Archivi per la categoria: Governo Meloni

Nel cuore pulsante di Roma, mentre le luci soffuse del Palazzo Chigi illuminavano un crepuscolo carico di tensione, il Consiglio dei Ministri si riuniva in segreto. Il fallimento della missione di deportazione verso l’Albania era sulla bocca di tutti. Nonostante il programma ambizioso di trasferire 3000 migranti l’anno, solo una dozzina erano stati inviati oltre Adriatico, e, come una beffa, quattro erano stati ritenuti inidonei.

Ma il colpo peggiore era arrivato dai magistrati di Roma, che avevano rigettato il fermo, invalidando l’intera operazione. Una doccia fredda. L’Europa, una volta ancora, aveva imposto il proprio giogo sulle leggi nazionali.

La premier, una donna dalla postura rigida e dagli occhi sbarrati, scorse la sala con un’espressione dura. Il ministro dell’Interno, un uomo robusto dai capelli brizzolati, batteva nervosamente le dita sul tavolo di legno massiccio, trattenendo a stento la frustrazione.

“Abbiamo promesso una soluzione,” disse il premier con voce grave. “Siamo stati già scottati da uno scandalo e non possiamo permetterci di fallire di nuovo.”

Capitolo 1: La tempesta tra le mura

Il governo era spaccato. Da un lato, l’ala conservatrice, pronta a fare qualsiasi cosa pur di riaffermare la propria sovranità. Dall’altro, l’ala più moderata, che cercava disperatamente di mantenere il fragile equilibrio con Bruxelles. I leader dell’Unione Europea avevano già ammonito il governo per i suoi tentativi di eludere le regole comunitarie sui migranti, e un’altra mossa avventata avrebbe potuto isolare ancora di più l’Italia.

Fu il ministro della Giustizia a rompere il silenzio. Un uomo anziano e massiccio, ex magistrato. “Non possiamo ignorare le sentenze dei magistrati. L’Europa è chiara. Non possiamo deportare migranti verso paesi non ritenuti sicuri.”

“Allora cambiamo la legge!” Il ministro dell’Interno sbatté un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare alcuni colleghi. “Decretiamo che il Burkina Faso è un paese sicuro. Così nessuno potrà fermarci.”

Un mormorio si diffuse tra i presenti. Il premier guardò attentamente il suo ministro dell’Interno. Era un uomo di azione, ma questa volta la sua proposta era rischiosa. L’Europa avrebbe reagito con sanzioni, e c’era il pericolo di una crisi diplomatica con l’Albania, che fino ad allora aveva accettato i migranti con una certa riluttanza e solo in cambio di soldi.

Capitolo 2: Il piano B

“Non possiamo permetterci un conflitto con Bruxelles ora,” interruppe il ministro degli Esteri, un uomo di mezza età, ex parlamentare europeo, dalla voce calma ma decisa. “Abbiamo già troppi fronti aperti. Dobbiamo trovare una via d’uscita più astuta. Qualcosa che sfugga al radar delle istituzioni europee.”

La premier annuì lentamente. Era la donna delle soluzioni pragmatiche, ma il tempo stringeva. La stampa era implacabile, e i sondaggi iniziavano a risentire del caos migratorio. “Qual è la tua proposta?” chiese al ministro degli Esteri.

“Creiamo un accordo con un altro paese, fuori dall’Unione. Una nazione abbastanza disperata da accettare i nostri termini. Offriamo fondi, aiuti economici e investimenti. In cambio, deportiamo lì i migranti. Non saranno detenuti in Albania, ma in un luogo che nessuno si aspetta.”

Gli occhi di tutti si voltarono verso di lui, sorpresi. La proposta era audace, ma non priva di rischi. Quale paese sarebbe disposto a prendere il posto dell’Albania?

“Ho già un nome,” continuò il ministro. “Un paese che ha bisogno di fondi per risollevare la sua economia: il Sud-Sudan.”

Il silenzio riempì la stanza.

“Ma non è sicuro,” disse il ministro della Giustizia, aggrottando la fronte.

“No, non lo è. Ma possiamo insistere che lo diventi. E se non c’è un luogo sicuro, ne creeremo uno, di fantasia. Non andiamo verso Il Nuovo Ordine Mondiale?””

Capitolo 3: Le Ombre

Nel frattempo, all’interno del governo si stava formando una corrente sotterranea di opposizione. Alcuni deputati, frustrati dall’inazione e dalla debolezza percepita della premier, cominciarono a tramare alle sue spalle. Le voci correvano nei corridoi del potere: c’era chi stava cercando di sostituirla. Si parlava di una figura carismatica, un giovane emergente, con legami forti, anche di parentela, con una potente famiglia che aveva dato all’Italia anche un Presidente del Consiglio, con alcune lobby imprenditoriali e una visione molto più radicale su come gestire la questione migratoria.

“La premier sta perdendo il controllo,” si sussurrava. “Serve qualcuno che prenda decisioni più drastiche.”

La premier stesso cominciò a sentire il peso del tradimento. Iniziò a sospettare di tutto e di tutti, vedendo complotti ovunque, mentre cercava di mantenere il controllo su una situazione che sfuggiva sempre di più dalle sue mani. Sapeva che ogni mossa sbagliata avrebbe potuto significare la sua caduta.

Capitolo 4: Il Decreto

Fu alla fine di quella lunga notte che il governo uscì con una proposta shock: un decreto legge che ridefiniva i criteri per considerare un paese “sicuro”. Non era più l’Europa a decidere, ma il governo stesso, che si arrogava il diritto di giudicare a chi fosse possibile deportare i migranti.

La reazione internazionale fu immediata. Le prime pagine dei giornali europei parlavano di “strappo” e “provocazione”. A Bruxelles, i diplomatici italiani furono convocati per chiarimenti, mentre nelle strade di Roma esplodevano proteste da parte di organizzazioni umanitarie.

Nel frattempo, il premier convocò una riunione d’emergenza con i servizi segreti e il ministero dell’Interno. “Preparatevi al peggio,” disse con voce ferma. “La battaglia è appena iniziata.

Storia di fantasia, generata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale (ChatGPT)

La situazione dei nuovi centri di permanenza in Albania per migranti irregolari sembra complessa e destinata a creare conflitti a più livelli, sia interni che a livello europeo. Partiamo da due aspetti chiave:

1. Centri di detenzione in Albania: La decisione dell’Italia di trattenere migranti in Albania, lontano dal proprio territorio, presenta molte criticità legali e pratiche. Se le autorità giuridiche italiane (magistrati e commissioni esaminatrici) devono decidere sul destino di migranti trattenuti fuori dai confini nazionali, questo pone difficoltà di giurisdizione, di rispetto dei diritti legali e di coordinamento tra i due Paesi. L’assenza di una presenza fisica delle istituzioni italiane in Albania rende ancora più arduo rispettare le normative italiane e internazionali sui diritti umani e sulle procedure d’asilo.

2. Sentenza della Corte di Giustizia Europea (CGUE): La sentenza del 4 ottobre aggiunge un altro livello di complessità, poiché afferma che anche se solo una parte del paese d’origine di un migrante è considerata pericolosa, non è possibile deportare il migrante verso quell’intero paese. Questo vincola fortemente i governi, compreso quello italiano, a garantire che non venga espulso nessuno verso paesi che presentano aree di rischio. Tale decisione crea inevitabili tensioni tra le politiche nazionali di espulsione e le norme europee sui diritti umani, aumentando il rischio che queste espulsioni vengano bloccate dai tribunali.

Come si può evolvere la situazione:

1. Tensioni con l’Albania: Se i centri di detenzione diventano operativi ma ci sono ostacoli legali significativi (a causa di sentenze europee o problematiche giurisdizionali), l’Albania potrebbe essere riluttante a continuare la collaborazione, non volendo gestire un flusso continuo di migranti non espellibili o trattenuti per lunghi periodi.

2. Contrasto con le istituzioni europee: L’Italia, già sotto pressione per la gestione dei flussi migratori, potrebbe trovarsi in conflitto con le direttive europee se decidesse di ignorare o aggirare la sentenza della CGUE. Questo potrebbe portare a multe o sanzioni a livello UE, accentuando la tensione tra chi vorrebbe una linea più rigida sull’immigrazione e chi invece chiede il rispetto delle normative comunitarie.

3. Impasse legale: Con la CGUE che vieta espulsioni verso paesi con aree pericolose e le difficoltà di coordinamento con l’Albania, potrebbe crearsi una situazione di stallo in cui i migranti restano bloccati nei centri, senza che si trovino soluzioni né per il loro rimpatrio né per la loro integrazione o espulsione.

In sintesi, la situazione rischia di diventare insostenibile sia per l’Italia che per l’Albania, creando un corto circuito legale e politico che potrebbe richiedere l’intervento della Commissione Europea o l’adozione di nuove misure condivise a livello continentale.

Anche se l’Italia farà ricorso contro la sentenza della CGUE alla Grande Chambre (tasso di accoglimento dei ricorsi 3%) la situazione, togliendo dai “deportati” quelli provenienti dai Paesi parzialmente sicuri, non cambia poi di molto.

Il Governo Meloni  per non fare l’ennesima brutta figura, per un po’ di tempo, manterrà il punto con gran dispendio di denaro pubblico.

Poi…poi i migranti in Albania cominceranno a crescere come a Lampedusa, il malcontento albanese crescerà e il premier Edi Rama potrebbe ripensarci.

Anche oggi rubo a Repubblica.it un articolo (del simpaticissimo e bravo Stefano Cappellini, (curatore della fortunta rubrica “hanno tutti ragione”).

Già ieri ho riportato un lungo articolo sulle “incresciose” gaffes del Cerchio Magico di (o della) Meloni

Ma la conferenza stampa, due volte rimandata, del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, era troppo importante per commentarla da solo e ho chiesto (?) a Stefano Cappellini di aiutarmi con la sua esperienza.

E la sua esperienza è servità: nell’articolo non troverete quello che la (o il?) Meloni ha detto, bensì quello che non ha detto o ha volutamente travisato.

Così, giusto per farsi una idea di chi ci governa. Buona lettura e grazie mille ancora a Stefano Cappellini e a Repubblica.it

Fronte aggrottata mentre ascolta le domande più sgradite, smorfie dopo le risposte più piccate, rimozioni, salti logici, reticenze, benaltrismi e qualche oggettiva falsità. Tre ore abbondanti di melonismo puro alla conferenza stampa di fine anno, ormai inizio, senza mai perdere la calma ma neanche la posa vittimista che è la cifra naturale della presidente del Consiglio: la destra discriminata, anche ora che tutto decide e dispone, i poteri occulti all’opera – Meloni torna a denunciarli ma poi aggiunge incredibilmente: non chiedetemi di essere più precisa – le accuse di doppio standard alla sinistra, nonostante la presidente del Consiglio dimostri di essere campionessa nell’uso dei due pesi e due misure. Picco la risposta sul caso Degni: parlando del magistrato della Corte dei conti, nei guai perché sui social si è espresso contro il governo, Meloni chiede alla sinistra se sia giusto che persone nominate in ruoli super partes si comportino da militanti politici, proprio lei che – solo per citare il caso più clamoroso e ferale per le istituzioni – ha insediato alla seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, che rivendica il diritto di partecipare agli eventi di partito, il suo, e di intervenire nel dibattito pubblico con la medesima libertà di quando era un dirigente del Msi e di An.

Europa, guerre, banche

Meloni si appoggia spesso su dati errati, come quando rivendica all’Italia una crescita superiore alla media europea, e sposta l’asse delle risposte quando si rende conto che una replica centrata e pertinente la esporrebbe ad accuse di incoerenza o al contropiede degli avversari. Qui il capolavoro è il passaggio sulla disponibilità di Fratelli d’Italia a far parte della nuova maggioranza europea dopo il voto della prossima primavera. Lei risponde di no. Anzi, per non farsi scavalcare a destra da Matteo Salvini, aggiunge che continua a lavorare a una nuova, e fantomatica, maggioranza alternativa. Poi, però, spiega che è pronta a votare per la futura Commissione, come se le due questioni potessero essere distinte. Sofismi. Arrampicate. Equilibrismi. Solo sui teatri di guerra, Ucraina e Medio Oriente, le affermazioni sono nette e senza scappatoie. Non risponde sulla tassa sugli extraprofitti bancari, di fatto ritirata dopo i problemi in maggioranza, infilando solo una sequela di provvedimenti presi da altri governi e altre forze politiche a presunto vantaggio degli istituti bancari.

Mes e mistificazioni

Sul Mes se la cava con logica di pacchetto: pacchetto di mistificazioni. La prima è forse la più clamorosa: “Sulla ratifica del Mes non potevo che rimettermi all’aula”. Affermazione surreale in bocca alla leader del partito di maggioranza relativa, di cui lei è presidente e la sorella coordinatrice, e alla presidente del Consiglio di un governo che ha usato il Parlamento come un votificio ricorrendo con frequenza record a decretazione e fiducie, la stessa che all’inizio della discussione della manovra ha addirittura chiesto alla maggioranza di non presentare alcun emendamento. Improvvisamente, sul Mes il Parlamento diventa sovrano e non influenzabile. Ma Meloni fa di più e chiede: “Perché il governo Conte ha sottoscritto un accordo quando sapeva che non c’era una maggioranza in Parlamento per ratificarlo?”. Qui la confusione è doppia. Intanto perché si addebita assurdamente a un governo della passata legislatura di non aver tenuto conto dei numeri di un Parlamento, quello attuale, che non era ancora stato eletto. E poi perché Meloni dice comunque il falso: fu proprio il precedente Parlamento a invitare il governo a firmare il trattato che modificava il Mes con un atto formalmente votato dall’aula nel dicembre 2019. Anche sui balneari di fatto non risponde, come già sulle banche, rimuove i richiami di Mattarella e attribuisce al governo il merito di aver fatto il primo studio per verificare la compatibilità delle norme chieste dall’Europa con il quadro italiano. Si tratta, per capirci, dello stesso studio che, pur di dimostrare che non c’è scarsità del bene, e cioè che in Italia la quota di coste in concessione non è alta, ha riscritto la geografia aumentando di circa 3mila chilometri le coste nazionali: da circa 8mila km a 11mila.

Pozzolo e le nostalgie mussoliniane

Meloni dice di non condividere le accuse sulla mediocrità della classe dirigente di Fratelli d’Italia, ma poi in realtà la sposa in pieno anche perché capisce bene quanto possa aiutarla la narrazione della fuoriclasse circondata da incapaci: spiega dunque che non è disposta ad affrontare una vita che comporta responsabilità pesanti se gli altri intorno a lei non si dimostrano all’altezza di tali responsabilità. Come se i Pozzolo fossero arrivati in Parlamento a sua insaputa. Ovviamente non risponde alla domanda sulle nostalgie mussoliniane e le teorie no vax del deputato pistolero. È un metodo. Presentarsi sempre come la vittima, anche dei colleghi di partito.

Fin qui l’articolo del bravissimo Stefano Cappellini.

Chioso io: che aspettiamo a svegliarci e a mandarli fuori a calci (politici)?

Repubblica on line mi perdonerà se diffondo un suo articolo che tratteggia cosa fanno gli esponenti del Governo Meloni quando non sono intenti a bloccarsi con il ponte sullo stretto, a votare per libri che non hanno letto, a fantasticare su fantomatici “Piani Mattei” mai pervenuti, ad accordi con la Tunisia o con l’Albania abortito prima di nascere o ad alzare le tasse sui pannolini e assorbenti oppure a incrementare i paletti della legge Fornero.

Sì, nel tempo libero si dedicano con un certo successo a fare gaffes sconcertanti.

Lo articolo di Repubblica.it che riporto integralmente ne fa un elenco, ovviamente non esaustivo, dato l’elevatossimo numero dei casi.

Da leggere e ricordare quando riflettiamo se siamo ancora in una democrazia e se questi esponenti della destra non vadano cacciati dagli scranni ai quali sono avvinghiati.

Mi scuso ancora con Repubblica.it per il “furto” ma lo scopo è solo quello di diffondere maggiormente le idee esposte.

Gaffe e scivoloni dei fratelli di Giorgia Meloni: la destra e la sindrome da cinepanettone

Li ha scelti lei uno per uno perché fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Adesso, ancora una volta, la premier deve rispondere di una commedia dell’arte che vede protagonisti i suoi parlamentari e ministri

03 GENNAIO 2024 ALLE 20:54 3 MINUTI DI LETTURA

ROMA — Mannaggia, Giorgia Meloni. Ogni volta che c’è l’occasione per annunciare al «globo terracqueo» (citazione della premier) le meraviglie del suo governo qualcuno le chiede di rispondere di un Pozzolo.

Anche oggi, nell’attesissima conferenza stampa sul 2023, tutti penseranno soltanto a lui, al cowboy Manny, il deputato pistolero che va in giro con un’arma nel borsello. Non lo si dimenticherà tanto presto. Il suo sparo di Capodanno campeggia sui siti stranieri. Pazzi questi politici italiani, si fanno beffa all’estero. E nei nostri salotti, alle prese con la tombola, non si sa se ridere o piangere. Di cosa ci stupiamo? L’onorevole Emanuele Pozzolo in fondo è l’ennesima maschera della nostra commedia dell’arte.



Tra sei mesi si vota, per le Europee. Il primo cimento elettorale per Giorgia Meloni statista. L’anno però è iniziato col botto sbagliato. Qualcosa di simile era già successo prima di Natale, quando la proposta di legge del senatore di Fratelli d’Italia Bartolomeo Amidei per abbassare a sedici anni l’età minima per richiedere il porto d’armi aveva oscurato fatalmente i provvedimenti dell’ultimo consiglio dei ministri. I baby cacciatori si erano presi la scena. Poi il ministro Francesco Lollobrigida ci ha messo una pezza, imponendo il dietrofront.

E come dimenticare la faccia della nostra presidente del consiglio quando, a luglio, al vertice Nato di Vilnius, le avevano chiesto di Leonardo Apache La Russa sospettato di stupro? Due mesi dopo il suo ancora compagno Andrea Giambruno aveva invitato le donne a non ubriacarsi «perché poi il lupo lo trovi», proprio alla vigilia dell’incontro con la stampa per parlare del decreto Caivano. Anche lì sfortuna nera. Dopo un’iniziale supercazzola Meloni se la cavò citando una frase della propria madre: «Giambruno voleva dire: occhi aperti e testa sulle spalle».

Lei è brava, si sa. Anche a sinistra i più mormorano: «Ce l’avessimo noi una così!». Un bomber che sa bucare la rete. Peccato che tutti questi gaffeur usciti dal cinepanettone San Silvestro a Rosazza li abbia scelti lei di persona personalmente, uno per uno, nella convinzione che fidarsi è bene non fidarsi è meglio, come ci ricordavano le nonne. Vai a sapere che poi si sarebbero montati la testa o avrebbero agito come chi crede di essere impunito. «Io sono un parlamentare!» ha detto Pozzolo ai carabinieri che gli chiedevano di consegnare i vestiti indossati quella sera.

Magari molti italiani quelli come Lollobrigida li trovano pure simpatici. Chi di noi non ha sognato di fermare un treno e scendere alla stazione desiderata? «L’hanno fatto tutti», ha detto Arianna Meloni, la sorella di Giorgia, per difendere il marito ferroviere. Tutti chi? O magari concordano col ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che si è augurato «l’umiliazione» per gli studenti indisciplinati. Probabilmente non pochi sono d’accordo col ministro Matteo Piantedosi che dopo il naufragio di Cutro confessò: «Anche se fossi disperato non partirei». E magari non si scandalizzano che l’onorevole Federico Mollicone possa dire impunemente che «la maternità surrogata è un reato più grave della pedofilia». Chissà.

Come spiegare altrimenti che a dispetto di questi frequentissimi inciampi Fratelli d’Italia è ancora, in ogni sondaggio, saldamente al primo posto?

In un altro tempo, quando la destra meloniana strepitava contro la corruzione, il malaffare, la mafia, le tasse – sono gli urli quotidiani su tv e social che hanno reso imbattibile la premier – una come Augusta Montaruli, l’ex sottosegretaria all’Università condannata anche per avere usato fondi pubblici per acquistare il manualetto erotico Sexploration: giochi proibiti per coppie. Istruzioni per l’uso sarebbe finita ai margini. Invece ha organizzato la colletta tra i parlamentari amici per comprare il regalo di Natale a “Giorgia”.

E poi, carsicamente, viene fuori il fascismo che è in loro. Claudio Anastasio, l’amico di Rachele Mussolini, il primo ad essere stato nominato nel Parastato, si divertiva a mandare per mail al consiglio d’amministrazione della controllata 3-I spa il discorso con cui Benito Mussolini rivendicava la responsabilità politica del delitto MatteottiGaleazzo Bignami vestito da nazista è ormai un meme.

Invece Andrea Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia, e Giovanni Donzelli, il capo dell’organizzazione, hanno movenze che ricordano gli attori comici. Uno, Delmastro, è il protagonista, Donzelli la spalla. Così hanno operato nell’attaccare il Pd utilizzando le informazioni riservate del caso Cospito, l’anarchico detenuto al 41-bis.

E tornando al pistolero Pozzolo, come non notare che il ferito è il genero dell’agente di polizia che abitualmente scorta il sottosegretario, che si aggiunge, senza volerlo, al “cognato” (Lollobrigida) e alla “sorella” (Arianna). Perché il melonismo è una grande famiglia di arcitaliani. Un po’ pasticciona. Un po’ gradassa. Peccato per Giorgia Meloni che è tanto brava, invece quelli che si è scelti…

È settembre, fa ancora caldo e ci stiamo lasciando alle spalle una estate che non esito a definire da incubo.

Proclami sovranisti come “gli omosessuali sono anormali” spacciati per espressione del comune sentire; la famiglia ridotta all’ancestrale mamma, papà e figli [non è chiaro se quelli adulterini siano compresi]; vite spezzate sulla strada da auto lanciate a tutta velocità con conducenti impegnati in “dirette Facebook” per conquistare “qualche like in più”; vite spezzate sul lavoro per carenza di adozione delle misure di protezione necessaria: vite femminili spezzate sol perché la donna [e qui siamo a livelli di considerare la donna come la considerano i genitori della povera Saman Abbas] ha deciso di concludere una relazione affettiva: non le è concesso, è un’onta che si lava con la soppressione di una vita.

Accanto a tutto queste nefandezze ci sono atti minori che tutti abbiamo sperimentato: siete in auto, rallentate per cercare parcheggio o vi fermate per far scendere o salire un passeggero: dopo quanti secondi le auto dietro di voi cominciano a strombazzare? Siete in auto: quante auto in strada di montagna, siete sulla destra e andate a 50 all’ora, massima velocità consentita: quante auto “vi fanno i fari” o vi strombazzano che vogliono sorpassarvi? O, al contrario, vi vengono incontro in senso contrario invadendo tranquillamente la vostra corsia?

Ho sentito sociologi che danno la colpa a questo imbarbarimento al nuovo governo che, in pratica, ha sdoganato il sovranismo, anche personale, e i comportamenti poco corretti: io sono io e il mio microcosmo vale quanto il cosmo totale. Una degenerazione del famigerato “uno vale uno” dei primi Cinquestelle.

Non sono molto d’accordo: il governo sovranista, che tace sulle esternazioni del Generale Vannacci, che invoca lo “stato di guerra” contro i migranti, che inveisce contro l’Unione europea per mancanze di cui è sua la colpa, che difende la società basata solo su Dio e Famiglia, ci ha messo il carico da novanta, ma ha trovato il terreno già fertilizzato da qualcos’altro.

Secondo me, la nostra società sta pagando ancora le conseguenze del COVID, ormai dimenticato dal media e dalla nostra memoria.

Ma fate uno sforzo e cercate di ricordare la situazione del 2020 e 2021: ospedali al collasso, morti a raffica mascherine, attesa spasmodica di un vaccino. Ma, soprattutto una cosa importante e un pochino sottovalutata. Vi ricordate? Prima del 2020 si ci incontrava, si ci salutava se non con baci e abbracci, almeno con una stratta di mano. Dal COVID no. Ogni contatto bandito. E non solo. L’altro non era più un fratello, un amico, un conoscente: era il nemico che poteva infettarti e anche farti morire. Era qualcuno da evitare e da combattere se si avvicinava troppo. Ricordate la querelle che divideva i vaccinati dai non vaccinati?

Ecco, secondo me, qualcosa è rimasto nella considerazione dell’altro da te. Non più persona amica che ti toglie dalla solitudine, bensì possibile nemico da evitare in ogni modo…… e da combattere.

Fino a che non ritorneremo a considerare l’altro da te come “il prossimo tuo” questa situazione di guerra anarchica non potrà avere fine.

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