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Cinque anni fa una coppia di persone dello stesso sesso non aveva alcun diritto. Oggi ci sono le unioni civili.
Cinque anni fa le volontà di un malato sul proprio fine vita non avevano alcun valore. Oggi c’è il biotestamento.
Cinque anni fa si pagava l’IMU sulla prima casa. Oggi la pagano solo i proprietari di case di lusso.
Cinque anni fa i genitori di persone con disabilità non avevano alcuna certezza per il futuro dei loro figli. Oggi c’è la legge sul “Dopo di noi”.
Cinque anni fa non esistevano misure universali contro la povertà. Oggi c’è il Reddito d’Inclusione.
Cinque anni fa i reati ambientali non erano punibili. Oggi c’è la legge sugli ecoreati.
Cinque anni fa tonnellate di cibo in eccesso venivano sprecate. Oggi, con la legge sullo spreco alimentare, è più semplice destinarle a fini di solidarietà sociale.
Cinque anni fa non c’era l’Autorità nazionale anticorruzione. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il codice antimafia. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il reato di omicidio stradale. Oggi c’è.
Cinque anni fa dieci milioni di dipendenti sotto i 1.500 euro non ricevevano alcun aiuto. Oggi ricevono 80 euro al mese in più.
Cinque anni fa datori di lavoro disonesti potevano far firmare alle loro dipendenti un documento per poterle “dimissionare” in caso di gravidanza. Oggi le “dimissioni in bianco” sono impossibili.
Cinque anni fa il PIL era a -2,4. Oggi è +1,6.
Cinque anni fa gli occupati in Italia erano 22 milioni. Oggi sono 23 milioni. Un milione di posti di lavoro in più (la metà a tempo indeterminato).
Cinque anni fa non c’era la legge sulla ciclabilità. Oggi c’è.
Cinque anni fa i miliardi recuperati dall’evasione fiscale erano 12. Oggi sono 20.
Cinque anni fa 100mila docenti erano precari. Oggi sono di ruolo.
Cinque anni fa per ottenere il divorzio bisognava aspettare tempi lunghissimi. Oggi c’è il divorzio breve.
Cinque anni fa nessuno credeva che i lavori per la Variante di Valico, per il Quadrilatero, per la Salerno-Reggio Calabria sarebbero terminati. Oggi sono terminati.
Cinque anni fa punire il caporalato era complicato. Oggi c’è una legge apposita.
Cinque anni fa non c’era il processo civile telematico. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era la riforma del Terzo settore. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il bonus cultura per i 18enni. Adesso c’è.
Cinque anni fa i docenti non ricevevano alcun sostegno per la loro formazione. Oggi hanno una card da 500 euro.
Cinque anni fa non c’era la responsabilità civile dei magistrati. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il bonus bebè. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era la dichiarazione dei redditi precompilata. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il cumulo gratuito delle pensioni. Oggi c’è.
Cinque anni fa i furbetti del cartellino proliferavano nella totale impunità. Oggi per legge rischiano il licenziamento immediato.
Cinque anni fa chi investiva in cultura non aveva alcuna agevolazione. Oggi c’è l’Art Bonus.
Cinque anni fa non c’erano giorni gratuiti per l’ingresso nei musei. Oggi si entra gratis ogni prima domenica del mese.
Cinque anni fa non c’era un piano nazionale per la Banda ultra larga. Oggi c’è.
Cinque anni fa l’imposta sul reddito delle società (IRES) era al 27.5%, ora è al 24%.

Scalfari a Bersani (da Repubblica di oggi, 31/12/2017): “Tu poni una sterminata quantità di temi di cui occuparsi, ma se le cose elettoralmente ti andranno bene secondo i sondaggi attuali….la tua sinistra arriva ad un massimo del 7%. Non è granché, ma qualora, senza troppe domande, rientraste nel PD, dove fra le altre cose ritrovereste la Bonino e, forse, Pisapia, il vostro ex partito supererebbe la destra ed anche i grillini. Fossi in te un pensierino ce lo farei e qualcuno dei vostri certamente lo farà e voi rischiate di ridiventare delle schegge ognuna delle quali, fono a un paio di mesi fa, rappresentava il 2 o il 3 percento.”.

Un pensierino ce lo farei anche io.

La crisi catalana sta assumendo caratteristiche ricorsive, come se ognuna delle parti cercasse un pretesto per tornare indietro.

Ricapitoliamo i fatti. A giugno il Parlamento catalano approva una legge che prevede uno sconclusionato referendum senza quorum (sì, se fossero andate a votare solo 100 persone, il loro voto avrebbe prevalso su tutti i milioni di catalani) che poneva il quesito se si volesse la indipendenza dalla Spagna. La legge prevede anche che, in caso di vittoria dei sì, entro 48 ore ci sarebbe stata la dichiarazione ufficiale di indipendenza. Il referendum fu convocato per il 1° ottobre.

Subito il Governo spagnolo e la Corte Costituzionale dichiararono che il referendum era illegittimo e quindi da considerarsi nullo.

Da giugno a ottobre solo schermaglie:

Da una parte si continuava a riaffemare la nullità del referendum ed, in caso di inadempienza, il ricorso allo art. 155 della costituzione sulla revoca della autonomia catalana. Dall’altra, a muso duro, si continuava verso il referendum, nonostante che molte aziende cominciassero a trasferirsi fuori dalla Catalogna e la comunità internazionale facesse chiaramente intendere di non riconoscere il nuovo Stato e che giammai esso sarebbe entrato nella UE.

Il primo ottobre abbiamo visto in diretta lo svolgimento non proprio regolare del referendum con alcuni seggi chiusi dalla guardia civil, le schede autostampate da internet, votanti in pellegrinaggio fra i seggi guidati da una app che segnalava quelli liberi.

Nonostante ciò, il Governo catalano proclamava la vittoria del sì, ma dal parlamento catalano non arrivava la dichiarazione di indipendenza, ma Puidgemont dichiarava la Catalogna indipendente ma….dopo un minuto sospendeva la indipendenza stessa.

Cominciava così un balletto di domande di Madrid e di non risposte di Barcellona: “Avete dichiarato la indipendenza?”. “Il popolo catalano ha votato sì”. “Ma l’indipendenza è stata dichiarata?”. “Madrid opprime la Catalogna” . Il tutto condito con una serie di ultimatum e penultimatum con giravolte da fare invidia alle veroniche di un Torero.

Ieri la svolta. Sì, no, forse. Tutti i media spagnoli, tutti trasmettevano verso le 13 una breaking new “È sicuro, alle 13.30, Puidgemont cede, scioglierà il parlamento catalano e indirà nuove elezioni per scongiurare la abolizione della autonomia catalana. O, forse, no. I minuti passano, la dichiarazione viene rinviata.

Poi alle 17 Puidgemont se ne esce che non può indire nuove elezioni perché Madrid non ha fornito le necessarie garanzie (quali?).

L’ovvia conseguenza sarebbe stato una serie di consultazioni su queste garanzie.

E, invece, no.

Allora diciamo che la grande novità di oggi, 27 ottobre è che entrambe le parti hanno fatto esattamente quello che avevano detto che avrebbero fatto 26 giorni fà: il parlamento catalano ha dichiarato l’indipendenza ed il senato spagnolo ha applicato l’art.155 revocando tutti i poteri al governo e al consiglio catalano e advocandoli al governo spagnolo.

In più il Governo spagnolo ha già indetto nuove elezioni in Catalogna per il 21 dicembre.

Secondo me Puidgemont intenderà queste elezioni come riedizione concordata del referendum e tutto ricomincerà da capo.

Fino a quando?

Il rosatellum bis non mi piace, ma…. è stato approvato con una larghissima maggioranza del Parlamento, organo sovrano. Può non piacere questo Parlamento, democraticamente eletto con il sigillo della Corte Costituzionale che tale lo ha dichiarato.
Si chiede a Mattarella di non firmarla ma il Presidente ha già detto che, a meno che una legge sia palesemente incostituzionale, lui ha il dovere di firmarla.
Possono non piacere la legge elettorale, il Parlamento, il Presidente della Repubblica. Legittimo, allora si vota qualcun altro. È la democrazia, bellezza! E, o usi l’arma del voto o ti dimetti, come ha fatto Grasso.
Non c’è altra via. Altri “dissenzienti totali” si diedero in passato alla lotta armata, ma non mi pare proprio il caso e, comunque, non solo non raggiunsero il loro scopo, ma fecero una brutta fine

Più volte mi sono soffermato sulla presenza di Escher ad Atrani. Famose le sue Metamorfosi che comprendono la punta di tale borgo.

Ora mi hanno fatto notare un altro dipinto ed il luogo reale ripreso.

Eccoli quo tutti e due: il reale e l’immaginato.

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