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Ogni qualvolta, nella vita democratica del nostro Paese (e meno male) si va ad elezioni politiche c’è sempre qualche testa balzana che – in nome dell’era digitale – comincia a magnificare le possibilità del voto elettronico ed a proporne l’uso.

Gli argomenti sono i soliti. Con il voto elettronico si risparmierebbero molti soldi; con il voto elettronico non sarebbe necessario votare nella sede di residenza; con il voto elettronico, – argomento molto gettonato –  un minuto dopo la chiusura delle urne si potrebbe conoscere chi ha vinto.

Mentre i primi due sono vantaggi reali, non vedo – a fronte di una legislatura che dura cinque anni – quale reale vantaggio comporti conoscere i risultati la sera stessa o 24 ore dopo.

Il voto elettronico, in verità, comporta uno svantaggio molto molto grande rispetto al normale voto cartaceo, un muro che ne sconsiglia assolutamente l’adozione.

Con il voto cartaceo, oggi in vigore, la volontà espressa dal cittadino resta ferma e cristallizzata sulla scheda. Anche dopo anni posso ricontarle e correggere eventuali errori.

Con il voto cartaceo in vigore oggi, il rischio di brogli è fortemente limitato: in Italia, in occasione delle elezioni politiche si allestiscono oltre 61.000 sezioni elettorali, in ognuna, fra presidente e scrutatori, sono impegnate sei persone. Quindi oltre 360.000 persone coinvolte. Un po’ troppe per un accordo idoneo a falsare il risultato globale. Senza contare che i registri della sezione vanno al Comune, alla Prefettura e al Tribunale. E i risultati devono coincidere.

Le ipotesi di brogli volti a falsare il risultato nazionale – con il sistema fin qui adottato – mi sembrano altamente improbabili.

Siete altrettanto sicuri che il risultato sputato fuori da un computer sia altrettanto affidabile?

Vi ricordate cosa successe in Florida nel 2000 nella contesa fra George W. Bush e Al Gore. Non si è mai saputo chi davvero abbia vinto perché il riconteggio manuale fu impedito da un sistema inidoneo che “punzonava” la scheda producendo un foro in corrispondenza del candidato prescelto e che non funzionò. La questione arrivò fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale con una decisione molto controversa (votata da cinque contro quattro dei nove giudici), diede ragione al governatore della Florida, che allora era Jeb Bush fratello del presidente-forse-eletto.

 

Io voglio, per la mia tranquillità un sistema a prova di brogli, anche a costo di attendere qualche giorno il risultato. Cosa sono 24 ore e la possibilità di ricontare le schede più e più volte, di fronte alla certezza che il risultato definitivo rispecchi la volontà degli elettori?

Il problema della sicurezza del voto è molto sentito dalla comunità scientifica americana fin dagli albori dell’informatica.

Se vi va, leggete questo interessante articolo di Douglas W. Jones, professore presso l’Università dello Iowa, scritto ben 18 anni fa, proprio nel giorno delle elezioni presidenziali americane del 2000, quando l’informatica e i calcolatori erano molto più semplici e più facile era verificare che il software fosse esente da “aggiunte” malevole.

L’articolo fu pubblicato, in italiano, dalla rivista Interlex sulla quale potete ancora trovarlo cliccando qui.

Comunque, lo riproduco in coda a questo post. Ovviamente le ipotesi evidenziate da Douglas W. Jones sono tagliate per il sistema elettorale americano, e sono volte a rendere più trasparente il software usato, ma ciò che più impressiona sono le conclusioni alle quali arriva lo studioso (ultimo periodo del suo articolo): nessun software usato per il voto elettronico può dirsi realmente sicuro.

 

Oggi è il giorno delle elezioni e in qualità di presidente del Comitato statale di controllo sulle macchine per votazione e i sistemi elettronici di voto dello Iowa, credo che sia il momento giusto per fare una pausa di riflessione sullo stato dell’arte in materia. Nel corso degli ultimi anni si è affermata con chiarezza una importante tendenza nelle macchine per votazione che sono state presentate al nostro comitato per ottenere l’approvazione nello Iowa. Si tratta della sostituzione del software realizzato ad hoc con software standard preconfezionato, solitamente una qualche variante di Windows e basato largamente su Microsoft Office.

I computer nel sistema elettorale sono ormai una tecnologia consolidata, sia che vengano usati nei sistemi centralizzati di conteggio basati su schede perforate o lettori ottici, sia che si tratti di sistemi di conteggio ai seggi basati su macchine per votazione elettroniche a lettura ottica o a registrazione diretta. Naturalmente sono ancora in uso macchine manuali a leva ma i loro modelli non subiscono modifiche da molti anni e, di conseguenza, non vengono presentati al comitato per le verifiche.

Secondo le vigenti linee guida della Commissione Elettorale Federale (FEC, Federal Election Commission) sui sistemi elettronici di voto, tutto il software realizzato ad hoc è soggetto ad una verifica condotta da terzi indipendenti. D’altro canto, i “componenti standard” sono considerati accettabili così come sono. La FEC non ha il potere di far osservare le norme, ma le sue linee guida sono state recepite nella legislazione elettorale di numerosi Stati.

Il mio motivo di preoccupazione è che siamo testimoni del fenomeno per cui una percentuale sempre maggiore del software contenuto nei sistemi di voto è costituita da prodotti proprietari di terze parti, non soggetti al requisito della disponibilità dei sorgenti per un esame del codice. Inoltre, le dimensioni dei sistemi operativi commerciali sono enormi, per cui è molto difficile immaginare la possibilità di un controllo efficace!  A quali rischi ci espone tutto ciò?

Se io volessi influire sul risultato di un’elezione, non quella in corso ma quella che si terrà fra quattro anni, potrei ipoteticamente lasciare il mio impiego all’Università dello Iowa e andare a lavorare per Microsoft, cercando di inserirmi nel gruppo che cura la manutenzione degli elementi chiave dell’interfaccia utente (window manager). Sembra una prospettiva piacevole, anche se il lavoro che farebbe al caso mio comporterebbe, in gran parte, la manutenzione di codice che è rimasto stabile per anni. Ecco il mio obiettivo: Desidero modificare il codice che crea un’istanza dell’elemento dell’interfaccia utente chiamato “pulsante di scelta” (radio button) in una finestra presente sullo schermo. La funzione che voglio aggiungere, in particolare, è la seguente. Se la data coincide con il primo martedì successivo al primo lunedì di novembre di un anno divisibile per 4, e se la finestra contiene un testo che comprende la stringa “straight party”, e se inoltre il radio button contiene almeno le due stringhe “democrat” e “republican” allora una volta su dieci, in modo casuale, scambia l’etichetta che identifica il pulsante contenente la stringa “democrat” con una qualsiasi altra etichetta, anche questa scelta a caso.

Naturalmente, farei ogni sforzo per rendere incomprensibile il codice da me scritto. La scrittura di programmi illeggibili (obfuscated code) è un’arte che ha raggiunto un alto grado di sofisticazione! Una volta fatto ciò, avrei realizzato una versione di Windows che distribuisce il 10 per cento dei voti diretti espressi per il Partito democratico agli altri partiti, in modo casuale. Ciò sarebbe estremamente difficile da rilevare nei risultati elettorali, correrebbe un basso rischio di essere scoperto durante i controlli e, nonostante ciò, potrebbe influenzare il risultato di molte elezioni!
E questo è solo un esempio dei possibili attacchi! Potrebbero esistere vulnerabilità di tipo analogo, ad esempio, nei database commerciali che vengono usati per la memorizzazione e il conteggio dei voti espressi.

Con questo esempio non intendo esporre alcun sentimento di ostilità nei confronti di Microsoft, ma è vero che il software di questa azienda viene usato nella grande maggioranza dei nuovi sistemi di votazione che ho esaminato. Questo genere di minacce non richiede alcuna collaborazione da parte del produttore del window manager o di altri componenti di terze parti non soggetti ad ispezione del codice sorgente. Esso richiede unicamente una talpa, che possa insinuarsi all’interno dell’azienda produttrice e realizzare del codice che non venga rilevato dalle procedure interne di verifica e ispezione. La scrittura di programmi illeggibili è facile, e l’arte delle “uova di Pasqua” nei prodotti software commerciali rende più che chiaro il fatto che molte caratteristiche non riconosciute ufficialmente vengono inserite ogni giorno in pacchetti software disponibili in commercio senza la collaborazione dei produttori del software stesso. (Sono però a conoscenza del fatto che, in alcuni casi, le “uova di Pasqua” godono dell’approvazione ufficiale del produttore).

Ciò detto, è opportuno notare che Microsoft ha espresso una preferenza nei confronti dei risultati delle elezioni odierne, e che vi sono ottimi motivi per considerare i programmi software proprietari, prodotti da un’entità schierata, con grande sospetto nel momento in cui vengono inseriti in un sistema di votazione!

Quali sono le mie conclusioni? Credo che sia giunto il momento per i professionisti dell’informatica di adoperarsi per un cambiamento nelle linee guida relative alle macchine per votazione, chiedendo che tutto il software compreso in tali macchine sia open source e aperto al pubblico scrutinio, o almeno aperto allo scrutinio da parte di un’autorità di controllo terza e indipendente. Non esistono ostacoli di natura tecnica perché ciò avvenga! Sono disponibili molti sistemi operativi open source perfettamente funzionanti come Linux, FreeBSD e diversi altri, compatibili con l’hardware intorno al quale vengono costruite le macchine per votazione moderne!

Tuttavia, questo non risolve completamente il problema! Come si può dimostrare, dopo il fatto, che il software contenuto nella macchina per votazione sia lo stesso approvato dal comitato di controllo e sottoposto a verifica da parte dell’autorità di controllo indipendente? A mia conoscenza, nessuna macchina moderna è realizzata con l’obiettivo reale di consentire una dimostrazione di questo genere, anche se diversi produttori promettono di mettere a disposizione una copia del codice sorgente da loro usato presso un ente depositario in caso di contestazioni.

Non ci facciamo fregare! Non diamo retta;

Non siamo nati ieri.

Né, tantomeno, siamo dei creduloni.

Vorrei sapere perché.

Vorrei sapere a che gioco stanno giocando.

Sì, i partiti che promettono, in cambio del voto, prestazioni mirabolanti in ogni campo.

Abolizione del bollo auto, abolizione della tassa di successione (fa molto comodo ai ricchi), via l’IRAP. E, ancora, l’abominio della flat tax, la tassa che piace ai ricchi, introdotta nei Paesi dell’Europa orientale che, ora, stanno facendo rapidamente marcia indietro man mano che diminuiscono i contributi UE, oppure la abolizione delle tasse universitarie.

E una promessa che arriva dritta dritta alla pancia della gente: manderemo via subito tutti i clandestini

Uno specchietto riassuntivo di tutte le balle sparate in vista delle prossime elezioni lo trovate qui.

La Repubblica  e La Stampa da giorni mettono sotto la lente i programmi dei partiti smontandone le false coperture.

Ma è forse un esercizio simpatico, ma non indispensabile.

Sapete tutti che chiunque vincerà (se qualcuno vincerà) non potrà spendere un euro. No, neppure uno.

Sono anni, ormai, che le leggi di bilancio di tutti i Paesi Ue sono passate al vaglio della Commissione europea che vi appone la sua certificazione e, senza la certificazione UE, si va in infrazione  e son dolori.

Già ora, prima delle elezioni, sappiamo che la Commissione europea non validerà la legge di stabilità 2018, imponendoci, a maggio, una manovra correttiva da 3-5 miliardi.

Figuriamoci per il futuro con le promesse elettorali da 200 miliardi e passa.

Usciamo dall’Europa, dirà qualcuno. A parte che ora ci siamo e anche se volessimo uscire, devono passare due anni di negoziati durante i quali rimaniamo dentro a pieno titolo. Ma dove andiamo? Uscire dall’Europa non è né facile, né conveniente. La Gran Bretagna sta faticando tanto e non ha il nostro spaventoso debito pubblico. Per Londra, solo il costo monetario dell’uscita si aggira sui 40/50 miliardi di Euro, senza contare che, una volta uscita i prezzi delle merci importate dall’UE saranno maggiorate da dazi vari.

Quindi, nessuna promessa che comporta una spesa sarà mantenuta, ne siamo certi.

Fa discutere in questi giorni la proposta del nuovo governo austriaco di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini italiani di ceppo tedesco. Scandalo? Crisi internazionale?

Violazione della sovranità?

Niente di tutto questo. E’ che noi italiani, al solito, abbiamo la memoria corta. E’ indubitabile che, fino a 100 anni, fa l’alto Adige, o sud Tirolo, apparteneva all’Austria o, meglio, al disciolto impero Austro Ungarico. Sempre, quando uno Stato perde un territorio, cerca di fare qualcosa per i propri concittadini che sono rimasti al di là del confine.

L’ha fatto anche l’italia.

Lo ha fatto con l’art. 17-bis della legge  05/02/1992, n. 91 (legge sulla cittadinanza) che così recita: 

  1. Il diritto alla cittadinanza italiana è riconosciuto:
  2. a) ai soggetti che siano stati cittadini italiani, già residenti nei territori facenti parte dello Stato italiano successivamente ceduti alla Repubblica jugoslava in forza del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430, ratificato dalla legge 25 novembre 1952, n. 3054, ovvero in forza del Trattato di Osimo del 10 novembre 1975, reso esecutivo dalla legge 14 marzo 1977, n. 73, alle condizioni previste e in possesso dei requisiti per il diritto di opzione di cui all’articolo 19 del Trattato di pace di Parigi e all’articolo 3 del Trattato di Osimo;
  3. b) alle persone di lingua e cultura italiane che siano figli o discendenti in linea retta dei soggetti di cui alla lettera a).

E lo ha fatto anche  con l’articolo 1 della legge 14 dicembre 2000, n. 379 recante “Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti ” che così dispone:

. 1. La presente legge si applica alle persone di cui al comma 2, originarie dei territori che sono appartenuti all’Impero austro-ungarico prima del 16 luglio 1920, e ai loro discendenti. I territori di cui al presente comma comprendono:

a) i territori attualmente appartenenti allo Stato italiano;

b) i territori già italiani ceduti alla Jugoslavia in forza:

1) del trattato di pace fra l’Italia e le Potenze alleate ed associate, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 e reso esecutivo in Italia con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430;

2) del trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia firmato ad Osimo il 10 novembre 1975, ratificato e reso esecutivo in Italia ai sensi della legge 14 marzo 1977, n. 73.

2. Alle persone nate e già residenti nei territori di cui al comma 1 ed emigrate all’estero, ad esclusione dell’attuale Repubblica austriaca, prima del 16 luglio 1920, nonché ai loro discendenti, è riconosciuta la cittadinanza italiana qualora rendano una dichiarazione in tal senso con le modalità di cui all’articolo 23 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge (2).

3. È abrogato l’articolo 18 della legge 5 febbraio 1992, n. 91.

 

Quindi…. di cosa stupirsi? Di cosa indignarsi?

Un solo commento: non sarebbe meglio per tutti avere un’unica cittadinanza, quella Europea?

Il titolo ai non romani dirà molto poco. Eppure, in questa fotografia, c’è tanta Roma, tanta vecchia Roma.

Nasone è il nome dato dai romani alle caratteristiche fontanelle col becco da cui sgorga l’acqua ed il buco dal quale zampilla (per berla) tappando il foro di uscita inferiore con il dito. I nasoni non svolgono solo la fuzione di dissetare i romani. Svolgono altre, pur importanti, incombenze. Roma è costruita sui sette colli, si sale e si scende, l’acquedotto è alimentato da fiumi, la cui pressione dipende dalla portata e dalle stagioni: le fontanelle servono anche per equilibrare la pressione. L’acqua che vi sgorga è in quantità infinitesimale ripetto a quella consumata in tutta Roma per bere, lavarsi, per atività industriali, ma contribuisce a mantenere in movimento l’acqua dei tubi evitando pericolosi e sgradevoli residui di terra o cloro.

Botticella, invece, è il nome dato alle caratteristiche carrozzelle a cavallo che una volta trasportavano merci, come le botti dell’amato nettare degli dei, molto gradito ai romani. Oggi sono nel mirino degli animalisti per le supposte condizioni di sfruttamento e inumano trattamento dell’animale.

Il fatto, poi, che la fotografia sia stata scattata a Piazza Navona contribuisce all’atmosfera, vero?

Nasone e botticella

 

Tutti conosciamo il motofurgone APE. E’ il primo gradino per i trasporto di cose. Talmente comune per la sua agilità anche fra i vicoli più tortuosi è divetato anche una unità di misura. “Portami un APE di legna!”.

Serve per tutto, per trasportare tutto. E’ particolarmente ancora attivo in India ove serve dappertutto come minibus di gruppo:

minibus di gruppo in India

minibus di gruppo in India

 

O come taxi, con tanto di tassametro:

Tuk tuk con tassametro

Tuk tuk con tassametro

Si chiama familiarmente tuk-tuk, forse dal rumore del motore (quello della vespa) al minimo.

Ma anche in Italia non scherziamo.

Ammirate questo tuk-tuk a Campo de’fiori a Roma. Dubito che possa esser messo in moto,ma la sua figura come contenitore di merce la fa:

Campo de' fiori

Campo de’ fiori

I muri e le facciate dei palazzi  sono spesso imbrattati da graffiti che, lungi dal renderli, più gradevoli, aumentano il degrado delle nostre città.

Raramente questi disegni assurgono al rango di opere d’arte.

Eppure talvolta accade. Guardate questi murales a Salerno

murale a Salerno 1

murale a Salerno 1

 

murale a Salerno 2

murale a Salerno 2

 

Murale a Salerno 3

Murale a Salerno 3

 

murale a Salerno 4

murale a Salerno 4

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