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Uffa, la sveglia, non la sopporto. Stavo sognando un meraviglioso pic-nic sul prato con i bimbi che rotolavano sull’erba ed, insieme alla tua compagna, ti strappavano tutte le coccole di questo mondo; poi li prendevi sulle spalle e facevi la corsa del cavallo. No, invece, bip bip bip, sempre più forte, BIP BIP BIP, manca un quarto alle sette, basta sognare, la realtà ti riprende e ti rivuole.

E’ inverno, è ancora buio, mi alzo, vado in bagno. No non è giorno di doccia. Solo fra qualche giorno sarà il mio turno. Lo spray pulente mi avvolge il corpo; inquinerà, ma tanto ormai…. Colazione. La porzione standard ha l’etichetta “Colazione rustica al prosciutto”, apro il forellino, ci metto 10 cc di acqua riciclata, e lo infilo nel microonde, lo scarto e addento il contenuto: chissà qual era, una volta, il sapore del prosciutto, mi pare si facesse con la coscia dei maiali, mi pare. Altri 10cc di acqua riciclata partono per render liquida la polvere di caffè. Caffè? Si, vabbè, chiamiamolo caffè. Devo stare attento, la mia razione mensile di acqua riciclata sta per finire.

Quasi con sollievo mi metto la tuta da esterno e, sul telefonino, leggo l’ultimo bollettino della Protezione civile sull’epidemia. I casi sono aumentati ulteriormente, l’indice ErreTiConZero  è a 4,5. Consigliano la mascherina TT2 con filtro ai carboni attivi, occhiali grandi aderenti, tuta usa e getta in TNT sanificato e visiera trasparente. Posso uscire dalla mia “unità 345-B-8108, safe”.

Il dilemma di ogni mattina. Prendere la metropolitana superaffollata e rischiare un contagio, ma fare prima, oppure andare al lavoro a piedi, 6 chilometri, un’ora e mezzo, salutare ma stancante. Scelgo la metro, tanto lungo la strada a piedi non ci sono più bar aperti per un cappuccino e una chiacchiera col barista, ormai ricordi di gioventù. Il rischio in metropolitana è alto, ma, ormai, la vita è solo un peso, la percentuale di suicidi aumenta del 100% l’anno.

Soliti avvisi. “Le carrozze hanno già raggiunto la capienza massima permessa del 30%. State indietro e distanziati. Il prossimo convoglio sarà qui a minuti”. Intanto la folla aumenta e, finalmente al terzo tentativo riesci a entrare nella carrozza. Le porte si chiudono e si aprono gli ugelli che ci aspergono di disinfettante nell’illusorio tentativo di neutralizzare il virus che può annidarsi sulle nostre tute.

Entro nel palazzone dove svolgo le mie mansioni lavorative. Sono assegnato alla “Bolla 203”: prima di entrare uno scanner mi rileva la temperatura corporea, passo il dito su una punta e la gocciolina di sangue viene analizzata istantaneamente. Il doppio esito negativo mi consente di entrare nella “Bolla 203” dove posso togliermi occhialoni e tuta da esterno e posso indossare una mascherina più leggera. I colleghi sono sempre gli stessi, solo con loro posso interagire, ma in tre mesi, “quelli della bolla 203 sono diminuiti di 23 unità. Ormai non si chiede più perché Tizio non c’è, si sa. Si sa che è stato contagiato e ora lotta fra la vita e la morte.

Il lavoro è pesante, una volta c’erano i computer, ora i faldoni cartacei la fanno da padrone. Non ho altro desiderio di tornare nella mia “unità 345-B-8108, safe” per l’unico momento bello della giornata.

Torno, mi “igienizzo”, e accendo il computer: Skype, Zoom, Google meet sono gli unici strumenti che mi permettono di parlare con qualcuno senza il diaframma della mascherina e degli occhialoni. Vabbè, c’è il diaframma dello schermo, ma ormai la realtà virtuale è più reale di quella reale.

“Ciao Giovanna, stai bene, vero, stai ancora bene, vero?”. Il volto di Giovanna si appalesa sullo schermo, bello e sorridente. Il rossetto ocra scuro, ultima moda, risalta e risplende con tutto il glitter che contiene. Sì, la bocca degli altri, questa sconosciuta. Sottile o carnosa, denti sporgenti o a paletta; labbra protese per un bacio virtuale o dure per un discorso serio. Chi l’avrebbe mai detto che le labbra sarebbero diventate un “oscuro oggetto del desiderio”, nascoste alla vista come il seno, come la vagina; le labbra come strumento femminile della seduzione, scoperte e disvelate solo nell’intimità di Skype o di Zoom.

Le conversazioni via Skype o Zoom seguono sempre lo stesso rituale. Dopo il come stai? Domanda retorica visto che l’immagine che rimanda lo schermo è di una persona sana, dopo i soliti convenevoli, le domande stupide sul “cosa fai?”, inutile, vista la vita che facciamo tutti, si comincia invariabilmente a tornare indietro nel passato.

“Ti ricordi come eravamo stupidi allora, all’inizio del 2020, quando guardavamo di sfuggita i telegiornali e confinavamo quell’epidemia cauta da quel virus, come si chiamava? Ah sì, Covid-19, solo in Cina? Ti ricordi quando all’inizio di marzo di quell’anno ci siamo tutti buttati sugli impianti di risalita perché non potevamo rinunciare alla domenica sugli sci?”.

Le labbra piene di glitter si strinsero in un sorriso forzato, ma poi si mossero per ribattere, un po’ incerte perché gli anni passati da quegli avvenimenti rendevano confusi i ricordi. “Sì, mi ricordo, ero bambina, ma mi ricordo che non potevamo uscire e cantavamo sui balconi, era marzo, la primavera e l’estate stavano arrivando. Sì, fammi fare una citazione, Quos vult Iupiter perdere, dementat prius, eravamo in una follia collettiva. Ricordo vagamente che in estate il contagio del Covid-19 si abbassò. L’abbiamo sconfitto, pensammo tutti. Sì, tana libera tutti, e tutti al mare, tutti in discoteca, tutti a riunirci nei luoghi deputati, i navigli, il Pantheon, i murazzi, perché eravamo liberi per adorare il moloch dell’epoca, una bevanda arancione, alcoolica, da sorbire in quanta più compagnia possibile, per stare vicini, per toccarsi per abbracciarsi per baciarci”.

Il ricordo lontano mi faceva male, perché, essendo un po’ vecchietto, avevo vissuto gli avvenimenti in prima persona. Me lo ricordo bene: il rito dell’aperitivo in compagnia era più vincolante dei riti religiosi, ancora più vincolante del tentacolarsi in discoteca con quanta più gente possibile; amici e non amici. Al ritmo della disco music fu “obbligatorio” in quella lontana estate, affermare con il comportamento che “qui di Coviddi non ce n’è!”.

La gara ai ricordi di quell’anno sciagurato si faceva serrata, anche perché, comunque, allora la situazione era aurea rispetto a quella attuale. In quell’estate si andava al mare, si andava a mangiare in luoghi pubblici: esistevano i ristoranti. Quindi ricordare l’anno in cui tutto iniziò significava ricordare comunque un tempo migliore.

“Ma, ti ricordi, Giovanna, cosa successe dopo quell’estate di follia?”

Le labbra glitterate si contorsero in una smorfia.

“Certo che me lo ricordo. Ad ottobre, appena aperte le scuole, la curva dei contagi ebbe una impennata sconvolgente. Da poche centinaia di casi al giorno arrivammo a più di 40.000 casi al giorno e a circa 800 decessi quotidiani”

Poca roba rispetto ad oggi, pensai. Bastò un provvedimento molto soft del Governo che divise l’Italia in tre colori. No, non bianco, rosso e verde, ma giallo arancione e rosso, secondo la gravità crescente della situazione. Provvedimento soft, perché anche se nelle zone rosse era vietata la circolazione, le deroghe erano talmente tante che l’unica certezza era che non si poteva andare al ristorante. Bastò questo provvedimento soft perché i contagi si dimezzassero e, allora, accadde il vero casino.

Da una parte la situazione epidemiologica migliorava ma…….. ma stava arrivando Natale. Natale, ricordi di quando ero bambino. Rito pagano, non religioso, corsa ai negozi, regalini, corsa verso gli altri. L’imperativo era “incontra quante più persone puoi” oppure “il giorno di Natale a tavola con tutta la famiglia quanto più allargata possibile”, dieci, venti persone attorno a un tavolo, senza mascherina protettiva (allora si usava un tipo primitivo, detto “chirurgica”) che vociavano, si alitavano in faccia, si scambiavano i piatti comuni. Sì, questo, in anni lontani era la tradizione natalizia. Comportamenti non proprio in linea con quella che, allora, era una debole pandemia. Ma il Natale “valeva” 20/30 miliardi di fatturato fra regali e agroalimentare. Un Paese con un debito pubblico mostruoso non poteva permettersi di farne a meno. Un Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, un DPCM, quanto mai vago, contraddittorio e impreciso, allargò la stretta degli spostamenti: molte regioni, al secondo giorno di miglioramento, furono promosse in una fascia più libera, i negozi riaprirono per permettere i regali natalizi. Il solito caos del Natale di quei tempi, insomma. Poi, con la scusa dell’inviolabilità del domicilio, solo raccomandazioni, puntualmente disattese, sul numero dei commensali dell’allora tradizionale Pranzo di Natale.

L’immagine delle labbra tirate di Giovanna che soffiava via i brillantini del glitter mi distolse dai miei pensieri, la sua voce dura di più. “E tu ricordi che oltre al natale ci fu di più?”

“No, son passati tanti anni, cosa?”

“Era inverno e i milanesi, oltre l’aperitivo, volevano lo sci. Un comparto già in crisi per l’inizio del cambiamento climatico, già sovvenzionato abbondantemente dallo Stato, voleva riaprire, con la scusa che in montagna si va da soli , ignorando non solo gli affollamenti nelle cabinovie, ma anche i precedenti austriaci che avevano infettato mezza Europa. L’Unione europea imitò, come al solito, Ponzio Pilato e se ne lavò le mani. L’Austria riaprì gli impianti, la Svizzera dichiarò di voler ospitare gli sciatori italiani nel caso di chiusura degli impianti nel Bel Paese. E il Governo PD-5stelle cedette: gli impianti sciistici furono riaperti agli sciatori e, con essi, al virus che ne approfittò per spargersi in tutta Italia.”

Fu, quello, l’inizio della fine. Il combinato disposto Feste di Natale/riapertura impianti sciistici scatenò la terza ondata. La curva del contagio risalì in verticale e l’indice ErreTiConZero schizzò in alto. Il Governo provò con sei Decreti ristori a tappare le falle economiche provocate con l’inevitabile ulteriore lockdown durissimo, ma i miliardi in deficit superarono quelli attesi con il Next Generation EU.

Fu imposta una patrimoniale che, ovviamente, pagarono sempre i soliti percettori di reddito fisso, quelli che, dileggiati per non aver perso nulla durante i lockdown, con le loro tasse avevano consentito l’erogazione dei ristori ai lavoratori autonomi.

Successe, allo Stato italiano, quello che accadde, dopo il 1989 (ma forse siete troppo giovani per ricordarvelo) all’impero sovietico. Semplicemente si dissolse. I suoi gangli vitali furono preda di spregiudicati gruppi privati che, semplicemente, si sostituirono allo Stato imponendo la loro semplice e pura logica dell’assoluto profitto: se potevi (profumatamente) pagare, avevi le prestazioni. In caso contrario ti arrangiavi.  I sindacati furono aboliti; chi lavorava era un privilegiato. D’altronde, vista la corsa della pandemia, rinforzata da nuovi virus, era un privilegiato chi rimaneva in vita.

Eppure nei collegamenti Skype e Zoom quei tempi ormai lontani erano ricordati con nostalgia. Le mascherine erano solo un velo, non si poteva uscire ma si usciva, i contatti interpersonali, comunque, c’erano. E c’era l’acqua a volontà e il cielo era azzurro. E c’era l’aria e c’era la voce, dal vivo, degli altri.

“Ciao Giovanna, ti vedo in forma, spero di risentirti domani”

“Ciao Sergio, anche tu mi sembri in forma, ci sentiamo domani?”

“No, Giovanna, domani è il 25 dicembre, una giornata piena al lavoro, non penso di farcela, ci sentiamo più in là, stammi bene”

Viviamo tempi a dir poco complessi che ci spingono a comportamenti fino a 10 mesi fa molto, molto inusuali. Siamo improvvisamente (cosa sono 10 mesi al confronto di una intera vita?) arrivati alla situazione descritta da Isaac Asimov nel suo romanzo “il sole nudo”  in cui i protagonisti vivevano perennemente “distanziati” e provavano fastidio, se non disgusto e paura nel contatto diretto con altre persone.

Quante volte, oggi, se incontri qualcuno per strada, e ti fermi a parlare ti distanzi, eviti il contatto ravvicinato e ti sistemi bene la mascherina? Talvolta il contatto diretto ti dà fastidio, ti senti più  tuo agio nei contatti con Skype, Zoom o Meet. Eppure, eppure hai nostalgia dell’incontrarsi, del baciarsi sulle guance nel contatto fisico diretto.

Purtroppo il tempo non è una costante, ma una variabile: dipende dallo stato d’animo. Oggi ho girato la pagina del calendario. Un calendario che produco ogni anno con le migliori fotografie dell’anno precedente. Ebbene, la foto di novembre è di neppure 10 mesi addietro, ma mi sembra lontanissima, come se, nei dici mesi trascorsi fossero successe tante e tante cose. Eppure, tranne il Covid, non è successo niente. Niente? È successa una cosa che ha dell’incredibile: i contatti umani sono, per dirla con un eufemismo, fortemente diminuiti, Non si ci abbraccia più, il classico “Sali da me a mangiare” o “sali da me per un bicchiere” è cessato. Se mai si ci vede, attraverso le mascherine, in un luogo poco affollato. E non si ci tocca, non si ci bacia.

Passerà, tutte le cose brutte, guerre, pestilenze, carestie, sono passate. Per chi sopravviverà, per chi riuscirà a ritrovare il mondo “giusto”, si ricordi che questo NON è il nostro mondo. Siamo fatti per essere sociali, per baciarci, per toccarci, per abbracciarci. Finirà, quando non lo so, ma finirà.

L’Italia sembra sempre di più il finale di Otto e mezzo di Fellini.  Non lo avrei mai creduto. Siamo stati i primi in occidente colpiti dal Coronavirus, questo virus sconosciuto. Primi in Occidente a fare qualcosa di veramente nuovo: il lock down, imitato da tutti i Paesi europei, anche da quelli che, dapprima, avevano irriso, e poi si sono adeguati.

Ottima performance nella fase uno.

Orgoglioso del mio Governo.

Poi…. Poi, quando la morsa dell’economia disastrata è stata più dolorosa del dolore per i morti portati via dai camion militari, è successo qualcosa di nuovo e di deprecabile. Ci siamo sbracati.

Succube della nuova e dura Confindustria, il Governo ha perso la bussola che lo aveva guidato fin allora.

Liberi tutti … ma con cautela. Vi ricordate Antonio Ferrer nei “Promessi sposi”? “Adelante, Pedro, cum judicio”, ossia avanti, ma non troppo.

Assembramenti, movide, calca, tutto tornato come prima, più di prima, regole nei ristoranti ignorate.  Raccomandazioni a voce. Fatti zero.  Manifestazioni politiche a Roma e a Milano, feste di piazza, funerali, esplosioni di gioia per avvenimenti sportivi, biasimati, ma non proibiti o contrastati. E i risultati si vedono. I contagi risalgono. Mondragone, Bartolini, Porto Empedocle, San Raffaele, ma la parola d’ordine è minimizzare, diluire, rassicurare: sono asintomatici, sono “cluster” delimitati. Ma i numeri non mentono: a giugno il numero di positivi risale. In Germania hanno avuto il coraggio di richiudere. In Italia no.

Ormai la Confindustria detta legge: tutto aperto perché l’economia deve riprendere vigore. E se queste riaperture portano una nuova risalita dei casi?

Ma non è solo la situazione sanitaria. Si sono evidenziate le divisioni fra i cd. scienziati. Manifesti firmati da una parte che afferma che la pandemia è finita; altri medici illustri che dicono di stare attenti, che il virus non è mutato, gettando nella confusione gli italiani che pensavano che la scienza fosse indenne da prese di posizione politiche. Lite continua fra gli scienziati su qualcosa di sconosciuto, su qualcosa che fino a cinque mesi fa non era neppure citato sulle riviste scientifiche. E il numero di casi risale non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Ma la stampa ufficiale dice che è finita: via con i consumi, via con le movide, via con lo stare azzeccati, perché tanto “il virus ha perso forza, al massimo vi prendete una influenza”. Gilet gialli e arancioni, saldati con i sovranisti, manifestano urlando che il COVID1 è una invenzione di Bill Gates che viaggia sui 5G e il Governo tace.

Il Governo? Imbalsamato nella impossibile convivenza fra PD e Cinquestelle, lavorato ai fianchi dal fuoco amico di Renzi e Calenda. Un Governo che si regge solo sul concetto del “male minore”: se andiamo via arrivano i sovranisti di Salvini e Meloni. Quanto può durare?

L’Unione europea, la vituperata Unione europea, ha messo in campo una serie di interventi mai visti: MES senza condizioni, SURE e Recovery Fund, ma il Governo fa lo schizzinoso. Stiamo con le pezze al culo e chiediamo soldi a fondo perduto, neppure la condizione di restituirli al tasso dello 0,1% vogliamo. Il MES?  Un prestito con le uniche condizionalità della restituzione e dell’uso per la sanità, un prestito al tasso dello 0,1%. No, non lo vogliamo: vogliamo il recovery Fund a gratis. E – badate – del Recovery Fund c’è solo il nome, per ora. Non si sa neppure di quanti soldi si tratta e a quali condizioni verranno erogati.

Ci hanno detto che i soldi del Recovery Fund possiamo utilizzarli per qualsiasi investimento vogliamo, basta che non lo usiamo per sussidi o interventi elettorali a pioggia. E il Governo che fa? Lo useremo per abbassare l’IVA, dice Conte. Una mancia ai commercianti, vietato dall’essenza stessa del Recovery Fund.

Le opposizioni? Follia anche per loro. Le loro proposte: flat tax e soldi a pioggia, quando il Vice presidente della Commissione europea ci ha detto chiaramente di usare quei soldi, come moltiplicatore, per investimenti “cocenti”: ILVA, Alta velocità, ristrutturazione completa della giustizia.

E’ proprio vero: gli Dei accecano chi vogliono perdere.

E vi stupite se il flusso dei miliardi che ogni giorno lascia il nostro Paese aumenta?

L’orologio del destino avanza, il tempo passa e l’Italia è ferma.

Oggi, con ansia e tremore, ci hanno tolto qualche vincolo. Non dobbiamo più girare con un pezzo di carta in tasca che traccia in anticipo io nostro itinerario: luogo di partenza, luogo di arrivo,. Pronto al controllo. Possiamo anche incontrarci con gli amici, sederci ad un tavolo di un ristorante  o di un bar oppure andare a casa loro. Possiamo anche andare in un negozio a comprare un vestito nuovo per l’estate.
Dunque, posiamo rifare quei gesti e quelle azioni che, fino a tre mesi fa ci sembravano tanto normali da non farci neppure caso?
No. Proprio no. In teoria siamo passati da bambini ad adulti. Ai bambini si impone. Si impone di stare a casa, si impone di fare la spesa nel raggio di 200 metri, si impone di non vedere gli amici o di prendere un caffè al bar.
Agli adulti si danno consigli e regole: puoi muoverti ma.,., da solo o in compagnia, ma…, puoi frequentare locali pubblici e negozi, ma…
Quanti ma! All’aperto non ti obbligo a portare la mascherina ma…ma te lo consiglio. Puoi uscire con gli amici ma…ma devi stare almeno a un metro, anche se gli epidemiologi consigliano due metri. Puoi andare al ristorante ma…ma fra te e chiunque altro ci deve essere almeno un metro, anche se gli epidemiologi consigliano due metri. Insomma tutto sarà così, condito di ma, di forse, di stai attento, di prendere precauzioni. Insomma la politica ci ha dato più libertà di quella consentita e consigliata dalla scienza. Và, dice la politica, ma prendi più precauzioni di quante necessarie per seguire le mie prescrizioni, perché ho dovuto cedere all’economia. È un azzardo ha detto Conte, sta a tutti noi far sì che non torni la tragedia. Se non fai più di quello che ti chiedo corri grossi rischi. È la prima volta che il Governo deflette dalla linea che si era imposto da quel fatidico 21 febbraio. I risultati fra 15/20 gg. Regioni-Stato 4 a 0.

C’è un altro pensiero che spesso mi torna in testa. Vi ricordate a gennaio? Guardavamo distrattamente una città lontanissima, di 11 milioni di abitanti, mai sentita prima, trasformata in un immenso ospedale dove la gente moriva a grappoli, dove la gente era obbligata a stare in casa. I soliti cinesi che mangiano topi e pipistrelli, disse qualcuno; roba impensabile da noi.
Poi due turisti cinesi si ammalarono a Roma e cominciammo a guardare con sospetto tutti i cinesi che, nello stivale italico, son parecchi. Sì giunse anche alle mani, qualche cinese fu picchiato per il solo fatto di esser cinese. Ma la cosa non riguardava noi italiani, qui siamo al sicuro, dicevamo, gli unici due malati, cinesi, mica italiani, sono chiusi in ospedale, continuiamo a goderci la vita.
La mia vita cambiò pochissimi giorni dopo il 21 febbraio. Ero a New York e l’Italia è l’estrema periferia dell’impero; le notizie arrivano subito ma .non tutti le ascoltano. Ma…ma…ma le cose cominciarono a cambiare nei giorni successivi. Giravo come un turista nell’immenso melting pot della grande mela, ma…ma qualcosa cambiava. Diventavo sempre più cinese. Mi ero abituato alla piacevole accoglienza e simpatia suscitata fra la gente dal dichiararmi italiano. Sì, posso testimoniare che è vero. Essere italiano suscita simpatia nell’interlocutore, ma già dal 24/25 febbraio il sorriso del mio interlocutore americano lasciava il posto dapprima ad uno stupore, poi a un frettoloso saluto e ad un rapido passo indietro. Ero come un cinese in Italia appena in mese prima.
Il massimo fu raggiunto il 26 febbraio quando Trump in un “breaking news” volle rassicurare gli americani che il Coronavirus non sarebbe mai arrivato negli States e che sarebbe rimasto confinato in Cina e in Europa dove alcuni Stati se la stavano vedendo brutta, come l’Italia, verso la quale stava pensando di sospendere i voli. Ecco, io turista italiano ero diventato come l’untore cinese. Meno male che avevo l’aereo il giorno dopo. Passai le ultime 24 ore fra un grande museo e la casa che amorevolmente mi ospitava.
Ho fatto solo in tempo a vedere qualche stretta di mano abortita e ritirata, qualche passo indietro, aiutato dal fatto che, almeno, non ho quei tratti somatici caratteristici che, qui in Italia, ci facevano riconoscere subito i cinesi.
Mi è andata bene, ma ho fatto in tempo a veder spuntare qualche mascherina a New York.
Come sembra strano. La Cina ora è virus free, noi cominciamo a uscire dal guscio protettivo e New York è ancora nel pieno del buco nero, insieme a Paesi, come Russia e Brasile che, fino a 20 giorni fa godevano della loro fortuna di non essere stati toccati da questo essere tanto microscopico quanto pericoloso.
Non so che pensare. No, non penso alla ruota che gira, penso alla sofferenza di questo mondo egoista che, nel momento del bisogno ha bloccato respiratori e mascherine alla frontiera, anche appropriandosi di merce semplicemente in  transito, di Paesi che “prenotano” a suon di miliardi “tutte” le dosi del primo vaccino disponibile, di Stati che fanno a gara, qui in Europa, per diminuire l’entità del Fondo che deve servire a quegli Stati meno fortunati che di quei soldi hanno un disperato bisogno.
Ho paura che la morale di tutta questa pandemia sarà il motto “ME FIRST!!!”
Ma ho tanta voglia di sbagliare.

https://youtu.be/GW0bD8qcC5g

Quel giorno a New York. Come sembra lontano. Eppure son passati solo 79 giorni, o 78?
Era il 26 febbraio di quest’anno, il 2020. No, non successe nulla di particolare. Purché lo si giudichi con gli occhi di allora.
Mi sembra di vivere uno di quei film post-apocalittico, tipo “Io sono leggenda” o uno della serie “The Day After” o “The Day After Tomorrow” nei quali i protagonisti hanno ben chiaro in testa i luoghi come erano pochi mesi prima, vedono come sono ora, ma sanno che una grande cesura è avvenuta. 78 o 79 giorni e nulla è più come prima. Eppure vedo le immagini in TV: Times Square è identica, nessun grattacielo si è sbriciolato, vedo le classiche immagini dei tombini da cui sbuffa il vapore sotterraneo. Ma alle immagini in TV manca qualcosa di cui 78 (o 79?) giorni fa sentivo fortissima la presenza. Manca il tratto distintivo della Grande Mela, della città che non dorme mai. Manca la gente. Manca la folla che quel 26 febbraio mi avvolgeva, insieme sorridente e spedita, di corsa, in bici, in monopattino, sullo skateboard.
Ecco, la folla, la gente di New York è la cosa che più mi ha colpito
Sono abituato ad una città affollata, Roma, piena di turisti come New York. Ma la sensazione è completamente diversa. Non so perché a Roma la gente pare sempre incazzata, non ti sorride mai, se ti urta, ti manda pure affanculo; a New York il fiume di folla in movimento ti spinge a sincronizzarti con il flusso. Se c’è un contratto non manca mai il “Sorry..” ed un sorriso.
Ora questa folla gioiosa non c’è più, le strade deserte, orfane dei turisti, vedono qualche frettoloso passante che cerca il più vicino negozio di alimentari per ritirarsi subito all’interno dei palazzi. Sì, anche qui in Italia c’è stata la stessa roba: lockdown, mascherine e guanti di lattice (se li trovavi), uguale, ma diverso, la folla, il fiume di gente che si muove sta a New York come il Colosseo a Roma, è il suo simbolo, il suo tratto distintivo e vederla ora così in TV stringe il cuore.
Come nei film e romanzi post-apocalittici, chiudo gli occhi e ricordo quello che avvenne solo 78 (o 79?) giorni fa. Il bianconero di oggi si accende degli sfavillanti colori di una giornata di sole tiepido, inconsueta per febbraio.
E tornano alla mente le bianche spirali del Guggenheim Museum con una mostra sulle campagne e sul loro recupero, anche due sale dedicate al “modello Riace”. Sì, il nostro Riace con foto e video e cartelloni che spiegavano in modo entusiasta il melting pot creato da Mimmo Lucano, indicato ad esempio di riqualificazione di borghi spopolati dall’urbanizzazione.
E i ricordi proseguono  con la colorata Little Italy, con le inconfondibili insegne con nomi e prodotti nostrani, magari stroppiati dalle quarte quinte generazioni che dell’ Italia conoscono solo quello che vedono alla TV.
E, spesso, da un negozio dall’insegna italiana spunta un volto con gli occhi a mandorla.
Chinatown si sta mangiando Little Italy, magari conservandone le insegne che attirano turisti.
Il ricordo continua con l’hot dog e Coca-Cola mangiato e bevuta al sole si una panchina del Pier 17, dove gli antichi velieri del più vecchio porto di New York puntano con la prora i giganteschi grattacieli di vetro. Ma accanto, verso Fulton street potete trovare in uno dei vecchi magazzini in mattoncini rossi il nuovo negozio di scarpe di Sarah Jessica Parker. I vecchi dock sull’ East River sono diventati i nuovi luoghi cool di New York.
Mentre scrivo mi sto appassionando al gioco del ricordo. Sì, quel giorno a New York fui felice perché con i miei occhi vidi quel che avevo prima visto solo in TV: Greenwich Village. Sì, proprio come lo immaginavo, tanti giovani, seduti, sdraiati sull’erba: futuri manager, futuri imprenditori il cui scopo del momento era solo quello di mangiare, seduti nel parco, un pezzo di pizza in quella insolita giornata di sole tiepido.
Anche nel ricordo, ho nostalgia del flusso. L’ultimo ricordo di quel giorno a New York è la decisione di non prendere la metropolitana e farmi tutti i chilometri di Broadway Street facendomi portare dal flusso della folla, flusso che, nel ricordo, vorrei definire quasi gioioso, conscio di essere nell’ombelico del mondo.
Poi riapro gli occhi, scosso dalla sigla del TG e dalle notizie che da quell’ombelico vengono. La più importante città della più importante nazione del mondo sforna morti a migliaia e il trend è ancora in salita.
Le immagini mostrano Times Square deserta. Non reggo. Chiudo la TV e mi rifugio nel ricordo di quel giorno a New York sicuro che la folla, il suo flusso e il suo sorriso torneranno come quel giorno di febbraio 2020.

La folla, ora è solo nel ricordo. O qui

https://youtu.be/GW0bD8qcC5g

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