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Oggi, con ansia e tremore, ci hanno tolto qualche vincolo. Non dobbiamo più girare con un pezzo di carta in tasca che traccia in anticipo io nostro itinerario: luogo di partenza, luogo di arrivo,. Pronto al controllo. Possiamo anche incontrarci con gli amici, sederci ad un tavolo di un ristorante  o di un bar oppure andare a casa loro. Possiamo anche andare in un negozio a comprare un vestito nuovo per l’estate.
Dunque, posiamo rifare quei gesti e quelle azioni che, fino a tre mesi fa ci sembravano tanto normali da non farci neppure caso?
No. Proprio no. In teoria siamo passati da bambini ad adulti. Ai bambini si impone. Si impone di stare a casa, si impone di fare la spesa nel raggio di 200 metri, si impone di non vedere gli amici o di prendere un caffè al bar.
Agli adulti si danno consigli e regole: puoi muoverti ma.,., da solo o in compagnia, ma…, puoi frequentare locali pubblici e negozi, ma…
Quanti ma! All’aperto non ti obbligo a portare la mascherina ma…ma te lo consiglio. Puoi uscire con gli amici ma…ma devi stare almeno a un metro, anche se gli epidemiologi consigliano due metri. Puoi andare al ristorante ma…ma fra te e chiunque altro ci deve essere almeno un metro, anche se gli epidemiologi consigliano due metri. Insomma tutto sarà così, condito di ma, di forse, di stai attento, di prendere precauzioni. Insomma la politica ci ha dato più libertà di quella consentita e consigliata dalla scienza. Và, dice la politica, ma prendi più precauzioni di quante necessarie per seguire le mie prescrizioni, perché ho dovuto cedere all’economia. È un azzardo ha detto Conte, sta a tutti noi far sì che non torni la tragedia. Se non fai più di quello che ti chiedo corri grossi rischi. È la prima volta che il Governo deflette dalla linea che si era imposto da quel fatidico 21 febbraio. I risultati fra 15/20 gg. Regioni-Stato 4 a 0.

C’è un altro pensiero che spesso mi torna in testa. Vi ricordate a gennaio? Guardavamo distrattamente una città lontanissima, di 11 milioni di abitanti, mai sentita prima, trasformata in un immenso ospedale dove la gente moriva a grappoli, dove la gente era obbligata a stare in casa. I soliti cinesi che mangiano topi e pipistrelli, disse qualcuno; roba impensabile da noi.
Poi due turisti cinesi si ammalarono a Roma e cominciammo a guardare con sospetto tutti i cinesi che, nello stivale italico, son parecchi. Sì giunse anche alle mani, qualche cinese fu picchiato per il solo fatto di esser cinese. Ma la cosa non riguardava noi italiani, qui siamo al sicuro, dicevamo, gli unici due malati, cinesi, mica italiani, sono chiusi in ospedale, continuiamo a goderci la vita.
La mia vita cambiò pochissimi giorni dopo il 21 gennaio. Ero a New York e l’Italia è l’estrema periferia dell’impero; le notizie arrivano subito ma .non tutti le ascoltano. Ma…ma…ma le cose cominciarono a cambiare nei giorni successivi. Giravo come un turista nell’immenso melting pot della grande mela, ma…ma qualcosa cambiava. Diventavo sempre più cinese. Mi ero abituato alla piacevole accoglienza e simpatia suscitata fra la gente dal dichiararmi italiano. Sì, posso testimoniare che è vero. Essere italiano suscita simpatia nell’interlocutore, ma già dal 24/25 gennaio il sorriso del mio interlocutore americano lasciava il posto dapprima ad uno stupore, poi a un frettoloso saluto e ad un rapido passo indietro. Ero come un cinese in Italia appena in mese prima.
Il massimo fu raggiunto il 26 gennaio quando Trump in un “breaking news” volle rassicurare gli americani che il Coronavirus non sarebbe mai arrivato negli States e che sarebbe rimasto confinato in Cina e in Europa dove alcuni Stati se la stavano vedendo brutta, come l’Italia, verso la quale stava pensando di sospendere i voli. Ecco, io turista italiano ero diventato come l’untore cinese. Meno male che avevo l’aereo il giorno dopo. Passai le ultime 24 ore fra un grande museo e la casa che amorevolmente mi ospitava.
Ho fatto solo in tempo a vedere qualche stretta di mano abortita e ritirata, qualche passo indietro, aiutato dal fatto che, almeno, non ho quei tratti somatici caratteristici che, qui in Italia, ci facevano riconoscere subito i cinesi.
Mi è andata bene, ma ho fatto in tempo a veder spuntare qualche mascherina a New York.
Come sembra strano. La Cina ora è virus free, noi cominciamo a uscire dal guscio protettivo e New York è ancora nel pieno del buco nero, insieme a Paesi, come Russia e Brasile che, fino a 20 giorni fa godevano della loro fortuna di non essere stati toccati da questo essere tanto microscopico quanto pericoloso.
Non so che pensare. No, non penso alla ruota che gira, penso alla sofferenza di questo mondo egoista che, nel momento del bisogno ha bloccato respiratori e mascherine alla frontiera, anche appropriandosi di merce semplicemente in  transito, di Paesi che “prenotano” a suon di miliardi “tutte” le dosi del primo vaccino disponibile, di Stati che fanno a gara, qui in Europa, per diminuire l’entità del Fondo che deve servire a quegli Stati meno fortunati che di quei soldi hanno un disperato bisogno.
Ho paura che la morale di tutta questa pandemia sarà il motto “ME FIRST!!!”
Ma ho tanta voglia di sbagliare.

https://youtu.be/GW0bD8qcC5g

Quel giorno a New York. Come sembra lontano. Eppure son passati solo 79 giorni, o 78?
Era il 24 febbraio di quest’anno. No, non successe nulla di particolare. Purché lo si giudichi con gli occhi di allora.
Mi sembra di vivere uno di quei film post-apocalittico, tipo “Io sono leggenda” o uno della serie “The Day After” o “The Day After Tomorrow” nei quali i protagonisti hanno ben chiaro in testa i luoghi come erano pochi mesi prima, vedono come sono ora, ma sanno che una grande cesura è avvenuta. 78 o 79 giorni e nulla è più come prima. Eppure vedo le immagini in TV: Times Square è identica, nessun grattacielo si è sbriciolato, vedo le classiche immagini dei tombini da cui sbuffa il vapore sotterraneo. Ma alle immagini in TV manca qualcosa di cui 78 (o 79?) giorni fa sentivo fortissima la presenza. Manca il tratto distintivo della Grande Mela, della città che non dorme mai. Manca la gente. Manca la folla che quel 24 febbraio mi avvolgeva, insieme sorridente e spedita, di corsa, in bici, in monopattino, sullo skateboard.
Ecco, la folla, la gente di New York è la cosa che più mi ha colpito
Sono abituato ad una città affollata, Roma, piena di turisti come New York. Ma la sensazione è completamente diversa. Non so perché a Roma la gente pare sempre incazzata, non ti sorride mai, se ti urta, ti manda pure affanculo; a New York il fiume di folla in movimento ti spinge a sincronizzarti con il flusso. Se c’è un contratto non manca mai il “Sorry..” ed un sorriso.
Ora questa folla gioiosa non c’è più, le strade deserte, orfane dei turisti, vedono qualche frettoloso passante che cerca il più vicino negozio di alimentari per ritirarsi subito all’interno dei palazzi. Sì, anche qui in Italia c’è stata la stessa roba: lockdown, mascherine e guanti di lattice (se li trovavi), uguale, ma diverso, la folla, il fiume di gente che si muove sta a New York come il Colosseo a Roma, è il suo simbolo, il suo tratto distintivo e vederla ora così in TV stringe il cuore.
Come nei film e romanzi post-apocalittici, chiudo gli occhi e ricordo quello che avvenne solo 78 (o 79?) giorni fa. Il bianconero di oggi si accende degli sfavillanti colori di una giornata di sole tiepido, inconsueta per febbraio.
E tornano alla mente le bianche spirali del Guggenheim Museum con una mostra sulle campagne e sul loro recupero, anche due sale dedicate al “modello Riace”. Sì, il nostro Riace con foto e video e cartelloni che spiegavano in modo entusiasta il melting pot creato da Mimmo Lucano, indicato ad esempio di riqualificazione di borghi spopolati dall’urbanizzazione.
E i ricordi proseguono  con la colorata Little Italy, con le inconfondibili insegne con nomi e prodotti nostrani, magari stroppiati dalle quarte quinte generazioni che dell’ Italia conoscono solo quello che vedono alla TV.
E, spesso, da un negozio dall’insegna italiana spunta un volto con gli occhi a mandorla.
Chinatown si sta mangiando Little Italy, magari conservandone le insegne che attirano turisti.
Il ricordo continua con l’hot dog e Coca-Cola mangiato e bevuta al sole si una panchina del Pier 17, dove gli antichi velieri del più vecchio porto di New York puntano con la prora i giganteschi grattacieli di vetro. Ma accanto, verso Fulton street potete trovare in uno dei vecchi magazzini in mattoncini rossi il nuovo negozio di scarpe di Sarah Jessica Parker. I vecchi dock sull’ East River sono diventati i nuovi luoghi cool di New York.
Mentre scrivo mi sto appassionando al gioco del ricordo. Sì, quel giorno a New York fui felice perché con i miei occhi vidi quel che avevo prima visto solo in TV: Greenwich Village. Sì, proprio come lo immaginavo, tanti giovani, seduti, sdraiati sull’erba: futuri manager, futuri imprenditori il cui scopo del momento era solo quello di mangiare, seduti nel parco, un pezzo di pizza in quella insolita giornata di sole tiepido.
Anche nel ricordo, ho nostalgia del flusso. L’ultimo ricordo di quel giorno a New York è la decisione di non prendere la metropolitana e farmi tutti i chilometri di Broadway Street facendomi portare dal flusso della folla, flusso che, nel ricordo, vorrei definire quasi gioioso, conscio di essere nell’ombelico del mondo.
Poi riapro gli occhi, scosso dalla sigla del TG e dalle notizie che da quell’ombelico vengono. La più importante città della più importante nazione del mondo sforna morti a migliaia e il trend è ancora in salita.
Le immagini mostrano Times Square deserta. Non reggo. Chiudo la TV e mi rifugio nel ricordo di quel giorno a New York sicuro che la folla, il suo flusso e il suo sorriso torneranno come quel giorno di febbraio 2020.

La folla, ora è solo nel ricordo. O qui

https://youtu.be/GW0bD8qcC5g


18 febbraio
Sono stato accolto dal grande affetto dei miei cugini che vivono qui a New York da oltre trent’anni. Tante volte mi avevano invitato finché ho ceduto. Sono meravigliosi e mi hanno adottato per mostrarmi la città, modificando i loro programmi e impegni per non farmi sentire solo nella Grande Mela. Non riuscirò mai a ringraziarli abbastanza.
Dopo il giro di quartiere di ieri sera concluso nel migliore dei modi davanti ad una splendida anatra alla pechinese in in ottimi ristorante cinese, stamattina giro sulla Broadway fino al Lincoln Centre e al Columbus Circle e oltre, sempre sulla Broadway fino a Time Square.
Giornata nuvolosa ma ho sperimentato il famoso “effetto grattacielo”. In upper west side i palazzi non superano gli 8/10 piani e la temperatura è gradevole. Appena superato Columbus Circle e quindi, terminato il Centrale Park, il numero dei piani dei palazzi ad ambo i lati della Broadway di moltiplica e il vento si incanala fra i grattacieli e comincia a tagliarti la faccia. La giacca a vento viene chiusa, compaiono guanti, sciarpa e cappello. Tutto nel giro di cento metri.
Pian piano la strada si trasforma. Teatri, immenso cartelloni che pubblicizzano film, lo show business! Teatri con nomi famosi tante volte sentiti in TV da essere ormai familiari anche se visti davvero solo oggi.

Un cartellone 6 metri per tre con la faccia di Claire Danes  che interpreta Carrie Mathinson annuncia l’ultima serie di Homeland Security. Chissà se è quella che ho appena finito di vedere su Netflix o una ulteriore. Mi ha appassionato e mi piacerebbe vederla ancora.
Anche se è mezza mattina di in giorno feriale la strada è affollata. Pochi turisti, però, tutti locali, sempre di corsa.

Si dice che in Africa ogni giorno il leone si sveglia e comincia a correre perché se non raggiunge la gazzella rimarrà digiuno e ogni giorno una gazzella si sveglia e comincia a correre perché sa che se si farà raggiungere dal leone morirà.

Ritengo che a New York ogni giorno i suoi abitanti si svegliano e cominciano a correre perché…….sono a New York.

Entro in qualche teatro per curiosare e, anche se si vede lontano un miglio che sono in turista impiccione, il portiere mi apre sempre con un sorriso. Caratteristica newyorkese: quando entri o quando esci c’è sempre qualcuno che ti apre la porta e che ti saluta con calore.
Beh, finalmente ho visto di persona i grattacieli, immensi parallelepipedi di vetro che riflettono quel che li circonda diventando quasi invisibili divertendosi a trafiggere con la punta le basse nuvole di oggi.

A fare da contrasto a queste linee pure e a questa eterea seppur immensa massa, ai piedi dei grattacieli i banchetti d’altri tempi continuano a vendere gli americanissimi hot dog accanto ai tombini da cui esce il vapore visto in tanti film.
Tutto nuovo ai miei occhi, ma visto innumerevoli volte nei film o in tivù.
Il giro sulla Quinta strada è piuttosto deludente: mi dicono che questo è il mese dei rifacimenti delle facciate. I ponteggi non si contano ed oscurano le vetrine.
Il festival della pacchianeria  lo si vede guardando la Trump tower. Ma forse è il gusto che piace ai neo ricchi americani.
Più serio è il grattacielo del Rockefeller Centrer, alto e slanciato. Al secondo piano c’era un grande dipinto di Diego Rivera, il marito di Friede Khalo, subito contestato e poi rimosso perché ritenuto comunista.


Per finire un bagno di folla  a Time Square. Nonostante il freddo e la stagione povera di turisti piena di gente, di luci e colori. I grattacieli sono interamente rivestiti di pannelli luminosi animati da figure fantastiche che pubblicizzano spettacoli teatrali e ogni sogno che possa essere venduto. Il tetto spiovente del botteghino “last minute” di spettacoli serve da pedana rialzata per migliaia di selfie. Le luci dei pannelli splendenti diffonde una soffice luce che avvolge ogni cosa. Ogni cosa è illuminata da ogni lato. Come a Roma i finti gladiatori invitano i turisti ad un selfie insieme, a Time Square, falsi Supereroi marveliani fanno lo stesso invito ai turisti. Lo spettacolo complessivo oscilla fra il fantastico e l’orrido.

Mi avevano detto, povero me novellino, che i controlli di check in e di sicurezza per i voli Usa sono tremendi e di arrivare per tempo.
Arrivato tre ore prima nell’area check in riservata per i voli per gli States. Primi controllo boardig pass o biglietti alla porta da due gentili fanciulle che mi approcciano in inglese. Ok. Procedo. In fila non c’è nessuno. Ma nel serpentone con i nastri previsto per file chilometriche altre fanciulle mi chiedono ancora il passaporto e se ho l’Esta. Mi diverto e dico che non ce l’ho. Prima che chiami qualcuno ad arrestarmi, le dico gentilmente che ho il visto. “Allora di ferma più di tre mesi?”. “No, due anni fa sono stato in vacanza in Iran” “Ah!” e si passano il passaporto di mano in mano.
Arrivo al banco. Mando sul rullo il bagaglio registrato e dò passaporto e boardig pass all’addetto. Mi chiede lo scopo del viaggio e dove vado e se ho l’Esta. Rispondo educatamente e mi fa “fortunato lei che la ospitano in centro Manhattan” .
Mi ridà passaporto e boardig pass e mi indica il “terribile”  corridoio per “”gli speciali controlli di sicurezza per chi è diretto negli USA” e varco la porta “del non ritorno”. Due corridoi deserti e, infondo intravedo i soliti nastri con vassoi e scanner. Non c’è un’anima (quasi: tre passeggeri per tre postazioni). Devo fermarmi per fare le solite cose che faccio durante la fila che oggi non c’è: togliere scarpe, mettere tutte le cose di metallo nella borsa. Passo indenne e non ho tolto neppure la cintura. Solito casino al controllo elettronico del passaporto: pongo il passaporto sul lettore e non funziona. Colpa mia, guardo la mano sul passaporto e non davanti a me verso la fotocamera che mi inquadra.
Insomma alle 9.20 sono a fare. E, ora, che faccio?
Vado a prendere un caffè. Sono circondato da bar e ristoranti. Lascio tutto sulla sedia e vado al più vicino, 10 metri. “Attimi by Heinz Beck”, chiedo un caffè. DUE euro!, Caspita, sotto casa lo pago 80/90 centesimi. Sullo scontrino c’è scritto “Espresso sublime” e, sinceramente, non mi è neppure piaciuto.
Finalmente sul tabellone compare il gate di uscita del mio volo Delta DL 444, gate E21, lo stesso che mi aveva indicato l’App Delta (ottima) 4 ore prima e l’addetto al check in due ore prima. L”altoparlante gracchia qualcosa, mi sembra di capire “New York” e “completare procedure di imbarco” . Mi dirigo al gate indicato anche se manca ancora molto tempo e vedo parecchio affollamento davanti al desk.

Chiedo e mi dicono che sono i passeggeri in transito provenienti da altri voli. Chi ha fatto il check a Roma può rilassarsi. Adoro le compagnie aeree che iniziano il check in con molto anticipo. I 293 passeggeri dell’Airbus A330-300 entrano senza fretta con tutto il tempo di sistemare le proprie cose.
Sono abbastanza indietro e, visto che la coda si restringe sempre più, anche le cappelliere laterali sono meno capienti. Molti trolley non entrano con disappunto dei passeggeri.
Ciò conferma la mia tesi di cercare di entrare in aereo fra i primi per trovare le cappelliere libere.
Retaggio dei continui voli Roma-Bruxelles e ritorno dove tutti viaggiavano con il solo enorme bagaglio a mano e chi arrivava tardi doveva stivarlo e andarlo poi a prendere al nastro di ritiro in aeroporto.
Partiamo. Vedo molti passeggeri pulire con salviette imbevute braccioli, schermo, testiera. Anche il mio vicino me ne offre una invitandomi a fare altrettanto.
Effetto coronavirus?
Con lui la prima fallimentare esperienza di scambio linguistico. Capisco che in testa ci sono due posti vuoti (e di questo sono sicuro) poi non più. Capisco che mi invita, a portelloni chiusi, ad occuparne uno. Io tento di rispondere che sarò felice se ci andrà lui ma qualcosa non torna e il dialogo abortisce.
Quando posso, alla prenotazione del volo, chiedo un “pasto speciale” anche non avendo nè preclusioni nè particolari necessità. Stavolta ho optato per pasto a basso contenuto di colesterolo. Ho notato che, in genere, i pasti speciali sono migliori della sbobba che di solito propinano sugli aerei e, sicuramente, sei servito per primo. Stavolta mi è toccata scaloppina di pollo con purea, insalata mista e macedonia. Non male, tranne il pane, scongelato ma quasi non cotto. Ed è andata bene vedendo gli gnocchi compressi serviti al mio vicino.
Cerco di passare il tempo, il tempo che non passa, passa troppo lentamente, anzi, quasi torna indietro. Leggere che l’aereo parte alle 12.10 e arriverà alle 15.40 mette di buon umore. Peccato che fra i due orari ci siano sei fusi orari per complessive quasi 9 ore e mezzo di volo.
Una volta mi piacerebbe viaggiare nelle comode e confortevoli “capsule” di prima classe dove hai spazio, TV, stendi di piedi quasi come in un letto.
Poi mi dico sempre che la classe economica (per carità, non si chiama più così, guai a parlare di “economica”. Qui si chiama Main Cabin 2) arriva a destinazione senza alcun ritardo rispetto alla prima classe e rinuncio.
In aereo mi viene continuamente di pensare al tempo, a questa entità costruita da noi umani. Lo schermo davanti a me traccia la rotta dell’ aereo sul planisferove indica le principali città del mondo con l’ora locale.

Mi immagino nello stesso momento, nello stesso giorno, mentre io sono in questa scatola che viaggia fra i fusi orari, un cittadino di Los Angeles si alza sbadigliando dal letto. Alle 7.00, puntuale, la sveglia ha fatto il suo lavoro. Si alza e guarda dalla finestra il sole. Nello stesso momento un cittadino di Hong Kong, dopo una giornata di lavoro, guarda le stelle e l’orologio, son passate le 23.00, sbadiglia ed è ora di andare a dormire. Vivono lo stesso momento alla vista di chi possa vederlo, magari da Marte, lo stesso momento, ma due situazioni completamente diverse.
Non ce ne curiamo più. Da bambini a scuola ci hanno insegnato che la terra gira e che due posti diversi hanno orari diversi. D’altronde, l’esigenza di avere, all’interno dello stesso fuso orario lo stesso tempo si è avvertita solo quando l’uomo, con le ferrovie, ha cominciato a muoversi da un posto all’altro. È un discorso che mi ha sempre affascinato.
Beh, la clausura finisce, arriviamo. Tanto sole e temperatura mite.
Controllo passaporti, il terribile megastanzone dove, mi dicono, passerò più di un’ora. Ci sono tante macchinette per il controllo automatizzato del passaporto. Ne uso una. Ha un momento di esitazione quando cerco di farle scansionare la pagina del passaporto con il visto per l’India, poi tante domande, tipo “porti vegetali o alimenti?” Vieni in USA per turismo o per affari? Confermi di esser venuto col volo DL445? Mi sento un po’ stupido a rispondere a domande stupide. Vado solo sull’ultima “sei venuto a contatto recentemente con livestock?” Mai visto un livestock, non so neppure cosa sia. Ma Google traduttore viene in aiuto e posso dichiarare che no, non sono venuto a contatto con animali selvatici.
Dopo un po’ di fila porto la ricevuta rilasciatami dalla macchinetta all’addetto della”Custom and Immigration Office” che mi rivolge, come se fosse una colpa, perché ho un visto vero e non l’Esta. Gli rispondo che son stato in vacanza in Iran. Lui sgrana gli occhi come se gli avessi risposto “perché sono stato all’inferno”. Comunque mi timbra il passaporto e potrei restare per sei mesi. Son fuori! Ai taxi non c’è nessuno e, su un vero Yellow Cab entro in Manhattan. La mia prima volta.

 È come un virus, anzi è peggio perché esserne contagiato non fa male. Penso che ci sia una stagione della vita, quella che sto vivendo, che so che non potrà essere lunga e, quindi, cerco di sfruttarla il più possibile.

La causa scatenante è ancora una volta il fattore tempo.

Fino ad una certa età si corre, si corre e il tempo continua a correre. A seconda delle persone ci sono impegni inderogabili che si accavallano: famiglia, figli, carriera, lavoro. Il tempo non basta mai e se si ha voglia di un viaggio non coincidono mai la meta, la stagione giusta, il momento, la possibilità.

Poi arriva un momento della vita in cui il lavoro non c’è più, il tempo c’è e, fortunatamente, la salute ti assiste ancora. Non sarà un tempo lungo, lo so. Il crepuscolo si avvicina…. Ma fino a che non arriva, è meglio godersela.

Chi mi segue sa che prediligo i viaggi in regioni remote, in luoghi in cui la globalizzazione non è ancora arrivata. Vederli prima che le particolarità locali scompaiano per omologarsi al nostro mondo dove le vie, i luoghi, le persone sono tutti uguali come gli schemi sociali e mentali.

Posti ancora “vergini”, magari poverissimi di beni materiali, ma ricchissimi di abitudini, persone, folklore autoctoni e non importati. Oppure luoghi che, ora, appare impossibile raggiungere. Sono felice di aver goduto dei panorami, delle persone, dei luoghi dello Yemen, della Siria, dell’Algeria, della Libia, solo per citane alcuni.

Sono appena tornato dalla Birmania e già ho voglia di ripartire.

E riparto.

Ma….

Ma stavolta capovolgo la mia visione del viaggio. Non più la Jungla misteriosa dei romanzi di Salgari o il deserto di Lawrence d’Arabia, ma la forse più sorprendente Jungla urbana. Non un giro vorticoso in tutti gli angoli del Paese e neppure il giro di una Capitale. Solo il giro di una parte di una città. Una città che è il massimo della globalizzazione. Da quanto leggo (non ci sono mai stato) è la città dove c’è tutto e il contrario di tutto, una città la cui particolarità è di avere tutte le particolarità del mondo. Una città dove c’è il miglior ristorante italiano, la migliore cucina cinese, i migliori negozi di griffe francesi, ma non è né in Italia, né in Cina, né in Francia. Forse il miglior mosaico del mondo intero a cui manca proprio la tessera univoca di quella città. La realizzazione pratica del melting pot.

E cambio anche clima. Di solito vado in posti caldi o sulle alte vette himalayane nel momento meno freddo. Oggi le previsioni meteo mi danno, per i giorni del mio soggiorno temperature sotto lo zero.

Insomma se non sei in grado di cambiare le tue abitudini, come potrai essere in grado di adattarti ad un mondo che cambia sempre più velocemente? Non voglio diventare, a breve, un burbero vecchio che è bravo solo a magnificare i suoi trascorsi e i suoi ricordi.

Ma qualche abitudine la mantengo. Su questo blog (https://sergioferraiolo.com) – per chi vorrà seguirmi – racconterò in diretta le mie impressioni, le mie sorprese (in viaggio è bello averne), le mie riflessioni su questa nuova meta.

Da domani si comincia.

A presto.

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