Forse sarà l’età, ma mi riesce sempre più difficile comprendere il pensiero di una parte dei miei connazionali.

Sono pieni di una profonda diffidenza verso qualsiasi cosa, atto, fatto, proposta etc. che provenga da quella che, una volta, si chiamava Autorità.

Questi italiani, che chiamerò “NO-tutto”, compiono le nefandezze più pericolose, come affidare non solo i dati personali più intimi, ma anche i ricordi più privati a Facebook, regalando tutto il loro vissuto ad enti privati che ci fanno sopra i miliardi oppure comprare on line l’ultimo gadget dall’ultimo sito di e-commerce, fornendo tutti i dati delle loro carte di credito. Eppure non scaricano l’App Immuni perché, secondo loro, viola la privacy.

Oggi è stato pubblicato un sondaggio per il quale il 44% degli italiani si vaccinerebbe subito contro il Covid-19, il 16% non si vaccinerebbe affatto e il rimanente 40% si vaccinerebbe, ma più in là, per poter vedere l’effetto degli “effetti collaterali” su chi si è vaccinato prima. Per me è follia. Questa gente, come tutti, quando va al supermercato, sicuramente non legge le etichette degli alimenti che compra, non si chiede cosa siano quei nomi strani degli “edulcoranti”, degli “addensanti”, quelle sigle di ingredienti aggiuntivi che, comunque, verranno ingeriti e potrebbero interferire con la fisiologia umana. Oppure fa man bassa di integratori che, non essendo farmaci, non passano alcun vaglio di certificazione. Oppure, ancora, cerca rimedi miracolosi nel farmaco di cui ha letto su Facebook o consigliato dall’amico “che se ne intende”

 Ma non si fida di Enti come la FDA americana e l’EMA europea che, prima di ammettere un farmaco al commercio certificano il trial, le pubblicazioni, le prove su almeno 30.000 persone che tale farmaco ha prodotto.

Da dove viene questa diffidenza? E’ una risposta complessa, anzi ‘ una domanda che ha più risposte.

La prima, secondo me, riguarda i cosiddetti “social”. Come ebbe a dire Umberto Eco “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Chi pascola tutta la giornata sui social ha, evidentemente, tempo a disposizione e, probabilmente, una vita grigia priva di altri interessi o attività. Queste persone vorrebbero avere in mano qualcosa che li faccia emergere dal grigiume, una carta che, come al poker, li ponga sotto i riflettori e li elevi dalla massa. E qual migliore carta è quella di essere parte del disvelamento di un segreto? Di poter dire agli altri: io lo so e voi no, voi ci avete sempre creduto e, invece non è vero! Quindi, quando un tizio in vena di provocare scrive sui social, citando fantomatici studi scientifici, che il latte materno fa male al neonato, ecco che le “legioni di imbecilli” citate da Eco scendono in campo, appropriandosi della nuova verità e misurando la loro gratificazione dal numero di “like” ricevuti. Se uno di questi imbecilli pubblica sui social un post con la rivoluzionaria scoperta che il latte materno fa male e riceve 2.000 like, ecco che la giornata gli si colora di rosa, ecco che emerge dalla massa, ecco che si sente superiore ed appaga il proprio ego. Ma, intanto, il danno è fatto.

Poi c’è un’altra risposta, tutta italiana. C’è un partito, anche se loro si definiscono “un movimento”, sì i Cinquestelle, che sulla risposta precedente hanno costruito un impero.

Ve lo ricordate lo slogan “Uno vale Uno”? Ossia che un quisque de populo possa tranquillamente interloquire della vita degli insetti con un entomologo premio Nobel? Screditare la classe politica, questo era (perché la classe politica ora sono loro) il loro motto. La competenza, la carriera, i titoli di studio o accademici acquisiti no valgono nulla perché io posso sempre contestare quello che dice Anthony Fauci anche se le mie competenze mediche si limitano alla lettura di qualche bugiardino di farmaci e perché mi sono laureato all’università di Facebook.

Così una intera classe dirigente che è arrivata ai vertici sudando all’Università, nel lavoro, negli articoli accademici, viene distrutta ed equiparata chi perde tempo al bar.

Altro danno, grave e, forse, irreparabile.

Una ulteriore risposta viene dal profondo decadimento della politica odierna. Una volta i partiti politici erano fondati su quelli che si chiamavano IDEALI.  Il” Lavoro per tutti”, una maggior voce del popolo, la prevalenza degli interessi economici etc., ideali che non mutavano cambiando, nel tempo i leader dei partiti. Sapreste voi – oggi – definire gli ideali degli attuali partiti politici che siano indipendenti dai loro leader pro-tempore? Io no.

Ormai la politica è degenerata da guida del consenso su ideali ben definiti a una continua campagna elettorale, intesa non a convincere gli elettori su linee programmatiche ben definite a lungo termine, bensì ad una effimera manifestazione di consenso per crescere, non tanto in vista di eventuali elezioni, bensì nei quotidiani sondaggi elettorali.

E’ sotto gli occhi di tutti che, in quest’ultimo periodo, alle giravolte governative, corrispondono analoghe giravolte dell’opposizione, impegnata non a proporre un programma alternativo, ma a contestare “a prescindere” le scelte governative.

Se il Governo si mostra prudente sulle precauzioni da tenere contro la pandemia, l’opposizione urla che si sta uccidendo l’economia e che il virus non c’è più.  Se il Governo vuole prorogare lo stato di emergenza, l’opposizione urla che non c’è emergenza.  Le Regioni urlano contro le misure prudenziali del Governo, ma – sottovoce – pregano il Governo di attuarle perché le terapie intensive sono al limite. Doppio gioco: al Governo il lavoro sporco, alle Regioni il consenso degli elettori perché contestano le misure del Governo.

Un gioco senza ideali, senza alcuna prospettiva. Riflettiamo sulle ultime sparate del senatore Renzi che guida un partitino che non supera il 3% dei consensi. Oggi, all’unico scopo di darsi visibilità, minaccia la crisi di Governo per le modalità con le quali Conte vuole gestire i miliardi del Recovery Fund e sulla proposta di costituire una Fondazione per gestire i Servizi segreti.

Nel merito si può essere d’accordo o in disaccordo con le motivazioni di Renzi, ma sorge spontanea una domanda. Visto che ci sono due ministri e un sottosegretario renziani nel Governo, che hanno fatto fin ora? Hanno giocato alla playstation mentre Conte elaborava le sue proposte? Proposte che non sono certo di ieri. Perché minacciare di rompere proprio ora? E’ ovvio, basta guardare i TG, da giorni non si parla che del leader fiorentino, anche se solo il 3% degli italiani lo segue.

Un’altra dimostrazione della degenerazione politica è dato, sempre nel sondaggio di cui sopra, dalle altre domande rivolte agli intervistati. È indubbio che l’oggetto del sondaggio “oggi vi vaccineresti contro il Coronavirus?” riflette non tanto le convinzioni politiche quanto le convinzioni personali. L’aggregazione delle risposte è stupefacente: tutti gli elettori del PD hanno dichiarato che si sarebbero vaccinati subito, solo il 4% degli elettori della Lega hanno dichiarato che avrebbero fatto altrettanto.

No, non è il ritorno del vecchio “il personale è politico”, è solo prosciutto sugli occhi.

A chi dichiara di non volersi vaccinare io dico: “GRAZIE!!!!! Ci sarà meno gente in fila, così mi vaccino prima!!!”

Healthcare cure concept with a hand in blue medical gloves holding Coronavirus, Covid 19 virus, vaccine vial

Chissà se qualcuno si ricorda del tempo in cui, quando qualcuno telefonava a qualcun altro, chiedeva “chi è?”. Sì, “CHI”, perché il dove era scontato. Si diceva, infatti, chiamo “casa” di mio fratello e si sapeva benissimo “dove” il telefono avrebbe squillato. L’incognita era “chi”, della famiglia di mio fratello, avrebbe risposto.

Se, poi casa di mio fratello era in un’altra città, non lo si poteva chiamare direttamente, ma si telefonava “al centralino” e si chiedeva di esser connessi con “l’utente desiderato” la cui abitazione era in un’altra città e si veniva messi in coda. Se l’attesa si prolungava, si poteva richiamare il centralino e “sollecitare”. Quando, finalmente, si era messi in comunicazione con “l’utente desiderato” in un’altra città si avevano a disposizione tre minuti. Alla scadenza del tempo concesso, la voce della centralinista (sì, erano per lo più donne) si intrometteva con la temuta domanda “Raddoppia?”. Il raddoppio era riferito al raddoppio della tariffa per altri tre minuti. Se ricordo bene, al tempo, correvano gli anni ’60, le telefonate urbane si pagavano in abbonamento, ossia un tot fisso per qualsiasi numero di telefonate al mese. Le interurbane e le (rarissime) internazionali erano tariffate a parte. Questo era il sistema telefonico in Italia fino al 31 ottobre 1970 quando entrò in vigore la “teleselezione” che permise ad ogni utente italiano di collegarsi ad ogni altro utente italiano. Sempre da casa a casa, però.

L’apparecchio telefonico in uso era in bachelite, nero, come questo:

Oggi è tutto diverso. Non compongo più il numero. Digito il nome o lo trovo sull’elenco che lo schermo del mio smartphone mi mostra. E lo smartphone non è solo un telefono, ma un minicomputer, con caratteristiche ben superiori a quelle che avevano i computer che, nel 1969, permisero lo sbarco sulla Luna; esso, oltre a darmi le previsioni meteo, ad indicarmi e registrare il percorso fitness, a mostrarmi le foto e gli scritti che altri utenti, anche sconosciuti, pubblicano, o le quotazioni di borsa, permette anche di fare telefonate.

E, ormai, non c’è neppure bisogno di toccare lo schermo: basta dire “Abracadabra!” o “Apriti Sesamo”. Beh, non proprio queste parole, ma altre del tipo: ”Hey Google, chiama Tizio sul cellulare!” o “Siri, chiama Caio a casa!” (sì, qualche telefono a casa ancora esiste) e, quando si viene connessi non si chiede più “chi è?” perché è scontato. Si chiede “dove sei?” e le possibilità variano dall’isolato adiacente alla cima dell’Everest.

So che queste cose ai nativi digitali fanno un baffo, ma a me che ricordo il telefono in bachelite e il “Raddoppia?” fanno ancora un certo effetto.

Ma – ormai – il limite esiste solo per esser superato. Ricordate le campagne per dissuadere gli automobilisti ad usare il cellulare durante la guida? Roba recente, mica di anni fa.

Eppure anche questo limite viene superato: appena si entra in auto, il telefonino si connette (cavetto o bluetooth) con l’autovettura, e il suo schermo viene proiettato sullo schermo dell’auto, replicandosi quasi in toto. “Hey Google, andiamo a piazza xxx!” Google Maps con il percorso richiesto viene proiettato sullo schermo della autovettura, ben più grande di quello del telefonino, guidandoti fino alla meta.

Oppure, senza sollevare le mani dal volante, “Hey Google chiama Tizia”. Tizia risponde – senza sollevare le mani dal volante – dalla sua autovettura, tutto in vivavoce; e, così, due persone da due auto diverse che corrono in direzioni diverse, magari a centinaia o migliaia di Kilometri di distanza, conversano amabilmente come se fossero nello stesso salotto.

So che ormai è questa la normalità, ma per uno che ricorda ancora il “Raddoppia?” un po’ di emozione la prova.

Oggi sui giornali c’è un argomento che divide molto. Sabato e, soprattutto, domenica scorsa, approfittando dell’Italia ormai quasi tutta “zona gialla” con i negozi aperti, nelle vie dello shopping di molte città si sono riversati praticamente tutti, per passeggiare, per il rito dell’aperitivo (ormai anticipato alle 16-17), per comprare i regali ed, ovviamente, si sono creati quegli assembramenti pericolosi per la trasmissibilità del virus.

I commenti sono stati di due tipi: assolutori e di condanna.

Fra gli assolutori (vedi Enrico Mentana) che su Facebook scrive: “I cittadini fanno quello che non è vietato. La gran parte di loro lavora o studia dal lunedì al venerdì. E nel fine settimana, da che esiste la civiltà dei consumi, si riversa nelle strade dei centri cittadini. Quando le norme anti-virus lo hanno imposto, tutti sono rimasti a casa disciplinatamente. Sabato e ieri non c’era alcuna misura restrittiva, e a meno di due settimane da Natale le persone hanno fatto quel che si fa da sempre nel penultimo week end prima delle feste. Era la cosa meno imprevedibile del mondo, e non è stata proibita o disincentivata in alcun modo. E allora chi parla – tra i decisori politici – di insopportabili assembramenti, può individuarne agevolmente i responsabili, guardando lo specchio”

Fra chi condanna ci sono molti medici, virologi e chi, per esempio, ha dirette responsabilità nella gestione della Pandemia, come Domenico Arcuri che definisce tali assembramenti “insopportabili”, o il ministro Boccia che li definisce ingiustificabili, o il Presidente del Veneto Zaia, che si è detto indignato.

Come al solito, la verità sta nel mezzo. Certo, non c’erano divieti, ma c’erano forti raccomandazioni a limitare il più possibile le uscite di casa.  Cosa doveva imporre il Governo? Uscite scaglionate secondo la lettera iniziale del cognome? Vedo che non esiste il buon senso, né la capacità di ragionare ed accogliere l’invito della scienza a limitare gli spostamenti al minimo indispensabile.

Con oltre 60.000 morti, con più del’1% della popolazione contagiata, con gli ospedali e le terapie intensive piene, con più del 60% degli interventi e chirurgici e screening per altre gravi patologie rinviati per carenza delle strutture, ormai i cittadini di questo disgraziato Paese hanno in testa solo l’aperitivo, lo struscio, il cenone di Natale e il Veglione di Capodanno, come se negli anni scorsi tutti non avessero pensato “che noia, ancora il Natale e i suoi riti”. Come se la mascherina, non sempre portata correttamente, possa da sola, come il vaccino, essere lo scudo definitivo contro un possibile contagio.

Pare di assistere a quella sindrome di “negazione della malattia” che prende spesso i malati con poche speranze.

Il responsabile della sanguinosa e buia dittatura del secolo scorso, Mussolini, ebbe a dire “Governare il popolo italiano non è difficile, è inutile”. Forse perché la maggior pare non ragiona autonomamente: “E’ permesso? Usciamo tutti. Non è permesso? Tutti in casa. Se non dobbiamo uscire che facciano un provvedimento di lockdown!!”.

Vi pare un ragionamento maturo questo? Non mi pare, come non mi pare maturo l’atteggiamento del Governo che è stretto fra medici e virologi che vogliono il massimo rigore, la Confindustria che vuole la riapertura totale, la Destra che non ha idee e reclama solo il contrario di quello che propone il Governo, i Presidenti delle Regioni che, a parole, vogliono riaprire tutto, ma ben volentieri lasciano al Governo il lavoro sporco di chiudere e l’onere dei “ristori”. In questa situazione il Governo, a differenza di marzo, ha un atteggiamento ondivago non certo adatto a conquistare la fiducia del popolo: Italia a macchia di leopardo con tre colori. Si apre e si chiude. Per Natale si chiude e nei 4 giorni canonici si chiude in modo stretto. Poi retromarcia, forse si ammetteranno spostamenti fra piccoli comuni.

Oggi i giornali sono pieni di nuove proposte del Governo che vorrebbe chiudere di nuovo tutto, spinto dagli assembramenti di sabato e domenica. Ma il coraggio (che, come dice il Manzoni/Don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare) stavolta gli viene dall’esterno. Nella vicina Germania, con casi e – soprattutto – decessi con numeri molto inferiori a quelli italiani, la Cancelliera Merkel, con un discorso rigoroso, accorato, ma senza tentennamenti ha annunciato ai Land un duro e completo lock down dal 16 dicembre fino al 10 gennaio per abbassare la curva dei contagi: via i mercatini di natale, via i festeggiamenti, via il Capodanno

Insomma, visto che gli italiani non lo capiscono, il rigore verrà imposto.

Mi viene in mete una citazione di Pasolini, da “lettere luterane”, del 1975 che fotografa, con 45 anni di anticipo l’Italia che verrà, Governo e cittadini: “L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.”.

In questa situazione, la paventata crisi di Governo non so se considerarla l’ennesima disgrazia o una benedizione.

Sanità Lazio. Secondo me bisogna riferire non solo le magagne della Pubblica amministrazione, ma anche le sue efficienze. Quest’anno era fortemente raccomandata sia la vaccinazione antinfluenzale, sia quella antipneumococco (polmonite). Ebbene verso la fine di ottobre il mio medico di base mi ha vaccinato contro l’influenza, Siccome l’ASL non gli aveva mandato i vaccini per il pneumococco, sono andato sul sito dell’ASL Roma 2 dove ho prenotato il vaccino: mi hanno dato appuntamento dopo un mese il tal giorno e alla tale ora. Ci sono andato, avevano gli elenchi pronti subito mi hanno vaccinato. Sarò stato in ambulatorio non più di 7-8 minuti. Una buona prova di efficienza. Grazie.

Uffa, la sveglia, non la sopporto. Stavo sognando un meraviglioso pic-nic sul prato con i bimbi che rotolavano sull’erba ed, insieme alla tua compagna, ti strappavano tutte le coccole di questo mondo; poi li prendevi sulle spalle e facevi la corsa del cavallo. No, invece, bip bip bip, sempre più forte, BIP BIP BIP, manca un quarto alle sette, basta sognare, la realtà ti riprende e ti rivuole.

E’ inverno, è ancora buio, mi alzo, vado in bagno. No non è giorno di doccia. Solo fra qualche giorno sarà il mio turno. Lo spray pulente mi avvolge il corpo; inquinerà, ma tanto ormai…. Colazione. La porzione standard ha l’etichetta “Colazione rustica al prosciutto”, apro il forellino, ci metto 10 cc di acqua riciclata, e lo infilo nel microonde, lo scarto e addento il contenuto: chissà qual era, una volta, il sapore del prosciutto, mi pare si facesse con la coscia dei maiali, mi pare. Altri 10cc di acqua riciclata partono per render liquida la polvere di caffè. Caffè? Si, vabbè, chiamiamolo caffè. Devo stare attento, la mia razione mensile di acqua riciclata sta per finire.

Quasi con sollievo mi metto la tuta da esterno e, sul telefonino, leggo l’ultimo bollettino della Protezione civile sull’epidemia. I casi sono aumentati ulteriormente, l’indice ErreTiConZero  è a 4,5. Consigliano la mascherina TT2 con filtro ai carboni attivi, occhiali grandi aderenti, tuta usa e getta in TNT sanificato e visiera trasparente. Posso uscire dalla mia “unità 345-B-8108, safe”.

Il dilemma di ogni mattina. Prendere la metropolitana superaffollata e rischiare un contagio, ma fare prima, oppure andare al lavoro a piedi, 6 chilometri, un’ora e mezzo, salutare ma stancante. Scelgo la metro, tanto lungo la strada a piedi non ci sono più bar aperti per un cappuccino e una chiacchiera col barista, ormai ricordi di gioventù. Il rischio in metropolitana è alto, ma, ormai, la vita è solo un peso, la percentuale di suicidi aumenta del 100% l’anno.

Soliti avvisi. “Le carrozze hanno già raggiunto la capienza massima permessa del 30%. State indietro e distanziati. Il prossimo convoglio sarà qui a minuti”. Intanto la folla aumenta e, finalmente al terzo tentativo riesci a entrare nella carrozza. Le porte si chiudono e si aprono gli ugelli che ci aspergono di disinfettante nell’illusorio tentativo di neutralizzare il virus che può annidarsi sulle nostre tute.

Entro nel palazzone dove svolgo le mie mansioni lavorative. Sono assegnato alla “Bolla 203”: prima di entrare uno scanner mi rileva la temperatura corporea, passo il dito su una punta e la gocciolina di sangue viene analizzata istantaneamente. Il doppio esito negativo mi consente di entrare nella “Bolla 203” dove posso togliermi occhialoni e tuta da esterno e posso indossare una mascherina più leggera. I colleghi sono sempre gli stessi, solo con loro posso interagire, ma in tre mesi, “quelli della bolla 203 sono diminuiti di 23 unità. Ormai non si chiede più perché Tizio non c’è, si sa. Si sa che è stato contagiato e ora lotta fra la vita e la morte.

Il lavoro è pesante, una volta c’erano i computer, ora i faldoni cartacei la fanno da padrone. Non ho altro desiderio di tornare nella mia “unità 345-B-8108, safe” per l’unico momento bello della giornata.

Torno, mi “igienizzo”, e accendo il computer: Skype, Zoom, Google meet sono gli unici strumenti che mi permettono di parlare con qualcuno senza il diaframma della mascherina e degli occhialoni. Vabbè, c’è il diaframma dello schermo, ma ormai la realtà virtuale è più reale di quella reale.

“Ciao Giovanna, stai bene, vero, stai ancora bene, vero?”. Il volto di Giovanna si appalesa sullo schermo, bello e sorridente. Il rossetto ocra scuro, ultima moda, risalta e risplende con tutto il glitter che contiene. Sì, la bocca degli altri, questa sconosciuta. Sottile o carnosa, denti sporgenti o a paletta; labbra protese per un bacio virtuale o dure per un discorso serio. Chi l’avrebbe mai detto che le labbra sarebbero diventate un “oscuro oggetto del desiderio”, nascoste alla vista come il seno, come la vagina; le labbra come strumento femminile della seduzione, scoperte e disvelate solo nell’intimità di Skype o di Zoom.

Le conversazioni via Skype o Zoom seguono sempre lo stesso rituale. Dopo il come stai? Domanda retorica visto che l’immagine che rimanda lo schermo è di una persona sana, dopo i soliti convenevoli, le domande stupide sul “cosa fai?”, inutile, vista la vita che facciamo tutti, si comincia invariabilmente a tornare indietro nel passato.

“Ti ricordi come eravamo stupidi allora, all’inizio del 2020, quando guardavamo di sfuggita i telegiornali e confinavamo quell’epidemia cauta da quel virus, come si chiamava? Ah sì, Covid-19, solo in Cina? Ti ricordi quando all’inizio di marzo di quell’anno ci siamo tutti buttati sugli impianti di risalita perché non potevamo rinunciare alla domenica sugli sci?”.

Le labbra piene di glitter si strinsero in un sorriso forzato, ma poi si mossero per ribattere, un po’ incerte perché gli anni passati da quegli avvenimenti rendevano confusi i ricordi. “Sì, mi ricordo, ero bambina, ma mi ricordo che non potevamo uscire e cantavamo sui balconi, era marzo, la primavera e l’estate stavano arrivando. Sì, fammi fare una citazione, Quos vult Iupiter perdere, dementat prius, eravamo in una follia collettiva. Ricordo vagamente che in estate il contagio del Covid-19 si abbassò. L’abbiamo sconfitto, pensammo tutti. Sì, tana libera tutti, e tutti al mare, tutti in discoteca, tutti a riunirci nei luoghi deputati, i navigli, il Pantheon, i murazzi, perché eravamo liberi per adorare il moloch dell’epoca, una bevanda arancione, alcoolica, da sorbire in quanta più compagnia possibile, per stare vicini, per toccarsi per abbracciarsi per baciarci”.

Il ricordo lontano mi faceva male, perché, essendo un po’ vecchietto, avevo vissuto gli avvenimenti in prima persona. Me lo ricordo bene: il rito dell’aperitivo in compagnia era più vincolante dei riti religiosi, ancora più vincolante del tentacolarsi in discoteca con quanta più gente possibile; amici e non amici. Al ritmo della disco music fu “obbligatorio” in quella lontana estate, affermare con il comportamento che “qui di Coviddi non ce n’è!”.

La gara ai ricordi di quell’anno sciagurato si faceva serrata, anche perché, comunque, allora la situazione era aurea rispetto a quella attuale. In quell’estate si andava al mare, si andava a mangiare in luoghi pubblici: esistevano i ristoranti. Quindi ricordare l’anno in cui tutto iniziò significava ricordare comunque un tempo migliore.

“Ma, ti ricordi, Giovanna, cosa successe dopo quell’estate di follia?”

Le labbra glitterate si contorsero in una smorfia.

“Certo che me lo ricordo. Ad ottobre, appena aperte le scuole, la curva dei contagi ebbe una impennata sconvolgente. Da poche centinaia di casi al giorno arrivammo a più di 40.000 casi al giorno e a circa 800 decessi quotidiani”

Poca roba rispetto ad oggi, pensai. Bastò un provvedimento molto soft del Governo che divise l’Italia in tre colori. No, non bianco, rosso e verde, ma giallo arancione e rosso, secondo la gravità crescente della situazione. Provvedimento soft, perché anche se nelle zone rosse era vietata la circolazione, le deroghe erano talmente tante che l’unica certezza era che non si poteva andare al ristorante. Bastò questo provvedimento soft perché i contagi si dimezzassero e, allora, accadde il vero casino.

Da una parte la situazione epidemiologica migliorava ma…….. ma stava arrivando Natale. Natale, ricordi di quando ero bambino. Rito pagano, non religioso, corsa ai negozi, regalini, corsa verso gli altri. L’imperativo era “incontra quante più persone puoi” oppure “il giorno di Natale a tavola con tutta la famiglia quanto più allargata possibile”, dieci, venti persone attorno a un tavolo, senza mascherina protettiva (allora si usava un tipo primitivo, detto “chirurgica”) che vociavano, si alitavano in faccia, si scambiavano i piatti comuni. Sì, questo, in anni lontani era la tradizione natalizia. Comportamenti non proprio in linea con quella che, allora, era una debole pandemia. Ma il Natale “valeva” 20/30 miliardi di fatturato fra regali e agroalimentare. Un Paese con un debito pubblico mostruoso non poteva permettersi di farne a meno. Un Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, un DPCM, quanto mai vago, contraddittorio e impreciso, allargò la stretta degli spostamenti: molte regioni, al secondo giorno di miglioramento, furono promosse in una fascia più libera, i negozi riaprirono per permettere i regali natalizi. Il solito caos del Natale di quei tempi, insomma. Poi, con la scusa dell’inviolabilità del domicilio, solo raccomandazioni, puntualmente disattese, sul numero dei commensali dell’allora tradizionale Pranzo di Natale.

L’immagine delle labbra tirate di Giovanna che soffiava via i brillantini del glitter mi distolse dai miei pensieri, la sua voce dura di più. “E tu ricordi che oltre al natale ci fu di più?”

“No, son passati tanti anni, cosa?”

“Era inverno e i milanesi, oltre l’aperitivo, volevano lo sci. Un comparto già in crisi per l’inizio del cambiamento climatico, già sovvenzionato abbondantemente dallo Stato, voleva riaprire, con la scusa che in montagna si va da soli , ignorando non solo gli affollamenti nelle cabinovie, ma anche i precedenti austriaci che avevano infettato mezza Europa. L’Unione europea imitò, come al solito, Ponzio Pilato e se ne lavò le mani. L’Austria riaprì gli impianti, la Svizzera dichiarò di voler ospitare gli sciatori italiani nel caso di chiusura degli impianti nel Bel Paese. E il Governo PD-5stelle cedette: gli impianti sciistici furono riaperti agli sciatori e, con essi, al virus che ne approfittò per spargersi in tutta Italia.”

Fu, quello, l’inizio della fine. Il combinato disposto Feste di Natale/riapertura impianti sciistici scatenò la terza ondata. La curva del contagio risalì in verticale e l’indice ErreTiConZero schizzò in alto. Il Governo provò con sei Decreti ristori a tappare le falle economiche provocate con l’inevitabile ulteriore lockdown durissimo, ma i miliardi in deficit superarono quelli attesi con il Next Generation EU.

Fu imposta una patrimoniale che, ovviamente, pagarono sempre i soliti percettori di reddito fisso, quelli che, dileggiati per non aver perso nulla durante i lockdown, con le loro tasse avevano consentito l’erogazione dei ristori ai lavoratori autonomi.

Successe, allo Stato italiano, quello che accadde, dopo il 1989 (ma forse siete troppo giovani per ricordarvelo) all’impero sovietico. Semplicemente si dissolse. I suoi gangli vitali furono preda di spregiudicati gruppi privati che, semplicemente, si sostituirono allo Stato imponendo la loro semplice e pura logica dell’assoluto profitto: se potevi (profumatamente) pagare, avevi le prestazioni. In caso contrario ti arrangiavi.  I sindacati furono aboliti; chi lavorava era un privilegiato. D’altronde, vista la corsa della pandemia, rinforzata da nuovi virus, era un privilegiato chi rimaneva in vita.

Eppure nei collegamenti Skype e Zoom quei tempi ormai lontani erano ricordati con nostalgia. Le mascherine erano solo un velo, non si poteva uscire ma si usciva, i contatti interpersonali, comunque, c’erano. E c’era l’acqua a volontà e il cielo era azzurro. E c’era l’aria e c’era la voce, dal vivo, degli altri.

“Ciao Giovanna, ti vedo in forma, spero di risentirti domani”

“Ciao Sergio, anche tu mi sembri in forma, ci sentiamo domani?”

“No, Giovanna, domani è il 25 dicembre, una giornata piena al lavoro, non penso di farcela, ci sentiamo più in là, stammi bene”

Anche novembre inizia la sua ultima settimana. Il tempo è Clemente, almeno qui a Roma. Cielo blu e sole. Le temperature sono scese, la mattina siamo sotto i 10 gradi, ma pian piano il tepore del sole vince i primi freddi dell’inverno, invita ad uscire. Stamattina sono andato al mare, ad Ostia. Passeggiata, odore di mare, sole tiepido.
Ancora in po’ di sole nel primissimo pomeriggio al parco della Caffarella, ma già alle 16 il sole comincia a declinare.
Si torna a casa e comincia la noia. Quello che il Coronavirus ha colpito è la socialità che ci siamo costruiti durante una vita.
Una socialità fatta di rituali per lo più pomeridiani e serali. Un giro di telefonate, si esce, si va al ristorante, al cinema, in pizzeria, a casa di qualcuno.
Si sta vicino, la pacca sulla spalla, l’abbraccio, il bacetto di saluto.
Tutto questo non c’è più.
Non vale neppure la pena di uscire la sera, per chi può farlo. Bar e ristoranti chiusi alle 18:00, se non in permanenza secondo il colore della regione. Strade deserte o, al contrario, il sabato e la domenica affollate al limite dell’assembramento quando la massa della gente in regione gialla o arancione si concede, tutta insieme, l’ora d’aria.
Capisco la rabbia dei negozianti: se non vendono non mangiano. E si sta creando un pericoloso livore verso la categoria dei dipendenti pubblici che, secondo molti, in questa pandemia, correndo comunque lo stipendio, non hanno perso alcunché. Peccato che chi pensa ad una dura patrimoniale sui dipendenti pubblici per “riequilibrare” la situazione, dimentica che è proprio con le tasse sempre pagate come prima, senza alcuna diminuzione, dai dipendenti pubblici, lo Stato ha messo in campo le decine di miliardi di euro destinati ai ristori verso le categorie che hanno visto crollare i guadagni, non  sempre trasparenti verso il fisco.
Non è il caso di metter su una guerra fra poveri o di cavalcare la rabbia per meri fini politici come qualcuno sta già facendo perché, purtroppo, nel 2020, come nel 1300 ai tempi di Boccaccio e del Decamerone, l’unico rimedio contro la pandemia è il medesimo “INCONTRARE MENO PERSONE POSSIBILE” per evitare contagi, specialmente oggi, quando, ci dicono, il 50% dei portatori del virus è asintomatico, ma ben può infettare.
Mentre comprendo chi ha perso il lavoro o la possibilità di lavorare, mi fan rabbia le persone che, molto seriamente, si lamentano del “fastidio” delle mascherine, di non poter celebrare il rito dell’aperitivo, di esser deprivata del “diritto” di sciare. A costoro vorrei ricordare cosa ha passato la generazione dei nostri padri: mentre erano a scuola suonava una sirena e dovevano correre nel più vicino rifugio antiaereo dal quale non sapevano se sarebbero usciti vivi e, se uscivano, non sapevano se avrebbero ritrovato vivi i loro cari. Agli spritz-dipendenti vorrei ricordare che negli anni 1943/1944 in alcune parti d’Italia si era fortunati se la sera si trovava una zuppa di bucce di piselli e, in altre parti d’Italia, la fortuna era riuscire ad evitare le retate dei nazisti. Eppure questa generazione, cresciuta nelle privazioni, è stata capace di creare il “miracolo economico” degli anni sessanta, l’unico che la nostra Italia ricordi.
Un altro “dibattito quotidiano” riguarda il pranzo di Natale. A parte che non so cosa ci sia da festeggiare con oltre 50.000 persone morte (e non solo anziani con “patologie pregresse”) che non potranno più festeggiare alcun Natale. Non voglio entrare nel dibattito, troppi ne parlano. Solo due considerazioni brevissime. Ogni tradizione natalizia nostrana è completamente contraria al contenimento del virus. Meno “festeggeremo” questo Natale, più persone festegganno i prossimi natale.
Non siamo più al buio. Le cifre della seconda ondata stanno, sia pur molto lentamente, scendendo. E scenderanno più velocemente quando, da gennaio, cominceranno le vaccinazioni. L’estate, come questo anno, se non ripeteremo gli errori fatti qualche mese fa, contribuirà anch’essa alla discesa degli indici e quando, presumibilmente verso la fine del prossimo settembre saremo tutti vaccinati, potremo cominciare a respirare, ad abbracciarci di nuovo, a riscoprire il gusto di una pizza con gli amici e la parola “assembramento” non ci farà più paura. Ma tutto ciò avverrà se ORA continuiamo ad avere comportamenti corretti, se ci comportiamo in modo da evitare il più possibile contatti potenzialmente pericolosi.
No, non è il premio in un’altra vita promesso da tante religioni ai credenti che seguono i loro precetti. È una realtà ben concreta, il ritorno alla normalità non fra chissà quando, ma fra meno di un anno.
Vale la pena di usare ORA comportamenti corretti?
Sì, lo so, ho fatto un pippone, ma l’imbrunire induce a pensieri non sempre allegri. Ma non la speranza, bensì la certezza che, come la peste del Decameron, anche questa merdaccia di Coronavirus sarà superata.
Forza e coraggio!

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