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Ma come è cominciato tutto ciò? Viviamo in una atmosfera intrisa di rancore ed odio. Non facciamo altro che cercare il “nemico”. Anche nella quotidianità. Può essere l’auto avanti a noi che esita al semaforo per provocare un concerto di clacson risentiti. Può essere la signora anziana che rallenta la fila alla cassa del supermercato.

Oppure sentiamo un disperato bisogno di affermazione calpestando le regole. Buttando spazzatura indifferenziata nel cassonetto dell’organico oppure posteggiando in seconda fila per andare al bar: rivalsa! Rivalsa contro cosa? Non lo sappiamo. Vediamo sempre più il nostro prossimo se non come nemico, come rivale e concorrente. Ma rivale per cosa?

Quello che si vede è la caccia al diverso, indicato come “responsabile del malcontento”: può essere il cittadino italiano al quale viene assegnata una casa popolare, ma solo perché è di etnia rom scatena la rivolta delle periferie. Ma può essere anche una bambina dall’impermeabile giallo che ci ricorda i nostri sbagli ambientali e che la Terra sta perdendo la pazienza.

Ma come è cominciato tutto ciò? Dove e quando si è accesa la scintilla così ben alimentata a fini elettorali e politici?

Ci è sfuggito quel momento? Dove e quando è iniziato tutto? Qual è stato l’avvenimento, il fatto rimasto silente per un pezzo, ingrandendosi di nascosto, fino a scoppiare solo ora?

Io una idea ce l’avrei. Forse sbaglio, forse no. So che prendendo quel momento come inizio, mi attirerò le critiche di molti. Perché è un evento che, in sé, fa molto onore all’Italia, ma fu pessimamente gestito.

Mi riferisco a quello che accadde dopo il 3 ottobre 2013. Quel giorno – era un giovedì – una imbarcazione, carica di migranti, si rovesciò a poche miglia da Lampedusa. Morirono in 366, ma alcuni superstiti raccontarono che sul barcone erano in oltre 500.

Non era la prima volta che migranti morivano in un naufragio, ma il numero dei morti e la vicinanza alle coste italiane fecero la differenza.

Era l’ottobre del 2013, da pochi mesi era in carica il Governo Letta alle prese con il difficile compito di allontanare lo spettro del default italiano, già intrapreso da Monti. Le elezioni politiche del febbraio 2013 non è che avessero fornito un risultato molto chiaro. Tanto poco chiaro che ricordiamo fatti “strani” come le consultazioni “in streaming” con i Cinquestelle e Bersani e l’inusuale richiesta di tutti i partiti al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di farsi rieleggere perché il Parlamento non trovava un accordo sul suo successore. Sergio Mattarella fu, infatti eletto il 3 febbraio 2015.

Situazione confusa e Governo molto debole. Il Governo Letta, infatti, fu quasi un altro governo di solidarietà nazionale, con la partecipazione di molte, e diverse fra loro, forze politiche per trovare i numeri della necessaria maggioranza: Partito Democratico, Popolo della Libertà (con scissione nel novembre 2013 con la componente alfaniana NDC che rimase nel Governo), Scelta Civica, Popolari per l’Italia, Unione di Centro, Radicali e indipendenti (per la composizione clicca qui).

Ottobre, poi, è un mese in cui il Parlamento è impegnato nella difficile composizione e approvazione della “legge di stabilità” che, per uscire dalla crisi portava nuove tasse.

Insomma, un panorama cupo. Ci voleva qualcosa che risollevasse gli animi, qualcosa di positivo, qualcosa che facesse battere all’unisono i cuori degli italiani; qualcosa che, dopo le frustate dell’Unione europea, i rischi di default come la Grecia, ci facesse dire “COME SIAMO BRAVI!”

Il 5 ottobre 2013, era un sabato, a Palazzo Chigi si svolse una riunione con i massimi vertici del Governo accompagnati da una telefonata dal Vaticano al cattolico Letta di “far qualcosa” per frenare le morti in mare.

E la soluzione, bella, originale, piena di “amore” per il prossimo fu trovata: non aspetteremo più i migranti sulle nostre coste, li andremo a cercare in alto mare. La linea di soccorso si spostava dalle nostre coste in mare aperto, alla ricerca dei barconi dei migranti. Lì nacque l’idea di “Mare nostrum”, una operazione navale, condotta dall’Italia in solitario, per mostrare all’Europa come manifestare solidarietà concreta a chi fugge da guerre e persecuzioni.

Più di 100.000 persone furono salvate dalle nostre navi prima che, dopo un anno, l’operazione divenisse europea.

Un’operazione che ci fa onore e che, all’inizio, sollevò i previsti e cercati entusiasmi: l’Italia, Paese circondato dal Mediterraneo, da solo, offre le sue navi e i suoi uomini per salvare i profughi.

Sono convinto ancora della bontà e della necessità di Mare nostrum: non si possono lasciare morire in mare le persone, anche se queste intendono entrare, non invitare, nel nostro Paese.

Ma se le operazioni di soccorso furono un grande successo, altrettanto non si può dire per ciò che venne dopo i soccorsi. L’accoglienza non fu all’altezza. Per diversi motivi.

Innanzitutto i numeri: se nel 2013 le persone sbarcate/salvate furono 42.925, nel 2014 furono 170.100, nel 2015 furono 153.842, nel 2016 furono 181.436, nel 2017 furono 119.310. (fonte: ISMU su dati Ministero interno).

  1. L’insufficiente numero degli organi deputati a riconoscere chi, fra gli sbarcati/salvati avesse diritto alla protezione. Numero ampliato solo successivamente.
  2. L’aiuto pari a zero dell’Unione europea che si trincerò dietro le convenzioni internazionali, come i Trattati IMO e il “famigerato” quarto protocollo del 2004 (mai sottoscritto da Malta) che impone a chi coordina le operazioni di soccorso (sempre l’Italia, sia per Mare nostrum , sia per le successive Triton e Sophia in ambito UE) di indicare il porto di sbarco (ovviamente sul suo territorio).
  3. La nazionalità degli sbarcati: la maggior parte proveniva da Paesi che non rispondevano ai criteri stabiliti dall’Unione europea per il riconoscimento della protezione internazionale o per la rilocazione prevista da due Decisioni UE e questa: essere di una nazionalità che abbia almeno il 75% dei riconoscimenti di protezione. Questo requisito era appannaggio sol dei siriani, irakeni, eritrei. E negli sbarchi/salvataggi le nazionalità predominanti erano, e sono, nigeriani, marocchini, tunisini, ivoriani, etc.
  4. La estrema difficoltà a “rimandare a casa” chi non ha diritto alla protezione internazionale: le espulsioni sono molto molto difficili: necessitano di un “riconoscimento diplomatico” delle autorità del Paese di origine. E queste Autorità ben di rado collaborano, e non solo in Italia.
  5. L’uso, un po’ “disinvolto” del permesso umanitario, permesso nazionale, non UE, spesso dato a chi, pur non avendo diritto alla protezione internazionale, appariva una “brava persona” suscettibile di integrazione o, al contrario di praticamente impossibile espulsione [Grande cuore italico]

I richiedenti asilo ed i “denegati” non espulsi cominciarono ben presto ad essere “visibili”. A costituire un panorama frequente nelle città. Spesso silenzioso, ma talvolta rumoroso, facile preda della malavita e di chi è pronto ad istillare odio indicando il “diverso” come “nemico”.

Sommando gli arrivi ben si comprende come, questa massa di stranieri possa ingenerare un senso di “altro da sé” nella popolazione italiana.

Si è speso pochissimo per la necessità fondamentale, ossia l’integrazione e gli ultimi provvedimenti del Governo gialloverde hanno “tagliato” ancora di più il sistema di integrazione che funzionava, ossia lo SPRAR, trasformando questi stranieri in clandestini in mezzo ad una strada ed aumentando, forse ad arte, la percezione di paura della popolazione verso chi è “diverso”.

Eppure, secondo i demografi, l’Italia avrebbe un disperato bisogno di nuove braccia da lavoro. La popolazione invecchia e la parte produttiva della popolazione diminuisce sempre più. Situazione analoga in Germania, che, però, nel 2015 ha accolto un milione di persone spendendo parecchio per la loro integrazione cercando di formare “nuovi tedeschi”. Noi no.

Noi non abbiamo saputo far di meglio che indicare questi “nuovi arrivati” come il “pericolo pubblico”, fonte di tutti i mali del nostro Paese. Mero calcolo elettorale, ma molto ben riuscito.

E, ormai, si vedono gli effetti. Ultimo, ieri, festa della Repubblica. Ho visto la consueta sfilata in TV. So per certo che molti italiani di pelle nera sono nell’esercito e, specialmente, nei gruppi sportivi. So per certo che tantissime classi scolastiche elementari e medie sono piene di bambini di colore. Ebbene, ieri – posso sbagliare, ma è quello che ho visto – nessun militare di pelle nera ha sfilato, nessun bambino di pelle nera era nelle classi ricevute da Mattarella sul palco durante la sfilata. Un segno dei tempi. Forse, ma un segno molto brutto.

Non so se mi avete seguito. Ho cercato di dimostrare come un gesto bellissimo e rivolto alla solidarietà verso chi, nel mondo, è stato meno fortunato, possa trasformarsi, per impreparazione nel gestirlo e per criminali calcoli politici, in un terremoto del panorama istituzionale italiano, ormai composto solo di litigiosità, di continua ricerca del “nemico”, di confusione e di inadeguatezza al ruolo rivestito.

Vediamo che accade. Vediamo oggi il Presidente del Consiglio Conte cosa dirà.

I fatti del giorno mi inducono a riproporre un mio post del 7 febbraio dello scorso anno ove anticipavo quello che oggi accade: le promesse fatte da Salvini nella campagna elettorale per le politiche del 4 marzo dell’anno scorso si son rivelate “da marinaio“.

Salvini aveva promesso di espellere 500.000 clandestini in caso di vittoria elettorale. La vittoria elettorale l’ha avuta e anche oltre le sue stesse aspettative. Ma di rimpatri nulla. Il mese scorso Salvini, conscio della falsità delle sue promesse, ha dichiarato che in Italia non ci sono più di 90.000 irregolari.

Oggi, per buttare fumo negli occhi, annucia che – in un decreto sicurezza bis – avocherà al ministero dell’interno il potere, fin ora in capo al ministro dei Trasporti, di “chiudere i porti“. Potrà farlo in caso di lesione all’ordine pubblico, ma la lesione all’ordine pubblico, in tali casi può essere accertato solo se, una volta identificati, fra i migranti possa essere individuato un possibile terrorista. Appunto, una volta identificato e sbarcato.

Qui, di seguito, il mio post del 7 febbraio 2018 ove avvertivo del pericolo di promesse avventate in tema di rimpatri.

Ieri, 6 febbraio, a Radio anch’io su Radio 1 (qui il podcast della trasmissione) è stata dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

È intervenuta Emma Bonino che ha detto cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le ha rimproverato di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa ha detto di tanto trasgressivo Emma Bonino? Ha detto la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, pur senza dare i numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (200.000 nel 2017).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369 (fonte: Ministero dell’interno)

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 un numero di poco inferiore. Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato posto rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali (il concorso si sta concludendo in questi giorni), istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, nel 2017, hanno visto diminuire di oltre il 25% gli sbarchi.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano oltre il 60% delle domande. Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti propongono appello, in quanto ciò, fino ad ora, gli assicurava almeno altri 18/24 mesi di permanenza “legale” in Italia

Molti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza.

Ma anche se io conosco nome e nazionalità di uno straniero da rimpatriare, non posso rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi ha detto a “Radio anch’io” Emma Bonino. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono cn le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

Se la Destra di Berlusconi e Salvini sa fare di meglio, si accomodi. Certo, durante il periodo di governo della Destra, il numero di clandestini calò in modo impressionante, ma non certo per le espulsioni.

Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri.

Io ricordo che quando eravamo al liceo mangiavamo pane e politica. Io ricordo che allora – parlo dei primissimi anni ’70 – il personale era politico. Il fuoco era dentro di noi. Che Guevara e Almirante erano i fari delle opposte fazioni. Non passava avvenimento che, nelle scuole, e poi nelle università, non si discutesse in infinite assemblee anche se si trattava di fatti lontanissimi. Ricordo di aver preso una “nota” perché partecipai ad una manifestazione in favore della scarcerazione della attivista nera Angela Davis. Chi ricorda più ora chi era Angela Davis? Eppure anche a lei si deve se i neri americani oggi hanno più diritti.

Io ricordo che sentivamo come nostro dovere comprendere la realtà politica che ci circondava e, parimenti, nostro dovere, dire la nostra, a favore o contro.

Io ricordo che partecipavamo alle battaglie per i diritti civili. Manifestazioni per il divorzio, per l’aborto per i diritti degli omosessuali erano pane quotidiano. C’era chi militava in un campo, chi militava in un altro, ma tutti pervasi dallo stesso fervore di essere presenti, di tenere il punto, di far sentire la nostra opinione.

Io ricordo che gli appuntamenti elettorali erano un momento topico, nel quale convincere anche una sola persona dell’altra parte alle proprie idee era una battaglia, una vittoria, una sconfitta.

Io ricordo che facevamo le pulci ad ogni provvedimento legislativo, stigmatizzando quelle norme che, a nostro parere, erano contro le nostre idee.

Poi…. Poi qualcosa è andato storto.

Io vedo ora una rana bollita a poco a poco, insensibile alle compressioni delle libertà, insensibile alle violazioni dei diritti umani.

Io vedo ora una massa di gente attaccata al telefonino, il cui unico scopo è porre un like ad un argomento che interessa. Al massimo un cuoricino se l’argomento interessa un po’ di più.

Io vedo ora una massa che plaude ad una idea sol perché riportata su tre titoli di giornali o quattro retweet o che porta un centinaio di like. Ovviamente il plauso è completamente avulso da una qualsiasi attività del proprio cervello.

Io vedo ora passare nel silenzio generale avvenimenti che anni fa avrebbero suscitato un putiferio: vedo nel silenzio passare un ministro dell’interno che arroga competenze di altri ministri, vedo ora un “capo politico”, vice presidente del Consiglio, quindi personalità di spicco del Governo, offrire solidarietà e aiuto (su piattaforma telematica gestita da privati) ad un movimento violento straniero che ha l’unica caratteristica di essere anti-governativa.

Io vedo ora lo sport preferito da poltrona; no non è la playstation: protetti dall’anonimato è sparare  cavolate, insulti, dileggi, calunnie da codice penale contro bersagli ritenuti di parte avversa. La cosa, purtroppo,  viene giudicata normale.

Io vedo ora quello che fu il principale partito di governo, dibattersi, da un anno, in una lotta fratricida che ne erode ogni giorno di più il consenso, pensando solo a lotte intestine che al bene della nazione.

Io vedo ora partiti nati dalla scissione di quello che fu il principale partito di Governo, beccarsi al loro interno come i capponi di Renzo e scindersi vieppiù, forse attratti dall’imitare la particella elementare.

Sì, sono incazzato nero per l’apatia generale. Spero di ricevere numerosi insulti; almeno così, significa che qualche coscienza si è risvegliata. Ma ci spero poco.

 

Gentile ministro #Salvini, so perfettamente che, sui migranti, lei deve tenere il punto per fare sì che la, Italia non diventi l’unico punto di sbarco di tutti i migranti che fuggono non dalla guerra ma dalla fame. Mi permetta, però, un consiglio dettato dalla lunga esperienza in questo campo. Eviti di dire bugie. Hanno le gambe corte. Ormai ogni italiano sa che il ministro dell’interno non ha alcun potere di chiudere i porti, competenza che spetta al suo collega Toninelli che, furbescamente sta zitto. Né risulta che il furbacchione Toninelli abbia mai emanato ordinanza di chiusura porti.
Ella, signor ministro, ha l’autorità di vietare lo sbarco per ragioni di ordine o sicurezza nazionale. So bene che non lo farà mai: stante l’obbligo di motivazione, è difficile sostenere nero su bianco che 34 disperati, fra cui molti bambini, possano, con il loro ingresso sul territorio nazionale, mettere a repentaglio l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Il Consiglio d’Europa e la Corte di Giustizia la bacchetterebbero.
E allora, perché questi proclami da ducetto?
Mi permetta un consiglio, si dedichi a qualcosa di piú consono alla sua funzione di ministro dell’interno. Ella dice che in Italia ci sono tanti irregolari. Provi, secondo la legge, a rendere effettiva la espulsione. Troppo difficile, vero,?

Oggi, oltre alla crescita dello spread, sui giornali tiene banco la disputa fra Italia e Germania per il rientro in Italia dei cd. Dublinanti, ovvero i migranti, sbarcati in Italia che hanno poi chiesto asilo in Germania anche se i giornali, come si vede dalla foto, non sono tutti concordi.

germania giornali

Si discute sull’opposizione italiana al rinvio mediante voli charter in assenza di accordi e sul potere e non potere, da parte della Germania, rinviare questi esseri umani alla stregua di un pacchetto postale.

Vediamo di inquadrare la questione. In principio c’era un accordo intergovernativo, la cd. Convenzione di Dublino, firmata da alcuni Stati, fra cui l’Italia, ed entrata in vigore nel 1996.

La Convenzione fu poi trasposta in un Regolamento il 18 febbraio 2003 (regolamento 2003/343/CE, detto comunemente Dublino II) e, poi, rielaborato con il Regolamento  604/2013/UE del 26 giugno 2013, il cd. Dublino III attualmente in vigore.

L’accordo e poi i regolamenti servono per stabilire quale Stato membro dell’UE abbia la competenza a giudicare della domanda di asilo (o protezione internazionale) presentata da un richiedente cittadino di Pese non appartenente all’Unione europea.

Il principio cardine è sempre lo stesso. Con piccole eccezioni, il Paese competente è il primo stato membro dell’Ue dove il richiedente protezione è approdato. Nel Regolamento Dublino III questo principio è sancito all’articolo 3 in modo che sembri una categoria residuale: “Quando lo Stato membro competente non può essere designato sulla base dei criteri enumerati nel presente regolamento, è competente il primo Stato membro nel quale la domanda è stata presentata.”. Sarà residuale, ma le situazioni descritte negli articoli successivi al 3 per i quali detto articolo non si applica, sono quantitativamente molto molto basse.

In caso di ingresso clandestino ci pensa  l’articolo 13 “Quando è accertato, sulla base degli elementi di prova e delle circostanze indiziarie di cui ai due elenchi menzionati all’articolo 22, paragrafo 3, del presente regolamento, inclusi i dati di cui al regolamento (UE) n. 603/2013,  [EURODAC nda] che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale. Detta responsabilità cessa 12 mesi dopo la data di attraversamento clandestino della frontiera”.

E’ noto a tutti che la stagione dei grandi sbarchi dalla Tunisi e dalla Libia sulla rotta sud-nord Mediterranea, rende automaticamente l’Italia primo Paese di ingresso.

Il Regolamento di Dublino si occupa anche dei cd. “movimenti secondari”, ossia dei movimenti dei migranti che hanno chiesto asilo in uno Stato e, illegalmente, si muovono ed entrano in un altro Stato membro.

Lo articolo 18 (del Dublino III) indica chiaramente che uno Stato membro competente (al 90% quello di primo ingresso) è tenuto, a richiesta dello Stato ove si trova ora il richiedente asilo a riprenderselo. Certo, si può rifiutare sostenendo di non essere lo Stato competente, ma il rifiuto – motivato – deve pervenire allo Stato richiedente entro due mesi, altrimenti la richiesta si intende accettata (art.22). L’Italia, immancabilmente, non ce la fa a rispondere entro due mesi, forse anche perché le competenze in materia sono distribuite fra due diversi Dipartimenti del ministero dell’Interno e, in pratica, accetta tutte le richieste di ripresa in carico.

I trasferimenti avvengono previ accordi fra gli Stati membri interessati ed entro sei mesi dal momento in cui il trasferimento è materialmente possibile (ricorsi, malattie, accertamenti vari). Se il trasferimento non avviene entro sei mesi (o un anno in alcuni casi) l’obbligo di accettare il richiedente cessa per lo Stato “competente” e la “competenza si sposta sullo Stato “richiedente” (art. 29): “Se il trasferimento non avviene entro il termine di sei mesi, lo Stato membro competente è liberato dall’obbligo di prendere o riprendere in carico l’interessato e la competenza è trasferita allo Stato membro richiedente. Questo termine può essere prorogato fino a un massimo di un anno se non è stato possibile effettuare il trasferimento a causa della detenzione dell’interessato, o fino a un massimo di diciotto mesi qualora questi sia fuggito.”.

Bisogna dire che, negli ultimi anni, la Germania è stata molto cauta e prudente nel rinviarci i migranti, transitati per l’Italia e poi giunti in quel Paese. Lungaggini nei ricorsi e, spesso, accettazione elle clausole di spostamento della responsabilità per “ricongiungimento familiare” o altro.

La situazione è cambiata con l’attuale governo che ha cominciato a “battere i pugni” sui tavoli di Bruxelles, ottenendo solo l‘irrigidimento delle posizioni e risultati boomerang come le rilocazioni divenute volontarie da obbligatorie che erano e l’affossamento del nuovo Regolamento di Dublino (il Dublino IV) che con le modifiche apportate da Parlamento europeo potevano dare uno spiraglio al superamento del principio cardine della responsabilità del primo Stato di ingresso.

Poi il 14 ottobre prossimo in Baviera si vota e – pare – che mostrare i denti e le unghie faccia guadagnare voti (Salvini docet)

Nessun atto formale obbliga – come vorrebbe Salvini – la Germania ad accettare una rilocazione di un nuovo migrante per ogni richiedente asilo restituito all’Italia competente all’esame della domanda per “obblighi” di Dublino.

Questa la situazione. Quindi, nell’ipotesi che tutte le condizioni poste dal Regolamento di Dublino siano rispettate, l’Italia non può opporsi alla presa in carico dei migranti “secondari”. Da nessuna parte è prescritto che debbano essere 3 al giorno e non 333. Purtroppo, il Regolamento di Dublino contiene questa clausola capestro e – finché è in vigore – ce lo dobbiamo tenere.

Quello che desta stupore è l’atteggiamento tenuto dalla Lega al Parlamento europeo votando contro la proposta di riforma del Regolamento di Dublino, poi approvata dal parlamento europeo, ma affossata dal Consiglio europeo. Tale riforma andava proprio nel senso auspicato tante volte dall’Italia: il criterio del primo Stato membro di ingresso era sostituito con la ripartizione obbligatoria dei richiedenti asilo fra TUTTI gli Stati membri. Qui la proposta di riforma del Regolamento Dublino III approvata dal Parlamento europeo.

Perché la Lega sia stata sempre assente e abbia votato contro resta un mistero. Ignoranza?  Volontà di mantenere un problema su cui far crescere il consenso? Volontà di incrementare la paura verso il migrante? Volontà di alimentare il risentimento verso l’Unione europea?. Non lo so. Certo è stata persa una occasione.

Ma probabilmente, e lo dico con molto dispiacere, se l politica governativa nei confronti dell’asilo continua così, fra un po’ saranno direttamente le Corti internazionali a vietare il trasferimento in Italia dei richiedenti asilo, con conseguente disdoro d ennesima figuraccia internazionale.

Il Decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113, ora in discussione e conversione al Senato, il cd. Decreto Immigrazione e Sicurezza, fortemente voluto da Salvini, comprime fortemente i diritti dei richiedenti asilo  e diminuisce le misure di accoglienza a loro riservate.

L’Italia è stata più volte oggetto di procedure di infrazioni iniziate dalla Commissione per violazione degli obblighi assunti in materia di asilo (per esempio la 2012/2189). Altre Condanne sono arrivate dalla Corte europea dei diritto dell’Uomo come la Causa  Khlaifia  e  altri  c.  Italia  –  Grande  Camera  –  sentenza  15  dicembre  2015  (ricorso  n. 16483/12). Oppure la sentenza CEDU del 21 ottobre 2014: Caso Sharifi e altri c/ Italia e Grecia (16643/09).

Non dimentichiamoci che la CEDU ha stabilito, nella causa MSS c. Belgio e Grecia, 2011, che “che il Belgio e la Grecia hanno violato la Convenzione europea dei diritti umani: la Grecia, non avendo un sistema di asilo funzionante, detenendo M.S.S. in condizioni degradanti e lasciandolo in altrettanto degradanti condizioni di vita dopo il rilascio, ha violato l’articolo 3 della Convenzione; il Belgio, trasferendo M.S.S. verso la Grecia, ha violato il principio di non-refoulement (divieto di rinvio di una persona verso un paese in cui potrebbe essere a rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani) in quanto le autorità belghe sapevano o avrebbero dovuto sapere che non vi erano garanzie che la richiesta di asilo sarebbe stata seriamente esaminata dalle omologhe autorità greche.” (vedi pagina 9 del bollettino linkato). Quindi, anche senza un atto formale delle giurisdizioni europee, quando gli Stati membri sanno, o dovrebbero sapere , che uno Stato membro viola i principi fondamentali contenuti nella direttiva europea in materia di asilo e protezione internazionale, i rinvii di “dublinanti” verso questo Stato membro sono vietati.

Vogliamo proprio prenderci questo marchio di infamia di violare gli obblighi che abbiamo sottoscritto?

 

 

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