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E ci risiamo, comincia la campagna elettorale e, subito, il povero Euro si prende tutte le colpe.

E’ di ieri l’affermazione del candidato CinqueStelle, Di Maio, che, se l’Europa non si allinea alle richieste dell’Italia, voterà a favore nel Referendum indetto per l’uscita dall’Euro.

Lo sa Di Maio che in un Europa a 27 Paesi è ben difficile andare col fucile puntato a dire o mi date quello che voglio o esco dall’Euro? La risposta più probabile sarà “E vattene dall’Unione europea!”.

Lo sa Di Maio che l’articolo 75 della Costituzione non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, come è l’adesione all’Euro?

Lo sa Di Maio che l’unico Referendum consultivo che si è tenuto in Italia nel 1989 è di dubbia legittimità costituzionale, in quanto non previsto, e di nessuna valenza giuridica?

Lo sa Di Maio che in questi anni di spensieratezza finanziaria siamo sopravvissuti solo perché c’era l’Euro?

Lo sa Di Maio che il tanto elogiato Tsipras che aveva condotto una campagna elettorale per  l’uscita dall’Unione europea, dovette cambiare idea repentinamente perché il giorno dopo il risultato elettorale a lui favorevole, centinaia di migliaia di greci si sottoposero a lunghe file davanti ai bancomat per fare scorte di Euro, facendo chiaramente capire che avevano molta più fiducia nella moneta europea che in un ritorno alla dracma?

Lo sa Di Maio che i Trattati UE NON PREVEDONO l’uscita dall’Euro ma solo la procedura prevista dall’Articolo 50 per l’uscita dall’Unione europea? Sì, quella che sta seguendo il Regno Unito e che, per ora, significa che  l’UK deve restituire frai 40 e i 60 miliardi di Euro all’Unione.

Lo sa Di Maio che queste improvvide affermazioni, queste panzane, spaventano i mercati con conseguente rialzo dello spread che paghiamo tutti noi?

E, da ultimo, ricomincia il ritornello del presunto errore del rapporto che fu fissato fra lira ed euro, a dire di molti politici, troppo sfavorevole per l’Italia.

E’ bene ricordare che il rapporto lira/Euro non fu fissato a tavolino secondo le idee del momento dei politici, bensì viene da lontano, da molto lontano.

Ricordiamoci che la Lira uscì dal sistema monetario europeo (SME) nel 1992 in seguito ad una fortissima crisi:

Il fenomeno speculativo dell’estate 1992 coinvolse la lira italiana e la sterlina britannica. Il governo italiano, retto da Amato, il 13 settembre decise di svalutare il cambio di riferimento della valuta nazionale complessivamente del 7%, in particolare la lira in sé fu svalutata del 3,5%, mentre le altre valute furono rivalutate del 3,5%.

Il 16 settembre dello stesso anno (giorno che sarebbe poi divenuto noto come “mercoledì nero“) il governo britannico decise di far uscire la moneta nazionale dallo SME. Il giorno dopo la medesima decisione fu presa dal governo italiano.” (fonte: Wikipedia).

Molti di voi non erano nati e non si ricordano i brutti momenti che passammo, paragonabili a quelli che passò qualche anno fa la Grecia.

Nel 1996 si cominciò a parlare di moneta unica e, condizione essenziale per farvi parte era rientrare nello SME ma con un cambio valutario corretto e, soprattutto, accettato da tutti i partner.

La missione di far accettare di nuovo la Lira nello SME toccò al ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi nel novembre 1996 che tentò di convincere  partner su un cambio di circa 1000 lire sul marco (ossia il cambio che allora i mercati accettavano).

Il resoconto di quella memorabile giornata è ben descritto in un articolo de L’Inkiesta (il link è qui) e di cui riporto alcuni passi.

Il punto chiave del rientro nello SME era il tasso di cambio ritenuto corretto dagli altri partner europei. Nella riunione di sabato mattina a Palazzo Chigi, il Presidente del Consiglio Prodi e Ciampi appresero dal Governatore della Banca d’Italia Fazio che la video-consultazione del venerdì aveva prospettato la posizione tedesco-olandese, che sostenevano che il cambio giusto per la lira sarebbe stato 925 per un marco. Prodi e Ciampi dissero che non se ne parlava neppure. Gli industriali italiani fantasticavano tassi di cambio ben superiori a quota 1.000, tipo 1.030/1.040. Il Governo sapeva che l’unica speranza era aggrapparsi alla cifra tonda: quota 1.000. Per ottenere 1.000, si decise si dare a Draghi e Ciocca il mandato di chiedere 1.010, con la facoltà di scendere a 1.000. Il tasso di cambio sui mercati in quei giorni viaggiava intorno a 985 lire per marco. Draghi e Ciocca non trovarono l’accordo ma riuscirono ad abbattere il muro delle 950 lire, trovando qualche difficoltà a trattare su quota 970.” …”[l’accordo] si trovò l’accordo in tarda serata (giusto in tempo per comunicare l’accordo prima dell’apertura dei mercati australiani: mezzanotte di Bruxelles equivale alle 9.00 a Sidney) a quota 990 contro marco. Questa parità di 990, non modificabile secondo il Trattato di Maastricht, sarà la parità base per il calcolo del cambio lira/euro a fine 1998, prima della nascita dell’euro, il 1° gennaio 1999“.

Infatti questa quota rimase fino al 31 dicembre 1998, data di nascita dell’Euro. E anche per le altre valute si tenne lo stesso metodo: il rapporto che rispecchiasse il valore reciproco delle singole valute rispetto alle altre partecipanti allo SME. In parole povere il valore dell’Euro rispecchiava i rapporti di cambio delle valute partecipanti allo SME, frutto quindi di un calcolo matematico e non di giochi di tavolino.

In conclusione la lira, nel 1996, rientrò nello SME con il valore che i mercati le davano, quindi “il giusto prezzo” ma, con in più – e qui sta la grandezza di Ciampi – con la fiducia che tale rapporto si sarebbe mantenuto nel tempo, senza più crisi come quelle del 1992.

Per finire  e per dare un esempio di quanto difficile fu ottenere questo cambio che ora i politici senza memoria ritengono ingiusto, riporto un altro pezzo dell’articolo sopracitato “Il Financial Times, però, il 26 novembre 1996 fece tornare il sorriso a Carlo Azeglio Ciampi. Lionel Barber – The quest for Emu: Italy home but not dry – descrisse Ciampi come un lottatore (“His craftiness is legendary”) senza pari in Europa, l’unico in grado di vincere la resistenza del duro dei duri, Hans Tietmeyer, Presidente della Bundesbank. Barber – tra l’altro – cita un diplomatico italiano: “Ciampi gave the performance of his life. Se qualcuno avesse provato la stessa operazione lo avrebbero buttato giù dalla finestra”.

 

Uno degli errori più frequenti che noi, poveri umani, commettiamo è quello di ergerci a misura di tutte le cose: il mio pensiero è quello prevalente nell’ampio consorzio in cui vivo.

Ci sono molte e valide scusanti per questo errore. A parte casi non frequenti, ognuno di noi vive per anni e anni nello stesso contesto e, quasi senza accorgersene, come olio nell’acqua o il mercurio dei vecchi termometri, tende ad avvicinarsi a chi è più simile trasmettendo le proprie idee e, nel più classico processo osmotico, assorbendo quelle di chi gli sta vicino.  Anche nell’odierna società “sempre connessa”, è falso il mito della completa informazione. Si clicca sempre sulle stesse testate giornalistiche, magari leggendo solo i titoli [che servono ad acchiappar polli]. Anche chi ha 3687 “amici” su Facebook, interagisce con non più di un centinaio di essi, quelli che hanno una maggiore comunanza di vedute: pian piano Facebook i mostra solo quelli con i quali hai una maggiore interazione; i post degli altri non li vedrai mai.

Inconsciamente, quindi, ci siamo creati un microcosmo di eadem sentire dal quale, per comodità o per noia non ci allontaniamo. E, allora, la coscienza comune di questo microcosmo ci appare estensibile all’universo intero come la verità ineluttabile e inconfutabile.

Pensino ora i miei venticinque lettori che mi onorano della loro attenzione che voglia tediarli con un discorso filosofico-antropolgico? No, era solo la doverosa premessa ad una senzazione che vorrei condividere; sensazione personalissima, ma che – forse – ho la presunzione che si estenda al di là del mio personalissimo microcosmo.

Qualche anno fa, un giovane politico toscano irrompe sulla scena politica, fa fuori un suo compagno di partito e si installa alla guida del Paese. I primo effetto è dirompente. Un boom di voti alle elezioni per il Parlamento europeo, superiore del 10% alla messe di voti conquistati dal partito nelle precedenti politiche. Peccato che, per orrenda tradizione italiana, le elezioni europee non sono mai state una test probante. Il nuovo premier va avanti deciso, vuole rivoluzionare l’Italia. Ce ne è bisogno, davvero. I suoi ministri sfornano lunghissime e complicate leggi che dovrebbero semplificare l’apparato burocratico. Ma va oltre, propone un nuovo disegno della carta fondamentale. Il disegno viene costruito in Parlamento con tutte le modifiche del caso necessarie per farlo approvare, ma il nostro se ne intesta la titolarità e chiede il responso del popolo sovrano più sul suo operato che sul testo della riforma costituzionale, invero piuttosto pasticciato.  Perde 60 a 40, ma si intesta tutto quel 40% e, pur non essendo più il premier, continua a dettare l’agenda sostenuto da un buon risultato alle primarie. Peccato che, rispetto alle precedenti, tanti siano andati al mare.

Questi i fatti.. D’ora in poi le sensazioni. Per la prima volta seto da tutte le parti una intenzione di votar contro. Non votar contro una idea, una linea, un programma. Ma votar contro una persona da parte di chi, per anni, ha votato per il partito di cui l’enfant prodige è segretario.

Quello che sento, anche nei bar emiliani, è una totale disaffezione non per il partito, non per la linea, ma per la persona. Sì proprio per la persona, non per le sue idee. Chiunque altro avesse proposto le sue idee, avrebbe avuto il consenso della base. Lui, poverino, no.

Me ne vado perché c’è lui, non perché non ami più il partito. Se quella persona non ci fosse, continuerei a votare quello che, da sempre, è il mio partito. Questo sento dire. Certo, forse, solo nel mio microcosmo che conta lo 0,00001% degli elettori. Sarà senz’altro così. Certo, gli altri la penseranno diversamente. Eppure…. mi riesce difficile trovarli.

Reputo questa riforma costituzionale scritta male, pasticciata e confusionaria. Se uno studente di giurisprudenza l’avesse portata come tesi di diritto costituzionale, sarebbe stato cacciato a pedate. Sono anche convinto che la riforma costituzionale non sia fra le massime priorità attese dal nostro Paese.

Però… però… le idee sottese a questo aborto di riforma mi piacciono. Mi piace che una sola Camera dia la fiducia al Governo, mi piace la più netta separazione delle competenze fra Stato e Regioni, mi piace la corsia preferenziale delle leggi di interesse del Governo: la Camera ha 70 giorni per decidere sì o no e di modificarla nel rispetto delle competenze istituzionali, ma se non lo fa, passa la norma del Governo. Diminuiranno senz’altro i decreti legge. Tutto sommato mi piace anche il traballante equilibrio di competenze/controllo fra Senato e Camera. Mi piace la riforma del referendum non più attaccato all’anacronistico 50% +1 dell’elettorato. Così i fautori del no non potranno più trincerarsi dietro l’astensionismo, ma dovranno andare a votare. Mi piace il miglioramento dato alla procedura  delle leggi di iniziativa popolare. La legge elettorale qui non è in discussione. Si vota su altro. D’altronde anche nella Costituzione del 1948 non c’era traccia del sistema elettorale con il quale si sarebbe andato a votare.

Prima si fa la legge fondamentale. poi, da questa si fa il sistema elettorale.

Se domenica prossima dovesse vincere il , tutto questo non andrà perduto. I nodi verranno certamente al pettine, ma le correzioni sono e sono state sempre possibili. Qualche legge costituzionale “correttiva” e le magagne potranno essere appianate. Per correggere ci vuol meno tempo che a progettare.

Se domenica dovesse vincere il no, al grido [di pancia] “E’ IL POPOLO CHE LO VUOLE” per almeno vent’ anni la Costituzione non si toccherà più e rimarremo nella palude delle conseguenze del no.

Non credo a sconquassi finanziari od economici. Sì ci sarà fiammata di spread e tonfi di borsa. Ma quello che mi fa un po’ paura è lo scenario che si va delineando per il dopo “vittoria del no”. Larghe intese (sinonimo di inciucio) per riformare l’italicum in modo proporzionale, in modo da favorire l’elezione di rappresentanti di tutte e tre le aree (sinistra, destra, pentastellati). Sul presupposto che i pentastellati, come fin ora, vogliano continuare a fare i duri e puri senza alleanze, fidando come un uomo politico del passato con panciotto di cachemere, nei vantaggi di stare all’opposizione, l’area di centro destra e quella di centro sinistra saranno costretti ad una grande coalizione dove mangeranno tutti. Tutti mangeranno e siccome sono tutti al governo non ci sarà responsabilità di alcuno.

P.S.: questo è quello che mi dice il cervello, ma anche la pancia non scherza. La settimana scorsa un settimanale ha pubblicato un collage di fotografie di volti di politici e personalità pubbliche schierati per il no ed un collage di fotografie di volti di politici e personalità politiche schierate per il sì. Non ci crederete, forze un effetto voluto dal fotografo, nessuno del gruppo di quelli schierati per il no mi è simpatico. Eh, sì, la pancia conta.

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