Archivio degli articoli con tag: Di Maio

Luigi Di Maio ha presentato le persone che, in caso di vittoria totale dei Cinquestelle, andranno a ricoprire – se il Parlamento darà loro la fiducia – l’incarico di ministri della Repubblica.

Nulla da eccepire a questa mossa. Oltre al sapore propagandistico, ha, però, il pregio di dire agli elettori: “Ecco, se votate per noi, questi saranno i ministri che avrete!”. Operazione trasparenza, niente da dire, ma veritiera solo se i Cinquestelle non dovranno affrontare le forche caudine di un governo di coalizione.

La “lista” la conoscete, i giornali, anche quelli on line ne hanno abbondantemente parlato, potete vedere qui, qui e qui.

Non voglio entrare nelle polemiche che hanno coinvolto la Giannetakis (“rea” di aver appoggiato la riforma costituzionale di Renzi) o Salvatore Giuliano (reo di aver sottoscritto l’appello a favore della “buona scuola” di Renzi). Le persone possono anche cambiare idea e cambiare casacca anche in casa Cinquestelle, come accusano sempre i grillini per gli altri partiti, anche se il grido di Giuliano “La scuola è con Lei, Presidente”, rivolto a Renzi si presta quantomeno ad ipotesi di doppio carpiato con giravolta.

Ma, dicevo, non è di questo che voglio scrivere. È del metodo adottato dai Cinquestelle nella scelta delle persone: praticamente tutti esterni al partito (pardon, al Movimento). Possibile che, al loro interno non abbiano trovato persone adatte e, per quello che scriverò fra poco, ci voleva veramente poco. E’ una implicita ammissione di debolezza e di incapacità a formare una classe politica.

 

La seconda perplessità deriva dalla “pochezza” delle persone prescelte. Saranno anche brave e oneste persone, non lo metto in dubbio, competenti nel loro campo. Ma governare è un’altra cosa, richiede una esperienza decisamente superiore.

Assumere la carica di ministro presuppone un bagaglio non solo di competenze e di esperienze, ma anche una rete di contatti a livello interno ed internazionale, visto che l’Italia in tale contesto internazionale è saldamente inserita.

Domenico Fioravanti sarà anche un campione olimpico di nuoto, una gloria dello sport italiano, una carriera sportiva costruita con tanti sacrifici, anteponendo la piscina alla vita privata, ma – perdonatemi – cosa volete che ne sappia delle trattative per portare un grande evento sportivo in Italia o dei finanziamenti necessari per dotare l’Italia di più infrastrutture sportive?

Andrea Roventini è un professore associato di Economia Politica alla Scuola Sant’Anna di Pisa, istituto di eccellenza senz’altro, ma è un professore e come tale, elabora teorie, senza sperimentarle sul campo.

Vogliamo mettere la differenza di bagaglio culturale, di esperienza e di relazioni che ha l’attuale ministro Pier Carlo Padoan? Dalla sua biografia leggo (la trovate qui) che è stato docente di Economia presso l’Università La Sapienza di Roma, il College of Europe di Bruges e Varsavia, l’Université Libre de Bruxelles, l’Università degli Studi di Urbino, quella di La Plata e l’Università di Tokyo;  che dal 2001 al 2005 è stato direttore esecutivo per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale con responsabilità su Grecia, Portogallo, San Marino, Albania e Timor Est; che dal 1º giugno 2007 al febbraio 2014 è stato vice segretario generale dell’OCSE, e il 1º dicembre 2009 ne diviene anche capo economista. Grazie a lui, finalmente l’Italia è uscita dalla stagnazione meritandosi a Davos, gli elogi dell’OCSE e del Fondo monetario internazionale. Un bel po’ di differenza con il candidato grillino, vero?

 

Chi mi conosce sa che ho maturato un bel po’ di esperienza accanto ai politici e attendendo ad incarichi nel settore legislativo. Credetemi, i peggiori ministri che ho conosciuto sono i professori universitari, innamorati delle loro teorie, belle, idealistiche, ma inapplicabili nella pratica.

 

Un altro esempio di visibile contrasto è nella scelta della candidata ad un Dicastero chiave come il Ministero dell’interno di Paola Giannettakis, definita come criminologa e collaboratrice della polizia dai media.

Ho letto il suo curriculum vitae, compilato da lei. E’ visibile cliccando qui: professore a contratto a Macerata, professore a contratto all’Aquila, professore straordinario alla link Campus University di Roma. Ha una lunghissima serie di master e diplomi. Esperienza sul campo non ne appare. Un’altra teorica.

Impietoso il confronto con curriculum sul campo di Marco Minniti, attuale ministro dell’interno. Dalla sua biografia (che potete trovare cliccando qui) leggo che, prima di assumere la carica di Ministro dell’interno, è stato sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio (governo D’Alema I e II), sottosegretario al Ministero della difesa (governo Amato II) e vice ministro dell’Interno (governo Prodi II), sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti nel governo Letta dal 17 maggio 2013 al 22 febbraio 2014 e nel governo Renzi dal 28 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016

Di esperienza e competenze ne ha parecchie.  Chi potrà essere un migliore interlocutore in Unione europea, al G7 e nei consessi internazionali dei leader del mondo? Minniti o la Giannettakis?

Chi dei due potrà discutere, nei frequenti incontri a porte chiuse, di migranti, rifugiati, ISIS e compagnia cantando?

 

Per la mia esperienza personale, vissuta in 40 anni di lavoro accanto a Ministri, sottosegretari, capi di Gabinetto, Capi Legislativi, politici e politicanti vari, vi posso assicurare che ho maturato la convinzione che i politichi devono fare i politici e i professori devono fare i professori.

 

La bravura di un politico si misura nella sua capacità di ascoltare i professori e le loro teorie ed interpretare sul campo quella scelta e reputata giusta.

La bravura del professore si misura nella sua capacità di spiegare al politico i risultati dei suoi studi e perché convenga orientare la politica in quel senso.

 

La scelta di Di Maio appare orientata ad un Governo tecnico che in Italia mai ha dato buona prova.

Beh, dal 5 marzo 2018 si potrà vedere, ma questa, come dice Corto Maltese, è un’altra storia

Ieri sera, 14 febbraio, in contemporanea sule reti TV, Renato Brunetta e Silvio Berlusconi hanno deliziato i telespettatori con l’uovo di Colombo, con la bacchetta magica della “FLAT TAX”.

 

L’idea della flat tax è ripresa anche dai Grillini.

E’ una risorsa, è una fregatura? Non lo so. Io cerco di spiegare a me stesso cosa ho capito.

Se ho capito bene, al posto dei 5 scaglioni IRPEF odierni, Berlusconi, Brunetta e Salvini, propongono di inserire una unica aliquota al 23%

 

Scaglioni odierni:

Scaglioni Foza Italia/Lega:

Unica aliquota: 23%.

 

Che l’aliquota sia del 23% l’ho ricavato dalle trasmissioni televisive perché nel programma depositato presso il ministero dell’interno si parla genericamente di una sola aliquota.

 

Io so cosa dice la nostra Costituzione all’articolo 53: ““Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”.

Cosa significa? Significa che se Pinco guadagna 100, pagherà, ad esempio, 20 di imposta (IRPEF), ma se Pallino guadagna 200, non pagherà 40, bensì 50. Ossia, man mano che sale il guadagno, l’imposta da pagare è più che proporzionale.

Questo è quello che dice la Costituzione.

Quindi, a meno di una riforma costituzionale, la flat tax, che progressiva non è, non potrà esistere.

Ma queste sono formalità. Vediamo se ho capito bene.

Nella proposta della Destra, chi ha un reddito fino a 15.000 euro continuerà a pagare il 23% del reddito al fisco.

Chi guadagna di più, vedrà ridursi l’aliquota marginale del 27%, del 38%, del 41%, del 43% al solo 23%!!!!!.

Ossia, i poveri pagheranno lo stesso, i ricchi di meno. Ci sarà un grosso ammanco nelle entrate fiscali.

Come sarà coperta? Ossia con quali maggiori entrate o minori spese si compenserà il minor gettito?

Per prima cosa Brunetta e Berlusconi dicono di voler abolire tutti gli “sconti”, ossia tutte le deduzioni e detrazioni oggi previste.

Infatti, come ognuno sa, abbiamo agevolazioni fiscali per la prima casa, per le  spese mediche, per i  carichi familiari, per i miglioramenti energetici, etc….

Ma queste agevolazioni valgono sia per chi guadagna poco sia per chi guadagna molto. Ci vuol poco a capire che 600 euro di spese dentistiche hanno un diverso peso per chi guadagna 15.000 euro l’anno e per chi ne guadagna 200.000.

Ma il mantra recitato da Belusconi & Company è un altro.

Se riduco le tasse a chi è più ricco ho due vantaggi:

  1. Diventa meno conveniente evadere il fisco, quindi avrò meno evasione fiscale.
  2. I quattrini non versati al fisco dai “ricchi” saranno reinvestiti nelle imprese con un miglioramento dell’occupazione.

 

Personalmente non ci credo. E’ una eventualità per “cittadini onesti”. Scommetto quanto volete che chi evade oggi cento, domani evaderà anche dieci e che i soldi risparmiati non prenderanno la via delle assunzioni o degli investimenti, bensì la via di Zurigo o delle Cayman.

 

Insomma, come si dice a Roma, è una sòla, i poveri pagheranno comunque, i ricchi di meno.

I GRILLINI CHE NON HANNO VERSATO PARTE DELLA LORO RETRIBUZIONE AL MICROCREDITO NON SONO NE’ LADRI NE’ CORROTTI. Non hanno commesso alcun crimine. Non erano vincolati da alcuna legge a versare quei soldi. Hanno solo rubato un sogno ai loro elettori. Il sogno di un movimento trasparente. Il sogno di un movimento che mantiene le promesse. Il sogno di un movimento che fa politica con meno soldi degli altri. Il sogno di un movimento vicino alla gente. Il sogno di un movimento diverso da tutti gli altri. E quando si infrangono, i sogni non tornano più.

Anche Berlusconi, come i Cinquestelle, annuncia di voler imporre agli eletti del suo partito il “vincolo di mandato”

E’ una emerita bufala. Anche se accettato dal candidato, questo vincolo è nullo perché contrario alla Costituzione. Infatti, l’articolo 67 della nostra Carta costituzionale recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato“.

Quindi anche se l’eletto che si è sottoposto al vincolo dovesse, nel corso della legislatura, cambiare partito, nulla dovrà a Berlusconi o ai Cinquestelle, a meno di un cambiamento della  Costituzione.

L’assenza di vincolo di mandato ha, però, una sua logica per la quale i nostri padri costituenti hanno previsto la “libertà” degli eletti..

Se il vincolo di mandato fosse vigente, il Parlamento sarebbe inutile e sarebbe inutile anche il Governo, perché ogni parlamentare sarebbe obbligato a votare solo ed esclusivamente le leggi proposte dal suo partito con il quale ha il vincolo di mandato. Al posto del Parlamento, basterebbe una piccola riunione dei segretari di partito per definire quali leggi proporre e votare.

Nella vita politica della nostra nazione conterebbe solo la volontà dei segretari di partito. Ma forse è questo che vogliono Borlusconi e i grillini.

Anche oggi abbiamo un Parlamento di nominati ma, almeno, essi non hanno l’obbligo giuridico di votare secondo il volere del segretario del Partito. Non voglio vivere in un Paese in cui la Carta fondamentale sancisce lo strapotere dei Partiti

Ricordo, infine, che l’unica norma costituzionale che riguarda direttamente i partiti politici è l’articolo 49, secondo il quale tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere “con metodo democratico” a determinare la politica nazionale.

Se siete d’accordo, condividete…

 

La vicenda, una fra le tante di questa stupida campagna elettorale, è nota.

Il Leader dei CinqueStelle, Luigi Di Maio, afferma che Gentiloni, entrando in campagna elettorale, viene meno al suo ruolo di garanzia e dovrebbe dimettersi da Presidente del Consiglio.

E perché? Il Presidente del Consiglio è espressione di un partito, o di una coalizione di partiti, quindi è “naturalmente” di parte. Non esercita funzioni di garanzia, anzi, Egli è chiamato proprio ad attuare  la politica scelta da qualla parte dello schieramento parlamentare che gli ha conferito la fiducia. E’, per definizione, un politico di parte.

Diverso è il caso del Presidente della Repubblica, supremo garante delle istituzioni che, certo, di parte non può essere. Oppure dei Presidenti di Camera e Senato che funzioni di garanzia ne hanno. Forse Di Maio doveva dirigere il tiro verso Grasso o la Boldrini … o verso se stesso, visto che è tutt’ora Vice Presidente della Camera dei Deputati.

 

 

sergioferraiolo

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