Archivio degli articoli con tag: Cina

Oggi, con ansia e tremore, ci hanno tolto qualche vincolo. Non dobbiamo più girare con un pezzo di carta in tasca che traccia in anticipo io nostro itinerario: luogo di partenza, luogo di arrivo,. Pronto al controllo. Possiamo anche incontrarci con gli amici, sederci ad un tavolo di un ristorante  o di un bar oppure andare a casa loro. Possiamo anche andare in un negozio a comprare un vestito nuovo per l’estate.
Dunque, posiamo rifare quei gesti e quelle azioni che, fino a tre mesi fa ci sembravano tanto normali da non farci neppure caso?
No. Proprio no. In teoria siamo passati da bambini ad adulti. Ai bambini si impone. Si impone di stare a casa, si impone di fare la spesa nel raggio di 200 metri, si impone di non vedere gli amici o di prendere un caffè al bar.
Agli adulti si danno consigli e regole: puoi muoverti ma.,., da solo o in compagnia, ma…, puoi frequentare locali pubblici e negozi, ma…
Quanti ma! All’aperto non ti obbligo a portare la mascherina ma…ma te lo consiglio. Puoi uscire con gli amici ma…ma devi stare almeno a un metro, anche se gli epidemiologi consigliano due metri. Puoi andare al ristorante ma…ma fra te e chiunque altro ci deve essere almeno un metro, anche se gli epidemiologi consigliano due metri. Insomma tutto sarà così, condito di ma, di forse, di stai attento, di prendere precauzioni. Insomma la politica ci ha dato più libertà di quella consentita e consigliata dalla scienza. Và, dice la politica, ma prendi più precauzioni di quante necessarie per seguire le mie prescrizioni, perché ho dovuto cedere all’economia. È un azzardo ha detto Conte, sta a tutti noi far sì che non torni la tragedia. Se non fai più di quello che ti chiedo corri grossi rischi. È la prima volta che il Governo deflette dalla linea che si era imposto da quel fatidico 21 febbraio. I risultati fra 15/20 gg. Regioni-Stato 4 a 0.

C’è un altro pensiero che spesso mi torna in testa. Vi ricordate a gennaio? Guardavamo distrattamente una città lontanissima, di 11 milioni di abitanti, mai sentita prima, trasformata in un immenso ospedale dove la gente moriva a grappoli, dove la gente era obbligata a stare in casa. I soliti cinesi che mangiano topi e pipistrelli, disse qualcuno; roba impensabile da noi.
Poi due turisti cinesi si ammalarono a Roma e cominciammo a guardare con sospetto tutti i cinesi che, nello stivale italico, son parecchi. Sì giunse anche alle mani, qualche cinese fu picchiato per il solo fatto di esser cinese. Ma la cosa non riguardava noi italiani, qui siamo al sicuro, dicevamo, gli unici due malati, cinesi, mica italiani, sono chiusi in ospedale, continuiamo a goderci la vita.
La mia vita cambiò pochissimi giorni dopo il 21 gennaio. Ero a New York e l’Italia è l’estrema periferia dell’impero; le notizie arrivano subito ma .non tutti le ascoltano. Ma…ma…ma le cose cominciarono a cambiare nei giorni successivi. Giravo come un turista nell’immenso melting pot della grande mela, ma…ma qualcosa cambiava. Diventavo sempre più cinese. Mi ero abituato alla piacevole accoglienza e simpatia suscitata fra la gente dal dichiararmi italiano. Sì, posso testimoniare che è vero. Essere italiano suscita simpatia nell’interlocutore, ma già dal 24/25 gennaio il sorriso del mio interlocutore americano lasciava il posto dapprima ad uno stupore, poi a un frettoloso saluto e ad un rapido passo indietro. Ero come un cinese in Italia appena in mese prima.
Il massimo fu raggiunto il 26 gennaio quando Trump in un “breaking news” volle rassicurare gli americani che il Coronavirus non sarebbe mai arrivato negli States e che sarebbe rimasto confinato in Cina e in Europa dove alcuni Stati se la stavano vedendo brutta, come l’Italia, verso la quale stava pensando di sospendere i voli. Ecco, io turista italiano ero diventato come l’untore cinese. Meno male che avevo l’aereo il giorno dopo. Passai le ultime 24 ore fra un grande museo e la casa che amorevolmente mi ospitava.
Ho fatto solo in tempo a vedere qualche stretta di mano abortita e ritirata, qualche passo indietro, aiutato dal fatto che, almeno, non ho quei tratti somatici caratteristici che, qui in Italia, ci facevano riconoscere subito i cinesi.
Mi è andata bene, ma ho fatto in tempo a veder spuntare qualche mascherina a New York.
Come sembra strano. La Cina ora è virus free, noi cominciamo a uscire dal guscio protettivo e New York è ancora nel pieno del buco nero, insieme a Paesi, come Russia e Brasile che, fino a 20 giorni fa godevano della loro fortuna di non essere stati toccati da questo essere tanto microscopico quanto pericoloso.
Non so che pensare. No, non penso alla ruota che gira, penso alla sofferenza di questo mondo egoista che, nel momento del bisogno ha bloccato respiratori e mascherine alla frontiera, anche appropriandosi di merce semplicemente in  transito, di Paesi che “prenotano” a suon di miliardi “tutte” le dosi del primo vaccino disponibile, di Stati che fanno a gara, qui in Europa, per diminuire l’entità del Fondo che deve servire a quegli Stati meno fortunati che di quei soldi hanno un disperato bisogno.
Ho paura che la morale di tutta questa pandemia sarà il motto “ME FIRST!!!”
Ma ho tanta voglia di sbagliare.

https://youtu.be/GW0bD8qcC5g

Come si fa a trasportare una nave? Con una altra nave, ovviamente.

Particolarità: tutte le navi che portano altre navi sono cinesi

Immagini scattate a Walvis Bay, Namibia

Nave che traporta nave

Nave che traporta nave

 

Nave che trasporta nave

Nave che trasporta nave

C’era una volta, e c’è ancora, una sperduta regione nell’alto Nepal, chiamata Mustang dove, fino a tre anni fa, non c’era neppure una strada.C’era, come nelle favole, anche un Re. Le distanze si misuravano a “giorni di cavallo” e solo un paio di centinaia di turisti erano ammessi ogni anno.. Io sono stato fra questi e ho cercato di raccontare le emozioni in un breve Ebook che oggi e domani è in promozione gratuita su Amazon a questo indirizzo http://www.amazon.it/dp/B00AWD5MYO

Viaggio in Mustang, il Regno proibito

Viaggio in Mustang, il Regno proibito

Ora hanno costruito una strada che, entrando dal confine cinese, dovrebbe mettere in comunicazione il gigante asiatico con la regione indiana. Non oso pensare agli stravolgimenti che questa strada sta provocando nella popolazione locale.

Quante volte avete sentito dire – per avvalorare una tesi – “l’ho visto in una fotografia!!!”.

Spesso. però, le fotografie ingannano. Lo stesso soggetto, fotografato da un diverso punto di vista, o con una angolazione diversa e più ampia appare diversissimo.

Quella qui sotto, ad esempio, è una classica fotografia del Potala, il Palazzo del Dalai Lama, a Lhasa, in Tibet, in Cina.

classica immagine del Potala

L’immagine ispira solennità e rimanda all’isolamento tipico dell’idea che ci siamo fatti dell’Himalaya.

Beh, la realtà è molto diversa. Le fotografie qui sotto sono state scattate 10 anni fa e rendono una immagine ben diversa del luogo.

E, sinceramente, ho paura a pensare come è – ora – quel luogo.


E guardate questa:

Potala 2002

In Tibet, che esso sia politicamente in India, Nepal o Cina, la maggior parte degli abitanti pratica il buddismo.

Più che una religione, uno stile di vita. Le famiglie, anche per assicurar loro condizioni migliori ed un migliore avvenire spingono i figli ancorché bambini ad entrare nei monasteri. Non che diventino monaci-bambini, ma sono obbligati a seguire le regole dei monasteri, a servire i monaci, a pulire, a fare i lavori più umili. In cambio ricevono una istruzione ed i pasti quotidiani.

Non è difficile vedere gruppi di bambini in tonaca rossa che girano per le strade, curiosi come sono tutti i bambini.

La foto qui sotto è stata scattata a Kathmandu.

HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Nonapritequelforno

Se hai un problema, aggiungi cioccolato.

Around with Julie

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