Archivio degli articoli con tag: Yval Noah Harari

 Tre giorni di “isolamento”. Passati in un lampo. No, non c’è ansia, non c’è paura, né fastidio. La mia vita non è cambiata di molto. Vivo solo e non lavoro più. In una città come Roma gli spostamenti sono difficili. Le uscite settimanali ci sono, anzi, c’erano, ma non certo ogni giorno: cinema, pizza, pilates, corsetta mattutina. No, tre giorni sono pochi per dire che sento sulla carne viva i morsi della mancanza della vita “precedente”. Vedremo cosa succederà fra un mese, due mesi, quando il ricordo della libertà perduta si farà più pregnante. I contatti con le persone care sono mantenuti: telefono, whatsapp, Skype suppliscono un po’ a quelli reali, considerando anche che forse ho più amici fuori Roma che a Roma e che, quindi i mezzi “elettronici” per me sono una normalità.

No, la sensazione più forte non è quella della solitudine o della privazione della libertà. Il pensiero, o la sensazione più forte è quella/o dello straniamento dalla realtà, come se ti avessero dato un forte pugno in faccia e non riesci ancora a connettere normalmente. Tante volte, in quella che, ormai chiamiamo tutti [e per noi terroni son passati solo tre giorni, figuriamoci per i codognesi o i lodigiani] la “vita precedente” quasi desideravamo un periodo di stasi, di “reset”, utile sia per mettere a posto i pensieri, ma anche per mettere a posto quei cassetti di quel mobile, fino ad ora usati solo come deposito dell’indifferenziata. L’abbiamo avuta, ma – parlo per me, ovviamente – non c’è la voglia, non c’è la volontà. Il pensiero resta fermo sull’immoto, su quella palla rossa con tanti tubercoli. Ecco, non è paura quella che questo virus mi ha inoculato, bensì un blocco del ragionare. I pensieri sono tanti e come impazziti: studio della curva dei contagiati per scoprirne il più lieve flesso verticale ascendente che possa segnalare un decremento della velocità di propagazione; lo studio dei provvedimenti che si susseguono giornalmente (si può andare a correre o no?), la spesa quotidiana, la fila come al tempo di guerra, ma non derivata dal penuria di prodotti, bensì dal non avvicinarsi troppo all’altro da me, i tentativi, abbastanza stupidi, di riconvertire i nostri acquisti dal fresco al durevole, la caccia alle mascherine, magari utili solo alla nostra ansia.

E i pensieri vanno anche a chi, meno fortunato di me, vive da solo da tre settimane (sembrano un secolo) l’incubo non solo di incontrare l’untore, di premunirsi per un eventuale incontro, ma soprattutto di averlo già incontrato, che Alien dentro di te sta crescendo, ora ancora silente, ma pronto, fra pochi giorni, a toglierti letteralmente il respiro, portarti alla morte come gli altri 1441 fino al oggi, e – soprattutto, il massimo dolore – a replicarsi all’interno di tuoi cari, dei tuoi affetti, sapendo che sei tu l’incolpevole colpevole.

Poi i flash cambiano, mutano: pensi all’inferno degli ospedali – per ora – del nord dove persone sane come te si stanno immolando coscientemente per comprimere il morbo e salvare vite umane, anche anziane e malandate ma che se non per propria volontà [sono sempre stato favorevole al suicidio assistito] hanno il diritto di vivere come il giovane. E questi medici, questi infermieri, come i tecnici inviati nel 1986 a Chernobyl, sanno che hanno poche possibilità di non covare Alien a loro volta, ma lo fanno perché devono farlo e vogliono  farlo, è la loro missione: teniamocelo stretto il nostro vituperato Servizio [mi piace proprio il nome “Servizio”] Sanitario nazionale che spreme la via dei medici, infermieri e operatori sanitari per restituirti alla vita e alla fine ti congeda con un sorriso senza pretendere un Euro.

E i flash vano agli altri Paesi come la Francia e la Germania che hanno avuto la fortuna di essere due settimane dietro di noi, eppure, immobili, hanno commesso lo stesso nostro errore di inerzia verso quanto succedeva in Cina: tanto il pericolo non è qui, non verrà qui, è altro da noi. Ora stano correndo ai ripari.

Il flash va all’ex Stato membro del Regno Unito che ha scelto un’altra strada, per noi aberrante: si cureranno solo i casi gravi, è meglio che tutti i cittadini britannici si ammalino per sviluppare la cd “immunità di gregge”, anche se il prezzo da pagare sarà altissimo, 400.000 morti nell’ipotesi più ottimistici. I forti sopravvivono, i deboli muoiono, la specie ne esce più forte. Malthus impera. Senza contare che l’immunità di gregge si raggiunge con il vaccino, oppure con la certezza, che non abbiamo, che chi si ammala non si ammalerà più.

I flash aumentano: i politici nostrani che – in dieci giorni – passano ripetutamente e più volte da “chiudere tutto ad aprire tutto”, dalla chiusura dei porti per il pericolo che i migranti portino malattie alla rabbia perché i “positivi e untori” italiani sono rifiutati dai porti di mezzo mondo. Oppure dalla dichiarazione orgogliosa e schifata della nostra superiorità igienica verso quei popoli che “tutti hanno visto mangiare topi vivi” alla gratitudine perché quel popolo è stato il primo e l’unico [non la Francia, né l’Ungheria, né la Polonia che hanno bloccato l’esportazione – in barba a tutti i dettami comunitari – di mascherine e apparecchiature elettromedicali] a fornirci concreto aiuto, non solo con mascherine e respiratori, ma anche con il prezioso plasma di persone guarite, utile per rafforzare le protezioni immunitarie dei nostri malati.

Ancora, i flash vanno all’Europa, la povera Europa sempre bistrattata ed accusata di inerzia che non ha molte colpe, visto che gli Stati membri, cioè anche noi, non le abbiamo mai dato competenze in merito alla tutela della salute pubblica. Ma l’Europa fa un autogol. Nella prima conferenza stampa, il capo della Banca europea pronuncia pochissime parole, l’esatto contrario del “what ever it takes” di Mario Draghi, che la tuttodenti Lagarde ha pronunciato: “non è compito della BCE chiudere gli spread”, il che ha provocato un -15% della borsa di Milano. Parole folli, ma il danno era fatto. Le smentite, l’inusuale postilla di smentita apposta al discorso ufficiale della Lagarde non sono serviti a risollevare la situazione, in barba al principio di solidarietà imposto dai Trattati UE agli Stati membri.

Gli occhi incollati ai talk show dove fanno passerella politici, scrittori attori e cd. esperti che, ovviamente, per distinguersi, dicono cose completamente diverse fra loro. Il ricordo rimane fisso sulle parole, sui gesti di chi ritengo il più competente. Il prof. Galli del Sacco di Milano che, però, è giudicato un menagramo. Perché? Perché – forse – dice verità sgradite. Ha lanciato l’allarme per il sud, il povero sud dove la desertificazione ospedaliera ha raggiunto il suo massimo, visto l’afflusso dalla Lombardia, zona maggiormente infetta, al sud di 1500 persone nella sola notte del 7/8 marzo. E per la faccia che ha fatto ieri, a otto e mezzo alla domanda della Gruber “lei teme, vero, che Milano possa diventare un focolaio?” Vedremo nei prossimi giorni.

E i flash aumentano: gli sconsiderati che, ad emergenza conclamata, quasi ballassero al suono dell’orchestrina del Titanic, spendevano il loro tempo in aperitivi, apericene e cene con amici e, poi, spaventati di essere infetti, sono corsi a rifugiarsi al sud, fra le braccia della mammà che non dice mai di no, a costo di ricevere l’Alien dal proprio amato figliolo e di trasmetterlo, come penitenza quaresimale, a tutti i conoscenti.

E, ancora, come a casa nostra, le giravolte dei politici stranieri, a cominciare dal Comandante in capo, il biondo Trump che in 24 ore è passato da “gli americani passeranno il Coronavirus senza neppure andare dal medico” alla proclamazione dello stato di emergenza nazionale che serve sì allo stanziamento dei fondi, ma anche all’avocazione presidenziale dei poteri dei Governatori e all’uso della Guardia Nazionale.

E i flash continuano. E vanno al popolo delle partite IVA, al popolo delle microimprese che ricevono come stipendio quello che l’impresa ricava. Se si ferma tutto si ferma anche il loro introito. E non sono numeri: sono figli da sfamare, bollette, affitti e mutui da pagare.

E il pensiero va anche ai lavoratori che DEVONO continuare ad andare in fabbrica, a costo di infettarsi; ed in fabbrica compendo anche la filiera – indispensabile – alimentare, intoccabile, che deve garantire agli altri, anche a quelli – come me – per cui l’unico disagio è la fila davanti al supermercato, d trovare gli agognati sofficini, lo yogurth della marca preferita e, chissà perché – ampia fornitura di carta igienica.

Non sono tutti, ma questi sono una gran parte de flash che mi ha tento fermo e immobile in questi tre giorni, incapace di formulare un progetto, un qualcosa di sensato da progettare e da fare in questi giorni.

Devo dire che non mi hanno impressionato molto i flash [sì sempre questo sostantivo: flash] quotidiani: tutti sui balconi a cantare qualcosa che i social avevano preannunciato.

Mi ha stupito molto di più lo spontaneo e quasi affettuoso saluto che ci si rivolge ora fra dirimpettai, molto diverso dalla frettolosa chiusura delle imposte susseguente ad un fortuito sguardo, come succedeva nei giorni passati.

Voglio uscire da questa inerzia, voglio uscire da questo baluginare di flash, come se vivessi in un videogioco.

Mi sono imposto una linea progettuale, limitata a quello che si po’ fare. Domani è domenica. Giusto il giorno per cucinare una torta salata rustica. Non l’ho mai cucinata, ma ci voglio provare. Voglio una sfida diversa dal coronavirus. Peccato che, venga buona o cattiva, non potrò condividerla con alcuno.

#Andràtutto bene, lo sento. Nelle curve odierne dei contagiati, ricoverati etc, dal Coronavirus, mi è sembrato di intravvedere un decremento della velocità di incremento del contagio. Vero? Falso? Illusione? Forse. Ma senza speranza, senza credere in qualcosa, l’Uomo, anche quello asettico descritto da Yuval Harari, è fottuto.

Buonanotte.

Argomenti alla moda sono il sovranismo, prima gli italiani, fuori lo straniero e speriamo di non arrivare di nuovo – dopo l’incubo nazista – a temi come la superiorità della nostra civiltà o, addirittura, della nostra razza.

C’è davvero chi crede a queste stupidaggini che vanno contro tutte le conquiste dei diritti dell’uomo dopo l’immenso bagno di sangue delle guerre del secolo scorso.

Ma non voglio parlare di temi etici, quanto di fatti di base, oggettivi: non solo nella vecchia Europa, ma anche nel mondo, anche se ci sono etnie diverse, ormai c’è una sola cultura, frutto dei continui rimescolamenti ed è impossibile ripristinare l’originaria cultura di un dato Paese.

Meglio di me può spiegarlo Yuval Noah Harari con il suo libro “Sapiens. Da animali a Dèi: breve storia dell’umanità.” Spero non se ne abbia a male se cito alcuni passi di un libro che mi sembra indispensabile leggere per capire un po’ come siamo fatti.

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All’alba dei tempi, in effetti:

“I Sapiens dividono istintivamente l’umanità in due parti, “noi” e “loro”. “Noi” siamo persone come te e me, che abbiamo in comune la lingua, la religione, i costumi. Ci sentiamo tutti responsabili gli uni degli altri, ma non responsabili di quanto accade a “loro”. Da “loro” siamo sempre stati distinti, a “loro” non dobbiamo niente. Non vogliamo vederli nel nostro territorio, e non ci importa un bel niente di ciò che può accadere nel loro territorio. Si può dire che “loro” sono a malapena degli esseri umani.”

Ma gli uomini – prima divisi in tribù isolate – cominciarono ad interagire, accumunate dai fattori di aggregazione come il danaro, il commercio, la religione. Alcune tribù – per i motivi più diversi – non si accontentarono di scambi, ma sopraffecero e conquistarono le altre. Da più di 6.000 anni assistiamo alle alterne e caduche vicende del vincitore sul vinto che – a sua volta – viene sconfitto da altra “tribù”. Le tribù si trasformarono in clan, i clan in regni, i regni in Stati, gli Stati in Imperi. Ma la vicenda non cambia. Dagli Ittiti che nel II millennio avanti Cristo conquistarono rapidamente tutta l’Anatolia ma che, altrettanto rapidamente scomparvero, all’impero romano che, dai fasti di Traiano (nato in Spagna)  o di Settimio Severo (nato nell’Africa da cui partono oggi i barconi), rapidamente collassò sotto la spinta di quelli sprezzantemente chiamati “barbari” e che oggi guidano l’economia dell’Europa. Dall’immenso impero britannico, che ora sopravvive solo nella memoria e nel Commonwealth, alla rapida e illusoria espansione del Terzo Reich.

Nel corso della storia – pensiamo al nostro Paese – le stesse regioni furono invase da più invasori, stratificando gli usi, i costumi, le leggi, le merci “importate con la forza”.

Continua Harari: “Nell’era moderna gli europei conquistarono gran parte del globo con la scusa di diffondere la superiore cultura occidentale. Ebbero un tale successo che gradualmente miliardi di persone adottarono molti aspetti importanti di quella cultura. Indiani, africani, arabi, cinesi e Maori impararono il francese, l’inglese e lo spagnolo. Cominciarono poi a credere nei diritti umani e nel principio di autodeterminazione e ad adottare ideologie occidentali quali il liberalismo, il capitalismo, il comunismo, il femminismo e il nazionalismo.

Durante il XX secolo, gruppi locali che avevano fatto propri certi valori occidentali cominciarono a rivendicare l’eguaglianza con i conquistatori europei, proprio in nome di quegli stessi valori. Molte lotte anticoloniali furono combattute sotto i vessilli dell’autodeterminazione, del socialismo e dei diritti umani, che erano tutti retaggi occidentali. Come gli Egizi, gli Iraniani e i Turchi avevano adottato la cultura imperiale ereditata dagli originari conquistatori arabi, così oggi indiani, africani e cinesi hanno accettato di mantenere molti aspetti della cultura imperiale propagata dai loro signori di un tempo, cercando di modellarla in armonia con le proprie necessità e tradizioni”.

“Pensate – continua Harari – al rapporto di amore-odio tra la Repubblica dell’India contemporanea e il Raj britannico (cioè il subcontinente indiano prima dell’indipendenza). La conquista e l’occupazione britannica dell’India costarono la vita di milioni di persone e determinarono l’umiliazione e lo sfruttamento continuativo di altre centinaia di milioni di indiani. Eppure tanti indiani adottarono, con lo zelo dei convertiti, idee occidentali come l’autodeterminazione e i diritti umani, e rimasero costernati quando i britannici si rifiutarono di essere coerenti con i propri valori e di concedere ai nativi indiani o eguali diritti, in quanto sudditi britannici, o l’indipendenza. Ciò nonostante, lo stato indiano moderno è figlio dell’impero britannico. I britannici uccisero, offesero e perseguitarono gli abitanti del subcontinente, però unificarono un incredibile mosaico di regni, principati e tribù in lotta fra loro, creando una coscienza nazionale condivisa e un paese che cominciò a funzionare più o meno come una singola unità politica. Gettarono le fondamenta di un sistema giudiziario indiano, crearono la sua struttura amministrativa e costruirono una rete ferroviaria che fu cruciale per l’integrazione economica. L’India indipendente adottò, come forma di governo, la democrazia occidentale nella sua incarnazione britannica. L’inglese è tuttora la lingua franca del subcontinente: una lingua neutrale che può essere usata per comunicare tra chi parla hindi, tamil e malayalam. Gli indiani sono appassionati giocatori di cricket e bevitori di tè: due tradizioni inglesi. La coltivazione commerciale del tè non esisteva in India fino alla metà del XIX secolo, quando venne introdotta dalla British East India Company. Furono i ricercati sahib britannici a diffondere il costume di bere il tè in tutto il subcontinente.

A quanti indiani di oggi passerebbe per la mente di indire un referendum per privarsi della democrazia, dell’inglese, della rete ferroviaria, del sistema giudiziario, del cricket e del tè, sulla base del fatto che tutte queste cose sono un lascito dell’impero britannico? E se pure lo facessero, il fatto stesso di indire una consultazione elettorale per decidere sulla questione non dimostrerebbe forse il loro debito nei confronti degli ex dominatori?”

Yuval Noah Harari fa, poi, una considerazione che lascia sbalorditi. Se un sovranista indiano – insediatosi al potere – volesse raschiare via tutti i lasciti dell’impero indiano per ripristinare lo status quo ante avrebbe una sorpresa:

“Anche se volessimo disconoscere l’eredità lasciataci da un impero brutale, sperando con ciò di ricostruire e salvaguardare la cultura “autentica” precedente, con tutta probabilità non staremmo difendendo null’altro che il retaggio di un impero più antico e forse non meno brutale. Coloro che si dolgono della mutilazione subita dalla cultura indiana da parte del Raj britannico santificano inconsapevolmente il retaggio dell’impero Moghul e del sultanato islamico di Delhi. E chi cercasse di recuperare la “genuina cultura indiana” purgandola dalle influenze straniere di questi imperi musulmani, a sua volta non farebbe che santificare i retaggi dell’impero Gupta, dell’impero Kushan e di quello Maurya. Se un estremista del nazionalismo indù intendesse distruggere tutti gli edifici lasciati dai conquistatori britannici, come la stazione ferroviaria di Mumbai, che cosa dovrebbe fare delle strutture lasciate dai conquistatori musulmani dell’India, come il Taj Mahal?”

L’esempio, contenuto nel libro di Harari non è valido – ovviamente – solo per l’India, ma per tutte quelle nazioni che, ripetutamente, come la nostra, sono state oggetto di conquista.

Nella cultura italiana sono inscindibilmente fuse caratteristiche germaniche, francesi, spagnole, arabe. Se vogliamo fare uno fra i tantissimi esempi, quali superfetazioni dovremmo togliere alla Cattedrale di Palermo per farla tornare completamente “italica”? Quelle bizantine? Quelle arabe?, Quelle normanne? Quelle spagnole? Quelle asburgico-borboniche?

Per non parlar di Roma, dove stupendi monumenti del ‘600 sono edificati su altrettanti splendidi monumenti dell’impero romano.

Superfetazioni e contaminazioni, non solo nell’architettura, ma nella lingua, nella musica (le splendide opere liriche scritte da autori tedeschi, ma pensando all’Italia). Soprattutto nella scienza: ormai il Nobel per medicina, fisica etc, non viene più dato ad un sola persona, non tanto per premiare più gente, ma perché la ricerca è ormai globale, frutto di team operanti in Paesi diversi, collegati per raggiungere un determinato fine.

Penso che, a questo punto, sia evidente che parlare di sovranismo non è solo sbagliato, ma è del tutto inutile, per mancanza del presupposto di base: sovranismo di chi, se siamo tutti meticci?

 

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