Mi avevano detto, povero me novellino, che i controlli di check in e di sicurezza per i voli Usa sono tremendi e di arrivare per tempo.
Arrivato tre ore prima nell’area check in riservata per i voli per gli States. Primi controllo boardig pass o biglietti alla porta da due gentili fanciulle che mi approcciano in inglese. Ok. Procedo. In fila non c’è nessuno. Ma nel serpentone con i nastri previsto per file chilometriche altre fanciulle mi chiedono ancora il passaporto e se ho l’Esta. Mi diverto e dico che non ce l’ho. Prima che chiami qualcuno ad arrestarmi, le dico gentilmente che ho il visto. “Allora di ferma più di tre mesi?”. “No, due anni fa sono stato in vacanza in Iran” “Ah!” e si passano il passaporto di mano in mano.
Arrivo al banco. Mando sul rullo il bagaglio registrato e dò passaporto e boardig pass all’addetto. Mi chiede lo scopo del viaggio e dove vado e se ho l’Esta. Rispondo educatamente e mi fa “fortunato lei che la ospitano in centro Manhattan” .
Mi ridà passaporto e boardig pass e mi indica il “terribile”  corridoio per “”gli speciali controlli di sicurezza per chi è diretto negli USA” e varco la porta “del non ritorno”. Due corridoi deserti e, infondo intravedo i soliti nastri con vassoi e scanner. Non c’è un’anima (quasi: tre passeggeri per tre postazioni). Devo fermarmi per fare le solite cose che faccio durante la fila che oggi non c’è: togliere scarpe, mettere tutte le cose di metallo nella borsa. Passo indenne e non ho tolto neppure la cintura. Solito casino al controllo elettronico del passaporto: pongo il passaporto sul lettore e non funziona. Colpa mia, guardo la mano sul passaporto e non davanti a me verso la fotocamera che mi inquadra.
Insomma alle 9.20 sono a fare. E, ora, che faccio?
Vado a prendere un caffè. Sono circondato da bar e ristoranti. Lascio tutto sulla sedia e vado al più vicino, 10 metri. “Attimi by Heinz Beck”, chiedo un caffè. DUE euro!, Caspita, sotto casa lo pago 80/90 centesimi. Sullo scontrino c’è scritto “Espresso sublime” e, sinceramente, non mi è neppure piaciuto.
Finalmente sul tabellone compare il gate di uscita del mio volo Delta DL 444, gate E21, lo stesso che mi aveva indicato l’App Delta (ottima) 4 ore prima e l’addetto al check in due ore prima. L”altoparlante gracchia qualcosa, mi sembra di capire “New York” e “completare procedure di imbarco” . Mi dirigo al gate indicato anche se manca ancora molto tempo e vedo parecchio affollamento davanti al desk.

Chiedo e mi dicono che sono i passeggeri in transito provenienti da altri voli. Chi ha fatto il check a Roma può rilassarsi. Adoro le compagnie aeree che iniziano il check in con molto anticipo. I 293 passeggeri dell’Airbus A330-300 entrano senza fretta con tutto il tempo di sistemare le proprie cose.
Sono abbastanza indietro e, visto che la coda si restringe sempre più, anche le cappelliere laterali sono meno capienti. Molti trolley non entrano con disappunto dei passeggeri.
Ciò conferma la mia tesi di cercare di entrare in aereo fra i primi per trovare le cappelliere libere.
Retaggio dei continui voli Roma-Bruxelles e ritorno dove tutti viaggiavano con il solo enorme bagaglio a mano e chi arrivava tardi doveva stivarlo e andarlo poi a prendere al nastro di ritiro in aeroporto.
Partiamo. Vedo molti passeggeri pulire con salviette imbevute braccioli, schermo, testiera. Anche il mio vicino me ne offre una invitandomi a fare altrettanto.
Effetto coronavirus?
Con lui la prima fallimentare esperienza di scambio linguistico. Capisco che in testa ci sono due posti vuoti (e di questo sono sicuro) poi non più. Capisco che mi invita, a portelloni chiusi, ad occuparne uno. Io tento di rispondere che sarò felice se ci andrà lui ma qualcosa non torna e il dialogo abortisce.
Quando posso, alla prenotazione del volo, chiedo un “pasto speciale” anche non avendo nè preclusioni nè particolari necessità. Stavolta ho optato per pasto a basso contenuto di colesterolo. Ho notato che, in genere, i pasti speciali sono migliori della sbobba che di solito propinano sugli aerei e, sicuramente, sei servito per primo. Stavolta mi è toccata scaloppina di pollo con purea, insalata mista e macedonia. Non male, tranne il pane, scongelato ma quasi non cotto. Ed è andata bene vedendo gli gnocchi compressi serviti al mio vicino.
Cerco di passare il tempo, il tempo che non passa, passa troppo lentamente, anzi, quasi torna indietro. Leggere che l’aereo parte alle 12.10 e arriverà alle 15.40 mette di buon umore. Peccato che fra i due orari ci siano sei fusi orari per complessive quasi 9 ore e mezzo di volo.
Una volta mi piacerebbe viaggiare nelle comode e confortevoli “capsule” di prima classe dove hai spazio, TV, stendi di piedi quasi come in un letto.
Poi mi dico sempre che la classe economica (per carità, non si chiama più così, guai a parlare di “economica”. Qui si chiama Main Cabin 2) arriva a destinazione senza alcun ritardo rispetto alla prima classe e rinuncio.
In aereo mi viene continuamente di pensare al tempo, a questa entità costruita da noi umani. Lo schermo davanti a me traccia la rotta dell’ aereo sul planisferove indica le principali città del mondo con l’ora locale.

Mi immagino nello stesso momento, nello stesso giorno, mentre io sono in questa scatola che viaggia fra i fusi orari, un cittadino di Los Angeles si alza sbadigliando dal letto. Alle 7.00, puntuale, la sveglia ha fatto il suo lavoro. Si alza e guarda dalla finestra il sole. Nello stesso momento un cittadino di Hong Kong, dopo una giornata di lavoro, guarda le stelle e l’orologio, son passate le 23.00, sbadiglia ed è ora di andare a dormire. Vivono lo stesso momento alla vista di chi possa vederlo, magari da Marte, lo stesso momento, ma due situazioni completamente diverse.
Non ce ne curiamo più. Da bambini a scuola ci hanno insegnato che la terra gira e che due posti diversi hanno orari diversi. D’altronde, l’esigenza di avere, all’interno dello stesso fuso orario lo stesso tempo si è avvertita solo quando l’uomo, con le ferrovie, ha cominciato a muoversi da un posto all’altro. È un discorso che mi ha sempre affascinato.
Beh, la clausura finisce, arriviamo. Tanto sole e temperatura mite.
Controllo passaporti, il terribile megastanzone dove, mi dicono, passerò più di un’ora. Ci sono tante macchinette per il controllo automatizzato del passaporto. Ne uso una. Ha un momento di esitazione quando cerco di farle scansionare la pagina del passaporto con il visto per l’India, poi tante domande, tipo “porti vegetali o alimenti?” Vieni in USA per turismo o per affari? Confermi di esser venuto col volo DL445? Mi sento un po’ stupido a rispondere a domande stupide. Vado solo sull’ultima “sei venuto a contatto recentemente con livestock?” Mai visto un livestock, non so neppure cosa sia. Ma Google traduttore viene in aiuto e posso dichiarare che no, non sono venuto a contatto con animali selvatici.
Dopo un po’ di fila porto la ricevuta rilasciatami dalla macchinetta all’addetto della”Custom and Immigration Office” che mi rivolge, come se fosse una colpa, perché ho un visto vero e non l’Esta. Gli rispondo che son stato in vacanza in Iran. Lui sgrana gli occhi come se gli avessi risposto “perché sono stato all’inferno”. Comunque mi timbra il passaporto e potrei restare per sei mesi. Son fuori! Ai taxi non c’è nessuno e, su un vero Yellow Cab entro in Manhattan. La mia prima volta.