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Quel giorno a New York. Come sembra lontano. Eppure son passati solo 79 giorni, o 78?
Era il 24 febbraio di quest’anno. No, non successe nulla di particolare. Purché lo si giudichi con gli occhi di allora.
Mi sembra di vivere uno di quei film post-apocalittico, tipo “Io sono leggenda” o uno della serie “The Day After” o “The Day After Tomorrow” nei quali i protagonisti hanno ben chiaro in testa i luoghi come erano pochi mesi prima, vedono come sono ora, ma sanno che una grande cesura è avvenuta. 78 o 79 giorni e nulla è più come prima. Eppure vedo le immagini in TV: Times Square è identica, nessun grattacielo si è sbriciolato, vedo le classiche immagini dei tombini da cui sbuffa il vapore sotterraneo. Ma alle immagini in TV manca qualcosa di cui 78 (o 79?) giorni fa sentivo fortissima la presenza. Manca il tratto distintivo della Grande Mela, della città che non dorme mai. Manca la gente. Manca la folla che quel 24 febbraio mi avvolgeva, insieme sorridente e spedita, di corsa, in bici, in monopattino, sullo skateboard.
Ecco, la folla, la gente di New York è la cosa che più mi ha colpito
Sono abituato ad una città affollata, Roma, piena di turisti come New York. Ma la sensazione è completamente diversa. Non so perché a Roma la gente pare sempre incazzata, non ti sorride mai, se ti urta, ti manda pure affanculo; a New York il fiume di folla in movimento ti spinge a sincronizzarti con il flusso. Se c’è un contratto non manca mai il “Sorry..” ed un sorriso.
Ora questa folla gioiosa non c’è più, le strade deserte, orfane dei turisti, vedono qualche frettoloso passante che cerca il più vicino negozio di alimentari per ritirarsi subito all’interno dei palazzi. Sì, anche qui in Italia c’è stata la stessa roba: lockdown, mascherine e guanti di lattice (se li trovavi), uguale, ma diverso, la folla, il fiume di gente che si muove sta a New York come il Colosseo a Roma, è il suo simbolo, il suo tratto distintivo e vederla ora così in TV stringe il cuore.
Come nei film e romanzi post-apocalittici, chiudo gli occhi e ricordo quello che avvenne solo 78 (o 79?) giorni fa. Il bianconero di oggi si accende degli sfavillanti colori di una giornata di sole tiepido, inconsueta per febbraio.
E tornano alla mente le bianche spirali del Guggenheim Museum con una mostra sulle campagne e sul loro recupero, anche due sale dedicate al “modello Riace”. Sì, il nostro Riace con foto e video e cartelloni che spiegavano in modo entusiasta il melting pot creato da Mimmo Lucano, indicato ad esempio di riqualificazione di borghi spopolati dall’urbanizzazione.
E i ricordi proseguono  con la colorata Little Italy, con le inconfondibili insegne con nomi e prodotti nostrani, magari stroppiati dalle quarte quinte generazioni che dell’ Italia conoscono solo quello che vedono alla TV.
E, spesso, da un negozio dall’insegna italiana spunta un volto con gli occhi a mandorla.
Chinatown si sta mangiando Little Italy, magari conservandone le insegne che attirano turisti.
Il ricordo continua con l’hot dog e Coca-Cola mangiato e bevuta al sole si una panchina del Pier 17, dove gli antichi velieri del più vecchio porto di New York puntano con la prora i giganteschi grattacieli di vetro. Ma accanto, verso Fulton street potete trovare in uno dei vecchi magazzini in mattoncini rossi il nuovo negozio di scarpe di Sarah Jessica Parker. I vecchi dock sull’ East River sono diventati i nuovi luoghi cool di New York.
Mentre scrivo mi sto appassionando al gioco del ricordo. Sì, quel giorno a New York fui felice perché con i miei occhi vidi quel che avevo prima visto solo in TV: Greenwich Village. Sì, proprio come lo immaginavo, tanti giovani, seduti, sdraiati sull’erba: futuri manager, futuri imprenditori il cui scopo del momento era solo quello di mangiare, seduti nel parco, un pezzo di pizza in quella insolita giornata di sole tiepido.
Anche nel ricordo, ho nostalgia del flusso. L’ultimo ricordo di quel giorno a New York è la decisione di non prendere la metropolitana e farmi tutti i chilometri di Broadway Street facendomi portare dal flusso della folla, flusso che, nel ricordo, vorrei definire quasi gioioso, conscio di essere nell’ombelico del mondo.
Poi riapro gli occhi, scosso dalla sigla del TG e dalle notizie che da quell’ombelico vengono. La più importante città della più importante nazione del mondo sforna morti a migliaia e il trend è ancora in salita.
Le immagini mostrano Times Square deserta. Non reggo. Chiudo la TV e mi rifugio nel ricordo di quel giorno a New York sicuro che la folla, il suo flusso e il suo sorriso torneranno come quel giorno di febbraio 2020.

La folla, ora è solo nel ricordo. O qui

https://youtu.be/GW0bD8qcC5g

 È come un virus, anzi è peggio perché esserne contagiato non fa male. Penso che ci sia una stagione della vita, quella che sto vivendo, che so che non potrà essere lunga e, quindi, cerco di sfruttarla il più possibile.

La causa scatenante è ancora una volta il fattore tempo.

Fino ad una certa età si corre, si corre e il tempo continua a correre. A seconda delle persone ci sono impegni inderogabili che si accavallano: famiglia, figli, carriera, lavoro. Il tempo non basta mai e se si ha voglia di un viaggio non coincidono mai la meta, la stagione giusta, il momento, la possibilità.

Poi arriva un momento della vita in cui il lavoro non c’è più, il tempo c’è e, fortunatamente, la salute ti assiste ancora. Non sarà un tempo lungo, lo so. Il crepuscolo si avvicina…. Ma fino a che non arriva, è meglio godersela.

Chi mi segue sa che prediligo i viaggi in regioni remote, in luoghi in cui la globalizzazione non è ancora arrivata. Vederli prima che le particolarità locali scompaiano per omologarsi al nostro mondo dove le vie, i luoghi, le persone sono tutti uguali come gli schemi sociali e mentali.

Posti ancora “vergini”, magari poverissimi di beni materiali, ma ricchissimi di abitudini, persone, folklore autoctoni e non importati. Oppure luoghi che, ora, appare impossibile raggiungere. Sono felice di aver goduto dei panorami, delle persone, dei luoghi dello Yemen, della Siria, dell’Algeria, della Libia, solo per citane alcuni.

Sono appena tornato dalla Birmania e già ho voglia di ripartire.

E riparto.

Ma….

Ma stavolta capovolgo la mia visione del viaggio. Non più la Jungla misteriosa dei romanzi di Salgari o il deserto di Lawrence d’Arabia, ma la forse più sorprendente Jungla urbana. Non un giro vorticoso in tutti gli angoli del Paese e neppure il giro di una Capitale. Solo il giro di una parte di una città. Una città che è il massimo della globalizzazione. Da quanto leggo (non ci sono mai stato) è la città dove c’è tutto e il contrario di tutto, una città la cui particolarità è di avere tutte le particolarità del mondo. Una città dove c’è il miglior ristorante italiano, la migliore cucina cinese, i migliori negozi di griffe francesi, ma non è né in Italia, né in Cina, né in Francia. Forse il miglior mosaico del mondo intero a cui manca proprio la tessera univoca di quella città. La realizzazione pratica del melting pot.

E cambio anche clima. Di solito vado in posti caldi o sulle alte vette himalayane nel momento meno freddo. Oggi le previsioni meteo mi danno, per i giorni del mio soggiorno temperature sotto lo zero.

Insomma se non sei in grado di cambiare le tue abitudini, come potrai essere in grado di adattarti ad un mondo che cambia sempre più velocemente? Non voglio diventare, a breve, un burbero vecchio che è bravo solo a magnificare i suoi trascorsi e i suoi ricordi.

Ma qualche abitudine la mantengo. Su questo blog (https://sergioferraiolo.com) – per chi vorrà seguirmi – racconterò in diretta le mie impressioni, le mie sorprese (in viaggio è bello averne), le mie riflessioni su questa nuova meta.

Da domani si comincia.

A presto.

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