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Il Governo Conte ha gestito abbastanza bene la fase 1 della pandemia. Un lockdown duro, il primo in occidente. Ha seguito la scienza non la politica. I virologi e gli epidemiologi avevano dato la loro sentenza: del Coronavirus non sappiamo alcunché, non abbiamo vaccini, non abbiamo cure. L’unico rimedio è quello raccontato da Boccaccio nel Decamerone: distanziare, evitare contatti, impedire che il virus, che spesso si presenta nella sua forma più pericolosa della asintomaticità, trovi nuovi pascoli in cui moltiplicarsi.

Gli effetti ci sono stati, quasi dappertutto. Quasi.

Il Governo aveva preannunciato le grandi linee della fase due e ½, ossia della fase due, dopo aver visto gli effetti della prima riapertura del 4 maggio: riaperture differenziate sia per categorie, sia per regioni, distanze da mantenere, linee guida dettate dall’andamento della curva epidemiologica, dalla scienza e non dalla politica.

Poi il Governo ha ceduto, ha ceduto alla politica. Ha ceduto alle regioni del nord che non potevano ammettere che la Basilicata, la Sicilia, la Sardegna, le derelitte Campania e Calabria potessero riaprire e  la grande Lombardia e il grande Piemonte no.

Si lascia alle Regioni la responsabilità, ad una Regione come la Lombardia che, ancora traccia per ogni nuovo positivo, due rapporti, contro i 12 del Veneto. E di App, di tracciamento non se ne parla più.

 La scienza dice che per i ristoranti ci vogliono almeno due metri di distanza. Il Governo ha ceduto di schianto alle Regioni. Ha accettato tout court il documento predisposto dalle Regioni. Le distanze ai ristoranti scendono a 1 metro. La lista delle prenotazioni ai ristoranti (per risalire ad eventuali contagi) è ora solo facoltativa, rimane obbligatoria solo per parrucchieri e barbieri. Si chiedeva la sanificazione dei capi provati e non acquistati dai clienti, nemmeno questo. Si chiedeva un attento controllo o la chiusura delle spiagge libere, rimane rimessa alla “responsabilità” dei bagnanti il rispetto delle distanze. Insomma si riapre tutto, e tutte le regioni insieme, con due regioni che sono ancora nel pieno della pandemia. Non so voi, ma io a Milano o Torino al ristorante o nei negozi affollati non ci andrei mai e poi mai. Non so nemmeno se ci andrò a Roma.

Conte, nella conferenza stampa appare un bimbo a cui hanno tolto il pallone: “se la curva risale non è colpa mia, è colpa delle Regioni!”. Scaricabarile. Per cedere alle Regioni. Maledetto l’art. 117 della Costituzione.

Anche nel Decreto Rilancio, che a tre giorni dall’approvazione ancora non è andato alla firma di Mattarella, è una pioggia di sussidi, senza nessuna distinzione fra chi ha perso tanto, chi ha perso poco, chi non ha perso, chi ha guadagnato. Si pensi solo alla annunciata (il testo ancora non esiste) abolizione della prima rata dell’IRAP per TUTTE le aziende, indipendentemente dalle perdite. Sussidi in base al fatturato e non al reddito dichiarato. Notate che il 40% delle persone sono rimaste al lavoro, la filiera alimentare con negozietti e ipermercati e la logistica, con i corrieri che hanno lavorato ben più di prima. Hanno voluto premiare il rischio? Chissà….

Sono 55 miliardi e mezzo Governo non vuole neppure prendere 36 miliardi del MES all’infimo interesse dello 0,1% per puntare tutto sull’ancora fumoso Recovery Fund, sperando di soldi a fondo perduto. Ma, fin ora in Europa dicono che anche i soldi del  Recovery Fund saranno a prestito. Insomma si dovrà restituire tutto. Con il rischio che questa apertura in maniera uguale in tutte le Regioni faccia riesplodere la pandemia. E, allora, non basteranno tutti i soldi del mondo. Per la nostra economia sarà peggio della Grecia, molto peggio.

Secondo voi, si può riaprire tutto con questa tabella odierna dei contagi?

Esser contagiati dal Coronavirus – abbiamo imparato – può portare le conseguenze più disparate: semplicemente nulla, un banale malessere scambiato per “raffreddamento”, una sindrome febbrile paragonabile all’influenza, una polmonite virale, spesso curabile con lunghe e dolorose giornate in ospedale, ma – almeno in Italia – per 30.000 volte letale. Tutto ciò random, senza una ragione plausibile, anche sul perché alcune zone (il nord) siano state contagiate in maniera molto più violenta che altre (il sud).

Unico dato incontrovertibile è che i bambini, pur infettandosi e portando l’infezione in famiglia e in giro, sono praticamente immuni dalle conseguenze più gravi.

A parte questo, a parte le patologie fisiche, sono convinto che il Coronavirus o COVID19, porti anche serie conseguenze alle facoltà intellettive delle persone.

Sì, ci sono giustificazioni, senz’altro. La materia è nuova, Questo tipo di Coronavirus – fino al tragico 21 febbraio 2020 – era solo  una patologia confinata dall’immaginario collettivo occidentale in  quella parte del mondo, ancora semisconosciuta e misteriosa, chiamata Cina, confinata in qualche parte dei TG vista distrattamente nei giorni del dopo capodanno, ma capace comunque di generare i primi segni di decerebramento con pestaggi e violenze a cinesi che vivono da anni in Italia, come se l’insorgenza di questo lontano virus sconosciuto fosse stato scatenato per colpa di una intera etnia.

Poi Codogno e Vo’ Euganeo esplosero e, sull’onda emotiva dell’emergenza (grave, ma piccola e confinata territorialmente), le autorità si mossero benino. Fecero l’impensabile. Imitando quello che successe a Wuhan, chiusero letteralmente i due territori: non si entra e non si esce. Poi la “Cosa” crebbe” e con la stessa proporzionalità crebbero i casini, gli errori e … i segni di pazzia, fortemente incoraggiati da quell’altra forma di pazzia, questa volta fortemente italica che va sotto il nome di “Riforma del titolo V della Costituzione” che dal 1999, avvelena e complica i rapporti fra Stato e Regioni intasando la Corte Costituzionale di impugnazioni e conflitti di attribuzione, generando confusione ed incertezza nella gestione delle cd. “Materie condivise”, come appunto la Salute.

Ma non voglio fare qui la storia, breve, ma piena di dolore del Coronavirus in Italia e nel mondo – quella la conoscete già – ma dare conto della pazzia che esso porta. Ovviamente è una metafora, non voglio essere accusato di diffondere fake news, ma la tensione, la paura, l’angoscia di fronte a tale orrenda novità può essere benissimo causa scatenante.

Cominciamo dai cosiddetti scienziati a cui la politica si è, fino ad un certo punto, affidata.

Dapprima è stata qualificata come una influenza un po’ più “pesante”, poi, visto che il numero di morti cresceva, si sono scatenati nelle congetture più varie e facendo attuare dai politici le strategie più diverse.

Nella Lombardia dalla sanità efficiente, ma privatizzata, dove l’assessore al “welfare” qualche mese prima voleva abolire il medico di famiglia, il virus ha fatto una strage negli ospedali dove gli ammalati sono stati concentrati e dove, almeno nei primi giorni, non c’erano percorsi alternativi fa malati “normali” e “sospetti COVID”. Nel vicino Veneto, per di più governato da una parte politica analoga, i presìdi medici locali sono ancora validi e su quello si è puntato, gli ospedali non sono diventati focolai di contagio e la situazione ha retto molto meglio.

I virologi e gli epidemiologi (attenzione, sono due categorie completamente diversi di medici anche se i media li hanno immancabilmente confusi) sono diventati star televisive. I loro discorsi scendevano su noi atterriti semplici cittadini come sentenze calate dalla scienza. Si son formati i partiti, i partigiani dell’uno o dell’altro “santone”, partigiani dell’uno o dell’altro metodo di cura, spesso condizionati da fake news confezionate e diffuse a bella posta.

Ne voglio raccontare uno solo, ma certo, se fate il punto ne troverete altre.

Una sola premessa. Ad oggi, contro il Coronavirus, siamo ancora all’anno zero. L’unico “rimedio” è quello raccontato da Boccaccio con il Decamerone, ossia il distanziamento sociale. Il resto fino a che non sarà trovato un vaccino, (che non si sa se e quando sarà disponibile) sono solo cure palliative per aiutare il sistema immunologico presente in ognuno di noi a superare “naturalmente” la malattia. Ovviamente sapete che per “cura” si intende la somministrazione di medicamenti che sono stati adeguatamente testati, riconosciuti efficaci dalla comunità scientifica e dagli “enti certificatori”. Tutta roba che certamente impiega un po’ di tempo ad essere approntata, a meno di non volere che il farmaco “miracoloso” per qualcuno, sia inefficace o venefico per alti. Di cure “alla moda” ne abbiamo avute parecchie, spinte solo dall’emotività, dal “siero Bonifacio” alla “cura Di Bella” al “metodo Stamina”, metodi che, passata l’onda emozionale, nessuno oggi prenderebbe più in considerazione.

Basta un video girato in Giappone dove un tizio qualsiasi, poi smentitosi, affermi che lì curano con successo con un medicinale che assicura un successo nel 90% dei casi, che tutti voglio che in Italia “si rimuovano le oscure cause” che impediscono l’uso dell’Avigan, poi ridotto a farmaco di scarsa efficacia.

Su Twitter o WhatsApp, compaiono sedicenti medici che denunciano che altri medici – sempre per oscure ragioni – non applicano rimedi miracolosi come l’eparina per prevenire i trombi che occludono gli alveoli polmonari, senza sapere che fiumi di eparina sono dall’inizio della pandemia iniettati nei pazienti.

Ma voi affidereste la vostra vita ad un farmaco la cui efficacia proviene solo da un video girato da un tizio qualsiasi e postato su YouTube? Eppure succede. Isteria e pazzia collettiva?

Ma il massimo di raggiunge con guerre fra Guelfi e Ghibellini, fra fazioni degne dei peggiori Hooligan del pallone sull’ultime isteria: la cura con il plasma ricavato dai pazienti guariti. La contesa ha assunto toni allucinanti: sempre i poteri forti che hanno “rapito” il prof. De Donno (che sta sperimentando questa cura) con il coinvolgimento di Bill Gates. Bufala, ovviamente. Oppure – e qui c’è lo zampino dei no-vax – dirottare tutti i soldi impegnati per la ricerca del vaccino sulla ricerca della cura del plasma che è lunga e complessa anch’essa. Basti pensare ai macchinari usati per depurare ogni sacca di plasma da eventuali infezioni da epatite virale o AIDS che, se no, andrebbero direttamente nelle vene del ricevente. La cura con il plasma, detta anche sierologica, da pazienti guariti è antichissima e si usa tutt’ora par i morsi di vipera o per la profilassi antirabbica. Solo che, con il tempo, gli anticorpi, da naturali sono diventati sintetici e, quindi, molto più puri e facili da produrre. Comunque nessuno ha mai demonizzato la cura sierologica, che viene usata a Mantova e Pavia con buoni risultati, ma per salvare il mondo dalla pandemia dovrebbe avere un numero infinito di donatori che conservino per un tempo infinito gli anticorpi nel loro sangue, a meno di non trovar e un modo di riprodurli sinteticamente. Ed è proprio quello che si sta sperimentando.

Vorrei sommessamente ricordare ai sostenitori delle due fazioni la differenza fra la prevenzione e la cura. Fra farmi un iniezione di vaccino, anche ogni anno, come per l’influenza, e non pensarci più (e qui mi attirerò le ire dei no-vax; beh, fatti loro) e prendermi il COVID19, andare in ospedale, aspettare le sacche di plasma, mentre il mio respiro si fa sempre più corto, preferisco certo la prima ipotesi.

Le incertezze mediche si riflettono anche sulla politica. Senza entrare nelle follie americane di iniezioni di disinfettanti e di esposizione degli organi interni ai raggi UV (?), o a quelle inglesi di sacrificare vite per raggiungere l’immunità di gregge vediamo ora una spinta sempre più forte delle Regioni, pressate dalla Confindustria, di riaprire subito le attività produttive. L’intento è giusto. Ci sono molte attività produttive, come gli esercenti al dettaglio, spettacoli, ristorazione, turismo, cura alla persona, che hanno sofferto più degli altri, ma, rifletteteci – visto che è ormai accertato che una grande percentuale di persone infette è asintomatico, beate loro, (a Vo’ Euganeo è stato accertato che era asintomatico il 43% di positivi) – vi fareste avvicinare in un quasi “bocca a bocca” da un dentista o da un parrucchiere? O far rifare le unghie con la possibilità di tagli o scambio ematico?

Il Governo (non starò qui a cincischiare sulle questioni di costituzionalità della compressione delle libertà fondamentali) sta procedendo per gradi, “per vedere l’effetto che fa”. Preso atto che dall’inizio della pandemia un 40% dei lavoratori (aziende indispensabili, filiera alimentare, etc) ha continuato a lavorare, dal 4 maggio 2020, con i presidi locali che ormai (si spera) hanno gli occhi aperti e con precisi vincoli, ha esonerato dal lockdown altri 4,5 milioni di lavoratori. Siccome il periodo di incubazione della malattia è di 8/14 gg, si è preso fino al 18 maggio per vedere se e di quanto sale ancora (o non sale) la curva epidemica, Alla luce dei risultati deciderà la progressiva riapertura dei altre attività, partendo da quelle di minor contatto fisico e maggior utilità sociale fino a quelle, sfigate loro, dove l’assembramento pericoloso è essenziale all’attività stessa (discoteche, palazzetti dello sport, teatri cinema.

Nel contempo tenendo a freno gli altri cittadini, negando loro il lavoro (purtroppo per loro), le passeggiate senza meta, gli svaghi esterni, si rallentano di molto i flussi di persone in giro e il virus trova, comunque, meno prede. È ancora da provare come evitare i pericolosi assembramenti negli autobus (ci siete andati? No, vero? Pensate se si fosse aperto tutto).

Ma apriti cielo. Ora tutti – visto che non ci sono più cadaveri per strada – vogliono riaprire, ma cavalcando il desiderio della gente più che la scienza, per distinguersi, per ingraziarsi la gente e prenotare voti. La Calabria, regione dove le strutture sanitarie non sono neppure paragonabili a quelle che pur hanno fatto fiasco in Lombardia, ha riaperto bar e ristoranti all’aperto, favorendo il prolungato incontro, attorno al tavolino, di più persone. Il TAR le ha dato torto. E corre in avanti anche la provincia di Bolzano, e vorrebbe farlo il Veneto. Sembra che 8 giorni in più siano diventati impossibili da sopportare. Ma, lo ipotizziamo tutti, dietro queste prese di posizione ci sono interessi politici ben definiti, o mezzi di pressione o contrasti interni.

Meno male che i dati della pandemia migliorano ma , comunque, oggi, 9 maggio, ci sono stati 194 morti e 1083 positivi in più di ieri, con il serio sospetto che non si fanno tutti i tamponi possibili per non far alzare il numero di e “positivi” ufficiale.

Bata ricordare il caso CEI. Nelle linee generali, il Governo aveva procrastinato al 18 maggio la possibilità di ritornare a celebrare messe. Non si viola la libertà di culto, sempre libera e valida (per stessa ammissione della Chiesa) in qualunque luogo, si evitano solo assembramenti, assembramenti inevitabili durante la messa, ma evitabili dal tabaccaio dove si entra uno per volta o al supermercato dove ho fatto fila di un’ora per entrare. Ecco, la Conferenza Episcopale Italiana, esce, il 26 aprile, con un durissimo e, perdonatemi, spocchioso e superbo comunicato con il quale “la Chiesa esige”….”i Vescovi non possono sopportare”, comunicato così duro che si può benissimo ipotizzare un altro fine, contro il Governo, o  – addirittura – contro il Papa, i cui rapporti con la CEI sono pessimi. Meno male che Papa Francesco ha ricordato a tutti chi è il Capo della Chiesa.

Sintomi di impazzimento sono tutt’ora presenti nel Governo. Non parlo del bieco tentativo delle opposizioni di cavalcare il Coronavirus per raggranellare consenso. Mica tutti sono come il capo dell’opposizione in Portogallo….

Il Governo promette miliardi, ma non li eroga. Promette garanzie al 100%, ma le Banche non erogano prestiti. Calmiera a 0,50 euro il prezzo delle mascherine e le mascherine spariscono dal mercato, annuncia un’App indispensabile al tracciamento dei positivi, anonima e volontaria (sarà utile?) che riceve anche l’OK del Garante Privacy, ma non se ne parla più. Promette una tracciatura di un campione di 160.000 persone, confezionato dall’ISTAT, rappresentativo di tutto la popolazione per tracciare, dal numero degli anticorpi, la diffusione della pandemia, ma non parte ancora.

Insomma, oltre la lotta fra virologi e immunologi anche una inefficienza governativa.

Ma la pazzia, la follia non è ancora raggiunta.

Una volta tanto l’Unione europea si muove alla svelta: dal programma SURE (cassa integrazione europea, primo provvedimento sul sociale EU), dal programma BEI, al Recovery Fund, al rinnovato MES.

Ecco, sul MES si spacca il Governo. Qualche ragione c’era. IL MES, nella vecchia versione, per intenderci quella che spaccò le reni alla Grecia, prevedeva rigorosissime condizionalità per la sua concessione (tipo ristrutturazione del debito, tagli sociali con intervento diretto della Commissione, dello FMI,  e della BCE) . Ma questo MES è totalmente diverso.  Anche io avevo qualche dubbio espresso nel precedente articolo del mio  blog (https://sergioferraiolo.com/2020/04/25/qualche-dubbio-sul-mes-senza-stringenti-condizionalita/), ma gli eventi successivi (lettera del Vice presidente della Commissione europea e del Commissario Gentiloni. Conclusioni dell’Eurogruppo dell’8 maggio 2020) hanno sgombrato il campo dalle preoccupazioni: sul piatto c’è un prestito pari al 2% del PIL (per l’Italia sono 36 Miliardi di Euro) richiedibili dal 1° giugno 2020 con queste uniche condizioni: si restituisce (è un prestito) al tasso dello 0,1% (zerovirgola1percento) in 10 anni ed il suo uso è riservato alle spese mediche dirette o indirette (e in questo “indirette” c’è tutto). Non c’è altro.

Eppure gli Dei accecano coloro che vogliono perdere. Ripeto, non parlo dell’opposizione che biecamente raggranella qualche voto preconizzando ancora, nonostante tutte le smentite, una situazione tipo Grecia. Opposizione da cui si distacca chiaramente Berlusconi che oggi è arrivato a dire “Il MES è stato approvato esattamente come volevamo noi” preparandosi, forse, a scendere in aiuto del PD e di Renzi.

Parlo del Governo o meglio, di una parte del Governo, i Cinquestelle, che speciosamente, per pura ideologia, continuano a dire di no. Non prenderemo il MES, dicono. Non potendo più portare le prove che il MES sia foriero di “situazione Grecia”, si trincera nel dire che è poco e che il Governo conta sul Recovery Fund che dovrebbe valere fra i 1.500 e 2.000 miliardi di euro, in parte prestito e in parte a fondo perduto.

Ma il “nuovo MES” c’è ora e ti danno i soldi subito dal 1° giugno, soldi di cui abbiamo disperatamente bisogno, il Recovery Fund è ancora tutto da definire e finanziare.

È sintomo di pazzia rifiutare ora 36 miliardi certi per sperare in ipotetici 160 miliardi (ipotetica quota italiana) lo anno prossimo (se va bene) del Recovery Fund. Lo sappiamo, i Cinquestelle, sono superideologizzati e non molto pragmatici: Per Conte è più importante la coesione nel suo partito che il default italiano, analogamente a quello che pensa Trump fra salute degli americani e risalita dell’economia, con seguito di persone armate che invadono il palazzo del Governatorato del Michigan.

E dire che solo l’Europa può salvare un Paese come il nostro, già gravato da un debito pubblico di 2.447 miliardi di Euro che si accinge a varare misure di sostegno all’economia vessata dal Coronavirus per 50760 miliardi di Euro.

E dire che le Agenzie di rating Moody’s e Standard e Poor’s hanno “graziato” l’Italia (come sarebbe stato giusto dal loro punto di vista) solo perché sanno che l’Europa ha aperto i cordoni della Borsa.

Dal MIO punto di vista, se l’Italia perde questa occasione, attuale, del MES e quella futuribile, ma ancora nebulosa del Recovery fund per finanziarsi a basso costo, non potrà evitare un nuovo downgrading che non è una cosa astratta. Siamo solo un gradino sopra ai titoli spazzatura. E i titoli spazzatura, BOT o BTP che siano, non sono acquistabili dalle banche estere o dalla BCE. Sapete come finirà: che lo Stato pagherà i suoi debiti o gli stipendi o le pensioni con BOT e CCT che non varranno il valore della carta su cui sono stampati.

Le conseguenze lascio a voi immaginare.

Una ultima considerazione. Nonostante le tabelle sui contagi che la Protezione civile ci fornisce ogni giorno alle 18.00 mostrino un andamento molto rincuorante, non siamo ancora fuori della pandemia. Ci sono ancora morti e nuovi contagi. Ma molta gente si composta come se il Coronavirus non ci fosse mai stato. Gruppi per strada assembramenti, crocchi, niente mascherina. Vi lascio con la tabella diffusa oggi dalla Protezione civile.

Speriamo che i numeri brutti (contagi, morti, ricoverati) non debbano risalire.

tabella COVID19 del 9 maggio 2020

Sì, oggi quanti ne abbiamo? È giovedì? È sabato, non lo so. Sono giorni più o meno uguali che scorrono lisci fra letture, social, video chat, TV, quotidiani appuntamenti con Borrelli con i numeri che vanno giù e su come il nostro umore. Ma ho dormito male. Ho avuto incubi. Forse qualcosa che ho mangiato.

Ho sognato che il mondo era preda di una incredibile pandemia. Ho sognato che tutti i Paesi si affidavano all’OMS (WHO) raddoppiando i fondi messi a disposizione e si adeguavano senza timore alle sue disposizioni emanate nel modo più autorevole e chiaro.

Ho sognato che tutti abbiano capito che stiamo combattendo contro un virus che quattro mesi fa non compariva neppure negli ultimi libri di medicina e che quindi alcuni tentennamenti o indecisioni siano più che comprensibili.

Ho sognato che tutti abbiano capito che non disponiamo altro che armi palliative contro questa pandemia e che non infettarci a vicenda è l’unico modo serio di “contenerlo”. Ed ho sognato che, come fanno da sempre gli orientali, ci abituassimo a portare una mascherina sulla bocca per evitare che in nostro alito, il nostro colpo di tosse, il nostro starnuto, possa infettare chi ci sta vicino. Ho sognato che tutti abbiano capito che le mascherine chirurgiche, le uniche che possiamo avere [è impensabile di avere 180.000.000 di mascherine FFP3 al giorno, visto che vanno cambiate ogni 5 ore] servono altruisticamente a non infettare gli altri, e molto poco per proteggere noi.

Ho sognato che – visto che mediamente tutti stiamo molto meglio di questi abitanti di Mumbai costretti anche loro al lockdown

– tutti, con grande senso di responsabilità, rinunciassimo ognuno alle cose non indispensabili: il runner dilettante alla corsa in prossimità di altri umani, il cinofilo che non stressa il suo cucciolo con tre passeggiate quotidiane. I condomini che – al solo scopo di sfidare l’ordine costituito – fanno gruppo davanti ad una tavola imbandita.

E poi ho sognato che, almeno in questa occasione parecchio grave non si siano alzati i soliti galli che aprono la bocca solo per dividere le orecchie, per pontificare su presunti farmaci miracolosi noti solo a loro e a Facebook, oppure per dar corpo a strampalate teorie sull’origine e la possibile cura del virus, magari solo facendosi una passeggiata per Tokio.

Ho sognato che nessuno avrebbe accusato l’altro per presunte mancanze, ma – insieme – rimandando le polemiche si lavori al bene comune.

Ho sognato che l’accordo fra Google e Apple che ci regalerebbe un’App capace di tracciare in modo anonimo gli incontri ravvicinati con positivi era accolto con tripudio generale [stesso metodo usato dalla Corea del sud] e che nessuno, che tutti i propri dati , ma proprio tutti, anche il codice del conto in banca, fornisce spontaneamente al web, si mettesse a cavillare su speciose violazione sulla privacy.

E non basta – il sogno è lungo – ho sognato che giudici emeriti della Corte Costituzionale, alla dolce età di 84 anni sostenessero il Governo, senza fare cavilli sulla legittimazione alla limitazione della libertà di circolazione [limitazione d’altronde sancita per motivi di sanità pubblica dall’articolo 16 della Costituzione].

E ho sognato pure che tutti noi, italiani, europei e cittadini del mondo, accumunati dal pericolo della sesta estinzione, predetta anche da Yuval Harari, si mettano insieme senza stare a cavillare su un timbro mancante, una certificato assente e, spingendosi alla sostanza, cerchino soluzioni idonee alla fine della pandemia.

E ho sognato ancora che la politica si stringesse intorno al detto anglosassone “Buono o Cattivo, è il mio Presidente!”, si va tutti uniti fino alla fine della battaglia. I conti si fanno dopo. Ho sognato che nessuno, in nome di una pregressa, elettoralistica avversione, rinunciasse a 36 miliardi gratis, erogati praticamente gratis se usati per l’emergenza sanitaria.

Ho sognato anche che giornalisti di fama, dall’alto del loro smisurato ego ed orgoglio, trasmettessero le dichiarazioni del Presidente del Consiglio senza alcun commento che prefigurasse un intento censorio, arrogandosi il diritto di decidere, nel merito, cosa il Presidente del Consiglio possa o non possa dire e poi si dilungasse in una toppa peggiore del buco..

Ho sognato ancora che l’opposizione, sale della democrazia, in questo particolare momento esprimesse le sue opinioni, ma senza falsare i fatti, senza dire bugie, senza avvelenare il terreno con palesi Fake News, senza fare proposte assurde, fatte solo per farsele rifiutare e poi recriminare..

Sì, ho sognato.

Poi mi sono svegliato.

E ho trovato altro.

Oggi la Destra compatta ha chiesto al Governo misure ancora più restrittive di quelle messe in atto con il PCM di ieri che ha equiparato l’intero territorio nazionale alle misure perese per la Lombardia e alcune provincie del nord.

Le misure chieste, sul modello Wuhan, sono draconiane: chiusura per 15 giorni di tutti i negozi tranne alimentari e farmacie, bloccare ogni tipo di trasporto pubblico e privato, obbligare i cittadini a non uscire di casa.

Non sono un virologo, non sono un medico, sono solo un ex burocrate in pensione, vissuto per trenta anni fra i politici, il che mi ha fatto sviluppare un certo sesto senso per comprendere le affermazioni sol “politiche” da quelle false ed “elettorali”.

Avendo tempo libero mi sono informato, non certo alla università Google, ma sui siti della Protezione Civile, del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore della Sanità che, vi assicuro sul mio onore, sono “cose serie”.

A questo punto, con le premesse suesposte, voglio dire la mia.

È chiaro che le proposte della destra sono strumentali visto che vogliono replicare il “modello Wuhan” che, pare, abbia dato buoni risultati. Ma, ad onor del vero, coincidono con quello che dicono virologi e siti istituzionali.

Non abbiamo alcuna cura o vaccino che possa sconfiggere il Coronavirus. In ospedale l’unica cosa che fanno è aiutare il corpo umano a sopportare l’assalto del virus fornendo ossigeno e cocktail di farmaci che, forse , possono aiutare. Lo fanno con encomiabile dedizione assoluta, a loro va il nostro plauso, ma è la classica situazione di voler spegnere un incendio con una catena umana di secchi d’acqua. A volte si ci riesce. Il paziente uno, per esempio, non è più intubato, ma 631 morti ad oggi sono un bel fardello, anche se sono praticamente tutti con patologie pregresse. Ma non sono numeri, non sono vecchi, sono persone.

Gli ospedali sono allo stremo, ad oggi i ricoverati in terapia intensiva sono 827, saturando quasi la disponibilità offerta dal Servizio Sanitario nazionale.

Certo, la soluzione offerta dalla destra è facile e, sicuramente foriera di ottimi risultati.

Se si blocca in casa tutta la popolazione nazionale, senza farla uscire per nessun motivo, neppure per andare al lavoro, o per fare la spesa, come a Wuhan, il Coronavirus non troverà più le praterie nelle quali riprodursi.

Dopo 15/20 gg., visto che gli esperti stimano in 15gg il periodo massimo di incubazione, si saprà chi è contagiato e chi no e si spezzerà la catena del contagio. I contagiati in isolamento ospedaliero, i negativi pronti per ripartire.

Ricetta facile e di sicuro effetto.

Ma ricordiamoci che l’Italia non è ancora uscita dalla crisi del 2008. Può il nostro Paese fermare la produzione industriale per 15/20 giorni?

Siamo sicuri che, mettendo 62 milioni di persone in isolamento, queste 62 milioni di persone abbiano di che mangiare per 15/20 giorni? Siamo sicuri che il sistema, intendo le forniture di acqua, luce, gas, senza manutenzione – perché i manutentori sono a casa – possa reggere?

I supermercati – la gente deve pure mangiare – devono essere riforniti, ponendo una grossa eccezione alla continuità della produzione e alla continuità dei trasporti.

Ricordiamoci che, dopo la crisi del 2008, le industrie hanno ridotto drasticamente le scorte (che sono un peso) e producono solo quello che, al momento chiede il mercato.

 Ecco, se chi comanda (ma chi comanda?) mi garantisce una risposta positiva a tutte queste domande, potrei anche accedere alle richieste della Destra. Ma la Destra non ha le leve del comando: me lo può garantire? Il Governo me lo può garantire?

Una speranza.

Qui sotto il grafico dei contagiati, terapia intensiva, guariti, deceduti forniti ogni giorno dal Dipartimento della Protezione Civile. Mi sembra, ma giudicate voi, che la curva verso l’alto sia meno impennata, o no?

casi Coronavirus al 10 marzo 2020

La destra, dopo la sconfitta elettorale in Emilia-Romagna (solo in Emilia Romagna, nell’intero paese è maggioritaria) sta cercando nuovi cavalli per la sempiterna campagna elettorale.

Uno, spregevole, è quello di cavalcare il coronavirus, come se si potesse impedire l’accesso in Italia ad una persona in regola col visto ed in apparente buona salute (ricordiamoci che il coronavirus è invisibile, ma infettivo, finché non compaiono i sintomi). Bella furbata del Governo che ieri – non potendo vietare l’ingresso delle persone, ha vietato tutti i voli da e per la Cina. Bravi!.  Oppure dire che gli immigrati sui barconi ci portano il coronavirus. Ci sarebbe da ridere.

Un altro cavallo di battaglia, consueto e ormai vecchio è quello che qualsiasi Governo di sinistra o di centro sinistra, aumenti le tasse.

Il Giornale di oggi porta ad esempio la proposta di legge -delega per la riforma dell’IRPEF. (vedi qui: https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-gualtieri-conferma-stangata-arrivo-rivedremo-iva-catasto-e-1819330.html).

 Una volta tanto sono d’accordo con la destra, almeno per quel che riguarda le aliquore IRPEF.

In Italia sono veramente molto strane. Eccole:

Dalla tabella si vede che chi ha un reddito annuo lordo superiore ai 75.000 euro paga l’aliquota marginale del 43% sia che guadagni 75.000 euro lordi sia che ne guadagni 150.000.

La cosa non è affatto conforme all’etica e all’articolo 53 della Costituzione che dispone: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Se io guadagno 150.000 euro lordi annui, mi sembra folle che io paghi, sull’eccedenza di 75.000 euro, la stessa aliquota di chi guadagna 75.000 euro lordi annui.

La cosa è nota da sempre a nostri politici. Ma alzare le tasse fa perdere voti, lo si sa.

Quindi si è sempre preferito non alzare le aliquote, ma incrementare il gettito fiscale con metodi surrettizi e alquanto scorretti.

La casistica è ampia: prestazioni sanitarie garantite solo a chi ha un ISEE inferiore ad una certa cifra; protezione dalla svalutazione degli stipendi e delle pensioni solo sotto una certa cifra; deduzioni Irpef applicabili solo sotto un certo reddito; tagli alle cosiddette pensioni d’oro che sono state conseguite rispettando legittime norme dello Stato  (tanto i pensionati non hanno voce in capitolo), etc.. etc…

Si consegue surrettiziamente lo stesso scopo senza alzare, formalmente, le tasse. Senza farsi carico del disagio di chi guadagna più di 75.000 euro lordi annui che deve provvedere con i propri mezzi a prestazioni che la Costituzione garantisce formalmente a tutti.

La mia proposta è semplice e conforme all’articolo 53 della Costituzione. Inserire una aliquota ulteriore IRPEF. Faccio un esempio, così per dire: chi guadagna più di 100.000 auro annui lordi, sulla parte eccedente i 75.000 euro lordi pagherà il 45% il 47%  di Irpef, ma come tutti, avrà diritto a tutte le garanzie, deduzioni, detrazioni previsti per tutti.

Una riforma trasparente.

È scomodo per i politici, ma penso sia necessario per cercare di far ricrescere la coesione sociale che, negli ultimi tempi, è parecchio diminuita.

Aridaje, come si dice a Roma. Sei de’ coccio. Come si dice a Roma. Ti hanno sbugiardato le stesse categorie interessate e tu ci riprovi! Ma chi ti ha messo al Governo?

Scusate l’incipit un po’ duro, ma quasto ci riprova. Di Maio, evidentemente a disagio nella veste di Ministro degli esteri, ritorna con un vecchio cavallo di battaglia dei Cinquestelle.

Bisogna tutelare i lavoratori: quindi: la domenica si chiude!!! Il problema esiste; da una parte i dipendenti che spesso mal pagati devono rinunciare al riposo settimanale; dall’altro la domenica è il miglior giorno per l’incontro fra la domanda e l’offerta commerciale con evidenti vantaggi per il consumo (stagnante) e per il PIL.

La soluzione non è facile, anche se sono tante le categorie che lavorano, pe rnecessità o per piacere la domenica: poliziotti, vigili del fuoco, camerieri, operatori dello spettacolo, alberghi, bar, etc. etc.

Si tratta di trovare una soluzione in un contratto collettivo come quello dei rider, i poveri cristi che, con ogni tempo ti portano la pizza a casa.

Ma. si sa. che sia giallo verde o giallo rosso, Di Maio ha la soluzione fcile facile, quella che non impegna il cervello. Solo chele soluzioni facili hanno sbocchi MOLTO DIFFICILI, come insegna l’odierna vicenda dell’ILVA

Per contestare questo modo “facile” di governare con l’accetta non c’è neppure bisogno di scrivere un nuovo articolo. Basta riproporne uno vecchio, di qualche mese fa:

Questo Governo dimostra sempre di più la sua incapacità di governare e di voler perseguire solo la strada del facile consenso.
Un Governo che si rispetti cerca soluzioni complete ai problemi che incontra, rifuggendo la via facile della pseudosoluzioni ad effetto.
Governare è difficilissimo. Serve preparazione ed esperienza e la corsa alle soluzioni facili è pericolosa. E non solo. La soluzione facile per accontentare il vento del consenso può essere un boomerang, vista la volatilità del consenso stesso.
La soluzione deve essere una risposta globale al problema
Vorrei fornire tre esempi con la soluzione scelta (o apparentemente scelta) dal Governo e le sue conseguenze.
Cominciamo con le cd “aperture domenicali” dei negozi.
Il problema indubbiamente esiste. In una situazione di ampia disoccupazione, per la grande distribuzione si aprono ampie praterie per contratti capestro che violano l’obbligo di riposo settimanale.
Oggi, tante categorie di lavoratori prestano la loro opera la domenica e le “feste comandate”. Alcuni per servizi essenziali: polizia, pompieri, addetti alle centrali elettriche, addetti ai trasporti etc. Altri addetti a quei servizi non essenziali che, proprio la domenica, sfruttando il giorno libero di tanti lavoratori, hanno in forte incremento: ristoranti, cinema, bar, night club, stabilimenti balneari etc.
Ora, tutte queste categorie di lavoratori, salvo patologie penalmente perseguibili, hanno trovato nei contratti collettivi ad hoc la soluzione che contempla l’adeguata distribuzione di oneri e profitti fra datori e prestatori di lavoro.
Oggi fra queste categorie rientra anche la “grandissima distribuzione”, i centri commerciali, insomma. La soluzione più logica, ma non la più facile, sarebbe stata quella di incidere nel settore dei contratti collettivi, mediando fra opposti interessi.
Invece si è preferito accontentare le lobbies dei piccoli commercianti, con scuse riprese anche dal cattolico riposo domenicale, abborracciando un testo (fortunatamente non ancora definitivo) in cui di interviene con l’accetta: si chiudono i negozi una domenica sì e una no. Poi si ci ricorda che la Costituzione assegna non allo Stato, ma a Regioni ed enti locali, la competenza sugli orari di apertura dei negozi e si ci impantana aggiungendo la toppa, peggiore del buco, dell’esenzione della chiusura per le “località turistiche” in un Paese in cui tutte le località sono turistiche.
Una ulteriore riflessione: da tempo si piange per una crisi dei consumi. Chiudendo la grande distribuzione la domenica sì deprime il necessario incontro fra domanda e offerta, non si aiutano i piccoli negozi dall’ancora più piccolo assortimento e dagli orari 09.00/13.30-16.30/19.39 mutuati dal secolo scorso. Si fa solo un immenso regalo ad Amazon e soci, dai prezzi invitanti, dagli orari infiniti, dal reso facile facile e dallo sterminato assortimento.
Certo, mediare su un contratto collettivo è difficile, ma su questo si valuta un Governo.
Secondo esempio: reddito di cittadinanza. In sè non è una idea malvagia. Ma come è stato presentato è una cosa molto diversa da come, fin ora è stato attuato.
Prima di tutto è stato presentato non come una misura assistenziale, bensì come quasi un presalario in attese del non rifiutabile lavoro (max tre offerte, poi la decadenza). Ebbene, fin ora, si è scelta la via facile. In deficit, spostando la spesa sulle future generazioni, fin ora, a fini puramente elettorali (e neppure poi raccolti, visto il flop dei Cinquestelle), si sono solo erogati i soldi. E non i 750 euro promessi, ma una media di 300/400 euro. Il resto, come l’intendenza di napoleonica memoria, seguirà. Forse. Perché i nodi stanno venendo al pettine. I tutor non ci sono, e, visti i ricorsi già vinti dagli esclusi, non ci saranno per un pezzo. I posti di lavoro non si sono ancora visti e già le Regioni stanno ricorrendo contro la arbitraria invasione di campo del Governo nella loro competenza sull’avviamento al lavoro.
Non sarebbe stato meglio garantire alle imprese che assumano, con contratto almeno quinquennale, un disoccupato, un consistente sgravio fiscale?
Ultimo esempio: il salario minimo. Non si può guadagnare meno di 9 euro l’ora.
Soluzione facile e draconiana. Ma ingiusta.
L’ora del muratore è uguale a quella dell’operaio?
Otto ore di un commesso possono essere retribuite nello stesso modo di otto ore alla catena di montaggio?
Anche qui la soluzione più giusta, ma anche la più difficile sarebbe stata quella di incidere nei contratti collettivi, mettendo mano anche alle cosiddette “gabbie salariali”: è indubbio che con una salario di 1000euro si comprano molte più cose Catania o Salerno che a Milano o Lecco

Ecco, questo Governo persegue sempre la via APPARENTEMENTE più facile, salvo poi a trovarsi avviluppato dai tentacoli di tanta facilità.

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