La pioggia scrosciava sulla stazione di Roma Tiburtina, rendendo l’asfalto lucido come specchi incrinati. I treni erano fermi, bloccati da un blackout che aveva paralizzato l’intera rete ferroviaria italiana. Ufficialmente, si trattava di un incidente: un chiodo piantato nel posto sbagliato. Ma nelle ombre della stazione, si muovevano forze che raccontavano una storia molto più complessa.
Dietro un pilastro semi-nascosto, il colonnello Jakob Linder accese l’ennesima sigaretta. Conosciuto per il suo passato nei servizi segreti tedeschi, Linder era abituato a scenari da Guerra Fredda, non a intrighi moderni. Eppure, c’era qualcosa in questo blackout che lo tormentava. Un semplice errore non poteva aver causato un tale disastro, e il tempismo era perfetto per chi volesse colpire l’Italia al cuore delle sue infrastrutture.
Non lontano, Elena Rossi osservava la scena con occhi vigili. Ufficialmente era un’ingegnere del Ministero dei Trasporti, incaricata di sorvegliare il lavoro della ditta subappaltarice, ma il suo vero compito era più oscuro: agente dei servizi segreti italiani. Aveva ricevuto un messaggio criptico quella mattina, poche ore prima del blackout, e ora si trovava lì per capire se dietro tutto c’era un complotto più grande del chiodo che i poliziotti cercavano alacremente.
Mentre Linder e Rossi si muovevano tra le ombre, un altro attore stava per entrare in gioco. Victor Kovalenko, ex killer del KGB, ora mercenario, si trovava a Roma quando il blackout aveva colpito. Il suo incarico era chiaro: eliminare un bersaglio specifico. Ma c’era una condizione: doveva far sembrare tutto un incidente. Il blackout e le farneticanti spiegazioni del ministro (che avrebbe dovuto essere) competente era l’occasione perfetta per coprire le sue tracce.
La situazione si complicava ulteriormente con l’arrivo di un altro personaggio: John Hastings, un consulente in sicurezza cibernetica del Regno Unito. Hastings era stato chiamato per analizzare il problema tecnico della sproporzione fra causa (chiodo) ed effetto (blocco totale della rete ferroviaria) ma sotto la sua copertura ufficiale si nascondeva un altro mandato: indagare su una potenziale infiltrazione russa nei sistemi digitali italiani. Sapeva che il blackout non poteva essere solo un errore tecnico. L’Italia era sotto attacco, favorita dalle continue assenze dei responsabili del Ministero, ma non era ancora chiaro chi fosse il mandante.
Le ombre si allungavano sulla stazione mentre Linder e Rossi si incrociavano per la prima volta. “Colonnello,” disse lei, senza bisogno di presentazioni. Lui annuì, espellendo lentamente il fumo della sigaretta. “C’è di più dietro questo blackout, lo sai,” disse Linder “ci sono i prodromi del Nuovo Ordine Mondiale”. Rossi annuì, tirando fuori un piccolo dispositivo di comunicazione cifrato. “I nostri sistemi sono stati compromessi. Abbiamo ricevuto segnalazioni di attività anomala nei giorni precedenti, ma non avevamo idea di quanto fosse grave.”
Nello stesso momento, Kovalenko osservava la scena attraverso un binocolo da una finestra lontana. Il suo bersaglio era Linder. Un uomo scomodo, che sapeva troppo sui legami tra vecchi agenti della Stasi e alcuni oligarchi russi. Kovalenko non si faceva scrupoli, e la pioggia battente era solo un dettaglio. Prese posizione, pronto a sparare.
Mentre Hastings lavorava per accedere ai server della rete ferroviaria, una sensazione di disagio lo pervase. Qualcosa non quadrava. I segnali di intrusione non erano quelli di un hacker dilettante. C’era una firma digitale che gli sembrava familiare, un modus operandi che aveva già visto in passato in operazioni segrete dell’FSB. “Questa non è solo una questione tecnica, c’è puzza di felpe e mojito” mormorò a sé stesso, mentre cercava di isolare la fonte dell’intrusione.
Intanto, Rossi ricevette un messaggio cifrato dal quartier generale: “Kovalenko è nel paese. Obiettivo: Linder.” Il cuore le batté forte. Kovalenko era una leggenda nei circoli dell’intelligence, conosciuto per la sua letalità e per la sua abilità nel far sembrare ogni omicidio un incidente. Doveva agire in fretta.
Un colpo secco rimbombò nella notte. Kovalenko aveva sparato, ma la pioggia e l’oscurità lo avevano tradito. Linder crollò a terra, ma era solo ferito. Rossi corse verso di lui, mentre Kovalenko svaniva tra le ombre.
La stazione era in preda al caos. Le autorità tentavano di ripristinare l’ordine, ma la verità dietro l’incidente restava sepolta sotto uno strato di chiodi, segreti e bugie. Hastings riuscì a scoprire la “copertura” attuata dai sabotatori per far sembrare l’accaduto un semplice errore tecnico: un gruppo di operai, guidati da un geometra che si spacciava per azienda ad altra specializzazione tecnologica che faceva affari in Italia offrendo il massimo ribasso alle aste.
Tuttavia, la vera minaccia non era finita. Mentre il blackout veniva risolto e i treni tornavano in funzione, un altro piano, ancora più pericoloso, si stava già mettendo in moto nell’ombra: una bionda agente segreta dell’est, sotto le mentite spoglie di una imprenditrice meridionale di moda nuziale stava maneggiando per minare le basi della cultura italiana intrufolandosi, con le arti femminili, fra i responsabili del ministero.
Ma questa è un’altra storia. … ancora non conclusa, come quella del chiodo e del Bayesian
Storia di pura fantasia scritta con l’intelligenza artificiale (anche le immagini)
L’affondamento del panfilo di lusso Bayesian, dal 19 agosto scorso, contina a tenere banco sui giornali per il mistero che lo circonda. Dalle personalità finanziarie e “politiche” morte nel naufragio al parossismo raggiunto sulla riservatezza dei naufraghi che nessuna TV pubblica o privata è riuscita non dico ad intervistare, ma neppure ad inquadrare.
Spesso leggiamo di segreti, di spy story e di misteri legati a questo affondamento.
Da ultimo un articolo de “il Post” di ieri che aggiunge nuove ipotesi e si conclude con una frase che desta molta attenzione “La Marina Militare italiana ha disposto di sorvegliare il tratto di mare dove si trova il relitto perché al suo interno ci sono documenti riservati oltre a hard disk che appartenevano a Mike Lynch, le cui aziende hanno spesso collaborato con i servizi di intelligence di vari paesi, tra cui il Regno Unito, gli Stati Uniti e soprattutto Israele.”
Visto che tutti hanno detto di tutto, dico anche io la mia, frutto di approfondite ricerche oniriche e di molte letture di spy stories.
Il **Bayesian** era un panfilo di lusso noto per la sua eleganza e la sua imponente stazza. Di proprietà di Mr. Jonathan Lynch, un potente finanziere britannico, il yacht era il simbolo del suo successo. Ogni anno, Mr. Lynch organizzava una crociera esclusiva nel Mediterraneo, invitando solo l’élite globale: magnati, politici e figure di spicco del jet-set internazionale. Tuttavia, l’ultimo viaggio del Bayesian sarebbe diventato una tragedia di intrighi e tradimenti, che ricorda molto da vicino l’instaurazione di un Nuovo ordine Mondiale.
L’estate del 2024 era calda, e il Bayesian salpò dal porto di Monaco verso una destinazione segreta, promessa di una festa indimenticabile. A bordo, tra calici di champagne e risate, nessuno sospettava che quel viaggio sarebbe stato l’ultimo.
Mr. Lynch, ignaro di ciò che stava per accadere, si godeva la crociera in compagnia della sua giovane moglie, Vanessa. Ma tra gli invitati c’erano due figure misteriose: Alexander Volkov, un ex-agente del KGB ora mercenario, ed Elara, una killer su commissione nota per i suoi metodi impeccabili. Entrambi erano stati ingaggiati per uno scopo preciso: eliminare Mr. Lynch e affondare il Bayesian, rendendo il tutto un incidente senza testimoni.
Dietro l’intrigo si celava un cartello finanziario rivale, deciso a distruggere Lynch prima che potesse rivelare informazioni compromettenti su una rete globale di corruzione e riciclaggio di denaro. Quella notte, mentre il panfilo solcava le acque calme del Mediterraneo, il piano entrò in azione.
Volkov, con la sua esperienza da sabotatore, si intrufolò nella sala macchine. Con precisione chirurgica, manomise i sistemi di controllo, innescando un malfunzionamento nei motori principali e nei serbatoi di carburante. Al contempo, Elara si avvicinò alla cabina di Mr. Lynch. Fingendosi un’ospite affascinata dalle sue storie di finanza, riuscì a entrare in confidenza. Quando furono soli, estrasse un sottile coltello avvelenato e lo colpì al cuore, uccidendolo all’istante.
Nel frattempo una improvvisa (?) tempesta cominciò ad imperversare nella zona. Il Bayesian, ferito nella sua tecnica, iniziò a sbandare, con le luci che tremolavano e gli allarmi che suonavano. Gli ospiti, presi dal panico, corsero sul ponte mentre il panfilo cominciava ad affondare rapidamente. Volkov ed Elara, approfittando del caos, si lanciarono in mare su un piccolo gommone, sparendo nell’oscurità.
Il giorno dopo, solo detriti e qualche corpo galleggiavano sulle onde. Il corpo di Mr. Lynch fu trovato nelle sue stanze, ufficialmente dichiarato vittima di un infarto durante il naufragio. Le vere cause del disastro rimasero un segreto, nascosto tra le acque profonde del Mediterraneo, dove il Bayesian e i suoi segreti erano persi per sempre.
Nel 1949 George Orwell pubblicò “1984”, un romanzo distopico incentrato sulle conseguenze del totalitarismo, sulla sorveglianza di massa, sulla repressione delle libertà e l’irreggimentazione del popolo e dei comportamenti all’interno della società in cui la Storia veniva continuamente riscritta.
Il riscrivere la Storia è un vizio comune anche oggi e lo sarà anche nel futuro. Alla luce dei tristi avvenimenti bellici di questi mesi, ho provato ad immaginare un libro di storia scritto nel 2060 per gli studenti liceali di quell’epoca:
Anno 2060. Estratto da un libro di storia per i licei di un qualsiasi Paese occidentale.
Trentacinque anni fa nella odierna florida zona che si affaccia sulla sponda est del Mediterraneo c’erano diversi e ormai scomparsi Paesi accanto alla odierna potenza leader della zona, Israele. Erano Stati quasi tutti non riconosciuti dall’Ordine Mondiale, come la Palestina, divisa in due e governata da bande criminali come Hamas e l’OLP. I suoi abitanti non facevano rendere bene quella terra finché non furono affiancati da esperti e generosi coloni israeliani. C’era il Libano, uno Stato arlecchino in cui le cariche politiche erano distribuite secondo la religione. In questo Stato, ormai scomparso, spadroneggiava un’altra banda di criminali, chiamata Hetzbollah.
Gli abitanti di Palestina e Libano subivano passivamente il giogo di questi criminali, diventandone, quindi, complici da eliminare anche essi, uomini, donne o bambini che fossero.
Finalmente, nel 2024, prendendo spunto da una strage avvenuta l’anno prima ai danni di un migliaio di ebrei, la coalizione dell’Ordine Mondiale scelse il popolo eletto di Israele come spada per pacificare la zona ancora sottratta agli affari e ai soldi del “nuovo benessere”.
Gli israeliani, appoggiati dalle armi americane, inglesi, ma anche giordane, saudite e dal silenzio di altri Paesi arabi sunniti in pochi mesi distrussero le bande criminali di Hamas e di Hetzbollah e, allo stesso tempo, una larghissima parte di inaffidabili palestinesi, le cui perdite furono chiamate “lievi danni collaterali”.
Anche l’altro Paese sciita della zona, quello che si chiamava una volta Iran fu ridotto a più miti consigli e sotto l’impulso del “popolo eletto” e dei circostanti Stati sunniti, riassunse lo antico nome di Persia e, sotto l’illuminato regno di Reza Ciro Palavi, è tornato a pieno titolo nel consesso dei giusti.
Per questo oggi l’Ordine Mondiale governa tranquillamente sulla nuova Regione Mediorientale, ormai florida, economicamente ricca, aperta al commercio e ad assorbire far fruttare i soldi dei banchieri americani ed europei.
In un’altra parte del mondo in fibrillazione, il nuovo Presidente USA Donald Trump si impegnò molto a far comprendere all’ex attore Zelensky che non era più su un palcoscenico e che la Grande Madre Russia andava amata e rispettata. Alla fine Zelensky andò al Cremlino ad omaggiare l’altro Eletto, Vladimir Putin, riconsegnandogli praticamente tutta l’Ucraina e divenendo un suo fervido ammiratore. In cambio ne ricevette la nomina a Primo Intrattenitore di Corte in Siberia.
Alla luce di questi avvenimenti avvenuti poco più di trenta anni fa, voi giovanistudenti di oggi potete tranquillamente viaggiare in quelle regioni e goderne le moderne meraviglie costruite dal Nuovo Ordine Mondiale.
Uffa, la sveglia, non la sopporto. Stavo sognando un meraviglioso pic-nic sul prato con i bimbi che rotolavano sull’erba ed, insieme alla tua compagna, ti strappavano tutte le coccole di questo mondo; poi li prendevi sulle spalle e facevi la corsa del cavallo. No, invece, bip bip bip, sempre più forte, BIP BIP BIP, manca un quarto alle sette, basta sognare, la realtà ti riprende e ti rivuole.
E’ inverno, è ancora buio, mi alzo, vado in bagno. No non è giorno di doccia. Solo fra qualche giorno sarà il mio turno. Lo spray pulente mi avvolge il corpo; inquinerà, ma tanto ormai…. Colazione. La porzione standard ha l’etichetta “Colazione rustica al prosciutto”, apro il forellino, ci metto 10 cc di acqua riciclata, e lo infilo nel microonde, lo scarto e addento il contenuto: chissà qual era, una volta, il sapore del prosciutto, mi pare si facesse con la coscia dei maiali, mi pare. Altri 10cc di acqua riciclata partono per render liquida la polvere di caffè. Caffè? Si, vabbè, chiamiamolo caffè. Devo stare attento, la mia razione mensile di acqua riciclata sta per finire.
Quasi con sollievo mi metto la tuta da esterno e, sul telefonino, leggo l’ultimo bollettino della Protezione civile sull’epidemia. I casi sono aumentati ulteriormente, l’indice ErreTiConZero è a 4,5. Consigliano la mascherina TT2 con filtro ai carboni attivi, occhiali grandi aderenti, tuta usa e getta in TNT sanificato e visiera trasparente. Posso uscire dalla mia “unità 345-B-8108, safe”.
Il dilemma di ogni mattina. Prendere la metropolitana superaffollata e rischiare un contagio, ma fare prima, oppure andare al lavoro a piedi, 6 chilometri, un’ora e mezzo, salutare ma stancante. Scelgo la metro, tanto lungo la strada a piedi non ci sono più bar aperti per un cappuccino e una chiacchiera col barista, ormai ricordi di gioventù. Il rischio in metropolitana è alto, ma, ormai, la vita è solo un peso, la percentuale di suicidi aumenta del 100% l’anno.
Soliti avvisi. “Le carrozze hanno già raggiunto la capienza massima permessa del 30%. State indietro e distanziati. Il prossimo convoglio sarà qui a minuti”. Intanto la folla aumenta e, finalmente al terzo tentativo riesci a entrare nella carrozza. Le porte si chiudono e si aprono gli ugelli che ci aspergono di disinfettante nell’illusorio tentativo di neutralizzare il virus che può annidarsi sulle nostre tute.
Entro nel palazzone dove svolgo le mie mansioni lavorative. Sono assegnato alla “Bolla 203”: prima di entrare uno scanner mi rileva la temperatura corporea, passo il dito su una punta e la gocciolina di sangue viene analizzata istantaneamente. Il doppio esito negativo mi consente di entrare nella “Bolla 203” dove posso togliermi occhialoni e tuta da esterno e posso indossare una mascherina più leggera. I colleghi sono sempre gli stessi, solo con loro posso interagire, ma in tre mesi, “quelli della bolla 203 sono diminuiti di 23 unità. Ormai non si chiede più perché Tizio non c’è, si sa. Si sa che è stato contagiato e ora lotta fra la vita e la morte.
Il lavoro è pesante, una volta c’erano i computer, ora i faldoni cartacei la fanno da padrone. Non ho altro desiderio di tornare nella mia “unità 345-B-8108, safe” per l’unico momento bello della giornata.
Torno, mi “igienizzo”, e accendo il computer: Skype, Zoom, Google meet sono gli unici strumenti che mi permettono di parlare con qualcuno senza il diaframma della mascherina e degli occhialoni. Vabbè, c’è il diaframma dello schermo, ma ormai la realtà virtuale è più reale di quella reale.
“Ciao Giovanna, stai bene, vero, stai ancora bene, vero?”. Il volto di Giovanna si appalesa sullo schermo, bello e sorridente. Il rossetto ocra scuro, ultima moda, risalta e risplende con tutto il glitter che contiene. Sì, la bocca degli altri, questa sconosciuta. Sottile o carnosa, denti sporgenti o a paletta; labbra protese per un bacio virtuale o dure per un discorso serio. Chi l’avrebbe mai detto che le labbra sarebbero diventate un “oscuro oggetto del desiderio”, nascoste alla vista come il seno, come la vagina; le labbra come strumento femminile della seduzione, scoperte e disvelate solo nell’intimità di Skype o di Zoom.
Le conversazioni via Skype o Zoom seguono sempre lo stesso rituale. Dopo il come stai? Domanda retorica visto che l’immagine che rimanda lo schermo è di una persona sana, dopo i soliti convenevoli, le domande stupide sul “cosa fai?”, inutile, vista la vita che facciamo tutti, si comincia invariabilmente a tornare indietro nel passato.
“Ti ricordi come eravamo stupidi allora, all’inizio del 2020, quando guardavamo di sfuggita i telegiornali e confinavamo quell’epidemia cauta da quel virus, come si chiamava? Ah sì, Covid-19, solo in Cina? Ti ricordi quando all’inizio di marzo di quell’anno ci siamo tutti buttati sugli impianti di risalita perché non potevamo rinunciare alla domenica sugli sci?”.
Le labbra piene di glitter si strinsero in un sorriso forzato, ma poi si mossero per ribattere, un po’ incerte perché gli anni passati da quegli avvenimenti rendevano confusi i ricordi. “Sì, mi ricordo, ero bambina, ma mi ricordo che non potevamo uscire e cantavamo sui balconi, era marzo, la primavera e l’estate stavano arrivando. Sì, fammi fare una citazione, Quos vult Iupiter perdere, dementat prius, eravamo in una follia collettiva. Ricordo vagamente che in estate il contagio del Covid-19 si abbassò. L’abbiamo sconfitto, pensammo tutti. Sì, tana libera tutti, e tutti al mare, tutti in discoteca, tutti a riunirci nei luoghi deputati, i navigli, il Pantheon, i murazzi, perché eravamo liberi per adorare il moloch dell’epoca, una bevanda arancione, alcoolica, da sorbire in quanta più compagnia possibile, per stare vicini, per toccarsi per abbracciarsi per baciarci”.
Il ricordo lontano mi faceva male, perché, essendo un po’ vecchietto, avevo vissuto gli avvenimenti in prima persona. Me lo ricordo bene: il rito dell’aperitivo in compagnia era più vincolante dei riti religiosi, ancora più vincolante del tentacolarsi in discoteca con quanta più gente possibile; amici e non amici. Al ritmo della disco music fu “obbligatorio” in quella lontana estate, affermare con il comportamento che “qui di Coviddi non ce n’è!”.
La gara ai ricordi di quell’anno sciagurato si faceva serrata, anche perché, comunque, allora la situazione era aurea rispetto a quella attuale. In quell’estate si andava al mare, si andava a mangiare in luoghi pubblici: esistevano i ristoranti. Quindi ricordare l’anno in cui tutto iniziò significava ricordare comunque un tempo migliore.
“Ma, ti ricordi, Giovanna, cosa successe dopo quell’estate di follia?”
Le labbra glitterate si contorsero in una smorfia.
“Certo che me lo ricordo. Ad ottobre, appena aperte le scuole, la curva dei contagi ebbe una impennata sconvolgente. Da poche centinaia di casi al giorno arrivammo a più di 40.000 casi al giorno e a circa 800 decessi quotidiani”
Poca roba rispetto ad oggi, pensai. Bastò un provvedimento molto soft del Governo che divise l’Italia in tre colori. No, non bianco, rosso e verde, ma giallo arancione e rosso, secondo la gravità crescente della situazione. Provvedimento soft, perché anche se nelle zone rosse era vietata la circolazione, le deroghe erano talmente tante che l’unica certezza era che non si poteva andare al ristorante. Bastò questo provvedimento soft perché i contagi si dimezzassero e, allora, accadde il vero casino.
Da una parte la situazione epidemiologica migliorava ma…….. ma stava arrivando Natale. Natale, ricordi di quando ero bambino. Rito pagano, non religioso, corsa ai negozi, regalini, corsa verso gli altri. L’imperativo era “incontra quante più persone puoi” oppure “il giorno di Natale a tavola con tutta la famiglia quanto più allargata possibile”, dieci, venti persone attorno a un tavolo, senza mascherina protettiva (allora si usava un tipo primitivo, detto “chirurgica”) che vociavano, si alitavano in faccia, si scambiavano i piatti comuni. Sì, questo, in anni lontani era la tradizione natalizia. Comportamenti non proprio in linea con quella che, allora, era una debole pandemia. Ma il Natale “valeva” 20/30 miliardi di fatturato fra regali e agroalimentare. Un Paese con un debito pubblico mostruoso non poteva permettersi di farne a meno. Un Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, un DPCM, quanto mai vago, contraddittorio e impreciso, allargò la stretta degli spostamenti: molte regioni, al secondo giorno di miglioramento, furono promosse in una fascia più libera, i negozi riaprirono per permettere i regali natalizi. Il solito caos del Natale di quei tempi, insomma. Poi, con la scusa dell’inviolabilità del domicilio, solo raccomandazioni, puntualmente disattese, sul numero dei commensali dell’allora tradizionale Pranzo di Natale.
L’immagine delle labbra tirate di Giovanna che soffiava via i brillantini del glitter mi distolse dai miei pensieri, la sua voce dura di più. “E tu ricordi che oltre al natale ci fu di più?”
Fu, quello, l’inizio della fine. Il combinato disposto Feste di Natale/riapertura impianti sciistici scatenò la terza ondata. La curva del contagio risalì in verticale e l’indice ErreTiConZero schizzò in alto. Il Governo provò con sei Decreti ristori a tappare le falle economiche provocate con l’inevitabile ulteriore lockdown durissimo, ma i miliardi in deficit superarono quelli attesi con il Next Generation EU.
Fu imposta una patrimoniale che, ovviamente, pagarono sempre i soliti percettori di reddito fisso, quelli che, dileggiati per non aver perso nulla durante i lockdown, con le loro tasse avevano consentito l’erogazione dei ristori ai lavoratori autonomi.
Successe, allo Stato italiano, quello che accadde, dopo il 1989 (ma forse siete troppo giovani per ricordarvelo) all’impero sovietico. Semplicemente si dissolse. I suoi gangli vitali furono preda di spregiudicati gruppi privati che, semplicemente, si sostituirono allo Stato imponendo la loro semplice e pura logica dell’assoluto profitto: se potevi (profumatamente) pagare, avevi le prestazioni. In caso contrario ti arrangiavi. I sindacati furono aboliti; chi lavorava era un privilegiato. D’altronde, vista la corsa della pandemia, rinforzata da nuovi virus, era un privilegiato chi rimaneva in vita.
Eppure nei collegamenti Skype e Zoom quei tempi ormai lontani erano ricordati con nostalgia. Le mascherine erano solo un velo, non si poteva uscire ma si usciva, i contatti interpersonali, comunque, c’erano. E c’era l’acqua a volontà e il cielo era azzurro. E c’era l’aria e c’era la voce, dal vivo, degli altri.
“Ciao Giovanna, ti vedo in forma, spero di risentirti domani”
“Ciao Sergio, anche tu mi sembri in forma, ci sentiamo domani?”
“No, Giovanna, domani è il 25 dicembre, una giornata piena al lavoro, non penso di farcela, ci sentiamo più in là, stammi bene”