Oggi la stampa riporta la notizia dell’approvazione da parte della Camera, in seconda lettura conforme, del Disegno di legge costituzionale volto a ridurre il numero dei parlamentari.

Quindi, secondo l’articolo 138 della Costituzione, se dopo tre mesi Camera e Senato riapprovano, in testo conforme, il medesimo Disegno di legge modificherà la Costituzione stessa, salva la possibilità di Referendum in alcuni casi.

Il Disegno di legge (n. 214 al Senato e n.1585 alla Camera) prevede (qui il testo) che il numero dei deputati scenda da 630 a 400 ed il numero dei senatori da 315 a 200.

La motivazione, posta dai presentatori, a base della proposta è la seguente: “Coerentemente con quanto previsto dal programma di governo, si intende pertanto riportare al centro del dibattito parlamentare il tema della riduzione del numero dei parlamentari, con il duplice obiettivo di aumentare l’efficienza e la produttività delle Camere e, al contempo, di razionalizzare la spesa pubblica. In tal modo, inoltre, l’Italia potrà allinearsi agli altri Paesi europei, che hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitato.”

Quindi efficienza e riduzione della spesa, ma a scapito della funzione più importante, direi quasi sacra, della rappresentatività del popolo italiano.

Beh, io non sono per nulla d’accordo e vi spiego perché.

Riduzione della spesa: ben poca cosa. Si ridurrebbe solo la spesa per gli stipendi dei parlamentari, una goccia nel mare dei costi della politica. Non si ridurrebbero i costi delle strutture del Parlamento che rimarrebbero identiche. Pensate voi che si licenzierebbero funzionari, commessi  o si ridurrebbero gli Uffici sol perché sono diminuiti i parlamentari? Non penso proprio.

Efficienza: l’efficienza del Parlamento è bassa, lo sappiamo, ma la colpa non è certo nel numero dei parlamentari, bensì va ricercata nei regolamenti delle due Camere. Un esempio? Come sapete i disegni di legge vanno prima discussi delle Commissioni parlamentari competenti per materia e, poi, una volta approvate da queste Commissioni, affrontano di nuovo l’iter di approvazione in Aula con, ancora una volta, proposizione di emendamenti, discussione etc.

I lavori fra Aula e Commissioni non sono coordinati: capita spesso che le Commissioni (formate dagli stessi parlamentari che potrebbero o dovrebbero esser presenti in Aula) lavorino in contemporanea con l’Aula o che i lavori delle Commissioni debbano essere interrotti per il contemporaneo succedersi di votazioni in Aula. Sarebbe più facile organizzare il lavoro per sessioni. Ad esempio, nelle prime tre settimane del mese si riuniscono solo le Commissione, nell’ultima solo l’Aula. Il contrasto svanirebbe nel nulla.

Oppure, un’altra proposta semplice semplice per aumentare l’efficienza: il disegno di legge viene discusso ed approvato in Commissione di merito (ove, si presume, siedano parlamentari competenti nella materia trattata) e l’Aula sarà chiamata solo ad approvarla o a bocciarla senza iniziare di nuovo il percorso di merito.

Quindi non è il numero dei parlamentari ad intralciare il lavoro, bensì i regolamenti delle Camere.

Anche il confronto, tanto sbandierato, con gli altri Paesi europei non dà cifre molto dissimili: In virtù della Costituzione attuale, in Italia abbiamo 945 parlamentari, di cui 630 deputati e 315 senatori. A questi, in realtà, vanno aggiunti i senatori a vita (al massimo 5) e i senatori di diritto a vita, cioè i presidenti emeriti della Repubblica e quelli nominati dal Presidente della Repubblica. Ciò significa che, senza includere nel calcolo i senatori a vita, nel nostro Paese abbiamo 1,6 membri del Parlamento per ogni 100mila abitanti.

In Francia per ogni 100mila abitanti ci sono 1,4 parlamentari, in Germania 0,9, in Spagna 1,3 e in Polonia 1,4. In numeri assoluti, a fronte dei nostri 945 parlamentari, il Parlamento tedesco contempla 699 membri e quello francese 925.

Cifre, quindi, simili. Anche se bisogna considerare che la Germania è uno Stato federale ed ogni Land ha già il suo Parlamento. Discorso analogo per un altro esempio preso a modello da chi vuole ridurre i Parlamentari: gli USA. Negli Stati Uniti d’America, il Senato è composto da 200 membri e la Camera dei rappresentanti da un massimo di 435 membri. Anche gli Stati uniti sono uno stato federale con i suoi propri organi di governo e le due Camere sono chiamate ad esprimersi solo su limitati argomenti.

La nota negativa, troppo negativa, che la riduzione del numero dei parlamentari pone è la drastica caduta di rappresentatività del Parlamento. E la rappresentatività de popolo italiano è la massima funzione del Parlamento sancita dall’art.1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Ossia tramite il Parlamento.

Ed il Parlamento DEVE essere il più rappresentativo possibile. In Italia, gli elettori per la Camera, alle ultime politiche erano 46.505.350.  Quindi un deputato alla Camera ogni 73.818 elettori. Sempre alle ultime politiche de 2018, gli elettori per il Senato (età maggiore di 25 anni) erano 42.780.033, quindi un senatore ogni 135.809 elettori.

Ora, in un Paese che si rispetti, il candidato deve raccogliere, con l’aiuto del suo partito, il consenso del maggior numero di elettori, per cui, prima di tutto, deve farsi conoscere dal maggior numero possibile di persone.

Se la riforma proposta andasse in porto ci sarebbe un deputato ogni 116.263 elettori ed un senatore ogni 213.900 elettori.

Il mio ragionamento sarà pure una grande semplificazione, perché esistono le circoscrizioni, i collegi etc., ma il risultato ed il senso del ragionamento non cambia. Pensate voi sia più facile per un candidato alla Camera farsi conoscere da 73.818 elettori o da 116.263 elettori?

E’ chiaro che, per il singolo candidato, l’impresa si fa molto più difficile ed aumenta a dismisura il ruolo del Partito che, con la sua organizzazione sul territorio, può facilmente supportare un candidato piuttosto che un altro. E’ poi facilissimo da comprendere che questa riforma sbarra la strada a qualsiasi candidato indipendente.

Se, poi, come purtroppo succede ora, le liste sono bloccate, senza voto di preferenza, ben si comprende come, riducendo il numero dei parlamentari non si persegue il disegno di razionalizzarne il lavoro e di ridurre le spese, bensì di aumentare a dismisura il ruolo e l’importanza dei partiti politici.

Questo è il vero effetto della riforma proposta dal cosiddetto Governo del Cambiamento: aumentare a dismisura il potere dei partiti sugli eletti, candidando e supportando solo quelli fedeli alla oligarchia dei segretari di partito.

Perdonatemi, ma io non ridurrei il numero dei parlamentari ed otterrei gli stessi risultati con una profonda revisione (a costo zero) dei regolamenti di Camera e Senato.

Ai partiti non la dò vinta.

Lo SPID o “Sistema Pubblico di Identità Digitale” è, o dovrebbe essere, la chiave, unica e sicura, per il cittadino che vuol accedere – con il computer – ai servizi della Pubblica Amministrazione.

Lo ha ideato l’Agenzia per l’Italia Digitale (AGID), una agenzia governativa, con l’intento di creare un sistema unico di accesso sicuro: un solo codice per tutte le Amministrazioni, invece di tante user id e Password.

Intento molto condivisibile, ma funziona? Beh, secondo la mia esperienza a volte sì e a volte no. E’ una semplificazione abbastanza complicata.

Innanzitutto il codice SPID di accesso non è rilasciato direttamente dalla Pubblica Amministrazione, bensì da “concessionari”, ognuno con le sue regole di attivazione.

Al momento, sul sito SPID, ce ne sono nove: Aruba, InfoCert, Intesa, Lepida, Namirial, Poste Italiane, Sielte, Register.it, TIM.

Io, al tempo scelsi Poste perché mi sarebbe servito anche per le operazioni con Poste Italiane.

L’attivazione non fu semplice, compresa la visita, necessaria per il “riconoscimento personale”, ad un ufficio postale abilitato.

Una volta ottenute le credenziali, esse sono valide per qualsiasi accesso ai siti della Pubblica Amministrazione, Agenzia delle Entrate, Comune, etc. per ottenerne i servizi on line.

Le credenziali possono essere inserite o nel solito modo, scrivendo user id e password (sempre le stesse per tutte le amministrazioni) negli appositi campi dei rispettivi siti web, oppure, con l’apposita App, inquadrando con lo Smartphone un QRcode che appare sullo schermo e digitando sul telefonino stesso un codice “segreto” (livello di sicurezza 2).

Tutto bene? Non tanto. Ho scoperto, a mie spese, che la “sicurezza” dell’accesso dipende da un software istallato sul telefonino, il cosiddetto “certificato di sicurezza” che consente di verificare l’associazione univoca tra una chiave pubblica e l’identità di un soggetto (una persona, una società, un computer, etc) che dichiara di utilizzarla nell’ambito delle procedure di autenticazione. Insomma, digitando il codice (segreto, scelto da me e conunicato al gestore) sul telefonino, il sito “interpellato” è sicuro che chi ha digitato quel codice è la persona che avrebbe dovuto digitarlo.

Il guaio è che questo “certificato” non è visibile come un’App o un programma e può “saltare” in molti modi.

Il primo e più intuibile è il cambio di telefonino. Acquisto un nuovo telefonino Android e, grande comodità, appena inserisco il mio indirizzo e password di Google, in automatico, mi viene scaricato tutto il contenuto del vecchio telefonino, comprese le App. Ma non il certificato. Quando cerco di autenticarmi usando SPID, apro l’App dello SPID, digito il codice, ma il certificato non c’è e appare un messaggio di errore non sempre chiaro.  Spesso, almeno con l’App di Pste Italiane, appare il messaggio “credenziali non corrette” che porta a presumere di aver sbagliato a digitare il codice.

Il certificato “si perde” anche (mi è successo) cambiando il gestore del numero del telefonino “portabilità del numero”.

Ieri, a mie spese, ho scoperto che il telefonino si era perso il certificato anche dopo un aggiornamento automatico della versione del sistema Android.

Ogni volta, risolvevo il problema disinstallando l’App del codice SPID, reinstallandola e ripetendo la procedura di ottenimento del codice. Il codice, come una password è scelto da me e- per comodità – sceglievo sempre lo stesso codice.

Tutto bene, una volta scoperto che la causa era la “perdita” del certificato e la nuova richiesta dello stesso? Mica tanto. Ovvero, non per sempre.

Una telefonata, abbastanza lunga, con il call centre di assistenza SPID di Poste Italiane mi ha spiegato che la procedura di disinstallazione, reinstallazione e nuova richiesta codice non è corretta perché l’Ente che rilascia il codice “non sa” che il telefonino se lo è perso e, quindi, anche se è lo stesso codice, per l’Ente gestore, è un “ulteriore” rilascio. Poste Italiane – nella telefonata – mi ha spiegato che sono già arrivato a cinque rilasci di codici (tutte le volte che ho disinstallato e reinstallato l’App e chiesto un “nuovo” codice); alla decima richiesta il sistema mi bloccherà tutto.

Ohibò, visto che in poco più di un anno, ho “perso” cinque certificati, penso che a dieci arriverò presto.

Cosa avrei dovuto fare?

Quando il telefonino si “perde” il certificato, dall’App del telefonino (o, con il computer, sul sito web del Gestore, autenticandomi con user id. e password) avrei dovuto ”revocare” il certificato che il telefonino si era perso. Solo dopo aver fatto ciò, avrei potuto disinstallare l’App, reinstallarla e chiedere un nuovo certificato.

Io non mi reputo un analfabeta informatico eppure – come avete letto da queste righe – ho avuto la vita difficile con lo SPID, almeno con l’autenticazione di livello 2 con il codice.

Pensate che tali procedure possano essere comprese e seguite dalla massa dei cittadini che hanno a che fare con la Pubblica Amministrazione?

Oggi è il giorno contro l’inquinamento. I servizi dei TG sono pieni di cortei di ragazzi giovanissimi che, sull’esempio di Greta, manifestano perché gli attuali “adulti” non lascino loro un mondo morto, pieno di plastica e idrocarburi inquinanti. Insomma questi ragazzi manifestano perché anche essi possano avere un futuro su una Terra viva.

L’inquinamento è una materia complessa e non priva di contraddizioni. Cosa rispondere ai paesi emergenti che, per avere energia, bruciano le loro foreste, contro le proteste di procurato inquinamento dei Paesi ricchi quando questi ultimi, da secoli hanno bruciato le loro foreste per raggiungere lo attuale grado di benessere?

A proposito di benessere, è molto piacevole stare in casa in T-shirt in inverno quando fuori nevica oppure non sudare quando fuori ci sono quaranta gradi. Ma quanto costa in termini di inquinamento il riscaldamento o il raffreddamento domestico?

Le fabbriche inquinano, ma producono oggetti del desiderio come telefonini, snikers, felpe, borse e zaini di plastica rutilante. Soddisfare il desiderio. Osare una mano all’ambiente?

E l’ultimo oggetto del desiderio, quel SUV nero lucente o quella automobilina che si può guidare a 16 anni senza patente anche nelle ZTL aiutano l’ ambiente?

Le comode bottiglie di acqua di plastica, tanto diffuse per placare la sete nelle gite o nei cortei, in quanti anni verranno smaltite?

Stesso discorso per i CD, le pennette USB, gli smartphone ultima generazione, i laptop etc.

E, allora, voce fuori dal coro, vorrei rivolgere un appello ai giovani ragazzi che oggi sfilano per un mondo meno inquinato. Mi attirerò critiche perché Greta è stata già proposta per il Nobel della pace, ma tant’è, i miei pensieri non si tenerli per me.

Cari ragazzi che con la vostra giovinezza festosa state manifestando contro l’inquinamento, vi rendete conto che ognuno di voi ha un telefonino (che sostituisce spesso) pieno di sostanze inquinanti difficile da smaltire, con lo schermo pieno di coltan estratto da bambini in Congo?
Vi rendete conto che l’uso massivo di internet richiede energia? Così come i comodi condizionatori in estate e caloriferi a palla di inverno per poter stare in T-shirt e senza maglione. Ho visto nelle vostre mani tante bottigliette di acqua, non di vetro ma di plastica, che magari, poi troveremo, nella pancia dei pesci.

Avete avuto notizia dell’esperimento che ha coinvolto 150vostri coetanei a stare una settimana senza internet e solo 3 ce l’hanno fatta?

Vi siete guardati i piedi? Chiusi in snikers alla moda di pura plastica, come di pura plastica sono molti delle vostre borsette e dei vostri zainetti. Date l’esempio. L’inquinamento si abbatte anche con LA RINUNCIA a molti gadget che contraddistinguono il nostro attuale stile di vita.

Siate di esempio a noi adulti che abbiamo quasi distrutto il nostro pianeta. Se chiedete minore inquinamento, RINUNCIATE ai prodotti inquinanti. Prendete un pezzetto di gesso e disegnate 7 caselle per terra e giocate come facevamo noi 50 anni fa alla “settimana” o a guardie e ladri.

Non comprate le merendine e gli snack preconfezionati. Oltre alle schifezze che ci sono dentro, si inquina per portare le materie prime alle fabbriche e si inquina per portare gli snack nei negozi. Vi assicuro, pane sale e olio è una ottima merenda. Con un po’ di pomodoro sopra, poi, è una squisitezza.

Provate

No, perdonatemi. Oggi sono troppo incazzato. Non ho voglia di occupare il mio tempo a cercare i link a sostegno di quello che dico. Lo dico e basta. Tanto i giornali sono pieni di questa storia.

Questa storia. Chi era Cucchi? Una feccia umana, un drogato, forse uno spacciatore. Ma era un essere umano, titolare degli inalienabili diritti che ad un essere umano sono attribuiti. Era un drogato, non per questo doveva esser picchiato. Forse era uno spacciatore, non per questo mani e piedi dello Stato dovevano ucciderlo. Era una feccia umana ma non per questo violenze su di lui dovevano essere nascoste.

Oggi al processo si dice che l’Arma dei Carabinieri aveva un referto, poi secretato, sulle violenze inferte a Cucchi.

E siccome avvalorava colpe dell’Arma, fu nascosto

Il comandante generale dell'”Arma dei Carabinieri, timidamente, molto timidamente, aveva detto “Chi sa, parli!” . Chi sa NON ha parlato, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Tutto legale, niente da dire. Ma questi silenzi, pur legittimi processualmente, decretano la MORTE DELL’ARMA DEi CARABINIERI. La morte nella concezione che aveva nel popolo italiano. Una istituzione sempre al di sopra di ogni sospetto. Una istituzione al servizio del cittadino. Una istituzione alla quale il cittadino poteva rivolgersi sicuro di un aiuto.

ADDIO CARABINIERI

Non c’è bisogno di ricordarlo. Stiamo assistendo ad uno scontro , per lo più ideologico fra la Lega e i Cinquestelle sulla realizzazione della TAV (o del TAV). Si passa da analisi costi benefici, forse un po’ farlocchi (se si prende come costi anche la diminuzione delle accise sulla benzina conseguenti la diminuzione del traffico su gomma, si avrà un risultato negativo anche se la Francia e l’Unione europea ci regalassero l’opera, alla faccia dell’impostazione ecologista dei Cinquestelle.). Analisi costi benefici rivista e in parte smentita da parte proprio del suo estensore, il Prof. Ponti.

Che sia un caso ideologico è dimostrato dall’assenza di polemiche nel governo verso altre due opere di ala ingegneria che riguardano il novo traforo del Frejus e del San Gottardo che – senza polemica alcuna – stanno bucando le Alpi.

Già una volta su questo blog avevo segnalato la speciosità degli argomenti dei Cinquestelle: basta leggere il post https://sergioferraiolo.com/2018/07/28/no-tav-forse-i-cinquestelle-non-sanno-che/

La Torino – Lione NON è un traforo per una ferrovia locale, è solo una piccola parte di un immenso progetto: far circolare le merci su rotaia dal Portogallo a Kiev, con gran risparmio di emissioni di polveri sottili ed inquinamento. Senza il/la TAV, l’Italia rimarrebbe tagliata fuori da questo fiume di commercio

Veramente i Cinquestelle ed il loro popolo vogliono che questo fiume di merci e di denaro passi a Nord delle Alpi, lasciandoci esclusi?

Ma ci sono FATTI NUOVI, MOLTO NUOVI!!!! che spingono a favore della realizzazione della/del TAV.

Il Premier cinese Xi Jinping, Segretario generale del Partito Comunista Cinese dal 15 novembre 2012 e Presidente della Repubblica popolare cinese dal 14 marzo 2013ha da tempo annunciato la seconda fase dell’espansione economica cinese. La prima fase, come è noto, ha riguardato nei primi anni 2000 la fascia costiera est, da Pechino a Shanghai. La seconda parte, chiamata da noi con il poetico e antico nome che ricorda Marco Polo, la seconda via della seta, riguarda l’espansione economica della Cina a ovest

E’ vero, potrebbe essere un cavallo di Troia per importare ancor di più merci cinesi in Europa, ma quelle ci sono già. Vogliamo proprio che i container pieni di merci provenienti dalla Cina tornino vuoti in Cina?

Per l’Italia è una grande opportunità, riconosciuta anche dal Governo Lega/Cinquestelle. L’Italia è l’unico Paese del G7 ad aver manifestato un interesse ad esser partner della nuova via della seta, uscendo dalle titubanze francesi e americane. E le ragioni sono evidenti: il nuovo progetto della “nuova via della seta” ci “regala” una via diretta ferroviaria (per le merci) fra Milano e Pechino e, come si vede dalla cartina, un terminal della linea ferroviaria da Pechino al porto di Trieste. Sono regali e miracoli da non rifiutare certamente ed, infatti, il nostro Governo non li ha rifiutati affatto.

Certo senza la il/la TAV rimarrà un po’ complicato caricare sui treni a Milano e sulle navi a Trieste le merci provenienti da Francia e Spagna.

Da queste poche righe si vede quanto di ideologico e poco pratico ci sia nelle proteste Cinquestelle alla realizzazione del/dalla TAV. Solo ideologia e caccia a qualche voto di un movimento in crisi… nononstante che l’Unione europea, preoccupata che una così importante opera non si faccia, si è dichiarata disposta ad aumentare il suo contributo.

Se il ragionamento vi convince….. diffondete….

Gli organi di informazione danno ormai per scontata la nomina di Pasquale Tridico alla guida dell’INPS al posto di Tito Boeri.

Ma sapete chi è costui? Non lo conoscevo affatto, era un semplice Carneade, quando sobbalzai sulla sedia leggendo un suo articolo sul “blog delle stelle”, sì il blog, organo quasi ufficiale dei Cinquestelle. Mi fece talmente sobbalzare per le castronerie contenute sul “reddito di cittadinanza” che lo pubblicai, quasi senza commenti sul questo blog il 13 marzo del 2018 a questo link: https://sergioferraiolo.com/2018/03/13/reddito-di-cittadinanza-le-spiegazioni-del-prof-tridico/) che, poi non era altro che la trascrizione di quanto lo stesso Tridico affermava nel “blog delle stelle”. Vedi qui: ((https://www.ilblogdellestelle.it/2018/03/il_lavoro_di_cui_ha_bisogno_litalia.html). Parole del “prof.” Tridico, mica le mie. Corroborate anche da un articolo de “Il Fatto Quotidiano”. Riporto qui, il resto potete leggerle cliccando sul link (qui per l’articolo di Tridico e qui per il mio articolo):

1) il reddito di cittadinanza, – parole criptiche di Tridico – che è tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo. Lo Stato sosterrà economicamente chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro, purché siano eque e vicine al luogo di residenza. Il Fatto Quotidiano ha da poco riproposto un mio articolo in cui spiego come il reddito di cittadinanza possa essere finanziato attraverso maggior deficit in termini assoluti ma senza aumentare il rapporto deficit/Pil e senza sforare la soglia del 3%. In sintesi il meccanismo è questo: grazie alla nostra misura almeno 1 milione di persone che attualmente non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (i cosiddetti ‘inattivi’ e scoraggiati) verranno spinti alla ricerca del lavoro attraverso l’iscrizione ai Centri per l’Impiego e andranno così ad aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati nelle statistiche Istat. Se aumenta il Pil potenziale possiamo mantenere lo stesso rapporto deficit/Pil potenziale, cioè il cosiddetto ‘deficit strutturale’, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi. Il reddito di cittadinanza costa 17 miliardi complessivi, compresi i 2,1 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego, e potrebbe quindi finanziarsi interamente grazie ai suoi effetti sul tasso di partecipazione della forza lavoro.”

Capite qualcosa?

Cioè, se ho capito bene, l’ingresso nell’area di chi cerca lavoro di oltre 1 milione di inattivi (oggi non conteggiati dalle statistiche ISTAT) andrà ad aumentare il “tasso di partecipazione della forza lavoro” (ossia il numero di disoccupati, dico io). Quindi, l’ingresso di un milione di disoccupati “ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, perché avremo un milione di persone in più che saranno conteggiate come in ricerca di lavoro” e così “il reddito di cittadinanza si autofinanzierebbe”.

Sono alieno ai magheggi dell’alta finanza. A parte che non ho capito un fico secco di quello che Tridico dice, so solo che, oggi come oggi, i fortunati che riceveranno il reddito di cittadinanza avranno una paga equivalente a quella dei loro coetanei che si fanno un culo così nei lavori precari. Tanto i tutor non ci saranno mai (le regioni dicono che è di loro competenza e hanno già posto la pregiudiziale costituzionale) e voi pensate che, specialmente nel meridione, ad ogni fruitore del reddito di cittadinanza potranno essere offerti tre lavori “congrui” e vicino a casa?

E’ chiaramente un sussidio senza contropartita, una manovra elettorale che durerà solo un anno. Solo un anno?  Certo. Raschiando il fondo del barile, facendo partire l’erogazione del reddito di cittadinanza da aprile (un mese prima delle elezioni europee, guarda un po’), ponendo una grossa ipoteca sull’aumento dell’IVA dal 2020, facendo salire il debito pubblico con il rialzo dello spread (è un fatto che con il Governo Gentiloni lo spread era 100 punti più sotto), non so dove troveranno i soldi per rifinanziare il reddito di cittadinanza per i prossimi anni se non imponendo più tasse. Quindi, più tasse a chi lavora e reddito di cittadinanza a chi nulla fa. Questi sono i Cinquestelle.

Meditate, riflettete e diffondete perchè qui è in gioco la tenuta dell’Italia.

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