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Come tutti, sto seguendo le vicende della nostra povera Italietta circa la nomina di Raffaele Fitto a Commissario europeo (anzi vicepresidente esecutivo) e circa le intromissioni di Elon MUSK nella politica italiana (P.S. a proposito di questo ultimo , chi può legga lo articolo di Repubblica.it all’indirizzo: https://www.repubblica.it/esteri/2024/11/14/news/politica_musk_elezioni_americane-423621489/?ref=RHLF-BG-P1-S2-T1)

Ho dato a ChatGPT gli stringati elementi delle due vicende e ho chiesto di unirle insieme e di ricavarne una storia un po’ meno piatta della realtà.
Eccola qui sotto, in versione integrale:

ChatGPT: “Certamente, posso sviluppare una versione più estesa della storia, con una trama unica che includa anche colpi di scena e un ruolo più rilevante per il ministro americano. Ecco una versione più articolata e approfondita della storia, con nuovi intrecci e complessità.”


Titolo: L’ombra della vendetta


Capitolo 1 – Intrighi e ambizioni

A Bruxelles, in una notte cupa e piovosa, la Presidente del Consiglio italiana, Giovanna Mestroni, osserva la città dall’alto del palazzo dell’Unione Europea. È appena stata sconfitta: il suo candidato alla vicepresidenza della Commissione, Renato Fino, è stato bocciato. Dietro questa decisione, Mestroni intravede la mano di Urinna Von Layan, la presidente della Commissione, e avverte la tensione personale che anima questa guerra politica. Mestroni aveva negato a Von Layan il sostegno per la sua elezione, e ora ne stava pagando il prezzo.

Tra il fumo di un sigaro, Giovanna riflette su come ribaltare la situazione. La sua ambizione la spinge a non cedere, e trova sostegno in Erik Neumann, un agente oscuro che inizia a orbitare intorno a lei, apparentemente per svolgere un lavoro di intelligence europeo. Neumann, in realtà, è un lupo solitario con un’agenda propria, ed è noto per il suo passato in servizi segreti internazionali. A lui, la politica interessa meno dei segreti: segreti che gli permettono di avere potere.

Capitolo 2 – La minaccia americana

Mentre Giovanna pianifica la sua vendetta, dall’altra parte dell’oceano, un nuovo colpo arriva inaspettato. Il ministro degli Affari Esteri della nuova amministrazione americana, Eglon Munk, dichiara pubblicamente che “la democrazia italiana è minacciata dal nazionalismo esasperato e dall’ingerenza dei magistrati”. La frase non è rivolta direttamente a Giovanna, ma il messaggio è chiaro. La Presidente del Consiglio italiana, per la prima volta, vacilla. In privato condivide le idee di Munk, ma il suo nazionalismo le impone di mostrare forza e di evitare ogni intromissione esterna.

Scossa e incerta, Giovanna decide di ritirarsi dalla scena pubblica, lasciando al Presidente della Repubblica il compito di rispondere. La sua assenza è percepita dai suoi sostenitori come una ritirata, e il suo stesso partito comincia a dubitare della sua capacità di guidare il paese. Nel frattempo, Erik Neumann diventa sempre più vicino a lei, cercando di sfruttare il suo momento di debolezza per capire quali segreti possano esserle stati sottratti. Neumann scopre che Giovanna è in contatto segreto con Eglon Munk, con cui ha avuto sempre avuto contatti durante la sua ascesa politica. Munk le aveva promesso sostegno, ma ora la sua dichiarazione la metteva in imbarazzo.

Capitolo 3 – La comparsa di Luisa e una relazione pericolosa

Nel pieno della crisi, Neumann incontra Luisa Falchi, il capo di gabinetto di Giovanna, una donna brillante e ambiziosa. Lei ha colto i segnali di instabilità nella sua leader e intravede la possibilità di ottenere una posizione di maggior potere. I due iniziano una relazione intensa e pericolosa, fatta di segreti e seduzioni. Neumann la convince a condividere dettagli riservati sui piani di Giovanna e in cambio la protegge, alimentando la sua ambizione.

Nel frattempo, Giovanna scopre che la bocciatura di Fino e l’attacco di Munk potrebbero essere collegati. Von Layan e Munk sembrano aver trovato un terreno comune e sono pronti a minare la sua leadership in Europa per indebolire le sue posizioni nazionaliste. Munk sembra convinto che un governo europeo più docile possa rafforzare il controllo americano, soprattutto su questioni di sicurezza e intelligence.

Capitolo 4 – Un omicidio inatteso

Durante un incontro a Bruxelles, Giovanna ha un duro confronto con Fino, il quale le rivela di sapere dettagli compromettenti sui suoi contatti segreti con Munk. Fino, temendo per la propria carriera e forse anche per la propria vita, minaccia di rivelare tutto. Mestroni è sconvolta, ma tenta di calmarlo, convincendolo che troveranno una soluzione.

Il giorno successivo, però, Renato Fino viene trovato morto nel suo appartamento. Ufficialmente si parla di un attacco cardiaco, ma Giovanna è certa che si tratti di omicidio. Gli eventi prendono una piega sempre più oscura e i sospetti si moltiplicano. In privato, Giovanna è consumata dal sospetto che Von Layan o Munk abbiano orchestrato l’omicidio per colpirla indirettamente, ma non riesce a trovare prove.

Capitolo 5 – Il doppio gioco di Munk

Mentre la crisi politica si inasprisce, Giovanna riceve un messaggio in codice: Munk le chiede un incontro segreto. Nonostante le paure, decide di incontrarlo. Munk, durante l’incontro, cerca di convincerla che l’attacco alla sua democrazia era solo una tattica per “risvegliare” i suoi avversari in Europa. Le propone un patto segreto: Munk continuerà a sostenerla, ma Giovanna dovrà rinunciare a ogni idea di un’Europa sovrana e collaborare con gli Stati Uniti su questioni chiave. Munk svela il suo vero obiettivo: indebolire Von Layan e ottenere un’Europa meno indipendente.

Sebbene attratta dall’offerta, Giovanna sente che accettarla significherebbe tradire il suo Paese e, soprattutto, che potrebbe diventare vulnerabile. Decide di mantenere il contatto con Munk, ma di giocare una partita più complessa. Nel frattempo, Neumann scopre gli incontri segreti tra Giovanna e Munk e decide di ricattarla.

Capitolo 6 – Tradimento e vendetta

Neumann tenta di usare il suo potere su Giovanna, chiedendole in cambio informazioni compromettenti sulla Commissione Europea. Giovanna sa che, se accetta, finirà per diventare una pedina nelle mani di Neumann e, probabilmente, di Munk. Decide quindi di sfruttare il suo legame con Luisa Falchi, che ha ancora sentimenti ambivalenti verso Neumann. Luisa, spinta da Giovanna e dal desiderio di potere, inizia a sabotare Neumann, fingendo di allearsi con lui ma rivelando al tempo stesso dettagli sui suoi movimenti.

In una notte di nebbia, Luisa riesce a organizzare un incontro tra Neumann e alcuni agenti europei, sperando di incastrarlo. Durante l’incontro, però, la situazione degenera e Neumann capisce che Luisa lo ha tradito. I due si confrontano su un ponte solitario, e nel corso della discussione, Neumann la accusa di aver distrutto il piano per conto di Giovanna. Nella colluttazione che segue, Luisa precipita nel fiume e scompare nelle acque gelide.

Capitolo 7 – Il prezzo della vittoria

Dopo la morte di Luisa, Giovanna si trova nuovamente in bilico. Munk ha perso fiducia in lei, ma non può esporsi pubblicamente. Giovanna riesce a scoprire che Munk è stato l’artefice dell’omicidio di Fino e utilizza questa informazione come arma di ricatto per costringerlo a mantenere la sua posizione neutrale nei suoi confronti.

Alla fine, riesce a ottenere ciò che voleva: Von Layan, coinvolta nello scandalo degli omicidi e della corruzione politica, è costretta a dimettersi. Giovanna è ora più potente che mai, ma la sua vittoria è amara. Ha perso Fino, Luisa e persino l’appoggio di Munk. Rimane sola a capo di un governo che sembra un castello di carte, fragile e pronto a crollare.

Guardando Roma all’alba, Giovanna si rende conto che è rimasta intrappolata nella stessa rete di inganni che aveva contribuito a tessere. Con l’Europa destabilizzata e gli Stati Uniti in attesa di una nuova mossa, sa che il suo trionfo è solo temporaneo e che nuovi avversari sono già pronti a colpirla.

(Come ho detto in principio, la storia è totalmente inventata da ChatGPT)

Questa, secondo ChatGPT, è il riassunto dei fatti della scorsa settimana: dove prenda i dati non so, mi sono limitato a copiare l’articolo che ha prodotto inserendo solo il contenuto settimanale della Newsletter di un quotidiano on line: racconto inventato da intelligenza artificiale

Nelle strade avvolte dalla nebbia di Milano, un’operazione clandestina stava per scatenare conseguenze oltre i confini italiani. Sotto il velo delle notti tranquille, un gruppo segreto raccoglieva informazioni, sfidando i limiti del consentito: dati sottratti a banche, uffici fiscali e archivi sanitari venivano rivenduti al miglior offerente. Era una rete di spie, colpevoli di aver raccolto dossier su figure di spicco – politici, uomini d’affari, giornalisti – trasformando il mondo dell’informazione in una miniera di ricatti. All’oscuro di molti, la “centrale della conoscenza proibita” operava indisturbata, incrociando dati che solo pochi potevano controllare.

Contemporaneamente, oltre i confini italiani, l’ombra della tensione si faceva strada in Medio Oriente. La notte di un venerdì, un rombo oscuro aveva risvegliato i deserti persiani. Missili partiti dall’Iran avevano incendiato il cielo, segnando un attacco contro il loro nemico più temuto: lo Stato ebraico. Era l’ennesimo capitolo di una storia antica, ma che stavolta assumeva contorni più minacciosi, con i caccia israeliani che, pochi giorni dopo, rispondevano colpendo le difese aeree dell’Iran. Nella calma apparente, qualcosa di ben più letale covava sotto la superficie. E dietro questa complessa partita geopolitica, agenti segreti e intermediari si muovevano tra ombre e giochi di potere, cercando di evitare una guerra totale.

A Washington, il presidente degli Stati Uniti osservava gli sviluppi con un misto di preoccupazione e calcolo politico. Gli Stati Uniti, nella loro posizione di ago della bilancia, sapevano di dover camminare su una linea sottile. Il loro ruolo da mediatore internazionale appariva sempre più fragile, e il presidente stava per fare una scelta difficile: spingere Israele e Iran a trattare, prima che l’incendio di un nuovo conflitto coinvolgesse le potenze di mezzo mondo.

Ma c’era una città, una fabbrica, in cui nessuno si aspettava che una tragedia di tutt’altra natura avrebbe sconvolto la quiete. A Bologna, un’installazione industriale della Toyota esplodeva in una nuvola di fiamme, strappando la vita a due giovani lavoratori e ferendo altri undici.

Le cause dell’incidente, secondo i primi sospetti, risiedevano in un difetto di un componente vitale dell’impianto: lo scambiatore di calore. L’onda dell’esplosione aveva scosso non solo il capoluogo emiliano, ma anche le coscienze. Era un segnale, forse, che la sicurezza del lavoro, tanto propagandata quanto trascurata, avrebbe potuto risparmiare queste giovani vite.

Intanto, a Roma, un governo affaticato dalla pressione pubblica e dagli attriti interni provava a tracciare il futuro di un’Italia in bilico. Uno dei ministri era sull’orlo delle dimissioni, sotto attacco da parte di nemici invisibili, accusato di corruzione e di favori illeciti. Alle sue spalle, il primo ministro cercava di frenare le dimissioni, perché la perdita di un uomo chiave avrebbe potuto esporre l’esecutivo a nuovi, più letali colpi dell’opposizione. E, sul fronte delle misure politiche, il governo decretava la lista dei “Paesi sicuri”, tentando di sfidare apertamente le direttive della Corte di Giustizia Europea per limitare i flussi migratori verso l’Italia.

In questo scenario, l’ex presidente del Consiglio, ora leader del Movimento 5 Stelle, dichiarava la fine del contratto che legava il fondatore del movimento. Era uno scontro tra due anime della politica, una spaccatura definitiva che sembrava chiudere un’epoca politica tumultuosa, lasciando un’ombra sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Ma non erano solo le strade italiane e mediorientali a vibrare di complotti e tensioni. Lontano, in Russia, un gruppo di piloti scriveva un messaggio disperato su una bomba, rivendicando il loro diritto ai salari non pagati. Una protesta inaudita, uno sfogo trasformato in un ordigno di parole oltre che di esplosivi, destinato a colpire un bersaglio ucraino. Dall’altra parte del mondo, intanto, le ombre si allungavano sul capo di un magnate tecnologico: si vociferava di contatti segreti con un presidente russo. Il timore era che dati preziosi, forse perfino segreti militari, potessero trapelare da una parte all’altra di uno scenario già teso. La NASA chiedeva un’inchiesta, consapevole che il dominio spaziale e tecnologico era a rischio.

Nel cuore dell’Europa, la situazione non era meno drammatica: in Georgia, il potere oscillava tra le mani di un oligarca filorusso, mentre i cittadini reclamavano un’alleanza con l’Europa. Ai confini della Moldova, una fitta rete di disinformazione minava la stabilità delle elezioni, mentre la tensione montava, in una lotta impari per l’adesione all’Unione Europea.

Erano tutti tasselli di una partita globale, una scacchiera su cui ogni singolo passo sembrava rispondere a una logica superiore e insondabile, un gioco condotto da mani invisibili che avevano, forse, già deciso il finale: l’inizio del nuovo ordine mondiale.

Io sono vecchio

O mi sento vecchio.

Ma cosa significa sentirsi vecchio (o, secondo il politically corrrect) diversamente giovane? Avere acciacchi? Malattie? Non riuscire più a compiere una escursione di venti chilometri? No, non è un fatto fisico; è una situazione mentale in cui tutti i capisaldi, i fermi capisaldi in cui sei cresciuto, ad uno ad ud uno crollano e vengono sostituiti da altri, per lo più opposti.

Cerco di dare a qualcuno dei miei cinque lettori (citazione manzoniana) un quadro della situazione per capire meglio il mio disagio.

Sono un boomer”, ossia della generazione nata fra il 1955 (secondo dopoguerra e il 1960, inizio del boom economico.)

Infanzia molto diversa da quella attuale: si ci incontrava – anche fra sconosciuti – per strada e si giocava a nascondino, uno, due tre,,,STELLA!, Guardie e ladri, Si stava insieme per ore, si giocava, c’era tutto, tranne i soldi: le tasche erano vuote. Ma il nostro percorso verso l’età adulta cominciava di lì: giardino pubblico, compagni sconosciuti, giochi, vittoria o sconfitta. I genitori non c’erano [come non ci sono oggi] ma ce la gestivamo noi. Era impensabile ricorrere al genitore se un compagno occasionale compiva una entrata un po’ dura sulla nostra caviglia.  Avevamo i pantaloncini corti [all’inglese] e le ginocchia perennemente sbucciate. Ma non era un problema. Anzi era quasi un piacere sado/masochista levarsi le croste quando indurite,

Come riportato nei post “come eravamo” su Facebook, si beveva dalla pompa, si mangiavano le noccioline, le abrasioni da caduta erano un nonnulla.

Poi crescemmo, la scuola e, soprattutto il Liceo. Sono cresciuto in una medio-grande città di provincia. Botte da orbi fra fasci e gente di sinistra, Forse troppa ideologia e troppa divisione di ruoli, come lo sciopero per Angela Davis che, a malapena, sapevamo chi fosse, con la Fiat 850 del “polizia politica” a sorvegliarci..  La polarizzazione, nel ridotto ambito in cui vivevamo, aveva anche risvolti strani. Un omicidio, etichettato fra elemento di destra e di sinistra che, poi, scandagliando le cause, fu provocato da una gelosia per una ragazza. Eppure i genitori furono, recentemente convocati al Quirinale nella “giornata di riconciliazione politica” quando, nell’omicidio, di politico c’era poco o nulla.

Vedo che, per spiegare ho fatto una introduzione da paura.

Vado al sodo.

Sentirsi vecchio prescinde dal fisico; prende i capisaldi del proprio pensiero; prende le certezze che uno aveva acquisito in una vita. Le certezze vanno via una ad una e non vengono sostituite da nuove: per un vecchio l’ordine mondiale viene sostituito da qualcosa di nuovo e non perfettamente comprensibile.

Quando mangiavo pane e politica [o, meglio Geopolitica] le cose erano molto più semplici: c’erano due blocchi: uno costituito dagli USA che – in cambio dell’acquisto dei suoi prodotti – ci proteggeva con il suo ombrello atomico; l’altro costituito dai “cattivi” [secondo la propaganda dell’epoca] costituito dall’URSS e dai suoi satelliti che ci minacciavano ad ogni ora del giorno.

Allora, dagli anni ’60 in poi, tutto ciò che proveniva dall’URSS era cattivo e malvagio.

Ma noi, magari per la protezione dell’ombrello atomico USA, eravamo relativamente tranquilli [qualcuno nel 1963 è stato seriamente preoccupato della crisi de missili URSS a Cuba?]. Nel mondo esterno la situazione non era diversa. Interi Paesi con conflitti interni si dividevano, senza fare un chiasso che arrivava da noi, in Stato del Nord e Stato del Sud, uno che faceva riferimento agli Usa e uno all’URSS: capitò con la Corea, con il Vietnam, con lo Yemen e non so a quanti altri..

Allora l’ONU o, più precisamente, l’UN, era una certezza, una camera di compensazione dove i conflitti venivano risolti senza minimamente mettere in dubbio l’autorità delle Nazioni Unite, del suo Consiglio di Sicurezza, organizzazione super partes alla quale tutti dovevano rispetto.

In quegli anni, poi, si stava concretizzando il sogno di Altiero Spinelli: l’Europa! Che in pochi anni passò da unioni settoriali (CECA, EURATOM) pian piano ad una vera unione politica fino ad arrivare all’odierna Unione europea, con il corollario della moneta unica [peccato che non si sia riusciti ad eliminare l’unanimità dalle decisioni de Consilio europeo.]

Un mondo ideale, insomma, corrispondente alle aspettative di una persona nata nel secondo dopoguerra e affamato di geopolitica.

Ma non si può sperare che la situazione ottimale rimanga tale per molto. Oggi le cose sono di molto mutate e, quando dico di molto, parlo eufemisticamente.

Partiamo dall’Unione europea. Ormai questa organizzazione è tutt’altro che una Unione. Nessuno Stato vuole più uscirne, ma tutti vogliono cambiarla per farla diventare solo un tavolo in cui si scambiano le esigenze nazionalistiche: ossia si va avanti solo se sono tutti d’accordo. E l’accordo è molto diverso da quello di 15 anni fa, Niente migranti, omicidio del vento di Tampere, dazi, volontà dei singoli Stati che prevale sul senso comune. Le ultime elezioni europee hanno premiato i partiti sovranisti, quelli che, più o meno, riecheggiano il trumpiano MAGA.

La nuova Commissione non si è ancora insediata, anche perché il Parlamento europeo, unico Orgnano eletto a suffragio universale ha già trovato problemi nella maggior parte dei candidati Commissari proposti dagli Stati membri.

Non vanno meglio le Nazioni Unite: una volta una risoluzione del Consiglio di Sicurezza era Vangelo e una telefonata del “padrone” dell’ONU, il Presidente USA, era un ordine.

Oggi Israele sbeffeggia Biden e, addirittura, fa sparare i suoi carrarmati contro le missioni ONU [UNIFIL].

Un mondo alla rovescia? No, non voglio imitare Vannacci, ma è indubbio che le cose siano cambiate.

A meno che….

A meno che le cose siano state predeterminate dai soliti noti.

Ci sono alcuni elementi da prendere in considerazione;

  1. Gli Stati del Golfo, una volta meri produttori di petrolio, ora devono investire i petrodollari;
  2. l’instabilità del Medioriente è un serio ostacolo all’espandersi dei commerci e degli affari degli Stati del Golfo,
  3. i “poveri” palestinesi sono [sfiga del destino] invisi da tutti e tutti i Paesi dell’area circostante sarebbero felici di una loro scomparsa,
  4. La maggioranza dei paesi del Golfo è sunnita, la parte più progressista dell’Islam. Hezbollah, Hamas e Iran sono sciiti, la minoranza.
  5. I progetti faraonici dell’Arabia Saudita: apertura al turismo , costruzioni di megalopoli in scatola, hanno bisogno di investimenti occidentali e cinesi, ché i fondi sovrani sono ormai alla frutta;
  6. La Russia, checché ne dica Zelensky sta vincendo e gli Stati donatori sono sempre più riluttanti a fornire armi sofisticate all’Ucraina;
  7. la Cina pensa solo al commercio, a far soldi e ad annettersi economicamente l’Africa.

 Possiamo pensare che in questa situazione di vuoto politico [USA sotto elezioni, Europa alle prese con la difficile formazione della nuova Commissione] a Netanyahu sia stato assegnato il compito ”sporco” di ripulire il Medioriente dai criminali di Hamas e di Hezbollah e di dare un sonoro ceffone all’Iran?

In cambio Netanyahu riceverebbe un salvacondotto che lo metterebbe al riparo dalle pendenze giudiziarie e Israele coronerebbe il suo sogno “dal fiume al mare”.

In questo disegno rimarrebbero fuori i palestinesi, orrendamente decimati dagli israeliani, ma in ogni Nuovo Ordine Mondiale qualcuno dovrà pur perdere……

Mica noi reclamiamo la Libia, La Somalia, Pola e l’Istria….

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C.

Pericle
Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C. (*)

Tratto da Tucidide, Storie, II, 34-36

(*) Errata corrige: inizialmente era stata indicata la data del 461 a.C., riportata da diverse fonti, ma in realtà il discorso, secondo Tucidide, è stato pronunciato all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C. – 404 a.C.)

La polemica sulla opportunità di rimuovere o meno i simboli di un passato negativo non è solo in America (ne ho scritto diverse volte: “La storia non può essere cancellata”, ”C’era una volta l’America”, “Non guardiamo ieri con gli occhi di oggi”) ma, complici le elezioni politiche del 25 settembre 2022 che – a dire di alcuni – potrebbero riportare il fascismo in Italia, è approdato  anche nel nostro Paese.

Crescono i fautori della cancellazione dei simboli di quel ventennio oscuro di dittatura, come se i simboli, da soli, potessero decidere l’orientamento politico italiano o la sopravvivenza o meno della nostra democrazia.

Ci pensavo ieri, durante una passeggiata in montagna, in Campania, fra Montella e Acerno c’è una cascata, una chiusa e un ponte che chiaramente riporta ancora le insegne dei fasci littori. Più precisamente si tratta del “Sentiero dello Scorzella a Montella” che parte dal Km.40,800 della S.S: 164 (sentiero CAI 141) e corre – dopo la chiusa – lungo un torrente che, in estate, si percorre con scarpette da fiume e costume da bagno. Ieri il tempo era pessimo, ma in una bella giornata estiva, piena di sole, il percorso in acqua, ombroso, è molto invitante.

Vicino alla chiusa si trova un ponte, costruito chiaramente durante il ventennio fascista, come si vede chiaramente dai fasci littori ai lati e dalla scritta A. XVII (ossia anno 17° dell’era fascista)

ponte di epoca fascista vicino Montella (AV)
Chiusa e ponte di epoca fascista

È un quadro magnifico di un’opera idraulica costruita in Italia fra il 28 ottobre 1938-e il 27 ottobre 1939. E’ datata secondo un calendario diverso da quello consueto (per noi) che parte dalla (presunta) nascita di Cristo. Ci sono tanti calendari sulla terra.

Ma, ovviamente, il punto non è questo. Il punto è che – secondo alcuni – quei simboli debbono essere rimossi.

Mi domando se quei simboli debbano scontare una colpa per il solo fatto di esser nati, ossia di esser stati scolpiti. Mi domando se quei simboli abbiano davvero il magico potere di influenzare il corso della politica italiana, di riportarci verso il fascismo o di favorirne la rinascita.

Per me è solo un ponte che, come il Colosseo o la Basilica di San Pietro porta su di sé i segni dell’epoca in cui fu edificato. Togliere quei simboli vorrebbe dire deturpare inutilmente un manufatto che ha un suo indubbio fascino del tutto indipendente dal periodo politico in cui fu costruito.

Scommetto che pochissimi fra i lettori di questo post ne conosce l’esistenza e che nessuno verrebbe influenzato da tale opera nell’espressione del voto.

Ma in Italia di simboli che richiamano quel periodo buio ce ne sono a bizzeffe e che solo le persone che ragionano per ideologia e non con razionalità vorrebbero abbattere.

Ne voglio citare due esempi, uno eclatante e famosissimo e un altro diffusissimo per quantità ma completamente sconosciuto nella specifica particolarità.

Partiamo da un obelisco. Roma è la città degli obelischi, moti trasportati dall’Egitto, altri edificati ai tempi dell’Impero. Uno, famosissimo, si trova al Foro Italico proprio vicinissimo allo Stadio Olimpico e per tutta la sua lunghezza, oltre 17 metri, porta incisa, in caratteri cubitali, la scritta “MUSSOLINI DUX”. È lì da 1932; talvolta qualcuno, da ultimo Laura Boldrini, quando era Presidente della Camera, propose di togliere via la “frase incriminata”. Non ci fu seguito dopo le giuste obiezioni di storici ed architetti. Posso citare lo storico Vittorio Vidotto che non può essere certo tacciato di vicinanza al Fascismo.

Vidotto, in una intervista al quotidiano “il Foglio”, spiega perché non bisogna abbatterei simboli della nostra Storia, buona o cattiva che sia, e che non sono i simboli a fare la storia, tanto che il Partito Comunista Italiano celebrò proprio al Foro italico, sotto quell’obelisco, la festa per il ritorno all’attività politica di Palmiro Togliatti dopo l’attentato, dimostrando che le scritte del ventennio, di cui Roma è piena, non smuovono voti.

obelisco del Foro italico

L’obelisco, poi, entra anche nel campo dell’esoterismo. Due studiosi, Bettina Reitz-Joosse dell’università di Groninga e Han Lamers dell’università di Lovanio hanno rivelato qualche anno fa, come riporta questo articolo di Repubblica, che hanno studiato e tradotto il cosiddetto “Codex Fori Mussolini” sepolto sotto la base dell’obelisco. Gli studiosi, prendendo dati e scritti da altre fonti, hanno rivelato un messaggio non diretto ai contemporanei, bensì una specie di “capsula del tempo” destinata a raccontare la Genesi del Foro italico e del fascismo una volta che l’obelisco, e quindi il Regime, fosse stato abbattuto.

obelisco al Foro italico

L’altro esempio è sotto i nostri occhi, da anni ed anni ed anni; ci camminiamo letteralmente sopra. Fateci caso, allora: quando mettete i piedi su una delle pesanti chiuse in ghisa dei tombini stradali:  quanti di essi hanno , sopra, simboli fascisti? Tanti, ve lo assicuro. Nessuno ha mai pensato di buttare via i soldi per sostituire quelle chiuse finché svolgono il loro dovere. Ma non solo tombini, anche fontane, come i celebri “nasoni” di Roma.

chiusa di tombino a Pomezia
“nasone” con fascio littorio
chiusa di tombino

Secondo voi la permanenza di queste chiuse o di queste fontane può spostare voti o indirizzare la nostra democrazia verso il ritorno del fascismo?

Ritengo proprio di no. La democrazia l’hanno riconquistata i nostri padri e i nostri nonni e tocca noi, a noi persone, difenderla. I simboli sono innocenti, a meno di non fare come nel celeberrimo romanzo di George Orwell, 1984, in cui la Storia veniva continuamente riscritta per adattarla alle contingenze del regime.

I simboli sono parte di noi, della storia della nazione, dell’umanità. Fungono da ricordi, perché il ricordo di quanto è accaduto serva da esempio se buono, da monito se cattivo.

Stiamo già assistendo ad una profonda manipolazione della Storia (sì, con la S maiuscola) e non ce ne accorgiamo. Quando non sappiamo qualcosa, ci rivolgiamo ad internet ed alla sua sterminata memoria e non ci accorgiamo che, se non sono copie e/o riproduzioni, su internet la grandissima massa di documenti non è più anziano del 1991, perché, prima, internet era appannaggio solo delle università e di un ristretto numero di professori, studenti e ricercatori.

Pochi sanno che il prefisso www. (= world wide web) che, ora, Google ha anche tolto di mezzo nelle ricerche perché si dà per scontato, era solo uno – ed il più recente – prefisso degli indirizzi di internet. Parole come Gopher, Archie, WAIS , Veronica e BBS sono nomi che agli attuali utilizzatori di internet dicono poco e nulla, eppure essi erano internet prima dell’avvento del web.

Se a questa carenza aggiungiamo anche l’abolizione di simboli che ci ricordano il nostro passato, allora avremo un eterno presente in cui una esperienza passata viene subito dimenticata e non potrà poi servire al progresso dell’umanità che proprio sulle esperienze si basa.

Se un simbolo ricorda una esperienza negativa (negativa per l’epoca attuale, per quella passata non lo era, per quella futura non si sa), basta citarla, basta contestualizzarla, come, per esempio ponendo una targa che ricordi quanti crimini furono allora commessi e come siamo orgogliosi di aver superato quell’epoca.

Vengono stravolte anche parole neutre che mai avremmo pensato avessero una connotazione negativa.

Fino a pochi anni fa, in corretto italiano, una persona dalla pelle scura era detto “negro” senza alcuna connotazione negativa. Parola neutra. Oggi, dall’altra parte dell’Atlantico, da quell’America impazzita ci vien detto che, da loro, la corrispondente parola inglese “nigger” è una parola vietata perché razzista e neppure noi dobbiamo usarla.

Si rischia il ridicolo come in quella partita internazionale in cui al “quarto uomo” dell’UEFA, un rumeno fu chiesto chi avesse commesso il fallo. Lui , innocentemente rispose, in rumeno rispose ,” quello lì col numero x, quello negro”, senza alcuna connotazione razzista. L’hanno sospeso.

Come dico spesso, cerchiamo di ragionale con la testa e non con la pancia, di pensare col nostro cervello prima di parlare e non scimmiottare i post interessati dei social.

Io la penso come Umberto Eco:

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I simboli non spostano voti.

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