primo lunedì di novembre di un anno divisibile per 4, e se la finestra contiene un testo che comprende la stringa “straight party”, e se inoltre il radio button contiene almeno le due stringhe “democrat” e “republican” allora una volta su dieci, in modo casuale, scambia l’etichetta che identifica il pulsante contenente la stringa “democrat” con una qualsiasi altra etichetta, anche questa scelta a caso.

Naturalmente, farei ogni sforzo per rendere incomprensibile il codice da me scritto. La scrittura di programmi illeggibili (obfuscated code) è un’arte che ha raggiunto un alto grado di sofisticazione! Una volta fatto ciò, avrei realizzato una versione di Windows che distribuisce il 10 per cento dei voti diretti espressi per il Partito democratico agli altri partiti, in modo casuale. Ciò sarebbe estremamente difficile da rilevare nei risultati elettorali, correrebbe un basso rischio di essere scoperto durante i controlli e, nonostante ciò, potrebbe influenzare il risultato di molte elezioni!
E questo è solo un esempio dei possibili attacchi! Potrebbero esistere vulnerabilità di tipo analogo, ad esempio, nei database commerciali che vengono usati per la memorizzazione e il conteggio dei voti espressi.

Con questo esempio non intendo esporre alcun sentimento di ostilità nei confronti di Microsoft, ma è vero che il software di questa azienda viene usato nella grande maggioranza dei nuovi sistemi di votazione che ho esaminato. Questo genere di minacce non richiede alcuna collaborazione da parte del produttore del window manager o di altri componenti di terze parti non soggetti ad ispezione del codice sorgente. Esso richiede unicamente una talpa, che possa insinuarsi all’interno dell’azienda produttrice e realizzare del codice che non venga rilevato dalle procedure interne di verifica e ispezione. La scrittura di programmi illeggibili è facile, e l’arte delle “uova di Pasqua” nei prodotti software commerciali rende più che chiaro il fatto che molte caratteristiche non riconosciute ufficialmente vengono inserite ogni giorno in pacchetti software disponibili in commercio senza la collaborazione dei produttori del software stesso. (Sono però a conoscenza del fatto che, in alcuni casi, le “uova di Pasqua” godono dell’approvazione ufficiale del produttore).

Ciò detto, è opportuno notare che Microsoft ha espresso una preferenza nei confronti dei risultati delle elezioni odierne, e che vi sono ottimi motivi per considerare i programmi software proprietari, prodotti da un’entità schierata, con grande sospetto nel momento in cui vengono inseriti in un sistema di votazione!

Quali sono le mie conclusioni? Credo che sia giunto il momento per i professionisti dell’informatica di adoperarsi per un cambiamento nelle linee guida relative alle macchine per votazione, chiedendo che tutto il software compreso in tali macchine sia open source e aperto al pubblico scrutinio, o almeno aperto allo scrutinio da parte di un’autorità di controllo terza e indipendente. Non esistono ostacoli di natura tecnica perché ciò avvenga! Sono disponibili molti sistemi operativi open source perfettamente funzionanti come Linux, FreeBSD e diversi altri, compatibili con l’hardware intorno al quale vengono costruite le macchine per votazione moderne!

Tuttavia, questo non risolve completamente il problema! Come si può dimostrare, dopo il fatto, che il software contenuto nella macchina per votazione sia lo stesso approvato dal comitato di controllo e sottoposto a verifica da parte dell’autorità di controllo indipendente? A mia conoscenza, nessuna macchina moderna è realizzata con l’obiettivo reale di consentire una dimostrazione di questo genere, anche se diversi produttori promettono di mettere a disposizione una copia del codice sorgente da loro usato presso un ente depositario in caso di contestazioni.

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