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Qualche giorno fa il tema del Crocifisso, dopo le fiammate del 2006, 2009, 2011 e 2018 è tornato – devo dire molto stancamente – agli onori della cronaca giornalistica.

Ricapitoliamo brevemente la storia che, fino al 2018, è già stata oggetto di un lungo articolo di questo blog che trovate qui https://sergioferraiolo.com/2018/07/25/ieri-il-crocifisso-ha-fatto-impazzire-twitter/ e quindi non mi dilungo più di tanto, rimandandovi all’articolo per la questione..

Nel 2006, una cittadina italiana, la Signora Soile Lautsi adisce la CEDU per chiedere la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche considerandolo un ostacolo all’educazione laica che impartisce ai figli. La CEDU, nel 2009, dà ragione alla signora Lautsi (qui la sentenza), ma la Grande Chambre (organo di appello), nel 2011, ribalta la decisione di primo grado (qui la sentenza).

Grandi festeggiamenti negli ambienti cattolici che vedono nella sentenza della Grande Chambre la resurrezione (sì, siamo proprio in tema) della “religione di Stato” vigente prima della nostra attuale Costituzione (vedi articolo 1 dello Statuto Albertino) e la soluzione alla controversa interpretazione dell’articolo 7 dell’attuale Costituzione [Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale]. Controverso è se l’articolo 1 del Concordato del 1929 che riconosce la religione Cattolica come unica religione dello Stato, pur se “considerato non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano” (modifica dei patti lateranensi del 1984. Ricordate Craxi?) avesse ancora un qualche valore, visto che anche la modifica di Patti lateranensi del 1984 riconosce un indubbio rilevo, superiore a quello delle altre religioni alla Religione Cattolica Apostolica romana.

Quindi rimane tutto così come era, con il Crocifisso esposto nelle aule scolastiche ma – ed è questa la sorpresa – non come emblema delle Religione “prevalente nello Stato”.

Ricordo che l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche NON  è sancita da una legge, né esso è esposto come simbolo delle “regole” sotto le quali deve svolgersi l’attività scolastica.

Il Crocifisso, dalla nostra legge è considerato alla stregua di un armadio, di una lavagna, di una carta geografica: è un arredo scolastico, insomma. Le norme vigenti sono il R.D. 30 aprile 1924, n. 965 “Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media” (un semplice Regolamento, insomma) che all’articolo 118 dispone “Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re” e il R.D.26 aprile 1928 n. 1297 . che, all’articolo 119 rinvia ad una tabella (allegato C) l’elenco degli “arredi scolastici” per ogni tipo di classe. Nell’allegato C, insieme al ritratto del re, alle carte geografiche, al cestino per la carta, alla lavagna, è indicato anche il crocifisso. Il crocifisso come arredo scolastico, quindi.

Forse consapevoli della debolezza della forma giuridica sull’esposizione del Crocifisso, nel 2018, a firma dei Deputati SALTAMARTINI, FEDRIGA, CASTIELLO, GRIMOLDI, GUIDESI fu presentato la proposta di legge A.C. 387 (qui il testo) intesa a imporre l’obbligo di esporre in luogo elevato e ben visibile l’immagine del Crocifisso.

Per la cronaca. Si tratta della riproposizione di una proposta di legge n. 4005 del 2016 della precedente legislatura. Proposta mai discussa come quest’ultima del 2018.

Il fatto è che “esporre in alto, in luogo ben visibile, il crocifisso” significa dire che ogni attività svolta in quell’aula scolastica, di tribunale, di ufficio pubblico. Viene resa secondo i dettami della religione cattolica.

Orbene, lo Stato italiano è uno Stato laico che lascia ai suoi cittadini ogni libertà di associarsi in religioni, partiti politici o sindacati.

Io mi ritengo un agnostico, non mi ritengo offeso dall’esposizione di un simbolo religioso, ma mi ritengo MOLTO OFFESO dall’obbligo di esporre un simbolo religioso, anche in assenza di norme che dispongano la possibile esposizione di simboli di ALTRE religioni.

Mica tutti i cittadini italiani sono cattolici. Ma, come la mettiamo con i milioni di cittadini italiani (non parlo di stranieri) che non abbracciano la religione cattolica e sono ugualmente titolari degli stessi diritti di non discriminazione degli italiani di religione cattolica? Per fare un esempio, lo studio del Pew Center, riportato dal demografo Massimo Livi Bacci, stima che in Italia gli islamici siano quasi un milione in più dello stock dei migranti, quindi quel milione saranno cittadini italiani.

Alle stesse conclusioni perviene Fabrizio Ciocca nel saggio “La comunità islamica più numerosa in Italia? Quella Italiana.” in cui stima che oltre un milione di cittadini italiani siano di religione musulmana.

Questo lo stato dell’arte fino alla sentenza della Cassazione 24414 del 9 settembre 2021 (qui il testo completo).

Cosa afferma la sentenza?

La Cassazione (vedi il testo) prende le mosse da una azione disciplinare comminata ad un docente che, sistematicamente,  prima di ogni lezione, rimuoveva il crocifisso  per riappenderlo , poi, a fine lezione, in difformità di una circolare del Dirigente scolastico.

La Cassazione (vedi qui il comunicato stampa) decide che “L’aula può accogliere la presenza del crocifisso quando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, eventualmente accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe e in ogni caso ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi. Il docente dissenziente non ha un potere di veto o di interdizione assoluta rispetto all’affissione del crocifisso, ma deve essere ricercata, da parte della scuola, una soluzione che tenga conto del suo punto di vista e che rispetti la sua libertà negativa di religione. Nel caso concreto le Sezioni Unite hanno rilevato che la circolare del dirigente scolastico, consistente nel puro e semplice ordine di affissione del simbolo religioso, non è conforme al modello e al metodo di una comunità scolastica dialogante che ricerca una soluzione condivisa nel rispetto delle diverse sensibilità. Ciò comporta la caducazione della sanzione disciplinare inflitta al professore. L’affissione del crocifisso – al quale si legano, in un Paese come l’Italia, l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo – non costituisce un atto di discriminazione del docente dissenziente per causa di religione. Non è stata quindi accolta la richiesta di risarcimento danni formulata dal docente, in quanto non si è ritenuto che sia stata condizionata o compressa la sua libertà di espressione e di insegnamento.”

E, quindi, enuncia i conseguenti punti di diritto: (qui il documento originale)

“- In base alla Costituzione repubblicana, ispirata al principio di laicità dello Stato e alla salvaguardia della libertà religiosa positiva e negativa, non è consentita, nelle aule delle scuole pubbliche, l’affissione obbligatoria, per determinazione dei pubblici poteri, del simbolo religioso del crocefisso. – L’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924, che comprende il crocefisso tra gli arredi scolastici, deve essere interpretato in conformità alla Costituzione e alla legislazione che dei principi costituzionali costituisce svolgimento e attuazione, nel senso che la comunità scolastica può decidere di esporre il crocefisso in aula con valutazione che sia frutto del rispetto delle convinzioni di tutti i componenti della medesima comunità, ricercando un “ragionevole accomodamento” tra eventuali posizioni difformi. – E’ illegittima la circolare del dirigente scolastico che, nel richiamare tutti i docenti della classe al dovere di rispettare e tutelare la volontà degli studenti, espressa a maggioranza in assemblea, di vedere esposto il crocefisso nella loro aula, non cerchi un ragionevole accomodamento con la posizione manifestata dal docente dissenziente. – L’illegittimità della circolare determina l’invalidità della sanzione disciplinare inflitta al docente dissenziente per aver egli, contravvenendo all’ordine di servizio contenuto nella circolare, rimosso il crocefisso dalla parte dell’aula all’inizio delle sue lezioni, per poi ricollocarlo al suo posto alla fine delle medesime. – Tale circolare, peraltro, non integra una forma di discriminazione a causa della religione nei confronti del docente, e non determina pertanto le conseguenze di natura risarcitoria previste dalla legislazione antidiscriminatoria, perché, recependo la volontà degli studenti in ordine alla presenza del crocefisso, il dirigente scolastico non ha connotato in senso religioso l’esercizio della funzione pubblica di insegnamento, né ha condizionato la libertà di espressione culturale del docente dissenziente

Apriti cielo! I primi commenti sono stati che la Cassazione ha fatto come Ponzio Pilato: se ne è lavato le mani. “per me va tutto bene purché vi mettiate d’accordo. Se siete d’accordo, mettete il crocifisso, solo il crocifisso o anche la manina di Fatima, o il Dharmacakra o quello che volete voi”

Non è pilateggiare questo, anzi. E’ correttamente ricondurre il problema l suo ambito naturale: in uno Stato laico l’esposizione in una aula di scuola di un simbolo religioso equivale all’esposizione di un quadro che raffiguri le Dolomiti, ovvero ad un cestino per la carta straccia rosso oppure verde. Nulla che valga la pena di battibeccare fino a scomodare la Cassazione.

Ovviamente la Sentenza è stata “tirata per giacchetta” da ambo le parti. La Conferenza Episcopale Italiana ha twittato un comunicato trionfante. Eccolo qui sotto.

L’UAAR (unione degli Atei e agnostici razionalisti) parimenti ha gridato alla vittoria con una pagine WEB. Eccola qui:

Vabbè, ognuno vede il bicchiere pieno della metà del vino che gli piace.

Una ultima considerazione. Da piccoli al catechismo ci hanno rotto le scatole sulla più grande festa religiosa cattolica, la Pasqua, che celebra, con la Resurrezione, la gloria del figlio del Dio della religione cattolica (figlio? Come la mettiamo con la Trinità? Uno e trino?) Quindi la celebrazione è la Resurrezione.

Gli Evangelici e i “protestanti in generale” accolgono questa indicazione e, nelle loro chiese è esposta una croce nuda senza il Cristo morto, simbolo delle Resurrezione.

Perché, mi chiedo, nelle chiese di religione cattolica apostolica romana, invece, è sempre esposto un Crocifisso? Una croce con un uomo morente simbolo della sofferenza?

In questi giorni abbiamo assistito ad una svolta di pensiero molto rilevante. I novax si sono quasi estinti riciclandosi, come l’araba fenice, in “no-greenpass”.
I motivi della drastica diminuzione del numero dei novax può essere spiegato con l’evidenza dei fatti. Siamo, in tutta Europa, in una fase di nuovo, repentino rialzo dei contagi, come ad ottobre dello scorso anno, ma con una sostanziale differenza: le terapie intensive e i ricoveri non sono in sofferenza, i contagi sono in massima parte fra i non vaccinati; solo il 4% dei vaccinati si infetta. I vaccinati, secondo le ultime evidenze, possono infettare, ma difficilmente si infettano e, se lo fanno, sono asintomatici o con sintomi molto lievi. Questi dati, sotto gli occhi di tutti, forse hanno convinto molti novax a rivedere le proprie idee, ma – per non perdere la loro identità di persone contro – si sono trasferiti subito fra le falangi pronte a contestare il Certificato verde COVID-19 o, più semplicemente, Greenpass.
Evidentemente le loro convinzioni non erano poi così granitiche e avevano, alla base, qualcos’altro.
L’evidenza della lotta al green pass non è la contestazione, nel merito, alla sua efficacia, bensì qualcosa di molto ideologico: la intromissione dello Stato nella libera determinazione del singolo. Chi contesta il green pass, in massima parte sponsorizzato dalla Lega, da Fratelli d’Italia, da CasaPound, da Forza Nuova, contesta lo “attentato” alla libertà personale, alla autodeterminazione del singolo. A parte il forte egoismo, questa tendenza è contraddittoria rispetto ad altre battaglie della Destra sulla “autodeterminazione”. La destra, infatti, è contro tante forme di autodeterminazione, come l’aborto, il divorzio, l’eutanasia, la contraccezione.
Argomenti speciosi presi a prestito, quindi? Forse sì.
È una opinione personale, lungi da presumere di essere nel giusto e nel vero, che i novax prima e i no-greenpass ora, soffrano di una patologia che li porta a presumere di appartenere ad una élite che sa e che conosce la verità, rispetto alla massa di pecoroni che segue “l’autorità”, forse per sfuggire ad una vita noiosa, grigia e grama.
Se la vita che conduco non è all’altezza delle mie aspettative, il conoscere “LA VERITÀ”, nel caso dei novax, oppure ammantarmi della romantica figura del “rivoluzionario” che combatte le vessazioni dello Stato, nel caso dei no-greenpass, mi eleva al di sopra del grigiore e mi consente di essere orgoglioso di me stesso.

Insomma salgo di un gradino, nella mia particolarissima visione dello Stato-comunità, nella scala dei valori: mi si nota di più, divento famoso, affrancandomi dalla massa.
È un fenomeno che io, comune cittadino non psicologo o psichiatria, riscontro anche in personaggi noti al grande pubblico.
Prendiamo il caso di Sgarbi e di Cacciari.
Sgarbi è un ottimo critico e conoscitore di arte, ma la nicchia gli va stretta, vuole la notorietà del politico, ma – a parer mio – non ne ha la stoffa e, allora, per farsi notare, per avere 30 secondi di TG, DEVE alzare sempre più i toni: parolacce, interventi verbalmente violenti, scenate in Parlamento dove è stato portato via a braccio. Purtroppo questa strategia non può durare all’infinito, a meno di uccidere qualcuno e, ormai, “a Sgarbi non se lo fila più nessuno”.
La stessa strada è stata intrapresa da Massimo Cacciari. Ormai è anziano, il suo mondo del PCI non esiste più, la sua filosofia, già criptica anche per i suoi studenti, non tira più. Se non fosse per le sue comparsate dalla Gruber, chi se lo ricorderebbe più? Allora, anche lui, ha intrapreso la strada della “persona contro”.
Il suo intervento, con Giorgio Agamben, contro il Green pass è emblematico del contestatore arrabbiato e senza grandi basi. Gramellini, Paolo Flores d’Arcais e il virologo Garattini non hanno faticato molto a smontare le sue tesi nelle quali si improvvisa virologo e giurista. Per la parte “giuridica” lascio a voi – le sue “domane” sono in fondo a questo post – i giudizio sul loro “peso”.
Se questi sono i leader, insieme agli esponenti della Lega di basso peso, ma di forte esternazione, come Siri e Bagnai, povera gente comune, come deve sentirsi confusa! Mica tutti hanno la possibilità o la voglia di informarsi selezionando i milioni di input che li sommergono. Trovano più facile indottrinarsi all’università del dr. Google.
Una cosa contesto al Governo Draghi, mancanza comune alle persone di spessore culturale: la carenza di comunicazione istituzionale. Il popolo ha bisogno di continue rassicurazioni, di qualcuno che risponda ai suoi dubbi. Una “contestazione istituzionale* alle fandonie dei novax e no-greenpass sarebbe più che opportuna.

“Domande ai giuristi” di Cacciari. Secondo me abbastanza ridicole:

Dal 6 agosto si comincia. Se vuoi andare a cinema, al ristorante (al chiuso), in piscina, nei musei, a fare visita ai tuoi cari in ospedale, devi mostrare la tua “certificazione verde COVID-19” o, terra terra, il tuo GreenPass.
Poche volte un provvedimento fu più divisivo. Subito a Torino, ieri in tutta Italia, mercoledì in pompa magna a Roma, manifestazioni contro la dittatura sanitaria, contro Big Pharma, contro il governo, accusato di “nazismo”.
Peccato, stiamo perdendo una occasione.
Un argomento prettamente medico, tecnico, è stato preso a pretesto dalle fazioni politiche, di destra e di sinistra con argomenti, da ambo le parti, pretestuosi e svianti. Insomma la caccia al voto è aperta con buona pace di quello che dovrebbe essere la base della discussione, ossia la scienza.
Visto che le evidenze sulla bontà e sull’efficacia del vaccino sono sotto gli occhi di tutti e sono incontestabili, il dibattito si è spostato non sul vaccino in sè, ma sulla libertà di vaccinarsi e sulle limitazioni a chi vaccinato non è, ossia sul Green Pass.


I miei quattro lettori (ah, scusa, Manzoni) sanno che io sono un provax, che mi sono convintamente vaccinato appena ho potuto, come barriera contro il virus.
Eppure, stavolta, non posso concordare del tutto con l’azione del Governo e non sono del tutto d’accordo con le limitazioni associate al possesso o meno del Green Pass.
Andiamo per ordine.
Lo dico subito. Avrei preferito che il Governo, viste le evidenze scientifiche, le evidenze sul campo, gli effetti sui casi gravi e sui decessi in Gran Bretagna e in Israele, avesse deciso per un obbligo vaccinale.
Non si scaldino gli scettici, i novax e i bohwax che si fermano sempre alla prima parte degli articoli della Costituzione. Sì, lo articolo 32 della Costituzione solennemente afferma che “nessuno può essere sottoposto a un determinato trattamento sanitario”, ma prosegue “se non per disposizione di legge” facendo il paio con un altro articolo sempre citato dai contestatori, l’articolo 16 che vieta di limitare la libertà di movimento, ma “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”.
Abbiamo appurato che un obbligo vaccinale non è contrario alla Costituzione. Un obbligo vaccinale che già esiste, per esempio contro la pertosse e altre malattie dell’infanzia. Oppure un obbligo vaccinale temporaneo, come quello che fu istituito nel 1973 in alcune regioni (io c’ero) contro l’epidemia di colera. E ricordo che, anche allora ci furono manifestazioni, ma per avere subito il vaccino, non contro di esso.
Un obbligo vaccinale sarebbe giustificato dalla esigenza di ridurre al massimo gli spazi di contagio, di ridurre il il pericolo di varianti, di proteggere chi per proprie patologie, non può vaccinarsi. Sono situazioni in cui l’interesse individuale cede di fronte all’interesse collettivo.
Una decisione di obbligare tutta la popolazione a vaccinarsi sarebbe stata pesante in termini politici ma più semplice, schietta e trasparente di quella presa dal Governo, non solo italiano, ma di tutta Europa.


Spiego le motivazioni del mio dissenso.
I governi europei lasciano intatta la libertà ai singoli cittadini di vaccinarsi o meno, ma limitano le loro facoltà di socializzazione in base al loro essere vaccinati o meno.
Non è un gioco pulito.
Vediamo nello specifico. Un non vaccinato non è un untore. Anzi se io vaccinato sono vicino ad un non vaccinato, chi è in una situazione più pericolosa è quest’ultimo. Lui non vaccinato ha poche possibilità di essere infetto asintomatico, se si becca il Sars-COV2 lo si vede e…povero lui!
Il vaccinato, secondo le ultime stime, ha solo il 5% di beccarsi il virus e, nella metà dei casi, è asintomatico, potrebbe (poco) infettare chi gli sta vicino. Quindi chi rischia di brutto è il non vaccinato.
Per cui, io vaccinato, devo aver poca paura di un close encouter con un non vaccinato.
Questa storia del Greenpass rischia di creare solo problemi.
Ai gestori, obbligati allo pseudo controllo con l’App “VerificaC19”. Dico pseudo controllo perché se ci vuole un attimo con quell’App a scansionare il QR code, chi ti dice che il QrCode scansionato sia veramente della persona che lo esibisce? Basta andare sui canali di Telegram per trovare annunci a iosa di vendita di QrCode “garantiti” a poco più di 100 euro..
Problemi per chi, lo stiamo vedendo in questi giorni, ha avuto l’infezione e, seguendo le prescrizioni del Ministero della Salute ha fatto solo una dose di vaccino e non riesce ad avere il Greenpass.
Problemi per chi, specialmente i giovani, con tutta la buona volontà, non è riuscito ancora a vaccinarsi.
Insomma, quest’obbligo di Green Pass mi sembra un po’ aggirare il problema. Non essere tacciato di “eccesso di potere” mantenendo la la libertà di vaccinarsi o meno e, nel contempo, limitare l’esercizio di tale libertà.
Mi rendo conto che il problema non è di facile soluzione perché se obblighi a vaccinarsi, devi, nel contempo, assicurare a tutti – subito – la dose di vaccino per assolvere l’obbligo.
D’altra parte, in Italia come in Francia, il solo annuncio delle limitazioni connesse al green pass, ha portato ad un positivo improvviso ed imponente aumento delle prenotazioni che dimostra, ad onta delle manifestazioni di piazza, che lo scetticismo verso la vaccinazione non è poi sorretto da incrollabili motivazioni ideologiche, forse più da pigrizia o attendismo.
Anche il “permesso” di sedersi al ristorante con una sola dose di vaccino non è sorretto da alcuna evidenza scientifica, stante la ormai dominante “Variante delta” che riduce l’efficacia della prima dose al 30-40%. Questa facilitazione è prettamente politica volta ad incentivare l’approccio al vaccino (tanto se ti fai la prima dose, poi la seconda te la fai).
Purtroppo così facendo, adottiamo proprio la condotta sconsigliata dalla scienza, ossia “inseguire” e non “precedere” il virus. Questa politica dei piccoli passi, oggi prescrivo come necessaria solo la prima dose, domani prescriverò anche la seconda; oggi obbligo solo per ristoranti o musei al chiuso, domani anche per quelli all’aperto, se da un lato ha il pregio di non irritare troppi gli scettici al vaccino, dall’altro ha il pericolosissimo difetto di dare al virus tutto il tempo di diffondersi, trovando ancora, per mesi, portoni aperti per replicarsi
Chiudo con un pensiero ottimista. Dalla lettura dei giornali odierni e dall’ascolto dei notiziari, pare che nelle manifestazioni contro il Green Pass mancassero del tutto i giovani; e che il boom di prenotazioni post annuncio di Green pass sia trainato dai giovanissimi (15-18enni). Ascoltati, questi giovani, senza ideologia, alternativi alle masse ululanti della movida, vanno sul pratico: il vaccino mi garantisce libertà, quindi mi vaccino il prima possibile.
Forse non è persa l’ultima speranza.

Sì, mi va di giocare al gioco del momento.

Il gioco che vuole che chiunque, senza avere il minimo sapere in materia, sproloquia su cose di cui nulla conosce.

D’altronde è Carnevale e chiunque può parlare scherzando. Anche se dalle mie parti si dice che Pulecenella, pazziando pazziando dicette la verità.

E, allora, giochiamo a sproloquiare sul governo Draghi, ma mettendo le mani avanti: è un gioco e non mi stupirò se domani stesso fossi smentito dai fatti.

Insomma è un mio wishful thinking, non una analisi.

E, siccome non è una analisi, procedo in ordine sparso.

Primo pensiero, partiamo da Mattarella. Cosa ha detto? Ha detto che, al punto in cui stiamo, l’unica possibilità è andare alle urne. Ma non si può. Perché? Perché ci sono due ostacoli che sarebbero ingigantiti dai tre/quattro mesi indispensabili a ricostituire la macchina amministrativa fra lo scioglimento delle camere e la loro piena ricostruzione.

C’è la pandemia e la costruzione di un decente piano di vaccinazione che dovrà portare in sicurezza gli italiani il prima possibile.

E c’è il Recovery Fund per il quale c’è bisogno di un decente piano di spesa che soddisfi le richieste dell’Unione Europea.

Quindi non si vota e la carica di presidente del consiglio dei ministri viene dato ad uno dei soliti angeli della provvidenza. Dopo Ciampi, Dini, Monti, ecco Draghi.

Dopo il miracolo del “whatever It takes….and believe me, it is enaugh!”, già super Mario ha già compiuto un altro mezzo miracolo, mettere tutti i partiti intorno allo stesso tavolo, con la eccezione di due donne, la Meloni (che scommette sulla raccolta del malcontento) e la Barbara Lezzi (che scommette sulla raccolta dei cocci dell’ex-Jugoslavia che sono diventati i 5stelle).

E la lettura della lista dei ministri è stata illuminante.

Abbiamo non uno, ma due governi. Uno di serie A, con Draghi e i suoi tecnici, rivolto alla soluzione dei due compiti assegnati da Mattarella. Uno di serie B, composto dalle seconde/terze linee dei partiti, il cui compito di ridurrà ad assicurare i necessari voti in Parlamento.

Non vci credete? Vediamo.

PD, tre ministri che non rappresentano il partito ma solo le loro tre correnti, incapaci, quindi, di fare fronte comune.

Lega. Tre ministri, due senza portafoglio, il terzo quanto mai lontano dalle posizioni di Salvini, ma nessuno dei tre vicinissimo al felpa.

Forza Italia: tre ministri ripescati da Jurassic Park, così tanto felici di esser stati resuscitati da non aver altro da chiedere.

Cinquestelle. Stendiamo un velo pietoso su esponenti di un movimento nato per aprire il Parlamento come una scatola di tonno, ma diventato una fabbrica di vinavil per non lasciare le poltrone, dilaniato da faide interne, figlie dell’uno vale uno che impedisce le aggregazioni.

Qualche paillette qui e là di tecnici belli ma assolutamente inesperti di Amministrazione pubblica per “far vedere”.

Un competentissimo mastino nella cruciale casella di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con il compito di non fare accedere i ministri di serie B all’inner circle di Draghi.

Draghi e i suoi tecnici si concentreranno sui due punti di competenza già ricordati: piano vaccini efficace e plausibile piano di spesa per i soldini del Recovery Fund.

Gli altri ministri avranno il solo compito di riempire le colonne dei giornali di roboanti dichiarazioni e di non far mancare i voti in Parlamento per i “VERI” provvedimenti.

D’altronde questo Governo, oltre al limite delle cose da fare, ha anche un altro limite. Il febbraio 2022.

Allora, infatti, le Camere in seduta congiunta, più i delegati regionali, saranno chiamati ad eleggere il successore di Sergio Mattarella.

Indipendentemente dal fatto se il successore di Mattarella sia Draghi o altra degna persona, reputo poco probabile che questo accrocco di Governo sopravviva al nuovo Presidente della Repubblica. Insomma, in primavera. 2022, con la campagna vaccinale (si spera) avviata a conclusione e il piano per il Recovery Fund steso bene, si andrà al voto.

La mia unica speranza, ma penso vana, è che dalle urne esca una maggioranza seria, certa e competente. Anche questo wishful thinking. Fino a che i 400 deputati e i 200 senatori saranno scelti dalle segreterie dei partiti e non eletti, questa confusione politica continuerà.

E, allora? Allora, addio Italia

Oggi sui giornali c’è un argomento che divide molto. Sabato e, soprattutto, domenica scorsa, approfittando dell’Italia ormai quasi tutta “zona gialla” con i negozi aperti, nelle vie dello shopping di molte città si sono riversati praticamente tutti, per passeggiare, per il rito dell’aperitivo (ormai anticipato alle 16-17), per comprare i regali ed, ovviamente, si sono creati quegli assembramenti pericolosi per la trasmissibilità del virus.

I commenti sono stati di due tipi: assolutori e di condanna.

Fra gli assolutori (vedi Enrico Mentana) che su Facebook scrive: “I cittadini fanno quello che non è vietato. La gran parte di loro lavora o studia dal lunedì al venerdì. E nel fine settimana, da che esiste la civiltà dei consumi, si riversa nelle strade dei centri cittadini. Quando le norme anti-virus lo hanno imposto, tutti sono rimasti a casa disciplinatamente. Sabato e ieri non c’era alcuna misura restrittiva, e a meno di due settimane da Natale le persone hanno fatto quel che si fa da sempre nel penultimo week end prima delle feste. Era la cosa meno imprevedibile del mondo, e non è stata proibita o disincentivata in alcun modo. E allora chi parla – tra i decisori politici – di insopportabili assembramenti, può individuarne agevolmente i responsabili, guardando lo specchio”

Fra chi condanna ci sono molti medici, virologi e chi, per esempio, ha dirette responsabilità nella gestione della Pandemia, come Domenico Arcuri che definisce tali assembramenti “insopportabili”, o il ministro Boccia che li definisce ingiustificabili, o il Presidente del Veneto Zaia, che si è detto indignato.

Come al solito, la verità sta nel mezzo. Certo, non c’erano divieti, ma c’erano forti raccomandazioni a limitare il più possibile le uscite di casa.  Cosa doveva imporre il Governo? Uscite scaglionate secondo la lettera iniziale del cognome? Vedo che non esiste il buon senso, né la capacità di ragionare ed accogliere l’invito della scienza a limitare gli spostamenti al minimo indispensabile.

Con oltre 60.000 morti, con più del’1% della popolazione contagiata, con gli ospedali e le terapie intensive piene, con più del 60% degli interventi e chirurgici e screening per altre gravi patologie rinviati per carenza delle strutture, ormai i cittadini di questo disgraziato Paese hanno in testa solo l’aperitivo, lo struscio, il cenone di Natale e il Veglione di Capodanno, come se negli anni scorsi tutti non avessero pensato “che noia, ancora il Natale e i suoi riti”. Come se la mascherina, non sempre portata correttamente, possa da sola, come il vaccino, essere lo scudo definitivo contro un possibile contagio.

Pare di assistere a quella sindrome di “negazione della malattia” che prende spesso i malati con poche speranze.

Il responsabile della sanguinosa e buia dittatura del secolo scorso, Mussolini, ebbe a dire “Governare il popolo italiano non è difficile, è inutile”. Forse perché la maggior pare non ragiona autonomamente: “E’ permesso? Usciamo tutti. Non è permesso? Tutti in casa. Se non dobbiamo uscire che facciano un provvedimento di lockdown!!”.

Vi pare un ragionamento maturo questo? Non mi pare, come non mi pare maturo l’atteggiamento del Governo che è stretto fra medici e virologi che vogliono il massimo rigore, la Confindustria che vuole la riapertura totale, la Destra che non ha idee e reclama solo il contrario di quello che propone il Governo, i Presidenti delle Regioni che, a parole, vogliono riaprire tutto, ma ben volentieri lasciano al Governo il lavoro sporco di chiudere e l’onere dei “ristori”. In questa situazione il Governo, a differenza di marzo, ha un atteggiamento ondivago non certo adatto a conquistare la fiducia del popolo: Italia a macchia di leopardo con tre colori. Si apre e si chiude. Per Natale si chiude e nei 4 giorni canonici si chiude in modo stretto. Poi retromarcia, forse si ammetteranno spostamenti fra piccoli comuni.

Oggi i giornali sono pieni di nuove proposte del Governo che vorrebbe chiudere di nuovo tutto, spinto dagli assembramenti di sabato e domenica. Ma il coraggio (che, come dice il Manzoni/Don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare) stavolta gli viene dall’esterno. Nella vicina Germania, con casi e – soprattutto – decessi con numeri molto inferiori a quelli italiani, la Cancelliera Merkel, con un discorso rigoroso, accorato, ma senza tentennamenti ha annunciato ai Land un duro e completo lock down dal 16 dicembre fino al 10 gennaio per abbassare la curva dei contagi: via i mercatini di natale, via i festeggiamenti, via il Capodanno

Insomma, visto che gli italiani non lo capiscono, il rigore verrà imposto.

Mi viene in mete una citazione di Pasolini, da “lettere luterane”, del 1975 che fotografa, con 45 anni di anticipo l’Italia che verrà, Governo e cittadini: “L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.”.

In questa situazione, la paventata crisi di Governo non so se considerarla l’ennesima disgrazia o una benedizione.

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Penso che anche chi non abita a Roma conosca l’ATAC, l’Azienda dei trasporti del Comune di Roma. Famosi sono i bus che si incendiano, i bus sovraccarichi, i bus che passano in coppia allo stesso momento e poi per un’ora te li scordi. Famoso è l’immenso buco finanziario di una azienda in cui troppi utenti viaggiano a sbafo.

Ma stavolta voglio raccontarvi una faccenda diversa, dall’esito positivo, ma – forse – inutile.

Visto che durante il primo lockdown, quello da marzo ad aprile, per due mesi praticamente nessun romano aveva usufruito dei mezzi pubblici, la Sindaca ha avuto la lodevole iniziativa di concedere una estensione di due mesi a tutti gli abbonamenti annuali Metrebus. Sembra facile, no?

Ma qui comincia l’avventura, non tragica come il clic day per il bonus biciclette e monopattini, ma meritevole comunque di essere raccontata.

Per ottenere l’estensione, seguendo le prescrizioni riportate sul sito ATAC, bisognava:

  1. Autenticarsi sul sito,
  2. Indicare il numero della tessera Metrebus (cosa non immediata, visto che esistono più tipi di tessera con diverse collocazioni del numero),
  3. Scansionare un documento di identità,
  4. effettuare l’upload della scansione del suddetto documento di identità,
  5. indicare un proprio recapito.

Dopo qualche mese mi è arrivata una Email che mi indicava le modalità per ottenere l’estensione di due mesi dell’abbonamento:

  1. recarsi presso un qualsiasi parcometro,
  2. premi il tasto “i” che attiva la visualizzazione del menu sul display
  3. sul menu verranno visualizzate 5 voci: seleziona il numero 4 della tastiera relativo alla funzione “ricarica card atac”
  4. il display ti indicherà di poggiare la card nell’alloggiamento previsto in basso a destra dove è presente la scritta “tessera atac”
  5. una volta riconosciuta la card, ti verrà indicato di attendere alcuni secondi (è importante non rimuovere la card prima del previsto)
  6. attendi il tempo necessario per il completamento dell’operazione ossia fino a quando il parcometro rilascerà la stampa della ricevuta di avvenuta attivazione del prolungamento, che dovrai conservare.

Nella Email viene precisato che la modalità “parcometri” è stata scelta onde prevenire gli affollamenti nelle normali rivendite di biglietti e abbonamenti ATAC (di solito tabaccherie) e viene indicato un video su YouTube che spiega meglio tutti i passaggi.

Devo dire che tutte le operazioni si sono svolte senza intoppi fino all’esito positivo: una striscia di carta (che devo conservare. Perché? Non sono state aggiornate le istruzioni nel microchip?) che attesta il prolungamento della durata dell’abbonamento annuale per due mesi.

Ma valeva la pena di metter su tutto questo meccanismo? La platea di beneficiari che per due mesi di lockdown non ha potuto usufruire dei mezzi ATAC corrisponde praticamente a tutti i possessori dell’abbonamento. Praticamente, sia per le contingenze, sia per la procedura ideata, l’ATAC non aveva alcuna discrezionalità nel concedere o non concedere la estensione.  Era, probabilmente più semplice estendere di due mesi tutti gli abbonamenti Metrebus e – forse – anche più economico evitando la spesa per l’attuazione e l’informatizzazione della procedura che ho descritto e che è attuabile solo da chi ha qualche esperienza di computer, scansione, upload, etc.

Insomma una cosa fatta bene ma, forse, inutile.

sergioferraiolo

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