Oggi è lunedì,  il giorno dopo. Montano i soliti discorsi da salotto: chi erano? La Polizia è stata efficace? Ci vogliono pene più severe? Comprendere o reprimere?
Anche se ho passato tanti anni nella “area sicurezza”, questi discorsi, sempre uguali nei nostri sempre uguali talk show mi vengono a noia.
Non ho alcun dato o informazione sui fatti di ieri di Milano, ma leggo i giornali e mi informo. Quello che è successo domenica 18 ottobre a Milano mi suggerisce alcuni punti, alcuni ovvi e stantii. Per tanti, troppi, non ho risposte. Li pongo solo sul tavolo.


1) Le piazze sono in fiamme, ma non solo e non solo da ora, in Italia. Sono anni che le piazze della Francia, della Spagna, dell’Albania, della Germania sono teatro di manifestazioni violente, spesso per nulla ideologiche; destra contro sinistra; dietro una parvenza di “scopi sociali” come il carovita, il gasolio, la corruzione, la casa, appare evidente la sola voglia di fare casino, di creare il caos, suscitare violenza e senso di insicurezza. Perché? Crisi dei sistemi politici democratici che alimenta la risalita delle destre? Intervento di altri grandi Paesi che usano le piazze come guerra ibrida per influenzare le elezioni che sono prossime in molti Stati europei? Quindi gli incidenti avrebbero un “padre unico”. È strano, ma non impossibile. Complottismo il mio? Forse.


2) Gli incidenti di sabato erano, più o meno, connessi con manifestazioni. Quelli di ieri, no. A leggere i giornali ed ascoltare i TG pare che, così, all’improvviso, persone, poco più di bambini, chiamate da non identificate chat, si siano vestiti tutti uguali di nero, in squadre di circa 40 persone ognuna, si siano date appuntamento ognuna davanti ad un negozio, ad un supermercato, senza bandiere, senza slogan, senza cartelli, con l’unico scopo di sfondare, distruggere, depredare. Qui mi sembra che il caso c’entri poco e niente. Pare strano che questi “casseur” nostrani, all’80% minorenni, abbiano potuto realizzare un piano degno di forze speciali, tipo Seal o Delta force: conoscere l’obiettivo, riunirsi lì in brevissimo tempo, sfondare vetrine in materiale antiscasso, depredarne il contenuto e dissolversi istantaneamente nei fumi dei lacrimogeni lanciati dalla polizia in affanno.


3) Si è parlato di chat che orientavano i manifestanti “come se fossero radiocollegati”, ma le chat non sono radio. Chi ha lanciato il primo messaggio? Con quale trafila per l’ampia e immediata diffusione? Con quale scopo? Caos o obbiettivo definito e studiato? Quasi azione militare.
Come si sono diffusi i messaggi? Come sapevano i “casseur” nostrani quale negozio svaligiare e come dividersi gli obiettivi? Ovvio che nelle chat c’è una regia ben precisa. Sarà compito dell’intelligence scoprirlo. Ripeto, le azioni dei minori incappucciati, sono apparse fin troppo pianificate per essere spontanee e organizzate da ragazzi.


4) La polizia è andata allo sbando, completamente spiazzata. Non c’erano cortei da fermare anche con le maniere forti. Non c’erano persone che volevano deviare da cortei dal percorso precostituito. C’erano improvvise “lesioni dell’ordine pubblico non prevedibili nei tempi e nei luoghi”. Si sono riviste scene del G8 di Genova del 2001: nel raggio di 100 metri, da una parte la polizia manganellava, dall’altra assisteva impassibile al saccheggio dei negozi. Si è parlato di black bloc, ma qualcosa non torna. Girano sui social video che, ancora, ricordano Genova 2001: uno, molto dettagliato, in Francia un parlamentare europeo ferma un un incappucciato nero che aveva lanciato qualcosa contro la polizia. Questo incappucciato scappa e si rifugia proprio fra i poliziotti. Analoghi video in Italia: incappucciati che si rifugiano fra poliziotti, perquizione esentata  ad un cappuccio nero che mostra qualcosa a chi lo deve perquisire. Infiltrati o agenti provocatori? Ricordo che l’articolo 31 del decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, convertito dalla legge 9 giugno 2025, n. 80. autorizza agenti AISI e AISE, non solo ad infiltrarsi, ma anche a organizzare e dirigere associazioni che si propongono di compiere atti di violenza, eversione o terrorismo per finalità di raccolta informazioni. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.


5) Quale sarà la risposta del governo? Già ieri Salvini ha tirato la palla in angolo, accusando il sindaco di Milano, dimenticando che la tutela dell’ordine pubblico spetta alle forze dell’ordine, al ministero dell’interno e non al sindaco. Dalle voci, dalle anticipazioni appare scontato che sarà  una risposta solo securitaria, dove le parole “perché è successo che tanti ragazzini si vestissero tutti insieme di nero e si divertissero a spaccare le vetrine?” non sarà  proprio comtemplata. Assisteremo domani al settimo od ottavo “decreto sicurezza” pieno di aumenti di pene e nuovi reati [che, come al solito, già  esistono], di inutili “fermi preventivi” da estendere anche ai dodicenni, dopo la già inefficace “presunta imputabilità” dei minori contenuta nel disegno di legge approvato il 23 luglio 2026 dal governo.
Anticipazioni sul “perché è successo” sulle cause che, per la prima volta, hanno fatto vestire di nero tredicenni e agire, quasi “cosplay” dei fratelli maggiori, nulla è pervenuto. Ricordo l’assurdo del disegno governativo: un quattordicenne può essere, salvo parere contrario del magistrato, tranquillamente processato e condannato come un adulto per aver commesso un reato, ma se vuole seguire a scuola un corso di educazione affettiva, deve portare l’assenso scritto di mamma e papà