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I risultati elettorali hanno preso forma. Si sa chi ha vinto e chi ha perso. Chissà quale governo ci tocccherà. Ormai, sia pur appena finita, la campagna elettorale è solo un ricordo.

A futura memoria, ho pensato di raccogliere in un Ebook disponibile su Amazon al  prezzo di 0,99 euro le mie impressioni e i miei ricordi di questa feroce campagna elettorale. Se na dimenticare che se c’è campagna elettorale e dialettica significa che siamo in democrazia.

L’Ebook è disponibile a questo indirizzo https://www.amazon.it/Quella-campagna-brutta-sporca-cattiva-ebook/dp/B07B77TGY3/

Luigi Di Maio ha presentato le persone che, in caso di vittoria totale dei Cinquestelle, andranno a ricoprire – se il Parlamento darà loro la fiducia – l’incarico di ministri della Repubblica.

Nulla da eccepire a questa mossa. Oltre al sapore propagandistico, ha, però, il pregio di dire agli elettori: “Ecco, se votate per noi, questi saranno i ministri che avrete!”. Operazione trasparenza, niente da dire, ma veritiera solo se i Cinquestelle non dovranno affrontare le forche caudine di un governo di coalizione.

La “lista” la conoscete, i giornali, anche quelli on line ne hanno abbondantemente parlato, potete vedere qui, qui e qui.

Non voglio entrare nelle polemiche che hanno coinvolto la Giannetakis (“rea” di aver appoggiato la riforma costituzionale di Renzi) o Salvatore Giuliano (reo di aver sottoscritto l’appello a favore della “buona scuola” di Renzi). Le persone possono anche cambiare idea e cambiare casacca anche in casa Cinquestelle, come accusano sempre i grillini per gli altri partiti, anche se il grido di Giuliano “La scuola è con Lei, Presidente”, rivolto a Renzi si presta quantomeno ad ipotesi di doppio carpiato con giravolta.

Ma, dicevo, non è di questo che voglio scrivere. È del metodo adottato dai Cinquestelle nella scelta delle persone: praticamente tutti esterni al partito (pardon, al Movimento). Possibile che, al loro interno non abbiano trovato persone adatte e, per quello che scriverò fra poco, ci voleva veramente poco. E’ una implicita ammissione di debolezza e di incapacità a formare una classe politica.

 

La seconda perplessità deriva dalla “pochezza” delle persone prescelte. Saranno anche brave e oneste persone, non lo metto in dubbio, competenti nel loro campo. Ma governare è un’altra cosa, richiede una esperienza decisamente superiore.

Assumere la carica di ministro presuppone un bagaglio non solo di competenze e di esperienze, ma anche una rete di contatti a livello interno ed internazionale, visto che l’Italia in tale contesto internazionale è saldamente inserita.

Domenico Fioravanti sarà anche un campione olimpico di nuoto, una gloria dello sport italiano, una carriera sportiva costruita con tanti sacrifici, anteponendo la piscina alla vita privata, ma – perdonatemi – cosa volete che ne sappia delle trattative per portare un grande evento sportivo in Italia o dei finanziamenti necessari per dotare l’Italia di più infrastrutture sportive?

Andrea Roventini è un professore associato di Economia Politica alla Scuola Sant’Anna di Pisa, istituto di eccellenza senz’altro, ma è un professore e come tale, elabora teorie, senza sperimentarle sul campo.

Vogliamo mettere la differenza di bagaglio culturale, di esperienza e di relazioni che ha l’attuale ministro Pier Carlo Padoan? Dalla sua biografia leggo (la trovate qui) che è stato docente di Economia presso l’Università La Sapienza di Roma, il College of Europe di Bruges e Varsavia, l’Université Libre de Bruxelles, l’Università degli Studi di Urbino, quella di La Plata e l’Università di Tokyo;  che dal 2001 al 2005 è stato direttore esecutivo per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale con responsabilità su Grecia, Portogallo, San Marino, Albania e Timor Est; che dal 1º giugno 2007 al febbraio 2014 è stato vice segretario generale dell’OCSE, e il 1º dicembre 2009 ne diviene anche capo economista. Grazie a lui, finalmente l’Italia è uscita dalla stagnazione meritandosi a Davos, gli elogi dell’OCSE e del Fondo monetario internazionale. Un bel po’ di differenza con il candidato grillino, vero?

 

Chi mi conosce sa che ho maturato un bel po’ di esperienza accanto ai politici e attendendo ad incarichi nel settore legislativo. Credetemi, i peggiori ministri che ho conosciuto sono i professori universitari, innamorati delle loro teorie, belle, idealistiche, ma inapplicabili nella pratica.

 

Un altro esempio di visibile contrasto è nella scelta della candidata ad un Dicastero chiave come il Ministero dell’interno di Paola Giannettakis, definita come criminologa e collaboratrice della polizia dai media.

Ho letto il suo curriculum vitae, compilato da lei. E’ visibile cliccando qui: professore a contratto a Macerata, professore a contratto all’Aquila, professore straordinario alla link Campus University di Roma. Ha una lunghissima serie di master e diplomi. Esperienza sul campo non ne appare. Un’altra teorica.

Impietoso il confronto con curriculum sul campo di Marco Minniti, attuale ministro dell’interno. Dalla sua biografia (che potete trovare cliccando qui) leggo che, prima di assumere la carica di Ministro dell’interno, è stato sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio (governo D’Alema I e II), sottosegretario al Ministero della difesa (governo Amato II) e vice ministro dell’Interno (governo Prodi II), sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti nel governo Letta dal 17 maggio 2013 al 22 febbraio 2014 e nel governo Renzi dal 28 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016

Di esperienza e competenze ne ha parecchie.  Chi potrà essere un migliore interlocutore in Unione europea, al G7 e nei consessi internazionali dei leader del mondo? Minniti o la Giannettakis?

Chi dei due potrà discutere, nei frequenti incontri a porte chiuse, di migranti, rifugiati, ISIS e compagnia cantando?

 

Per la mia esperienza personale, vissuta in 40 anni di lavoro accanto a Ministri, sottosegretari, capi di Gabinetto, Capi Legislativi, politici e politicanti vari, vi posso assicurare che ho maturato la convinzione che i politichi devono fare i politici e i professori devono fare i professori.

 

La bravura di un politico si misura nella sua capacità di ascoltare i professori e le loro teorie ed interpretare sul campo quella scelta e reputata giusta.

La bravura del professore si misura nella sua capacità di spiegare al politico i risultati dei suoi studi e perché convenga orientare la politica in quel senso.

 

La scelta di Di Maio appare orientata ad un Governo tecnico che in Italia mai ha dato buona prova.

Beh, dal 5 marzo 2018 si potrà vedere, ma questa, come dice Corto Maltese, è un’altra storia

Oggi il “candidato premier” dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, con forza, ribadisce un vecchio mantra dei grillini: “multa pesante per chi cambia partito nel corso della legislatura“. Il vecchio mantra è anche una vecchia “fake news”. Non hanno imparato nulla nel corso dei 5 anni di legislatura. Anche se sottoscritto dal candidato, l’irrogzione di una multa (più correttamente una penale, trattandosi di un contratto privato) E’ NULLA, NON VALE NIENTE perché è contraria alla legge e alla Costituzione. Infatti, l’articolo 67 della nostra Carta costituzionale recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato“.

Quindi anche se l’eletto Cinquestelle che ha sottoscritto la volontà di sottoporsi alla “multa” se cambia partito nulla dovrà ai Cinquestelle.

Poi Di Maio sembra, forse, rendersene conto e afferma che, quando saranno al Governo, proporranno l’abolizione del vincolo di mandato. A parte il fatto che dovranno far passare una legge di riforma costituzionale, cerchiamo di capire perché i nostri padri costituenti non hanno voluto il vincolo di mandato.

Se il vincolo di mandato fosse vigente, il Parlamento sarebbe inutile e sarebbe inutile anche il Governo, perché ogni parlamentare dovrebbe votare solo ed unicamente le leggi proposte dal suo partito con il quale ha il vincolo di mandato. Al posto del Parlamento, basterebbe una piccola riunione dei segretari di partito per definire quali leggi i loro “nominati” devono votare. Anche oggi abbiamo un Parlamento di nominati ma, almeno, essi non hanno l’obbligo giuridico di votare secondo il volere del segretario del Partito. Non voglio vivere in un Paese in cui lla Carta fondamentale sancisce lo strapotere dei Partiti

Ricordo, infine, che l‘unica norma costituzionale che riguarda direttamente i partiti politici è l’articolo 49, secondo il quale tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere “con metodo democratico” a determinare la politica nazionale.

Se siete d’accordo, condividete…

 

Stavolta non voglio dare uno sguardo sul mondo, ma sulla nostra Italia. Il Parlamento ha approvato una controversa riforma costituzionale che, secondo alcuni, velocizzerà l’iter legislativo e renderà più chiare le competenze fra Stato e Regioni; secondo altri la Riforma è un pateracchio confuso che ci porterà ad un regime quasi dittatoriale. Forse prima di giudicare e senz’altro prima di andare, con il nostro voto, a dire si o no al referendum previsto in ottobre, è meglio compiere un piccolo sforzo e studiarla un po’, magari mettendola a raffronto con la Costituzione attuale.

Cercherò, articolo  per articolo, nei successivi post, di mostrarne le differenze e le conseguenze.

A chi vuole “correre” e leggerla tutta di un fiato consiglio di cliccare qui, sull’Atto Camera 2613-D che, fuori dai burocratismi, è il testo della riforma approvato secondo il procedimento dell’articolo 138 dell’attuale Costituzione che così dispone:

Art. 138

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

 Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

La lettura di questo articolo ci insegna come il procedimento di approvazione delle leggi che modificano la Costituzione sia parecchio diverso da quello in uso per le leggi, diciamo così, normali. Queste ultime hanno bisogno solo che Camera e Senato raggiungano l’accordo su di un testo, magari rimpallandoselo più volte (la cosiddetta navetta) fino a che approvino un testo identico.

L’articolo 138 dispone, invece, che una legge di rango costituzionale, o che modifichi la Costituzione, ha bisogno di un doppio passaggio per ciascuna delle due Camere. Fra i due passaggi devono trascorrere almeno tre mesi e che, nella seconda votazione, la maggioranza necessaria è quella assoluta, ossia della metà più uno dei componenti di ciascuna Camera.

Se la legge costituzionale viene approvata dalla Camera e dal Senato con la maggioranza dei due terzi dei rispettivi componenti, la legge costituzionale viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale ed entra subito in vigore.

Se la maggioranza, come in questo caso , non raggiunge i due terzi dei componenti, la legge approvata non viene pubblicata, ma entra in uno stato di limbo per tre mesi, entro i quali cinquecentomila elettori oppure cinque consigli regionali o un quinto dei membri di una Camera facciano richiesta di sottoporla a referendum popolare.

A differenza del più noto referendum abrogativo, questo tipo di referendum NON prevede un quorum, quindi la nuova legge costituzionale si intende approvata se la maggioranza dei voti validi è SI. Quindi anche se a votare vanno 6 persone e tre votano SI, una scheda bianca e due votano NO, la legge è approvata.

La legge che regola i Referendum è del 1970 ed è consultabile cliccando qui.

Questo procedimento più complesso fu voluto dai “padri costituenti” per rendere più difficile modificare la legge fondamentale dello Stato che è bene non cabi tanto frequentemente per poter essere una sicura e duratura guida pe rle leggi ordinarie.

Per chi volesse avere sotto gli occhi il testo attuale e vigente della Costituzione italiana, suggerisco una visita al sito del Quirinale cliccando qui.

In un prossimo post inizierò ad esaminare le modifiche che il nuovo testo apporta al vecchio.

A presto

 

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