18 febbraio
Sono stato accolto dal grande affetto dei miei cugini che vivono qui a New York da oltre trent’anni. Tante volte mi avevano invitato finché ho ceduto. Sono meravigliosi e mi hanno adottato per mostrarmi la città, modificando i loro programmi e impegni per non farmi sentire solo nella Grande Mela. Non riuscirò mai a ringraziarli abbastanza.
Dopo il giro di quartiere di ieri sera concluso nel migliore dei modi davanti ad una splendida anatra alla pechinese in in ottimi ristorante cinese, stamattina giro sulla Broadway fino al Lincoln Centre e al Columbus Circle e oltre, sempre sulla Broadway fino a Time Square.
Giornata nuvolosa ma ho sperimentato il famoso “effetto grattacielo”. In upper west side i palazzi non superano gli 8/10 piani e la temperatura è gradevole. Appena superato Columbus Circle e quindi, terminato il Centrale Park, il numero dei piani dei palazzi ad ambo i lati della Broadway di moltiplica e il vento si incanala fra i grattacieli e comincia a tagliarti la faccia. La giacca a vento viene chiusa, compaiono guanti, sciarpa e cappello. Tutto nel giro di cento metri.
Pian piano la strada si trasforma. Teatri, immenso cartelloni che pubblicizzano film, lo show business! Teatri con nomi famosi tante volte sentiti in TV da essere ormai familiari anche se visti davvero solo oggi.

Un cartellone 6 metri per tre con la faccia di Claire Danes  che interpreta Carrie Mathinson annuncia l’ultima serie di Homeland Security. Chissà se è quella che ho appena finito di vedere su Netflix o una ulteriore. Mi ha appassionato e mi piacerebbe vederla ancora.
Anche se è mezza mattina di in giorno feriale la strada è affollata. Pochi turisti, però, tutti locali, sempre di corsa.

Si dice che in Africa ogni giorno il leone si sveglia e comincia a correre perché se non raggiunge la gazzella rimarrà digiuno e ogni giorno una gazzella si sveglia e comincia a correre perché sa che se si farà raggiungere dal leone morirà.

Ritengo che a New York ogni giorno i suoi abitanti si svegliano e cominciano a correre perché…….sono a New York.

Entro in qualche teatro per curiosare e, anche se si vede lontano un miglio che sono in turista impiccione, il portiere mi apre sempre con un sorriso. Caratteristica newyorkese: quando entri o quando esci c’è sempre qualcuno che ti apre la porta e che ti saluta con calore.
Beh, finalmente ho visto di persona i grattacieli, immensi parallelepipedi di vetro che riflettono quel che li circonda diventando quasi invisibili divertendosi a trafiggere con la punta le basse nuvole di oggi.

A fare da contrasto a queste linee pure e a questa eterea seppur immensa massa, ai piedi dei grattacieli i banchetti d’altri tempi continuano a vendere gli americanissimi hot dog accanto ai tombini da cui esce il vapore visto in tanti film.
Tutto nuovo ai miei occhi, ma visto innumerevoli volte nei film o in tivù.
Il giro sulla Quinta strada è piuttosto deludente: mi dicono che questo è il mese dei rifacimenti delle facciate. I ponteggi non si contano ed oscurano le vetrine.
Il festival della pacchianeria  lo si vede guardando la Trump tower. Ma forse è il gusto che piace ai neo ricchi americani.
Più serio è il grattacielo del Rockefeller Centrer, alto e slanciato. Al secondo piano c’era un grande dipinto di Diego Rivera, il marito di Friede Khalo, subito contestato e poi rimosso perché ritenuto comunista.


Per finire un bagno di folla  a Time Square. Nonostante il freddo e la stagione povera di turisti piena di gente, di luci e colori. I grattacieli sono interamente rivestiti di pannelli luminosi animati da figure fantastiche che pubblicizzano spettacoli teatrali e ogni sogno che possa essere venduto. Il tetto spiovente del botteghino “last minute” di spettacoli serve da pedana rialzata per migliaia di selfie. Le luci dei pannelli splendenti diffonde una soffice luce che avvolge ogni cosa. Ogni cosa è illuminata da ogni lato. Come a Roma i finti gladiatori invitano i turisti ad un selfie insieme, a Time Square, falsi Supereroi marveliani fanno lo stesso invito ai turisti. Lo spettacolo complessivo oscilla fra il fantastico e l’orrido.

Mi avevano detto, povero me novellino, che i controlli di check in e di sicurezza per i voli Usa sono tremendi e di arrivare per tempo.
Arrivato tre ore prima nell’area check in riservata per i voli per gli States. Primi controllo boardig pass o biglietti alla porta da due gentili fanciulle che mi approcciano in inglese. Ok. Procedo. In fila non c’è nessuno. Ma nel serpentone con i nastri previsto per file chilometriche altre fanciulle mi chiedono ancora il passaporto e se ho l’Esta. Mi diverto e dico che non ce l’ho. Prima che chiami qualcuno ad arrestarmi, le dico gentilmente che ho il visto. “Allora di ferma più di tre mesi?”. “No, due anni fa sono stato in vacanza in Iran” “Ah!” e si passano il passaporto di mano in mano.
Arrivo al banco. Mando sul rullo il bagaglio registrato e dò passaporto e boardig pass all’addetto. Mi chiede lo scopo del viaggio e dove vado e se ho l’Esta. Rispondo educatamente e mi fa “fortunato lei che la ospitano in centro Manhattan” .
Mi ridà passaporto e boardig pass e mi indica il “terribile”  corridoio per “”gli speciali controlli di sicurezza per chi è diretto negli USA” e varco la porta “del non ritorno”. Due corridoi deserti e, infondo intravedo i soliti nastri con vassoi e scanner. Non c’è un’anima (quasi: tre passeggeri per tre postazioni). Devo fermarmi per fare le solite cose che faccio durante la fila che oggi non c’è: togliere scarpe, mettere tutte le cose di metallo nella borsa. Passo indenne e non ho tolto neppure la cintura. Solito casino al controllo elettronico del passaporto: pongo il passaporto sul lettore e non funziona. Colpa mia, guardo la mano sul passaporto e non davanti a me verso la fotocamera che mi inquadra.
Insomma alle 9.20 sono a fare. E, ora, che faccio?
Vado a prendere un caffè. Sono circondato da bar e ristoranti. Lascio tutto sulla sedia e vado al più vicino, 10 metri. “Attimi by Heinz Beck”, chiedo un caffè. DUE euro!, Caspita, sotto casa lo pago 80/90 centesimi. Sullo scontrino c’è scritto “Espresso sublime” e, sinceramente, non mi è neppure piaciuto.
Finalmente sul tabellone compare il gate di uscita del mio volo Delta DL 444, gate E21, lo stesso che mi aveva indicato l’App Delta (ottima) 4 ore prima e l’addetto al check in due ore prima. L”altoparlante gracchia qualcosa, mi sembra di capire “New York” e “completare procedure di imbarco” . Mi dirigo al gate indicato anche se manca ancora molto tempo e vedo parecchio affollamento davanti al desk.

Chiedo e mi dicono che sono i passeggeri in transito provenienti da altri voli. Chi ha fatto il check a Roma può rilassarsi. Adoro le compagnie aeree che iniziano il check in con molto anticipo. I 293 passeggeri dell’Airbus A330-300 entrano senza fretta con tutto il tempo di sistemare le proprie cose.
Sono abbastanza indietro e, visto che la coda si restringe sempre più, anche le cappelliere laterali sono meno capienti. Molti trolley non entrano con disappunto dei passeggeri.
Ciò conferma la mia tesi di cercare di entrare in aereo fra i primi per trovare le cappelliere libere.
Retaggio dei continui voli Roma-Bruxelles e ritorno dove tutti viaggiavano con il solo enorme bagaglio a mano e chi arrivava tardi doveva stivarlo e andarlo poi a prendere al nastro di ritiro in aeroporto.
Partiamo. Vedo molti passeggeri pulire con salviette imbevute braccioli, schermo, testiera. Anche il mio vicino me ne offre una invitandomi a fare altrettanto.
Effetto coronavirus?
Con lui la prima fallimentare esperienza di scambio linguistico. Capisco che in testa ci sono due posti vuoti (e di questo sono sicuro) poi non più. Capisco che mi invita, a portelloni chiusi, ad occuparne uno. Io tento di rispondere che sarò felice se ci andrà lui ma qualcosa non torna e il dialogo abortisce.
Quando posso, alla prenotazione del volo, chiedo un “pasto speciale” anche non avendo nè preclusioni nè particolari necessità. Stavolta ho optato per pasto a basso contenuto di colesterolo. Ho notato che, in genere, i pasti speciali sono migliori della sbobba che di solito propinano sugli aerei e, sicuramente, sei servito per primo. Stavolta mi è toccata scaloppina di pollo con purea, insalata mista e macedonia. Non male, tranne il pane, scongelato ma quasi non cotto. Ed è andata bene vedendo gli gnocchi compressi serviti al mio vicino.
Cerco di passare il tempo, il tempo che non passa, passa troppo lentamente, anzi, quasi torna indietro. Leggere che l’aereo parte alle 12.10 e arriverà alle 15.40 mette di buon umore. Peccato che fra i due orari ci siano sei fusi orari per complessive quasi 9 ore e mezzo di volo.
Una volta mi piacerebbe viaggiare nelle comode e confortevoli “capsule” di prima classe dove hai spazio, TV, stendi di piedi quasi come in un letto.
Poi mi dico sempre che la classe economica (per carità, non si chiama più così, guai a parlare di “economica”. Qui si chiama Main Cabin 2) arriva a destinazione senza alcun ritardo rispetto alla prima classe e rinuncio.
In aereo mi viene continuamente di pensare al tempo, a questa entità costruita da noi umani. Lo schermo davanti a me traccia la rotta dell’ aereo sul planisferove indica le principali città del mondo con l’ora locale.

Mi immagino nello stesso momento, nello stesso giorno, mentre io sono in questa scatola che viaggia fra i fusi orari, un cittadino di Los Angeles si alza sbadigliando dal letto. Alle 7.00, puntuale, la sveglia ha fatto il suo lavoro. Si alza e guarda dalla finestra il sole. Nello stesso momento un cittadino di Hong Kong, dopo una giornata di lavoro, guarda le stelle e l’orologio, son passate le 23.00, sbadiglia ed è ora di andare a dormire. Vivono lo stesso momento alla vista di chi possa vederlo, magari da Marte, lo stesso momento, ma due situazioni completamente diverse.
Non ce ne curiamo più. Da bambini a scuola ci hanno insegnato che la terra gira e che due posti diversi hanno orari diversi. D’altronde, l’esigenza di avere, all’interno dello stesso fuso orario lo stesso tempo si è avvertita solo quando l’uomo, con le ferrovie, ha cominciato a muoversi da un posto all’altro. È un discorso che mi ha sempre affascinato.
Beh, la clausura finisce, arriviamo. Tanto sole e temperatura mite.
Controllo passaporti, il terribile megastanzone dove, mi dicono, passerò più di un’ora. Ci sono tante macchinette per il controllo automatizzato del passaporto. Ne uso una. Ha un momento di esitazione quando cerco di farle scansionare la pagina del passaporto con il visto per l’India, poi tante domande, tipo “porti vegetali o alimenti?” Vieni in USA per turismo o per affari? Confermi di esser venuto col volo DL445? Mi sento un po’ stupido a rispondere a domande stupide. Vado solo sull’ultima “sei venuto a contatto recentemente con livestock?” Mai visto un livestock, non so neppure cosa sia. Ma Google traduttore viene in aiuto e posso dichiarare che no, non sono venuto a contatto con animali selvatici.
Dopo un po’ di fila porto la ricevuta rilasciatami dalla macchinetta all’addetto della”Custom and Immigration Office” che mi rivolge, come se fosse una colpa, perché ho un visto vero e non l’Esta. Gli rispondo che son stato in vacanza in Iran. Lui sgrana gli occhi come se gli avessi risposto “perché sono stato all’inferno”. Comunque mi timbra il passaporto e potrei restare per sei mesi. Son fuori! Ai taxi non c’è nessuno e, su un vero Yellow Cab entro in Manhattan. La mia prima volta.

 È come un virus, anzi è peggio perché esserne contagiato non fa male. Penso che ci sia una stagione della vita, quella che sto vivendo, che so che non potrà essere lunga e, quindi, cerco di sfruttarla il più possibile.

La causa scatenante è ancora una volta il fattore tempo.

Fino ad una certa età si corre, si corre e il tempo continua a correre. A seconda delle persone ci sono impegni inderogabili che si accavallano: famiglia, figli, carriera, lavoro. Il tempo non basta mai e se si ha voglia di un viaggio non coincidono mai la meta, la stagione giusta, il momento, la possibilità.

Poi arriva un momento della vita in cui il lavoro non c’è più, il tempo c’è e, fortunatamente, la salute ti assiste ancora. Non sarà un tempo lungo, lo so. Il crepuscolo si avvicina…. Ma fino a che non arriva, è meglio godersela.

Chi mi segue sa che prediligo i viaggi in regioni remote, in luoghi in cui la globalizzazione non è ancora arrivata. Vederli prima che le particolarità locali scompaiano per omologarsi al nostro mondo dove le vie, i luoghi, le persone sono tutti uguali come gli schemi sociali e mentali.

Posti ancora “vergini”, magari poverissimi di beni materiali, ma ricchissimi di abitudini, persone, folklore autoctoni e non importati. Oppure luoghi che, ora, appare impossibile raggiungere. Sono felice di aver goduto dei panorami, delle persone, dei luoghi dello Yemen, della Siria, dell’Algeria, della Libia, solo per citane alcuni.

Sono appena tornato dalla Birmania e già ho voglia di ripartire.

E riparto.

Ma….

Ma stavolta capovolgo la mia visione del viaggio. Non più la Jungla misteriosa dei romanzi di Salgari o il deserto di Lawrence d’Arabia, ma la forse più sorprendente Jungla urbana. Non un giro vorticoso in tutti gli angoli del Paese e neppure il giro di una Capitale. Solo il giro di una parte di una città. Una città che è il massimo della globalizzazione. Da quanto leggo (non ci sono mai stato) è la città dove c’è tutto e il contrario di tutto, una città la cui particolarità è di avere tutte le particolarità del mondo. Una città dove c’è il miglior ristorante italiano, la migliore cucina cinese, i migliori negozi di griffe francesi, ma non è né in Italia, né in Cina, né in Francia. Forse il miglior mosaico del mondo intero a cui manca proprio la tessera univoca di quella città. La realizzazione pratica del melting pot.

E cambio anche clima. Di solito vado in posti caldi o sulle alte vette himalayane nel momento meno freddo. Oggi le previsioni meteo mi danno, per i giorni del mio soggiorno temperature sotto lo zero.

Insomma se non sei in grado di cambiare le tue abitudini, come potrai essere in grado di adattarti ad un mondo che cambia sempre più velocemente? Non voglio diventare, a breve, un burbero vecchio che è bravo solo a magnificare i suoi trascorsi e i suoi ricordi.

Ma qualche abitudine la mantengo. Su questo blog (https://sergioferraiolo.com) – per chi vorrà seguirmi – racconterò in diretta le mie impressioni, le mie sorprese (in viaggio è bello averne), le mie riflessioni su questa nuova meta.

Da domani si comincia.

A presto.

La destra, dopo la sconfitta elettorale in Emilia-Romagna (solo in Emilia Romagna, nell’intero paese è maggioritaria) sta cercando nuovi cavalli per la sempiterna campagna elettorale.

Uno, spregevole, è quello di cavalcare il coronavirus, come se si potesse impedire l’accesso in Italia ad una persona in regola col visto ed in apparente buona salute (ricordiamoci che il coronavirus è invisibile, ma infettivo, finché non compaiono i sintomi). Bella furbata del Governo che ieri – non potendo vietare l’ingresso delle persone, ha vietato tutti i voli da e per la Cina. Bravi!.  Oppure dire che gli immigrati sui barconi ci portano il coronavirus. Ci sarebbe da ridere.

Un altro cavallo di battaglia, consueto e ormai vecchio è quello che qualsiasi Governo di sinistra o di centro sinistra, aumenti le tasse.

Il Giornale di oggi porta ad esempio la proposta di legge -delega per la riforma dell’IRPEF. (vedi qui: https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-gualtieri-conferma-stangata-arrivo-rivedremo-iva-catasto-e-1819330.html).

 Una volta tanto sono d’accordo con la destra, almeno per quel che riguarda le aliquore IRPEF.

In Italia sono veramente molto strane. Eccole:

Dalla tabella si vede che chi ha un reddito annuo lordo superiore ai 75.000 euro paga l’aliquota marginale del 43% sia che guadagni 75.000 euro lordi sia che ne guadagni 150.000.

La cosa non è affatto conforme all’etica e all’articolo 53 della Costituzione che dispone: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Se io guadagno 150.000 euro lordi annui, mi sembra folle che io paghi, sull’eccedenza di 75.000 euro, la stessa aliquota di chi guadagna 75.000 euro lordi annui.

La cosa è nota da sempre a nostri politici. Ma alzare le tasse fa perdere voti, lo si sa.

Quindi si è sempre preferito non alzare le aliquote, ma incrementare il gettito fiscale con metodi surrettizi e alquanto scorretti.

La casistica è ampia: prestazioni sanitarie garantite solo a chi ha un ISEE inferiore ad una certa cifra; protezione dalla svalutazione degli stipendi e delle pensioni solo sotto una certa cifra; deduzioni Irpef applicabili solo sotto un certo reddito; tagli alle cosiddette pensioni d’oro che sono state conseguite rispettando legittime norme dello Stato  (tanto i pensionati non hanno voce in capitolo), etc.. etc…

Si consegue surrettiziamente lo stesso scopo senza alzare, formalmente, le tasse. Senza farsi carico del disagio di chi guadagna più di 75.000 euro lordi annui che deve provvedere con i propri mezzi a prestazioni che la Costituzione garantisce formalmente a tutti.

La mia proposta è semplice e conforme all’articolo 53 della Costituzione. Inserire una aliquota ulteriore IRPEF. Faccio un esempio, così per dire: chi guadagna più di 100.000 auro annui lordi, sulla parte eccedente i 75.000 euro lordi pagherà il 45% il 47%  di Irpef, ma come tutti, avrà diritto a tutte le garanzie, deduzioni, detrazioni previsti per tutti.

Una riforma trasparente.

È scomodo per i politici, ma penso sia necessario per cercare di far ricrescere la coesione sociale che, negli ultimi tempi, è parecchio diminuita.

L’Acutil era un medicinale che ci dava la nostra mamma prima degli esami. Pare, infatti, che il fosforo contenuto nelle pilloline fosse una panacea per la memoria. Insomma un farmaco per ricordare.

È quello che ci vuole oggi.

Ricordare è difficile e faticoso. Prendiamo appunti, se serve.

Oggi, poi, è anche la giornata della memoria. Non dobbiamo solo ricordare gli orrori di Auschwitz, ma anche ricordarlo a quei soggetti che a Mondovì come a Torino emulano i seguaci delle leggi razziali mussoliniane e scrivono, protetti dall’anonimato e dall’oscurità, “Qui abita un ebreo” sulla porta di discendenti di deportati o partigiani. Come se “essere ebreo” sia un crimine. Ricordiamo a costoro che il crimine di essere ebreo fu un crimine inventato da criminali tanti anni fa e che la Storia, prima delle moderne Costituzioni hanno cancellato.

Ma non solo questo dobbiamo ricordare affinché non si ripeta. Abbiamo assistito a cose che immaginavamo avvenissero solo nei film fantastici di Fellini o di Sorrentino: bellezze seminude che ballano al ritmo dell’inno nazionale davanti ad un seminudo ministro dell’interno.

Abbiamo assistito alla criminalizzazione di un intero paese, prima famoso solo per il Parmigiano, dal sindaco al partito di appartenenza del sindaco, prima che la magistratura si pronunciasse. Il voto del popolo sovrano ha sancito di credere ancora molto in quel partito: i criminali, se ci sono, sono persone e saranno giudicati nei tribunali e non sul palco di un comizio elettorale portando un bambino in braccio.

Ricordiamolo.

Ricordiamo anche a cosa serve quell’aggeggio con tanti pulsanti che si trova sotto i portoni: serve per chiamare chi abita nel palazzo. C’è qualcuno che, con telecamere e microfono, l’ha utilizzato per denunciare un presunto colpevole di reato. Forse non si è accorto che non era il citofono della Questura o dei Carabinieri. Ricordiamoci qual è il citofono giusto.

C’è una anziana e distinta Signora che, a 13 anni, ha subìto il peggio che l’essere umano abbia potuto concepire. Si è salvata e ha speso tutta la sua vita a raccontare ai giovani quelle cose orrende che i loro nonni avevano concepito. Lo racconta anche oggi che ha 89 anni. E c’è qualcuno che, dimenticando la sua opera di insegnamento alle nuove generazioni, rinnovando ogni volta, il dolore delle ignominie vissute da bambina, si chiede quale merito abbia questa Signora per esser nominata Senatrice a vita e le augura un forno come casa.

C’è stato un gruppo di giovani, nuova presenza, che, al ritmo di un vecchio canto di libertà, ci ha ricordato che la politica può anche non essere volgare e che votare è un dovere, oltre che un diritto, lascito di chi è morto per conquistare questi valori.

Ci siamo ricordati e l’affluenza alle urne è risalita. Ma ricordiamolo sempre, anche senza aiutino.

Potrei continuare, ma forse affaticherei troppo il mio e l’altrui cervello: troppe cose da ricordare sono accadute negli ultimi mesi.

Ricordiamole tutte. Nel bene e nel male sono la nostra storia. E ricordare la storia a questo serve. A non ripetere e a riparare gli errori commessi. A perpetuare quel poco o quel molto che si è compiuto.

E a questo non serve comprare L’Acutil, basta la nostra coscienza, se ce l’abbiamo.

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