A Roma, oltre al più famoso Colosseo, il monumento più visitato al mondo, c’è un altro Colosseo, detto il Colosseo quadrato. È il palazzo della civiltà del lavoro, stupendo nelle sue linee semplici. Una armonia di rette e curve.

A Roma, oltre al più famoso Colosseo, il monumento più visitato al mondo, c’è un altro Colosseo, detto il Colosseo quadrato. È il palazzo della civiltà del lavoro, stupendo nelle sue linee semplici. Una armonia di rette e curve.

Sì, il Camino di Santiago chiama. Sono iniziati i preparativi.
Preparazione delle cose da portare (vediamo di stare sotto i 7 chili)
Scansione dei consigli dei peregrini sui vari gruppi FB dedicati al Cammino.
Approntamento di una una road map con i numeri telefonici di locande economiche in caso di pieno degli ostelli.
Ma la cosa più difficile è preparare io cervello ad un periodo lungo, in solitario, senza certezze se non quelle delle difficoltà. Ci avviciniamo al tramonto della vita: bisogna allenarsi.
Per un paio d’ore tappe farò il riassunto su WhatsApp, poi solo qui su https://sergioferraiolo.com

Uno dei punti chiave per la formazione del nuovo governo è l’approvazione o meno del disegno di legge costituzionale che riduce drasticamente il numero dei parlamentari.
Il disegno di legge attende solo l’ultima (la quarta) approvazione dall’Aula della Camera ove è calendarizzata per il 9 settembre.
Il Disegno di legge (n. 214 al Senato e n.1585 alla Camera) prevede (qui il testo) che il numero dei deputati scenda da 630 a 400 ed il numero dei senatori da 315 a 200.
La motivazione, posta dai presentatori, a base della proposta è la seguente: “Coerentemente con quanto previsto dal programma di governo, si intende pertanto riportare al centro del dibattito parlamentare il tema della riduzione del numero dei parlamentari, con il duplice obiettivo di aumentare l’efficienza e la produttività delle Camere e, al contempo, di razionalizzare la spesa pubblica. In tal modo, inoltre, l’Italia potrà allinearsi agli altri Paesi europei, che hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitato.”
Quindi efficienza e riduzione della spesa, ma a scapito della funzione più importante, direi quasi sacra, della rappresentatività del popolo italiano.
Beh, io non sono per nulla d’accordo e vi spiego perché.
Riduzione della spesa: ben poca cosa. Si ridurrebbe solo la spesa per gli stipendi dei parlamentari, una goccia nel mare dei costi della politica. Non si ridurrebbero i costi delle strutture del Parlamento che rimarrebbero identiche. Pensate voi che si licenzierebbero funzionari, commessi o si ridurrebbero gli Uffici solo perché sono diminuiti i parlamentari? Non penso proprio.
Efficienza: l’efficienza del Parlamento è bassa, lo sappiamo, ma la colpa non è certo nel numero dei parlamentari, bensì va ricercata nei regolamenti delle due Camere. Un esempio? Come sapete i disegni di legge vanno prima discussi delle Commissioni parlamentari competenti per materia e, poi, una volta approvate da queste Commissioni, affrontano di nuovo l’iter di approvazione in Aula con, ancora una volta, proposizione di emendamenti, discussione etc.
I lavori fra Aula e Commissioni non sono coordinati: capita spesso che le Commissioni (formate dagli stessi parlamentari che potrebbero o dovrebbero esser presenti in Aula) lavorino in contemporanea con l’Aula o che i lavori delle Commissioni debbano essere interrotti per il contemporaneo succedersi di votazioni in Aula. Sarebbe più facile organizzare il lavoro per sessioni. Ad esempio, nelle prime tre settimane del mese si riuniscono solo le Commissione, nell’ultima solo l’Aula. Il contrasto svanirebbe nel nulla.
Oppure, un’altra proposta semplice semplice per aumentare l’efficienza: il disegno di legge viene discusso ed approvato in Commissione di merito (ove, si presume, siedano parlamentari competenti nella materia trattata) e l’Aula sarà chiamata solo ad approvarla o a bocciarla senza iniziare di nuovo il percorso di merito.
Quindi non è il numero dei parlamentari ad intralciare il lavoro, bensì i regolamenti delle Camere.
Anche il confronto, tanto sbandierato, con gli altri Paesi europei non dà cifre molto dissimili: In virtù della Costituzione attuale, in Italia abbiamo 945 parlamentari, di cui 630 deputati e 315 senatori. A questi, in realtà, vanno aggiunti i senatori a vita (al massimo 5) e i senatori di diritto a vita, cioè i presidenti emeriti della Repubblica e quelli nominati dal Presidente della Repubblica. Ciò significa che, senza includere nel calcolo i senatori a vita, nel nostro Paese abbiamo 1,6 membri del Parlamento per ogni 100mila abitanti.
In Francia per ogni 100mila abitanti ci sono 1,4 parlamentari, in Germania 0,9, in Spagna 1,3 e in Polonia 1,4. In numeri assoluti, a fronte dei nostri 945 parlamentari, il Parlamento tedesco contempla 699 membri e quello francese 925.
Cifre, quindi, simili. Anche se bisogna considerare che la Germania è uno Stato federale ed ogni Land ha già il suo Parlamento. Discorso analogo per un altro esempio preso a modello da chi vuole ridurre i Parlamentari: gli USA. Negli Stati Uniti d’America, il Senato è composto da 200 membri e la Camera dei rappresentanti da un massimo di 435 membri. Anche gli Stati uniti sono uno stato federale con i suoi propri organi di governo e le due Camere sono chiamate ad esprimersi solo su limitati argomenti.
La nota negativa, troppo negativa, che la riduzione del numero dei parlamentari pone è la drastica caduta di rappresentatività del Parlamento. E la rappresentatività de popolo italiano è la massima funzione del Parlamento sancita dall’art.1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Ossia tramite il Parlamento.
Ed il Parlamento DEVE essere il più rappresentativo possibile. In Italia, gli elettori per la Camera, alle ultime politiche erano 46.505.350. Quindi un deputato alla Camera ogni 73.818 elettori. Sempre alle ultime politiche de 2018, gli elettori per il Senato (età maggiore di 25 anni) erano 42.780.033, quindi un senatore ogni 135.809 elettori.
Ora, in un Paese che si rispetti, il candidato deve raccogliere, con l’aiuto del suo partito, il consenso del maggior numero di elettori, per cui, prima di tutto, deve farsi conoscere dal maggior numero possibile di persone.
Se la riforma proposta andasse in porto ci sarebbe un deputato ogni 116.263 elettori ed un senatore ogni 213.900 elettori.
Il mio ragionamento sarà pure una grande semplificazione, perché esistono le circoscrizioni, i collegi etc., ma il risultato ed il senso del ragionamento non cambia. Pensate voi sia più facile per un candidato alla Camera farsi conoscere da 73.818 elettori o da 116.263 elettori?
E’ chiaro che, per il singolo candidato, l’impresa si fa molto più difficile ed aumenta a dismisura il ruolo del Partito che, con la sua organizzazione sul territorio, può facilmente supportare un candidato piuttosto che un altro. E’ poi facilissimo da comprendere che questa riforma sbarra la strada a qualsiasi candidato indipendente.
Se, poi, come purtroppo succede ora, le liste sono bloccate, senza voto di preferenza, ben si comprende come, riducendo il numero dei parlamentari non si persegue il disegno di razionalizzarne il lavoro e di ridurre le spese, bensì di aumentare a dismisura il ruolo e l’importanza dei partiti politici.
Questo è il vero effetto della riforma proposta dal cosiddetto Governo del Cambiamento: aumentare a dismisura il potere dei partiti sugli eletti, candidando e supportando solo quelli fedeli alla oligarchia dei segretari di partito.
Perdonatemi, ma io non ridurrei il numero dei parlamentari ed otterrei gli stessi risultati con una profonda revisione (a costo zero) dei regolamenti di Camera e Senato.
Ai partiti non la dò vinta.
Vediamo di capirci qualcosa e di capire se questa crisi di governo ha in senso o ancora non ce l’ha.
A dire il vero non è neppure una crisi di governo perché il Governo di Giuseppe Conte, bicolore fra Cinquestelle e Lega è nella pienezza dei poteri.
Oltre i litigi di Facebook e Twitter c’è solo una presentazione, da parte della Lega, di una mozione di sfiducia verso “il Governo presieduto dal prof. Giuseppe Conte”.
Richiesta un po’ tafazziana in quanto, visto che la Lega è parte del governo, diretta anche contro il partito presentatore della mozione di sfiducia.
Mozione che, comunque, non appare nelle convocazioni di Camera e Senato.
Il Senato è convocato martedì 20 agosto alle ore 15.00 per “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri”.
La Camera dei deputati è convocata mercoledì 21 agosto alle ore 11.00 per “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri sulla situazione politica”.
Cosa comunicherà Conte martedì o mercoledì?
Probabilmente la sua intenzione di salire al Colle per dimettersi.
Solo in tal caso potrà parlarsi di crisi di Governo.
Se la intesterà Conte, visto che, almeno formalmente, la mozione di sfiducia non verrà neppure discussa.
Nel caso di dimissioni formali la parola passa a Mattarella che ha tre opzioni:
1) Rinviare Conte al Parlamento per fare votare la fiducia o la sfiducia al Governo. Ma non penso che questa sia la scelta perché potrebbe verificarsi la ipotesi che parte della vecchia maggioranza (Lega) voti la sfiducia e parte della vecchia opposizione sia costretta a votarla per poi governare insieme (PD).
2) Accogliere le dimissioni e sciogliere le Camere
3) Accettare le dimissioni e esplorare la situazione dando mandato a Mr.X di esplorare la situazione per vedere se esiste, in questa legislatura, una maggioranza in grado di dare la fiducia ad un Governo.
Questa è la ipotesi più probabile, ammesso che in questo guazzabuglio sia ancora possibile formulare una previsione.
Se Mattarella persegue questa scelta Mr. X potrà ottenere la fiducia e governare o non ottenerla ed allora le nuove elezioni saranno la strada obbligata.
In tal caso sarà Mr.X a gestire le elezioni e lo scioglimento delle Camere travolgerà anche la legge costituzionale di riduzione dei Parlamentari cara ai Cinquestelle che è calendarizzata alla Camera per il 9 settembre.
I Cinquestelle hanno ripetutamente affermato che intendono anticiparne la discussione al 21 agosto.
Sarà possibile?
Molto difficile se Conte martedì si dimette. Di solito, appena formalizzate le dimissioni le Camere vengono sconvocate e riconvocate solo per atti urgenti come approvazione dei decreti legge.
Nessun problema alla approvazione della legge tagliaparlamentari, invece, se domani Conte non si dimette.
Già, ma se non si dimette, che succede? Se si limita a stigmatizzare i problemi sorti con la Lega? La Lega ritirerebbe la mozione di sfiducia e il teatrino proseguirebbe come prima, con grande scorno di quella parte del PD che sostiene l’accordo con i grillini.
Insomma, quasi sicuramente la mozione di sfiducia che ha dato origine a questa “pre-crisi” non verrà discussa nè votata.
Ma come si mette con la probabile vera crisi di governo, un governo PD-Cinquestelle e la proposta di legge tagliaparlamentari?
Se Conte domani si dimette, i Cinquestelle senz’altro vorranno anticipare la discussione della proposta. C’è bisogno di una riunione dei Capigruppo per variare il calendario e la Capigruppo decide all’unanimità. Quali sono gli schieramenti? I numeri dei partiti alla Camera li trovate in un post di qualche fa.
Non è facile, purtroppo, prevedere – con governo dimissionario ma in carica per gli affari correnti e una possibile nuova maggioranza – come si comporteranno i deputati chiamati a votare una legge che limita di molto le possibilità di rielezione.
Secondo me lo spettacolo non è finito.
Oggi Salvini, dopo che ieri sera a Pescara aveva invocato dal suo popolo “i pieni poteri”, ha presentato al Senato una mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Già è strano che un membro del Governo presenti una mozione di sfiducia al proprio Presidente (che, se approvata, travolge tutto il Governo quindi, masochisticamente, anche sé stesso), ma lo scopo qual è?
Probabilmente, visto che Conte non intende dimettersi senza “parlamentizzare” la crisi, ossia senza un ritiro esplicito della fiducia che il Parlamento gli diede il 5 e 6 giugno 2018, Salvini intende impegnare il Parlamento a tale revoca.
Quasi sicuramente ci riuscirà, visto che, sommando i voti dei suoi senatori con quelli dell’opposizione che ha sempre chiesto le dimissioni del Governo, i numeri ce li ha.
Ma questo lo leggete sui giornali.
Vorrei solo attirare la vostra attenzione su alcuni aspetti fin ora trascurati.
Le c.d. opposizioni fin ora hanno sempre votato contro il Governo, non contro Conte. In particolare il PD (51 senatori) e alcuni del Misto (15 senatori) a Questi numeri bisogna ovviamente aggiungere i 107 senatori del Movimento Cinquestelle.
Giuseppe Conte ha un alto grado di popolarità e fiducia, (58%) ben superiore a quello del più strutturato Salvini (54%) e del più sprovveduto Di Maio (34%). Insomma, il Carneade Conte, pian piano, si è conquistato un posto rilevante, oserei dire bipartisan, nella fiducia degli italiani.
Un altro fatto da considerare è la comprensibile voglia dei parlamentari di non andare a casa. Con la previsione di una mezza rivoluzione, solo i parlamentari leghisti sarebbero abbastanza sicuri di una loro rielezione. Non penso proprio che i senatori voteranno a cuor leggero una sfiducia che aprirebbe le porte alle elezioni e al loro addio al Parlamento.
Bisogna considerare anche la situazione di due ex-grandi partiti, il PD e Forza Italia che, ad onta delle bellicose dichiarazioni dei leader, certo non sono pronti ad una campagna elettorale, dilaniati l’uno da una scissione in fieri, l’altro da una scissione conclamata: per ambedue i partiti le elezioni anticipate saranno un tragico appuntamento.
Berlusconi è poi così sicuro che Salvini lo vorrà come partner di Governo?
Che dire dei Cinquestelle? Sanno perfettamente che un passaggio elettorale sarà un taglio pesantissimo alla loro compagine parlamentare.
Analogo discorso si può fare per le schegge della sinistra che i sondaggi condannano senza appello ad un risultato inferiore alla soglia di sbarramento.
Salvini comincia a fare paura con le sue dichiarazioni razziste e fomentatrici d’odio, per i suoi comportamenti che ricordano ormai troppo da vicino quelli di un leader della prima metà del secolo scorso, per i suoi programmi anti europei e anti euro, per i suoi “supposti” amici di Visegrad. Dico supposti perché mai gli hanno dato una mano.
Beh, avrete capito dove voglio andare a parare: visto che il Governo giallo verde non c’è più, potrebbe essere possibile una “santa alleanza” contro Salvini. I numeri ci sarebbero.
Risultato: un Conte-bis, sostenuto dai volenterosi che avrebbe una vita molto lunga, visto che se il 9 settembre viene approvata definitivamente la legge costituzionale sul taglio dei parlamentari (clicca qui per saperne di più) di elezioni, complice il possibile referendum confermativo, prima del 20 agosto 2020, non se ne potrà parlare e, fino ad allora….. è come buttare il pallone in tribuna.
Qui sotto i numeri dei gruppi parlamentari di Senato e Camera: divertitevi a fare un po’ di conti.
Ah, intanto lo Spread vola: alle 12.30 del 9 agosto è balzato a 238 punti, 25 in più di ieri sera e stasera attendiamo il giudizio dell’agenzia di rating FITCH. La Borsa è a -2,38%


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