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La nostra Presidente del Consiglio mostra una grande soddisfazione per l’atteggiamento dell’Unione europea, per le sue promesse in tema di aiuto all’Italia nello spinoso campo dell’immigrazione.

Medesima soddisfazione ha mostrato dopo  l’ultimo Consiglio europeo, dove, per il nostro premier l’immigrazione nel mediterraneo, grazie all’Italia, è stata rimessa al centro della discussione.

Peccato che le Conclusioni del Consiglio europeo (visionabili cliccando qui) pongano il tema migratorio fra le “varie ed eventuali” e le liquidino con cinque righe: ”La presidenza del Consiglio e la Commissione hanno informato il Consiglio europeo in merito ai progressi compiuti nell’attuazione delle sue conclusioni del 9 febbraio 2023 in materia di migrazione [cioè: nulla. N.d.a.]. Ricordando che la migrazione è una sfida europea che richiede una risposta europea, il Consiglio europeo chiede la rapida attuazione di tutti i punti concordati. Riesaminerà tale attuazione nel mese di giugno”.  Insomma un ennesimo rinvio dopo anni di rinvii.

Altro che “battere i pugni sul tavolo”, altro che “Il Governo di Destra ha convinto l’Europa ad aiutarci!”. Per come sono andate le cose negli ultimi anni è lecito prevedere che l’unica cosa che – in sede europea – sarà decisa sarà un ennesimo rinvio o, al massimo, qualche contributo economico.

Vogliamo chiederci perché?

La storia è lunga, lunghissima, parte da Tampere nel 1999 e arriva fino ai giorni nostri (per una esauriente panoramica, ma troppo lunga per un articolo di blog, consiglio il mio libro “Da Tampere alla Sea Watch” (reperibile su Amazon cliccando qui)

Chi decide in Europa? Decide il Consiglio europeo che può modificare e ribaltare anche le decisioni della Commissione. E la maggioranza degli Stati membri ha altro da pensare che “aiutare l’Italia”. Per molti motivi.

Innanzitutto, gli Stati più grandi hanno accolto molti più richiedenti asilo di noi (Vedi qui Openpolis  e qui Vita su dati Eurostat). In sintesi nel 2022 in Italia sono state presentate 77.195 richieste di protezione internazionale, a fronte delle 217.735 presentate in Germania, delle 137.505 registrate in Francia e delle 116.140 in Spagna. Nel nostro Paese, quindi, sono state presentate poco più di un terzo (il 35%) delle domande d’asilo presentate in Germania, il 56% di quelle presentate in Francia e il 66% di quelle presentate in Spagna.

Anche gli altri Paesi hanno una gran parte dell’elettorato che vede gli immigrati come il fumo negli occhi, figuriamoci se bramano di andarsi a prendere quelli provenienti da un altro Stato membro.

Né la Meloni può aspettarsi alleanze dai suoi “alleati sovranisti” come Ungheria e Polonia che, come abbiamo visto non hanno mosso un dito per “prendersi i migranti sbarcati in Italia.

Le recenti vittorie della Destra in Svezia e Finlandia non aiutano certo, così come la precaria condizione politica di Macron.

Nessuno Stato membro accetterebbe “a gratis” in nome della supposta solidarietà europea, di scontrarsi con l’opposizione interna per aiutare un Paese, come il nostro” che “non sa difendere i suoi confini”. Che poi respingere i migranti sul confine terrestre sia una cosa e respingerli in mare sia un’altra, è cosa che nelle dichiarazioni politiche conta ben poco.

Un altro motivo per il quale la Meloni on può aspettarsi aiuto è che gli altri Stati membri, secondo le norme che ci siamo dati in Europa, “stanno bene”: il peso di chi arriva, sia richiedente asilo o meno, deve essere sostenuto dallo Stato di primo arrivo. Quindi l’onere della procedura di riconoscimento della protezione internazionale, quello del sostentamento del richiedente protezione e del protetto, dell’eventuale espulsione, sono tutti a carico del Paese di primo approdo, in questo caso l’Italia che non vede, come gli altri Stati, il richiedente asilo bussare alla porta ma, per le leggi del mare (vedi qui quali sono) deve anche andare a salvarli.

Ho scritto delle espulsioni. Ultimamente la percentuale di diniego della protezione si è ancora più abbassata e si allarga la forbice fra migranti arrivati e richiedenti asilo. Questo significa che, ad oggi, su oltre 23.000 migranti sbarcati sulle nostre coste 23 dal 1° gennaio 2023 la percentuale di quelli che chiedono protezione si è abbassata. Molti, quasi tutti sanno di Dublino e cosa comporta. Preferiscono aspettare l’espulsione [che ormai, stante la quasi impossibilità di rimpatrio fisico] si è ridotta ad un pezzo di carta e tentare la fortuna in un altro Paese europeo dove, sempre da irregolari, si vive meglio che in Italia.

E, ricordo, le espulsioni son cosa difficile non solo per l’Italia, ma per tutti gli Stati europei [Valga per tutti la storia di Anis Amri, espulso dall’Italia che la Germania, sia pur avvertita non riuscì ad espellere e provocò la strage del mercatino di natale a Berlino]

Anche le ricollocazioni, o rilocazioni, ossia il trasferimento obbligatorio di migranti dall’Italia (e Grecia) in altri Paesi europei indipendentemente dal precorso riconoscimento della protezione internazionale, sancito nel 2015 dalla Commissione europea) aveva dei paletti: potevano esser trasferiti solo le persone provenienti da Paesi in guerra come Siria, Iraq, Somalia. Il numero di rilocazioni “obbligatorie” non fu mai completato e la pietra tombale fu messa dal Consiglio europeo del 28 giugno 2018 [per la cronaca il primo al quale partecipò il Governo Conte-Salvini che, come la Meloni, dichiararono un “grande successo”] che sancì la volontarietà delle rilocazioni (punto 6), quindi non più obbligatorie.

Per la cronaca, il medesimo Consiglio (al punto 12) deliberò che “È necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà, tenendo conto delle persone sbarcate a seguito di operazioni di ricerca e soccorso”. Nel criptico linguaggio Brussellese approvare un atto “per consenso” significa approvarlo all’unanimità. Tale “paletto”, che significa, in poche parole, che il Regolamento di Dublino non verrà mai modificato, fu “reso necessario” dalla proposta di modifica approvata dal Parlamento europeo che, con rivoluzione copernicana assegnava la responsabilità del richiedente asilo non più allo Stato di primo approdo, bensì alla volontà del migrante. Con quel “paletto” grosso come una sequoia, della proposta approvata dal Parlamento europeo non se ne è sentito più parlare.

Un altro, ma non meno importante, motivo di diniego di aiuto è la cattiva fama che ci siamo fatti perché non tratteniamo i migranti; è cosa nota che tre migranti su quattro, dopo pochi mesi, passano il confine per arrivare in un altro Stato membro.

Da ultimo è arrivata (30 marzo 2023) la condanna dell’Italia (qui il link al Consiglio d’Europa) per trattamenti inumani e degradanti verso alcuni migranti nell’Hot Spot di Lampedusa e nel successivo rimpatrio.

Secondo voi con questo panorama è possibile parlare di grande successo nell’ultimo Consigli europeo? È possibile che gli altri Stati membri, nonostante l’opposizione interna, vogliano favorire l’Italia prendendosi, oltre quelli che scappano, altri migranti che non sempre sfuggono da guerre e persecuzioni ma, spesso, come gran parte dei tunisini ed egiziani voglio solo una vita migliore? Evidentemente no.

Quello che manca, e in cui l’Europa – per i Trattati – non può intervenire, è una via legale all’immigrazione economica. Noi siamo ancora fermi alle quote, ai clic day, all’impossibilità di una preventiva conoscenza fra datore di lavoro e lavoratore.

Il Governo ha sbandierato ai quattro venti il GRANDE SUCCESSO dell’ultimo “Decreto flussi” i cui 83.000 posti sono andati esauriti in poche ore con oltre 230.000 domande. Poi andiamo a vedere nel dettaglio: la maggior parte dei posti offerti è nel settore agricoltura per lavori a tempo determinato. I “chiamati”, prima di entrare in Italia dovranno munirsi di visto che verrà loro concesso dietro presentazione della “chiamata” e previa verifica che altri italiani o europei non vogliano quel posto; qualche mese, insomma. Quando, magari, l’interesse del futuro datore di lavoro si sarà parecchio affievolito.

Ma questo è un altro discorso.

Rimangono solo le bugie della Meloni sul “Grande successo dell’Italia all’ultimo Consiglio Europeo che ha riportato la questione dell’immigrazione al centro dell’agenda europea”. Lo dissero anche Conte e Salvini dopo il Consiglio europeo del 28 giugno 2018.

C’è solo l’imbarazzo della scelta nel riferire le ultime “perle” di questo pseudogoverno

Da dove iniziamo? Dalle gite turistiche imposte alle navi ONG per arrivare al più lontano porto sicuro?

Dalla guerra su tutto l’orbe terracqueo agli scafisti o presunti tali, visto che ci siamo accorti che parecchi “scafisti” che abbiamo arrestato altro non sono che poveri diavoli messi con la forza al timone dai veri trafficanti?

Oppure dal nuovo nemico, il nuovo responsabile degli sbarchi che siamo noi, perché gli sbarchi avvengono perché l’opinione pubblica è favorevole agli sbarchi e ai salvataggi?

Oppure dalle vittime delle fosse ardeatine, uccisi, secondo la premier, “solo perché italiani”. A parte la pratica impossibilità per i tedeschi di compiere la turpe rappresaglia contro cittadini spagnoli, britannici o tedeschi, la premier “dimentica” di dire che le liste non furono compilate da tedeschi, bensì da italiani fascisti che vi inserirono ebrei e antifascisti.

Neppure sui rapporti con l’Europa so da dove cominciare.

Forse dalla manifesta soddisfazione della nostra Presidente del Consiglio per le conclusioni del Consiglio europeo sull’immigrazione? Peccato che il documento ufficiale del Consiglio europeo releleghi l’immigrazione fra le “varie ed eventuali” con cinque righe ove rimanda tutto a giugno. Rinvio ormai di prassi.

Oppure dell’isolamento in cui siamo stati posti o dalle valle sulla comunicazione? Il Governo ha sostenuto che l’Europa rivedrà la posizione italiana sul PNRR fra un mese, modo elegante di riferire l’amara verità: LA Commissione ha bloccato I trasferimenti PNRR perché non abbiamo raggiunto gli obiettivi programmati e, secondo il Ministro Fitto non li raggiungeremo.

Oppure vogliamo raccontare della contrarietà espressa sulla fine dei motori a scoppio entro il 3035 con la scusa che la filiera della automobile è il perno dell’industria italiana? Forse una volta. Oggi non esistono più case automobilistiche italiane. Stellantis, ex Fiat con sede in Olanda si è già schierata per il passaggio all’elettrico. Siamo ancora forti nella componentistica, ma, caro Governo, le auto elettriche, come quelle tradizionali hanno anche esse i freni, gli interni, i cruscotti etc. etc. Perché allora assumere questa posizione perdente e continuare a spendere I soldi delle bollette elettriche degli italiani per montare colonnine di ricarica a bassa intensità che impiegano 7 ore a ricaricare una autovettura? Roba inutile.

Parliamo sempre di falsità della comunicazione. Ieri il Consiglio dei ministri, prima nazione al mondo, ha votato il divieto di produzione, commercializzazione e assunzione di “alimenti” artificiali, che proprio artificiali non sono: è ormai prassi medica comune per curare gravi ed estese lesioni, prendere alcune cellule staminali (indifferenziate) del paziente, farle riprodurre e applicare la nuova pelle, identica alla precedente sulla parte ustionata. Ecco, il procedimento della “carne artificiale” è proprio questo, con cellule staminali prese da un muscolo di un bovino e fatte riprodurre, molto meno traumatico di quello descritto dall’attuale maggioranza come derivato direttamente da Frankstein o da Maga Magò.

Per carità di patria accenno solamente ad alcune uscite parecchio infelici come dichiarare che la procreazione eterologa è peggio della pedofilia. Oppure sviare l’attenzione da un problema attuale e urgente come la trascrizione nei registri dello stato civile di bambini già nati all’estero da genitori del medesimo sesso con l’aiuto del seme o dell’utero altrui ad una lotta senza senso contro le unioni omosessuali.

O il nuovo codice degli appalti? Draghi aveva dato al Consiglio di Stato il compito di scriverlo per rientrare, entro il 31 marzo 2023, nella tempistica del PNRR. Il Consiglio di Stato ha terminato la sua opera nel dicembre scorso. Il Governo ha impiegato questi 3 mesi per liberalizzare del tutto u subappalti, per elevare la soglia oltre la quale è vietato l’affidamento diretto. Sì, andrà tutto più veloce, ma si sono dimenticati di aumentare i controlli, almeno quelli a posteriori. Corruzione e cemento depotenziato a gogò.

Ovviamente i gestori di stabilimenti balneari e gli “ambulanti” continuano a svolgere tranquillamente la loro attività incuranti dell’infrazione (che pagheremo tutti noi) per violazione alle regole della concorrenza.

Io la vedo male.

Carico residuale,
Mancanza di richiesta di soccorso,
Non hanno chiesto aiuto,
In quelle condizioni di mare non si sale su una barca malmessa,
Non si rischia la vita dei figli col mare mosso,
Io sono stato educato alla responsabilità,
Mi chiedo cosa posso fare io per il mio Paese o per il Paese che mi accoglie,
Fermatevi,
Non partite, vi veniamo a prendere noi,
Daremo la caccia agli scafisti in tutto il globo terracqueo,
Faremo entrare 500.000 migranti in un anno,
Ricorreremo ai corridoi umanitari,
È stato un incidente: può succedere,
Balliamo cantando la canzone di Marinella una ragazza che annega.

Probabilmente lo avrete sentito. C’è il rischio che ad aprile 2023 lo Spid, il sistema di identità digitale vada in pensione. Ma come, dopo gli anni di disastroso rodaggio, ora funziona bene e il Governo vuol toglierlo di mezzo?

I motivi sono noti. I nove gestori ai quali lo Stato ha appaltato lo Spid (qui la storia: https://it.wikipedia.org/wiki/SPID) battono cassa. I ricavi dell’incremento di traffico derivante dall’essere gestore non compenserebbero i costi.

I contratti scadono il 22 aprile 2023, ma è improbabile che Spid si fermi, almeno fino a giugno: non si possono lasciare in braghe di tela 23 milioni di italiani che lo usano con soddisfazione.

Ma – a quanto si legge (https://www.corriere.it/economia/lavoro/23_marzo_01/spid-arrivo-proroga-ma-giugno-parte-svolta-il-sistema-unico-11347c10-b84a-11ed-8bae-9fdc85b635ee.shtml) – il Governo è orientato a chiudere comunque lo Spid (entro giugno?) per sostituirlo con un altro sistema basato sulla Carta di identità elettronica (CIE) e sulla Carta Nazionale di servizi (CNS).

Voci vere? Proclami? Intenzioni destinate, come tante, a perdersi?

Chissà. Vediamo intanto come funziona ora la identità digitale. Già oggi siamo abituati a vedere sui nostri computer la richiesta “vuoi entrare con SPID, con la CIE, o con la Carta Nazionale dei Servizi (CNS)?”.

Scelta multipla, ma non sempre la sovrabbondanza è sintomo di efficienza.

Partiamo dal più conosciuto, lo SPID. Ci sono nove gestori che, con varie modalità, rilasciano le credenziali. La parte del leone la fa Poste italiane, con circa il 72% di rilasci, fra cui il mio. Per questa ragione, quando parlo di SPID mi riferirò sempre a quello rilasciato da Poste italiane.

Ovviamente, in questo post, non mi occuperò delle modalità di rilascio, bensì solo del suo funzionamento.

Per entrare nei siti delle Pubbliche amministrazioni che lo richiedono, con SPID c’è bisogno solo del telefonino, uno smartphone e non è necessario che sia di ultima generazione, e dell’APP “poste id”, oppure del telefonino dotato di lettore QrCode e del Computer.

Le modalità sono, infatti, diverse se si chiede l’accesso in mobilità dal telefonino o , a casa, davanti al computer.

Primo caso, siamo fuori casa e abbiamo solo il telefonino. Il sito che vogliamo aprire (es. Agenzia delle entrate, INPS etc.) ci chiede come vogliamo entrare (SPID, CIE, CNS), indichiamo SPID, e scegliamo, dall’elenco che si apre, il nostro gestore. Io scelgo Poste italiane e mi viene chiesto l’indirizzo di posta elettronica e la password SPID rilasciata da poste, ovvero di procedere con l’app “poste id”. Con l’app si salta un passaggio, ma il risultato è lo stesso: si apre l’app e devi inserire il “codice poste id” che ti fa autorizzare l’accesso al sito richiesto.

Se, invece stai a casa, davanti al tuo desktop, hai una ulteriore possibilità: la richiesta di accesso tramite Poste italiane provoca l’apertura di una pagina ove, sulla sinistra, c’è la consueta richiesta di user id (indirizzo di posta elettronica) e di password; sulla destra c’è un QrCode, che inquadrato con il lettore inserito nell’app “poste id” provoca la richiesta di inserimento del “codice poste id” e l’accesso al sito richiesto.

Come si vede, abbastanza comodo e funziona, senza tralasciare che Poste italiane ha “integrato” lo Spid con altri servizi ed App, come BancoPosta, Postepay, Ufficio postale.

L’unica cosa è ricordare, se si è utenti di Poste italiane, la differenza fra tre “password”: la password per accreditarsi nel sito di Poste Italiane, la password per chiedere l’attivazione dell’accesso con SPID e il “codice poste id”. Tre password diverse che (solo le prime due) per ragioni di sicurezza Poste Italiane ti chiede di cambiare ogni qualche mese.

Diverso è l’accesso con la Carta di identità elettronica (CIE). Innanzitutto bisogna averla. La CIE è ancora il sogno proibito di molti italiani. Per richiederla bisogna prenotarsi presso il sito del ministero dell’interno (https://www.prenotazionicie.interno.gov.it/) e qui il primo intoppo. Sulla pagina di spiegazioni (https://www.cartaidentita.interno.gov.it/cittadini/rilascio-e-rinnovo-in-italia/#:~:text=Il%20cittadino%20dovr%C3%A0%20andare%20in,formato%20utilizzato%20per%20il%20passaporto.) è chiaramente prescritto che “La Carta di Identità Elettronica può essere richiesta presso il proprio Comune di residenza o dimora a partire da centottanta giorni prima della scadenza della propria carta d’identità o in seguito a smarrimento, furto o deterioramento.” lasciando quindi fuori chiunque abbia una carta di identità cartacea con scadenza posteriore ai 180 giorni e ricordo che in Italia i documenti valgono ormai dieci anni.

Ma anche deteriorando artificialmente la carta di identità cartacea (attenzione: è reato!) non si è certi del risultato: la lista di attesa per un appuntamento, in alcuni Comuni, è lunga anche diversi mesi.

Abbiamo ora la CIE. Come si entra con questo mezzo? Anche qui in modo differente a seconda se si stia davanti ad un desktop o si sia in movimento con lo smartphone.

Primo caso: oltre al computer e alla CIE, abbiamo bisogno di un lettore di schede da collegare via USB al computer. Il lettore di schede è particolare, non basta un comune lettore di smart card, ma uno apposito a tecnologia di identificazione a Radio Frequenza (RFID) (costo ca. 40 euro su Amazon) e scaricare un software, denominato Middleware dal sito indicato (https://docs.italia.it/italia/cie/cie-middleware-windows-docs/it/bozza/installazione-del-middleware-cie.html#:~:text=Per%20installare%20il%20Middleware%20CIE,it%2C%20sezione%20%C2%ABCIE%C2%BB.) con le avvertenze indicata da quel sito per il critico primo utilizzo.

Compiuta questa impresa, il resto è più semplice: quando si sceglie come metodo di ingresso nei siti della Pubblica amministrazione quello tramite CIE, basta inserire la CIE nel lettore e “si entra!”.

Se si vuole usare lo smartphone il percorso è diverso: la scelta di entrare con la CIE provoca l’apertura sullo schermo del telefonino di una pagina che chiede  di inserire le ultime 4 cifre (di otto) del PIN che vi hanno dato (cartaceo) quando vi hanno consegnato la CIE e, poi, completata con successo questa operazione, di poggiare la CIE sul retro dello smartphone e muoverla fino a che si sente una vibrazione, segno che la CIE ha “incontrato” l’antenna NFC.  Eh, sì, il vostro telefonino deve avere l’opzione Near Field Communication (NFC) compresa nel suo “motore” ed attivata. Anche se il vostro telefonino è dotato di questa opzione (ma solo quelli più vecchi di cinque anni non ce l’hanno) è probabile che se la cover del telefonino e/o la custodia in cui conservate la CIE siano troppo “isolanti” dovrete toglierle ritrovandovi fra le due mani telefonino, CIE, cover e custodia CIE.

Non è finita: dopo aver avvertito la vibrazione (il segno di contatto) bisogna mantenere ferma la CIE sul retro dello smartphone per circa venti secondi per completare l’identificazione. Alla fine sarete trasferiti alla pagina della P.A. richiesta.

Un po’ più complicato dello SPID, non trovate?  Oltretutto, rispetto allo SPID che si usa anche con il solo telefonino, qui avete bisogno sempre di un altro elemento materiale (la CIE), di un lettore di card specifico e della presenza dell’NFC sullo smartphone. Forse più sicuro? Non lo so.

La terza modalità di ingresso, la Carta nazionale dei servizi (CNS), ossia la tessera sanitaria che tutti abbiamo, deve considerarsi ormai superata. Da settembre del 2022 il ministero dell’Economia, stante la crisi dei semiconduttori la rilascia senza microchip, rendendo quindi impossibile qualsivoglia suo utilizzo per collegamenti informatici. Anche quella con il microchip, per essere utilizzata come CNS doveva essere “attivata” dalla ASL di competenza dopo una via crucis burocratica.

Questo è il panorama attuale, con la stragrande maggioranza degli italiani che ogni giorno usa lo SPID ed una piccola minoranza usa la CIE. Con tutti i problemi che abbiamo, lo smantellamento di una identità digitale che funziona (lo SPID) per sostituirla con chissà che cosa era proprio in cima alla lista delle priorità italiane?

Certo i furti di identità aumentano e costituiscono un bel problema, ma – nella maggior parte – derivano da incuria e sbadataggine degli utenti che, senza ritegno, pubblicano sui social anche le cose più intime.

Da quello che ho scritto e da quello che constatate ogni giorno, anche utilizzare il facile SPID fu, in principio, complicato, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine e i milioni di accessi giornalieri lo confermano. Certo, tutto può esser migliorato, ma perché iniziare da qualcosa che funziona? So che bisogna spendere i soldi del PNRR dedicati alla digitalizzazione, ma perché non impiegarli in qualcosa che di miglioramenti – specie in alcune regioni – ne ha bisogno, come il fascicolo sanitario elettronico (FSE)? Uno strumento che dovrebbe rendere al medico tutta la vita sanitaria del paziente, ma che, ancora – per molte prestazioni – ha bisogno dell’inserimento dati da parte dell’utente e che non serve a nulla se l’utente ha bisogno di una prestazione di urgenza (pensiamo ad un incidente stradale) fuori dalla sua regione, in quanto consultabile solo dai medici della regione dell’utente?

Ho paura che sia solo unmodo per gestire appalti. Questione di soldi, insomma.

Certo che questo Governo appare alquanto strampalato. Alcuni suoi provvedimenti sono privi di logica o perseguono una logica tragica per la Nazione. Non parliamo poi delle dichiarazioni dei suoi esponenti che farebbero minor danno a tacere.

Ne avevo parlato già qui (https://sergioferraiolo.com/2023/01/16/governo-meloni-chi-ben-comincia/) e qui (https://sergioferraiolo.com/2023/02/12/che-fa-il-governo-meloni/).

Ma la realtà supera la fantasia con provvedimenti che dicono e non dicono, e, nel silenzio, lasciano intravvedere qualcosa di molto pericoloso. Ricordate il testo del Decreto legge sui Rave Party dove i Rave Party non erano nominati ma poteva applicarsi anche alle manifestazioni (e botte) delle università?

A proposito delle università…. A Firenze il 18 febbraio si pestano studenti di idee politiche contrapposte: non è chiaro chi abbia iniziato, se quelli di sinistra per impedire un volantinaggio di quelli di destra o quelli di destra a cui non piacevano quelli di sinistra. Quelli di sinistra hanno avuto la peggio. Chi, come me, ha i capelli bianchi, di scene come questa, negli anni ’70, ne ha viste tante: botte per motivi politici ci son sempre state. Che i ragazzi si interessino di politica è cosa buona e giusta, che si trascenda in forme violente è sbagliato. La violenza va sempre condannata. Una preside fiorentina ha scritto ai suoi studenti stigmatizzando la violenza, ma ancor di più il silenzio del Governo sull’accaduto. Ha, in pratica, ricordato che il fascismo iniziò non con la marcia su Roma, ma con i manganelli e l’olio di ricino mai condannati da chi allora era al Governo.

Era una buona occasione per il Governo di un Paese che, nella Costituzione, contiene il bando del fascismo di uscire dal silenzio e appoggiare la preside nel suo sforzo educativo.

E il ministro dell’istruzione parlò. Ma parlò per condannare la lettera della preside, giudicata inopportuna e minacciando provvedimenti contro di lei se avesse continuato. Tipico discorso dei tempi andati, quello di minacciare chi esprime le proprie idee. Se stava zitto avrebbe fatto miglior figura: sono partite svariate petizioni che hanno raccolto migliaia di firme a sostegno della preside e il caso è diventato nazionale accrescendo di molto il clamore.

L’Italia, lo sappiamo, ha quasi ottomila chilometri di coste e spiagge alle quali ambiscono indigeni e turisti. E – ovviamente – nel nostro Paese c’è una anomalia tutta nostra. Ho visitato le spiagge francesi, spagnole, greche, tutte spiagge libere. Gli “stabilimenti” ci sono, ma limitati ad una piccola fetta di spiaggia in prossimità della strada costiera dove offrono i loro servizi come ristoranti, spogliatoi, bar. Il resto è spiaggia libera. Da noi, invece, lungo la strada costiera una lunga fila di stabilimenti contigui, senza alcuno spazio fra di essi per accedere alla spiaggia: la loro concessione arriva fino ai canonici cinque metri dalla battigia nei quali non è permesso sostare. Un affare da milioni di euro; sapete benissimo quanto costi un giorno di lettino e ombrellone. Ma da questo “grande affare” lo Stato ricava solo pochi spiccioli perché i canoni delle concessioni sono bassi e fermi da anni favorendo in modo abnorme chi la concessione la ebbe a suo tempo.

Esiste una direttiva europea che impone di mettere a gara periodicamente le concessioni, ampiamente scaduta e mai applicata. C’è una sentenza del Consiglio di Stato che impone la cessazione delle concessioni al 31 dicembre 2022. Tutto disatteso e, nel Decreto milleproroghe il Governo rinvia la necessaria messa a gara delle nuove concessioni, provocando l’ira di Mattarella e la procedura (molto onerosa) di infrazione dal parte della Commissione europea.

Per accontentare chi li ha votati, il Governo costringerà tutti noi a pagare per l’infrazione comunitaria come successe per le quote latte.

Poi ci sono gli svarioni. Il Governo ce l’ha a morte col reddito di cittadinanza. Non mi esprimo sul merito. Ma, nella sua furia iconoclasta cosa fa il Governo? Nella legge di Bilancio 2023, al comma 318 dell’articolo 1, dispone “318. A decorrere dal 1° gennaio 2024 gli articoli da 1 a 13 del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 marzo 2019, n. 26, sono abrogati.” Bene. Abrogato il reddito di cittadinanza, ma abrogando gli articoli da 1 a 13, il Governo ha abrogato anche le sanzioni per i “furbetti” che hanno ottenuto il beneficio senza averne i requisiti. Un gigantesco condono. Abrogate le norme (articoli 7, 7bis e 7ter,  non ci sono più le sanzioni per chi ha imbrogliato. E non è finita. Nella sua costruzione il reddito di cittadinanza, assumendo il nome di pensione di cittadinanza (art.1 del D.L.), sostituiva quello che una volta si chiamava pensione sociale. Abrogato anche quello: i vecchietti indigenti non avranno più un sostegno dallo Stato.  Vedremo che farà il Governo.

Sabato notte 25 febbraio, a 100 metri dalla costa crotonese un barcone con a bordo un numero imprecisato di migranti si infrange su una secca. Vengono recuperati oltre 60 corpi. Il nostro ministro dell’interno esprime il suo cordoglio, ma va oltre “Non solo colpa degli scafisti, ma anche dei genitori: non si mettono i figli su barche non sicure. La Disperazione non giustifica questi viaggi pericolosi!”, “L’unica cosa che va detta e affermata è: non devono partire. Non ci possono essere alternative. Noi lanciamo al mondo dei territori da cui partono queste persone questo messaggio, etico prima di tutto: in queste condizioni non bisogna partire”. Dichiarazioni molto forti, come se migranti che vengono da Siria, Afghanistan, Pakistan, terremotati, perseguitati, possano scegliere il barcone o partire solo con il tempo bello. Apriti cielo, benzina sul fuoco per aver calpestato l’articolo 10 della Costituzione.

Ma non è finita qui. Sull’assenza di assistenza al barcone prima dell’impatto, il Governo si è trincerato dietro le condizioni del mare forza 6/7 che avrebbero impedito l’uscita dei mezzi SAR della Capitaneria di porto. Valutazioni discrezionali. Ma c’è un ex medico della Polizia, ora impegnato nelle associazioni di volontariato e soccorso che la pensa diversamente: “abbiamo compiuto salvataggi con condizioni di mare peggiori!”. Che fa il ministro? Usa il metodo Valditara. Un giornale riporta, virgolettate, le sue dure parole desunte da una agenzia: «il Viminale sottoporrà all’Avvocatura dello Stato le gravissime false affermazioni diffuse da alcuni ospiti in occasione della trasmissione “Non è l’Arena” al fine di promuovere in tutte le sedi la difesa dell’onorabilità del governo, del Ministro Piantedosi, di tutte le articolazioni ministeriali e di tutte le istituzioni che sono da sempre impegnate nel sistema dei soccorsi in mare». Il Giornalista Enrico Mentana sottolinea “A me queste sembrano minacce!”.

Oggi è più moderato: “le mie parole sono queste: fermatevi, verremo noi a prendervi! Questo è il senso dei corridoi umanitari”. Peccato che dal 2016 ad oggi con i corridoi umanitari siano arrivate meno di seimila persone (fonte: S.Egidio) e che, nei soli primi due mesi del 2023, siano sbarcati 14.400 migranti.(Fonte: Ministero dell’interno)

Sull’argomento, altra esternazione del Governo col ministro Lollobrigida: “Stiamo lavorando per far entrare legalmente quest’anno 500.000 migranti in Italia”. Poi subitanea retromarcia, ma quello che ha realmente detto è ascoltabile qui (https://video.repubblica.it/politica/lollobrigida/439224/440189?ref=RHLF-BG-I389984017-P2-S1-T1)

Ho paura che queste “cronache” continueranno, perché la nostra memoria è sempre più corta ed è meglio che certe cosse vengano fissate per esser ricordate, nel bene e nel male.

sergioferraiolo

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