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Oggi sono andato a fare un giro nella nuova stazione della Metro C di San Giovanni a Roma, inaugurata ieri con circa sette anni di ritardo, che fa arrivare la linea C sulla linea A.

Ne avevo già parlato (clicca qui) esprimendo alcuni dubbi sulle capacità di trasporto e, soprattutto sul timore del maggior affollamento dei vagoni causato dalle migliaia di passeggeri che, dalla linea C, si sarebbero riversati sulla già strapiena linea A.

La conferma, o la smentita, la avremo domattina, all’ora di punta.

Per la esplorazione cerco di iniziare dalla stazione limitrofa “Lodi”. Scendo le scale. Fortunatamente gli architetti hanno abbandonato le pareti rivestite di travertino della linea A, caratteristiche ma porose e attira sporco. Le scale scendono fra due pareti di plastica traslucida grigio/celestino non molto modaiole.

Dopo i tornelli scendo ancora più giù e arrivo alle gallerie dei treni che scorrono parallele come sulla linea A. Qui due sorprese.

La prima: l’alveo delle rotaie non è accessibile, come nelle metropolitane più moderne la banchina finisce contro una parete di vetro che rende impossibili cadute sui binari. Ci sono porte scorrevoli che si aprono in corrispondenza di quelle dei vagoni, una volta che il treno si ferma in stazione.

La seconda: sulle altre linee della Metro i treni corrono nelle gallerie parallele uno in un senso verso un capolinea e l’altro nel senso inverso verso il capolinea opposto.

Qui no, non c’è un verso: i treni (forse perché non c’è un incrocio per scambiare i treni) vanno avanti e indietro su ogni linea. Quindi, su ogni banchina, si può prendere il treno sia per l’attuale capolinea di S.Giovanni, sia per l’opposto capolinea di Pantano/Monte Compatri. Bisogna stare attenti agli avvisi dati dall’altoparlante o sul tabellone (tabellino) luminoso.

Forse perché solo da ieri la stazione “Lodi” non è più il capolinea, su tutte e due le banchine campeggia ancora in grande la scritta “Direzione Pantano/Monte Compatri”, generando non poca confusione.

La frequenza delle corse non è veloce, fra i 12 e i 14 minuti. Prendo il convoglio sperando di non sbagliare direzione ed in tre minuti arrivo alla nuova stazione di San Giovanni. Esco, la banchina è un po’ stretta per la folla e cerco la scala mobile dell’uscita. Il piano dei treni è veramente basso. Trenta metri sotto il livello del suolo. Le pareti sono rivestite di pannelli che ricordano la storia di Roma ed il livello a cui si ci trova.

Trovo l’uscita e le scale. Beh, l’ampiezza del vano scale è occupato per oltre due terzi dai gradini e per il rimanente (poco) spazio da una sottile scala mobile che difficilmente permette la salita in fila per due. E sono 30 metri da salire.

Arrivo al piano stazione e ammiro la parte museale con le teche che espongono il materiale ritrovato durante gli scavi. Suggestivo, non c’è che dire.

Al piano stazione un’altra sorpresa: si esce dai tornelli e per prendere la linea A bisogna riattraversare i tornelli, ma con lo stesso biglietto.

Pare che la disposizione di non permettere l’accesso diretto sia dovuta al timore di eccessivo affollamento sulle banchine.

Per una stazione dalla così lunga gestazione, mi sarei aspettato di più.

Vedremo le prossime, ma non tanto presto. La “talpa” di scavo è stata da poco attivata vicino al mercato di via Sannio e, vicino al Colosseo c’è questo cartello inequivocabile: per costruire le due prossime stazioni, e relative gallerie, sono stati previsti ben 83 mesi, circa 7 anni. Ricordo che il Colosseo fu costruito in otto anni.

Bah…

Per due stazioni ci vogliono 83 mesi.

POST SCRIPTUM DEL 14 MAGGIO 2018 (il giorno dopo)

Mi ero ripromesso di verificare oggi di persona. Non ci sono andato.

Riporto comunque un articolo di Repubblica.it (clicca qui) di Cecilia Gentile: “Regge lo scambio tra C ed A alla nuova stazione San Giovanni inaugurata sabato scorso. Questa mattina la vera prova del fuoco. Per fronteggiarla Atac ha dispiegato un esercito tra personale di stazione e vigilanti. I convogli della A passano ogni 2-3 minuti. La linea C arriva ogni 12 riversando in banchina folle oceaniche. Effetto imbuto ai tornelli per la A dai quali per il momento è necessario ripassare. La ressa defluisce in tre minuti. Ma alle 8.20, orario caldissimo, ci vogliono tre convogli successivi per liberare la banchina della A. In superficie invece il 77 che deve collegare direttamente la C con la A senza attraversare Termini passa al ralenti“.

Non c’ero, non commento, ma – da frequentatore abituale della linea A, anche della stazione di S.Giovanni – mi sento di poter dire che nella famigerata ora di punta, dalle 7.45 alle 8.45, la banchina del Metro A, direzione Battistini, non è MAI vuota, altro che tre convogli.

Proverò di persona fra qualche giorno, quando i riflettori, e l’assistenza dell’ATAC, saranno spenti.

 

Ma è possibile che la Capitale di un importante Paese europeo, per un po’ di pioggia e vento riporti un bollettino da Caporetto come l’articolo di Repubblica qui di seguito? http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/04/09/news/maltempo_a_roma_albero_su_auto_crolli_sul_litorale-193389729

Quello che fa impressione è il numero di alberi caduti, alberi con centinaia di anni che ben altre avversità hanno sopportato. Significa quindi che è cessata la manutenzione. Che al Comune più nulla importa di questo diffuso polmone di verde.

E la caduta degli alberi è anche intenzionale. Vedete cosa succede allo inizio di via Appia Nuova, sempre a Roma. Stanno abbattendo tutti i pini secolari. Sì, sotto ci passa la Metro A, ma ci passa dal Febbraio del 1980. Son 38 anni e mai un pino aveva dato segni di cedimento. Ora, tutto ad un tratto, si devono abbattere. Sono malati, dicono gli operai, ma i tronchi tagliati non mostrano alcun segno di malattia.

Che dire, poi, delle buche? Un po’ di pioggia e via Nazionale trasformata in torrente fangoso con acqua schizzata sui poveri passanti dalle ruote delle auto.

Non sono romano, ma Roma mi.piaceva. Ora non più. Forse è tempo di andar via.

Assistiamo in questi giorni, e fino alla convocazione dei Gruppi parlamentari al Colle per le consultazioni, alle “prove tecniche” per un governo Lega-Cinquestelle con Forza Italia socio di minoranza.

I numeri ci sono, le convergenze pure, ma nubi nere si affacciano all’orizzonte ed avvoltoi cominciano a girare in tondo prima ancora che ci sia alcuna preda e, chissà, forse anche loro lasceranno perdere, magari accusandosi l’un l’altro.

Cominciamo da stamattina. La seguitissima trasmissione radiofonica “Radio anch’io” (cliccando qui la registrazione del programma) ha cominciato ad intervistare economisti a raffica che, all’unisono, hanno sentenziato che l’Italia, con il debito pubblico che ha, non può permettersi di spendere un euro in più. Unica voce dissenziente, uno dei fondatori del partito greco Syriza  di Tsipras che ha urlato contro le misure di austerità imposte dall’Unione europea, ma che il suo partito, al Governo in Grecia, segue pedissequamente.

Insomma, altro che flat tax, altro che spese per il rimpatrio dei clandestini, altro che reddito di cittadinanza.

Lo stesso “il Giornale” organo di uno dei partiti vincitori lo riconosce apertamente: (clicca qui) “Tutti lo sanno, ma pochi lo dicono apertamente. Nei prossimi mesi un ipotetico governo dovrà mettere da parte le promesse elettorali per cimentarsi su un unico compito. Difficilissimo. Trovare circa 31 miliardi di euro per evitare l’aumento dell’Iva nel 2019 e nel 2020. Impegno poco gratificante in termini di consenso, visto che si tratta di evitare un danno del passato. Cambiali firmate dal governo Gentiloni, lasciate in eredità agli esecutivi futuri durante la scorsa legislatura e che oggi, né il premier né il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, sembrano volere saldare.

Sono le famose clausole di salvaguardia su coperture incerte che si trascinano dal 2011 e che fino al 2018 sono state evitate. Non nel 2019. Dal prossimo anno l’aliquota Iva ordinaria dovrebbe aumentare dal 23% al 24,2%. Quella agevolata dal 10% all’11,5%. Tradotto, aumenti per la maggior parte dei beni di consumo, dall’abbigliamento agli alimentari

Non solo, ma altra stampa ha dato la notizia che l’attuale ministro dell’economia (in carica per gli affari correnti) Piercarlo Padoan sarebbe intenzionato a non presentare al Parlamento e all’EUROPA, entro la scadenza del 15 aprile, neppure una bozza light del “documento di programmazione economica e finanziaria o DEF” lasciando tutto l’onere e l’onore al Governo prossimo venturo. D’altra parte, può un ministro in carica per gli affari correnti, impegnarsi in scelte di politica economica per i prossimi due anni?

E non è finita. Per maggio, se la Commissione europea non si commuove, attendiamo il giudizio definitivo sulla legge di stabilità per l’anno 2018, approvata a fine 2017 e, pare, che abbiamo sforato di 3/5 miliardi di Euro.

Partiranno i soliti piagnistei, tipo quelli della Giunta Raggi per la quale ogni guaio che succede oggi a Roma è sempre colpa dei suoi predecessori, nonostante a giugno compia due anni di mandato.

Le scelte di politica economica fatte dai Governi precedenti sono comunque frutto di regole comunitarie che liberamente abbiamo accolto o proposto, come la legge costituzionale sul pareggio di bilancio, proposta dall’allora ministro del Governo Berlusconi Tremonti e poi approvata dal Governo Monti.

Staremo a vedere. Ma l’esito mi pare scontato: occhio al portafogli!!!

E… attenti a quei due. Scemi non sono…. forse si metteranno paura e se ne andranno….

Bella scoperta, lo dice anche il calendario. Ma è il modo di dirlo che è diverso. Ben pochi lo dicono con subitanea nostalgia di qualcosa di bello che è appena passato e che tornerà sì, ma fra una anno.

Tanti, troppi, lo dicono con una espressione di sollievo, come l’essersi sgravati di un peso. Come essere appena usciti da una serie di doveri. I doveri dei regali, sempre più belli, sempre più costosi, sempre più esclusivi e sorprendenti. Doveri dell’abbigliamento, con l’obbligo di seguire i dettami della moda, sempre più costosa, sempre più pazza ed aliena da quello che vorremmo indossare ogni giorno. Doveri del cibo, stretti  fra quello ormai anche quello snaturato dall’uso fattone in TV dagli pseudo chef ultra star che ti impongono microscopici piatti, ma pieni dei più disparati ingredienti che devi girare tre giorni per trovarli tutti, e quello tradizionale, di pochi ingredienti, ma in quantità pantagrueliche. Doveri del divertimento ad ogno costo ache quando si vorrebbe star solo stesi sul divano a leggere un buon libro. Tutti doveri indotti, non piaceri. Quasi quasi il 27 dicembre, giorno lavorativo, è accolto con piacere.

E, intanto, anche se l’anno non è ancora finito, si cominciano non solo a fare i bilanci, ma a cercare di scoprire cosa ci porterà il domani, che si chiami 2018 o futuro prossimo.

E qui tutti concordi. Trovare un ottimista è una impresa. Non mi riferisco ai grandi temi, come i disastri di Trump e del suo compare nordcoreano, alla dissoluzione dell’Unione europea, al cambiamento climatico.

Mi riferisco alle cose più piccole, ma molto vicine a noi. Fra qualche mese la Democrazia andrà in scena con il suo massimo show, le elezioni. Ma si avverte una atmosfera da cupio dissolvi della politica che si sta suicidando in beghe interne in cui non si parla di lavoro o di industrie ma se fare il presepe sia etico o meno e che, se i sondagi ci azzeccano, porterà tutto  fuorché un governo.

E, ancora, al profondo degrado in ui versa la nostra capitale, dai rifiuti in strada alla sciatteria e alla manutenzione non eseguita: Purtroppo, nonostante i suoi monumenti ed il suo passato, la nostra Capitale, per il presente non è consideata un buon testimonial. E’ di oggi la notizia che è andata deserta l’asta per la pubblicità sugli autobus e sui tram di Roma.

Gli ialiani questo lo sentono, eccome. Molti dei figli dei miei cugini vivono già all’estero o si preparano a farlo: fuggire per non morire. E non solo il giovani. Migliaia di pensionati vivono meglio all’esero che in Italia, finanche in Bulgaria o Romania.

Anche io ci sto facendo un pensierino….

palloncino cinese

Il nuovo albero di Natale

Ovviamente dal cassonetto di cui al post precedente, in via Alfredo Baccarini, civ. 9) non è stato tolto il sacchetto di rifiuti penzoloni

cassonetto 9 dicembre

E, ancora, sempre in via Alfredo Baccarini, angolo via Michele Amari, il 1° dicembre scorso, si è aperta una grossa buca, pericolosa e di intralcio alla circolazione. L’unico provvedimento del Comune è la recinzione con la solita rete rossa. Di operai e lavori, nulla. E siamo al 9 dicembre.

buca in via alfredo Baccarini

Forse l’amministrazione comunale di Roma vuole ispirarsi a Christo, l’artista che “impacchetta” ogni cosa.

Più di un mese fa la fontana posta sulla piazza comunale antistante il Ministero dell’interno fu circondata dalla rete rossa che segnala “lavori in corso”. Non ho mai visto un operaio, eppure ci passo ogni giorno.

fontana innanzi il Viminale

 

E non è l’unico esempio: quasi due mesi fa sulla centralissima via Nazionale, all’altezza dell’incrocio con via XXIV maggio, son cadute poche piccole pietre (non più di una dozzina) dal sovrastante muro di recinzione di Villa Aldobrandini. Subito la solita rete rossa, ma da allora, le pietre sono ancora lì. Operai non ne ho visti. Eppure ci passo più volte alla settimana.

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