Il caso del libro scritto dal Generale Vannacci è ormai noto. Da ieri un profluvio di articoli di condanna, a cominciare dall’Esercito e dallo stesso ministro della Difesa che ha definito le affermazioni del Gnerale farneticanti e lesive della Costituzione sulla quale ha giurato.

Per chi – in vacanza – non avesse ben chiaro di cosa sto parlando, ci sono questi link: https://www.repubblica.it/politica/2023/08/17/news/vannacci_esercito_libro_cari_omosessuali_non_siete_normali-411394277/?ref=RHLF-BG-I411341267-P2-S1-T1

https://www.repubblica.it/politica/2023/08/11/news/roberto_vannacci_intervista-411444454/?ref=RHLF-BG-I411341267-P9-S1-T1

https://www.repubblica.it/politica/2023/08/18/news/roberto_vannacci_chi_e_generale_esercito-411444051/?ref=RHLF-BG-I411341267-P9-S2-T1

La recensione del libro del Generale Roberto Vannacci, già capo della Folgore e ora a capo di quel fiore all’occhiello dell’Esercito italiano che è l’Istituto Geografico Militare, di cui tutti noi escursionisti, CAI e altre organizzazioni, usufruiamo delle splendide mappe.

Orbene, dalla recensione del quotidiano on line, il libro, dal titolo “Il Mondo al contrario” è un coacervo di affermazioni immonde del tipo “Cari omosessuali, non siete normali”, “viviamo in una dittatura delle minoranze (Gay, clandestini, animalisti, marxisti, radical chic eccetera)”, “le discutibili regole di inclusione e tolleranza imposte dalle minoranze”; con “il lavaggio del cervello di chi vorrebbe favorire l’eliminazione di ogni differenza compresa quella tra etnie, per non chiamarle razze”; con molta umiltà la fatica letteraria si propone “il trionfo della saggezza e delle verità oggettive”. Gli immigratiInvece in Italia passano il tempo a compiere crimini, a stuprare, non come in Russia dove le cose sul fronte immigrazione sono ben gestite.”.

E i figli per le coppie gay? Sia mai! Se “non è nella natura dell’uomo essere cannibale”, perché dovrebbe esserlo per il diritto alla genitorialità delle coppie arcobaleno? Che – si specifica – “non sono normali, perché la normalità è l’eterosessualità. Se a voi tutto sembra normale, invece, è colpa delle trame della lobby gay internazionale che ha vietato “termini che fino a pochi anni fa erano nei nostri dizionari: pederasta, invertito, frocio, ricchione, buliccio, femminiello, bardassa, caghineri, cupio, buggerone, checca, omofilo, uranista, culattone che sono ormai termini da tribunale”.

Ci manca solo un “peccato!” finale. E tra il racconto di un Rocco che si fa chiamare Aurora ma in realtà “continua ad essere dotato di batacchio in mezzo alle gambe” e una spassionata difesa dei ricchi ai quali aumentare le tasse sarebbe controproducente si arriva al termine di questa fatica letteraria, dove i barlumi di sincerità – va detto – non sono pochi: “Per quanto esecrabile, l’odio è un sentimento, un’emozione che non può essere represso in un’aula di tribunale. Se questa è l’era dei diritti allora, come lo fece Oriana Fallaci, rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute”. “Paola Egonu italiana di cittadinanza, ma è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”.

Particolarmente truculento è il capitolo sulla legittima difesa, che per l’autore è sacra. Se il ladro ti entra in casa “perché non dovrei essere autorizzato a sparargli, a trafiggerlo con un qualsiasi oggetto mi passi tra le mani”, “se pianto la matita che ho nel taschino nella giugulare del ceffo che mi aggredisce, ammazzandolo, perché dovrei rischiare di essere condannato?”.

Queste, secondo l’articolo di Repubbblica.it del 17 agosto, sono le frasi di un libro scritto, a sue spese [probabilmente perché non ha trovato nessun editore che lo pubblicasse] da uno dei vertici dell’Esercito italiano, a capo di una struttura benemerita che ha compiti anche civili con le sue splendide mappe, usate dagli escursionisti di tutto il mondo.

Si dice che ognuno abbia il diritto di dire ciò che vuole, ma non quando si è ai vertici di strutture pubbliche come l’esercito e, nei suoi scritti, si entra nell’ipotesi prevista dall’articolo 604-bis del codice penale [reato di discriminazione] che riporto:

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito:

a) con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.

Si applica la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l’istigazione e l’incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione, sulla minimizzazione in modo grave o sull’apologia della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale.”

Personalmente ritengo che un simile soggetto, se veramente ha scritto le cose riportate da Repubblica.it, non possa rimanere ai vertici di una struttura benemerita dell’esercito Italiano e debba subire, anche penalmente le conseguenze di quanto scritto.

Oggi, ad un programma radiofonico il Costituzionalista Michele Ainis, pur prendendo le distanze dal quanto scritto dal Generale Vannacci, sostiene che la libertà di espressione, sancita dall’articolo  21 della Costituzione, gli ermette di scrivere le nefandezze che ha scritto e che, siccome nel libro ha posto un disclaimer ( o esonero da responsabilità) ritenendosi non responsabile di azioni di terzi conseguenti a quanto scritto, non potrà essere imputato di incitamento come previsto dall’articolo 604-bis del Codice penale, ma solo ad una azione disciplinare perché non ha adempiuto ad assolvere i le sue funzioni con “disciplina e onore” come previsto dall’articolo 54 della Costituzione.

E, sulla libertà di espressione, molti tweet difendono il Generale Vannacci. Ma la libertà di espressione ha limiti imposti da leggi, come la cd. “legge Mancino” (legge 25 giugno 1993, n. 205 che sanziona e condanna frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio, l’incitamento alla violenza, la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali). Troppo comodo scrivere che i Gay o LGBT+ non sono normali, che gli ebrei sono da discriminare, che i ladri sono da uccidere, che mai le coppie arcobaleno potranno avere figli, gettare la pietra e, con un disclaimer, ritirare la mano.

Viviamo in un periodo di confusione, le persone, specialmente giovani, sono alla ricerca di punti di riferimento. Se un Generale pluridecorato afferma che i gay sono anormali perché non dovrei credergli? E questa non è incitazione, caro Ainis?

Può la libertà di espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione, consentire ad una persona che riveste un ruolo apicale nella pubblica amministrazione, dietro un semplice disclaimer, affermare quello che ha affermato il Generale Vannacci, senza subirne le conseguenze penali della “legge Mancino”?

Caro Ainis, la emulazione è un fenomeno che bisogna considerare ed è sempre responsabilità di chi afferma queste nefandezze le conseguenze di tali affermazioni.

Giusto per fare chiarezza, queste sono le recensioni del libro “il Mondo al Contrario” del Generale Vannacci su Amazon: https://www.amazon.it/MONDO-AL-CONTRARIO-ROBERTO-VANNACCI/dp/B0CF4BJN3D/ref=sr_1_1?crid=3I41ZBS1NXQ6M&keywords=il+mondo+al+contrario+vannacci&qid=1692360277&sprefix=Vannacci%2Caps%2C150&sr=8-1#customerReviews

Ripeto, la Costituzione, nel suo articolo 21, dà la possibilità di esprimere il proprio pensiero, ma non di incitare [implicitamente o esplicitamente] ad una discriminazione. Ricordo che l’Unione europea, alla quale, per l’art. 11 della Costituzione dobbiamo adeguarci, dispone che vi sia una ed una sola razza umana [Vannacci afferma il contrario].

Secondo il mio personale parere, lo scritto del Generale Vannacci incita alla commissione di atti e gesta considerati reati dal nostro ordinamento.

Bisogna riflettere su queste affermazioni eversive, sdoganate dal nuovo Governo di destra. Molti e gravi danni possono provocare nella popolazione.

Purtroppo il Governo Meloni ha sdoganato questi soggetti.

Per dirla con Umberto Eco, prima erano chiacchiere da bar che non andavano oltre le tre/quattro persone avvolte dai fumi dell’alcool. Ora, con i social, sono accessibili a chiunque. E suscettibili di provocare gravi danni.

Vi ricordate il divertente film del 2010 di Luca Miniero “Benvenuti al sud”? Narra del solito equivoco Nord-Sud, con il nuovo direttore dell’Ufficio Postale di un paesino del Sud, lui milanesissimo e attaccatissimo agli usi meneghini, alle prese con una realtà nuova, prima disprezzata, poi amata. Da qui il detto “Chi viene al sud piange due volte, quando arriva e quando deve andar via!”.

In una scena, il protagonista, Claudio Bisio, è a casa di un suo impiegato dell’Ufficio Postale, Alessandro Siani, eterno mammone che non si decide a lasciare il nido materno. Ad un certo punto, in risposta ad un grido che viene dalla strada, Alessandro Siani prende un nero sacco della spazzatura e lo lancia dalla finestra.

Bisio non dice niente, ma sulla sua faccia si legge il profondo disprezzo per un gesto ritenuto barbaro e incivile.

Qualche scena dopo, Claudio Bisio, nella casa che ha preso in affitto nel paesino, ode un grido dalla strada che gli sembra simile o uguale a quello sentito in casa di Siani. Preso dalla rabbia che ancora gli provoca il trasferimento al Sud, prende il sacco della spazzatura e lo lancia fuori dalla finestra.

Per tutta risposta alla porta si presenta il vigile urbano che gli eleva una contravvenzione per sversamento di rifiuti. L’arcano si svela: Siani abita a piano terra, al grido dello spazzino, lancia il sacco [dell’organico, precisa] direttamente sul carretto che raccoglie l’immondizia. Bisio abita ad un piano più elevato ed aveva equivocato [ah, i dialetti!] sul significato del grido udito che era tutt’altro che il richiamo dello spazzino. Si svela che il paesino del Sud ha un efficiente sistema di raccolta di rifiuti porta a porta, diviso per giorni e materiali raccolti.

Acerno è così. Almeno sulla carta è ben organizzato. Sul sito di Facebook del Comune sono ben evidenziati, per tutto l’anno, i giorni di apertura festiva dei negozi di beni essenziali

, delle disinfestazioni a cura della ASL locale

e, ovviamente, il calendario settimanale della raccolta dei rifiuti solidi urbani.

Il relativo manifesto, distribuito anche in tutte le case è multicolore e ricco di spiegazioni su cosa può essere “conferito” in quel determinato giorno.

Contiene però un particolare di non immediata comprensione, pur essendo grammaticalmente e logicamente esatto. Forse perché tutti noi consideriamo ovvio che i sacchetti dei rifiuti vanno depositati (vedremo poi dove) la sera.

Se ingrandiamo un pochino una porzione del manifesto notiamo, da sinistra a destra, il primo riquadro che indica la categoria del conferimento del rifiuto, il secondo riquadro che indica il giorno e il terzo riquadro che indica, in particolare, cosa si intende compreso nella categoria generale.

Ad una visione superficiale dell’immagine qui sopra appare che l’umido/organico va “conferito” il martedì, il giovedì e il sabato, mentre il multimateriale (plastica/metalli) il giovedì.

ERRORE!!!!!

Bisogna leggere tutto, anche le scritte in caratteri più piccoli: l’organico va conferito dalle ore 21:00 del giorno precedente quello indicato fino alle ore 05:00 del giorno indicato. Quindi, l’organico/umido andrà conferito dalle ore 21:00 del lunedì, del mercoledì e de venerdì, fino alle ore 05:00 del martedì, del giovedì e del sabato.

Pertanto a meno di non svegliarsi prima dell’alba, i rifiuti di questo genere andranno depositati il giorno (la sera) prima di quanto indicato in grassetto e in carattere più grande del manifesto.

Ovviamente questo si ripete per ogni categoria di rifiuti. Beh, colpa nostra che non leggiamo tutto quello che c’è scritto sul manifesto. Ci serva da lezione quando andremo a stipulare un contratto di assicurazione con le sue clausole a carattere piccolissimo..

C’è ancora una particolarità da raccontare: nelle città ogni condominio ha un bidone in cui raccoglie i sacchetti che, in quel giorno, verranno raccolti meccanicamente da un autocarro.

Acerno è un paesino, i condomini sono davvero pochi. Ogni portoncino corrisponde ad uno/due appartamenti. Le strade spesso sono molto strette e non tutte permettono il passaggio di un autocarro. I rifiuti, proprio come nel film “Benvenuti al Sud”, vengono raccolti con un carretto a mano o con un motociclo a tre ruote.

Che fare, allora? Lasciare i sacchetti per terra? No, non si può: Acerno è piena di mandrie di vacche e greggi di pecore o capre portati al pascolo da cani pastore. E, si sa, i cani si riproducono con una frequenza abbastanza rapida. Per non parlare degli onnipresenti gatti. I sacchetti posti a terra costituirebbero una ambita meta per questi animali sempre affamati; i residui fuoriusciti dai sacchetti lacerati sono richiamo per mosche, formiche, blatte e, comunque, pericolo per l’igiene pubblica.

Così ogni appartamento, ficcato nel muro, avvitato al cancello, incastrato nel portone, ha un gancio al quale viene appeso ad una certa altezza (circa un metro e mezzo) il sacchetto del giorno (o della sera), posto così a debita distanza dalle fauci di cani e gatti e relativamente facile da prendere per gli addetti alla nettezza urbana.

Paesi che vai, usanze che trovi

C’era una volta. C’era una volta ….. e ora non c’è più.

Una volta, anni ’50-’60 del secolo scorso, Acerno era per i salernitani e per i napoletani un luogo alla moda, una località ideale per quella che allora si chiamava villeggiatura: un tempo abbastanza lungo, dai quindici giorni ad un mese da trascorrere in una amena località per sfuggire al caldo agostano.

Le famiglie meno abbienti fittavano una casa dagli abitanti locali. Poi c’erano gli alberghi, dal centralissimo Zi’ Vito all’esclusivo “Castello dei Sogni” del Barone D’Elia. E di quest’ultimo vorrei scrivere, anche se da scrivere c’è poco.

Un albergo alla moda fino agli anni ’60 del secolo scorso, poi il lento declino e la fine con il terremoto del 23 novembre 1980  che qui fece una dozzina di morti e squassò il tessuto urbano.

Il “Castello dei Sogni” ebbe gravissimi danni e un po’ per l’incuria della proprietà, un po’ per l’arrogante speculazione edilizia, quello che tentarono di ricostruire niente aveva a che fare con un albergo di pregio.

Anzi, quello che fu ricostruito era totalmente abusivo, riconosciuto tale – a detta degli abitanti della zona – anche in Cassazione.

Risultato: uno scheletro in cemento armato si erge da oltre 35 anni dove sorgeva il “Castello”. Nessuno lo butta giù. Nessuno ha convenienza, vista la tremenda discesa del paese come meta turistica, ad investire per ricostruire.

E il “Castello”, proprio come un sogno, svanisce anche dalla memoria dei locali e dei turisti che ci andarono. Tanto la memoria è labile che anche il più efficace “trovaroba” del web, ossia Google, alla stringa di ricerca “Castello dei Sogni di Acerno” non fornisce altro che pagine di cartoline d’epoca da collezione e nulla più. Nulla di storia, nulla della lunga agonia, nulla delle traversie giudiziarie; tutte scarne notizie ricavate dagli abitanti della zona, sempre molto restii a parlare, come tutti i montanari.

Il bello che nella profonda opera di distruzione antecedente al tentativo abusivo di ricostruzione sono statti lasciati, a mo’ di memoria storica, alcuni reperti dell’antico splendore, ormai avvinghiati, come le rovine di Angkor Watt in Cambogia dalla forza soverchiante delle piante rampicanti: vendetta della natura.

Non ho più notizie da darvi, anzi se qualcuno dei miei lettori ne sa di più, me lo scriva; sarò lieto di fare un’aggiunta.

Per ora il post prosegue con le foto delle cartoline che mostrano come era il “Castello dei sogni” e le foto, fatte da me, che mostrano quello che ne resta:

Come inizio non c’è male: una naiade che invita ad andare in piscina in un due pezzi che richiama l’epoca in cui fu scattata la foto. C’è anche il trampolino

Ma la piscina e il trampolino o, meglio, i loro scheletri, ci sono ancora, avvinghiati come Laocoonte e figli dalla natura che si è presa la rivincita:

in fondo, a metà del lato corto della piscina, si intravede lo scheletro del trampolino.

E, della piscina, come fantasmi, spuntano altri particolari, come lo “spogliatoio per signore”

Oppure il locale docce maiolicato in multicolore:

Questi alberghi alla moda avevano un luogo per ballare; di solito un gazebo metallico con filari di rampicanti e luci multicolori, dove – in quei tempi un po’ puritani – ragazze e giovanotti facevano conoscenza ballando un fox-trot, un Twist, un rock and Roll, fino ad arrivare, in tarda serata, quando molti ospiti erano andati a dormire, ai languidi lenti guancia a guncia, spesso prodromici ad altri più profondi contatti.

In questa foto si vede ancora il gazebo, dietro il trampolino della piscina:

purtroppo ora ne è erimasto ben poco come di vede dalla foto qui sotto:

Era bello il castello dei Sogni ed era usanza inviare ai propri cari una cartolina del bel luogo ove si trascorreva la villeggiatura. Eccone un paio di esempi:

e questa con dedica:

Facile immaginare quali fossero “i più cari pensieri”…….. da quello che, davvero, sembrava un castello

Anche gli interni erano curati: qui la sala da pranzo con vista sul gazebo da ballo e sulla piscina:

Purtroppo ormai rimane poco, solo ruderi, piloni di cemento che son lì fermi da quasi quaranta anni, ultimi testimoni di un bel tempo che fu.

Quelle qui sotto sono le cucine presso il ristorante, il gazebo e la piscina,

E così Acerno non ha più alberghi (anche Zì Vito è chiuso).

Da località turistica alla moda è tornato ad essere un semplice paese, sempre fresco di estate, ma con zero attrazioni. Mi dicono che c’è una piscina, bella e pronta, ma anche essa chiusa, forse per beghe di paese.

Forse la verità è semplice: agli acernesi va bene così. Vivere un pochino di gente, pochi turisti, molti emigrati di ritorno per qualche giorno di estte e poi richiudersi nel sonno.

Spero che questo posto possa risvegliare la memoria agli antichi fasti.

Il libro da cui è stato estratto questo capitolo è qui:

https://www.amazon.it/dp/B0CHL16C11/

Oggi è venerdì e ad Acerno è giorno di mercato. Sì, forse lo abbiamo dimenticato. Una volta, nei piccoli centri, non c’erano negozi idonei a soddisfare ogni bisogno della popolazione, numericamente troppo ridotta per giustificare l’investimento di un negozio. Allora, come oggi ancora ad Acerno, sono i negozi che si spostano verso i potenziali consumatori. C’è un giorno alla settimana in cui un’area del paese viene occupata da bancarelle itineranti che, nel corso della settimana, coprono almeno sei paesi del circondario per rifornirli di quanto serve alla popolazione.

Stamattina ci ho fatto un giro. Preponderanti i banchi di vestiario e di scarpe. Tanto assortimento, qualità non eccelsa, ma prezzi modici. Specialmente intimo: mutande, reggiseni, maglie intime, calze, calzini. Ma anche coltelli, attrezzi per l’orto e l’agricoltura; articoli per la casa, lenzuola, tende per la doccia, spugne, detersivi.

I venditori appellano i possibili compratori invitandoli alla spesa: si conoscono tutti, si chiamano per nome a questo appuntamento settimanale e chiedono notizie degli accadimenti dei giorni precedenti “Ehi, Maria, come sta zia Giuseppina?”, “Ehi Anna, sei andata a farti sistemare la dentiera?”. Ovviamente tutto quello che vendono è speciale, nulla a che vedere con quello che vendevano la settimana scorsa: “oggi le pesche sono stratosferiche!”, “le lenzuola sono di un lino mai visto!”. Ma, proprio perché si conoscono tutti, non ci sono le consuete grida da mercato. La merce è magnificata senza troppi decibel.

Poi ci sono gli articoli stagionali: oggi c’erano due banchi che offrivano agli acquirenti tutto ciò che può servire per le conserve di pomodoro. La Campania è zona di produzione di pomodoro, una volta i San Marzano, ora gli pseudo San Marzano, l’oro rosso! I bei pomodori oblunghi, rossi rossi. Quindi tappi, bottiglie, tritapomodori, bidoni metallici per cuocere l’ortaggio nelle bottiglie, boccacci, etc. Sì, qui è ancora viva la tradizione di sbollentare i pomodori oblunghi, pelarsi fino a scottarsi le dita, frullarli, metterli nelle bottiglie con un po’ di basilico e sale, tapparle e bollirle in grandi contenitori. Salsa pronta fino all’estate successiva per condire spaghetti e non solo. Tutta la famiglia o, meglio, le donne della famiglia, partecipa alla “funzione”, macchiata di rosso sangue dei pomodori, magari cantando antiche nenie. Vi assicuro che i barattoli di pelati di pomodoro, anche delle migliori marche, non reggono il confronto con queste bottiglie piene di oro rosso confezionate a mano.

Nel precedente post vi ho raccontato dei preparativi per la festa del Santo Patrono San Donato, in programma lunedì 7 agosto. Attorno a questa festa, nei giorni antecedenti e successivi, si concentrano le iniziative estive che approfittano del pubblico dei villeggianti (pochi) e degli emigrati che qui tornano in vacanza (molti). Ieri sera, in un palchetto sito proprio sotto le mie finestre, una filodrammatica locale “il Forum dei giovani di Acerno” composta da ragazzi sotto i venti anni ha rappresentato “lo scarfalietto”, commedia in due atti di Eduardo Scarpetta [padre non ufficiale dei fratelli Eduardo, Peppino e Titina De Filippo].

Anche se hanno ancora molto da imparare, bisogna dare atto a questi ragazzi di un commendevole coraggio e intraprendenza. Lo spettacolo, a dispetto di inconvenienti tecnici all’audio e alle luci, è risultato piacevole e, soprattutto, molto seguito dal pubblico che si a è assiepato anche oltre le file di sedie tutte occupate.

Ah, lo scarfalietto [scaldaletto] è quell’attrezzo composto da due “padelle” incernierate al cui interno si ponevano le braci e veniva posto fra le lenzuola per riscaldare il letto nelle giornate rigide e umide. Allora i termosifoni non c’erano. Se siete curiosi di conoscere la trama cliccate qui. E’ la consueta trama della commedia degli equivoci dove ciò che è non appare e ciò che appare non è: Il primo atto si svolge nella casa di Amalia e Felice Sciosciammocca, giovani sposi, i quali, a seguito di continui litigi, che vedono coinvolti anche i loro camerieri, Michele e Rosella, decidono di separarsi chiamando in causa i loro avvocati Anselmo e Antonio. Nella lite viene coinvolto anche il malcapitato Gaetano Papocchia, uomo curioso e dal carattere singolare, che si rivolge ai coniugi per prendere in fitto una casa di loro proprietà nella quale sistemare la sua giovane amante, la ballerina Emma Cartcioff.

La scena del secondo atto è ambientata dietro le quinte del teatro dove lavora Emma, nel quale fervono i preparativi per il nuovo spettacolo. Qui si reca spesso Don Gaetano, che ricopre di gentilezze la ragazza, non sapendo che la stessa ballerina è amata anche da Antonio. E qui capitano anche Felice e Amalia, che pretendono a tutti i costi che Gaetano diventi loro testimone nella causa di separazione. Nella confusione generale si inserisce anche Dorotea, moglie di Gaetano, che, venuta a sapere della storia di suo marito con la ballerina, è decisa a chiedere giustizia.

Il terzo atto è ambientato in un’aula di tribunale, dove convengono tutti i personaggi della commedia e dove, dopo le testimonianze e le arringhe degli avvocati, la giuria potrebbe proclamare il verdetto finale. Ma nell’atmosfera esagerata e inverosimile delle storie di Scarpetta, tutto è possibile…

Non ce la faccio a seguire tutti e due gli atti, mezzanotte si appropinqua e “mi sento” la fine della commedia dal mio letto. Con trapuntina, ovviamente, perché qui la notte fa freschino.

Proseguo dopo la prima puntata di “Cronache Paesane

La casetta che occupo è proprio di fianco alla chiesa. Ci deve esser stato un accordo fra sindaco e parroco: le campane suonano ogni ora con rintocco ogni 15 minuti, ma solo dalle sette della mattina. In tre giorni ci si abitua: si scopre la vita come era prima degli ultraorologi da polso, il tempo scandito dal campanile. Bong, bong, bong, bing, bing: sono le tre e mezzo, di pomeriggio, si intende.

Fervono i preparativi per la festa del Santo Patrono, San Donato, il 7 agosto. Nella via principale un negozio sfitto è adibito a sede del Comitato festeggiamenti con tanto di lotteria per ricavare fondi: primo premio una crociera nel Mediterraneo. Nel manifesto celebrazioni civili e laiche si mescolano: alla fine del programma religioso sono annunciate le “acerniadi di San Donato”, giochi a sorpresa per Bambini, Giovani e Adulti (fino a 99 anni!!!) con, al termine, “anguria fresca per tutti”.

Il programma civile prevede l’esibizione di famose stelle TV come “The Black ‘n White”, Anna Tatangelo, Daniele Ciniglio e i “Made in Italy”; a seguire spettacolo pirotecnico a cura della Ditta Mansi di Maiori!!!

Ma, nel frattempo, già ieri sera, su un palchetto a latere spettacolino di cabaret autoprodotto.

Il Paese comincia a riempirsi. La ricorrenza di San Donato è un richiamo per i tanti emigrati: le case aprono le persiane, il corso principale la sera si anima. Tutto un vociare di saluti, di “paesani” che si ritrovano, si abbracciano. Una quantità enorme di passeggini: Acerno non pare toccato dalla crisi demografica. Alle 21:00 la famosa (e ottima) pasticceria “Lucia” chiude; rimangono aperti fino a notte inoltrata i locali con i cornetti caldi alla cioccolata, il bar Jolly con la sua famosa cremolata di fragole alla panna. Si attende con ansia l’arrivo del caldarrostaro: sì, Acerno è circondato da boschi di castagni e riescono a cuocere le caldarroste che rimangono morbide e saporite. Ovviamente, il golfino è d’obbligo dopo le 20:00, fa freschino.

Come dappertutto non si contano le “vasche” serali avanti e indietro per il Corso, divenuto di sera isola pedonale: dalla “Piazza” alla Cattedrale con il suo portale di bronzo con bassorilievi di Santi, ma sovrastati dalla riproduzione del monte “Accellica” che domina il Paese.

C’è attesa, ma non ansia, per la festa. E’ un rito che si ripete ogni anno: noto, invece molta serenità: come la festa di compleanno o il Natale, feste che, se non ci si mette la sfiga, ritorneranno uguali gli anni prossimi. I bambini ora in carrozzino, cammineranno, le mamme un capello bianco in più, i padri – forse – qualche centimetro di pancia in più; ma – bene o male – saranno tutti ancora presenti per un altro San Donato.

Non vedo la leopardiana

Or la squilla dà segno

Della festa che viene;

Ed a quel suon diresti

Che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

Su la piazzuola in frotta,

E qua e là saltando,

Fanno un lieto romore.

E, ritengo, passata la festa che le fanciulle non ricorderanno quanto scriveva il poeta recanatese:

Questo dì fu solenne: or da’ trastulli

prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

piacquero a te: non io, non già ch’io speri,

al pensier ti ricorro.

Vedo molta più serenità e voglia di divertirsi: per parlare del destino c’è tempo e un altro San Donato verrà.

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