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La Corte Suprema americana vieta l’aborto!!!!”. Questo è il titolo che campeggia sui giornali di tutto il mondo. Biden dice che la decisione è devastante. AOC [Alexandria Ocasio-Cortez], la pasionaria della sinistra, ha chiesto al presidente americano di aprire “immediatamente cliniche per l’aborto su terreni federali negli Stati repubblicani che imporranno il divieto“. Insomma un putiferio.

Ma la Corte suprema in realtà ha fatto molto peggio: ribaltando la sentenza Roe contro Wade del 1973, ha risposto alle istanze dei conservatori che ritengono l’aborto un omicidio premeditato a danno di un minore ovvero, data la dimensione del fenomeno, una strage organizzata degli innocenti, tanto che l’ex Presidente Trump ha dichiarato che “è stata la mano di Dio!” a guidare i giudici della Corte suprema.

Dicevo che la Corte Suprema ha fatto di peggio, ha fatto come Ponzio Pilato, se ne è lavata le mani. Non ci rompete più le scatole, hanno detto in sostanza, l’aborto non è garantito dalla Costituzione, quindi siano i singoli Stati a decidere se equiparare l’aborto all’omicidio [premeditato e di “minore”].

Dovete sapere che in USA non sempre la competenza a indagare e giudicare sui casi di omicidio appartiene ai singoli Stati. Alcuni reati, fra i quali alcuni gravi casi di omicidio, appartengono alla giurisdizione federale fra i quali omicidio di agente CIA o DEA o di altre agenzie federali, omicidio di membri del Congresso, ma anche (chissà perché?) distruzione di velivoli, omicidi commessi nei parchi o lungo le autostrade o in piattaforme marittime o durante la navigazione o relativo a sfruttamento dei bambini.

L’elenco, (completo cliccando qui) appare comprendere gli omicidi più gravi sottraendoli alla giurisdizione dei singoli Stati ed attribuendoli all’FBI e ai giudici federali.

L’aborto, nonostante l’urlo dei conservatori che il reato sia gravissimo perché è un omicidio premeditato a carico di chi non si può difendere e che sia in atto una strage di bambini uccisi nel ventre materno, è stato “derubricato” a reato comune, per il quale 50 Stati diversi potranno, ad onta di una unica fattispecie, decidere 50 modalità di prosecuzione, 50 tipologie di processo, 50 pene diverse, dalla non punibilità alla pena capitale.

Mi sembra un po’ contraddittorio tutto ciò.

Ma l’America (o quello che ne resta) ci ha abituato a queste sue continue contraddizioni.

Prendiamo lo scabroso tema del razzismo e della criminalità in cui sono coinvolti neri.

Lo schema è il solito: un nero viene ucciso da un bianco (meglio se è poliziotto) e si scatenano le violenze.

Per non andare troppo lontano, ricordiamo il sacco di Baltimora conseguente alla morte di Freddie Carlos Gray jr., arrestato il 12 aprile 2015 perché trovato in possesso di un coltello e deceduto in seguito alle botte ricevute durante il trasporto alla stazione di polizia. Numerosissimi negozi svaligiati, polizia impotente, eppure la colpa viene data più alla condizione di sottoproletariato che ai singoli criminali che hanno svaligiato negozi.

Fa notizia la morte, nel 2021, di 18 neri disarmati arrestati dalla polizia in tutti gli USA, mentre viene passata quasi sotto silenzio che l’anno precedente erano stati uccisi 9941 neri per la stragrande maggioranza uccisi da perone del loro stesso gruppo etnico [fonte: F.Rampini: Suicidio Occidentale]. Praticamente c’è un tabù nel raccontare la violenza Black on Black.

Manifestazioni molto violente anche dopo l’orrenda uccisione di George Floyd il 25 maggio 2020. L’efferato delitto porta a giorni e giorni di violente manifestazioni e saccheggi che non hanno colpito solo gli eleganti negozi dove i bianchi fanno shopping, ma anche il Bronx dove risiede un’alta percentuale di afroamericani e dove gli stessi negozi sono di proprietà di neri.

Eppure queste violenze criminali sono state, se non giustificate, comprese dall’opinione pubblica democratica che così sfoga il proprio senso di colpa. Un esempio viene da Nikole Hannah-Jones, stella del giornalismo Black e premio Pulitzer che, intervistata sulle violenze, afferma “Certo che mi disturba vedere persone che assaltano negozi e rubano ma distruggere le proprietà altrui non è violenza, perché la proprietà può essere sostituita. I saccheggi non sono violenza, sono un reato contro la proprietà privata. Il saccheggio consente ai neri di approvvigionarsi di beni di consumo che il bianco compra usando il portafoglio”. La vecchia spesa proletaria, insomma. Strano discorso per un Paese che si vanta di dare un’opportunità a tutti di conquistare l’American dream!.

Eppure la Polizia fa ben poco per la repressione: nonostante l’arresto e, poi, l’esemplare condanna agli autori dell’omicidio di George Floyd, il grido che si leva dalle piazze fu “defunding Police” (togliere i fondi alla Polizia), slogan abbracciato anche dalla Ocasio-Cortez. Il senso di colpa, provocato dalla convinzione che tutte le violenze avevano come comune origine la schiavitù e il razzismo, provoca, nel 2020, un aumento del 30% degli omicidi in tutta l’America.

E qui tocchiamo il punto più caldo dell’involuzione dell’America odierna: la riscrittura della storia. Ne ho già parlato in due precedenti post “La Storia può essere cancellata. E spesso lo è stata”.  E “Non guardiamo ieri con gli occhi di oggi” e ne ho trovato la conferma sia nel già citato libro di Federico Rampini “Suicidio Occidentale” sia nelle affermazioni di, anche lei già citata, Nikole Hannah Jones che, nel 2019, ha lanciato un progetto per cambiare radicalmente il modo in cui veniva considerata la schiavitù negli Stati Uniti, in occasione del 400° anniversario dell’arrivo dei primi africani in Virginia. Hannah-Jones ha prodotto una serie di articoli per un numero speciale del New York Times Magazine intitolato The 1619 Project. L’iniziativa e mira a riformulare la storia del paese ponendo le conseguenze della schiavitù e i contributi dei neri americani al centro della nostra narrativa nazionale“. Il progetto prevede saggi di vari scrittori e accademici, tra cui lo storico di Princeton Kevin M. Kruse, l’avvocato di formazione ad Harvard Bryan Stevenson, il sociologo di Princeton Matthew Desmond e la storica del SUNY Anne Bailey. Nel saggio di apertura, Hannah-Jones ha scritto “Nessun aspetto del Paese che si sarebbe formato è scevro dagli anni di schiavitù che seguirono“.

Nel 2020, Hannah-Jones ha vinto un Premio Pulitzer per i commenti per il suo lavoro sul progetto 1619. La motivazione ha citato il suo “saggio ampio, provocatorio e personale per l’innovativo Progetto 1619, che cerca di porre la riduzione in schiavitù degli africani al centro della storia dell’America, stimolando il dibattito pubblico sulla fondazione e l’evoluzione della nazione” Il suo articolo è stato criticato dagli storici Gordon S. Wood e Leslie M. Harris, in particolare per aver affermato che “uno dei motivi principali per cui i coloni decisero di dichiarare la loro indipendenza dalla Gran Bretagna era perché volevano proteggere l’istituzione della schiavitù“. Si è anche discusso se il progetto suggerisse che la nazione fosse stata fondata nel 1619 con l’arrivo degli africani ridotti in schiavitù piuttosto che nel 1776 con la Dichiarazione di Indipendenza. Parlando con l’opinionista del New York Times Bret Stephens, Hannah-Jones ha affermato che il suggerimento di considerare il 1619 come un punto di partenza per interpretare la storia degli Stati Uniti è sempre stato così evidentemente metaforico che era ovvio.

Da qui nasce il “senso di colpa” che pervade gli americani, o, almeno, quelli che votano il partito democratico.

Un senso di colpa che viene instillato anche nelle nuove generazioni, per cui non è difficile che qualche aspirante star, in un qualsiasi campo, politico o dello spettacolo, si “inventi” origini di minoranze oppresse, neri o nativi, perché il favore che accompagna queste categorie spesso può dare la spinta giusta ad una carriera.

Non c’è dubbio che la schiavitù sia stata una orribile macchia nella storia degli Stati Uniti d’America, soprattutto perché, sebbene la tratta degli schiavi fosse stata formalmente abolita nel 1807, continuò fino al 1865 [fine della guerra civile] con l’approvazione del 13° emendamento alla Costituzione, quando la maggior parte degli Stati europei l’aveva già abolita da un bel pezzo.

Come dicevo, il senso di colpa rimane e ha portato ad eccessi incomprensibili per una mente europea e a contraddizioni notevoli.

Per esempio si abbattono le statue di Cristoforo Colombo, disconoscendo i meriti di navigatore e ricordando solo che egli – fra le altre cose – portò schiavi da una parte all’altra dell’Atlantico. Questo discorso potrebbe essere accettato [la tratta è un grosso reato, ma lo è oggi]: senza voler tornare indietro agli imperi romani, greci ed egiziani costruiti letteralmente sugli schiavi, alla fine del 1400 la schiavitù era pratica corrente per assicurarsi mano d’opera a basso prezzo. Allora non c’era la consapevolezza di stare commettendo una azione esecrabile. Anche la Chiesa considerava i nativi sudamericani e africani come non umani ed esseri senza anima e tollerava la schiavitù.

Protestors topple a statue of Christopher Columbus during a demonstration against government in Barranquilla, Colombia on June 28, 2021. (Photo by Mery Grandos Herrera / AFP)

La logica vorrebbe che si insegnasse oggi quanto fosse errato il concetto di disuguaglianza fra gli esseri umani. Ma no, gli americani, nel loro furore iconoclasta, distruggono – forse per lavarsi la coscienza – ogni simbolo che possa ricordare le passate leggi razziste. Se distruggete i simboli, come farete ad indicare che quel simbolo celebrava qualcosa che oggi si ripudia?

Ho parlato di contraddizioni e ce ne è una lampante: gli americani vogliono cancellare ogni simbolo che ricordi la schiavitù, aboliscono il Columbus Day, ma nulla dicono su due simboli di schiavisti che hanno in mano tutti i giorni: sulla banconote da un dollaro c’è l’effige di George Washington e sulla banconota da due dollari c’è è l’effige di Thomas Jefferson, due Presidenti ma anche due famosi schiavisti.

Gli americani celebrano Abramo Lincoln come chi abolì la schiavitù, ma dimenticano che lo fece per mero calcolo politico. Riporto una frase del suo discorso di insediamento del 1861:” «Sembra esserci una certa apprensione tra la gente del Sud riguardo al fatto che con il sopraggiungere di un’amministrazione repubblicana le loro proprietà e la loro pace e sicurezza personale saranno messe in pericolo; ma in realtà non c’è mai stato alcun motivo ragionevole per avere tale preoccupazione. In effetti, la prova più ampia del contrario è sempre esistita ed è sempre stata disponibile al loro controllo. Essa si può ritrovare in quasi tutti i discorsi pubblicati di colui che ora si rivolge a voi. Non faccio altro che citare uno di quei discorsi quando dichiaro che “non ho alcuna intenzione, direttamente o indirettamente, di interferire con l’istituzione della schiavitù negli Stati in cui essa esiste. Credo di non avere alcun diritto legale per poterlo fare e non ho d’altra parte neppure alcuna inclinazione a farlo”

Ma spinto dal Partito e nell’intenzione di ottenere un appoggio politico corale alla sua azione, il 6 agosto 1861 firmò l’atto di confisca che autorizzava i procuratori giudiziari a catturare prima e a rendere liberi poi tutti gli schiavi (ma solo quelli) che erano usati per sostenere lo sforzo bellico confederato.

Non mi pare, poi che il furore iconoclasta si sia scagliato contro il monte Rushmore, dove sono scolpiti i volti di quattro presidenti George Washington (1732-1799), Thomas Jefferson (1743-1826), Theodore Roosevelt (1858-1919), Abramo Lincoln (1809-1865)[, tre presidenti che usufruirono o tollerarono la schiavitù e Roosevelt, di cui la statua equestre davanti al museo di Storia naturale è stata rimossa perché simboleggiava la supremazia dell’uomo bianco.

Contraddizioni, dicevo e contraddizioni anche in politica. All’atto della sua elezione Biden affermò che avrebbe rotto i ponti con la politica “bilaterale” di Trump, tornando al multilateralismo e alla piena collaborazione con gli alleati europei. Beh, proprio nel momento in cui in Europa si fa strada una riflessione sugli effetti delle sanzioni a Mosca e della fornitura di armi pesanti a Zelensky, Biden, senza consultare gli alleati promette all’Ucraina armi sempre più sofisticate, avvalorando la tesi che quella in Ucraina non sia una guerra di resistenza, bensì una guerra, sia pure per procura, contro la Russia. La fuga dall’Afghanistan e il non intervento in favore della popolazione massacrata nello Yemen son già dimenticate.

Quello che rimprovero agli americani è la loro pretesa di possedere la verità assoluta: quello che va bene per l’America, deve andare bene per gli altri; quello che è il pensiero dominante degli americani deve essere il pensiero dominante universale. Se Colombo deve essere ricordato solo come schiavista, questo è il marchio che deve avere in tutto il mondo.

Altro esempio è quello dell’estremo politically correct iniziato forse con il #MeToo, nato nel 2017 per combattere – giustamente – le molestie sessuali, spesso impunite o non portate alla luce. Solo che, ormai, basta dire una parola (da loro, non dal codice) considerata non dico sbagliata, ma solamente non consona, che il “presunto colpevole” venga crocifisso e condannato prima ancora che inizi il processo che può anche concludersi con una assoluzione e la condanna dell’accusatrice, vedi il processo contro Johnny Depp conclusosi con la condanna dell’ex-moglie, ma solo dopo che l’attore era stato condannato dai media per violenza.

D’altronde gli americani sono fra i popoli “occidentali” quelli che viaggiano di meno, solo la metà di essi possiede un passaporto, e non viaggiare significa avere una conoscenza del mondo esterno mediata solo dalla TV e dai giornali, come da noi, ampiamente schierati e politicizzati.

Ho idea che gli Americani non siano, poi, molto cambiati dai tanto celebrati Padri pellegrini che sbarcarono in Massachusetts nel 1620 con il Mayflower e che diffusero la cultura puritana che ancora oggi permea l’America. Mentre gli americani ricordano e celebrano ogni anno con il giorno del ringraziamento, non vennero nel nuovo mondo di loro spontanea volontà e per diffondere il Verbo, ma perché “cacciati” dall’Inghilterra in seguito alla scissione dalla Chiesa anglicana.

Però, però – in fondo – ammiro gli americani e la loro nazione: la loro democrazia è la più forte, permettendole di resistere – senza danni apparenti – finanche ad un colpo di stato organizzato da un Presidente ancora in carica e ad un assalto armato al Congresso. Gli Stati uniti sono una fucina di idee in tutti i campi: le migliori idee negli spettacoli, nelle scienze, nella tecnica, da lì vengono e fanno scuola nel mondo.

Gli USA hanno quello che alla vecchia Europa manca: la capacità di rinnovarsi velocemente ed adattarsi alle nuove esigenze che la globalizzazione produce.

Negli ultimi anni hanno prodotto nuovi vaccini, nuove cure, nuovi software, forse, una intelligenza artificiale senziente.

Lì, chi vale, emerge.

Nel frattempo la vecchia Europa cosa ha prodotto? Una classe politica ingessata, fenomeni politici durati lo spazio del mattino come i Cinquestelle o i Gilet gialli, buoni solo ad essere “contro”, a proporre l’abolizione della povertà o l’abbassamento dell’età pensionabile senza pensare alle coperture.

Abbiamo forze politiche che, nel giro di una notta, per raccattare qualche voto in più, compiono contorsioni che neppure un artista da circo immagina.

Chissà, oltre alle magagne USA mi sono soffermato più sulla pagliuzza nell’occhio del vicino, dimenticando la trave nel mio.

Ma questa è un’altra storia.

Ma, oggi, 3 luglio 2022, c’è un’altra storia che mi convince sempre di più della follia collettiva degli americani. Cosa c’è di più finto di un film? La settima arte è la culla della finzione. Eppure ora in quella che fu l’America il dibattito è: è giusto che un doppiatore bianco dia la sua voce ad un attore di colore?

Pare che non sia giusto perché lede la sua essenza di persona afroamericana? Sono pazzi questi americani.

Qui un articolo sul tema https://www.ilpost.it/2020/08/02/personaggi-animazione-doppiaggio/?utm_medium=social&utm_source=facebook&utm_campaign=lancio

Io voto Emma Bonino e la sua lista +Europa perché non sopporto gli estremisti. Io voto Emma Bonino e la sua lista perché sono stanco di promesse mirabolanti che non verranno mai mantenute. Io voto Emma Bonino perché è una persona seria e competente. Io voto Emma Bonino perché è l’unica candidata che sia riuscita ad otto e mezzo dell’8 febbraio a zittire Sallusti.

Io voto Emma Bonino perché è sempre rimasta fedele ai suoi ideali di preminenza dei diritti civili. Io voto Emma Bonino perché lei e tutti quelli del partito radicale non sono mai stati inquisiti per malversazioni, turbativa d’asta, abuso di Ufficio, contiguità mafiose etc. Etc.

Io voto Emma Bonino perché ho letto il suo programma e mi piace. Più Europa, meno egoismi nazionalistici. Una Europa unita, quasi uno stato federale, come gli USA, il Canada, l’India, il Brasile, la Russia: un grande spazio comune dove unire le specialità e fornire opportunità ai cittadini.

Con il nostro immenso debito pubblico non possiamo permetterci di fare a meno dell’Europa. Vedi le occasioni sprecate con il Quantitative Easing che ha preservato il nostro spread e consentito di tenere bassi i tassi di interesse sui titoli di stato, risparmiando non pochi miliardi.

Io voto Emma Bonino perché ha pagato di persone le sue scelte. Si autodenunciò per procurato aborto, f u arrestata e, ora, la legge 194, che ha fatto drasticamente diminuire gli aborti, puntando sulla prevenzione, anche per merito suo, è legge dello Stato.

Tra il 1980 e il 1981, oltre a promuovere diverse campagne per i referendum e per i diritti civili nell’Europa dell’Est, comincia a lavorare per l’istituzione di una Corte Penale Internazionale, oggi arrivata a compimento.

Nel 1981 Emma Bonino promuove un appello contro lo sterminio per fame e contribuisce a fondare l’associazione Food and Disarmement International, con lo scopo di coordinare le attività e le iniziative d’informazione internazionale su questo fronte, di cui dopo qualche anno diventerà segretaria. In tale veste nel 1986 organizza un Convegno Internazionale che lancia il “Manifesto dei Capi di Stato contro lo sterminio per fame e in difesa del diritto alla vita e della vita del diritto”. Nello stesso anno, in occasione di un incontro ufficiale con papa Giovanni Paolo II, illustra in Vaticano le iniziative per combattere la fame.

Nel gennaio 1987 manifesta a Varsavia contro la dittatura comunista del generale Wojciech Jaruzelski e in favore di Solidarnosc. Viene arrestata ed espulsa dalla Polonia.

Nel 1989 diviene presidente del Partito Radicale Transnazionale, carica che ricopre fino al 1993.

Nel novembre 1990, per denunciare la legge degli USA che richiede la prescrizione medica per la vendita di siringhe, si fa arrestare a New York, mentre distribuisce siringhe sterili.

Nel maggio 1991 è la prima firmataria di una mozione che, dopo essere stata approvata dalla Camera dei deputati, impegna il governo ad impedire la proliferazione delle armi non convenzionali e in particolare delle mine antiuomo.

Nel 1993 promuove una campagna a favore dell’istituzione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, consegnando al Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali un appello firmato da 25 000 persone in tutto il mondo.

Nel 1993 è tra le persone che fondano Non c’è pace senza giustizia. Con tale associazione si dà l’obiettivo di sostenere l’attività del Tribunale ad hoc sulla ex Jugoslavia e di promuovere la creazione di una Corte Penale Internazionale permanente, competente ad accertare e giudicare nel mondo intero “i crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio”.

Sempre nel 1993 incontra il Dalai Lama e con lui tiene una conferenza stampa per il lancio di una mobilitazione per i diritti e la libertà del popolo tibetano e per la democrazia in Cina.

Nel suo incarico di Commissario europeo ha avuto le lodi di tutti. Mai chiacchierata come ministro delle Politiche europee, del Commercio internazionale, come Ministro degli Affari esteri nel Governo Letta.

 

È una persona competente, sicuramente la sua lista supererà, e di parecchio, il 3% ed eleggerà propri deputati e senatori. Una pattuglia di persone competenti che molto potrà fare in un Parlamento che si annuncia pieno di persone che hanno nessuna esperienza.

 

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