Archivi per il mese di: dicembre, 2017

Scalfari a Bersani (da Repubblica di oggi, 31/12/2017): “Tu poni una sterminata quantità di temi di cui occuparsi, ma se le cose elettoralmente ti andranno bene secondo i sondaggi attuali….la tua sinistra arriva ad un massimo del 7%. Non è granché, ma qualora, senza troppe domande, rientraste nel PD, dove fra le altre cose ritrovereste la Bonino e, forse, Pisapia, il vostro ex partito supererebbe la destra ed anche i grillini. Fossi in te un pensierino ce lo farei e qualcuno dei vostri certamente lo farà e voi rischiate di ridiventare delle schegge ognuna delle quali, fono a un paio di mesi fa, rappresentava il 2 o il 3 percento.”.

Un pensierino ce lo farei anche io.

Oggi il “candidato premier” dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, con forza, ribadisce un vecchio mantra dei grillini: “multa pesante per chi cambia partito nel corso della legislatura“. Il vecchio mantra è anche una vecchia “fake news”. Non hanno imparato nulla nel corso dei 5 anni di legislatura. Anche se sottoscritto dal candidato, l’irrogzione di una multa (più correttamente una penale, trattandosi di un contratto privato) E’ NULLA, NON VALE NIENTE perché è contraria alla legge e alla Costituzione. Infatti, l’articolo 67 della nostra Carta costituzionale recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato“.

Quindi anche se l’eletto Cinquestelle che ha sottoscritto la volontà di sottoporsi alla “multa” se cambia partito nulla dovrà ai Cinquestelle.

Poi Di Maio sembra, forse, rendersene conto e afferma che, quando saranno al Governo, proporranno l’abolizione del vincolo di mandato. A parte il fatto che dovranno far passare una legge di riforma costituzionale, cerchiamo di capire perché i nostri padri costituenti non hanno voluto il vincolo di mandato.

Se il vincolo di mandato fosse vigente, il Parlamento sarebbe inutile e sarebbe inutile anche il Governo, perché ogni parlamentare dovrebbe votare solo ed unicamente le leggi proposte dal suo partito con il quale ha il vincolo di mandato. Al posto del Parlamento, basterebbe una piccola riunione dei segretari di partito per definire quali leggi i loro “nominati” devono votare. Anche oggi abbiamo un Parlamento di nominati ma, almeno, essi non hanno l’obbligo giuridico di votare secondo il volere del segretario del Partito. Non voglio vivere in un Paese in cui lla Carta fondamentale sancisce lo strapotere dei Partiti

Ricordo, infine, che l‘unica norma costituzionale che riguarda direttamente i partiti politici è l’articolo 49, secondo il quale tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere “con metodo democratico” a determinare la politica nazionale.

Se siete d’accordo, condividete…

 

Bella scoperta, lo dice anche il calendario. Ma è il modo di dirlo che è diverso. Ben pochi lo dicono con subitanea nostalgia di qualcosa di bello che è appena passato e che tornerà sì, ma fra una anno.

Tanti, troppi, lo dicono con una espressione di sollievo, come l’essersi sgravati di un peso. Come essere appena usciti da una serie di doveri. I doveri dei regali, sempre più belli, sempre più costosi, sempre più esclusivi e sorprendenti. Doveri dell’abbigliamento, con l’obbligo di seguire i dettami della moda, sempre più costosa, sempre più pazza ed aliena da quello che vorremmo indossare ogni giorno. Doveri del cibo, stretti  fra quello ormai anche quello snaturato dall’uso fattone in TV dagli pseudo chef ultra star che ti impongono microscopici piatti, ma pieni dei più disparati ingredienti che devi girare tre giorni per trovarli tutti, e quello tradizionale, di pochi ingredienti, ma in quantità pantagrueliche. Doveri del divertimento ad ogno costo ache quando si vorrebbe star solo stesi sul divano a leggere un buon libro. Tutti doveri indotti, non piaceri. Quasi quasi il 27 dicembre, giorno lavorativo, è accolto con piacere.

E, intanto, anche se l’anno non è ancora finito, si cominciano non solo a fare i bilanci, ma a cercare di scoprire cosa ci porterà il domani, che si chiami 2018 o futuro prossimo.

E qui tutti concordi. Trovare un ottimista è una impresa. Non mi riferisco ai grandi temi, come i disastri di Trump e del suo compare nordcoreano, alla dissoluzione dell’Unione europea, al cambiamento climatico.

Mi riferisco alle cose più piccole, ma molto vicine a noi. Fra qualche mese la Democrazia andrà in scena con il suo massimo show, le elezioni. Ma si avverte una atmosfera da cupio dissolvi della politica che si sta suicidando in beghe interne in cui non si parla di lavoro o di industrie ma se fare il presepe sia etico o meno e che, se i sondagi ci azzeccano, porterà tutto  fuorché un governo.

E, ancora, al profondo degrado in ui versa la nostra capitale, dai rifiuti in strada alla sciatteria e alla manutenzione non eseguita: Purtroppo, nonostante i suoi monumenti ed il suo passato, la nostra Capitale, per il presente non è consideata un buon testimonial. E’ di oggi la notizia che è andata deserta l’asta per la pubblicità sugli autobus e sui tram di Roma.

Gli ialiani questo lo sentono, eccome. Molti dei figli dei miei cugini vivono già all’estero o si preparano a farlo: fuggire per non morire. E non solo il giovani. Migliaia di pensionati vivono meglio all’esero che in Italia, finanche in Bulgaria o Romania.

Anche io ci sto facendo un pensierino….

palloncino cinese

Il nuovo albero di Natale

Allora, che differenza c’è fra “#interessamento” e “#pressione”? La differenza è enorme. Lo interessamento significa solo portare a conoscenza di chi deve decidere il proprio desiderio senza la coercizione connessa alla pressione.
Ma le cose possono cambiare, e di molto, cambiando le circostanze, ossia quei fatto che non entrano direttamente nella fattispecie, ma ben possono mutarne gli effetti.
Se io esprimo ad un mio collega il mio desiderio che una sua scelta cada da una certa parte, esprimo una opinione e, se mi limito a questo, rimango nel campo del lecito.
Ma se una carica pubblica, peraltro molto vicina al vertice del governo, esprime il desiderio di cui sopra a chi deve prendere decisioni per conto di chi lo ha nominato a tale Ufficio, le cose cambiano alquanto. Il timore reverenziale, il possibile pensiero che compiacere il Governo possa portare vantaggi, il semplice rapporto con una alta autorità pubblica, possono certo far pendere la decisione dalla parte voluta da “chi si sta interessando”.
Quindi, un semplice interessamento, se espresso da chi ha potere, o potrebbe avere potere sul decidente, ben può commutarsi in indebita pressione. Insomma non è l’atto in sé, ma la carica rivestita a fare la differenza

E ci risiamo, comincia la campagna elettorale e, subito, il povero Euro si prende tutte le colpe.

E’ di ieri l’affermazione del candidato CinqueStelle, Di Maio, che, se l’Europa non si allinea alle richieste dell’Italia, voterà a favore nel Referendum indetto per l’uscita dall’Euro.

Lo sa Di Maio che in un Europa a 27 Paesi è ben difficile andare col fucile puntato a dire o mi date quello che voglio o esco dall’Euro? La risposta più probabile sarà “E vattene dall’Unione europea!”.

Lo sa Di Maio che l’articolo 75 della Costituzione non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, come è l’adesione all’Euro?

Lo sa Di Maio che l’unico Referendum consultivo che si è tenuto in Italia nel 1989 è di dubbia legittimità costituzionale, in quanto non previsto, e di nessuna valenza giuridica?

Lo sa Di Maio che in questi anni di spensieratezza finanziaria siamo sopravvissuti solo perché c’era l’Euro?

Lo sa Di Maio che il tanto elogiato Tsipras che aveva condotto una campagna elettorale per  l’uscita dall’Unione europea, dovette cambiare idea repentinamente perché il giorno dopo il risultato elettorale a lui favorevole, centinaia di migliaia di greci si sottoposero a lunghe file davanti ai bancomat per fare scorte di Euro, facendo chiaramente capire che avevano molta più fiducia nella moneta europea che in un ritorno alla dracma?

Lo sa Di Maio che i Trattati UE NON PREVEDONO l’uscita dall’Euro ma solo la procedura prevista dall’Articolo 50 per l’uscita dall’Unione europea? Sì, quella che sta seguendo il Regno Unito e che, per ora, significa che  l’UK deve restituire frai 40 e i 60 miliardi di Euro all’Unione.

Lo sa Di Maio che queste improvvide affermazioni, queste panzane, spaventano i mercati con conseguente rialzo dello spread che paghiamo tutti noi?

E, da ultimo, ricomincia il ritornello del presunto errore del rapporto che fu fissato fra lira ed euro, a dire di molti politici, troppo sfavorevole per l’Italia.

E’ bene ricordare che il rapporto lira/Euro non fu fissato a tavolino secondo le idee del momento dei politici, bensì viene da lontano, da molto lontano.

Ricordiamoci che la Lira uscì dal sistema monetario europeo (SME) nel 1992 in seguito ad una fortissima crisi:

Il fenomeno speculativo dell’estate 1992 coinvolse la lira italiana e la sterlina britannica. Il governo italiano, retto da Amato, il 13 settembre decise di svalutare il cambio di riferimento della valuta nazionale complessivamente del 7%, in particolare la lira in sé fu svalutata del 3,5%, mentre le altre valute furono rivalutate del 3,5%.

Il 16 settembre dello stesso anno (giorno che sarebbe poi divenuto noto come “mercoledì nero“) il governo britannico decise di far uscire la moneta nazionale dallo SME. Il giorno dopo la medesima decisione fu presa dal governo italiano.” (fonte: Wikipedia).

Molti di voi non erano nati e non si ricordano i brutti momenti che passammo, paragonabili a quelli che passò qualche anno fa la Grecia.

Nel 1996 si cominciò a parlare di moneta unica e, condizione essenziale per farvi parte era rientrare nello SME ma con un cambio valutario corretto e, soprattutto, accettato da tutti i partner.

La missione di far accettare di nuovo la Lira nello SME toccò al ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi nel novembre 1996 che tentò di convincere  partner su un cambio di circa 1000 lire sul marco (ossia il cambio che allora i mercati accettavano).

Il resoconto di quella memorabile giornata è ben descritto in un articolo de L’Inkiesta (il link è qui) e di cui riporto alcuni passi.

Il punto chiave del rientro nello SME era il tasso di cambio ritenuto corretto dagli altri partner europei. Nella riunione di sabato mattina a Palazzo Chigi, il Presidente del Consiglio Prodi e Ciampi appresero dal Governatore della Banca d’Italia Fazio che la video-consultazione del venerdì aveva prospettato la posizione tedesco-olandese, che sostenevano che il cambio giusto per la lira sarebbe stato 925 per un marco. Prodi e Ciampi dissero che non se ne parlava neppure. Gli industriali italiani fantasticavano tassi di cambio ben superiori a quota 1.000, tipo 1.030/1.040. Il Governo sapeva che l’unica speranza era aggrapparsi alla cifra tonda: quota 1.000. Per ottenere 1.000, si decise si dare a Draghi e Ciocca il mandato di chiedere 1.010, con la facoltà di scendere a 1.000. Il tasso di cambio sui mercati in quei giorni viaggiava intorno a 985 lire per marco. Draghi e Ciocca non trovarono l’accordo ma riuscirono ad abbattere il muro delle 950 lire, trovando qualche difficoltà a trattare su quota 970.” …”[l’accordo] si trovò l’accordo in tarda serata (giusto in tempo per comunicare l’accordo prima dell’apertura dei mercati australiani: mezzanotte di Bruxelles equivale alle 9.00 a Sidney) a quota 990 contro marco. Questa parità di 990, non modificabile secondo il Trattato di Maastricht, sarà la parità base per il calcolo del cambio lira/euro a fine 1998, prima della nascita dell’euro, il 1° gennaio 1999“.

Infatti questa quota rimase fino al 31 dicembre 1998, data di nascita dell’Euro. E anche per le altre valute si tenne lo stesso metodo: il rapporto che rispecchiasse il valore reciproco delle singole valute rispetto alle altre partecipanti allo SME. In parole povere il valore dell’Euro rispecchiava i rapporti di cambio delle valute partecipanti allo SME, frutto quindi di un calcolo matematico e non di giochi di tavolino.

In conclusione la lira, nel 1996, rientrò nello SME con il valore che i mercati le davano, quindi “il giusto prezzo” ma, con in più – e qui sta la grandezza di Ciampi – con la fiducia che tale rapporto si sarebbe mantenuto nel tempo, senza più crisi come quelle del 1992.

Per finire  e per dare un esempio di quanto difficile fu ottenere questo cambio che ora i politici senza memoria ritengono ingiusto, riporto un altro pezzo dell’articolo sopracitato “Il Financial Times, però, il 26 novembre 1996 fece tornare il sorriso a Carlo Azeglio Ciampi. Lionel Barber – The quest for Emu: Italy home but not dry – descrisse Ciampi come un lottatore (“His craftiness is legendary”) senza pari in Europa, l’unico in grado di vincere la resistenza del duro dei duri, Hans Tietmeyer, Presidente della Bundesbank. Barber – tra l’altro – cita un diplomatico italiano: “Ciampi gave the performance of his life. Se qualcuno avesse provato la stessa operazione lo avrebbero buttato giù dalla finestra”.

 

Fa discutere in questi giorni la proposta del nuovo governo austriaco di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini italiani di ceppo tedesco. Scandalo? Crisi internazionale?

Violazione della sovranità?

Niente di tutto questo. E’ che noi italiani, al solito, abbiamo la memoria corta. E’ indubitabile che, fino a 100 anni, fa l’alto Adige, o sud Tirolo, apparteneva all’Austria o, meglio, al disciolto impero Austro Ungarico. Sempre, quando uno Stato perde un territorio, cerca di fare qualcosa per i propri concittadini che sono rimasti al di là del confine.

L’ha fatto anche l’italia.

Lo ha fatto con l’art. 17-bis della legge  05/02/1992, n. 91 (legge sulla cittadinanza) che così recita: 

  1. Il diritto alla cittadinanza italiana è riconosciuto:
  2. a) ai soggetti che siano stati cittadini italiani, già residenti nei territori facenti parte dello Stato italiano successivamente ceduti alla Repubblica jugoslava in forza del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430, ratificato dalla legge 25 novembre 1952, n. 3054, ovvero in forza del Trattato di Osimo del 10 novembre 1975, reso esecutivo dalla legge 14 marzo 1977, n. 73, alle condizioni previste e in possesso dei requisiti per il diritto di opzione di cui all’articolo 19 del Trattato di pace di Parigi e all’articolo 3 del Trattato di Osimo;
  3. b) alle persone di lingua e cultura italiane che siano figli o discendenti in linea retta dei soggetti di cui alla lettera a).

E lo ha fatto anche  con l’articolo 1 della legge 14 dicembre 2000, n. 379 recante “Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti ” che così dispone:

. 1. La presente legge si applica alle persone di cui al comma 2, originarie dei territori che sono appartenuti all’Impero austro-ungarico prima del 16 luglio 1920, e ai loro discendenti. I territori di cui al presente comma comprendono:

a) i territori attualmente appartenenti allo Stato italiano;

b) i territori già italiani ceduti alla Jugoslavia in forza:

1) del trattato di pace fra l’Italia e le Potenze alleate ed associate, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 e reso esecutivo in Italia con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430;

2) del trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia firmato ad Osimo il 10 novembre 1975, ratificato e reso esecutivo in Italia ai sensi della legge 14 marzo 1977, n. 73.

2. Alle persone nate e già residenti nei territori di cui al comma 1 ed emigrate all’estero, ad esclusione dell’attuale Repubblica austriaca, prima del 16 luglio 1920, nonché ai loro discendenti, è riconosciuta la cittadinanza italiana qualora rendano una dichiarazione in tal senso con le modalità di cui all’articolo 23 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge (2).

3. È abrogato l’articolo 18 della legge 5 febbraio 1992, n. 91.

 

Quindi…. di cosa stupirsi? Di cosa indignarsi?

Un solo commento: non sarebbe meglio per tutti avere un’unica cittadinanza, quella Europea?

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