Carico residuale, Mancanza di richiesta di soccorso, Non hanno chiesto aiuto, In quelle condizioni di mare non si sale su una barca malmessa, Non si rischia la vita dei figli col mare mosso, Io sono stato educato alla responsabilità, Mi chiedo cosa posso fare io per il mio Paese o per il Paese che mi accoglie, Fermatevi, Non partite, vi veniamo a prendere noi, Daremo la caccia agli scafisti in tutto il globo terracqueo, Faremo entrare 500.000 migranti in un anno, Ricorreremo ai corridoi umanitari, È stato un incidente: può succedere, Balliamo cantando la canzone di Marinella una ragazza che annega.
I motivi sono noti. I nove gestori ai quali lo Stato ha appaltato lo Spid (qui la storia: https://it.wikipedia.org/wiki/SPID) battono cassa. I ricavi dell’incremento di traffico derivante dall’essere gestore non compenserebbero i costi.
I contratti scadono il 22 aprile 2023, ma è improbabile che Spid si fermi, almeno fino a giugno: non si possono lasciare in braghe di tela 23 milioni di italiani che lo usano con soddisfazione.
Voci vere? Proclami? Intenzioni destinate, come tante, a perdersi?
Chissà. Vediamo intanto come funziona ora la identità digitale. Già oggi siamo abituati a vedere sui nostri computer la richiesta “vuoi entrare con SPID, con la CIE, o con la Carta Nazionale dei Servizi (CNS)?”.
Scelta multipla, ma non sempre la sovrabbondanza è sintomo di efficienza.
Partiamo dal più conosciuto, lo SPID. Ci sono nove gestori che, con varie modalità, rilasciano le credenziali. La parte del leone la fa Poste italiane, con circa il 72% di rilasci, fra cui il mio. Per questa ragione, quando parlo di SPID mi riferirò sempre a quello rilasciato da Poste italiane.
Ovviamente, in questo post, non mi occuperò delle modalità di rilascio, bensì solo del suo funzionamento.
Per entrare nei siti delle Pubbliche amministrazioni che lo richiedono, con SPID c’è bisogno solo del telefonino, uno smartphone e non è necessario che sia di ultima generazione, e dell’APP “poste id”, oppure del telefonino dotato di lettore QrCode e del Computer.
Le modalità sono, infatti, diverse se si chiede l’accesso in mobilità dal telefonino o , a casa, davanti al computer.
Primo caso, siamo fuori casa e abbiamo solo il telefonino. Il sito che vogliamo aprire (es. Agenzia delle entrate, INPS etc.) ci chiede come vogliamo entrare (SPID, CIE, CNS), indichiamo SPID, e scegliamo, dall’elenco che si apre, il nostro gestore. Io scelgo Poste italiane e mi viene chiesto l’indirizzo di posta elettronica e la password SPID rilasciata da poste, ovvero di procedere con l’app “poste id”. Con l’app si salta un passaggio, ma il risultato è lo stesso: si apre l’app e devi inserire il “codice poste id” che ti fa autorizzare l’accesso al sito richiesto.
Se, invece stai a casa, davanti al tuo desktop, hai una ulteriore possibilità: la richiesta di accesso tramite Poste italiane provoca l’apertura di una pagina ove, sulla sinistra, c’è la consueta richiesta di user id (indirizzo di posta elettronica) e di password; sulla destra c’è un QrCode, che inquadrato con il lettore inserito nell’app “poste id” provoca la richiesta di inserimento del “codice poste id” e l’accesso al sito richiesto.
Come si vede, abbastanza comodo e funziona, senza tralasciare che Poste italiane ha “integrato” lo Spid con altri servizi ed App, come BancoPosta, Postepay, Ufficio postale.
L’unica cosa è ricordare, se si è utenti di Poste italiane, la differenza fra tre “password”: la password per accreditarsi nel sito di Poste Italiane, la password per chiedere l’attivazione dell’accesso con SPID e il “codice poste id”. Tre password diverse che (solo le prime due) per ragioni di sicurezza Poste Italiane ti chiede di cambiare ogni qualche mese.
Ma anche deteriorando artificialmente la carta di identità cartacea (attenzione: è reato!) non si è certi del risultato: la lista di attesa per un appuntamento, in alcuni Comuni, è lunga anche diversi mesi.
Abbiamo ora la CIE. Come si entra con questo mezzo? Anche qui in modo differente a seconda se si stia davanti ad un desktop o si sia in movimento con lo smartphone.
Compiuta questa impresa, il resto è più semplice: quando si sceglie come metodo di ingresso nei siti della Pubblica amministrazione quello tramite CIE, basta inserire la CIE nel lettore e “si entra!”.
Se si vuole usare lo smartphone il percorso è diverso: la scelta di entrare con la CIE provoca l’apertura sullo schermo del telefonino di una pagina che chiede di inserire le ultime 4 cifre (di otto) del PIN che vi hanno dato (cartaceo) quando vi hanno consegnato la CIE e, poi, completata con successo questa operazione, di poggiare la CIE sul retro dello smartphone e muoverla fino a che si sente una vibrazione, segno che la CIE ha “incontrato” l’antenna NFC. Eh, sì, il vostro telefonino deve avere l’opzione Near Field Communication (NFC) compresa nel suo “motore” ed attivata. Anche se il vostro telefonino è dotato di questa opzione (ma solo quelli più vecchi di cinque anni non ce l’hanno) è probabile che se la cover del telefonino e/o la custodia in cui conservate la CIE siano troppo “isolanti” dovrete toglierle ritrovandovi fra le due mani telefonino, CIE, cover e custodia CIE.
Non è finita: dopo aver avvertito la vibrazione (il segno di contatto) bisogna mantenere ferma la CIE sul retro dello smartphone per circa venti secondi per completare l’identificazione. Alla fine sarete trasferiti alla pagina della P.A. richiesta.
Un po’ più complicato dello SPID, non trovate? Oltretutto, rispetto allo SPID che si usa anche con il solo telefonino, qui avete bisogno sempre di un altro elemento materiale (la CIE), di un lettore di card specifico e della presenza dell’NFC sullo smartphone. Forse più sicuro? Non lo so.
La terza modalità di ingresso, la Carta nazionale dei servizi (CNS), ossia la tessera sanitaria che tutti abbiamo, deve considerarsi ormai superata. Da settembre del 2022 il ministero dell’Economia, stante la crisi dei semiconduttori la rilascia senza microchip, rendendo quindi impossibile qualsivoglia suo utilizzo per collegamenti informatici. Anche quella con il microchip, per essere utilizzata come CNS doveva essere “attivata” dalla ASL di competenza dopo una via crucis burocratica.
Questo è il panorama attuale, con la stragrande maggioranza degli italiani che ogni giorno usa lo SPID ed una piccola minoranza usa la CIE. Con tutti i problemi che abbiamo, lo smantellamento di una identità digitale che funziona (lo SPID) per sostituirla con chissà che cosa era proprio in cima alla lista delle priorità italiane?
Certo i furti di identità aumentano e costituiscono un bel problema, ma – nella maggior parte – derivano da incuria e sbadataggine degli utenti che, senza ritegno, pubblicano sui social anche le cose più intime.
Da quello che ho scritto e da quello che constatate ogni giorno, anche utilizzare il facile SPID fu, in principio, complicato, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine e i milioni di accessi giornalieri lo confermano. Certo, tutto può esser migliorato, ma perché iniziare da qualcosa che funziona? So che bisogna spendere i soldi del PNRR dedicati alla digitalizzazione, ma perché non impiegarli in qualcosa che di miglioramenti – specie in alcune regioni – ne ha bisogno, come il fascicolo sanitario elettronico (FSE)? Uno strumento che dovrebbe rendere al medico tutta la vita sanitaria del paziente, ma che, ancora – per molte prestazioni – ha bisogno dell’inserimento dati da parte dell’utente e che non serve a nulla se l’utente ha bisogno di una prestazione di urgenza (pensiamo ad un incidente stradale) fuori dalla sua regione, in quanto consultabile solo dai medici della regione dell’utente?
Ho paura che sia solo unmodo per gestire appalti. Questione di soldi, insomma.
Certo che questo Governo appare alquanto strampalato. Alcuni suoi provvedimenti sono privi di logica o perseguono una logica tragica per la Nazione. Non parliamo poi delle dichiarazioni dei suoi esponenti che farebbero minor danno a tacere.
Ma la realtà supera la fantasia con provvedimenti che dicono e non dicono, e, nel silenzio, lasciano intravvedere qualcosa di molto pericoloso. Ricordate il testo del Decreto legge sui Rave Party dove i Rave Party non erano nominati ma poteva applicarsi anche alle manifestazioni (e botte) delle università?
A proposito delle università…. A Firenze il 18 febbraio si pestano studenti di idee politiche contrapposte: non è chiaro chi abbia iniziato, se quelli di sinistra per impedire un volantinaggio di quelli di destra o quelli di destra a cui non piacevano quelli di sinistra. Quelli di sinistra hanno avuto la peggio. Chi, come me, ha i capelli bianchi, di scene come questa, negli anni ’70, ne ha viste tante: botte per motivi politici ci son sempre state. Che i ragazzi si interessino di politica è cosa buona e giusta, che si trascenda in forme violente è sbagliato. La violenza va sempre condannata. Una preside fiorentina ha scritto ai suoi studenti stigmatizzando la violenza, ma ancor di più il silenzio del Governo sull’accaduto. Ha, in pratica, ricordato che il fascismo iniziò non con la marcia su Roma, ma con i manganelli e l’olio di ricino mai condannati da chi allora era al Governo.
Era una buona occasione per il Governo di un Paese che, nella Costituzione, contiene il bando del fascismo di uscire dal silenzio e appoggiare la preside nel suo sforzo educativo.
E il ministro dell’istruzione parlò. Ma parlò per condannare la lettera della preside, giudicata inopportuna e minacciando provvedimenti contro di lei se avesse continuato. Tipico discorso dei tempi andati, quello di minacciare chi esprime le proprie idee. Se stava zitto avrebbe fatto miglior figura: sono partite svariate petizioni che hanno raccolto migliaia di firme a sostegno della preside e il caso è diventato nazionale accrescendo di molto il clamore.
L’Italia, lo sappiamo, ha quasi ottomila chilometri di coste e spiagge alle quali ambiscono indigeni e turisti. E – ovviamente – nel nostro Paese c’è una anomalia tutta nostra. Ho visitato le spiagge francesi, spagnole, greche, tutte spiagge libere. Gli “stabilimenti” ci sono, ma limitati ad una piccola fetta di spiaggia in prossimità della strada costiera dove offrono i loro servizi come ristoranti, spogliatoi, bar. Il resto è spiaggia libera. Da noi, invece, lungo la strada costiera una lunga fila di stabilimenti contigui, senza alcuno spazio fra di essi per accedere alla spiaggia: la loro concessione arriva fino ai canonici cinque metri dalla battigia nei quali non è permesso sostare. Un affare da milioni di euro; sapete benissimo quanto costi un giorno di lettino e ombrellone. Ma da questo “grande affare” lo Stato ricava solo pochi spiccioli perché i canoni delle concessioni sono bassi e fermi da anni favorendo in modo abnorme chi la concessione la ebbe a suo tempo.
Per accontentare chi li ha votati, il Governo costringerà tutti noi a pagare per l’infrazione comunitaria come successe per le quote latte.
Poi ci sono gli svarioni. Il Governo ce l’ha a morte col reddito di cittadinanza. Non mi esprimo sul merito. Ma, nella sua furia iconoclasta cosa fa il Governo? Nella legge di Bilancio 2023, al comma 318 dell’articolo 1, dispone “318. A decorrere dal 1° gennaio 2024 gli articoli da 1 a 13 del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 marzo 2019, n. 26, sono abrogati.” Bene. Abrogato il reddito di cittadinanza, ma abrogando gli articoli da 1 a 13, il Governo ha abrogato anche le sanzioni per i “furbetti” che hanno ottenuto il beneficio senza averne i requisiti. Un gigantesco condono. Abrogate le norme (articoli 7, 7bis e 7ter, non ci sono più le sanzioni per chi ha imbrogliato. E non è finita. Nella sua costruzione il reddito di cittadinanza, assumendo il nome di pensione di cittadinanza (art.1 del D.L.), sostituiva quello che una volta si chiamava pensione sociale. Abrogato anche quello: i vecchietti indigenti non avranno più un sostegno dallo Stato. Vedremo che farà il Governo.
Ma non è finita qui. Sull’assenza di assistenza al barcone prima dell’impatto, il Governo si è trincerato dietro le condizioni del mare forza 6/7 che avrebbero impedito l’uscita dei mezzi SAR della Capitaneria di porto. Valutazioni discrezionali. Ma c’è un ex medico della Polizia, ora impegnato nelle associazioni di volontariato e soccorso che la pensa diversamente: “abbiamo compiuto salvataggi con condizioni di mare peggiori!”. Che fa il ministro? Usa il metodo Valditara. Un giornale riporta, virgolettate, le sue dure parole desunte da una agenzia: «il Viminale sottoporrà all’Avvocatura dello Stato le gravissime false affermazioni diffuse da alcuni ospiti in occasione della trasmissione “Non è l’Arena” al fine di promuovere in tutte le sedi la difesa dell’onorabilità del governo, del Ministro Piantedosi, di tutte le articolazioni ministeriali e di tutte le istituzioni che sono da sempre impegnate nel sistema dei soccorsi in mare». Il Giornalista Enrico Mentana sottolinea “A me queste sembrano minacce!”.
Ho paura che queste “cronache” continueranno, perché la nostra memoria è sempre più corta ed è meglio che certe cosse vengano fissate per esser ricordate, nel bene e nel male.
A Roald Dahl, in nome del “politically correct”, la casa editrice Penguin ha censurato alcune frasi sostituendole con altre più consone alle nuove tendenze inclusive e non discriminatorie.
Mi sono divertito a immaginare cosa possa pensare un editore che segua questa follia del riscrivere la storia nel ripubblicare il celebre racconto di Hennerst Hemingway “Il vecchio e il mare”.
No, “Il vecchio e il mare” di Hernest Hemingway non va. Il titolo non è politically correct. Nella prossima ristampa bisognerà cambiarlo.
Usare il termine “vecchio” è discriminatorio. Potrebbe essere “Il meno giovane e il mare”. Hmmmm. “Il meno giovane” pure è divisivo: presuppone una scala di valori fra più e meno giovani. Io direi “l’uomo e il mare..” . No, è maschilista: senti, poi, quello che diranno quelle di “Me Too”… “
Ecco: “La persona e il mare” .
Ma nemmeno questo è inclusivo perché esclude laghi e fiumi.
Potremmo titolarlo “La persona e l’acqua”,
Non si opporranno i sostenitori della montagna?
Facciamo così: “La persona e quella parte della Terra coperta di acqua”.
Alla vigilia di una possibile doppietta in Lombardia e nel Lazio nelle elezioni regionali cosa è successo di nuovo?
I fuochi artificiali più evidenti sono nella nuova brutta figura europea al vertice dei Capi di Stato e di governo dell’Unione europea del 9 febbraio 2023 (qui il documento finale) dove gli argomenti più scottanti erano la situazione dell guerra in Ucraina e i fenomeni migratori verso l’Unione europea.
La Meloni (e con lei l’Italia) è stata esclusa dal vertice a tre fra Macron, Scholz e Zelensky e “ha recuperato” solo con un brevissimo colloquio al tavolo della discussione plenaria. L’Italia ritorna al suo “piccolo” ruolo fra gli Stati membri nella riunione ove mancava l’ascendente personale di Mario Draghi. Paga il prezzo dei ruvidi contatti con Macron e con il Consiglio Europeo che ha confermato la gerarchia fra i partecipanti al congresso. Si consolerà con l’amicizia con i “generosi” Paesi del gruppo di Visegrad? Secondo me siamo ormai condannati dall’isolamento, nonostante la Presidente del Consiglio continui a manifestare, imitando i leader dell’Europa, tanta amicizia e determinazione negli aiuti a Zelensky. Ma quali armi e di che tipo non lo deciderà la Giorgia, bensì Biden, Macron e Scholz.
Devo dire che una gerarchia fra Gli Stati membri e la trazione franco-tedesca ci sono sempre stati. Ci siamo illusi di essere entrati nell’élite solo grazie alla parentesi e al prestigio personale di Mario Draghi.
Poi la Giorgia nazionale ignora una regola fondamentale della diplomazia: se vedi che i giochi sono fatti, è inutile battere i pugni sul tavolo, fai solo danni. E’ inutile dire che il vertice a tre franco-tedesco-ucraino era una iniziativa sbagliata, dopo che si è svolto, specialmente se non hai niente da offrire: siamo in ritardo col PNRR, abbiamo un debito pubblico che ci avrebbe strangolato se non fosse per gli acquisti europei di nostri titoli, e, già in procedura di infrazione, abbiamo ulteriormente rinviato la cessazione ed il rinnovo delle concessioni balneari. Insomma, se non fai “i compiti a casa” non puoi battere i pugni sul tavolo. Provochi solo ilarità e possibili ritorsioni.
Che sono puntualmente arrivate. Sui temi migratori.
Se leggete il “documento finale” troverete le solite frasi fatte, le solite “buone intenzioni”, i soliti tempi al “condizionale o al futuro” (dovrebbero, studieremo, etc); nessun riferimento specifico all’Italia, nessun riferimento agli sbarchi, nessun riferimento ai ricollocamenti dei migranti salvati in mare, obbligatori o volontari che siano.
Se avete la pazienza di andare a leggere i “documenti finali” degli ultimi “Consigli europei” (qui il link) ne troverete molti che, almeno a parole, formulano promesse e interventi ben più pregnanti di aiuto alla situazione italiana. D’altronde l’Italia non è il Paese UE che, in rapporto alla popolazione, accoglie più migranti.
Ma, se possibile, qui siamo andati ancora più a fondo. In cauda venenum si diceva, ed infatti, al punto 27 del “Documento finale” si legge: “Il Consiglio europeo prende atto dell’intenzione della presidenza di discutere, in occasione della prossima sessione del Consiglio “Giustizia e affari interni”, dell’attuazione della tabella di marcia di Dublino” . Questa frase, un po’ criptica, segna ancor di più la fine delle speranze italiane di sradicare dal “Regolamento di Dublino” il principio cardine che impedisce le redistribuzioni, il principio del “chi li ha se li tiene”. In poche parole, ma lo sapete tutti, Il principio che l’Italia ha sempre aborrito secondo il quale il Primo Stato membro ove il migrante richiedente asilo mette piede, se lo tiene sul groppone per tutta la vita senza che gli altri Stati membri e la “solidarietà europea” siano interessati.
Pare che i Governi di Destra abbiano questa caratteristica: al primo vertice europeo al quale partecipano, peggiorano la situazione della dislocazione dei migranti. Il Consiglio del 9 febbraio 2023 fa il paio con il Consiglio europeo (qui il link alle conclusioni) del 28 giugno 2018, il primo al quale il Governo Conte Salvini partecipò ed approvò conclusioni aberranti per gli interessi italiani quali la volontarietà (punto 6) delle ricollocazioni (dal 2015 erano obbligatorie) e l’approvazione della possibilità di modifica (punto 12) del Regolamento di Dublino “per consenso”, ossia all’unanimità, ossia mai.
Eppure sia Conte (all’epoca) sia la Meloni hanno parlato di un grande successo dell’Italia nella riunione del Consiglio e che “battere i pugni sul tavolo” era pagante per la tutela degli interessi italiani espressa nelle Conclusioni.
Che bel futuro ci si para davanti: il nostro orizzonte in Europa non saranno più Germania e Francia, bensì Repubblica Ceka, Ungheria, Polonia, Slovacchia, ossia la periferia antieuropeista?
L’informazione sarà controllata affinché sia consona al Governo (o dovremmo dire) al regime?