Non sono un analista nè un politologo ma ritengo che una avanzata e una conquista così veloce dei talebani non possa essere avvenuta senza il favore e la collaborazione della popolazione (maschile) che, evidentemente, dopo 20 anni, ha chiaramente espresso il suo pensiero sul nostro concetto di democrazia: a loro non piace; preferiscono, come in tante altre parti del mondo, la leadership tribale.
D’altra parte, purtroppo, il nostro concetto di democrazia è messo in discussione anche più vicino a casa nostra (vedi le democrature in Polonia e Ungheria).
Il modo di governo è difficile da esportare e imporre.
Non sviino le immagini folli della fuga da Kabul per paura dei talebani: Kabul non è tutto l’Afghanistan, come la Londra di Khan non è tutta l’Inghilterra, come la New York di De Blasio non sono tutti gli States.
In questo contesto il discorso da realpolitik di Biden: “Mai pensato di costruire un Paese, solo di sventare attentati terroristici. Non possiamo combattere al posto di chi non vuole combattere”. Discorso diretto non al mondo ma specialmente agli USA e ai “Red states” americani che tanto peso hanno avuto nel contrastare la sua vittoria su Trump.
Purtroppo, in questa storia controversa e dolorosa, in cui solo la Merkel ha parlato “di nostri errori”, sappiamo sicuramente chi ci perde: le donne. Se da noi ancora non riescono a sfondare il soffitto di cristallo, da quelle parti non sono neppure considerate come esseri umani.
Purtroppo son state, sono e saranno, senza colpa, solo vittime.

Ascolto basito le prime anticipazioni sul nuovo decreto legge varato stasera dal Governo con le misure per fronteggiare la recrudescenza della pandemia di Sars-COV2..
Conoscendo la procedura, presumo che, nelle premesse, il decreto legge citerà l’aumento dei contagi e l’esigenza di proteggere la popolazione da essi.
Da giorni i media ci informano che la curva dei contagi cresce molto e che, se non avessimo cambiato i parametri tutte le regioni oggi avrebbero assunto una colorazione gialla o arancione.
Ci informano, altresì, che la massima parte dei contagi si trovano fra i giovani che son poco vaccinati e, senza loro colpa, infettano nonni e persone più fragili.
Fin ora, per limitare gli assembramenti al chiuso, nei mezzi di trasporto i posti erano limitati al 50%.
Beh, cosa sembra che questo nuovo decreto legge disponga?
Nella scuola i professori (che, pare, siano vaccinati all’85%) e altro personale saranno sottoposti all’obbligo vaccinale. Saranno sospesi i riottosi dopo appena 5 giorni.
Gli studenti, ossia coloro che sono più indietro con la vaccinazione, coloro che stanno riempiendo gli ospedali, non saranno soggetti ad alcun obbligo, salvo l’obbligo di mascherina. Stupefacente!
Trasporti. Sui treni a lunga percorrenza (ultraregionali) ci sarà l’obbligo di Green Pass.
Sui treni locali (quelli più affollati) non ci sarà tale obbligo e, per di più, la capienza massima  sarà portata dal 50% all’80%. Più affollamento, più contagi. O no?
Insomma, sempre che le anticipazioni rispecchino la realtà, misure che, a mio parere, vanno in direzione opposta alla prevenzione dei contagi.
Non vi preoccupate di chiudere le porte, i buoi son già scappati.

Cacciari, nei suoi articoli contro il Green Pass e contro lo stato di emergenza nazionale commette un marchiano errore di fondo. Fa discendere dallo #statodiemergenza nazionale (atto amministrativo com’è un Decreto del Presidente del Consiglio volto più ad esigenze di speditezza contabile e amministrativa, vedi le spese in deroga e la creazione della struttura commissariale) le limitazioni alla libertà personale (#greenpass, #lockdown ecc) per le quali la #Costituzione pone riserva di legge.. E infatti tali limitazioni sono prese con decreto legge, soggetto entro 60 gg. all’esame del Parlamento.
Ricordo che, negli ultimi giorni sono stati emanati dal Presidente del Consiglio altri Decreti di Stato di emergenza, a livello locale, per gli incendi in Sardegna e Sicilia, invocati a gran voce dai siciliani e dai sardi: senza questi strumenti amministrativi i soldi di ristoro sarebbero arrivati fra anni.
Stia tranquillo #Cacciari, con lo stato di emergenza nazionale non si limitano diritti. Per quelli ci vuole una legge che non ha nulla a che fare con il Decreto del Presidente del Consiglio. Cacciari torni a fare il bravo filosofo che è (o era?) E non faccia il virologo o il giurista.

In questi giorni abbiamo assistito ad una svolta di pensiero molto rilevante. I novax si sono quasi estinti riciclandosi, come l’araba fenice, in “no-greenpass”.
I motivi della drastica diminuzione del numero dei novax può essere spiegato con l’evidenza dei fatti. Siamo, in tutta Europa, in una fase di nuovo, repentino rialzo dei contagi, come ad ottobre dello scorso anno, ma con una sostanziale differenza: le terapie intensive e i ricoveri non sono in sofferenza, i contagi sono in massima parte fra i non vaccinati; solo il 4% dei vaccinati si infetta. I vaccinati, secondo le ultime evidenze, possono infettare, ma difficilmente si infettano e, se lo fanno, sono asintomatici o con sintomi molto lievi. Questi dati, sotto gli occhi di tutti, forse hanno convinto molti novax a rivedere le proprie idee, ma – per non perdere la loro identità di persone contro – si sono trasferiti subito fra le falangi pronte a contestare il Certificato verde COVID-19 o, più semplicemente, Greenpass.
Evidentemente le loro convinzioni non erano poi così granitiche e avevano, alla base, qualcos’altro.
L’evidenza della lotta al green pass non è la contestazione, nel merito, alla sua efficacia, bensì qualcosa di molto ideologico: la intromissione dello Stato nella libera determinazione del singolo. Chi contesta il green pass, in massima parte sponsorizzato dalla Lega, da Fratelli d’Italia, da CasaPound, da Forza Nuova, contesta lo “attentato” alla libertà personale, alla autodeterminazione del singolo. A parte il forte egoismo, questa tendenza è contraddittoria rispetto ad altre battaglie della Destra sulla “autodeterminazione”. La destra, infatti, è contro tante forme di autodeterminazione, come l’aborto, il divorzio, l’eutanasia, la contraccezione.
Argomenti speciosi presi a prestito, quindi? Forse sì.
È una opinione personale, lungi da presumere di essere nel giusto e nel vero, che i novax prima e i no-greenpass ora, soffrano di una patologia che li porta a presumere di appartenere ad una élite che sa e che conosce la verità, rispetto alla massa di pecoroni che segue “l’autorità”, forse per sfuggire ad una vita noiosa, grigia e grama.
Se la vita che conduco non è all’altezza delle mie aspettative, il conoscere “LA VERITÀ”, nel caso dei novax, oppure ammantarmi della romantica figura del “rivoluzionario” che combatte le vessazioni dello Stato, nel caso dei no-greenpass, mi eleva al di sopra del grigiore e mi consente di essere orgoglioso di me stesso.

Insomma salgo di un gradino, nella mia particolarissima visione dello Stato-comunità, nella scala dei valori: mi si nota di più, divento famoso, affrancandomi dalla massa.
È un fenomeno che io, comune cittadino non psicologo o psichiatria, riscontro anche in personaggi noti al grande pubblico.
Prendiamo il caso di Sgarbi e di Cacciari.
Sgarbi è un ottimo critico e conoscitore di arte, ma la nicchia gli va stretta, vuole la notorietà del politico, ma – a parer mio – non ne ha la stoffa e, allora, per farsi notare, per avere 30 secondi di TG, DEVE alzare sempre più i toni: parolacce, interventi verbalmente violenti, scenate in Parlamento dove è stato portato via a braccio. Purtroppo questa strategia non può durare all’infinito, a meno di uccidere qualcuno e, ormai, “a Sgarbi non se lo fila più nessuno”.
La stessa strada è stata intrapresa da Massimo Cacciari. Ormai è anziano, il suo mondo del PCI non esiste più, la sua filosofia, già criptica anche per i suoi studenti, non tira più. Se non fosse per le sue comparsate dalla Gruber, chi se lo ricorderebbe più? Allora, anche lui, ha intrapreso la strada della “persona contro”.
Il suo intervento, con Giorgio Agamben, contro il Green pass è emblematico del contestatore arrabbiato e senza grandi basi. Gramellini, Paolo Flores d’Arcais e il virologo Garattini non hanno faticato molto a smontare le sue tesi nelle quali si improvvisa virologo e giurista. Per la parte “giuridica” lascio a voi – le sue “domane” sono in fondo a questo post – i giudizio sul loro “peso”.
Se questi sono i leader, insieme agli esponenti della Lega di basso peso, ma di forte esternazione, come Siri e Bagnai, povera gente comune, come deve sentirsi confusa! Mica tutti hanno la possibilità o la voglia di informarsi selezionando i milioni di input che li sommergono. Trovano più facile indottrinarsi all’università del dr. Google.
Una cosa contesto al Governo Draghi, mancanza comune alle persone di spessore culturale: la carenza di comunicazione istituzionale. Il popolo ha bisogno di continue rassicurazioni, di qualcuno che risponda ai suoi dubbi. Una “contestazione istituzionale* alle fandonie dei novax e no-greenpass sarebbe più che opportuna.

“Domande ai giuristi” di Cacciari. Secondo me abbastanza ridicole:

Dal 6 agosto si comincia. Se vuoi andare a cinema, al ristorante (al chiuso), in piscina, nei musei, a fare visita ai tuoi cari in ospedale, devi mostrare la tua “certificazione verde COVID-19” o, terra terra, il tuo GreenPass.
Poche volte un provvedimento fu più divisivo. Subito a Torino, ieri in tutta Italia, mercoledì in pompa magna a Roma, manifestazioni contro la dittatura sanitaria, contro Big Pharma, contro il governo, accusato di “nazismo”.
Peccato, stiamo perdendo una occasione.
Un argomento prettamente medico, tecnico, è stato preso a pretesto dalle fazioni politiche, di destra e di sinistra con argomenti, da ambo le parti, pretestuosi e svianti. Insomma la caccia al voto è aperta con buona pace di quello che dovrebbe essere la base della discussione, ossia la scienza.
Visto che le evidenze sulla bontà e sull’efficacia del vaccino sono sotto gli occhi di tutti e sono incontestabili, il dibattito si è spostato non sul vaccino in sè, ma sulla libertà di vaccinarsi e sulle limitazioni a chi vaccinato non è, ossia sul Green Pass.


I miei quattro lettori (ah, scusa, Manzoni) sanno che io sono un provax, che mi sono convintamente vaccinato appena ho potuto, come barriera contro il virus.
Eppure, stavolta, non posso concordare del tutto con l’azione del Governo e non sono del tutto d’accordo con le limitazioni associate al possesso o meno del Green Pass.
Andiamo per ordine.
Lo dico subito. Avrei preferito che il Governo, viste le evidenze scientifiche, le evidenze sul campo, gli effetti sui casi gravi e sui decessi in Gran Bretagna e in Israele, avesse deciso per un obbligo vaccinale.
Non si scaldino gli scettici, i novax e i bohwax che si fermano sempre alla prima parte degli articoli della Costituzione. Sì, lo articolo 32 della Costituzione solennemente afferma che “nessuno può essere sottoposto a un determinato trattamento sanitario”, ma prosegue “se non per disposizione di legge” facendo il paio con un altro articolo sempre citato dai contestatori, l’articolo 16 che vieta di limitare la libertà di movimento, ma “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”.
Abbiamo appurato che un obbligo vaccinale non è contrario alla Costituzione. Un obbligo vaccinale che già esiste, per esempio contro la pertosse e altre malattie dell’infanzia. Oppure un obbligo vaccinale temporaneo, come quello che fu istituito nel 1973 in alcune regioni (io c’ero) contro l’epidemia di colera. E ricordo che, anche allora ci furono manifestazioni, ma per avere subito il vaccino, non contro di esso.
Un obbligo vaccinale sarebbe giustificato dalla esigenza di ridurre al massimo gli spazi di contagio, di ridurre il il pericolo di varianti, di proteggere chi per proprie patologie, non può vaccinarsi. Sono situazioni in cui l’interesse individuale cede di fronte all’interesse collettivo.
Una decisione di obbligare tutta la popolazione a vaccinarsi sarebbe stata pesante in termini politici ma più semplice, schietta e trasparente di quella presa dal Governo, non solo italiano, ma di tutta Europa.


Spiego le motivazioni del mio dissenso.
I governi europei lasciano intatta la libertà ai singoli cittadini di vaccinarsi o meno, ma limitano le loro facoltà di socializzazione in base al loro essere vaccinati o meno.
Non è un gioco pulito.
Vediamo nello specifico. Un non vaccinato non è un untore. Anzi se io vaccinato sono vicino ad un non vaccinato, chi è in una situazione più pericolosa è quest’ultimo. Lui non vaccinato ha poche possibilità di essere infetto asintomatico, se si becca il Sars-COV2 lo si vede e…povero lui!
Il vaccinato, secondo le ultime stime, ha solo il 5% di beccarsi il virus e, nella metà dei casi, è asintomatico, potrebbe (poco) infettare chi gli sta vicino. Quindi chi rischia di brutto è il non vaccinato.
Per cui, io vaccinato, devo aver poca paura di un close encouter con un non vaccinato.
Questa storia del Greenpass rischia di creare solo problemi.
Ai gestori, obbligati allo pseudo controllo con l’App “VerificaC19”. Dico pseudo controllo perché se ci vuole un attimo con quell’App a scansionare il QR code, chi ti dice che il QrCode scansionato sia veramente della persona che lo esibisce? Basta andare sui canali di Telegram per trovare annunci a iosa di vendita di QrCode “garantiti” a poco più di 100 euro..
Problemi per chi, lo stiamo vedendo in questi giorni, ha avuto l’infezione e, seguendo le prescrizioni del Ministero della Salute ha fatto solo una dose di vaccino e non riesce ad avere il Greenpass.
Problemi per chi, specialmente i giovani, con tutta la buona volontà, non è riuscito ancora a vaccinarsi.
Insomma, quest’obbligo di Green Pass mi sembra un po’ aggirare il problema. Non essere tacciato di “eccesso di potere” mantenendo la la libertà di vaccinarsi o meno e, nel contempo, limitare l’esercizio di tale libertà.
Mi rendo conto che il problema non è di facile soluzione perché se obblighi a vaccinarsi, devi, nel contempo, assicurare a tutti – subito – la dose di vaccino per assolvere l’obbligo.
D’altra parte, in Italia come in Francia, il solo annuncio delle limitazioni connesse al green pass, ha portato ad un positivo improvviso ed imponente aumento delle prenotazioni che dimostra, ad onta delle manifestazioni di piazza, che lo scetticismo verso la vaccinazione non è poi sorretto da incrollabili motivazioni ideologiche, forse più da pigrizia o attendismo.
Anche il “permesso” di sedersi al ristorante con una sola dose di vaccino non è sorretto da alcuna evidenza scientifica, stante la ormai dominante “Variante delta” che riduce l’efficacia della prima dose al 30-40%. Questa facilitazione è prettamente politica volta ad incentivare l’approccio al vaccino (tanto se ti fai la prima dose, poi la seconda te la fai).
Purtroppo così facendo, adottiamo proprio la condotta sconsigliata dalla scienza, ossia “inseguire” e non “precedere” il virus. Questa politica dei piccoli passi, oggi prescrivo come necessaria solo la prima dose, domani prescriverò anche la seconda; oggi obbligo solo per ristoranti o musei al chiuso, domani anche per quelli all’aperto, se da un lato ha il pregio di non irritare troppi gli scettici al vaccino, dall’altro ha il pericolosissimo difetto di dare al virus tutto il tempo di diffondersi, trovando ancora, per mesi, portoni aperti per replicarsi
Chiudo con un pensiero ottimista. Dalla lettura dei giornali odierni e dall’ascolto dei notiziari, pare che nelle manifestazioni contro il Green Pass mancassero del tutto i giovani; e che il boom di prenotazioni post annuncio di Green pass sia trainato dai giovanissimi (15-18enni). Ascoltati, questi giovani, senza ideologia, alternativi alle masse ululanti della movida, vanno sul pratico: il vaccino mi garantisce libertà, quindi mi vaccino il prima possibile.
Forse non è persa l’ultima speranza.

Spenti i clamori della vittoria italiana agli europei di calcio con le inevitabili code polemiche per la sfilata degli azzurri per le vie di Roma con tanto di assembramenti, voluta ed ottenuta da Bonucci e Chiellini contro il parere delle Forze dell’Ordine (resa dello Stato), mi piace ricordare un articolo del New York Times dell’11 luglio a firma di Jason Horowitz.

Il giornalista, partendo proprio dalla vittoria ai campionati europei, sostiene che il calcio è stata proprio la ciliegina sulla torta della rinascita italiana dopo il Covid.

Nella stessa domenica, Matteo Berrettini è stato il primo italiano a conquistare la finale del torneo di tennis di Wimbledon e, contro Jokovic, non ci ha fatto una brutta figura; le atlete e gli atleti italiani under 23 hanno brillato ai campionati di atletica di Tallin; Papa Francesco, all’Angelus dalla finestra del Gemelli ha magnificato il sistema sanitario italiano. A questi eventi dell’ultima domenica, Horowitz aggiunge la vittoria dei Maneskin alla competizione canora europea ed il fenomeno di Khaby Lame che raggiunto una notorietà planetaria.

Tutto ciò in una cornice di rilancio economico (le previsioni di crescita sono le più alte dell’Eurozona) e di simpatia de partner europei e delle istituzioni comunitarie che, tutti – compresi gli scozzesi e i gallesi – hanno tifato Italia alla finale di Wembley.

Siamo, insomma, circondati da una vasta atmosfera di viva simpatia e curiosità (gli articoli che parlano dell’Italia sulla stampa estera sono aumentati di molto e, nella maggior parte sono positivi) dovuti – forse – al cambio di passo che ha segnato la fine della lunga agonia del Governo Conte II e l’inizio sprint dell’attuale Governo guidato Mario Draghi, la figura italiana più apprezzata nei palazzi europei e mondiali che contano. Pochi si aspettavano gli ultimi dati positivi dell’economia e l’ottimo andamento della campagna vaccinale, a dispetto della continua carenza di dosi di vaccino e i salti acrobatici della comunicazione sul vaccino di Astra Zeneca.

Non sempre i giornalisti sono così teneri con una Nazione. Per esempio, Barney Ronay, sull’inglese Guardian stigmatizza la pessima reazione inglese alla sconfitta. «L’Inghilterra come nazione, non come squadra, deve guardarsi dentro». Perché, scrive Ronay, è successo di nuovo: «I cancelli di Wembley sono stati sfondati, gli inni fischiati, gli steward spintonati, i murales sfigurati (quello di Manchester dedicato a Marcus Rashford, uno dei tre ad aver sbagliato il rigore, ndr), il razzismo messo in mostra sui social media». Più un vario contorno di vandalismi e violenza contro chi o cosa sapeva d’Italia.

Non sarà stata una bella scena nemmeno quella dei calciatori inglesi che si sfilavano la medaglia dal collo come se scottasse più della sconfitta, ma una parte dei loro tifosi ha fatto decisamente di peggio. «C’è un’ovvia conclusione da trarre — scrive Ronay — dai meschini insulti verso i giocatori inglesi di colore. Chiaramente c’è un gruppo di persone, in questo paese, che deve essere identificato, censurato e costretto, a meno di qualche illuminazione divina, a tacere». Ronay è convinto che i signori delle piattaforme social potrebbero farlo senza troppa fatica, se soltanto volessero. Ma questo è soltanto un lato del problema. L’altro è la necessità di «fare un inventario onesto e completo di un Paese in cui il razzismo e il teppismo sono ormai normalizzati per tanta gente».

Certo, Ronay ammette che «è sempre stata un’idea sbagliata che la giovane e bella squadra di Southgate potesse in qualche modo “unire” una nazione che ha profonde divisioni strutturali e sociali. Il calcio è soltanto calcio. Vincere delle partite non è una scorciatoia per l’educazione, la decenza e una leadership adeguata altrove». Ma il mondo del calcio, a suo avviso, sta facendo troppo poco e la politica sa facendo troppo, ma in male. È quasi impossibile trovare un giornalista del Guardian che non detesti Boris Johnson e Ronay non fa eccezione: «Un primo ministro che ha fatto più di ogni altra persona in Gran Bretagna per generare divisione e stupidità, ha spedito un messaggio per condannare la divisione e la stupidità. Una ministra dell’Interno (Priti Patel, ndr) che usa una retorica cinica e divisiva si dice “disgustata” che qualcuno l’abbia presa sul serio».

Insomma, come Italia, stiamo vivendo un periodo “up”, vediamo di non sprecarlo. Siamo attesi a sfide molto difficili: la spendita dei soldi del Recovery Fund, la lotta alla Pandemia del Coronavirus, la ripresa dell’economia e quella dei licenziamenti via Email.

Invece la politica si dilunga in sterili polemiche sull’agonia di una partito che, pure, fu maggioritario nel 2018 oppure su argomenti-bandiera, di elevatissimo valore ideale, ma di scarso appeal sulla gran parte della popolazione.

E’ di oggi l’ultima polemica sul Green Pass dopo la presa di posizione del Presidente francese Macron. Sinistra e Forza Italia si dicono favorevoli a limitare l’accesso ai servizi (treni, ristoranti, cinema) ai soli titolari di un documento che attesti la loro vaccinazione o, comunque, la loro negatività al virus. La destra sovranista e novax, ovviamente è contraria: per loro deve essere tutto aperto e non si può andare contro gli interessi degli esercenti e ristoratori; non si rendono conto che – passata la sbornia della riapertura – prevarrà, nei clienti, la paura di trovarsi accanto un positivo asintomatico con conseguente calo delle presenza e degli incassi.

Abbiamo già passato, esattamente un anno fa questo periodo; potevamo farne tesoro, invece l’abbiamo sprecato al grido di “NON CE N’E’ COVIDDI!!” e ci siamo ritrovati tutti più chiusi e più poveri.

Speriamo di non dover ripetere, ancora una volta, “Quem Iuppiter vult perdere dementat prius!

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