Archivi per il mese di: dicembre, 2019

30 dicembre, ma quasi ancora 29. Sì, poche ore di sonno. Sveglia alle 5. Una pera di caffè e una tortilla. Sì, frittata di patate come in Spagna. Carichiamo i bagagli e il bus ci trasborda, dopo un’ora di curve, in aeroporto. Parte un solo aereo. L’addetto al check in sembra esser stato punto dalla mosca che provoca la malattia del sonno. Registra i passeggeri con una lentezza allucinante. Finalmente saliamo sull’ormai familiare ATR72 che in poco più di mezz’ora ci porta a Bagan, la perla delle pagode.

In effetti Bagan non esiste. La Bagan vicino alle pagode fu sgombrata quando si decise di aprirle al turismo. La nuova Bagan sono solo alberghi e poche case.
Ovviamente non si va in albergo perché le camere non sono ancora pronte. Si prosegue per la scuola buddista di Shwe Oo Min.
Ci mettono dietro un lungo tavolo di cui sono disposte zuppiere di metallo con dentro riso, legumi, frutta e biscotti.
Arriva una lunghissima fila di monaci bambini, dai 5 ai 10 anni, saranno più di 100. Versiamo nella loro scodella il riso e le altre pietanze. Lì seguiamo al piano di sopra. In uno stanzone due grandi, grandissimi tavoli alti non più di trenta centimetri. I piccoli monaci si siedono intorno e, dopo aver recitato la preghiera di gettano sul cibo come tutti i bambini del mondo. Mangiano con le mani. Fanno una pallottola di riso e verdure e se la cacciano in bocca.
Mentre i piccoli mangiano in capo della scuola ci spiega come funziona il noviziato.
In Birmania il 90% dei bambini, fra i 4 e i 10 anni comincia il noviziato. Non è obbligatorio, ma tutti lo iniziano. Non è obbligatorio continuare, ma tutti lo iniziano. Puoi fare il novizio per una sola settimana, poi smettere, poi ricominciare. Dopo venti anni di “noviziato” (o a venti anni. Questo non l’ho capito) fai la tua scelta. Tornare alla vita civile, errore un monaco a tutti gli effetti, oppure decidere che, per esempio, per tre mesi l’anno, fai il monaco.
Non puoi invece rimanere nell’incertezza: sì lo faccio, poi vado via, poi forse torno. Devi decidere della tua vita.
Se sei sposato puoi fare il monaco, ma tua moglie deve esser d’accordo e il matrimonio si scioglie. Non può fare il monaco chi ha debiti, chi ha commesso reati e deve scontare pene.
Uno degli ostacoli al noviziato è la forte spesa che la famiglia deve affrontare per la tradizionale festa che accompagna l’accesso al noviziato. Dura tre giorni e coinvolge anche 2.000 invitati.
Nessuno nega al novizio di entrare in convento senza festa…ma è come fare un matrimonio senza ricevimento: disdoro sociale.
D’altronde la famiglia investe sul figlio novizio che, così, smette di gravare sul bilancio familiare ed acquista prestigio. I monaci sono la casta dominante nel Paese; anche i militari nulla hanno potuto contro di loro.
Lasciamo la scuola per una importante pagoda, molto venerata. Quadrata, ha la particolarità di avere, all’interno, quattro gigantesche statue di Buddha. La particolarità? Di solito Buddha viene raffigurato seduto, panzone, a volte sdraiato.
Questi quattro Buddha non solo sono in piedi, seminudi con il mantello aperto, ma sono magri, con fattezze levigate, quasi femminili che li fanno assomigliare ai personaggi di Metropolis, il film di Fritz Lang.
Continua.. ..

29 dicembre. Lago Inle. Colazione con calma, una volta tanto. Ma subito si corre al molo per prendere la Speed boat. Oggi le osservo meglio: lunghissime, fuori nere, dentro bordo giallo e fiancate verdi. I 4/6 passeggeri sono in fila indiana assisi su basse poltroncine di legno, abbastanza strette, ma che occupano tutto lo spazio disponibile: lo scafo è stretto, non più di un metro al bordo superiore. Durante la corsa è quasi impossibile stare in piedi. Le vibrazioni e le continue, seppur minime, correzioni di rotta rendono l’equilibrio alquanto precario. Se, poi, come ho tentato di fare, lo stare in piedi durante la corsa e portare la fotocamera all’occhio, rende il capitombolo in acqua alquanto probabile. Però lo spettacolo delle altre lance che corrono sul lago con la spuma del loro velo da sposa che si alza per in paio di metri dietro l’elica è stupefacente, specialmente quando un raggio di sole attraversa la nuvola d’acqua scomponendola in milioni di minuscoli diamanti che brillano come una nuvola d’oro. Avrò scattato almeno 300 fotografie nella speranza di averne qualcuna buona.
Dopo la solita ora di navigazione, arriviamo alle Mille pagode.
Una collina completamente ricoperta di pagode, meglio dire di “stupa” in quanto non esiste un “interno” . Lo scopo è votivo. Sono di ogni forma e dimensione, da quelle alte un metro a quelle alte 15 metri. Da un metro a oltre 3 di diametro, circolari o quadrate.
Colorate: ocra, bianche, celesti, dorate.
Alcune hanno, sul lato, una cavità entro la quale, di solito viene posta una statua di Buddha.
Il parco di pagode risale al 1600, ma delle originali ne rimangono ben poche. Sono di argilla che, col tempo e le piogge, si è liquefatta. La recente vocazione turistica della zona, ha portato al veloce restauro e alla ricostruzione con risultati non sempre rimarchevoli.
Si sente un orribile odore di finto.
Forse più interessante è il lungo porticato, quasi un tunnel che dal lago porta direttamente alla sommità della collina dove c’è la vera e propria pagoda di Shwe Zjmn Dehn.
All’interno del lungo porticato molti banchetti invitano fedeli e turisti ad acquistare i souvenir locali. Solite cose. Notato un burattino di Monaco buddista.
La navigazione di ritorno è più agevole. Il tempo è migliorato. Altro centinaio di foto.
Nel pomeriggio cerchiamo di imitare mister chef o la prova del cuoco. Andiamo da Bamboo Delight della coppia Sue e Leslie. Lì la cena te la devi cucinare tu. Sarebbe facile, in cucina mi destreggio. Il problema è che devi preparare un piatto tipico cambogiano. E qui le cose si complicano.
Ognuno sceglie da una lista un piatto principale e un contorno.
Ognuno riceve un grembiule da cucina.
Leslie e Sue (e la loro schiera di ragazzi) si prodigano in consigli, ti danno gli ingredienti e ti guidano. Sono anche furbetti perché, per superare l’imbarazzo iniziale aprono qualche bottiglia di vino. E l’alcool, come scoprì anche il Renzo manzoniano, scioglie la favella ed empatizza le persone.
A me capita di dover preparare i gamberetti al curry. Stupisco Leslie insistendo a voler raddoppiare la dose consigliata di peperoncino e zenzero. Risultati ottimi. Serata molto divertente.
Torniamo in albergo cantando.
Continua…..

Ma la giornata, che ha già alle spalle il volo e l’ombrellaio, è appena iniziata.
Una corsa in albergo per lasciare i bagagli e poi subito al molo. Il nostro borgo è all’estremità superiore di questo lago lungo e stretto, uno dei posti di maggior richiamo del Myanmar.
Ci aspettano le lance strette e lunghe già viste in Cambogia. Lunghezza variabile da sei a dodici metri con quattro o sette passeggeri sedute in fila più il guidatore che manovra un complesso motore diesel da cui si diparte un lunghissimo tubo dentro il quale c’è la prolunga dell’ albero motore e da cui fuoriesce l’elica. Il lungo tubo è completamente basculante e serve anche da timone. Essendo anche una leva, tirato giù dalla parte del guidatore, si solleva dall’altra tirando l’elica al di fuori dell’acqua e della vegetazione lacustre.
Corrono veloci lasciandosi dietro un’alta cascata d’acqua che ricade in minuscole goccioline.
Lungo il canale del lago che percorriamo veloci si vedono estesi campi coltivati. Chi l’avrebbe mai detto che proprio campi non erano?. Orti galleggianti. Si trova un pezzo di lago di poca profondità e di verrà sopra il fango di fiume. Poi sopra altre alghe e altro fango. Sì va avanti per un bel pezzo con questa millefoglie fango/alghe che cresce sempre più. Ci vuole più di un anno. Poi quando la millefoglie è secca, invece che un dolce vi trovate davanti un gran parallelepipedo di ottimo e fertile terreno. Lo tagliate in blocchi da tre/quattro metri e lo trasportate (tanto galleggia) in una zona tranquilla della lago. Come al domino, al primo accostate un secondo, poi un terzo e così via. Trafiggete il tutto con lunghi e sottili bambù conficcati fino a penetrare il fondo del lago, giusto perché le “zolle” non si muovano e avrete pronto l’orto da coltivare.
Sbarchiamo al tempio Naphekiang, struttura di palafitte in bambù con dentro tante cellette. In ognuna una statua di Buddha. Il culto è sentito: tanti fedeli inginocchiati davanti alle statue con i cinque inchini rituali.
Molto più interessante il successivo giro in piroga biposto più vogatore. Anzi dovrei dire vogatrice, tutte donne di una associazione per la assistenza e la emancipazione delle donne.
Ci portano attraverso un povero villaggio costruito su palafitte lungo canali laterali del lago. Lì consegnamo ai numerosi bambini che si piccole imbarcazioni ci venivano incontro, i vestiti, i quaderni, le matite colorate e i giochi che avevamo portato dall’Italia.
Devo dire che mi son sentito poco sicuro sulla canoa, quasi solo un’asse concava di legno, sensibilissima ad ogni movimento dei passeggeri. Forse per questo alla fine del giro ci hanno consegnato un attestato….
La giornata non è finita. Abbiamo tempo, sempre sul lago e sempre sulle palafitte, di visitare una “manifattura tabacchi”. Sigari e sigarilli rollati da mani esperte per lo più femminili.
Infine ci tocca la vicina filanda dove i telai, manovrati sempre da mani femminili, producono seta arricchita da un filo del gambo del fiore di loto.
Sì tratta ora di tornare. Qui alle sei fa buio e il nostro albergo si trova all’altra estremità del lungo lago. Il tempo, che già al mattino non era bello, tende al freddo. Imbacuccati affrontiamo un’ ora e un quarto di veloce navigazione sulle Speed boat.
La zuppa calda, speziata e piccante per cena è molto benvenuta.

Sì, segui il consiglio di bere molto quando viaggi, seguilo. Farà anche bene ma ci sono le debite conseguenze, spiacevoli quando sei andato a dormire dopo 30 ore di veglia e ti devi alzare per rendere i liquidi alla terra. Comunque di dorme. Poco. Sveglia alle 5.15. alle 8 altro volo per il lago Inle.
Gentilissimi questi Birmani. Hanno, solo per noi anticipato la colazione di più di un’ ora. E non solo caffè, burro marmellata. Bensì anche frutta, noodles, riso etc
Unica cosa strana dell’ottimo albergo, nel giardino tante gabbie piene di …..gatti. La risposta alla ivva domanda non è stata molto soddisfacente: al proprietario piacciono i gatti. In qual modo piacciano non è dato sapere.
Una delle cose piacevoli di viaggiare con agenzia è che non ti devi preoccupare dei bagagli. Pensano a tutto loro.
Nel bus per lo aeroporto la nostra guida Mio di dilunga sul numero (500.000) di monaci presenti in Birmania. Ma, dice, non tutti sono a tempo pieno. Molti sono “civili” che si ritirano in monastero solo per una parte dell’anno, o solo per le ferie. Praticamente, dice, tutti i birmani hanno una qualche esperienza di monastero perché, ribadisce, il buddismo non è una religione, bensì un modo di vivere alla ricerca del distacco dalle cose terrene, perché l’attaccamento alle cose terrene o il desiderio di esse è la base dell’infelicità umana. Poi fa un discorso che mi suona poco. A differenza del buddismo tibetano i cui adepti aspettano il Salvatore, i buddisti birmani devono farcela solo con le loro forze. Bah.
Ennesimo aeroporto. Controlli minimi e saliamo su un Colibrì che ci porterà a destinazione.
Helo, aeroporto locale, ruspante. Il bus ci aspetta.
Sosta ad una fabbrica di ombrelli. Ombrelli sì, ma orientali, di carta. La ditta (padre e figlia) parte dalla materia prima. Un impasto di legno macerato e pestato viene disteso su un telaio quadrato semiimmerso in acqua, oltre un metro di lato. Viene pressato fino a formare una fanghiglia sottile sulla quale vengono disposti fiori e foglie. Il telaio viene posto al sole, la “fanghiglia” si secca e la “carta” spessa e resistente è pronta.
Carta a mano con fiori. Come a mano, uno alla volta, sono costruiti i telai degli ombrelli. Ricoperti di carta sono stupendi. grandi, coloratissimi, sontuosi. Un po’ difficili da portare in viaggi. La “ditta” produce anche ventagli, lanterne e altre creazioni. Basta! Le piroghe a motore ci attendono.

Giocare coi fusi orari non fa bene. Alle 11 per ammazzare il tempo, sono salito sulla terrazza con i chioschi ristoranti dello aeroporto di Hong kong. I noodles in brodo di pollo con verdure e involtini primavera. Così, a pancia piena, ho rifiutato il pasto sul volo per la Birmania e…mi sono addormentato di colpo.
Yangoon appena vista. Siamo arrivati quasi alle cinque del pomeriggio e, fra formalità, passaporto, cambio di valuta, conoscenza con la guida che, storpiandone il nome, chiamerò Mio, siamo pronti una ora e più dopo.
Tutti stanchissimi anelavano albergo e doccia. Ci gela la proposta, praticamente non rifiutabile, di Mio. “Per andare in albergo ci vuole quasi una ora di bus, poi vorrete farvi una doccia, naturale, ma il ristorante che ho scelto di trova a quaranta minuti dallo albergo. Faremo notte. Considerate che domattina si parte alle 6.20 per aeroporto, ché alle 8 c’è il volo per il lago Inle. Quindi, vi consiglio di andare prima al ristorante e poi in albergo” . Dobbiamo accettare. Vedo dal finestrino del bus sfilate gli ampi viali uguali in tutte le capitali orientali, un traffico che, al confronto il raccordo anulare è una strada a scorrimento veloce. Per stasera, ristorante, niente turismo. Mio ha fatto una buona scelta, il Padonmar si rivela buono. Solo cucina birmania. Zuppa di lenticchie, melanzane, zuppetta di pollo e zuppetta di pesce, integrati dal solito riso e da ottime verdure, il tutto in un giardino tranquillo.
Mezz’ ora di bus e troviamo lo albergo Reno dove ci aspetta Daniele di “Viaggi Solidali” . Regalino di benvenuto (borraccia NON di plastica, cartina, una pezza di stoffa tipica). Un buon albergo, un tre stelle da noi. Ma la stanchezza è tanta e la prospettiva di partire l’indomani poco dopo le sei non ci sorride, e ce ne andiamo a dormire.
La vera vacanza comincia domani.

Di solito si viaggia per vedere posti nuovi. Spesso i viaggi sono lunghi. Si passa attraverso tappe nuove e ignote. Magari quasi due giorni di viaggio.
Eppure c’è un filo rosso che congiunge casa tua con la meta. Almeno nella parte di mondo a noi più nota il processo di standardizzazione dei luoghi di transito è ormai realtà.
A cominciare dai nomi delle stazioni delle metropolitane che, in tutta europa son scritte con lo stesso font.
Ho preso il treno alla stazione ferroviaria di Riga senza esitazione. Gesti e procedure sono le stesse.
Negli aeroporti che sono luoghi vieppiù complicati: oltre i biglietti, check in, bagaglio a mano, bagaglio di stiva, articoli che devono per forza andare nell’uno o nell’altra, controlli di sicurezza, gate, livelli….. eppure lo aeroporto di HongKong, quanto alle procedure non è molto diverso da quello di Fiumicino. Anche a dispetto dell’inglese usato come lingua veicolare fra me e gli addetti cinesi che, entrambi, lo conosciamo poco.
Le stazioni della Metro come gli aeroporti sono luoghi protetti e sicuri. I guai iniziano, e la scoperta del nuovo, comincia, quando si esce.

I guai comincers

Il tempo, abbiamo tempo, abbiamo perso tempo, non abbiamo più tempo. Il tempo passa, il tempo corre. Le lancette vanno in un senso solo, lentamente, troppo lentamente quando si aspetta qualcosa di bello che deve arrivare, troppo velocemente quando siamo attesi ad un appuntamento spiacevole.
Eppure, per me, c’è una condizione di tempo fermo, immoto, che scorre pur stando fermo.
Il tempo ha bisogno di riferimenti, di un prima di un dopo. il “che ora è” funge da spartiacque fra il prima e il dopo. Ma, certe volte, pare non ci sia un prima o un dopo e neppure un “che ora è”.
Mi trovo in una di quelle situazioni. Certo ci vuole un bello straniamento dalla realtà. Elementi? Lungo viaggio aereo verso est. Il giorno si comprime. Era meriggio, è subito notte. Le luci si spengono. Silenzio. La temperatura cala. Tutti avvolti nelle coperte. Si dorme, un piccolo pisolino. Ma quanto tempo ho dormito? La convenzione delle lancette di un orologio mi dice 30 minuti. È un tempo solo mio, però. Ma che ora è? Non lo so. E non posso saperlo. Siamo in volo da poco più di quattro ore, partiti a mezzogiorno, ma fuori è notte fonda. Per il mio primo orologio sono le 16.30. Per il mio secondo orologio sono, come ad HongKong, dove scenderemo, le 23.29, quasi mezzanotte. Arriveremo alle 06.20, ora locale, 11 ore più 7 ore di fuso. Poi quasi otto ore a Hong Kong, si riparte per la destinazione finale, Yangon, ma in senso inverso, il tempo si distende. Ripartiamo alle 14.25, ora di Hong Kong , arriviamo alle 16.20, ora birmana. Due ore? No, 3 ore e 25 minuti. “Guadagnamo” due ore di fuso tornando indietro. Non ho fatto il calcolo del tempo totale. Servirebbe? Ho quattro punti temporali di riferimento: l’ora italiana, l’ora di Hong Kong, l’ora birmana, il mio tempo, il mio ritmo cicardiano. A quale dare retta? L’organismo si ribella, non combatte per avere il necessario riferimento. Il tempo si ferma. Il dondolio dell’aereo concilia lo stato di torpore in cui io e, mi pare, altri 300 passeggeri sono sprofondati.
Cerco di bere molta acqua, così mi hanno consigliato, ma lo consigliano anche quando si ha il raffreddore. Guardo un film, sonnecchio, leggo un libro di Cottarelli sugli errori della economia italiana, passo il tempo. Già, ma quale e quanto tempo? Sarà giorno e tempo di scendere nell’antica colonia cinese, ma il mio tempo dirà che da poco è passata la mezzanotte. Ma non è più il mio tempo. Il tempo ha compresso una lunga notte invernale in poche ore. Mi devo rendere conto che quando io mio tempo comincerà a reclamare il giusto sonno notturno, sarà, invece, tempo della prima colazione. E non sarà finita. Poi il tempo starà fermo per un po’ e poi si allungherà.
Intanto il resto del mondo vive la sua vita con i sui punti di riferimento, ignaro di quelle 300 persone che, momentaneamente, ne sono stati privati.

Oggi tutti corrono. Tutto e subito. Tutto calcolato al millesimo. Coincidenze ferroviarie, aeree stradali, studiate a tavolino come piani di guerra. Massimizzare la vacanza, dicono. Se vuoi fare una vacanza in Mozambico devi eliminare tutti i tempi morti: trova il volo più diretto e veloce, le coincidenze più coincidenti.
È vero si ha sempre meno tempo e il tempo non va sprecato, dicono. Ma perché, il tempo fra la partenza e l’arrivo non è esso stesso viaggio o vacanza.
Sono in una condizione fortunata. Da poco sono in pensione e il fattore tempo non è più così stringente.
Oggi ho goduto di cose, di piccole cose, non strettamente attinenti al viaggio, che mi hanno piacevolmente riempito la giornata.
L’aperitivo al nuovo piano bar di Termini, leggendo una novella di Camilleri sui Capponi a Natale.
Il treno semideserto che mi portava nella capitale morale mi ha regalato il tempo per fare ancora gli auguri agli amici via telefono e una simpatica conversazione con una coppia dai rapporti complicati: lui milanese, lei romana, lui lavora a NewYork, lei fra Londra e Madrid. Hanno fatto un monumento a Skype e indotto a riflettere sulla nuova meglio gioventù.
Ho scoperto, poi, i binari 1 e 2 della Stazione Centrale. Non so se costruiti apposta così o ricordo del tempo che fu.
Mi sono concesso una stanza nell’hotel dentro l’aeroporto. Fra essa e il banco del check in meno di dieci minuti. La prima volta, comunque, che gironzolò per un grande aeroporto senza l’ansia di fare presto (quella verrà domani), scegliere di fare uno spuntino in uno dei tanti punti di ristoro dell’aerostazione, tornare indietro, prendere un’ascensore e ritrovarmi nel corridoio della mia stanza.
Un po’ di TG nel megaschermo, un film e queste parole.
Domani. Domani inizierà con una ottima (spero) colazione senza fretta, dieci minuti di cammino e consegnerò il borsone al check in, conoscerò i miei compagni di viaggio e un lungo, lunghissimo volo mi porterà a Hong Kong. Kindle, cuffiette, lettura della guida, chiacchiere riempiranno il tempo.
Prima di riprendere l’aereo che, giocando fra i fusi orari, ci riporterà indietro a Yangon, avremo sei ore di stop. Stessa situazione di sedici anni fa. Allora impiegammo queste sei ore per una vacanza supplementare e imprevista: un giro ad Hong Kong. Ma stavolta ho paura che rimarremo in aeroporto: non vorrei che una improvvisa manifestazione degli studenti ci facesse perdere l’aereo.
Bah, penso che mi metterò a dormire.

Continua…..

Dopo il post di ieri ho ricevuto alcune critiche sul ruolo di Aung_San_Suu_Kyi, come se la “signora si disinteressasse completamente del problema dei Rohingya  accusandola quasi di genocidio  reclamando la revoca del premio Nobel.

Io no so cosa effettivamente pensi la “Signora”, cosa abbia fatto e cosa abbia detto la settimana scorsa alla Corte internazionale dell’Aja dove doveva difendere il suo Paese, accusato dal Ghana di atti contrari ai diritti umani nei confronti dei Rohingya.

Quello che posso dire è che la “Signora” sta seguendo un percorso molto stretto attraverso il sentiero lasciatole libero dall’esercito che, prima delle elezioni del 2015, dominava la scena politica col pugno duro, permettendosi anche di non riconoscere la sconfitta elettorale del 1990.

L’esercito, in Myanmar non è come lo intendiamo noi. È una casta dominante. Possiede fabbriche, banche, società finanziarie all’estero, scuole private alle quali possono accedere solo i figli dei militari.

Con la nuova Costituzione, l’esercito ha ottenuto che Aung San Suu Kyi non possa, ad personam, mai rivestire il ruolo di Presidente della Repubblica o di primo ministro. Ha ottenuto che comunque vadano le elezioni di aver garantito il 25% dei seggi al Parlamento, di nominare, quindi di gestire, il ministro dell’interno, il ministro della Difesa, il ministro delle frontiere.

A ciò si aggiunge la tradizione birmana, uno stato federale, di favorire sempre e comunque l’etnia birmana che vive al centro del Paese, discriminando le minoranze etniche che vivono degli staterelli ai i confini del Paese. Un po’ come sta facendo Modi in India a favore degli indù e con la contestata nuova legge elettorale che preclude l’acquisto della cittadinanza ai musulmani.

I Rohingya sono una minoranza da sempre vessata, a cominciare dalla loro origine, come succede sempre nei Paesi i cui confini sono stati tracciati con la matita dal colonizzatore occidentale che non sapeva o nn volva riconoscere lo stato tribale della popolazione.

I Rohingya vivono nella parte settentrionale della Birmania, nello stato di Rakhine (noto anche come Arakan o Rohang in lingua Rohingya) al confine con il Bangladesh. La loro origine è molto discussa: alcuni li ritengono indigeni dello stato di Rakhine, mentre altri sostengono che siano immigrati musulmani che, in origine, vivevano in Bangladesh e che, in seguito, si sarebbero spostati in Birmania durante il periodo del dominio britannico.

La loro religione ha da sempre costituito un ostacolo alla integrazione in una popolazione in larga parte buddista o animista.  Per questo i Rohingya non possono avere la cittadinanza birmana.

La cosa si è vieppiù aggravata quando – si dice – che i maggiorenti Rohingya abbiano chiesto l’applicazione della sharya islamica nello Stato dove vivono, il Rakine. Un ulteriore elemento di frizione con il Governo militare che riceva parte della sua grande autorità dalla difesa della prevalente religione buddista.

Date queste premesse Aung San Suu Kyi non ha alcuna possibilità d’intervenire in questioni sulle quali, con la sua carica “inventata” di Consigliere di Stato, non ha alcuna competenza.

Certo potrebbe dire qualcosa a titolo personale sulle persecuzioni verso i Rohigya. Ma deve scegliere. Una dichiarazione in tal senso provocherebbe danni molto ingenti alla sua opera di democratizzazione della parte centrale della Birmania, senza contare che sarebbe presa con molta contrarietà sia dall’esercito, sia dalla popolazione birmana che, per le diversità appena evidenziata, non vede certo i Rohigya con simpatia.

Personalmente non so quale sia il sentimento che alberga nel cuore della “Signora” con i fiori fra i capelli, ma ritengo che abbia compiuto una scelta dolorosa, ma utile al suo progetto. Dei Rohingya non se ne parla, vittime come i Curdi di diverse valutazioni politiche e condannati alla loro penosa condizione, vittime sacrificali e “collaterali” di disegni che privilegiano masse più numerose di popolazione.

Continua, nei prossimi giorni……

Rohingya

Leggo e ascolto quello che sta succedendo in Libia. Guerra, come al solito. Al Serraj contro Haftar, come al solito, milizie contro milizie, tribù contro tribù.

Non c’è niente di sicuro tranne il competo fallimento dell’occidente di esportare la Democrazia (sì quella sul modello ateniese) sulla punta delle baionette.

Noi occidentali siamo fermamente convinti (nonostante le attuali prove contrarie in Turchia, Russia, Polonia, Ungheria,) che il nostro modello di Stato unitario governato democraticamente(!) da un Parlamento con la divisione di poteri eccetera eccetera, sia il miglior modo di condurre i popoli verso il futuro.

Ebbene abbiamo gli occhi foderati di prosciutto. Il nostro modello ci viene dall’antica Grecia di cui noi tutti occidentali siamo figli. Ma non è detto che sia l’unico e il migliore. Tante popolazioni sono abituate ad autogovernarsi con sistemi diversi: consiglio tribale, consiglio dei saggi e a risolvere le questioni fra differenti gruppi con la guerra. Noi abbiamo ripudiato la guerra circa 71 anni fa, ma, fino ad allora, il ministro della Difesa si chiamava Ministro della Guerra. E la guerra era uno strumento accettato e accettabile per risolvere i conflitti fra i diversi gruppi, tribù, etnie.

L’occidente ha campato a lungo sull’ordine imposto con la forza da Dittatori come Saddam Hussein e Gheddafi. Una volta rimossi, ecco il caos.

Non sarebbe meglio un ripensamento? Lasciare ai popoli la libertà di scegliere il loro modo di governarsi? Consiglio tribale, Consiglio di tribù, etc?

L’occidente potrebbe imporre il suo peso accettando nei contatti fra Unione europea, organizzazioni internazionali, Stati sovrani solo quelli condivisi da un organo locale deputato ai rapporti esterni. Penso, per fare un esempio, alla deliberazione di un Consiglio dei Saggi, alla deliberazione di una assemblea di capi tribù, alle determinazioni di un rappresentante unico delle diverse etnie?

Sarebbe una sorta di autodeterminazione dei popoli.

Non dobbiamo essere troppo presuntuosi: il nostro modo di governo potrebbe non essere universalmente accettato. Vedi in India, dove il nazionalista Modi ha introdotto una contestatissima legge sulla cittadinanza che favorisce gli indù e discrimina i musulmani. Oppure in Myanmar o Birmania dove la odissea dei Rohinga è sacrificata alla unità del Paese ed al ripristino di un tantino di democrazia.

Dobbiamo convincerci che i percorsi ed i cammini possono essere diversi da quelli che noi riteniamo scontati.

Ovviamente non ho soluzioni, né “consigli”. Sono, come voi, tanto impregnato del concetto di democrazia ateniese che non riesco ad esser lucido considerando altri modelli.

 

Discorso agli ateniesi 461 a.c. Pericle –

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso,

la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così

 

 

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