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BOLLO AUTO



Fa molto piacere non pagare una tassa, concordo.  Ma la realtà è un po’ diversa dalla narrazione governativa.

1) Il Governo  Meloni NON ha abolito una tassa. Puoi abolire una tassa solo se lo introito andava al Governo dello Stato italiano.

2) il “bollo auto” è una tassa regionale stabilita, nelle modalità e nell’ammontare, dalle Regioni che, nella Costituzione,  sono altra cosa rispetto allo Stato. E ad esse va l’intero introito che viene speso nelle materie di  competenza regionale, come sanità,  trasporti, assistenza, welfare.

3) il governo Meloni ha detto che rifonderà alle regioni (futuro ipotetico) il mancato introito ipotizzando una cifra (sempre nel futuro)

4) le Regioni hanno fatto conoscere che la  cifra ipotizzata è di gran lunga inferiore all’introito derivante dal bollo auto e che, per pareggiare i  conti, saranno costrette ad innalzare l’addizionale IRPEF regionale.

5) conclusioni. La Meloni si intesta, a gratis, l’abolizione di una tassa non sua. Potrà sparare a zero sulle cattive Regioni che metteranno le mani in tasca agli italiani aumentando l’addizionale IRPEF.

6) CONCLUSIONI BIS: noi cittadini pagheremo meno il bollo auto, ma pagheremo di più L’IRPEF regionale. In sostanza stiamo finanziando la campagna elettorale della Meloni.

3 dicembre 2021,

Nel Consiglio dei ministri di oggi, con grande scalpore, è stata respinta la proposta del Presidente Draghi di “congelare” per un biennio la “riduzione delle aliquote”, con un prelievo di circa 20 euro mensili, per i redditi (lordi) superiori a 75.000 euro annui.
In sé lo spirito della proposta è giusto: chi più ha, qualcosa a chi ha di meno deve dare.
Quello che è sbagliato è sempre il metodo surrettizio della proposta: tassare ma senza dirlo, spacciandolo per un “contributo temporaneo”. La proposta, in questi termini, fa il paio con il “contributo di solidarietà” sulle pensioni alte, stabilito dal Governo Lega-Cinquestelle e poi giustamente cassato dalla Corte Costituzionale in quanto era una tassa mascherata che, in più, gravava solo su una parte dei contribuenti.

Se servono soldi si abbia il coraggio di tassare a viso aperto senza ricorrere a trucchetti, sotterfugi e cambi di nome.
Eppure esiste una strada maestra per risolvere questo problema. Nel nostro sistema IRPEF c’è una grossa anomalia: chi guadagna 75.001 euro lordi annui e chi ne guadagna 250.000 o 1.000.000 o 5.000.000 di euro paga la medesima aliquota marginale del 43%

Insomma i “benestanti” e i Paperoni pagano la stessa percentuale su uno scaglione che potrebbe essere infinito, con buona pace della Costituzione che stabilisce che il nostro sistema fiscale deve essere improntato a criteri di progressività.


Visto che stanno rivedendo le aliquote, il Governo abbia il coraggio di inserire una nuova aliquota marginale più alta per i redditi, ad esempio, superiori ai 100.000 o ai 200.000 euro.

Se si ritiene che sia scandaloso guadagnare più di 75.000 euro (lordi) annui, anche se guadagnati onestamente, il Governo (e il Parlamento) abbiano il coraggio di dirlo apertamente e inseriscano un’aliquota marginale maggiore.

Ma non ne hanno il coraggio. Nessun Governo, nessun Parlamento, ad un anno (o meno) dalle elezioni, vuol passare per quello che ha aumentato le tasse.

Vedrete che si inventeranno un altro sotterfugio, un’alchimia finanziaria, un altro contributo di solidarietà (ah, che senso di bontà viene dalla parola solidarietà) provvisorio, eh; magari una sequela di “provvisori”, così nessuno potrà dire che hanno elevato le tasse andando ad incidere solo sui lavoratori dipendenti, gli unici che – per forza di cose – denunciano redditi superiori ai 75.000 euro (sempre lordi).

Il segretario del PD, Enrico Letta, dopo il voto ai sedicenni ha lanciato un’altra proposta in favore dei giovani.

Aumentiamo di un punto percentuale l’aliquota della tassa di successione per assi ereditari superiori ai 5 milioni di euro. Col ricavato (che in questo caso non andrà a debito dello Stato) si costituirà una dote di 10.000 euro a favore di ciascun diciottenne in modo da favorirne l’ingresso nel mondo del lavoro oppure per completare studi superiori molto costosi.

Non entro nel merito della proposta anche se ritengo che i giovani, oggi, più che soldi abbiano bisogno di opportunità.

Ma, caro Letta, lei sa benissimo che viviamo in un Paese in cui solo 2 persone su mille denunciano un reddito lordo superiore a 200.000 euro annui.

Secondo lei quanti “de cuius” avremo ogni anno che lasceranno questo mondo beneficando gli eredi di un patrimonio ereditario superiore ai 5 milioni di euro?

O il “de cuius” lascerà solo società, magari off shore o finanziarie anonime di cui doci occulti o palesi sono già gli eredi.

Mi sa che sia una proposta generosa, ma irrealizzabile.

La destra, dopo la sconfitta elettorale in Emilia-Romagna (solo in Emilia Romagna, nell’intero paese è maggioritaria) sta cercando nuovi cavalli per la sempiterna campagna elettorale.

Uno, spregevole, è quello di cavalcare il coronavirus, come se si potesse impedire l’accesso in Italia ad una persona in regola col visto ed in apparente buona salute (ricordiamoci che il coronavirus è invisibile, ma infettivo, finché non compaiono i sintomi). Bella furbata del Governo che ieri – non potendo vietare l’ingresso delle persone, ha vietato tutti i voli da e per la Cina. Bravi!.  Oppure dire che gli immigrati sui barconi ci portano il coronavirus. Ci sarebbe da ridere.

Un altro cavallo di battaglia, consueto e ormai vecchio è quello che qualsiasi Governo di sinistra o di centro sinistra, aumenti le tasse.

Il Giornale di oggi porta ad esempio la proposta di legge -delega per la riforma dell’IRPEF. (vedi qui: https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-gualtieri-conferma-stangata-arrivo-rivedremo-iva-catasto-e-1819330.html).

 Una volta tanto sono d’accordo con la destra, almeno per quel che riguarda le aliquore IRPEF.

In Italia sono veramente molto strane. Eccole:

Dalla tabella si vede che chi ha un reddito annuo lordo superiore ai 75.000 euro paga l’aliquota marginale del 43% sia che guadagni 75.000 euro lordi sia che ne guadagni 150.000.

La cosa non è affatto conforme all’etica e all’articolo 53 della Costituzione che dispone: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Se io guadagno 150.000 euro lordi annui, mi sembra folle che io paghi, sull’eccedenza di 75.000 euro, la stessa aliquota di chi guadagna 75.000 euro lordi annui.

La cosa è nota da sempre a nostri politici. Ma alzare le tasse fa perdere voti, lo si sa.

Quindi si è sempre preferito non alzare le aliquote, ma incrementare il gettito fiscale con metodi surrettizi e alquanto scorretti.

La casistica è ampia: prestazioni sanitarie garantite solo a chi ha un ISEE inferiore ad una certa cifra; protezione dalla svalutazione degli stipendi e delle pensioni solo sotto una certa cifra; deduzioni Irpef applicabili solo sotto un certo reddito; tagli alle cosiddette pensioni d’oro che sono state conseguite rispettando legittime norme dello Stato  (tanto i pensionati non hanno voce in capitolo), etc.. etc…

Si consegue surrettiziamente lo stesso scopo senza alzare, formalmente, le tasse. Senza farsi carico del disagio di chi guadagna più di 75.000 euro lordi annui che deve provvedere con i propri mezzi a prestazioni che la Costituzione garantisce formalmente a tutti.

La mia proposta è semplice e conforme all’articolo 53 della Costituzione. Inserire una aliquota ulteriore IRPEF. Faccio un esempio, così per dire: chi guadagna più di 100.000 auro annui lordi, sulla parte eccedente i 75.000 euro lordi pagherà il 45% il 47%  di Irpef, ma come tutti, avrà diritto a tutte le garanzie, deduzioni, detrazioni previsti per tutti.

Una riforma trasparente.

È scomodo per i politici, ma penso sia necessario per cercare di far ricrescere la coesione sociale che, negli ultimi tempi, è parecchio diminuita.

Cinque anni fa una coppia di persone dello stesso sesso non aveva alcun diritto. Oggi ci sono le unioni civili.
Cinque anni fa le volontà di un malato sul proprio fine vita non avevano alcun valore. Oggi c’è il biotestamento.
Cinque anni fa si pagava l’IMU sulla prima casa. Oggi la pagano solo i proprietari di case di lusso.
Cinque anni fa i genitori di persone con disabilità non avevano alcuna certezza per il futuro dei loro figli. Oggi c’è la legge sul “Dopo di noi”.
Cinque anni fa non esistevano misure universali contro la povertà. Oggi c’è il Reddito d’Inclusione.
Cinque anni fa i reati ambientali non erano punibili. Oggi c’è la legge sugli ecoreati.
Cinque anni fa tonnellate di cibo in eccesso venivano sprecate. Oggi, con la legge sullo spreco alimentare, è più semplice destinarle a fini di solidarietà sociale.
Cinque anni fa non c’era l’Autorità nazionale anticorruzione. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il codice antimafia. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il reato di omicidio stradale. Oggi c’è.
Cinque anni fa dieci milioni di dipendenti sotto i 1.500 euro non ricevevano alcun aiuto. Oggi ricevono 80 euro al mese in più.
Cinque anni fa datori di lavoro disonesti potevano far firmare alle loro dipendenti un documento per poterle “dimissionare” in caso di gravidanza. Oggi le “dimissioni in bianco” sono impossibili.
Cinque anni fa il PIL era a -2,4. Oggi è +1,6.
Cinque anni fa gli occupati in Italia erano 22 milioni. Oggi sono 23 milioni. Un milione di posti di lavoro in più (la metà a tempo indeterminato).
Cinque anni fa non c’era la legge sulla ciclabilità. Oggi c’è.
Cinque anni fa i miliardi recuperati dall’evasione fiscale erano 12. Oggi sono 20.
Cinque anni fa 100mila docenti erano precari. Oggi sono di ruolo.
Cinque anni fa per ottenere il divorzio bisognava aspettare tempi lunghissimi. Oggi c’è il divorzio breve.
Cinque anni fa nessuno credeva che i lavori per la Variante di Valico, per il Quadrilatero, per la Salerno-Reggio Calabria sarebbero terminati. Oggi sono terminati.
Cinque anni fa punire il caporalato era complicato. Oggi c’è una legge apposita.
Cinque anni fa non c’era il processo civile telematico. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era la riforma del Terzo settore. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il bonus cultura per i 18enni. Adesso c’è.
Cinque anni fa i docenti non ricevevano alcun sostegno per la loro formazione. Oggi hanno una card da 500 euro.
Cinque anni fa non c’era la responsabilità civile dei magistrati. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il bonus bebè. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era la dichiarazione dei redditi precompilata. Oggi c’è.
Cinque anni fa non c’era il cumulo gratuito delle pensioni. Oggi c’è.
Cinque anni fa i furbetti del cartellino proliferavano nella totale impunità. Oggi per legge rischiano il licenziamento immediato.
Cinque anni fa chi investiva in cultura non aveva alcuna agevolazione. Oggi c’è l’Art Bonus.
Cinque anni fa non c’erano giorni gratuiti per l’ingresso nei musei. Oggi si entra gratis ogni prima domenica del mese.
Cinque anni fa non c’era un piano nazionale per la Banda ultra larga. Oggi c’è.
Cinque anni fa l’imposta sul reddito delle società (IRES) era al 27.5%, ora è al 24%.

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