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Un bravissimo giornalista, in un suo articolo, ha illustrato i guai economici che sta passando la Cina e che, a cascata, riguarderanno anche noi.
Io penso che la Cina risolverà prestissimo i suoi problemi perché, da quando l’attività economica privata è stata liberalizzata, quel Paese è una “macchina da guerra” inarrestabile. Non solo per il Governo, ma anche per l’innata propensione imprenditoriale dei suoi abitanti.
Non sono un economista, ma ho un ricordo indelebile del mio primo (e unico) viaggio in Cina nel 1999.
Viaggio “istituzionale” a Pechino (dove però ho potuto vedere gli hutong e gli siheyuan ancora abitati) e a Chinguandao ove ci mostrarono la prima area industriale con joint-venture con aziende occidentali, molto più “libero” a Shanghai.
In questa città ci muvevamo autonomamente usando i taxi. Erano tutte micro auto Maruti Suzuki guidate da autisti che, a stento, conoscevano l’ubicazione dei siti di interesse e nulla di altre lingue che non fosse la loro.
Scoprimmo che erano tutti ex-operai, i primi licenziati da fabbriche improduttive che con prestiti familiari o del villaggio avevano comprato questa piccola utilitaria e si erano reinventati un mestiere. Dovevano lavorare quasi 20 ore al giorno per mettere insieme la somma occorrente per ripagare il debito contratto. Venendo da fuori, ogni pochi metri si fermavano per chiedere indicazioni per raggiungere la meta indicata dal cliente, ovviamente preventivamente scritta in cinese dal receptionist del nostro albergo.
Pututtavia, reinventarsi di sana pianta un nuovo lavoro partendo da zero, contraendo un oneroso presto ed aiutandosi sia con lunghi giri inutili per fare camminare il tassametro (che, spesso, non inserivano neppure) mi fece comprendere che non si davano per vinti, che reagivano alla perdita del lavoro con mentalità positiva ed imprenditoriale. Ed era il 1999.
Se tutti i cinesi son così, veramente diventeranno i padroni del mondo



Alla mia non più verde età, dopo una vita passata a votare per la sinistra, mi convinco sempre di più che quello che manca nel panorama politico italiano è una seria forza di destra. L’esistenza di quest’ultima, pur non riuscendo spostare la mia intenzione di voto, farebbe un gran bene non solo all’assetto politico della Nazione, ma anche alla sinistra che, almeno, avrebbe una entità con cui confrontarsi ed, eventualmente, alternarsi, nel buon governo della Nazione.

Mentre in Germania hanno fatto un serio percorso di confronto con quello che lì è successo quasi un secolo fa con il nazismo è, ormai, qualcosa di digerito e superato, in Italia, ancora oggi – nell’immaginario politico – destra è ancora sinonimo di fascismo.

Questa associazione ha impedito il formarsi, nel nostro Paese, di una destra seria che si contrapponga alla sinistra, in un gioco politico democratico che non neghi l’Unione europea e garantisca i diritti fondamentali.

In Italia, una volta c’era il Movimento Sociale Italiano (MSI) troppo legato al passato regime fascista (con Giorgio Almirante) troppo tardi portato su posizioni più democratiche da Gianfranco Fini, ormai già ampiamente fagocitato nell’orbita Berlusconi, prima di essere espulso dalla vita politica dalle vicende giudiziarie.

E poi venne Berlusconi, con il partito personale, Forza Italia, il partito degli imprenditori e di Confindustria, ma troppo legato agli interessi del fondatore con un profluvio di leggi ad personam per poter essere credibile.

Oggi c’è Fratelli d’Italia che, nell’ultimo anno, stando ai sondaggi, ha quadruplicato i propri consensi per la forza della sua Leader, Giorgia Meloni, coerentissima a parole, ma troppo coinvolta in alleanze con frange neofasciste e populiste (nella peggiore accezione del termine) per poter essere considerata democratica. Eppoi, Bertinotti insegna, è facile prendere consensi stando all’opposizione, non sporcandosi le mani, contestando le scelte necessitate, ma impopolari dell’esecutivo.

Non ho citato ancora la Lega, oggi il più “antico” partito politico italiano perché su di esso voglio spendere due parole.

Non mi dilungo sulle origini della Lega tradizionale volta alla secessione e quella, molto diversa, di oggi, orto personale di un uomo solo, Matteo Salvini, e partito nazionale (potete trovarle qui e qui).

Oggi la Lega è un partito fortemente radicato sul territorio (specialmente al Nord) con numerosi Presidenti di Regione e Sindaci. Gli amministratori locali della Lega, specialmente durante la pandemia, forse con l’eccezione di quello lombardo, Fontana, hanno dimostrato un ottimo collegamento col Governo nazionale e, in genere, a sentire i cittadini da essi amministrati, dimostrato una buona capacità di amministrare il territorio. Insomma, a sentire uno di Modena o di Rovigo, nessuno dei due si lamenta.

Nel panorama politico di una Nazione la presenza di una destra seria che faccia da contraltare alla sinistra è necessaria nel pendolo della democrazia. L’ho già detto e lo ripeto. E una destra seria ed europeista oggi in Italia avrebbe verdi praterie davanti a sé. Purtroppo, se poco di male si può dire degli amministratori regionali della Lega, altrettanto non si può per i vertici politici nazionali e per i parlamentari, probabilmente scelti con la logica della “prevalenza del cretino” per non far ombra al Capo. Gente come Alberto Bagnai, Claudio Borghi o Paolo Savona hanno idee poco compatibili con la realtà di fatto. Forse per attirare il fascio dei riflettori postulano idee irreali e assurde come l’uscita dall’Europa e dall’Euro. Idee che – se attuate – porterebbero l’Italia alla rovina come stanno danneggiando Paesi ben più solidi di noi come il Regno Unito.

Ma è soprattutto nel suo vertice che la Lega trova il suo punto debole, nel Segretario Matteo Salvini. Non si può negare che Salvini sia una incredibile “macchina di voti” che ha portato la Lega dal 3% quasi al 30%, anche se con mezzi – l’infernale “Bestia” di Luca Morisi, l’uso disinvolto dei social, il cavalcare (senza proporre alternative) il malessere sociale – eticamente discutibili.

Ma è nelle scelte più propriamente politiche che Salvini è caduto. Possiamo ricordare l’estemporaneo uso del “cuore di Maria” e del rosario? Oppure i video con ballerine (residuo Berlusconi?) con lui in costume da bagno al Papeete? La richiesta dei “Pieni Poteri”? Tutte cose che fecero cadere il Governo giallo/verde con i Cinquestelle.

Ma non solo. Salvini, responsabile del maggior partito di Centrodestra, nelle elezioni regionali ed amministrative degli ultimi due anni non è riuscito a trovare candidati, non dico autorevoli, ma neppure credibili, quasi sbeffeggiati dagli elettori. Vogliamo ricordare le gaffes di Lucia Borgonzoni (desaparecida?) in Emilia? O più recentemente, chi ricorda ancora, tal Luca Bernardo a Milano e tal  Enrico Michetti a Roma?

Il massimo, il climax della sconclusionatezza (per usare per usare un eufemismo) Salvini lo ha raggiunto nella scorsa settimana nella “tenzone” per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Intestandosi una (opinabile) maggioranza in Parlamento [nessuno ce l’ha visto che il “gruppo misto” è maggior partito italiano] e quindi di Kingmaker, invece di sedersi ad un tavolo con il centrosinistra, pur alleati di Governo, ha bruciato almeno un nome al giorno, dopo esser stato “bloccato” per giorni da una improbabile candidatura di Silvio Berlusconi.

Da Marcello Pera a Letizia Moratti a Carlo Nordio, fino a bruciare, con disinvolto discredito delle istituzioni, la seconda carica dello Stato, la Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, con conferenza stampa, a scrutinio ancora in corso, in cui parlava già dei candidati dell’indomani, fino all’improvvida uscita nella serata di venerdì 28 gennaio in cui annunciando, senza averlo concordato il nome di una eccezionale servitrice dello Stato, la responsabile del DIS, Elisabetta Belloni, senza contare i “candidati” non ufficializzati, ma fatti solo trapelare “per vedere l’effetto che fa”.

Quello che rimane, una volta depositatasi la polvere della stretta attualità, è l’immagine di un uomo senza idee, senza una linea politica, innamorato solo della sua immagine, teso a promuovere solo sé stesso a discapito del Paese e delle responsabilità che lui stesso si era assunto, autoproclamandosi leader del Centro-destra e Kingmaker del nuovo Capo dello Stato, ripetendo i giorni del Papeete che avevano fatto dubitare della sua sanità mentali.

Gli americani, con riuscita similitudine, dicono “Comprereste da quest’uomo un’auto usata?” Più seriamente, vi piacerebbe essere governati da quest’uomo?

Ma scendendo a livello di partito, dopo l’incredibile ascesa di consensi e il suo successivo ridimensionamento, quanto male fa Salvini alla Lega, impedendole di essere un normale partito di destra, in grado di competere ad armi eticamente pari con gli altri? Quanto Salvini impedisce alla Lega di essere intesa come un’alternativa credibile, come i neo-gollisti in Francia?

Ritengo molto difficile che Salvini possa, con questo andazzo, aspirare a vincere alle prossime elezioni politiche, anche perché, dal 2018, le ha perse tutte. Anche chi, nel suo diritto, ha idee ascrivibile a quelle che, una volta, erano principi della “destra”, penso che abbia delle serie remore a votare – a livello nazionale, alle elezioni politiche – un partito governato da un uomo simile. Quanto ci metteranno “colonnelli” della Lega a capirlo e a metterlo in condizioni di non nuocere? Hanno già dimostrato di poterlo fare quando le idee separatiste di Umberto Bossi condizionavano l’espandersi dei consensi di quel Partito. O, forse, la Lega si accontenta dei successi già avuti nelle Regioni, che risalgono ormai a qualche tempo fa, non certo nell’immediato passato.

Già i “cespugli” come “Coraggio Italia” di Brugnaro e Toti cominciano a rumoreggiare e porre pesanti distinguo.

La Lega sta perdendo una occasione storica di occupare uno spazio politico libero in Italia fin dalla Costituzione. Potrebbero amaramente pentirsene: scegliere la formidabile capacità di raccogliere voti di Salvini rispetto ad una credibilità istituzionale può costare caro.

Ma, a proposito di Costituzione, c’è un’ ultima considerazione che vorrei proporre. L’articolo 49 della nostra Costituzione (mai attuato) afferma che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ma da nessuna parte troviamo una regolamentazione dei partiti politici. Ognuno come gli pare – si dice – saranno gli elettori a scegliere.

Abbiamo un variegato mondo di forme di partito, da quelli i cui vertici sono scelti da periodici democratici congressi ai quali la base invia i propri rappresentanti, a quelli in cui il padre padrone domina e sceglie chi finanzia il partito, a quelli in cui l’eletto domina e comanda a vita convocando ad libitum una pseudo assemblea.

I partiti politici sono importanti e necessari [vedi la metamorfosi dei Cinquestelle che da movimento antipartito si sono trasformati in un partito quasi tradizionale].

Una regolamentazione dei partiti politici è una esigenza sentita, tanto che l’Unione europea ha emanato un Regolamento, il  n. 1141/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2014, relativo allo statuto e al finanziamento dei partiti politici europei e delle fondazioni politiche europee. I partiti che vogliono presentarsi alle elezioni del Parlamento europeo devono conformarsi a tale regolamento che prevede una base democratica che controlli il vertice e precise norme sul finanziamento.

Perché non lo adottiamo anche in Italia per le competizioni elettorali nazionali?

Il primo di gennaio, il primo giorno del nuovo anno, il ricordo va sempre ad un’opera studiata al liceo.

Il venditore di almanacchi e il passeggere.

Metafora dell’animo umano, sempre speranzoso che le cose vadano meglio. Come chi compra un biglietto della lotteria, pur sapendo che ha un possibilità su 10 milioni di vincere.

Forse nel 2022, dopo due anni di pandemia, ce lo meritiamo

Eccola:



Venditore: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?


Passeggere: almanacchi per l’anno nuovo?


Venditore: Si signore.


Passeggere: Credete che sarà felice quest’anno nuovo?


Venditore: Oh illustrissimo si, certo.


Passeggere: Come quest’anno passato?


Venditore: Più più assai.


Passeggere: Come quello di là?


Venditore: Più più, illustrissimo.


Passeggere: Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?


Venditore: Signor no, non mi piacerebbe.


Passeggere: Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?


Venditore: Saranno vent’anni, illustrissimo.


Passeggere: A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.


Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?


Venditore. No in verità, illustrissimo.


Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?


Venditore. Cotesto si sa.


Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?


Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.


Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?


Venditore. Cotesto non vorrei.


Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?


Venditore. Lo credo cotesto.


Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?


Venditore. Signor no davvero, non tornerei.


Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?


Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.


Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?


Venditore. Appunto.


Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?


Venditore. Speriamo.


Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.


Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.


Passeggere. Ecco trenta soldi.


Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.





Ogni social network ha le sue “regole”. Alcune possono apparire strane, altre sono sacrosante.

Anche se, all’ atto pratico, funzionano in maniera un po’ balzana.

Facciamo qualche esempio. Su Facebook e nella sua controllata Instagram sono vietati post che incitano all’odio o contengano affermazioni violente. Eppure basta leggere qualche pagina di Facebook per rendersi conto di quanto questa regola sia disattesa. Gli “odiatori sociali” o “odiatori da tastiera” sono un vero problema. Un problema che ha causato anche vittime.

Sempre su Facebook e su Instagram sono vietate foto di nudo (sessualmente esplicite) o di bambini che possano indurre alla pedopornografia.

Chi frequenta Instagram vede spesso immagini di fotografie di nudo di modelle in pose sessualmente esplicite, co tutto l’armamentario di lingerie sexy, che “passano” la censura solo perché una sottilissima striscia di luce o una piccola stellina coprono i loro capezzoli o una “provvidenziale” zona di buio copre i peli pubici o quello che c’è sotto.

Il fatto è che non è possibile, dati i miliardi di foto postate ogni giorno, che esseri umani possano effettuare un qualche controllo. Facebook e Instagram usano algoritmi dettati da intelligenza artificiale che “riconoscono” le immagini vietate.

Anche se le tecniche di riconoscimento somatico sono ormai molto efficienti, se istruite a cercare capezzoli, peli pubici, vagine o bimbi piccoli e nudi, questi particolari cercano e basta. Del contesto, della particolarità della figura ritratta, se esplicita o provoca impulsi sessuali, questi algoritmi se ne fregano. Anzi, non se ne fregano, non sono proprio capaci di distinguere. Non sono programmati per farlo.

Io ci sono incappato due volte. Una con la immagine qui sotto:

La foto, scattata in Nepal, mostra il primo bagnetto di un /una bimbo/bimba (non si riconosce il sesso) dopo la fine dell’inverno. Non esiste alcun richiamo o possibilità remota di richiamo alla pedopornografia. Suscita solo tenerezza e amore. Eppure mi è stata rimossa, perché contravveniva alle regole di Zuckemberg.

La seconda volta ci sono capitato con questa foto:

Come si vede, ritrae una donna boscimana, in Namibia, che accudisce il suo bambino (o bambina). Fra i boscimani, le donne non usano coprirsi il seno, come la vicina etnia Himba, dove le donne non solo non si coprono il seno, ma si tingono tutte di rosso.

Più volte i tribunali hanno sentenziato che la visione del seno di una mamma verso il suo bambino non offendono neppure il comune senso del pudore.

Anche questa fotto è lontanissima da qualsiasi ambito di richiamo o profferte sessuali.

Eppure Mr. Zuckemberg me l’ha cancellata perché contraria alle sue regole e mi ha ammonito che, se ci ricasco, il mio account potrà subire restrizioni.

Quindi, state attenti, potete scrivere peste e corna di tutti, pubblicare foto erotiche purché il capezzolo sia coperto da una minuscola stellina, ma bambini che fanno il bagnetto o donne che stanno per allattare il proprio bimbo, no! Sono pericolose perché attentano al comune senso del pudore.

Fate attenzione

Seppur attutito dall’interesse per le elezioni amministrative, ha fatto scalpore sulla stampa l’intervista e le rivelazioni di Frances Hauger che ha raccontato come Facebook e consorelle (Instagram e WhatsApp) siano stati usati dai proprietari al fine di accumulare ricchezze, modificando gli algoritmi per privilegiare i post che provocano il maggior numero di risposte, in genere quelli propalatori di odio e fake news.

Insomma, una vigilanza al contrario: più post di odio, più risposte, più traffico sulla rete, più occhi guardano e cliccano sui banner pubblicitari, più Facebook guadagna.

E provoca danni rilevanti, come raccontato dai media sulla depressione che Instagram provoca sulle adolescenti che “rifiutano” il proprio corpo dopo ore passate a guardare i piccoli filmati, i “reel” pieni di corpi statuari di modelle.

E’ un dato di fatto che queste Compagnie transnazionali (per il loro peso, dovrei dire sovranazionali) sono “di fatto” sciolte da qualsiasi legge, tanto che è difficilissimo far pagare loro le giuste tasse sui loro introiti. Ed è anche difficilissimo perseguire eventuali reati.

I casi più frequenti sono le valanghe di post di odio rivolti verso una specifica persona: anche se non arrivano agli estremi di calunnia o diffamazione, la quantità enorme della valanga di post moltiplica di molto l’effetto dirompente sulla personalità della vittima.

Si pensi non solo alla valanga di insulti che ti sommerge, ma anche alle cose più gravi come il revenge porn: il postare video girati nell’intimità di un amore ormai finito ed esposti per vendetta al palcoscenico della rete: questa pratica ha causato non pochi suicidi.

Anche se tali comportamenti sono sanzionati, l’individuazione del colpevole avviene sempre dopo che il video o i post sono ormai di dominio pubblico, la velocità di replicazione è altissima. Cancellare un post che offende qualcuno o un video che mostra – contro la sua volontà – una fanciulla discinta è inutile quando il post o il video è stato visto da migliaia di persone.

La diffusione dell’odio da tastiera è di molto agevolata dalla possibilità di comparire sui social in modo anonimo. Non solo, chi provoca vere e proprie campagne d’odio usa anche metodi “non convenzionali” come l’uso di robot informatici, i “BOT” che moltiplicano all’infinito l’effetto della campagna d’odio.

Il fatto è che le leggi sono ancora “nazionali”, mentre Facebook, Instagram, Tik Tok etc. sono entità avulse dai confini tracciati sulla carta geografica.

Né è possibile ipotizzare, visti i miliardi di post e video che vengono ogni giorno immessi sulla rete, un controllo preventivo degli stessi.

Una cosa, però, è certa, anche se impossibile da realizzare, se non con l’accordo di tutti gli Stati del mondo: se ogni utente fosse costretto ad accedere ai social con il suo vero nome e cognome, l’entità del fenomeno si ridurrebbe di molto.

Già sento le alte urla di chi grida alla “censura” anche se si tratta solo di chiamare ognuno alle responsabilità personali.

Assolutamente non pretendo di ipotizzare un web in cui TUTTI i partecipanti ai social siano presenti con il loro vero nome e cognome. So che è impossibile. E c’è il precedente di autori che pubblicano i loro libri sotto pseudonimo, però ben conosciuto dall’editore.

Neppure voglio scatenare una caccia all’odiatore da tastiera che impegni risorse e tempo della Polizia di Stato che ha ben altri reati da contraste.

D’altronde – per chi non è presente sui social – il problema non si pone. Se io non ho account su Facebook, Instagram, Tik-Tok e simili non subirò mai shitstorm o valanghe di post di odiatori o dei loro “compari” bot.

A meno che gli altri media (TV o giornali) riprendano la campagna d’odio.

Il fatto è che – ormai – esser presenti sui social oltre che un diritto è molto utile per gli indubbi vantaggi che essi procurano, come mantenere i contatti con amici sparsi per il mondo oppure presentare la propria attività, come fotografie e video. D’altra parte, ripeto, gli effetti perversi, come il revenge porn, possono costare vite umane.

Quello a cui aspiro è un obiettivo minoretogliere terreno agli odiatori, diminuire il fenomeno entro limiti che facciano meno paura. Ma mi mancano le idee certe sulle possibilità tecniche.

È oggi normale, quando si ci iscrive ad un sito in cui si può fare E-commerce oppure siti che permettono scambi di servizi, indicare il proprio indirizzo Email e/o il proprio numero di telefono, sul quale viene inviato un codice da rinviare al sito al quale si ci vuole iscrivere. In questo modo il gestore del sito – a parte l’obbligo di conservazione dell’IPaddress e del MacAddress da parte dei provider – avrà una corrispondenza univoca del “cliente” di un numero di telefono (di una SIM) e di un indirizzo d posta elettronica. È proprio qui dove verrei arrivare. Costringere chi si iscrive (dall’Italia) a Twitter, Facebook, Instagram, Tik-Tok etc. a fornire riscontri univoci.  Non ci potrà essere più di un account associato ad una coppia di SIM e indirizzo Email.

In questo modo l’odiatore da tastiera – a meno di non avere un numero infinito di indirizzi Email e di numeri telefonici (il cui titolare è ben conosciuto dalla Polizia) – che vuole mantenere l’anonimato troverà di molto ristretto il numero di account con i quali iscriversi ai social.

Un numero di telefono-un account e qui iscriversi con un nome fasullo è ancora possibile, ma il numero degli “anonimi” diminuirà di molto e, comunque, il suo nome avrà una “catena” ben definita che lo lega alla SIM.

So bene che questi “paletti” possono essere saltati da chi accede da IP fasulli esteri o da chi ha SIM estere o creando una VPN. Ma quanti saranno? Molto meno di adesso. Come faranno i bot ad essere univocamente accoppiati ad una SIM?

Che io sappia, gli odiatori da tastiera nostrani operano dall’Italia e l’italiano non è una lingua molto usata sul WEB mondiale.

Se la cosa fosse possibile, potremmo avere una sensibile riduzione dei “produttori” di odio, di shitstorm et similia ed anche i propalatori di fake news dovrebbero avere un certo ritegno a diffondere le loro panzane.

Ma non so se la cosa sia tecnicamente possibile o se a tale idea incontri ostacoli giuridici. Probabilmente, come ogni cosa nuova, si vedano le polemiche sul Green Pass, ci sarà chi griderà alla compressione dei diritti civili, ma se si potesse dimostrare un reale vantaggio, gli ostacoli politici potrebbero essere superati. L’importante è fornire ai nostri politici un quadro chiaro ed esauriente della tesi esposte.

E qui chiedo il vostro parere. Il parere di chi è più esperto di me.

E se vi ho convinto, vi invito a diffondere questa idea.

Oggi, con ansia e tremore, ci hanno tolto qualche vincolo. Non dobbiamo più girare con un pezzo di carta in tasca che traccia in anticipo io nostro itinerario: luogo di partenza, luogo di arrivo,. Pronto al controllo. Possiamo anche incontrarci con gli amici, sederci ad un tavolo di un ristorante  o di un bar oppure andare a casa loro. Possiamo anche andare in un negozio a comprare un vestito nuovo per l’estate.
Dunque, posiamo rifare quei gesti e quelle azioni che, fino a tre mesi fa ci sembravano tanto normali da non farci neppure caso?
No. Proprio no. In teoria siamo passati da bambini ad adulti. Ai bambini si impone. Si impone di stare a casa, si impone di fare la spesa nel raggio di 200 metri, si impone di non vedere gli amici o di prendere un caffè al bar.
Agli adulti si danno consigli e regole: puoi muoverti ma.,., da solo o in compagnia, ma…, puoi frequentare locali pubblici e negozi, ma…
Quanti ma! All’aperto non ti obbligo a portare la mascherina ma…ma te lo consiglio. Puoi uscire con gli amici ma…ma devi stare almeno a un metro, anche se gli epidemiologi consigliano due metri. Puoi andare al ristorante ma…ma fra te e chiunque altro ci deve essere almeno un metro, anche se gli epidemiologi consigliano due metri. Insomma tutto sarà così, condito di ma, di forse, di stai attento, di prendere precauzioni. Insomma la politica ci ha dato più libertà di quella consentita e consigliata dalla scienza. Và, dice la politica, ma prendi più precauzioni di quante necessarie per seguire le mie prescrizioni, perché ho dovuto cedere all’economia. È un azzardo ha detto Conte, sta a tutti noi far sì che non torni la tragedia. Se non fai più di quello che ti chiedo corri grossi rischi. È la prima volta che il Governo deflette dalla linea che si era imposto da quel fatidico 21 febbraio. I risultati fra 15/20 gg. Regioni-Stato 4 a 0.

C’è un altro pensiero che spesso mi torna in testa. Vi ricordate a gennaio? Guardavamo distrattamente una città lontanissima, di 11 milioni di abitanti, mai sentita prima, trasformata in un immenso ospedale dove la gente moriva a grappoli, dove la gente era obbligata a stare in casa. I soliti cinesi che mangiano topi e pipistrelli, disse qualcuno; roba impensabile da noi.
Poi due turisti cinesi si ammalarono a Roma e cominciammo a guardare con sospetto tutti i cinesi che, nello stivale italico, son parecchi. Sì giunse anche alle mani, qualche cinese fu picchiato per il solo fatto di esser cinese. Ma la cosa non riguardava noi italiani, qui siamo al sicuro, dicevamo, gli unici due malati, cinesi, mica italiani, sono chiusi in ospedale, continuiamo a goderci la vita.
La mia vita cambiò pochissimi giorni dopo il 21 febbraio. Ero a New York e l’Italia è l’estrema periferia dell’impero; le notizie arrivano subito ma .non tutti le ascoltano. Ma…ma…ma le cose cominciarono a cambiare nei giorni successivi. Giravo come un turista nell’immenso melting pot della grande mela, ma…ma qualcosa cambiava. Diventavo sempre più cinese. Mi ero abituato alla piacevole accoglienza e simpatia suscitata fra la gente dal dichiararmi italiano. Sì, posso testimoniare che è vero. Essere italiano suscita simpatia nell’interlocutore, ma già dal 24/25 febbraio il sorriso del mio interlocutore americano lasciava il posto dapprima ad uno stupore, poi a un frettoloso saluto e ad un rapido passo indietro. Ero come un cinese in Italia appena in mese prima.
Il massimo fu raggiunto il 26 febbraio quando Trump in un “breaking news” volle rassicurare gli americani che il Coronavirus non sarebbe mai arrivato negli States e che sarebbe rimasto confinato in Cina e in Europa dove alcuni Stati se la stavano vedendo brutta, come l’Italia, verso la quale stava pensando di sospendere i voli. Ecco, io turista italiano ero diventato come l’untore cinese. Meno male che avevo l’aereo il giorno dopo. Passai le ultime 24 ore fra un grande museo e la casa che amorevolmente mi ospitava.
Ho fatto solo in tempo a vedere qualche stretta di mano abortita e ritirata, qualche passo indietro, aiutato dal fatto che, almeno, non ho quei tratti somatici caratteristici che, qui in Italia, ci facevano riconoscere subito i cinesi.
Mi è andata bene, ma ho fatto in tempo a veder spuntare qualche mascherina a New York.
Come sembra strano. La Cina ora è virus free, noi cominciamo a uscire dal guscio protettivo e New York è ancora nel pieno del buco nero, insieme a Paesi, come Russia e Brasile che, fino a 20 giorni fa godevano della loro fortuna di non essere stati toccati da questo essere tanto microscopico quanto pericoloso.
Non so che pensare. No, non penso alla ruota che gira, penso alla sofferenza di questo mondo egoista che, nel momento del bisogno ha bloccato respiratori e mascherine alla frontiera, anche appropriandosi di merce semplicemente in  transito, di Paesi che “prenotano” a suon di miliardi “tutte” le dosi del primo vaccino disponibile, di Stati che fanno a gara, qui in Europa, per diminuire l’entità del Fondo che deve servire a quegli Stati meno fortunati che di quei soldi hanno un disperato bisogno.
Ho paura che la morale di tutta questa pandemia sarà il motto “ME FIRST!!!”
Ma ho tanta voglia di sbagliare.

https://youtu.be/GW0bD8qcC5g

almerighi

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Se hai un problema, aggiungi cioccolato.

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