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Oggi la Destra compatta ha chiesto al Governo misure ancora più restrittive di quelle messe in atto con il PCM di ieri che ha equiparato l’intero territorio nazionale alle misure perese per la Lombardia e alcune provincie del nord.

Le misure chieste, sul modello Wuhan, sono draconiane: chiusura per 15 giorni di tutti i negozi tranne alimentari e farmacie, bloccare ogni tipo di trasporto pubblico e privato, obbligare i cittadini a non uscire di casa.

Non sono un virologo, non sono un medico, sono solo un ex burocrate in pensione, vissuto per trenta anni fra i politici, il che mi ha fatto sviluppare un certo sesto senso per comprendere le affermazioni sol “politiche” da quelle false ed “elettorali”.

Avendo tempo libero mi sono informato, non certo alla università Google, ma sui siti della Protezione Civile, del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore della Sanità che, vi assicuro sul mio onore, sono “cose serie”.

A questo punto, con le premesse suesposte, voglio dire la mia.

È chiaro che le proposte della destra sono strumentali visto che vogliono replicare il “modello Wuhan” che, pare, abbia dato buoni risultati. Ma, ad onor del vero, coincidono con quello che dicono virologi e siti istituzionali.

Non abbiamo alcuna cura o vaccino che possa sconfiggere il Coronavirus. In ospedale l’unica cosa che fanno è aiutare il corpo umano a sopportare l’assalto del virus fornendo ossigeno e cocktail di farmaci che, forse , possono aiutare. Lo fanno con encomiabile dedizione assoluta, a loro va il nostro plauso, ma è la classica situazione di voler spegnere un incendio con una catena umana di secchi d’acqua. A volte si ci riesce. Il paziente uno, per esempio, non è più intubato, ma 631 morti ad oggi sono un bel fardello, anche se sono praticamente tutti con patologie pregresse. Ma non sono numeri, non sono vecchi, sono persone.

Gli ospedali sono allo stremo, ad oggi i ricoverati in terapia intensiva sono 827, saturando quasi la disponibilità offerta dal Servizio Sanitario nazionale.

Certo, la soluzione offerta dalla destra è facile e, sicuramente foriera di ottimi risultati.

Se si blocca in casa tutta la popolazione nazionale, senza farla uscire per nessun motivo, neppure per andare al lavoro, o per fare la spesa, come a Wuhan, il Coronavirus non troverà più le praterie nelle quali riprodursi.

Dopo 15/20 gg., visto che gli esperti stimano in 15gg il periodo massimo di incubazione, si saprà chi è contagiato e chi no e si spezzerà la catena del contagio. I contagiati in isolamento ospedaliero, i negativi pronti per ripartire.

Ricetta facile e di sicuro effetto.

Ma ricordiamoci che l’Italia non è ancora uscita dalla crisi del 2008. Può il nostro Paese fermare la produzione industriale per 15/20 giorni?

Siamo sicuri che, mettendo 62 milioni di persone in isolamento, queste 62 milioni di persone abbiano di che mangiare per 15/20 giorni? Siamo sicuri che il sistema, intendo le forniture di acqua, luce, gas, senza manutenzione – perché i manutentori sono a casa – possa reggere?

I supermercati – la gente deve pure mangiare – devono essere riforniti, ponendo una grossa eccezione alla continuità della produzione e alla continuità dei trasporti.

Ricordiamoci che, dopo la crisi del 2008, le industrie hanno ridotto drasticamente le scorte (che sono un peso) e producono solo quello che, al momento chiede il mercato.

 Ecco, se chi comanda (ma chi comanda?) mi garantisce una risposta positiva a tutte queste domande, potrei anche accedere alle richieste della Destra. Ma la Destra non ha le leve del comando: me lo può garantire? Il Governo me lo può garantire?

Una speranza.

Qui sotto il grafico dei contagiati, terapia intensiva, guariti, deceduti forniti ogni giorno dal Dipartimento della Protezione Civile. Mi sembra, ma giudicate voi, che la curva verso l’alto sia meno impennata, o no?

casi Coronavirus al 10 marzo 2020

La destra, dopo la sconfitta elettorale in Emilia-Romagna (solo in Emilia Romagna, nell’intero paese è maggioritaria) sta cercando nuovi cavalli per la sempiterna campagna elettorale.

Uno, spregevole, è quello di cavalcare il coronavirus, come se si potesse impedire l’accesso in Italia ad una persona in regola col visto ed in apparente buona salute (ricordiamoci che il coronavirus è invisibile, ma infettivo, finché non compaiono i sintomi). Bella furbata del Governo che ieri – non potendo vietare l’ingresso delle persone, ha vietato tutti i voli da e per la Cina. Bravi!.  Oppure dire che gli immigrati sui barconi ci portano il coronavirus. Ci sarebbe da ridere.

Un altro cavallo di battaglia, consueto e ormai vecchio è quello che qualsiasi Governo di sinistra o di centro sinistra, aumenti le tasse.

Il Giornale di oggi porta ad esempio la proposta di legge -delega per la riforma dell’IRPEF. (vedi qui: https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-gualtieri-conferma-stangata-arrivo-rivedremo-iva-catasto-e-1819330.html).

 Una volta tanto sono d’accordo con la destra, almeno per quel che riguarda le aliquore IRPEF.

In Italia sono veramente molto strane. Eccole:

Dalla tabella si vede che chi ha un reddito annuo lordo superiore ai 75.000 euro paga l’aliquota marginale del 43% sia che guadagni 75.000 euro lordi sia che ne guadagni 150.000.

La cosa non è affatto conforme all’etica e all’articolo 53 della Costituzione che dispone: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Se io guadagno 150.000 euro lordi annui, mi sembra folle che io paghi, sull’eccedenza di 75.000 euro, la stessa aliquota di chi guadagna 75.000 euro lordi annui.

La cosa è nota da sempre a nostri politici. Ma alzare le tasse fa perdere voti, lo si sa.

Quindi si è sempre preferito non alzare le aliquote, ma incrementare il gettito fiscale con metodi surrettizi e alquanto scorretti.

La casistica è ampia: prestazioni sanitarie garantite solo a chi ha un ISEE inferiore ad una certa cifra; protezione dalla svalutazione degli stipendi e delle pensioni solo sotto una certa cifra; deduzioni Irpef applicabili solo sotto un certo reddito; tagli alle cosiddette pensioni d’oro che sono state conseguite rispettando legittime norme dello Stato  (tanto i pensionati non hanno voce in capitolo), etc.. etc…

Si consegue surrettiziamente lo stesso scopo senza alzare, formalmente, le tasse. Senza farsi carico del disagio di chi guadagna più di 75.000 euro lordi annui che deve provvedere con i propri mezzi a prestazioni che la Costituzione garantisce formalmente a tutti.

La mia proposta è semplice e conforme all’articolo 53 della Costituzione. Inserire una aliquota ulteriore IRPEF. Faccio un esempio, così per dire: chi guadagna più di 100.000 auro annui lordi, sulla parte eccedente i 75.000 euro lordi pagherà il 45% il 47%  di Irpef, ma come tutti, avrà diritto a tutte le garanzie, deduzioni, detrazioni previsti per tutti.

Una riforma trasparente.

È scomodo per i politici, ma penso sia necessario per cercare di far ricrescere la coesione sociale che, negli ultimi tempi, è parecchio diminuita.

Aridaje, come si dice a Roma. Sei de’ coccio. Come si dice a Roma. Ti hanno sbugiardato le stesse categorie interessate e tu ci riprovi! Ma chi ti ha messo al Governo?

Scusate l’incipit un po’ duro, ma quasto ci riprova. Di Maio, evidentemente a disagio nella veste di Ministro degli esteri, ritorna con un vecchio cavallo di battaglia dei Cinquestelle.

Bisogna tutelare i lavoratori: quindi: la domenica si chiude!!! Il problema esiste; da una parte i dipendenti che spesso mal pagati devono rinunciare al riposo settimanale; dall’altro la domenica è il miglior giorno per l’incontro fra la domanda e l’offerta commerciale con evidenti vantaggi per il consumo (stagnante) e per il PIL.

La soluzione non è facile, anche se sono tante le categorie che lavorano, pe rnecessità o per piacere la domenica: poliziotti, vigili del fuoco, camerieri, operatori dello spettacolo, alberghi, bar, etc. etc.

Si tratta di trovare una soluzione in un contratto collettivo come quello dei rider, i poveri cristi che, con ogni tempo ti portano la pizza a casa.

Ma. si sa. che sia giallo verde o giallo rosso, Di Maio ha la soluzione fcile facile, quella che non impegna il cervello. Solo chele soluzioni facili hanno sbocchi MOLTO DIFFICILI, come insegna l’odierna vicenda dell’ILVA

Per contestare questo modo “facile” di governare con l’accetta non c’è neppure bisogno di scrivere un nuovo articolo. Basta riproporne uno vecchio, di qualche mese fa:

Questo Governo dimostra sempre di più la sua incapacità di governare e di voler perseguire solo la strada del facile consenso.
Un Governo che si rispetti cerca soluzioni complete ai problemi che incontra, rifuggendo la via facile della pseudosoluzioni ad effetto.
Governare è difficilissimo. Serve preparazione ed esperienza e la corsa alle soluzioni facili è pericolosa. E non solo. La soluzione facile per accontentare il vento del consenso può essere un boomerang, vista la volatilità del consenso stesso.
La soluzione deve essere una risposta globale al problema
Vorrei fornire tre esempi con la soluzione scelta (o apparentemente scelta) dal Governo e le sue conseguenze.
Cominciamo con le cd “aperture domenicali” dei negozi.
Il problema indubbiamente esiste. In una situazione di ampia disoccupazione, per la grande distribuzione si aprono ampie praterie per contratti capestro che violano l’obbligo di riposo settimanale.
Oggi, tante categorie di lavoratori prestano la loro opera la domenica e le “feste comandate”. Alcuni per servizi essenziali: polizia, pompieri, addetti alle centrali elettriche, addetti ai trasporti etc. Altri addetti a quei servizi non essenziali che, proprio la domenica, sfruttando il giorno libero di tanti lavoratori, hanno in forte incremento: ristoranti, cinema, bar, night club, stabilimenti balneari etc.
Ora, tutte queste categorie di lavoratori, salvo patologie penalmente perseguibili, hanno trovato nei contratti collettivi ad hoc la soluzione che contempla l’adeguata distribuzione di oneri e profitti fra datori e prestatori di lavoro.
Oggi fra queste categorie rientra anche la “grandissima distribuzione”, i centri commerciali, insomma. La soluzione più logica, ma non la più facile, sarebbe stata quella di incidere nel settore dei contratti collettivi, mediando fra opposti interessi.
Invece si è preferito accontentare le lobbies dei piccoli commercianti, con scuse riprese anche dal cattolico riposo domenicale, abborracciando un testo (fortunatamente non ancora definitivo) in cui di interviene con l’accetta: si chiudono i negozi una domenica sì e una no. Poi si ci ricorda che la Costituzione assegna non allo Stato, ma a Regioni ed enti locali, la competenza sugli orari di apertura dei negozi e si ci impantana aggiungendo la toppa, peggiore del buco, dell’esenzione della chiusura per le “località turistiche” in un Paese in cui tutte le località sono turistiche.
Una ulteriore riflessione: da tempo si piange per una crisi dei consumi. Chiudendo la grande distribuzione la domenica sì deprime il necessario incontro fra domanda e offerta, non si aiutano i piccoli negozi dall’ancora più piccolo assortimento e dagli orari 09.00/13.30-16.30/19.39 mutuati dal secolo scorso. Si fa solo un immenso regalo ad Amazon e soci, dai prezzi invitanti, dagli orari infiniti, dal reso facile facile e dallo sterminato assortimento.
Certo, mediare su un contratto collettivo è difficile, ma su questo si valuta un Governo.
Secondo esempio: reddito di cittadinanza. In sè non è una idea malvagia. Ma come è stato presentato è una cosa molto diversa da come, fin ora è stato attuato.
Prima di tutto è stato presentato non come una misura assistenziale, bensì come quasi un presalario in attese del non rifiutabile lavoro (max tre offerte, poi la decadenza). Ebbene, fin ora, si è scelta la via facile. In deficit, spostando la spesa sulle future generazioni, fin ora, a fini puramente elettorali (e neppure poi raccolti, visto il flop dei Cinquestelle), si sono solo erogati i soldi. E non i 750 euro promessi, ma una media di 300/400 euro. Il resto, come l’intendenza di napoleonica memoria, seguirà. Forse. Perché i nodi stanno venendo al pettine. I tutor non ci sono, e, visti i ricorsi già vinti dagli esclusi, non ci saranno per un pezzo. I posti di lavoro non si sono ancora visti e già le Regioni stanno ricorrendo contro la arbitraria invasione di campo del Governo nella loro competenza sull’avviamento al lavoro.
Non sarebbe stato meglio garantire alle imprese che assumano, con contratto almeno quinquennale, un disoccupato, un consistente sgravio fiscale?
Ultimo esempio: il salario minimo. Non si può guadagnare meno di 9 euro l’ora.
Soluzione facile e draconiana. Ma ingiusta.
L’ora del muratore è uguale a quella dell’operaio?
Otto ore di un commesso possono essere retribuite nello stesso modo di otto ore alla catena di montaggio?
Anche qui la soluzione più giusta, ma anche la più difficile sarebbe stata quella di incidere nei contratti collettivi, mettendo mano anche alle cosiddette “gabbie salariali”: è indubbio che con una salario di 1000euro si comprano molte più cose Catania o Salerno che a Milano o Lecco

Ecco, questo Governo persegue sempre la via APPARENTEMENTE più facile, salvo poi a trovarsi avviluppato dai tentacoli di tanta facilità.

Con la lentezza tipica della Giustizia (anche quella europea), si sta avviando alla conclusione la causa intentata dalla Commissione contro Polonia, Ungheria e Repubblica Ceka per non aver rispettato le Decisioni del 2015 sul ricollocamento dei migranti sbarcati in Italia e Grecia.

Prima della Sentenza, l’avvocato Generale rende le proprie conclusioni che, in genere formano il 90% della decisione della Corte.

Ma, stavolta, più che quanto affermato oggi dall’Avvocato Generale Eleanor Sharpston sul merito della questione, balzano in tutta evidenza le sue conclusive riflessioni che, nella mia non eccelsa traduzione, sottopongo alla vostra coscienza:

  1. La solidarietà è la linfa vitale del progetto europeo. Attraverso la loro partecipazione a tale progetto e la loro cittadinanza dell’Unione europea, gli Stati membri e i loro cittadini hanno obblighi, benefici, doveri e diritti. La condivisione dei “prodotti” europei non è una questione di esame dei trattati e del diritto derivato per vedere cosa si può pretendere. Richiede anche di assumersi le responsabilità collettive e (sì!) di sostenere il bene comune.
  2. Rispettare le “regole del club” e svolgere la propria parte in solidarietà con i compagni europei non può basarsi su un’analisi costi-benefici che spinge il denaro dove esso vuole andare (familiare, ahimè, della retorica della Brexit), di “cosa fa esattamente l’UE, di quanto mi costa settimanalmente e cosa ne guadagno personalmente?”. Tale egocentrismo è un tradimento della visione dei padri fondatori di un continente pacifico e prospero. È l’antitesi di essere uno Stato membro leale e di essere degno, come individuo, della cittadinanza europea condivisa. Se il progetto europeo deve prosperare e andare avanti, dobbiamo fare tutti meglio di così.
  3. Vorrei concludere ricordando una vecchia storia della tradizione ebraica che merita una maggiore diffusione. Un gruppo di uomini viaggia insieme in una barca. Improvvisamente, uno di loro estrae un cucchiaio e inizia a praticare un buco nello scafo sotto di sé. I suoi compagni si arrabbiano con lui. ‘Perché lo fai?’ Piangono. ‘Di cosa ti lamenti? – risponde – Non sto forse praticando il buco sotto il mio posto?’ ‘Sì’, rispondono, ‘ma l’acqua entrerà e inonderà la barca per tutti noi‘.

Questo significa essere EUROPEO, questo è il progeto di Adenauer, Shuman, De Gasperi, Spinelli. NOn facciamo sì che la fiammella che venti anni fa ha alimentato il vento di Tampere, si spenga.

Per la cronaca, la Causa di cui sopra è la C-715/17, unita con le C-718/17 e C-719/17.

Le Conclusioni dell’Avvocato Generale sono consultabili qui:

Ringrazio David Carretta per la segnalazione @davcarretta

Si fa un gran parlare, in questi giorni di possibile rottura fra gli alleati del Governo che – fra le possibili conseguenze – potrebbe portare ad elezioni anticipate.

Non è così.

Questa legislatura durerà a lungo ma non per calcoli politici degli alleati (per ora) di Governo, né per eventuali governi tecnici.

Durerà molto perché non sarà possibile sciogliere le Camere. No, non sarà proprio possibile.

Perché? Perché a settembre sarà approvata la legge di riforma costituzionale di dimezzamento (o quasi) di deputati e senatori.

Il Disegno di legge A.S. 214 recante “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” (clicca qui per la scheda Senato), ora Atto Camera 1585-B (clicca qui per la scheda Camera) prevede la riduzione da 630 a 400 dei Deputati e da 315 a 200 dei Senatori.

Tralascio qui il merito della legge che – secondo me – consegnerebbe veramente il Parlamento in mano ai segretari di partito e sul quel ho scritto più volte (clicca qui e qui e qui e qui).

Vediamo le conseguenze tecniche. Il Disegno di legge in parola è un disegno di legge costituzionale che segue la procedura descritta nell’articolo 138 della Costituzione:

  1. “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione [cfr. art. 72 c.4].
  2. 2.       Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare [cfr. art. 87 c.6] quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata [cfr. artt. 73 c.1, 87 c.5 ], se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
  3. 3.       Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.”

L’11 luglio 2019 il Senato ha approvato in seconda lettura il testo della legge ma non con la maggioranza di due terzi dei propri componenti come descritto nel terzo comma dell’articolo 138 della Costituzione sopracitato.

Quindi anche se la Camera dovesse (pare a settembre) approvare all’unanimità il Disegno di legge, potrebbe scattare quanto disposto dal secondo comma sempre dell’art. 138 della Costituzione.

Se un disegno di legge di revisione costituzionale non è approvato da ciascun ramo del parlamento con la maggioranza dei due terzi, esiste la possibilità di chiedere un referendum abrogativo.

Il Referendum può esser chiesto da Cinque consigli regionali, oppure, da 500.000 elettori oppure da un quinto dei membri di una Camera (ossia 126 deputati o 63 senatori).

Reputo altamente probabile che tale ipotesi si avveri: 500.000 firme son facili da trovare e un buon numero di parlamentari che sa di non poter contare su una rielezione farà di tutto per portare alle lunghe questa legislatura.

La richiesta di referendum bloccherebbe le elezioni anticipate: non perché ciò sia vietato, ma perché non si saprebbe quanti deputati o senatori eleggere.

I tempi sono dettati dalla legge 25 maggio 1970 n. 352,

L’articolo 3 di tale legge dispone che una legge di revisione costituzionale non approvata con la maggioranza dei due terzi non sia promulgata e non entri in vigore, ma:

  1. Qualora l’approvazione sia avvenuta con la maggioranza prevista dal primo comma dell’articolo 138 della Costituzione, il Ministro per la grazia e la giustizia deve provvedere alla immediata pubblicazione della legge nella Gazzetta Ufficiale con il titolo «Testo di legge costituzionale approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera», completato dalla data della sua approvazione finale da parte delle Camere e preceduto dall’avvertimento che, entro tre mesi, un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque consigli regionali possono domandare che si proceda al referendum popolare.
  2. La legge di cui al comma precedente è inserita nella Gazzetta Ufficiale a cura del Governo, distintamente dalle altre leggi, senza numero d’ordine e senza formula di promulgazione.

Quindi bisogna aspettare tre mesi per vedere se Regioni, cittadini o parlamentari, nelle dovute forme chiedano il referendum abrogativo.

Se viene chiesto, l’articolo 12 della legge 352/70 dispone che la Corte di Cassazione abbia 30 giorni per decidere se la richiesta sia conforme al disposto dell’art. 138 della Costituzione- Se verifica positivamente la richiesta, l’articolo 15 della legge dispone che il referendum è indetto con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo abbia ammesso.

La data del referendum è fissata in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione.

Ricapitoliamo i tempi.

Facciamo conto che la legge sia definitivamente approvata dalla Camera il 30 settembre 2019. Facciamo conto che la legge sia pubblicata, senza entrare in vigore, in attera di richiesta di referendum il 1° ottobre 2019, i 3 mesi terminano il 1° gennaio 2020. La Cassazione dovrà esprimersi entro il 1° febbraio 2020. Il presidente della Repubblica ha tempo per indire il referendum fino al 1° aprile 2019.

Il referendum si svolgerà fra il 20 maggio e il 10 giugno 2020.

Solo allora sapremo definitivamente quanti sono i Parlamentari della Repubblica.

Solo allora il presidente della Repubblica, se lo riterrà necessario, potrà sciogliere le Camere.

E qui detta legge l’articolo 61 della Costituzione:

  1. “Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni [cfr. art. 87 c. 3].
  2. Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti.”

Fin ora dallo scioglimento alle elezioni è sempre trascorso il massimo del tempo. Se sarà così anche stavolta, le elezioni delle nuove Camere (col numero attuale o ridotto di parlamentari) non potranno tenersi prima del 10 agosto 2020. Data improponibile.

Settembre? No, c’è la legge di bilancio.

Se ne riparlerà forse a primavera 2021.

Il Governo questo lo sa bene: per questo litiga, ma non rompe. Sa benissimo che, se dovesse andare in crisi, dietro l’angolo non ci sarebbero le elezioni anticipate, bensì più di un anno di “Governo tecnico”.

A meno che….. a settembre la legge di riforma costituzionale non venga, bocciata o archiviata per permettere lo scioglimento delle Camere prima della sua approvazione. Con lo scioglimento, il Disegno di legge di riduzione dei parlamentari decadrebbe e non se ne parlerebbe più. Molto meglio.

Questo Governo dimostra sempre di più la sua incapacità di governare e di voler perseguire solo la strada del facile consenso.
Un Governo che si rispetti cerca soluzioni complete ai problemi che incontra, rifuggendo la via facile della pseudosoluzioni ad effetto.
Governare è difficilissimo. Serve preparazione ed esperienza e la corsa alle soluzioni facili è pericolosa. E non solo. La soluzione facile per accontentare il vento del consenso può essere un boomerang, vista la volatilità del consenso stesso.
La soluzione deve essere una risposta globale al problema
Vorrei fornire tre esempi con la soluzione scelta (o apparentemente scelta) dal Governo e le sue conseguenze.
Cominciamo con le cd “aperture domenicali” dei negozi.
Il problema indubbiamente esiste. In una situazione di ampia disoccupazione, per la grande distribuzione si aprono ampie praterie per contratti capestro che violano l’obbligo di riposo settimanale.
Oggi, tante categorie di lavoratori prestano la loro opera la domenica e le “feste comandate”. Alcuni per servizi essenziali: polizia, pompieri, addetti alle centrali elettriche, addetti ai trasporti etc. Altri addetti a quei servizi non essenziali che, proprio la domenica, sfruttando il giorno libero di tanti lavoratori, hanno in forte incremento: ristoranti, cinema, bar, night club, stabilimenti balneari etc.
Ora, tutte queste categorie di lavoratori, salvo patologie penalmente perseguibili, hanno trovato nei contratti collettivi ad hoc la soluzione che contempla l’adeguata distribuzione di oneri e profitti fra datori e prestatori di lavoro.
Oggi fra queste categorie rientra anche la “grandissima distribuzione”, i centri commerciali, insomma. La soluzione più logica, ma non la più facile, sarebbe stata quella di incidere nel settore dei contratti collettivi, mediando fra opposti interessi.
Invece si è preferito accontentare le lobbies dei piccoli commercianti, con scuse riprese anche dal cattolico riposo domenicale, abborracciando un testo (fortunatamente non ancora definitivo) in cui di interviene con l’accetta: si chiudono i negozi una domenica sì e una no. Poi si ci ricorda che la Costituzione assegna non allo Stato, ma a Regioni ed enti locali, la competenza sugli orari di apertura dei negozi e si ci impantana aggiungendo la toppa, peggiore del buco, dell’esenzione della chiusura per le “località turistiche” in un Paese in cui tutte le località sono turistiche.
Una ulteriore riflessione: da tempo si piange per una crisi dei consumi. Chiudendo la grande distribuzione la domenica sì deprime il necessario incontro fra domanda e offerta, non si aiutano i piccoli negozi dall’ancora più piccolo assortimento e dagli orari 09.00/13.30-16.30/19.39 mutuati dal secolo scorso. Si fa solo un immenso regalo ad Amazon e soci, dai prezzi invitanti, dagli orari infiniti, dal reso facile facile e dallo sterminato assortimento.
Certo, mediare su un contratto collettivo è difficile, ma su questo si valuta un Governo.
Secondo esempio: reddito di cittadinanza. In sè non è una idea malvagia. Ma come è stato presentato è una cosa molto diversa da come, fin ora è stato attuato.
Prima di tutto è stato presentato non come una misura assistenziale, bensì come quasi un presalario in attese del non rifiutabile lavoro (max tre offerte, poi la decadenza). Ebbene, fin ora, si è scelta la via facile. In deficit, spostando la spesa sulle future generazioni, fin ora, a fini puramente elettorali (e neppure poi raccolti, visto il flop dei Cinquestelle), si sono solo erogati i soldi. E non i 750 euro promessi, ma una media di 300/400 euro. Il resto, come l’intendenza di napoleonica memoria, seguirà. Forse. Perché i nodi stanno venendo al pettine. I tutor non ci sono, e, visti i ricorsi già vinti dagli esclusi, non ci saranno per un pezzo. I posti di lavoro non si sono ancora visti e già le Regioni stanno ricorrendo contro la arbitraria invasione di campo del Governo nella loro competenza sull’avviamento al lavoro.
Non sarebbe stato meglio garantire alle imprese che assumano, con contratto almeno quinquennale, un disoccupato, un consistente sgravio fiscale?
Ultimo esempio: il salario minimo. Non si può guadagnare meno di 9 euro l’ora.
Soluzione facile e draconiana. Ma ingiusta.
L’ora del muratore è uguale a quella dell’operaio?
Otto ore di un commesso possono essere retribuite nello stesso modo di otto ore alla catena di montaggio?
Anche qui la soluzione più giusta, ma anche la più difficile sarebbe stata quella di incidere nei contratti collettivi, mettendo mano anche alle cosiddette “gabbie salariali”: è indubbio che con una salario di 1000euro si comprano molte più cose Catania o Salerno che a Milano o Lecco

Ecco, questo Governo persegue sempre la via APPARENTEMENTE più facile, salvo poi a trovarsi avviluppato dai tentacoli di tanta facilità.

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