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18 febbraio
Sono stato accolto dal grande affetto dei miei cugini che vivono qui a New York da oltre trent’anni. Tante volte mi avevano invitato finché ho ceduto. Sono meravigliosi e mi hanno adottato per mostrarmi la città, modificando i loro programmi e impegni per non farmi sentire solo nella Grande Mela. Non riuscirò mai a ringraziarli abbastanza.
Dopo il giro di quartiere di ieri sera concluso nel migliore dei modi davanti ad una splendida anatra alla pechinese in in ottimi ristorante cinese, stamattina giro sulla Broadway fino al Lincoln Centre e al Columbus Circle e oltre, sempre sulla Broadway fino a Time Square.
Giornata nuvolosa ma ho sperimentato il famoso “effetto grattacielo”. In upper west side i palazzi non superano gli 8/10 piani e la temperatura è gradevole. Appena superato Columbus Circle e quindi, terminato il Centrale Park, il numero dei piani dei palazzi ad ambo i lati della Broadway di moltiplica e il vento si incanala fra i grattacieli e comincia a tagliarti la faccia. La giacca a vento viene chiusa, compaiono guanti, sciarpa e cappello. Tutto nel giro di cento metri.
Pian piano la strada si trasforma. Teatri, immenso cartelloni che pubblicizzano film, lo show business! Teatri con nomi famosi tante volte sentiti in TV da essere ormai familiari anche se visti davvero solo oggi.

Un cartellone 6 metri per tre con la faccia di Claire Danes  che interpreta Carrie Mathinson annuncia l’ultima serie di Homeland Security. Chissà se è quella che ho appena finito di vedere su Netflix o una ulteriore. Mi ha appassionato e mi piacerebbe vederla ancora.
Anche se è mezza mattina di in giorno feriale la strada è affollata. Pochi turisti, però, tutti locali, sempre di corsa.

Si dice che in Africa ogni giorno il leone si sveglia e comincia a correre perché se non raggiunge la gazzella rimarrà digiuno e ogni giorno una gazzella si sveglia e comincia a correre perché sa che se si farà raggiungere dal leone morirà.

Ritengo che a New York ogni giorno i suoi abitanti si svegliano e cominciano a correre perché…….sono a New York.

Entro in qualche teatro per curiosare e, anche se si vede lontano un miglio che sono in turista impiccione, il portiere mi apre sempre con un sorriso. Caratteristica newyorkese: quando entri o quando esci c’è sempre qualcuno che ti apre la porta e che ti saluta con calore.
Beh, finalmente ho visto di persona i grattacieli, immensi parallelepipedi di vetro che riflettono quel che li circonda diventando quasi invisibili divertendosi a trafiggere con la punta le basse nuvole di oggi.

A fare da contrasto a queste linee pure e a questa eterea seppur immensa massa, ai piedi dei grattacieli i banchetti d’altri tempi continuano a vendere gli americanissimi hot dog accanto ai tombini da cui esce il vapore visto in tanti film.
Tutto nuovo ai miei occhi, ma visto innumerevoli volte nei film o in tivù.
Il giro sulla Quinta strada è piuttosto deludente: mi dicono che questo è il mese dei rifacimenti delle facciate. I ponteggi non si contano ed oscurano le vetrine.
Il festival della pacchianeria  lo si vede guardando la Trump tower. Ma forse è il gusto che piace ai neo ricchi americani.
Più serio è il grattacielo del Rockefeller Centrer, alto e slanciato. Al secondo piano c’era un grande dipinto di Diego Rivera, il marito di Friede Khalo, subito contestato e poi rimosso perché ritenuto comunista.


Per finire un bagno di folla  a Time Square. Nonostante il freddo e la stagione povera di turisti piena di gente, di luci e colori. I grattacieli sono interamente rivestiti di pannelli luminosi animati da figure fantastiche che pubblicizzano spettacoli teatrali e ogni sogno che possa essere venduto. Il tetto spiovente del botteghino “last minute” di spettacoli serve da pedana rialzata per migliaia di selfie. Le luci dei pannelli splendenti diffonde una soffice luce che avvolge ogni cosa. Ogni cosa è illuminata da ogni lato. Come a Roma i finti gladiatori invitano i turisti ad un selfie insieme, a Time Square, falsi Supereroi marveliani fanno lo stesso invito ai turisti. Lo spettacolo complessivo oscilla fra il fantastico e l’orrido.

Mi avevano detto, povero me novellino, che i controlli di check in e di sicurezza per i voli Usa sono tremendi e di arrivare per tempo.
Arrivato tre ore prima nell’area check in riservata per i voli per gli States. Primi controllo boardig pass o biglietti alla porta da due gentili fanciulle che mi approcciano in inglese. Ok. Procedo. In fila non c’è nessuno. Ma nel serpentone con i nastri previsto per file chilometriche altre fanciulle mi chiedono ancora il passaporto e se ho l’Esta. Mi diverto e dico che non ce l’ho. Prima che chiami qualcuno ad arrestarmi, le dico gentilmente che ho il visto. “Allora di ferma più di tre mesi?”. “No, due anni fa sono stato in vacanza in Iran” “Ah!” e si passano il passaporto di mano in mano.
Arrivo al banco. Mando sul rullo il bagaglio registrato e dò passaporto e boardig pass all’addetto. Mi chiede lo scopo del viaggio e dove vado e se ho l’Esta. Rispondo educatamente e mi fa “fortunato lei che la ospitano in centro Manhattan” .
Mi ridà passaporto e boardig pass e mi indica il “terribile”  corridoio per “”gli speciali controlli di sicurezza per chi è diretto negli USA” e varco la porta “del non ritorno”. Due corridoi deserti e, infondo intravedo i soliti nastri con vassoi e scanner. Non c’è un’anima (quasi: tre passeggeri per tre postazioni). Devo fermarmi per fare le solite cose che faccio durante la fila che oggi non c’è: togliere scarpe, mettere tutte le cose di metallo nella borsa. Passo indenne e non ho tolto neppure la cintura. Solito casino al controllo elettronico del passaporto: pongo il passaporto sul lettore e non funziona. Colpa mia, guardo la mano sul passaporto e non davanti a me verso la fotocamera che mi inquadra.
Insomma alle 9.20 sono a fare. E, ora, che faccio?
Vado a prendere un caffè. Sono circondato da bar e ristoranti. Lascio tutto sulla sedia e vado al più vicino, 10 metri. “Attimi by Heinz Beck”, chiedo un caffè. DUE euro!, Caspita, sotto casa lo pago 80/90 centesimi. Sullo scontrino c’è scritto “Espresso sublime” e, sinceramente, non mi è neppure piaciuto.
Finalmente sul tabellone compare il gate di uscita del mio volo Delta DL 444, gate E21, lo stesso che mi aveva indicato l’App Delta (ottima) 4 ore prima e l’addetto al check in due ore prima. L”altoparlante gracchia qualcosa, mi sembra di capire “New York” e “completare procedure di imbarco” . Mi dirigo al gate indicato anche se manca ancora molto tempo e vedo parecchio affollamento davanti al desk.

Chiedo e mi dicono che sono i passeggeri in transito provenienti da altri voli. Chi ha fatto il check a Roma può rilassarsi. Adoro le compagnie aeree che iniziano il check in con molto anticipo. I 293 passeggeri dell’Airbus A330-300 entrano senza fretta con tutto il tempo di sistemare le proprie cose.
Sono abbastanza indietro e, visto che la coda si restringe sempre più, anche le cappelliere laterali sono meno capienti. Molti trolley non entrano con disappunto dei passeggeri.
Ciò conferma la mia tesi di cercare di entrare in aereo fra i primi per trovare le cappelliere libere.
Retaggio dei continui voli Roma-Bruxelles e ritorno dove tutti viaggiavano con il solo enorme bagaglio a mano e chi arrivava tardi doveva stivarlo e andarlo poi a prendere al nastro di ritiro in aeroporto.
Partiamo. Vedo molti passeggeri pulire con salviette imbevute braccioli, schermo, testiera. Anche il mio vicino me ne offre una invitandomi a fare altrettanto.
Effetto coronavirus?
Con lui la prima fallimentare esperienza di scambio linguistico. Capisco che in testa ci sono due posti vuoti (e di questo sono sicuro) poi non più. Capisco che mi invita, a portelloni chiusi, ad occuparne uno. Io tento di rispondere che sarò felice se ci andrà lui ma qualcosa non torna e il dialogo abortisce.
Quando posso, alla prenotazione del volo, chiedo un “pasto speciale” anche non avendo nè preclusioni nè particolari necessità. Stavolta ho optato per pasto a basso contenuto di colesterolo. Ho notato che, in genere, i pasti speciali sono migliori della sbobba che di solito propinano sugli aerei e, sicuramente, sei servito per primo. Stavolta mi è toccata scaloppina di pollo con purea, insalata mista e macedonia. Non male, tranne il pane, scongelato ma quasi non cotto. Ed è andata bene vedendo gli gnocchi compressi serviti al mio vicino.
Cerco di passare il tempo, il tempo che non passa, passa troppo lentamente, anzi, quasi torna indietro. Leggere che l’aereo parte alle 12.10 e arriverà alle 15.40 mette di buon umore. Peccato che fra i due orari ci siano sei fusi orari per complessive quasi 9 ore e mezzo di volo.
Una volta mi piacerebbe viaggiare nelle comode e confortevoli “capsule” di prima classe dove hai spazio, TV, stendi di piedi quasi come in un letto.
Poi mi dico sempre che la classe economica (per carità, non si chiama più così, guai a parlare di “economica”. Qui si chiama Main Cabin 2) arriva a destinazione senza alcun ritardo rispetto alla prima classe e rinuncio.
In aereo mi viene continuamente di pensare al tempo, a questa entità costruita da noi umani. Lo schermo davanti a me traccia la rotta dell’ aereo sul planisferove indica le principali città del mondo con l’ora locale.

Mi immagino nello stesso momento, nello stesso giorno, mentre io sono in questa scatola che viaggia fra i fusi orari, un cittadino di Los Angeles si alza sbadigliando dal letto. Alle 7.00, puntuale, la sveglia ha fatto il suo lavoro. Si alza e guarda dalla finestra il sole. Nello stesso momento un cittadino di Hong Kong, dopo una giornata di lavoro, guarda le stelle e l’orologio, son passate le 23.00, sbadiglia ed è ora di andare a dormire. Vivono lo stesso momento alla vista di chi possa vederlo, magari da Marte, lo stesso momento, ma due situazioni completamente diverse.
Non ce ne curiamo più. Da bambini a scuola ci hanno insegnato che la terra gira e che due posti diversi hanno orari diversi. D’altronde, l’esigenza di avere, all’interno dello stesso fuso orario lo stesso tempo si è avvertita solo quando l’uomo, con le ferrovie, ha cominciato a muoversi da un posto all’altro. È un discorso che mi ha sempre affascinato.
Beh, la clausura finisce, arriviamo. Tanto sole e temperatura mite.
Controllo passaporti, il terribile megastanzone dove, mi dicono, passerò più di un’ora. Ci sono tante macchinette per il controllo automatizzato del passaporto. Ne uso una. Ha un momento di esitazione quando cerco di farle scansionare la pagina del passaporto con il visto per l’India, poi tante domande, tipo “porti vegetali o alimenti?” Vieni in USA per turismo o per affari? Confermi di esser venuto col volo DL445? Mi sento un po’ stupido a rispondere a domande stupide. Vado solo sull’ultima “sei venuto a contatto recentemente con livestock?” Mai visto un livestock, non so neppure cosa sia. Ma Google traduttore viene in aiuto e posso dichiarare che no, non sono venuto a contatto con animali selvatici.
Dopo un po’ di fila porto la ricevuta rilasciatami dalla macchinetta all’addetto della”Custom and Immigration Office” che mi rivolge, come se fosse una colpa, perché ho un visto vero e non l’Esta. Gli rispondo che son stato in vacanza in Iran. Lui sgrana gli occhi come se gli avessi risposto “perché sono stato all’inferno”. Comunque mi timbra il passaporto e potrei restare per sei mesi. Son fuori! Ai taxi non c’è nessuno e, su un vero Yellow Cab entro in Manhattan. La mia prima volta.

 È come un virus, anzi è peggio perché esserne contagiato non fa male. Penso che ci sia una stagione della vita, quella che sto vivendo, che so che non potrà essere lunga e, quindi, cerco di sfruttarla il più possibile.

La causa scatenante è ancora una volta il fattore tempo.

Fino ad una certa età si corre, si corre e il tempo continua a correre. A seconda delle persone ci sono impegni inderogabili che si accavallano: famiglia, figli, carriera, lavoro. Il tempo non basta mai e se si ha voglia di un viaggio non coincidono mai la meta, la stagione giusta, il momento, la possibilità.

Poi arriva un momento della vita in cui il lavoro non c’è più, il tempo c’è e, fortunatamente, la salute ti assiste ancora. Non sarà un tempo lungo, lo so. Il crepuscolo si avvicina…. Ma fino a che non arriva, è meglio godersela.

Chi mi segue sa che prediligo i viaggi in regioni remote, in luoghi in cui la globalizzazione non è ancora arrivata. Vederli prima che le particolarità locali scompaiano per omologarsi al nostro mondo dove le vie, i luoghi, le persone sono tutti uguali come gli schemi sociali e mentali.

Posti ancora “vergini”, magari poverissimi di beni materiali, ma ricchissimi di abitudini, persone, folklore autoctoni e non importati. Oppure luoghi che, ora, appare impossibile raggiungere. Sono felice di aver goduto dei panorami, delle persone, dei luoghi dello Yemen, della Siria, dell’Algeria, della Libia, solo per citane alcuni.

Sono appena tornato dalla Birmania e già ho voglia di ripartire.

E riparto.

Ma….

Ma stavolta capovolgo la mia visione del viaggio. Non più la Jungla misteriosa dei romanzi di Salgari o il deserto di Lawrence d’Arabia, ma la forse più sorprendente Jungla urbana. Non un giro vorticoso in tutti gli angoli del Paese e neppure il giro di una Capitale. Solo il giro di una parte di una città. Una città che è il massimo della globalizzazione. Da quanto leggo (non ci sono mai stato) è la città dove c’è tutto e il contrario di tutto, una città la cui particolarità è di avere tutte le particolarità del mondo. Una città dove c’è il miglior ristorante italiano, la migliore cucina cinese, i migliori negozi di griffe francesi, ma non è né in Italia, né in Cina, né in Francia. Forse il miglior mosaico del mondo intero a cui manca proprio la tessera univoca di quella città. La realizzazione pratica del melting pot.

E cambio anche clima. Di solito vado in posti caldi o sulle alte vette himalayane nel momento meno freddo. Oggi le previsioni meteo mi danno, per i giorni del mio soggiorno temperature sotto lo zero.

Insomma se non sei in grado di cambiare le tue abitudini, come potrai essere in grado di adattarti ad un mondo che cambia sempre più velocemente? Non voglio diventare, a breve, un burbero vecchio che è bravo solo a magnificare i suoi trascorsi e i suoi ricordi.

Ma qualche abitudine la mantengo. Su questo blog (https://sergioferraiolo.com) – per chi vorrà seguirmi – racconterò in diretta le mie impressioni, le mie sorprese (in viaggio è bello averne), le mie riflessioni su questa nuova meta.

Da domani si comincia.

A presto.

Ormai tutti hanno detto tutto su questa triste vicenda scatenata dal Presidente americano. Tutti hanno detto tutto. Nulla di nuovo troverete in questo articolo, ma vorrei dire la mia.

Non conosco affatto la politica iraniana, ma un po’ conosco il popolo iraniano. Sì , ci son stato come turista, quindici giorni l’anno scorso, ma tanto è bastato per un colpo di fulmine, non certo con il regime o con il paesaggio, neppure con la splendida architettura. Ma con il popolo, con la gente che mi ha fatto rivedere tanti e tanti luoghi comuni e mutare opinione.

Del popolo iraniano, che è la chiave – secondo me – del modo in cui si sta sviluppando la vicenda, ho già diffusamente parlato in un articolo pubblicato mentre ero lì, sulla spinta dell’entusiasmo e che potrete trovare qui (https://sergioferraiolo.com/2018/11/27/iran-che-bello/).

Ricapitoliamo i fatti. Venerdì 3 gennaio Il Presidente americano Donald Trump, tramite un drone, uccide il Generale iraniano Qasem Soleimani che, come tutti sappiamo non è solo un Generale, bensì, di fatto, il numero due del regime iraniano, il laico forte del Paese che in tutta la sua carriera ha tenuto insieme – con ogni mezzo, lecito e/o illecito – il Paese. Più che un Comandante militare era l’Uomo delle relazioni, l’unico che potesse parlare sia con gli Ayatollah, sia con le tribù sciite irakene. Un uomo prezioso, troppo prezioso per il regime della Repubblica teocratica, tanto prezioso che molti preferivano parlare con lui che con gli intransigenti Ayatollah.

Gli Ayatollah hanno pianto, urlato, minacciato una vendetta stratosferica, hanno promesso di cancellare gli americani dalla faccia della terra.

Ma la vedetta è stata alquanto blanda, pure preannunciata – tramite gli irakeni – agli americani. Una dozzina di missili balistici (quindi non guidati) abbastanza vecchiotti sparati su due basi USA, facile preda dei sofisticati sistemi antimissile. E’ finita qui? Dalle parole di Khamenei parrebbe di sì. Una vendetta blanda non pari alle promesse diun mare di sangue.

Può non essere finita qui: i teocrati sono soliti a profonde giravolte, ma se è finita qui, secondo me, c’entra il popolo iraniano.

Cosa c’entra il popolo iraniano in tutto questo? C’entra molto e ci arrivo.

La mia sensazione, dopo essere stato in quel Paese, è che esiste una totale frattura fra la popolazione iraniana e il suo Governo.

Nelle conversazioni da strada non ho sentito una parola a favore del regime teocratico e una montante rabbia verso la casta dominante chiamata piguini, funghetti e con altri epiteti non meno offensivi.

Il popolo iraniano è di un orgoglio pari solo a quello argentino, si sentono superiori e reputano (o reputavano) quasi degradante manifestare conto la teocrazia che, ultimamente, quietava gli animi allentando un po’ la morsa dei guardiani della rivoluzione e , soprattuto dei basij che, da militanti troppo giovani per entrare nelle guardie della rivoluzione, si erano trasformati in bande di giovinastri che, in nome della moralità, vessavano alquanto la popolazione.

Parecchi episodi di vessazione e corruzione sono raccontati da Mariane Satrapi nel suo celeberrimo Persepolis, fumetto e poi film di animazione.

Ricordiamoci che gli iraniani si offendono e molto, se li chiami arabi. Anzi considerano gli arabi alla stregua di mentecatti e trogloditi.

Si sentono Persiani, diretti discendenti di Dario, Serse e Artaserse, razza superiore ed in effetti lo sono: intelligenti, aperti, curiosi, “sempre sul pezzo”. Se guardi negli occhi una araba velata la offendi, se guardi negli occhi una ragazza iraniana col chador è un invito a fare conoscenza. Il chador? C’è la guerra del chador: ognuna inventa il sistema per portarlo nel modo più intrigante facedo vedere più capelli possibile.

Ormai, al consueto monito dei Basij “copriti i capelli, sorella!”, rispondono a tono “copriti gli occhi, fratello”.

L’allentamento dei controlli di cui parlavo prima si sostanzia nell’occhio non vede, cuore non duole. Il divieto di baciarsi se non si è sposati vale sempre, ma se non c’è nessuno che guarda….

Ma il popolo iraniano, il meraviglioso popolo iraniano è stanco, la vita è diventata una fatica, non solo per l’imposizione del velo o per le vessazioni dei Basij, ma per il costo della vita determinato dalle sanzioni americane. Pensate che in un anno i prezzi sono aumentati di 5 volte. A maggio del 2018 la Banca centrale, per mantenere un finto cambio ufficiale di 43.000 Rial per 1 Euro, ha cessato di cambiare valuta. E’ fiorito il mercato, non nero perché è alla luce del sole, parallelo della valuta. a Novembre 2018 ho cambiato 1 euro con 163.000 Rial. Una cena per sette, una ottima cena, veniva quasi un milione di Rial, ma 5 o 6 euro.

E’ chiaro che lo stesso sbalzo non vale per gli iraniani, ma pensate voi a vivere in un Paese che non può scambiare la sua principale ricchezza con nessun Paese, pena, per l’acquirente, le stesse sanzioni americane che stanno affamando l’Iran. In un Paese dove vivere diventa sempre più caro fin quasi a impedirti il piacere nazionale del picnic.

E gli iraniani hanno messo da parte il loro smisurato orgoglio e, a novembre, sono scesi in piazza per manifestare contro il carovita, e son state manifestazioni dure con diversi morti. La disperazione fa dimenticare l’orgoglio.

Il popolo iraniano non sarebbe ora in grado di affrontare una guerra, una nuova guerra dopo le tante dal febbraio 1979 in poi.

E ci sarebbe stato il pericolo di nuove e molto più cruente manifestazioni contro il Governo e gli Ayatollah che avrebbero potuto portare anche alla fine della teocrazia.

Per questo, secondo me, la vendetta iraniana è stata tanto lieve. Forse gli Ayatollah hannopreferito aspettare il 3 novembre prossimo quando, forse, le elezioni americane toglieranno di mezzo Trump, per riallacciare con la tremebonda Europa quei contatti commerciali che la mannaia delle sanzioni americane ha troncato.

L’Iran è un bel Paese, che vi smonta tutti i pregiudizi. Il popolo iraniano, poi, vi rimarrà nel cuore.

Guardate questo filmato: https://www.youtube.com/watch?v=VU98DOlHl7s&t=276s

il popolo iraniano ti farà innamorare

Sì, siamo tutti tornati tossendo e parecchi con la febbre, spossati e affranti da due voli , uno verso est, da Yangon a Hong Kong di tre ore e mezzo, superando, in più, un fuso orario e mezzo, dopo una mattinata di caldo opprimente immergendoci del fresco assassino dell’aria condizionata dell’aeroporto e dell’aereo. Il secondo volo – dopo quasi tre ore di attesa – da Hong Kong a Milano, quattordici ore consecutive nel gelo assoluto dell’aereo e tornando indietro di sette ore. Se a ciò si aggiunge lo stress de controlli di sicurezza, sempre diversi all’infuori dell’Unione europea (benedetta unione), il cambiarsi per passare da un paese tropicale agli zero gradi di Milano l’impresa lascia un po’ storditi.

Certo non è stata una cosa disperata – per restare sugli stessi luoghi – come “obiettivo Burma!!”, film del 1945 con Errol Flynn, ma non certo riposante. Capisco che con un volo più diretto  avremmo pagato di più, ma ricordavo la Cathay Pacific come una signora Aerolinea degna erede dei fondatori, lo statunitense Roy Farrell e l’australiano Sydney de Kantzow, entrambi ex membri dell’aviazione militare durante la seconda guerra mondiale. Ora è cinese al 100% con un customer care parecchio in discesa, personale che parla un inglese approssimativo e che ti falcia la gamba fuori posto con il carrello delle vivande.

Ma siamo qui per parlare di un bel viaggio. Se mi avete seguito, conoscete meglio di me le mie impressioni.

Cerco di riassumere e di dare – in conclusione – un quadro generale.

La Birmania, o Burma, o Myanmar è un Paese dalla Storia travagliata. [Chi volesse approfondire più cliccare qui]   Senza andare troppo indietro, nel 1885, come ci racconta nel bel libro “il Palazzo degli Specchi” lo scrittore indiano Amitav Gosh, preso a pretesto un carico di legno di teak, l’impero britannico sconfisse il regno birmano, deportandone il re Thebaw e distruggendo il suo Palazzo, nella capitale, allora Mandalay.,  e la Birmania diventò una provincia delle Indie britanniche. Rangoon, già allora faceva parte dell’impero britannico. Si distaccò slo nel 1937. Durante la seconda guessa mondiale, il territorio birmano fu al centro delle operazioni belliche. Dopo i successi iniziali, nel 1942 i giapponesi invasero la Birmania e i britannici furono espulsi dalla maggior parte del territorio. Il paese divenne perciò indipendente sotto la guida di Aung San.  (il padre di Aung San Suu Kyi). Tuttavia, il contrattacco inglese nel luglio 1945 fece tornare il paese in mano britannica, con l’aiuto dell’AFPFL (Lega per la Libertà delle Persone Antifasciste), guidato da Aung San, assassinato poi nel 1947.

Nel 1948 la Birmania trovò l’assetto territoriale definitivo, quasi Stato federale con parecchie minoranze, ma non quello politico. Nei mutamenti storici territoriali rientra anche parte del territorio dell’odierno Stato di Rakine (o Arakan), al confine con il Bangladesh ove vivono i Rohingya, minoranza musulmana e vessata dallo odierno governo. La loro origine è molto discussa: alcuni li ritengono indigeni dello stato di Rakhine, mentre altri sostengono che siano immigrati musulmani che, in origine, vivevano in Bangladesh e che, in seguito, si sarebbero spostati in Birmania durante il periodo del dominio britannico.

Comunque la Costituzione birmana del 1982 non li riconosce fra le 182 etnie birmane e, quindi, non hanno diritto alla cittadinanza.

Quello dei Rohingya, come ho già raccontato nel post “Il Myanmar, Aung San Suu Kyi e i Rohingya” è – per dirla con le parole della “Lady” un problema della Birmania che, come tutti i problemi di tutti gli Stati del mondo, potrà e dovrà essere risolto solo con la collaborazione di tutte le parti e la comprensione della comunità internazionale. Ricordo che, per il compromesso raggiunto con la giunta militare, questi ultimi hanno il 25% dei seggi garantiti in parlamento (sufficienti a bloccare qualsiasi legge “importante”) e nominano i ministri dell’interno, della difesa e delle frontiere, per cui Aung San Suu Kyi, alla quale la Costituzione vieta di accedere alle cariche di Presidente della Repubblica e di primo ministro, non ha alcuna competenza sulla questione Rohingya.

Abbiamo visitato solo il centro del Myanmar, quello turistico, dove stano sorgendo strutture turistiche adeguate ai costumi occidentali. Il resto è ancora isolato: poche le strade, insufficienti i collegamenti terrestri. Si preferisce l’aereo. Tre voli interni per coprire una superfice neppure troppo vasta. Capisco perché le etnie, tranne quella Bamar (birmana) siano rimaste isolate le une dalle altre e dal mondo per secoli. Isolati sulle montagne, visto che l’unica via facile di comunicazione è il fiume Irrawaddy.

Paese profondamente buddista, in cui il 99% degli abitati ha compiuto almeno un mese di noviziato, è fortemente influenza da questa filosofia/religione. Più di mezzo milione sono i monaci “effettivi” ed hanno un peso molto forte sulla popolazione che li venera come “esempi da seguire”. Ed un peso anche “politico” come ricorda la “rivoluzione zafferano” (dal colore rosso della tunica dei monaci), ossia le manifestazioni anti-governative che hanno coinvolto il Paese a partire dal 18 settembre 2007. La protesta, condotta con metodi non-violenti soprattutto dai monaci buddisti e da attivisti dell’opposizione democratica, aveva lo scopo di obbligare la giunta dittatoriale al potere ad un’apertura democratica ed al rispetto dei diritti umani.

Causa scatenante delle proteste fu l’improvviso aumento del prezzo della benzina e dei generi alimentari dovuto all’interruzione dei sussidi governativi, su suggerimento del Fondo Monetario Internazionale. Le proteste, soffocate dalla giunta militare con arresti e minacce, hanno ottenuto il sostegno unanime della stampa e della politica occidentale, ed hanno coinvolto l’opinione pubblica protagonista di sit-in in molte capitali

Ogni birmano che si rispetti DEVE compiere le “donazioni”, le offerte, in danaro, in generi alimentari, in manufatti, per il sostentamento dei monaci. I monaci non devono chiederle. Se bambini vestiti da monaci protendono verso di voi la loro ciotola chiedendo offerte, rifiutate: non sono monaci.

I veri monaci fanno “il giro delle offerte” la mattina presto, a piedi scalzi, lo sguardo in basso accettando le offerte spontanee.

La donazione è parte integrante del buddismo, serve sia ad acquistare meriti per elevare lo spirito e ad avvicinarsi al Nirvana, sia a testimoniare il distacco dalle cose terrene.

Come quasi tutti i popoli orientali, tranne i cinesi, i birmani sono – in genere – gentilissimi, molto attenti al prossimo ma, come succede sempre, quando la situazione cambia all’improvviso, spesso sono impreparati.

Il ritorno (quasi) della democrazia, l’apertura di strutture idonee, la riduzione dello spazio mondiale fruibile per il turismo causato dall’elevarsi del numero delle tensioni e dal terrorismo, ha spinto la Birmania verso un boom turistico che ha portato nel suo territorio milioni di stranieri ogni anno concentrati però solo in alcune zone: il sud per spiagge e mare, Bagan con la sua valle di templi, pagode e stupa, Mandalay, l’antica capitale, con i suo templi sull’Irrawaddy, il lago Inle con le divertenti gite in speedboat e i suoi villaggi s palafitte ed i suoi pescatori in bilico sulla barca con un piede solo, Yangon con al splendida pagoda Shwedagon. Il resto è ancora per spedizioni autosufficienti.

Insomma, un numero abbastanza ridotto di attrazioni, soprattutto se si esce dal campo pagode/monaci.

Ho sentito la popolazione soffocare sotto questo peso, comunque benvenuto perché porta soldi.

E meno male che il nostro viaggio, oltre alla semplice visita delle attrazioni comprendeva anche visite e “momenti di vicinanza” a monasteri, iniziative culturali, caritatevoli, o di miglioramento ambientale. Proprio la ridotta offerta di “attrazioni” sta producendo un danno enorme: ha trasformato il simbolo della Birmania, il monaco buddista, la persona, per tradizione schiva e rifuggente dalla mondanità in una attrazione turistica.

Non riesco a togliermi dagli occhi la vergognosa scena, tipo l’encierro, la corsa dei tori a Pamplona, che abbiamo visto al monastero Mahakandayo  dove migliaia di turisti (in stragrande maggioranza cinesi) superate le transenne, sgomitavano per piazzare l’obiettivo della reflex (vietata) in faccia ai milleseicento monaci che sfilavano a piedi scalzi e sguardo basso per ricevere la donazione del pasto. Purtroppo la vicinanza geografica permette anche a chi non è ancora maturo per viaggiare di offendere tradizioni quasi sacre di altri Paesi.

In ultimo una considerazione: mettete sempre una felpa in più in valigia. Ci avevano detto che avremmo trovato clima estivo, quindi abiti leggeri, tranne sul lago Inle dove potava fare un po’ di fresco. Tranne a Yangon, con il suo clima estivo, afoso e inquinato, abbiamo patito il freddo.

Se volete andare in Myanmar, sappiate che, specialmente nei nostri mesi invernali, troverete pieno. Il consiglio è quello – come abbiamo fatto noi- di prendere contatto con le numerose associazioni assistenziali per avere un contatto più vero e (ancora) autentico con la popolazione

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