Archivi per la categoria: elezioni 2018

Allora…vediamo un po’:

La pandemia l’abbiamo avuta due anni fa e c’è ancora; i contagi aumentano esponenzialmente, ma portare la mascherina è ormai fuori moda.

la guerra alle porte di casa l’abbiamo avuta 145 giorni fa e c’è ancora, e va sempre peggio;

Il caro bollette l’abbiamo avuto e c’è ancora. Addio docce lunghissime e 24 gradi nelle case d’inverno.

Il gas non ce lo avevamo e non ce lo abbiamo tuttora, Anzi oltre a quel cattivaccio di Putin, ora anche la Libia ci taglia le forniture del 25%;

Draghi e Mattarella ce li avevamo e (per fortuna) ce li abbiamo ancora: fa un po’ pena però vederli andare in giro per il mondo, finanche in Mozambico con il cappello in mano ad elemosinare un po’ di gas;

Il sole l’abbiamo sempre avuto e continuiamo ad averlo (forse troppo) , quello che manca da parecchio è la pioggia. Quindi alla lista aggiungiamo pure una forte siccità: rubinetti sempre aperti, mi raccomando. E non dimenticate di lavare l’auto.

le fibrillazioni politiche le abbiamo sempre avute e continuiamo ad averle con partiti che litigano non solo fra loro, ma piuttosto al loro interno, dividendosi a tal punto da sfidare la scissione dell’atomo. Ogni provvedimento deve tenere conto delle esigenze di 1235 persone che dovranno approvarlo;

dal 2018, da tre mesi dopo le scorse elezioni politiche, qualcuno minaccia la crisi di governo ed elezioni anticipate. Ma anche questo è normale nel Belpaese.

I treni e gli aerei continuano a partire ed arrivare in ritardo e basta il blocco di un solo binario per dividere per giorni in due l’Italia;

Su strada le code intorno a Firenze sono ormai connaturate al panorama;

C’è tutto?

No, mancava una cosa fondamentale; le cavallette!!!!! Tranquilli, ci sono pure quelle: la Sardegna ne è piena.

Lista completa? Sicuramente no: abbiamo tavolino selvaggio, la movida violenta, le spiagge proibite, lo sciopero preventivo (dei tassisti), gli incendi degli impianti di compostaggio perché la Capitale pulita non ci piace;

Bene, con questa lista in tasca, con 20 spade di Damocle sulla testa, ce ne possiamo andare in vacanza perché, si sa, nel Belpaese luglio e agosto sono sacri.

No, non è andato tutto bene.

Post Scriptum: da quando ho pubblicato questo post sto ricevendo numerose segnalazioni di altre e tremende piaghe che sono fra noi. Da ciò si denota una spiccata tendenza al pessimismo insita fra di noi.

Ne cito una: pare che il riscaldamento globale favorisca la diffusione della Candida Auris, un fungo resistente agli antibiotici, facilmente trasmissibile e con mortalità vicina al 30%.

No, nulla è andato bene

Oggi i giornali riportano che, nelle intenzioni dei Cinquestelle, a gennaio sarà portato nell’Aula parlamentare un progetto di riforma costituzionale che interessa l’Istituto del Referendum come strumento di democrazia diretta. Bisogna riformare l’istituto del referendum – dice Di Maio – abolendo il quorum sotto il quale il referendum non passa. «Per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento, con l’abolizione del quorum» nel referendum abrogativo, «di fare in modo per cui chi va a votare conta e chi sta a casa si prende le sue responsabilità», ha concluso il vicepremier. Inoltre, i Cinquestelle vogliono introdurre il referendum propositivo ed abolire il divieto di referendum per i trattati internazionali (e le leggi finanziarie?).

Per chi vuole approfondire, questi sono i progetti di legge (con i relativi link alle schede e ai testi) delle proposte presentate dai Cinquestelle:

  • S.852 – 18ª Legislatura
    Sen. Gianluca Perilli (M5S) e altri
    Modifica dell’articolo 75 della Costituzione, concernente l’introduzione di un vincolo per il legislatore di rispettare la volontà popolare espressa con referendum abrogativo
    10 ottobre 2018: Presentato al Senato
    23 ottobre 2018: Assegnato (non ancora iniziato l’esame)

 

  • C.1173 – 18ª Legislatura
    On. Francesco D’Uva (M5S) e altri
    Modifica all’articolo 71 della Costituzione in materia di iniziativa legislativa popolare
    19 settembre 2018: Presentato alla Camera
    18 dicembre 2018: In corso di esame in commissione
  • C.998 – 18ª Legislatura
    On. Francesco Silvestri (M5S)
    Modifiche all’articolo 75 della Costituzione, concernenti i requisiti per l’indizione e la soppressione del quorum per la validità del referendum abrogativo
    25 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • C.985 – 18ª Legislatura
    On. Valentina Corneli (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente l’ammissibilità del referendum abrogativo sulle leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali
    24 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • C.984 – 18ª Legislatura
    On. Anna Bilotti (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente la soppressione del quorum per la validità del referendum abrogativo
    24 luglio 2018: Presentato alla Camera
    Da assegnare
  • S.588 – 18ª Legislatura
    Sen. Giovanni Endrizzi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione concernente la soppressione del quorum strutturale del referendum abrogativo
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare
  • S.589 – 18ª Legislatura
    Sen. Ugo Grassi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione concernente la soppressione del quorum strutturale del referendum abrogativo
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare
  • S.587 – 18ª Legislatura
    Sen. Stefano Lucidi (M5S)
    Modifica all’articolo 75 della Costituzione, concernente l’ammissibilità del referendum abrogativo sulle leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali
    5 luglio 2018: Presentato al Senato
    Da assegnare

In effetti al punto 20 del Contratto per il Governo del cambiamento [a proposito non sono riuscito più a trovarlo sul sito del blog delle stelle, dove è finito?] i partiti di governo affermano: “È inoltre  fondamentale  potenziare  un  imprescindibile  istituto  di  democrazia diretta già previsto dal nostro ordinamento costituzionale: il referendum abrogativo. Per incentivare forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale occorre cancellare il quorum strutturale – ovvero la necessità della partecipazione alla votazione della maggioranza degli aventi diritto – al fine di rendere efficace e cogente l’istituto referendario. Ulteriore obiettivo di questa proposta, nel solco dello spirito che anima l’articolo 75 della Costituzione, è quello di scoraggiare, in ogni forma, l’astensionismo elettorale, spesso strumentalizzato per incentivare il non voto, al fine di sabotare le consultazioni referendarie.”.

 

Secondo me, l’intento, pur apprezzabile, sortisce effetti contrari al dominio della Democrazia sulla Politica e, oltretutto si scontra con quanto affermato al punto 1 dello stesso Contratto del Governo del Cambiamento: “intendiamo incrementare il processo decisionale in Parlamento”. E, se passa l’abolizione del quorum, sarà proprio il Parlamento ad esser messo fuori gioco.

Il Referendum abrogativo è previsto dall’articolo 75 della Costituzione: “E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.”

 

Quindi per eliminare il quorum c’è bisogno del procedimento di revisione costituzionale con doppia lettura.

 

Ma vediamo la sostanza della questione. La nostra è una democrazia rappresentativa e non una democrazia diretta. Il modo principale di “fare le leggi” è quello della discussione in seno al Parlamento. Lì siedono 630 deputati e 315 senatori, quindi circa un parlamentare ogni 47.000 elettori.

La Costituzione si preoccupa proprio di questo. Per sbugiardare il Parlamento abrogandone una legge, occorre una spinta molto forte da parte dell’elettorato: prima la raccolta di 500.000 firme, poi mobilitare al voto la maggioranza degli elettori (il quorum), infine che, in detta maggioranza, far prevalere i all’abrogazione. La Costituzione, rendendo difficile l’abrogazione di una legge con il referendum ha inteso privilegiare il ruolo del Parlamento rendendo le sue leggi difficili da abrogare.

Immaginate come sarebbe sminuita la centralità del Parlamento se bastassero 30.000 o 20.000 o 10.000 persone che si presentassero alle urne per votare ad un referendum per segnare la vita o la morte di una legge votata in Parlamento.

Anche assegnare una connotazione negativa a chi a votare per il referendum non è corretto. Chi non va a votare, al pari di chi vota no, si fida dell’operato del Parlamento che ha liberamente contribuito ad eleggere.

Secondo me, abrogare il quorum è andare contro la Costituzione: 10.000 non possono oscurare l’operato del Parlamento, per non parlare della facilità con cui, nell’epoca attuale si manipola l’opinione pubblica intorno a slogan che nulla hanno a che fare con le leggi sottoposte a referendum.

Bene ha fatto la Costituzione a vietare il referendum su leggi tributarie. Sarebbe scontato l’esito di un referendum abrogativo di una legge che istituisce una tassa o una imposta.

Ma in una cosa Di Maio ha ragione: la “strumentalizzazione del non voto per sabotare l’istituto del referendum”.

Per limitare la portata di questa strumentalizzazione, però, non c’è bisogno di abrogare il quorum.

Il quorum pari al 50% +1 degli elettori fu previsto e mantenuto nella Costituzione perché dal 1948 agli anni ’90 l’Italia era fra le prime nazioni al mondo per affluenza alle urne. Percentuali dell’85% non erano rare. Quindi il quorum doveva esser alto.

Oggi, invece, specialmente alle elezioni amministrative, la percentuale si è pressoché dimezzata e questo rende – effettivamente – molto più difficile il raggiungimento del quorum stabilito dall’articolo 75 della Costituzione per ché l’astensionismo fisiologico (che non vuol dire né SINO) si somma all’astensionismo che vuol dire NO.

Una proposta, non mia, ma che appoggio pienamente, è quella di stabilire un quorum variabile ossia pari al 50% +1 non dell’intero corpo elettorale, bensì degli elettori che si sono recati alle urne nelle elezioni politiche immediatamente precedenti alle votazioni per il referendum di cui trattasi.

Il quorum sarebbe quindi proporzionale alle persone che, in quel periodo si recano alle urne per le elezioni più importanti, quelle politiche.

Mi sembra un ragionevole compromesso.

Ma sull’argomento referendum e quorum ci ritorneremo.

 

 

Ieri a “di Martedì”, Di Maio ha riaffermato la volontà del governo di dare veloce attuazione a due rifirme costituzionali previste nel Contratto per il Governo del cambiamento.

L’imposizione del vincolo di mandato ai parlamentari e la loro riduzione di numero.

L’innovazione viene presentata come rimedio al brutto andazzo dei “voltagabbana” che cambiano gruppo parlamentare nel corso della legislatura e come risparmio sulle spese della politica. Questo è vero. Ma – come si dice – il rimedio è peggiore del male e va a discapito della SUPREMAZIA DEL PARLAMENTO e del suo processo decisionale, visto nello stesso “contratto” al punto 1 come bandiera del nuovo Governo.

In due parole spiego perché.

L’articolo 67 della Costituzione spiega che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La Costituzione ha voluto favorire i “voltagabbana”? Sicuramente no. Ha privilegiato il bene supremo in una democrazia, ossia la libertà di coscienza, la possibilità – magari in votazioni su argomenti non previsti dal programma – dal votare in dissenso dal partito di appartenenza. Perché – nel caso di mutamenti nella politica di partito – il singolo parlamente deve essere obbligato a seguire i vertici?

Ma le motivazioni di cui sopra non sono neppure le più importanti. Introducendo il “vincolo di mandato”, ossia l’obbligo per ogni parlamentare di conformarsi sempre e comunque alla volontà del partito e del suo Capo, si uccide il Parlamento che, a parole, il “contratto di governo” vuole privilegiare. Se ogni parlamentare deve votare come stabilisce il responsabile del partito, a che serve il parlamentare? A che serve il suo voto? Basterebbe che, ogni qual volta bisogna decidere su un provvedimento, si attribuisca alla volontà del responsabile di ogni partito il numero di voti corrispondenti a numero dei suoi parlamentari. I parlamentari potrebbero anche andare a casa.

Introdurre il vincolo di mandato significa solo rafforzare la partitocrazia che Lega e Cinquestelle oggi – a parole – vogliono combattere.

Certo, se si dimezza il numero di parlamentari, le spese della politica dimunuiscono. Diminuiscono, non si dimezzano, perché le spese per l’apparato, i servizi, le biblioteche, la tipografia etc. etc, rimangono. Ma non è questo il motivo: diminuire il numero dei parlamentari significa diminuire la democrazia e aumentare il ruolo dei partiti. Mi spiego: nel sistema attuale, per essere eletti – visto che ci sono in palio 630 posti alla Camera e 315 al Senato – per essere eletti sarà sufficiente per ogni candidato “farsi conoscere ed apprezzare” da un numero di elettori che sarà senza dubbio minore dell’ipotesi in cui i posti in palio siano 315 alla Camera e 200 al Senato. Insomma, diminuendo il numero dei parlamentari, la lotta per essere eletti sarà più serrata e ce la farà solo chi è appoggiato dal Partito e dal Capo che compila le liste elettorali. Le possibilità per un “indipendente” di essere eletto diminuiranno drasticamente e la partitocrazia si rafforzerà.

Sono molto preoccupato per una frase che sta tornando di moda: io sono eletto dal popolo e, quindi, sono superiore a qualsiasi carica non elettiva.

La mia memoria di vecchietto va a Craxi e Berlusconi che, pure, adottavano una tattica simile.

Salvini, come eletto dal popolo, diffida i magistrati, non eletti, ad indagare su di lui. Di Maio, di fronte ai warning delle agenzie di rating, pomposamente afferma che lui, fra le agenzie di rating e gli italiani, sta con gli italiani che lo hanno eletto; Maurizio Belpietro – a Otto e mezzo  del 13 settembre scorso – giudica offensivo il richiamo di Draghi, non eletto, al Governo italiano, eletto dal popolo. E, ancora, L’Europa non può giudicare le Nazioni, a proposito del voto del Parlamento europeo sull’operato del Governo Orban.

Se io sono eletto e ho il consenso – questo è il senso – sono al di sopra delle regole e posso fare quello che voglio.

Ragionamento molto pericoloso perché ci sono regole poste proprio affinché chi ha il potere non infranga le regole del gioco democratico. E queste regole sono state poste non da terzi, ma dagli stessi attori della democrazia, in atti o Trattati di rango superiore come la Costituzione.

Bene ha fatto Mattarella a ricordare che è stata la Costituzione a volere che i magistrati non siano eletti, proprio per non essere costretti a promettere o schierarsi in competizioni elettorali.

I Capi di Stato e di Governo, loro eletti e rappresentanti del popolo, sottoscrissero il Trattato dell’Unione europea che stabilisce le modalità di nomina del Presidente della Banca Centrale europea e i suoi compiti, compiti che oggi Mario Draghi ha esercitato richiamando l’Italia all’osservanza delle regole imposte da quel Trattato liberamente sottoscritto e accettato.

Lo stesso Trattato con le sue regole che l’Ungheria ha accettato quando, per sua richiesta ha voluto entrare nell’Unione europea. Ben ha fatto, quindi, il Parlamento europeo, organo anch’esso eletto direttamente dal popolo europeo, a stigmatizzare il distacco del governo di Orban da quelle regole.

Se entri nel gioco politico democratico devi accettarne le regole, se non le rispetti, entri nella pericolosa deriva che porta forse alla democratura, forse alla dittatura e, certamente, non potrai pretendere il rispetto degli altri partner che con tali regole ancora giocano.

Gli esponenti di spicco di questo Governo, poi, pretendono la sudditanza in nome della loro elezione da parte del “popolo sovrano”. Ma – forse – non considerano una cosa, una cosa importantissima. Salvini e Di Maio sono stati eletti sì, ma sono stati eletti come parlamentari al pari di Brunetta, di Renzi, della Bonino, della Gelmini. Nessun elettore ha dato loro l’investitura per governare così come lo stanno facendo. anzi, a voler essere onesti l’elettore leghista ha dato il suo consenso a Salvini perché mai governasse con Di Maio. L’elettore cinquestelle ha dato il suo consenso a Di Maio perché mai governasse con Salvini. L’attuale Governo ha dunque tradito gli elettori che hanno votato i singoli parlamentari e si regge su un programma ben diverso da quello presentato agli elettri PRIMA delle elezioni ed, in molte parti, con esso contrastante.

PRIMA delle elezioni i cinquestelle tuonavano contro la flat tax e i leghisti contro il reddito di cittadinanza.

Forse proprio loro non dovrebbero parlare di legittimazione popolare.

Ieri, il Ministro del lavoro Luigi Di Maio al Congresso della UIL, ha rilanciato un argomento caro ai Cinquestelle, la Democrazia diretta. Bisogna riformare l’istituto del referendum abolendo il quorum sotto il quale il referendum non passa. «Per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento, con l’abolizione del quorum» nel referendum abrogativo, «di fare in modo per cui chi va a votare conta e chi sta a casa si prende le sue responsabilità», ha detto il vicepremier.

In effetti al punto 20 del Contratto per il Governo del cambiamento [a proposito non sono riuscito più a trovarlo sul sito del blog delle stelle, dove è finito?] i partiti di governo affermano: “È inoltre  fondamentale  potenziare  un  imprescindibile  istituto  di  democrazia diretta già previsto dal nostro ordinamento costituzionale: il referendum abrogativo. Per incentivare forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale occorre cancellare il quorum strutturale – ovvero la necessità della partecipazione alla votazione della maggioranza degli aventi diritto – al fine di rendere efficace e cogente l’istituto referendario. Ulteriore obiettivo di questa proposta, nel solco dello spirito che anima l’articolo 75 della Costituzione, è quello di scoraggiare, in ogni forma, l’astensionismo elettorale, spesso strumentalizzato per incentivare il non voto, al fine di sabotare le consultazioni referendarie.”.

 

Secondo me, l’intento, pur apprezzabile, sortisce effetti contrari al dominio della Democrazia sulla Politica e, oltretutto si scontra con quanto affermato al punto 1 dello stesso Contratto: “intendiamo incrementare il processo decisionale in Parlamento”. E, se passa, l’abolizione dle quorum, sarà proprio il Parlamento ad esser messo fuori gioco.

 

Il Referendum abrogativo è previsto dall’articolo 75 della Costituzione: “E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.”

 

Quindi per eliminare il quorum c’è bisogno del procedimento di revisione costituzionale con doppia lettura.

 

Ma vediamo la sostanza della questione. La nostra è una democrazia rappresentativa e non una democrazia diretta. Il modo principale di “fare le leggi” è quello della discussione in seno al Parlamento. Lì siedono 630 deputati e 315 senatori, quindi circa un parlamentare ogni 47.000 elettori.

La Costituzione si preoccupa proprio di questo. Per sbugiardare il Parlamento abrogandone una legge, occorre una spinta molto forte da parte dell’elettorato: prima la raccolta di 500.000 firme, poi mobilitare al voto la maggioranza degli elettori (il quorum), infine che, in detta maggioranza, far prevalere i all’abrogazione. La Costituzione, rendendo difficile l’abrogazione di una legge con il referendum ha inteso privilegiare il ruolo del Parlamento rendendo le sue leggi difficili da abrogare.

Immaginate dove andrebbe la centralità del Parlamento se bastassero 30.000 o 20.000 o 10.000 persone che si presentassero alle urne per votare ad un referendum per segnare la vita o la morte di una legge votata in Parlamento.

Anche assegnare una connotazione negativa a chi a votare per il referendum non ci va, è sbagliato. Chi non va a votare, al pari di chi vota no, si fida dell’operato del Parlamento che ha liberamente contribuito ad eleggere

Secondo me, abrogare il quorum è andare contro la Costituzione: 10.000 sì non possono oscurare l’operato del Parlamento.

 

Ma in una cosa Di Maio ha ragione: la “strumentalizzazione del non voto per sabotare l’istituto del referendum”.

Per limitare la portata di questa strumentalizzazione, però, non c’è bisogno di abrogare il quorum.

 

Il quorum pari al 50% +1 degli elettori fu previsto e mantenuto nella Costituzione perché dal 1948 agli anni ’90 l’Italia era fra le prime nazioni al mondo per affluenza alle urne. Percentuali dell’85% non erano rare. Quindi il quorum doveva esser alto.

 

Oggi, invece,  specialmente alle elezioni amministrative, la percentuale si è pressoché dimezzata e questo rende – effettivamente – molto più difficile il raggiungimento del quorum stabilito dall’articolo 75 della Costituzione.

 

Una proposta, non mia, ma che appoggio pienamente, è quella di stabilire un quorum variabile ossia pari al 50% +1 non dell’intero corpo elettorale, bensì degli elettori che si sono recati alle urne nelle elezioni politiche immediatamente precedenti alle votazioni per il referendum di cui trattasi.

Mi sembra un ragionevole compromesso.

 

La situazione politica ed economica non è diversa oggi da tre giorni fa. Perché, allora tre giorni fa c’è stato il crollo in borsa e la fiammata dello spread? Anche oggi siamo senza governo, anche oggi abbiamo un presidente del Consiglio in carica per gli affari correnti e ben due aspiranti premier in panchina. Anche oggi abbiamo la prospettiva che due partiti populisti e anti Europa varino il loro governo. Eppure oggi sui mercati c’è bonacia, la borsa recupera e lo spread scende. Che è cambiato?

Nulla, ovviamente.

Salvo che…..

Salvo che due giorni fa il Tesoro doveva rinnovare un po’ (un po’ tanti) BTP quinquennali e biennali che, guarda caso, proprio qualche giorno fa hanno raddoppiato il loro rendimento con un raddoppiato esborso del Tesoro e delle nostre tasche.

E anche altro. Nella famosa crisi del 2011 lo spread raggiunse e superò i 560 punti, ma l’impennata più repentina lo ebbe lo spread sui titoli a 10 anni. Quell a due anni e a cinque anni ebbero un aumento del rendimento più contenuto. Tradotto, significa che la fiducia nel sistema Italia era ancora alto nel breve periodo, ma gli investitori erano preoccupatissimi sul lungo periodo.

Tre giorni fa, invece, la fiammata, oltre 300 punti, ha riguardato indistintament tutte le categoie di BTP: a due, a cinque e a dieci anni.

Ma, esaurita, con danni per il nostro portafoglio, l’asta del Tesoro che dovrà rimborsare fra due e cinque anni i titolari di BTP ad un tasso doppio. Un ottimo affare per chi ha comprato, un pessimo affare per noi italiani.

Qual è la morale? L’Italia è troppo fragile. Il suo spaventoso debito pubblico mina la sua fiducia sul mercato. Qualsiasi voce stonata – come la rivelazione del famoso “piano B” dell’aspirante ministro dell’economia Paolo Savona – può essere tranquillamente usata dalla speculazione per fare buoni affari. Basta un piccolo pretesto, basta una voce e la fragile fiducia che l’Italia si è riconquistata negli ultimi anni va in frantumi e i software automatici delle borse si orientano tutti insieme su “VENDERE!!!” con un effetto moltiplicatore da non credere.

Solo una forte Unione europea, una forte BCE, può salvaguardare la nostra economia, rafforzando la fiducia sull’Italia, unendola a quella di tutti gli altri Stati membri.

Quindi, stiano attenti gli attori di questo teatrino politico. Una parola di troppo e la speculazione riparte. Non vorrei che ci fosse puzzo di aggiotaggio e di insider trading. Il mio portafoglio, con i miei euro guadagnati con il sudore non lo sopporterebbe.

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