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Onore ai vincitori. I Cinque stelle hanno vinto e con largo margine, soprattutto al centro sud Italia, nelle regioni più depresse e dove maggiore è la disoccupazione.

Gli elettori cercano il nuovo, stanchi della casta; cercano facce pulite. Cercano un nuovo modo di governare.

Vero, ma cercano anche qualche altra cosa, secondo me. L’immagine qui  sotto, presa da Google-trends, mostra una cosa molto interessante: la forte impennata – nell’ultimo mese di campagna elettorale – della ricerca su Google della frase “reddito di cittadinanza” e le regioni italiane da cui è partita la richiesta, tutte quelle del sud.

reddito di cittadinanza

ricerca su Google di “reddito di cittadinanza”

Se ne deduce che gli elettori, dai grillini, si aspettano questo.

La legge impone ai partiti che si presentano alle elezioni di depositare il programma presso il Ministero dell’interno. Quale migliore occasione per magnificare e spiegare questo famoso “reddito di cittadinanza”?  Andando a leggere il programma, disponibile cliccando qui, si rimane un po’ interdetti. Il reddito di cittadinanza (terzo punto del programma) è spiegato così: “oltre 2 miliardi di Euro per la riforma dei centri dell’impiego: facciamo incontrare davvero domanda e offerta di occupazione e garantiamo formazione continua a chi perde il lavoro. Con la flex security le imprese sono più competitive e le persone escono da una condizione di povertà“. Forse qualcosa di diverso dai 1.000 euro al mese garantiti che si aspettano gli elettori.

D’altronde, se si prende per buona la cifra ipotizzata dai Cinquestelle (2 miliardi di euro) e la dividiamo per la somma attesa dagli elettori (1.000 euro al mese) per un anno, i 2 miliardi serviranno ad accontentare poco più di 153.000 persone.

Ho idea che più di un rafforzamento del reddito di inclusione, già approvato da questo Governo e legge dello Stato, non potranno andare.

Ah, pare che Di Maio a Porta a Porta abbia detto che il reddito di cittadinanza dovrà aspettare qualche anno perché prima bisogna riformare i centri dell’impiego.

Da ultimo, oggi (8 marzo) a Bari e a Palermo si sono formate code ai centri per l’impiego di persone che chiedevano i moduli per ottenere il “reddito di citttadinanza”.

reddito cittadinanza programma 5stelle

programma ufficiale 5 stelle e reddito di cittadinanza

 

 

I risultati elettorali hanno preso forma. Si sa chi ha vinto e chi ha perso. Chissà quale governo ci tocccherà. Ormai, sia pur appena finita, la campagna elettorale è solo un ricordo.

A futura memoria, ho pensato di raccogliere in un Ebook disponibile su Amazon al  prezzo di 0,99 euro le mie impressioni e i miei ricordi di questa feroce campagna elettorale. Se na dimenticare che se c’è campagna elettorale e dialettica significa che siamo in democrazia.

L’Ebook è disponibile a questo indirizzo https://www.amazon.it/Quella-campagna-brutta-sporca-cattiva-ebook/dp/B07B77TGY3/

  1. In Italia abbiamo leggi a dir poco strane o parziali. Per evidenti ragioni di garantire, durante le consultazioni elettorali, l’efficienza delle categorie interessate, l’art. 23 del DPR 16 maggio 1960 n.570 prevede che “Sono esclusi dalle funzioni di presidente di Ufficio elettorale di sezione, di scrutatore e di segretario:
    a) coloro che, alla data delle elezioni, hanno superato il settantesimo anno di età;
    b) i dipendenti dei Ministeri dell’interno, delle poste e telecomunicazioni e dei trasporti;
    c) gli appartenenti a Forze armate in servizio;
    d) i medici provinciali, gli ufficiali sanitari e i medici condotti;
    e) i segretari comunali ed i dipendenti dei Comuni, addetti o comandati a prestare servizio presso gli Uffici elettorali comunali;
    f) i candidati alle elezioni per le quali si svolge la votazione.”

Ma non esclude i dipendenti del servizio pubblico di trasporto locale, l’ATAC a Roma, l’ACTV a Venezia, etc, portando ad avvisi assurdi delle Aziende che limitano il servizio proprio nei giorni delle consultazioni elettorali

limitazioni corse bus e Metro durante le elezioni

Luigi Di Maio ha presentato le persone che, in caso di vittoria totale dei Cinquestelle, andranno a ricoprire – se il Parlamento darà loro la fiducia – l’incarico di ministri della Repubblica.

Nulla da eccepire a questa mossa. Oltre al sapore propagandistico, ha, però, il pregio di dire agli elettori: “Ecco, se votate per noi, questi saranno i ministri che avrete!”. Operazione trasparenza, niente da dire, ma veritiera solo se i Cinquestelle non dovranno affrontare le forche caudine di un governo di coalizione.

La “lista” la conoscete, i giornali, anche quelli on line ne hanno abbondantemente parlato, potete vedere qui, qui e qui.

Non voglio entrare nelle polemiche che hanno coinvolto la Giannetakis (“rea” di aver appoggiato la riforma costituzionale di Renzi) o Salvatore Giuliano (reo di aver sottoscritto l’appello a favore della “buona scuola” di Renzi). Le persone possono anche cambiare idea e cambiare casacca anche in casa Cinquestelle, come accusano sempre i grillini per gli altri partiti, anche se il grido di Giuliano “La scuola è con Lei, Presidente”, rivolto a Renzi si presta quantomeno ad ipotesi di doppio carpiato con giravolta.

Ma, dicevo, non è di questo che voglio scrivere. È del metodo adottato dai Cinquestelle nella scelta delle persone: praticamente tutti esterni al partito (pardon, al Movimento). Possibile che, al loro interno non abbiano trovato persone adatte e, per quello che scriverò fra poco, ci voleva veramente poco. E’ una implicita ammissione di debolezza e di incapacità a formare una classe politica.

 

La seconda perplessità deriva dalla “pochezza” delle persone prescelte. Saranno anche brave e oneste persone, non lo metto in dubbio, competenti nel loro campo. Ma governare è un’altra cosa, richiede una esperienza decisamente superiore.

Assumere la carica di ministro presuppone un bagaglio non solo di competenze e di esperienze, ma anche una rete di contatti a livello interno ed internazionale, visto che l’Italia in tale contesto internazionale è saldamente inserita.

Domenico Fioravanti sarà anche un campione olimpico di nuoto, una gloria dello sport italiano, una carriera sportiva costruita con tanti sacrifici, anteponendo la piscina alla vita privata, ma – perdonatemi – cosa volete che ne sappia delle trattative per portare un grande evento sportivo in Italia o dei finanziamenti necessari per dotare l’Italia di più infrastrutture sportive?

Andrea Roventini è un professore associato di Economia Politica alla Scuola Sant’Anna di Pisa, istituto di eccellenza senz’altro, ma è un professore e come tale, elabora teorie, senza sperimentarle sul campo.

Vogliamo mettere la differenza di bagaglio culturale, di esperienza e di relazioni che ha l’attuale ministro Pier Carlo Padoan? Dalla sua biografia leggo (la trovate qui) che è stato docente di Economia presso l’Università La Sapienza di Roma, il College of Europe di Bruges e Varsavia, l’Université Libre de Bruxelles, l’Università degli Studi di Urbino, quella di La Plata e l’Università di Tokyo;  che dal 2001 al 2005 è stato direttore esecutivo per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale con responsabilità su Grecia, Portogallo, San Marino, Albania e Timor Est; che dal 1º giugno 2007 al febbraio 2014 è stato vice segretario generale dell’OCSE, e il 1º dicembre 2009 ne diviene anche capo economista. Grazie a lui, finalmente l’Italia è uscita dalla stagnazione meritandosi a Davos, gli elogi dell’OCSE e del Fondo monetario internazionale. Un bel po’ di differenza con il candidato grillino, vero?

 

Chi mi conosce sa che ho maturato un bel po’ di esperienza accanto ai politici e attendendo ad incarichi nel settore legislativo. Credetemi, i peggiori ministri che ho conosciuto sono i professori universitari, innamorati delle loro teorie, belle, idealistiche, ma inapplicabili nella pratica.

 

Un altro esempio di visibile contrasto è nella scelta della candidata ad un Dicastero chiave come il Ministero dell’interno di Paola Giannettakis, definita come criminologa e collaboratrice della polizia dai media.

Ho letto il suo curriculum vitae, compilato da lei. E’ visibile cliccando qui: professore a contratto a Macerata, professore a contratto all’Aquila, professore straordinario alla link Campus University di Roma. Ha una lunghissima serie di master e diplomi. Esperienza sul campo non ne appare. Un’altra teorica.

Impietoso il confronto con curriculum sul campo di Marco Minniti, attuale ministro dell’interno. Dalla sua biografia (che potete trovare cliccando qui) leggo che, prima di assumere la carica di Ministro dell’interno, è stato sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio (governo D’Alema I e II), sottosegretario al Ministero della difesa (governo Amato II) e vice ministro dell’Interno (governo Prodi II), sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti nel governo Letta dal 17 maggio 2013 al 22 febbraio 2014 e nel governo Renzi dal 28 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016

Di esperienza e competenze ne ha parecchie.  Chi potrà essere un migliore interlocutore in Unione europea, al G7 e nei consessi internazionali dei leader del mondo? Minniti o la Giannettakis?

Chi dei due potrà discutere, nei frequenti incontri a porte chiuse, di migranti, rifugiati, ISIS e compagnia cantando?

 

Per la mia esperienza personale, vissuta in 40 anni di lavoro accanto a Ministri, sottosegretari, capi di Gabinetto, Capi Legislativi, politici e politicanti vari, vi posso assicurare che ho maturato la convinzione che i politichi devono fare i politici e i professori devono fare i professori.

 

La bravura di un politico si misura nella sua capacità di ascoltare i professori e le loro teorie ed interpretare sul campo quella scelta e reputata giusta.

La bravura del professore si misura nella sua capacità di spiegare al politico i risultati dei suoi studi e perché convenga orientare la politica in quel senso.

 

La scelta di Di Maio appare orientata ad un Governo tecnico che in Italia mai ha dato buona prova.

Beh, dal 5 marzo 2018 si potrà vedere, ma questa, come dice Corto Maltese, è un’altra storia

Ogni qualvolta, nella vita democratica del nostro Paese (e meno male) si va ad elezioni politiche c’è sempre qualche testa balzana che – in nome dell’era digitale – comincia a magnificare le possibilità del voto elettronico ed a proporne l’uso.

Gli argomenti sono i soliti. Con il voto elettronico si risparmierebbero molti soldi; con il voto elettronico non sarebbe necessario votare nella sede di residenza; con il voto elettronico, – argomento molto gettonato –  un minuto dopo la chiusura delle urne si potrebbe conoscere chi ha vinto.

Mentre i primi due sono vantaggi reali, non vedo – a fronte di una legislatura che dura cinque anni – quale reale vantaggio comporti conoscere i risultati la sera stessa o 24 ore dopo.

Il voto elettronico, in verità, comporta uno svantaggio molto molto grande rispetto al normale voto cartaceo, un muro che ne sconsiglia assolutamente l’adozione.

Con il voto cartaceo, oggi in vigore, la volontà espressa dal cittadino resta ferma e cristallizzata sulla scheda. Anche dopo anni posso ricontarle e correggere eventuali errori.

Con il voto cartaceo in vigore oggi, il rischio di brogli è fortemente limitato: in Italia, in occasione delle elezioni politiche si allestiscono oltre 61.000 sezioni elettorali, in ognuna, fra presidente e scrutatori, sono impegnate sei persone. Quindi oltre 360.000 persone coinvolte. Un po’ troppe per un accordo idoneo a falsare il risultato globale. Senza contare che i registri della sezione vanno al Comune, alla Prefettura e al Tribunale. E i risultati devono coincidere.

Le ipotesi di brogli volti a falsare il risultato nazionale – con il sistema fin qui adottato – mi sembrano altamente improbabili.

Siete altrettanto sicuri che il risultato sputato fuori da un computer sia altrettanto affidabile?

Vi ricordate cosa successe in Florida nel 2000 nella contesa fra George W. Bush e Al Gore. Non si è mai saputo chi davvero abbia vinto perché il riconteggio manuale fu impedito da un sistema inidoneo che “punzonava” la scheda producendo un foro in corrispondenza del candidato prescelto e che non funzionò. La questione arrivò fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale con una decisione molto controversa (votata da cinque contro quattro dei nove giudici), diede ragione al governatore della Florida, che allora era Jeb Bush fratello del presidente-forse-eletto.

 

Io voglio, per la mia tranquillità un sistema a prova di brogli, anche a costo di attendere qualche giorno il risultato. Cosa sono 24 ore e la possibilità di ricontare le schede più e più volte, di fronte alla certezza che il risultato definitivo rispecchi la volontà degli elettori?

Il problema della sicurezza del voto è molto sentito dalla comunità scientifica americana fin dagli albori dell’informatica.

Se vi va, leggete questo interessante articolo di Douglas W. Jones, professore presso l’Università dello Iowa, scritto ben 18 anni fa, proprio nel giorno delle elezioni presidenziali americane del 2000, quando l’informatica e i calcolatori erano molto più semplici e più facile era verificare che il software fosse esente da “aggiunte” malevole.

L’articolo fu pubblicato, in italiano, dalla rivista Interlex sulla quale potete ancora trovarlo cliccando qui.

Comunque, lo riproduco in coda a questo post. Ovviamente le ipotesi evidenziate da Douglas W. Jones sono tagliate per il sistema elettorale americano, e sono volte a rendere più trasparente il software usato, ma ciò che più impressiona sono le conclusioni alle quali arriva lo studioso (ultimo periodo del suo articolo): nessun software usato per il voto elettronico può dirsi realmente sicuro.

 

Oggi è il giorno delle elezioni e in qualità di presidente del Comitato statale di controllo sulle macchine per votazione e i sistemi elettronici di voto dello Iowa, credo che sia il momento giusto per fare una pausa di riflessione sullo stato dell’arte in materia. Nel corso degli ultimi anni si è affermata con chiarezza una importante tendenza nelle macchine per votazione che sono state presentate al nostro comitato per ottenere l’approvazione nello Iowa. Si tratta della sostituzione del software realizzato ad hoc con software standard preconfezionato, solitamente una qualche variante di Windows e basato largamente su Microsoft Office.

I computer nel sistema elettorale sono ormai una tecnologia consolidata, sia che vengano usati nei sistemi centralizzati di conteggio basati su schede perforate o lettori ottici, sia che si tratti di sistemi di conteggio ai seggi basati su macchine per votazione elettroniche a lettura ottica o a registrazione diretta. Naturalmente sono ancora in uso macchine manuali a leva ma i loro modelli non subiscono modifiche da molti anni e, di conseguenza, non vengono presentati al comitato per le verifiche.

Secondo le vigenti linee guida della Commissione Elettorale Federale (FEC, Federal Election Commission) sui sistemi elettronici di voto, tutto il software realizzato ad hoc è soggetto ad una verifica condotta da terzi indipendenti. D’altro canto, i “componenti standard” sono considerati accettabili così come sono. La FEC non ha il potere di far osservare le norme, ma le sue linee guida sono state recepite nella legislazione elettorale di numerosi Stati.

Il mio motivo di preoccupazione è che siamo testimoni del fenomeno per cui una percentuale sempre maggiore del software contenuto nei sistemi di voto è costituita da prodotti proprietari di terze parti, non soggetti al requisito della disponibilità dei sorgenti per un esame del codice. Inoltre, le dimensioni dei sistemi operativi commerciali sono enormi, per cui è molto difficile immaginare la possibilità di un controllo efficace!  A quali rischi ci espone tutto ciò?

Se io volessi influire sul risultato di un’elezione, non quella in corso ma quella che si terrà fra quattro anni, potrei ipoteticamente lasciare il mio impiego all’Università dello Iowa e andare a lavorare per Microsoft, cercando di inserirmi nel gruppo che cura la manutenzione degli elementi chiave dell’interfaccia utente (window manager). Sembra una prospettiva piacevole, anche se il lavoro che farebbe al caso mio comporterebbe, in gran parte, la manutenzione di codice che è rimasto stabile per anni. Ecco il mio obiettivo: Desidero modificare il codice che crea un’istanza dell’elemento dell’interfaccia utente chiamato “pulsante di scelta” (radio button) in una finestra presente sullo schermo. La funzione che voglio aggiungere, in particolare, è la seguente. Se la data coincide con il primo martedì successivo al primo lunedì di novembre di un anno divisibile per 4, e se la finestra contiene un testo che comprende la stringa “straight party”, e se inoltre il radio button contiene almeno le due stringhe “democrat” e “republican” allora una volta su dieci, in modo casuale, scambia l’etichetta che identifica il pulsante contenente la stringa “democrat” con una qualsiasi altra etichetta, anche questa scelta a caso.

Naturalmente, farei ogni sforzo per rendere incomprensibile il codice da me scritto. La scrittura di programmi illeggibili (obfuscated code) è un’arte che ha raggiunto un alto grado di sofisticazione! Una volta fatto ciò, avrei realizzato una versione di Windows che distribuisce il 10 per cento dei voti diretti espressi per il Partito democratico agli altri partiti, in modo casuale. Ciò sarebbe estremamente difficile da rilevare nei risultati elettorali, correrebbe un basso rischio di essere scoperto durante i controlli e, nonostante ciò, potrebbe influenzare il risultato di molte elezioni!
E questo è solo un esempio dei possibili attacchi! Potrebbero esistere vulnerabilità di tipo analogo, ad esempio, nei database commerciali che vengono usati per la memorizzazione e il conteggio dei voti espressi.

Con questo esempio non intendo esporre alcun sentimento di ostilità nei confronti di Microsoft, ma è vero che il software di questa azienda viene usato nella grande maggioranza dei nuovi sistemi di votazione che ho esaminato. Questo genere di minacce non richiede alcuna collaborazione da parte del produttore del window manager o di altri componenti di terze parti non soggetti ad ispezione del codice sorgente. Esso richiede unicamente una talpa, che possa insinuarsi all’interno dell’azienda produttrice e realizzare del codice che non venga rilevato dalle procedure interne di verifica e ispezione. La scrittura di programmi illeggibili è facile, e l’arte delle “uova di Pasqua” nei prodotti software commerciali rende più che chiaro il fatto che molte caratteristiche non riconosciute ufficialmente vengono inserite ogni giorno in pacchetti software disponibili in commercio senza la collaborazione dei produttori del software stesso. (Sono però a conoscenza del fatto che, in alcuni casi, le “uova di Pasqua” godono dell’approvazione ufficiale del produttore).

Ciò detto, è opportuno notare che Microsoft ha espresso una preferenza nei confronti dei risultati delle elezioni odierne, e che vi sono ottimi motivi per considerare i programmi software proprietari, prodotti da un’entità schierata, con grande sospetto nel momento in cui vengono inseriti in un sistema di votazione!

Quali sono le mie conclusioni? Credo che sia giunto il momento per i professionisti dell’informatica di adoperarsi per un cambiamento nelle linee guida relative alle macchine per votazione, chiedendo che tutto il software compreso in tali macchine sia open source e aperto al pubblico scrutinio, o almeno aperto allo scrutinio da parte di un’autorità di controllo terza e indipendente. Non esistono ostacoli di natura tecnica perché ciò avvenga! Sono disponibili molti sistemi operativi open source perfettamente funzionanti come Linux, FreeBSD e diversi altri, compatibili con l’hardware intorno al quale vengono costruite le macchine per votazione moderne!

Tuttavia, questo non risolve completamente il problema! Come si può dimostrare, dopo il fatto, che il software contenuto nella macchina per votazione sia lo stesso approvato dal comitato di controllo e sottoposto a verifica da parte dell’autorità di controllo indipendente? A mia conoscenza, nessuna macchina moderna è realizzata con l’obiettivo reale di consentire una dimostrazione di questo genere, anche se diversi produttori promettono di mettere a disposizione una copia del codice sorgente da loro usato presso un ente depositario in caso di contestazioni.

sergioferraiolo

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