Per chi pensa che uscire dall’Unione europea sia facile e poco costoso, riporto i tre punti fermi decisi dall’UE per la Brexit:
Primo, i diritti dei tre milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, con la Ue che per loro chiede un diritto di residenza a vita.

Secondo, l’assegno di addio chiesto a Londra, dai 60 ai 100 miliardi di euro non ancora quantificati da Bruxelles ma chiamati a coprire tutti gli esborsi finanziari ai quali Londra si è impegnata con il bilancio e con i vari programmi europei ai quali si aggiungono i costi per la Brexit, compreso il trasferimento delle due agenzie Ue (Ema ed Eba) da Londra, e le future pensioni dei funzionari britannici nelle istituzioni europee.

Terzo, la gestione dei nuovi confini tra Gran Bretagna e Unione, a partire da quello irlandese, politicamente il più delicato (si punta ad evitare il ritorno di una frontiera fisica che potrebbe creare nuove tensioni tra Dublino e Belfast gestendo l’ingresso dei prodotti e delle persone in Europa tramite una dogana virtuale sparsa sul territorio irlandese grazie all’uso massiccio della tecnologia).

Mediti chi arringa le folle preconizzando un futuro rosa se si esce dall’Europa.

C’è da aggiungere un altro elemento a confutare che con la svalutazione competitiva conseguente all’uscita dall’UE e dall’euro le nostre esportazioni saranno avvantaggiate. Non sarà così per due ragioni molto semplici:

  1. Il minor prezzo sarà compensato dall’imposizione dei dazi per far entrare le nostre merci nello spazio comune europeo.
  2. Le nostre merci non saranno affatto acquistate perché, permanendo un grande spazio di libero scambio si troverà sempre, in questo spazio una merce equivalente a quella italiana più economica perché esente da dazi.