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Il segretario del PD, Enrico Letta, dopo il voto ai sedicenni ha lanciato un’altra proposta in favore dei giovani.

Aumentiamo di un punto percentuale l’aliquota della tassa di successione per assi ereditari superiori ai 5 milioni di euro. Col ricavato (che in questo caso non andrà a debito dello Stato) si costituirà una dote di 10.000 euro a favore di ciascun diciottenne in modo da favorirne l’ingresso nel mondo del lavoro oppure per completare studi superiori molto costosi.

Non entro nel merito della proposta anche se ritengo che i giovani, oggi, più che soldi abbiano bisogno di opportunità.

Ma, caro Letta, lei sa benissimo che viviamo in un Paese in cui solo 2 persone su mille denunciano un reddito lordo superiore a 200.000 euro annui.

Secondo lei quanti “de cuius” avremo ogni anno che lasceranno questo mondo beneficando gli eredi di un patrimonio ereditario superiore ai 5 milioni di euro?

O il “de cuius” lascerà solo società, magari off shore o finanziarie anonime di cui doci occulti o palesi sono già gli eredi.

Mi sa che sia una proposta generosa, ma irrealizzabile.

Quando posso, alla prenotazione del volo, chiedo un “pasto speciale” anche non avendo nè preclusioni nè particolari necessità. Stavolta ho optato per pasto a basso contenuto di colesterolo. Ho notato che, in genere, i pasti speciali sono migliori della sbobba che di solito propinano sugli aerei e, sicuramente, sei servito per primo. Stavolta mi è toccata scaloppina di pollo con purea, insalata mista e macedonia. Non male, tranne il pane, scongelato ma quasi non cotto. Ed è andata bene vedendo gli gnocchi compressi serviti al mio vicino.
Cerco di passare il tempo, il tempo che non passa, passa troppo lentamente, anzi, quasi torna indietro. Leggere che l’aereo parte alle 12.10 e arriverà alle 15.40 mette di buon umore. Peccato che fra i due orari ci siano sei fusi orari per complessive quasi 9 ore e mezzo di volo.
Una volta mi piacerebbe viaggiare nelle comode e confortevoli “capsule” di prima classe dove hai spazio, TV, stendi di piedi quasi come in un letto.
Poi mi dico sempre che la classe economica (per carità, non si chiama più così, guai a parlare di “economica”. Qui si chiama Main Cabin 2) arriva a destinazione senza alcun ritardo rispetto alla prima classe e rinuncio.
In aereo mi viene continuamente di pensare al tempo, a questa entità costruita da noi umani. Lo schermo davanti a me traccia la rotta dell’ aereo sul planisferove indica le principali città del mondo con l’ora locale.

Mi immagino nello stesso momento, nello stesso giorno, mentre io sono in questa scatola che viaggia fra i fusi orari, un cittadino di Los Angeles si alza sbadigliando dal letto. Alle 7.00, puntuale, la sveglia ha fatto il suo lavoro. Si alza e guarda dalla finestra il sole. Nello stesso momento un cittadino di Hong Kong, dopo una giornata di lavoro, guarda le stelle e l’orologio, son passate le 23.00, sbadiglia ed è ora di andare a dormire. Vivono lo stesso momento alla vista di chi possa vederlo, magari da Marte, lo stesso momento, ma due situazioni completamente diverse.
Non ce ne curiamo più. Da bambini a scuola ci hanno insegnato che la terra gira e che due posti diversi hanno orari diversi. D’altronde, l’esigenza di avere, all’interno dello stesso fuso orario lo stesso tempo si è avvertita solo quando l’uomo, con le ferrovie, ha cominciato a muoversi da un posto all’altro. È un discorso che mi ha sempre affascinato.

Ed è proprio in aereo che il tempo di distorce, si allunga, si accorcia. Forse non è uguale neppure per quel paio di centinaio di persone chiuse insieme nel sigaro d’acciaio.

Hai lasciato casa ad una certa ora, che ora non è più quella. Certo, l’hai lasciata tre ore fa, ma a casa ora non è più l’ora in cui l’hai lasciata più le tre ore del distacco. Secondo la direzione presa dall’aereo possono essere la stessa ora tua, più quattro ore o meno due ed è difficilissimo fare un calcolo sul momento. Solo all’arrivo il GMT+5 coinciderà davvero con il reale, ma, davvero, non avrai viaggiato per 5 ore, ma per un tempo diverso.

E, prima ancora che il viaggio cominci, ti perdi negli arabeschi del tempo.

Memoria corta. Un difetto di noi italiani.
Leggo tanti post che assimilano il Governo Draghi al Governo Monti, bollando ambedue di essere figli dei poteri forti, della Troika UE e dei Paesi nordici, Germania in testa.
Memoria corta.
Non parlo di Monti, acqua passata.
Ma pochi hanno ricordato la genesi della famosa frase di Draghi del 2012 “whatever it takes”. L’allora Capo della BCE fu ferocemente attaccato dal Fondo monetario internazionale e dall’UE, con in testa la Germania con il suo ministro delle Finanze Shauble, per la sua politica di sostegno ai titoli di stato dei Paesi in crisi. Secondo “quei poteri forti” (quelli sì) la BCE non aveva titolo per intervenire nelle economie degli Stati membri.
Draghi andò avanti, sfidando anche la Corte di Giustizia europea, gli Stati nordici, difendendo a spada tratta la sua politica di sostegno fino alle estreme conseguenze, whatever it takes, appunto. e dal giorno dopo la speculazione che stava dissanguando l’Italia cessò.
Questo basterebbe a sfatare i falsi miti dei poteri forti padrini di Draghi.
A meno che vogliamo continuare ad essere governati dai Toninelli o Bonafede oppure passare all’antieuropeista (e ora no vax) Salvini o alla fascista Meloni.
Per me la scelta é facile.

Finalmente è iniziata la transizione. Trump ha ceduto. La nuova amministrazione di Jo Biden può cominciare a lavorare in vista dell’insediamento ufficiale del 20 gennaio 2021.

Un saluto e un tributo alla città più rappresentativa degli Stati Uniti d’America.

The transition has finally begun. Trump caved. Jo Biden’s new administration can begin work ahead of the official inauguration of January 20, 2021.

A greeting and a tribute to the most representative city in the United States of America

La viceministro dell’economia, Laura Castelli, è stata crocifissa per una frase (a dire il vero con parole “poco politiche”) che criticava i ristoratori che chiedevano sussidi per la crisi della ristorazione: “non ci sono clienti, dateci soldi”.
Ora, io sono un signor nessuno, ma giro per le strade della città in cui vivo, Roma. E osservo. E frequento ristoranti.
Osservo che, in questo periodo, c’è una divisione netta nell’affollamento dei ristoranti, pur nelle giuste misure anti-COVID. Fra ristoranti di quartiere e ristoranti del centro storico.
Ci sono anche i super ristoranti super stellati, ma sono un discorso a parte.
Questa differenza c’è sempre stata, almeno a Roma, e dipende dal “bacino di utenza” del ristorante. Un ristorante di San Giovanni o un ristorante di Monteverde conta e può contare solo sui residenti del quartiere, è raro trovarci un turista. Quindi, se perde un cliente, non ha “riserve”. Sono i ristoranti dove di solito vado perché, oggettivamente, si mangia meglio, c’è più attenzione al cliente.
Questi ristoranti sono pieni anche in questo periodo.
Tutt’altro discorso per i ristoranti del centro storico. Il loro bacino di utenza è prevalentemente costituito dai turisti. Il turista è uno strano soggetto: in genere non conosce la cucina italiana, non conosce la media dei prezzi, se mangia male non ritorna ma non tornerebbe comunque perché parte e torna a casa, sostituito da un nuovo turista.
Non voglio certo generalizzare, ma spesso, troppo spesso, i ristoratori del centro storico approfittano di questa situazione. Passando d’estate fra i tavoli all’aperto, non è difficile vedere piatti di pasta scondita con un mestolo di ragù sopra, pomposamente chiamato “amatriciana”, oppure delle sfoglie di pasta piene di broccoli, funghi o patate spacciate per “lasagne” o, ancora, fette di carne di basso taglio con un po’ di pomodoro sopra spacciate per “pizzaiola”, pizze surgelate scaldate in microonde e altre immondizie fatte passare per cucina tipica o “casareccia”; liquido imbevibile spacciato per “vino de li castelli” e, alla fine, un pezzetto di carta scarabocchiato con sopra una cifra invece della ricevuta fiscale.
Chi mi conosce sa che mi son sempre vergognato di questi ristoranti che spennano il povero turista che, tanto, riparte e viene sostituito da un nuovo turista da spennare.
I romani conoscono bene questi ristoranti e mai ci metterebbero piede.
Ecco, ora, con gli esiti del COVID-19, i turisti a Roma son veramente pochini. Per noi romani è una riscoperta della città, per quei ristoratori è un dramma.
I romani la sera vanno nei loro sicuri ristoranti di quartiere, non sostituiscono certo i turisti in quelli del centro.
Cari ristoratori non proprio onesti, vi hanno tolto la vostra rendita di posizione, vi hanno tolto il turista da spennare e, chi vi conosce, vi evita.
Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Ma trasformate questa crisi in opportunità: cucinate meglio, fate pagare meno e, vedrete, il passaparola funziona. Torneranno, prima o poi, i turisti e si riaffacceranno i romani.


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