Archivio degli articoli con tag: efficienza del parlamento

Se nella prima parte abbiamo fatto un po’ di storia sul numero dei parlamentari e sulle supposte ragioni addotte dai promotori della legge, in questa seconda parte cerco di smontare alcune delle motivazioni poste dai Cinquestelle a fondamento della loro proposta [risparmio ed efficienza]. La motivazione principale è il risparmio delle Casse dello Stato dovuto alla minore spesa per lo stipendio dei parlamentari “tagliati”.

I Cinquestelle hanno stimato il risparmio per lo Stato di oltre 500 milioni di euro. Tale risparmio è stato più volte smentito, in quanto calcolato su una intera legislatura di cinque anni e al lordo delle tasse [se diminuisci una massa stipendiale, riduci anche l’introito IRPEF da questa generato].

Calcoli univoci, vedi WallStreet Italia a questo link, stimano un risparmio netto di 57 milioni l’anno, che ad un singolo sembrano tanti, ma costituiscono appena lo 0,007% della spesa annua dello Stato. Anche sull’intera legislatura, al netto delle tasse [solo così è possibile considerare il risparmio reale], la diminuzione di spesa arriva sì e no a 285 milioni, poco più della metà di quello [500 milioni] reclamizzato dai Cinquestelle che calcolano il risparmio sul lordo degli stipendi, non considerando che diminuendo gli stipendi diminuisce anche il gettito IRPEF.

Se si tiene conto che il costo del Referendum che andremo ad affrontare, fra spese vive e compensi aggiuntivi ai componenti delle circa 63.000 sezioni elettorali, ammonta a circa 300 milioni di euro, ecco che ci siamo giocati il risparmio di una intera legislatura.

Seconda motivazione: aumentare l’efficienza delle Camere. Su questo aspetto il punto interrogativo è grande quanto una casa: meno parlamentari rendono il Parlamento più efficiente?

Qui un po’ vi dovete fidare. Chi mi conosce sa che, come tecnico di Ufficio legislativo, ho passato venti anni della mia carriera professionale nel Senato e nella Camera di cui – ormai – conosco anche i più reconditi meccanismi.

Il problema principale del Parlamento non è il numero dei suoi membri, bensì le regole che si è dato, i famosi Regolamenti, che hanno rango di leggi costituzionali.

Il Regolamento della Camera è a questo link.

Il Regolamento del Senato è a questo link.

Il principale problema, mai affrontato, che genera confusione e ritardi, è quello della convivenza fra Commissioni, il cui calendario è deciso dal Presidente della stessa e l’Aula, il cui calendario è deciso, all’unanimità, dalla Conferenza di Capigruppo.

Chiunque abbia studiato un po’ di “educazione civica” sa bene che una legge, per essere approvata, deve passare il vaglio di ben quattro letture, Commissioni [merito e pareri] e Aula della Camera e Commissioni [merito e pareri] e Aula del Senato. Il lavoro delle Commissioni è importantissimo: è lì che la materia viene sbozzata e preparata per la votazione dell’Aula, ma il lavoro delle Commissioni spesso è interrotto dai lavori dell’Aula che chiama a raccolta i Parlamentari per il voto. Non escludo, non ho fatto i calcoli, che con la riduzione del numero dei parlamentari sarà impossibile – per carenza di numero legale – il lavoro contemporaneo di Aula e Commissioni con il risultato di un blocco totale del Parlamento.

Spesso, lo avete letto sui giornali, il testo di una legge viene chiamato dall’Aula, quando non è ancora finito il lavoro delle Commissioni per esser completamente rimpiazzato da un maxi emendamento sostitutivo su cui il Governo pone la fiducia.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: leggi incomprensibili composte di un solo articolo e di centinaia di commi, illeggibili, per nulla chiare e suscettibili di interpretazioni varie, come – ad esempio – la legge di bilancio 2019,  (LEGGE 30 dicembre 2018, n. 145 Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021. (GU n.302 del 31-12-2018 – Suppl. Ordinario n. 62 )   approvata dal Parlamento senza passare per le Commissioni. Ci capite qualcosa?  Vi sfido.

Questi problemi anzidetti, non verranno certo diminuiti o eliminati dal taglio netto dei parlamentari, ma verranno senz’altro amplificati per mancanza “di forza lavoro”.

Senza eliminare una parte dei Parlamentari, un miglior risultato poteva essere ottenuto approntando il lavoro del Parlamento – come si fa in tante altre parti del mondo, compreso il Parlamento europeo – per “sessioni”: per tre settimane lavorano solo le commissioni che, nella quarta settimana, riversano il loro lavoro, pronto e pulito, al vaglio dell’Aula.

Con la riforma di un taglio netto dei parlamentari non si risolverà, poi, alcuno dei problemi che affliggono il nostro Parlamento come l’ostruzionismo, la presentazione di migliaia di emendamenti da parte di un solo parlamentare [ricordate Calderoli e la sua macchina “produciemendamenti”?]. Non si risolverà la transumanza dei parlamentari da un Gruppo all’altro. Gli uffici di supporto ai gruppi parlamentari, pagati con le nostre tasse, rimarranno uguali a quelli di adesso, non essendo – per loro – previsto nulla nel referendum.

Il costo della macchina “Parlamento” rimarrà praticamente uguale.

I Parlamentari, che siano 600+315 o 400+200, potranno comunque essere assenteisti o stakanovisti, bravi o mezze calzette, animati da buoni propositi o solo dall’attaccamento alle poltrone. Questo taglio non incide assolutamente sulla qualità dei parlamentari.

Prima di tagliare i Parlamentari, si riformino i regolamenti, per esempio tornando al disposto costituzionale dell’art. 72 che dispone che i disegni di legge siano approvati “per articoli” e non per commi o sottocommi, o parole immesse nei testi.

Infine, c’è qualcuno, anche quotidiani nazionali, che affermano che il Parlamento abbia troppi parlamentari perché ora ci sono le Regioni e il Parlamento europeo. Veramente le Regioni e le assemblee regionali erano state previste anche dalla Costituzione del 1947 ed anche la loro potestà legislativa, basta guardare gli originali articoli 117 e 118 (poi modificati nel 2001). Ritenere che il Parlamento europeo sia in competizione e contrasto con i Parlamenti nazionali significa non conoscere che Il trattato di Lisbona ha definito per la prima volta il ruolo dei parlamenti nazionali in seno all’Unione europea. I parlamenti nazionali, ad esempio, possono esaminare i progetti di legge dell’UE per controllare se rispettano il principio di sussidiarietà, possono partecipare alla revisione dei trattati dell’UE, oppure possono prendere parte alla valutazione delle politiche dell’UE in materia di libertà, sicurezza e giustizia. Il trattato di Lisbona ha inoltre specificato che il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali dovrebbero definire insieme l’organizzazione e la promozione di una cooperazione interparlamentare efficace e regolare in seno all’Unione europea.

Di conseguenza, il Parlamento europeo ha adottato nel 2009 (vedi link qui) e 2014 (vedi link qui) risoluzioni che trattano specificamente dello sviluppo delle relazioni tra il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali.

Continua…..domani….

Oggi la stampa riporta la notizia dell’approvazione da parte della Camera, in seconda lettura conforme, del Disegno di legge costituzionale volto a ridurre il numero dei parlamentari.

Quindi, secondo l’articolo 138 della Costituzione, se dopo tre mesi Camera e Senato riapprovano, in testo conforme, il medesimo Disegno di legge modificherà la Costituzione stessa, salva la possibilità di Referendum in alcuni casi.

Il Disegno di legge (n. 214 al Senato e n.1585 alla Camera) prevede (qui il testo) che il numero dei deputati scenda da 630 a 400 ed il numero dei senatori da 315 a 200.

La motivazione, posta dai presentatori, a base della proposta è la seguente: “Coerentemente con quanto previsto dal programma di governo, si intende pertanto riportare al centro del dibattito parlamentare il tema della riduzione del numero dei parlamentari, con il duplice obiettivo di aumentare l’efficienza e la produttività delle Camere e, al contempo, di razionalizzare la spesa pubblica. In tal modo, inoltre, l’Italia potrà allinearsi agli altri Paesi europei, che hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitato.”

Quindi efficienza e riduzione della spesa, ma a scapito della funzione più importante, direi quasi sacra, della rappresentatività del popolo italiano.

Beh, io non sono per nulla d’accordo e vi spiego perché.

Riduzione della spesa: ben poca cosa. Si ridurrebbe solo la spesa per gli stipendi dei parlamentari, una goccia nel mare dei costi della politica. Non si ridurrebbero i costi delle strutture del Parlamento che rimarrebbero identiche. Pensate voi che si licenzierebbero funzionari, commessi  o si ridurrebbero gli Uffici sol perché sono diminuiti i parlamentari? Non penso proprio.

Efficienza: l’efficienza del Parlamento è bassa, lo sappiamo, ma la colpa non è certo nel numero dei parlamentari, bensì va ricercata nei regolamenti delle due Camere. Un esempio? Come sapete i disegni di legge vanno prima discussi delle Commissioni parlamentari competenti per materia e, poi, una volta approvate da queste Commissioni, affrontano di nuovo l’iter di approvazione in Aula con, ancora una volta, proposizione di emendamenti, discussione etc.

I lavori fra Aula e Commissioni non sono coordinati: capita spesso che le Commissioni (formate dagli stessi parlamentari che potrebbero o dovrebbero esser presenti in Aula) lavorino in contemporanea con l’Aula o che i lavori delle Commissioni debbano essere interrotti per il contemporaneo succedersi di votazioni in Aula. Sarebbe più facile organizzare il lavoro per sessioni. Ad esempio, nelle prime tre settimane del mese si riuniscono solo le Commissione, nell’ultima solo l’Aula. Il contrasto svanirebbe nel nulla.

Oppure, un’altra proposta semplice semplice per aumentare l’efficienza: il disegno di legge viene discusso ed approvato in Commissione di merito (ove, si presume, siedano parlamentari competenti nella materia trattata) e l’Aula sarà chiamata solo ad approvarla o a bocciarla senza iniziare di nuovo il percorso di merito.

Quindi non è il numero dei parlamentari ad intralciare il lavoro, bensì i regolamenti delle Camere.

Anche il confronto, tanto sbandierato, con gli altri Paesi europei non dà cifre molto dissimili: In virtù della Costituzione attuale, in Italia abbiamo 945 parlamentari, di cui 630 deputati e 315 senatori. A questi, in realtà, vanno aggiunti i senatori a vita (al massimo 5) e i senatori di diritto a vita, cioè i presidenti emeriti della Repubblica e quelli nominati dal Presidente della Repubblica. Ciò significa che, senza includere nel calcolo i senatori a vita, nel nostro Paese abbiamo 1,6 membri del Parlamento per ogni 100mila abitanti.

In Francia per ogni 100mila abitanti ci sono 1,4 parlamentari, in Germania 0,9, in Spagna 1,3 e in Polonia 1,4. In numeri assoluti, a fronte dei nostri 945 parlamentari, il Parlamento tedesco contempla 699 membri e quello francese 925.

Cifre, quindi, simili. Anche se bisogna considerare che la Germania è uno Stato federale ed ogni Land ha già il suo Parlamento. Discorso analogo per un altro esempio preso a modello da chi vuole ridurre i Parlamentari: gli USA. Negli Stati Uniti d’America, il Senato è composto da 200 membri e la Camera dei rappresentanti da un massimo di 435 membri. Anche gli Stati uniti sono uno stato federale con i suoi propri organi di governo e le due Camere sono chiamate ad esprimersi solo su limitati argomenti.

La nota negativa, troppo negativa, che la riduzione del numero dei parlamentari pone è la drastica caduta di rappresentatività del Parlamento. E la rappresentatività de popolo italiano è la massima funzione del Parlamento sancita dall’art.1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Ossia tramite il Parlamento.

Ed il Parlamento DEVE essere il più rappresentativo possibile. In Italia, gli elettori per la Camera, alle ultime politiche erano 46.505.350.  Quindi un deputato alla Camera ogni 73.818 elettori. Sempre alle ultime politiche de 2018, gli elettori per il Senato (età maggiore di 25 anni) erano 42.780.033, quindi un senatore ogni 135.809 elettori.

Ora, in un Paese che si rispetti, il candidato deve raccogliere, con l’aiuto del suo partito, il consenso del maggior numero di elettori, per cui, prima di tutto, deve farsi conoscere dal maggior numero possibile di persone.

Se la riforma proposta andasse in porto ci sarebbe un deputato ogni 116.263 elettori ed un senatore ogni 213.900 elettori.

Il mio ragionamento sarà pure una grande semplificazione, perché esistono le circoscrizioni, i collegi etc., ma il risultato ed il senso del ragionamento non cambia. Pensate voi sia più facile per un candidato alla Camera farsi conoscere da 73.818 elettori o da 116.263 elettori?

E’ chiaro che, per il singolo candidato, l’impresa si fa molto più difficile ed aumenta a dismisura il ruolo del Partito che, con la sua organizzazione sul territorio, può facilmente supportare un candidato piuttosto che un altro. E’ poi facilissimo da comprendere che questa riforma sbarra la strada a qualsiasi candidato indipendente.

Se, poi, come purtroppo succede ora, le liste sono bloccate, senza voto di preferenza, ben si comprende come, riducendo il numero dei parlamentari non si persegue il disegno di razionalizzarne il lavoro e di ridurre le spese, bensì di aumentare a dismisura il ruolo e l’importanza dei partiti politici.

Questo è il vero effetto della riforma proposta dal cosiddetto Governo del Cambiamento: aumentare a dismisura il potere dei partiti sugli eletti, candidando e supportando solo quelli fedeli alla oligarchia dei segretari di partito.

Perdonatemi, ma io non ridurrei il numero dei parlamentari ed otterrei gli stessi risultati con una profonda revisione (a costo zero) dei regolamenti di Camera e Senato.

Ai partiti non la dò vinta.

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