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Giorno 4 – Domenica 15 marzo. Oggi è domenica, la giornata comincia in modo consueto: la sveglia un po’ più tardi, il borbottio familiare della moka sul fuoco, lo scroscio della doccia, il brontolio della lavatrice per il bucato settimanale. Sì le solite incombenze di casa. Ma…. ma, inconsciamente, qualcosa è cambiato. Di solito a queste faccende si attende con una certa celerità; guadagnare tempo per … per la domenica! Invece oggi vado a rilento, cerco nella memoria qualche altra cosa che mi faccia occupare il tempo pulisco la moka in maniera maniacale, doso il detersivo della lavatrice con cura, cambio le lenzuola e metto, con lentezza e precisione il piumino leggero al posto di quello pesante. Insomma, se avete dimestichezza con il dialetto napoletano, ‘ntalleo [= perdo tempo]. Perdo tempo per non finire le “faccende” perché, questa particolare Domenica, la prima per il sud, non è Domenica, non è primavera, non è dato uscire, godere del sole primaverile, incontrare gli amici al circoletto sul Tevere o andare nelle montagne intorno per una escursione.

Ecco perché vado lentamente. Inconsciamente non voglio arrivare a scontrarmi con la realtà: oggi è Domenica ma non è Domenica, contraddicendo il motivetto di Gorni KramerDomenica è sempre Domenica”.

Lo so, lo so, sarà solo un attimo, poi come ieri e l’altro ieri, sarò sommerso da cose da fare. Fra leggere, scrivere, sistemare foto, tentare di comporre un video non ho avuto neppure il tempo di guardarmi una serie su Netflix.

Ma quanto è brutto quel momento, quando DEVI realizzare che non è una Domenica qualsiasi, che fuori può esserci un invisibile Alien in attesa di entrare in te e trasformarti in una sua incubatrice. Ti metti allora a leggere, ma sempre con un orecchio al telefonino, sperando che ogni “dlin” di whatsapp porti notizie serie e non gli stupidi video o meme che “dovrebbero” risollevare l’umore. Accendi la radio, ma tutte le trasmissioni parlano del Coronacoso, della sanità al collasso, dei morti, del Servizio Sanitario Nazionale, da sempre depredato e ora non capace più di proteggerci, della necessità di stare a casa, di non uscire, di evitare i contatti. Lo sto facendo, diavolo, lo sto facendo. Cerco di autoconvincermi che questi appelli non sono diretti a me, ma a quegli irresponsabili che sfruttano le maglie delle norme per farsi tranquillamente passeggiate o allegre comitive. Certo, sono persone che se non vedono i cadaveri in mezzo alla strada, non capiscono.

Oggi leggevo l’Espresso, ma mal me ne incoglie. Scenari da paura.

L’Espresso adombra lo scenario peggiore (ci siamo vicini) in cui il Coronacoso non si ferma in tempi brevi. Che succederà?

Primo scenario: la gente continua ad ammalarsi a questo ritmo crescente. Entro una settimana il Sistema sanitario della Lombardia e del Veneto va a gambe all’aria. I malati vengono ricoverati come in un lazzaretto, solo per separarli dai sani. Niente più terapia intensiva. I morti aumentano, i malati ancora di più. E fra i malati ci saranno in primo luogo coloro che sono ora in prima linea e che stanno garantendo a noi una vita “quasi” normale: medici, addetti ai negozi alimentari, farmacisti, addetti agli impianti di erogazione di elettricità, acqua e gas, poliziotti, vigili urbani e, non da ultimo, chi ci governa, coloro che – bene o male – devono garantire una catena di comando. Gli effetti saranno da crescendo rossiniano. Nelle carceri scoppieranno rivolte serie con evasioni di massa, i negozi di alimentari, non verranno più approvvigionati perché i trasportatori sono malati o assaltati. Si vedranno quelle scene che spesso vediamo in TV negli USA all’annuncio di un uragano: corsa ai supermercati, svuotandoli e svaligiandoli per accaparrarsi di tutto. Chi è tranquillo perché ha il freezer pieno, dovrà ricredersi: i black out si faranno sempre più frequenti mettendo fuori uso la catena del freddo. E se i tecnici dell’acquedotto e del gas si ammaleranno dai rubinetti non uscirà più neppure il prezioso liquido o il gas che ci serve per cucinare. L’altro da te non sarà solo un possibile portatore di Alien, bensì anche qualcuno che, con il fucile in mano vuol portarti via quello che hai. NON sono scenari impossibili: basta che la velocità di propagazione del virus metta definitivamente fuori gioco le barriere che abbiamo posto. Già le catene più fragili, come quelle della donazione di sangue si sono interrotte.

Secondo scenario, non alternativo, bensì aggiuntivo. Noi compriamo in farmacia le medicine belle e confezionate. Ma i principi attivi sono “costruiti” o “sintetizzati” dove la mano d’opera costa poco: in Asia, in India, in primo luogo. Se l’Asia blocca le esportazioni, noi non avremo più le medicine. Scenario già visto in questi giorni con le mascherine e i ventilatori per gli “intubati” in terapia intensiva: in Europa, nessuno produce mascherine, sia quelle “chirurgiche”, sia le ormai famose ffp2 e ffp3, troppo scarsi i margini di guadagno. Ora tutta l’Europa è ai piedi di Cina e India perché ce ne vendano qualcuna. Stesso discorso per i ventilatori, prodotti soprattutto in Germania. Tutti questi Paesi un incendio in casa propria, non sono molto inclini a venderli. Anche le vendite on line sono a zero: ho voluto provare: mascherine chirurgiche con tempi di consegna di 30 giorni; ffp3 introvabili, ffp2 con tempi di consegna di oltre un mese e con prezzi quintuplicati.

Qui è come la classica biglia che rotolando rotolando si trasforma in valanga; se non la fermiamo in tempo ne saremo travolti. E il pericolo non è solo al nord, si avvicina: è di oggi la notizia della “chiusura” del primo paese al sud: Ariano Irpino, probabilmente a causa di una maxi festa sta sfornando positivi a tutt’andare.

Eppure c’è ancora gente che nega il pericolo pensando forse di essere immune, chissà. Oppure facendo stupidi distinguo fra passeggiate ed escursioni, fra la lunghezza della passeggiata del cane o del voler attuti costi fare la spesa all’ipermercato distante 10 chilometri da casa.

Che ormai la pandemia riguardi tutto il mondo lo racconta in modo egregio questo articolo di Open On Line dove viene passata in rassegna l’epidemia in ogni Paese.

Basta, no reggo più la lettura dei terribili scenari de futuro prossimo venturo. Mi rifugio nel ritocco fotografico dell’ultimo viaggio a New York. Il bip bip o “dlin” di whatsapp è continuo: tutti cercano di distrarsi inviando foto, video, audio pseudo divertenti, ma l’argomento è sempre lo stesso, il Coronacoso: oggi ne avrò ricevuto più di 500. Immagino come siano caldi i server di Whatsapp e della Rete in generale. Non mi divertono, salvo qualcuno, ma capisco che è un mezzo per esorcizzare Alien: ci rido su, quindi sono più forte del virus. Notazione statistica: ne ricevo più dal Sud e da Roma che dal Nord Italia. O noi terroni siamo più espansivi, o i settentrionali hanno già superato questa fase.

C’è il solito rito delle 18.00 della cantata sul balcone, ma stavolta più misero: una radio a tutto volume che ci ha propinato “volare” e “il cielo è sempre più blu” inframmezzati dalla pubblicità.

Applausi scarsini.

Skype va alla grande per mantenere i contatti anche se uno degli interlocutori non ha una velocità elevata di connessione.

Se ‘sta roba non finisce presto avrò bisogno di un dietologo. Per passare il tempo cucino: stasera due uova sbattute con prosciutto, zucchini e formaggio stesi su pasta brisee. Buono.

Giuro che non commetterò mai un reato che comporti la reclusione. Troppo brutto non poter uscire.

Si, lo so, stasera sono negativo e pessimista. Forse perché è domenica, ma i dati forniti dalla Protezione Civile non hanno nulla di buono. Ma forse sono io o che non li so interpretare.

Devo ringraziare la lavastoviglie che mi ha gridato “E:22”!!!! almeno ho perso un’ora a cercare il manuale di istruzioni per capire che era un codice con cui la poveretta ti implorava di pulire il filtro. Una ora e mezzo senza pensare ad Alien.

Sono sicuro che domani andrà meglio. E penso a chi sta peggio, intubato o sofferente e a chi sta lottando in prima linea per difenderci da Alien, rischiando in prima persona. Prendendo a prestito una celebre frase, posso dire che quando (se) finirà potremo dire tutti “mai così tanti dovettero così tanto a così pochi

Ma il pensiero che identifica la giornata di oggi è “Io speriamo che me la cavo”.

Buonanotte.

#andratuttobene

 Tre giorni di “isolamento”. Passati in un lampo. No, non c’è ansia, non c’è paura, né fastidio. La mia vita non è cambiata di molto. Vivo solo e non lavoro più. In una città come Roma gli spostamenti sono difficili. Le uscite settimanali ci sono, anzi, c’erano, ma non certo ogni giorno: cinema, pizza, pilates, corsetta mattutina. No, tre giorni sono pochi per dire che sento sulla carne viva i morsi della mancanza della vita “precedente”. Vedremo cosa succederà fra un mese, due mesi, quando il ricordo della libertà perduta si farà più pregnante. I contatti con le persone care sono mantenuti: telefono, whatsapp, Skype suppliscono un po’ a quelli reali, considerando anche che forse ho più amici fuori Roma che a Roma e che, quindi i mezzi “elettronici” per me sono una normalità.

No, la sensazione più forte non è quella della solitudine o della privazione della libertà. Il pensiero, o la sensazione più forte è quella/o dello straniamento dalla realtà, come se ti avessero dato un forte pugno in faccia e non riesci ancora a connettere normalmente. Tante volte, in quella che, ormai chiamiamo tutti [e per noi terroni son passati solo tre giorni, figuriamoci per i codognesi o i lodigiani] la “vita precedente” quasi desideravamo un periodo di stasi, di “reset”, utile sia per mettere a posto i pensieri, ma anche per mettere a posto quei cassetti di quel mobile, fino ad ora usati solo come deposito dell’indifferenziata. L’abbiamo avuta, ma – parlo per me, ovviamente – non c’è la voglia, non c’è la volontà. Il pensiero resta fermo sull’immoto, su quella palla rossa con tanti tubercoli. Ecco, non è paura quella che questo virus mi ha inoculato, bensì un blocco del ragionare. I pensieri sono tanti e come impazziti: studio della curva dei contagiati per scoprirne il più lieve flesso verticale ascendente che possa segnalare un decremento della velocità di propagazione; lo studio dei provvedimenti che si susseguono giornalmente (si può andare a correre o no?), la spesa quotidiana, la fila come al tempo di guerra, ma non derivata dal penuria di prodotti, bensì dal non avvicinarsi troppo all’altro da me, i tentativi, abbastanza stupidi, di riconvertire i nostri acquisti dal fresco al durevole, la caccia alle mascherine, magari utili solo alla nostra ansia.

E i pensieri vanno anche a chi, meno fortunato di me, vive da solo da tre settimane (sembrano un secolo) l’incubo non solo di incontrare l’untore, di premunirsi per un eventuale incontro, ma soprattutto di averlo già incontrato, che Alien dentro di te sta crescendo, ora ancora silente, ma pronto, fra pochi giorni, a toglierti letteralmente il respiro, portarti alla morte come gli altri 1441 fino al oggi, e – soprattutto, il massimo dolore – a replicarsi all’interno di tuoi cari, dei tuoi affetti, sapendo che sei tu l’incolpevole colpevole.

Poi i flash cambiano, mutano: pensi all’inferno degli ospedali – per ora – del nord dove persone sane come te si stanno immolando coscientemente per comprimere il morbo e salvare vite umane, anche anziane e malandate ma che se non per propria volontà [sono sempre stato favorevole al suicidio assistito] hanno il diritto di vivere come il giovane. E questi medici, questi infermieri, come i tecnici inviati nel 1986 a Chernobyl, sanno che hanno poche possibilità di non covare Alien a loro volta, ma lo fanno perché devono farlo e vogliono  farlo, è la loro missione: teniamocelo stretto il nostro vituperato Servizio [mi piace proprio il nome “Servizio”] Sanitario nazionale che spreme la via dei medici, infermieri e operatori sanitari per restituirti alla vita e alla fine ti congeda con un sorriso senza pretendere un Euro.

E i flash vano agli altri Paesi come la Francia e la Germania che hanno avuto la fortuna di essere due settimane dietro di noi, eppure, immobili, hanno commesso lo stesso nostro errore di inerzia verso quanto succedeva in Cina: tanto il pericolo non è qui, non verrà qui, è altro da noi. Ora stano correndo ai ripari.

Il flash va all’ex Stato membro del Regno Unito che ha scelto un’altra strada, per noi aberrante: si cureranno solo i casi gravi, è meglio che tutti i cittadini britannici si ammalino per sviluppare la cd “immunità di gregge”, anche se il prezzo da pagare sarà altissimo, 400.000 morti nell’ipotesi più ottimistici. I forti sopravvivono, i deboli muoiono, la specie ne esce più forte. Malthus impera. Senza contare che l’immunità di gregge si raggiunge con il vaccino, oppure con la certezza, che non abbiamo, che chi si ammala non si ammalerà più.

I flash aumentano: i politici nostrani che – in dieci giorni – passano ripetutamente e più volte da “chiudere tutto ad aprire tutto”, dalla chiusura dei porti per il pericolo che i migranti portino malattie alla rabbia perché i “positivi e untori” italiani sono rifiutati dai porti di mezzo mondo. Oppure dalla dichiarazione orgogliosa e schifata della nostra superiorità igienica verso quei popoli che “tutti hanno visto mangiare topi vivi” alla gratitudine perché quel popolo è stato il primo e l’unico [non la Francia, né l’Ungheria, né la Polonia che hanno bloccato l’esportazione – in barba a tutti i dettami comunitari – di mascherine e apparecchiature elettromedicali] a fornirci concreto aiuto, non solo con mascherine e respiratori, ma anche con il prezioso plasma di persone guarite, utile per rafforzare le protezioni immunitarie dei nostri malati.

Ancora, i flash vanno all’Europa, la povera Europa sempre bistrattata ed accusata di inerzia che non ha molte colpe, visto che gli Stati membri, cioè anche noi, non le abbiamo mai dato competenze in merito alla tutela della salute pubblica. Ma l’Europa fa un autogol. Nella prima conferenza stampa, il capo della Banca europea pronuncia pochissime parole, l’esatto contrario del “what ever it takes” di Mario Draghi, che la tuttodenti Lagarde ha pronunciato: “non è compito della BCE chiudere gli spread”, il che ha provocato un -15% della borsa di Milano. Parole folli, ma il danno era fatto. Le smentite, l’inusuale postilla di smentita apposta al discorso ufficiale della Lagarde non sono serviti a risollevare la situazione, in barba al principio di solidarietà imposto dai Trattati UE agli Stati membri.

Gli occhi incollati ai talk show dove fanno passerella politici, scrittori attori e cd. esperti che, ovviamente, per distinguersi, dicono cose completamente diverse fra loro. Il ricordo rimane fisso sulle parole, sui gesti di chi ritengo il più competente. Il prof. Galli del Sacco di Milano che, però, è giudicato un menagramo. Perché? Perché – forse – dice verità sgradite. Ha lanciato l’allarme per il sud, il povero sud dove la desertificazione ospedaliera ha raggiunto il suo massimo, visto l’afflusso dalla Lombardia, zona maggiormente infetta, al sud di 1500 persone nella sola notte del 7/8 marzo. E per la faccia che ha fatto ieri, a otto e mezzo alla domanda della Gruber “lei teme, vero, che Milano possa diventare un focolaio?” Vedremo nei prossimi giorni.

E i flash aumentano: gli sconsiderati che, ad emergenza conclamata, quasi ballassero al suono dell’orchestrina del Titanic, spendevano il loro tempo in aperitivi, apericene e cene con amici e, poi, spaventati di essere infetti, sono corsi a rifugiarsi al sud, fra le braccia della mammà che non dice mai di no, a costo di ricevere l’Alien dal proprio amato figliolo e di trasmetterlo, come penitenza quaresimale, a tutti i conoscenti.

E, ancora, come a casa nostra, le giravolte dei politici stranieri, a cominciare dal Comandante in capo, il biondo Trump che in 24 ore è passato da “gli americani passeranno il Coronavirus senza neppure andare dal medico” alla proclamazione dello stato di emergenza nazionale che serve sì allo stanziamento dei fondi, ma anche all’avocazione presidenziale dei poteri dei Governatori e all’uso della Guardia Nazionale.

E i flash continuano. E vanno al popolo delle partite IVA, al popolo delle microimprese che ricevono come stipendio quello che l’impresa ricava. Se si ferma tutto si ferma anche il loro introito. E non sono numeri: sono figli da sfamare, bollette, affitti e mutui da pagare.

E il pensiero va anche ai lavoratori che DEVONO continuare ad andare in fabbrica, a costo di infettarsi; ed in fabbrica compendo anche la filiera – indispensabile – alimentare, intoccabile, che deve garantire agli altri, anche a quelli – come me – per cui l’unico disagio è la fila davanti al supermercato, d trovare gli agognati sofficini, lo yogurth della marca preferita e, chissà perché – ampia fornitura di carta igienica.

Non sono tutti, ma questi sono una gran parte de flash che mi ha tento fermo e immobile in questi tre giorni, incapace di formulare un progetto, un qualcosa di sensato da progettare e da fare in questi giorni.

Devo dire che non mi hanno impressionato molto i flash [sì sempre questo sostantivo: flash] quotidiani: tutti sui balconi a cantare qualcosa che i social avevano preannunciato.

Mi ha stupito molto di più lo spontaneo e quasi affettuoso saluto che ci si rivolge ora fra dirimpettai, molto diverso dalla frettolosa chiusura delle imposte susseguente ad un fortuito sguardo, come succedeva nei giorni passati.

Voglio uscire da questa inerzia, voglio uscire da questo baluginare di flash, come se vivessi in un videogioco.

Mi sono imposto una linea progettuale, limitata a quello che si po’ fare. Domani è domenica. Giusto il giorno per cucinare una torta salata rustica. Non l’ho mai cucinata, ma ci voglio provare. Voglio una sfida diversa dal coronavirus. Peccato che, venga buona o cattiva, non potrò condividerla con alcuno.

#Andràtutto bene, lo sento. Nelle curve odierne dei contagiati, ricoverati etc, dal Coronavirus, mi è sembrato di intravvedere un decremento della velocità di incremento del contagio. Vero? Falso? Illusione? Forse. Ma senza speranza, senza credere in qualcosa, l’Uomo, anche quello asettico descritto da Yuval Harari, è fottuto.

Buonanotte.

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